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Zingaretti: le mie sono domande che si fanno gli italiani

  • Pubblicato in Partiti

renzi zingaretti 400 minInfo curata da Antonella Necci - «PD, Zingaretti: 'Da Renzi un whatsapp a decisione presa'» (ansa.it)

«Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo non è una questione personale».

«Ovviamente no. Ho ricevuto un whatsapp quando la decisione era stata presa». Così il leader Pd Nicola Zingaretti, da Maria Latella a l'Intervista su Sky a chi gli chiede se Matteo Renzi lo avesse avvisato di voler compiere la scissione durante le trattative per la formazione del governo.

«Non pretendevo - dice Zingaretti - una telefonata. Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo. Non è una questione personale per me».

«La sfida - ha detto riguardo al possibile faccia a faccia tra Renzi e Salvini - non è il giochetto dello scontro tra i leader ma risolvere i problemi degli italiani. Priorità dell'Italia non è attendere il faccia a faccia di Tizio contro Caio».

«Salvini e Renzi - ha detto in un altro passaggio - sono persone con idee diverse cui conviene litigare per far parlare di sè. Ma la grande forza dell'alternativa si chiama Pd che è l'unica vera forza nazionale che intercetta cambiamento e giustizia sociale».

Zingaretti ha parlato anche del patto civico al quale M5s e Pd stanno lavorando per le regionali in Umbria. Sull'accordo con il M5S sull'Umbria - ha detto - «non c'è nessun automatismo per le Regionali, ogni Regione dovrà decidere sulla base delle proprie leadership, dei propri contenuti, ma c'è una vocazione unitaria a provarci, per un futuro del Paese non fondato sull'odio, ma sulla crescita, sullo sviluppo, il lavoro e il benessere. E' un fatto positivo che si stanno provando a verificare le condizioni per dare insieme una risposta ai cittadini, è utile per l'Italia».

 

 

 

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Salvini e la memoria corta delle italiane e degli italiani

MatteoCover 350 mindi Antonella Necci - Matteo Salvini. Una vita in vacanza - Bagnanti di tutta Italia non si capacitano di come Matteo Salvini, fino a ieri descritto come un genio, abbia potuto trasformarsi in una sorta di Fantozzi della politica in grado solo di rimediare figure barbine.

Va bene che siamo un Paese afflitto da una cronica mancanza di memoria, ma prima di passare un anno intero a descriverlo come un sublime stratega, forse qualcuno si sarebbe potuto ricordare di quando nel 2009, alla presentazione delle liste per le elezioni provinciali di Milano, un Matteo Salvini già ultratrentenne e dunque ampiamente adulto, propose l’istituzione di “carrozze della metropolitana per soli milanesi”. Milano si era appena aggiudicata Expo, avviandosi a (ri)diventare la città internazionale apprezzata oggi, ma lo Stratega pensava bene di puntare tutto su un ritorno al campanilismo dei primi anni ’90, costringendo gli alleati - incluso l’allora premier Berlusconi - a chiedere scusa.

Oppure, si sarebbe potuto tenere presente l’atteggiamento tenuto dal Richelieu del Papeete in occasione delle Comunali 2016, solo tre anni fa, quando il Nostro ricopriva già il ruolo di segretario della Lega. Dopo il primo turno, a Milano, il semisconosciuto Stefano Parisi era riuscito a scioccare anche la Madonnina, portandosi a un solo punto percentuale dall’iperfavorito Beppe Sala. Per la sinistra si trattava di uno psicodramma: perdere Milano, con tutto quello che Milano rappresenta per il Paese sia a livello economico che simbolico, sarebbe stato un colpo mortale.

E mentre alti papaveri locali del PD andavano a caccia, su Facebook, delle simpatie degli elettori dei Cinque Stelle – in una piccola anticipazione dell’oggi –, invece che appoggiare Parisi pancia a terra, il Grande Stratega rimaneva freddo, come del resto aveva fatto per tutta una campagna elettorale dove aveva apertamente remato contro. Inutile dire come andarono le cose al ballottaggio.

Per non parlare di quello che, nella stessa tornata, accadde in quel di Varese, dove la Lega, per la prima volta sotto la giurisdizione di Matteo Salvini, prendeva per la prima volta, nella sua storica culla, una sonora pernacchia dagli elettori.

A beneficio di tutti quei bagnanti che si sono fatti selfie con il grande stratega di noantri e che lo voteranno alle prossime elezioni perché fanno parte della folla oceanica che lo adora, ricordiamo di quando, nel 2014, il” Baciatore di Crocifissi” in terra Calabria e di ‘ndrangheta, scendeva in piazza insieme alla transessuale Efe Bal – che parlando di lui diceva “Matteo a letto è un animale feroce” - per chiedere la legalizzazione della prostituzione: non esattamente un tema in cima all’agenda del Forum mondiale della Famiglia.

Cosa sia accaduto negli ultimi tre anni è storia di noi tutti e non più fatto regionale o nota di colore locale.

Matteo Salvini ha cavalcato quel momento in cui l’immigrazione – il fenomeno culturale e politico più rilevante di questo secolo - ha smesso di essere trattata come una questione politica per diventare esclusivamente materia ideologica, quel momento in cui un dibattito serissimo è stato svilito oltre ogni misura, fino a diventare una farsa di pupi siciliani.
A Salvini non è parso vero di poter salire su un palco finalmente alla sua altezza e di prendersi la scena giorno dopo giorno a colpi di slogan senza vergogna.

Altro che Stratega, la carriera politica di Matteo Salvini, fino a tre anni fa, è sempre stata del tutto coerente con le batoste alla ragionier Ugo Fantozzi.

Un processo che non solo non è stato contrastato da nessuno ma che è stato addirittura favorito: già, perchè trasformare l’Egidio Calloni leghista nel Pericolo Pubblico Numero Uno non è servito solo a lui, ma anche a chi ne ha approfittato per saltare sul palco insieme a lui, utilizzando una retorica opposta nei contenuti, ma identica nella sostanza.

Da quel buontempone di Chef Rubio in giù, c’è una lista lunghissima di gente che dalla Guerra Santa a Salvini ha tratto enorme visibilità personale e decine di migliaia di followers nuovi di zecca, da tradurre poi in un pubblico a cui vendere libri, programmi tv o spettacoli teatrali.
Prova ne sia che mentre ogni sparata di Salvini veniva e viene riproposta allo sfinimento dall’esercito di Uomini Buonissimi sinceramente preoccupati per il futuro della democrazia, il primo anniversario della morte di Soumalia Sacko, l’eroico sindacalista dei braccianti della Piana di Gioia Tauro ucciso barbaramente con un colpo di fucile alla testa, è passato sotto silenzio, e del destino dei migranti, dall’attimo successivo allo sbarco a Lampedusa in poi, a tutti i bagnini dell’accoglienza continua a non fregare assolutamente nulla, meno che mai a quei politici in bikini rosa shocking che vogliono essere ricordati solo per le riforme.

Forse Salvini riuscirà, in qualche modo, a salvarsi da se stesso e a sopravvivere alla crisi da lui stesso innescata, proprio come Fantozzi, dopo essersi spacciato come “Azzurro” di sci, riusciva a sopravvivere alla discesa a pelle di leone.

Il problema vero è quando impareremo noi a salvarci da noi stessi e dai pupazzi di ogni colore che noi stessi ci creiamo.
Quando riusciremo a salvarci dai nuovi e vecchi eroi da selfie che la politica nostrana ci riserva. Da mai abbattuti rottamatori che proprio non ci speravano più di riprendersi i riflettori dopo che l'Italia e gli italiani avevano capito che distruggere un partito non era proprio proficuo per un Paese alla stregua dell’anarchia.
Quando ci salveremo da politici che in crisi narcisistiche postano selfie in spiaggia per non far credere di essere degli emeriti sfigati?
Già, perché la politica italiana è composta da una marea di sfigati che esiste solo se si immortala sorridente. Esiste non già per uno straccio di idea o di para-pensiero riformista. Esiste su una foto, perché la foto li può avvicinare a quell'immagine che il loro ego suggerisce, ma che la realtà impietosamente non gli riconosce.
Ecco, Salvini, con il suo senso istituzionale inesistente, con il suo bipolarismo da curare, con il suo accattare voti senza dare in cambio alcuna risposta, con la sua perenne vita in vacanza, sta facendo rinascere ciò che nessuno voleva che rinascesse.

E non ci sta facendo guarire dalla nostra innata, portentosa capacità di trasformare in miti dei semplici mitomani.

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Essere cittadini italiani

scuolabus bruciato 400 mindi Valentino Bettinelli - Rahmi, Adam, Riccardo, un pullman, la ferocia razzista di un autista, il terrore, la distensione dopo la paura di morire a 12 anni.
Basterebbe questo per descrivere le sensazioni di cinquantuno ragazzi che hanno vissuto l’ora più brutta della loro ancora giovane esistenza. Eppure siamo in Italia, quel Paese dove ogni fatto di cronaca deve obbligatoriamente essere oggetto di sciacallaggio politico. Non era sufficiente il sequestro dei cellulari. Non erano sufficienti le mani legate. Non era sufficiente il gasolio pronto a bruciare nell’autobus, con loro dentro.
No, tutto questo non era sufficiente per chi oggi dice: “se Rahmi vuole la cittadinanza anche per i suoi amici si faccia eleggere in Parlamento e provi a cambiare la legge”.
Signor ministro Salvini, l’accanimento con tono di scherno contro un bambino, contro la sua dignità, è la cartina tornasole del suo .... spessore politico e morale.

Oggi la sicurezza dell’Italia è nelle mani di persone come Matteo Salvini, ministro degli Interni di un governo sempre più votato alla riscoperta dei valori del medioevo più buio. Il coraggio e la lucidità mostrata da quei ragazzi, però, è la forza che ognuno di noi dovrebbe avere per far sì che la ruota della storia torni a girare in direzione del futuro. Quella chiamata ai carabinieri, accorata ma mai sguaiata, educata nei modi e corretta nella forma, è il simbolo di un’Italia che c’è e va difesa. È l’Italia di ragazzi, poco più che bambini, immersi in una realtà che mai avrebbero pensato di vivere. Eppure loro erano lì e non hanno sbagliato nulla; ogni mossa è stata pensata e realizzata con estrema freddezza, quella che non ci si aspetta da dei tredicenni.

Qualche esponente di spicco del governo, evidentemente illuminato dalla luce delle stelle, ha pensato di avanzare la richiesta di assegnazione di un qualcosa che ha il sapore della decorazione per merito: la cittadinanza per comportamento eroico. Fa da contraltare, ancora una volta, il pensiero di Salvini che tentenna, non si esprime e poi deride, sbeffeggia, fa il bullo.
Ebbene, cari Conte, Di Maio, Salvini, e compagnia, la cittadinanza non è un premio, una medaglia, un decoro speciale da concedere. La cittadinanza è un diritto per chi nasce in Italia, cresce e si forma nel nostro Paese, studia la nostra storia, parla in modo impeccabile la nostra lingua (da notare, nelle telefonate, un uso perfetto del congiuntivo, spesso sconosciuto per molti Italiani “per antonomasia”), vive le nostre tradizioni e si rivolge alle nostre autorità e alle nostre forze dell’ordine. Il senso di responsabilità di quei ragazzini ne delinea i tratti di cittadini puri, attivi, pronti a difendere la piccola comunità di quel pullman, che da San Donato Milanese rischiava di portarli verso la morte.

Secondo Salvini dovremmo raccontare la storia, come se fosse una barzelletta che non fa ridere, di un Italiano, un Algerino e un Marocchino. E invece bisogna raccontare la storia di tre italiani. Tre giovani cuori che, a soli tredici anni, hanno mostrato al Paese intero più valori Costituzionali dei tanti presunti politici italiani. Cosa e chi è più italiano di chi si comporta in questo modo d’altronde?
È necessario che la sinistra, se davvero vuol definirsi tale, torni a lottare in nome dello IUS SOLI, diritto fondamentale che un Paese democratico deve garantire ai cittadini.
Rahmi, Adam e Riccardo. Ripartire da loro, dalla loro ostinazione, dalla loro resistenza. Proprio come i Padri della nostra Repubblica. In nome dei diritti, in nome della democrazia. In nome dei tre giovani italiani per diritto. Certamente non in suo nome, caro ministro Salvini.

 

 

 

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Italiani migranti

Stetten C.E.von Italians in Paris 1888 159x1015 SOTHEBY NY 350mindi Michele Santulli - Un suggestivo documento della emigrazione.
Va in vendita in questi giorni a New York un quadro di artista tedesco dipinto a Parigi nel 1888. Ci si trova in uno dei luoghi più caratteristici e famosi della città e cioè lungo la Senna dove da sempre, affilate sul parapetto, si trovano le bancarelle dei cosiddetti bouquinistes cioè dei venditori ambulanti di libri e stampe antichi, uno spettacolo tipico di Parigi, risalente a secoli addietro. Si ricordi che l’amore dei parigini, e non solo, per i libri e la lettura si è tradotto nella presenza nella città di una quantità inaudita ed unica di librerie di ogni tipo e grandezza che hanno sempre contribuito al fascino particolare di Parigi: oggi la situazione sta mutando e al posto delle antiche librerie sorgono caffè e ristoranti o mutanderie. E qui sul Lungosenna si trova anche l’italiano emigrato, venditore di statuine col figlio, che offre la sua mercanzia. Trattasi di una prova documentaria di un certo significato in quanto la umanità della emigrazione, quella della povera gente, in verità non ha mai rappresentato un motivo di particolare attenzione. In effetti la miseria non ha storia: essa è identica dovunque e allora la si accetta come una realtà della esistenza, senza notarla, come l’aria, l’acqua, la luce…..Ecco la ragione per cui abbiamo parlato di un documento di alta suggestione e rarità.

Gli anni attorno al 1870 e a seguire sono quelli della gigantesca diaspora di Italiani in Francia dal Piemonte e dalla Lombardia e dalla Campania soprattutto: si rammenti però che i pionieri ne furono i ciociari della Valcomino presenti a Parigi già alla fine del 1700 e inizi del 1800. In effetti le cosiddette guerre di indipendenza e la unificazione d’Italia ebbero come micidiale e fatale esito, fame e miseria e quindi la necessità della ricerca del sostentamento: si aprì la via dell’ espatrio forzato. Grandi masse di piemontesi e di lombardi e di napoletani e anche di toscani e romagnoli si riversarono in regioni particolari della Francia: nel Delfinato, nella Savoia, nelle saline alle Bocche del Rodano; i napoletani rimasero nel loro elemento, il mare, e si convogliarono in gran parte a Marsiglia. Alla fine del secolo si censirono quasi duecentomila Italiani, solamente in Francia!

Abbiamo già in più occasioni descritto e ricordato gli Italiani in Francia con particolare riguardo alla piccola nicchia rappresentata dai ciociari e in merito consigliamo sempre la lettura di “ORGOGLIO CIOCIARO/CIOCIARIA PRIDE” a chi ama approfondire.

Una delle occupazioni degli emigranti ciociari a Parigi e anche a Londra, era la vendita ambulante, per le strade, delle sculturine in gesso di santi, madonne e personaggi vari. Ricercatori della disciplina hanno concordato che tutti i venditori di statuine di gesso originavano in prevalenza dalla Toscana e in particolare dalla Lucchesia come, per analogia, gli spazzacamini erano in gran parte bambini e ragazzi piemontesi, come i suonatori girovaghi e i modelli erano essenzialmente ciociari della Valcomino.

 

 

 

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'Ces Italiens qui ont fait la France'

Vinc.Vela lItalia riconoscente alla Francia 1862 350 260 mindi Michele Santulli - Il numero di settembre della rivista francese HISTORIA contiene un inserto di cento pagine dedicato agli Italiani in Francia, dal titolo ”Ces Italiens qui ont fait la France”, un titolo che non ha paura di esprimere una verità: la Francia, questo grande Paese, è stato ricettivo ed ospitale, dando un tetto e un tavolo alle centinaia di migliaia di italiani che nel corso dell’Ottocento e del Novecento, a partire dalla cosiddetta unificazione, si sono riversati nel Paese, spinti dalla fame e dalla miseria grandi.

La convivenza, è vero, ha registrato anche episodi di truculento razzismo e xenofobia e violenza e di non poco sfruttamento sul lavoro, ma la conclusione è che gli Italiani in Francia hanno trovato accoglienza e allo stesso tempo hanno anche dato, non solo il loro apporto fisico: hanno contribuito, con le loro capacità, alla evoluzione e progresso del Paese: uno dei giornalisti dell’inserto scrive che hanno ricevuto poco rispetto al tanto che invece hanno dato. Ed in effetti si tocca una madornale quasi paradossale realtà: gli Italiani quando sono fuori dei confini natali, quando vivono oltralpe, danno il meglio di sé stessi: parrebbe che i nuovi ambienti e contesti esistenziali siano favorevoli alla evoluzione e sviluppo delle loro qualità migliori che al contrario, in patria, vengono oppresse e rimosse: ed è così: gli scienziati e gli artisti e gli imprenditori vengono rimossi ed emarginati perché non li si capisce o forse perché si debbono favorire amici parenti cognati figli, tutti mezze cartucce. E perciò quelli che hanno qualcosa da dire e da offrire, emigrano e dovunque mettono radici, quasi tutti assurgono alle posizioni più prestigiose e ricercate: nelle Università, negli organismi scientifici, nei musei, nelle istituzioni accademiche, nell’imprenditoria. Chissà che cosa succederebbe se tutti questi italiani di successo tornassero in Italia! Sarebbe la palingenesi, la resurrezione dell’Italia.

 

Ma torniamo alla Francia, al Paese della Rivoluzione, degli Ugonotti, degli Enciclopedisti. Da quando esiste l’Europa, da allora i rapporti Francia-Italia sono stati sistematicamente stretti e duraturi, aVincenzo Vela partire dalle cosiddette Gallie fino ad oggi. Come tra i rapporti umani, così i rapporti tra i due Paesi si sono svolti sotto alterne vicende e contesti. Possiamo affermare che la presenza e l’impronta e contributo italiani alla Francia sono stati e sono ancora i più ricchi e i più significativi . Leggendo il resoconto citato in HISTORIA si resta veramente stupefatti dalla quantità delle presenze, immigrate o nate da italiani, sul palcoscenico della storia nazionale, in tutti i contesti: Leone Gambetta, Emilio Zola, prima di loro Giulio Mazzarino nel 1600, poi Caterina dé Medici, poi Maria dé Medici regine di Francia; si continua con Pierre Reggiani, con Edith Piaf, con Yves Montand, con Dalida, con Coluche, con Platini, con Lino Ventura, con la Semeuse, oggi con Toni Benacquista, con Dom. Pacitti, con Christophe; poi si continua, nella moda, con Nina Ricci, con Elsa Schiaparelli, con Pierre Cardin, tutti italiani francesizzati; si continua coi massimi artisti Fed. Zandomeneghi, con Gius. De Nittis, con Giov. Boldini, con Gius. Palizzi, con Gino Severini, col povero Amedeo Modigliani senza menzionare la quantità enorme di artisti e letterati che vi hanno solo soggiornato; si menzionano gli uomini politici rifugiati sotto il fascismo quali Gaetano Salvemini, Fil. Turati, Gius. Saragat, Sandro Pertini, i fratelli Rosselli; si menzionano le modelle di artista celeberrime Eva, Lorette, Agostina, Cesidio, Carmela, Celestino, le altre grandi donne che vi hanno vissuto o soggiornato quali Luisa Casati, Mimì Pecci Blunt, la principessa Ruspoli, tanto per citare a memoria; Gioacc. Rossini e Leonardo da Vinci vi hanno vissuto e qui morti, se pensiamo oggi ai docenti universitari che insegnano a Panthéon Assas o alla Univ. di Medicina 1 o a Toni Negri che pure vi ha insegnato per quasi venti anni come pure a Maria Antonietta Macciocchi o a Gabrielle Flammarion figlia di una modella ciociara, direttrice per mezzo secolo dell’osservatorio di Astronomia di Parigi, e poi Maria Brignole de Ferrari, duchessa di Galliera, che a Parigi e dintorni ha lasciato una impronta che è semplicemente inimmaginabile per immensità e ricchezza: raccomandiamo al lettore di approfondire la conoscenza di tale impareggiabile donna.

 

Dopo tale sequenza di nomi si perviene alla conclusione che, in verità, si è trattato solo di una modesta introduzione alla ricchezza sbalorditiva di uomini e donne italiani che hanno contribuito e partecipato alla grandezza della Francia. L’anno scorso questa autentica apoteosi è stata, pur se sotto tono, ricordata dal Museo Nazionale della Emigrazione di Parigi con una manifestazione intitolata ‘Ciao Italia’ che ha goduto di grande successo e riconoscimenti. Perciò parlare dei circa quattro milioni e passa di francesi di origine italiana necessiterebbe di ben altri mezzi e sussidi ed è a dir poco deplorevole e miserabile che l’Italia mai abbia posto attenzione, ma ragionevole e intelligente e produttiva, alla seconda Italia che vive Oltralpe e oltre oceano: sono sempre gli Italiani stessi, singolarmente e individualmente, che sulla loro pelle, grazie ai loro meriti e capacità e qualificazioni, tengono desta l’attenzione al Paese: la madrepatria ha solo sfruttato. Grati dunque alla rivista HISTORIA che, col suo esaustivo servizio giornalistico, ha voluto tenere desta e vigile l’attenzione su tale pagina incredibile della emigrazione italiana in Francia e sulla perfetta integrazione e fratellanza.

E il nostro museo nazionale della emigrazione, costato quintali di soldi pubblici, sfarzosamente promosso, satrapescamente realizzato al Vittoriano, che ne è divenuto?

 

 

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«Dall’inquinamento alle malattie 'Attacco alla Salute. 12 milioni di italiani senza cura'»

serrone proietti mindi Maurizio Proietto per Liberi e Uguali coordinamento di Serrone - A Serrone sabato 14 aprile al Ccentro Sociale Anziani di La Forma si e’ tenuto un incontro sul tema:
«Dall’inquinamento alle malattie “Attacco alla Salute. 12 milioni di italiani senza cura”»

La presentazione e l’incontro con l’autore, Angelino Loffredi, del libro inchiesta “Attacco alla Salute”, e’ stato lo spunto per mettere in relazione il contenuto del libro, cioè le problematiche delle strutture sanitarie provinciali, le buone pratiche; il caos sui 4 pronto soccorso provinciali: Cassino, Sora, Alatri e Frosinone; la ridondanza tra Ambufest, Pat, Case della salute e Guardie mediche e la relativa spesso incosistente attivita’ di prevenzione svolta nella nostra provincia. Tali questioni, analizzando i comunicati dei sindacati del settore (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) e articoli denuncia riportati sui quotidiani, sono state discusse in un vivace confronto riguardo a come si sta muovendo la problematica sanitaria a livello regionale, nazionale ed europeo. tale confronto e’ partito dai dati, che l’autore riporta, la cui fonte è il ii rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale presentato al Senato della Repubblica a metà del 2017 alla presenza del Ministro Lorenzin: 112,5 miliardi destinati alla sanita’ dallo Stato e 30 dai cittadini con dispendio accertato di circa 23 miliardi tra: costi eccessivi, sovrautilizzo farmaci esami e ricoveri, complessità amministrativa, inadeguato coordinamento, frodi e abusi. Una cifra enorme alla luce delle esigenze attuali.
Interessante notare i dati OCSE, dettagliatamente riportati dall’autore, riguardo l’impiego pro-capite per spesa sanitaria in Italia di 2469 dollari contro i 2820 dollari medi dell’Unione Europea, nella quale 14 paesi investono più dell’Italia.
Altra fonte citata dall’autore e’ il rapporto CENSIS-RBM assicurazione salute, dove risalta il dato che 12,2 milioni di italiani hanno rinviato o annullato prestazioni sanitarie nel 2016 a fronte di 11 milioni del 2015 (1,2 milioni in piu’ in un anno!!!). che dire dei tempi medi di attesa riportati nello stesso, in barba ai LEA (livelli essenziali di assistenza): mammografia 122 giorni (60 in piu’ rispetto al 2014); risonanza magnetica 80 giorni (6 in piu’ rispetto al 2014); visita cardiologica 67 giorni (8 in piu’ rispetto al 2014); visita ortopedica 66 giorni (18 in piu’ rispetto al 2014).
Che dire poi: dei fondi destinati ai privati nella gestione Ares 118 per circa 15,5 milioni di euro/anno, con inidoneita’ di alcuni mezzi ed equipaggi, denunciate dal sindacato; dei 236 milioni all’anno spesi per turismo sanitario (persone del Lazio che vanno a curarsi in altre regioni); delle spese per gestire con sanità’ privata le 3 case di reclusione provinciali: Cassino, Frosinone e Paliano. Parliamo di 1.200.000 euro anno, contro i 200.000 finora spesi con la gestione pubblica del servizio; del tesserino sanitario strumento straordinario, ma non utilizzato per come dovrebbe, perche’ li c’è la storia sanitaria di ognuno di noi, basta raccogliere i dati complessivi per paese, per territorio, per regione, per come si vuole (aspetto messo in evidenza dal dr. Giuliano Fabi).

Una nota a parte poi l’autore la dedica al registro tumori: istituito con L.R. a luglio 2015, regolamento fatto a meta’ 2016 e ad oggi ancora non si hanno notizie.
Diritto alla salute dunque come cardine della nostra costituzione attraverso l’art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti…“. Tale diritto ad accedere all’assistenza sanitaria, alla prevenzione e alle cure è stato inserito anche nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Nel libro viene citato anche il rapporto epidemiologico della Regione Lazio 2017: tolti i dati della provincia romana, la nostra supera tutte le altre per sclerosi multiple accertate (844), l’ictus (921), l’infarto delle donne (178).

Esiste una correlazione tra malattie e territorio?
Qui e’ scaturito il dibattito, mettendo in corrispondenza lo stato della sanità provinciale all’ambiente in cui viviamo:
il nostro e’ un territorio salubre? qual’e’ il livello di inquinamento della Valle del Sacco e dei paesi confinanti o a ridosso di essa?
Ricordando che il diritto alla salute (art. 32 della costituzione), comporta anche il diritto alla salubrita’ dell’ambiente, perché la prevenzione di varie patologie, impone di eliminare le cause dell’inquinamento ambientale.
Al dibattito hanno partecipato in modo molto attento circa 85 persone di vari paesi, tra cui sindaci, assessori e consiglieri comunali di maggioranza e opposizione sia in carica che di consiliature precedenti.

Vogliamo ringraziarli tutti, a partire dal presidente del centro sociale anziani. La discussione si e’ sviluppata con interventi qualificati ed approfonditi di:
Angelo Galanti del Comitato Osteria della Fontana (ASnagni), Alessandro Coltrè giornalista di Casilina news, Alberto Valleriani di Re.Tu.Va.Sa, Margherita Eufemi docente di biochimica all’Università “La Sapienza”, Deborah Cuneo del neocostituito Comitato di Piglio, Giulio Tirinelli, membro della associazione “Laboratorio comune Alta Valle del Sacco”, il Sindaco di Serrone Natale Nucheli, il Ssindaco di Piglio Mario Felli e Piero Pera, dipendente regionale già collaboratore dell’Assessore regionale all’ambiente nella Presidenza Marrazzo.

Si e’ spaziato dalle esperienze locali e territoriali dei comitati, delle associazioni e delle istituzioni, da Colleferro fino a Ceprano, su tutta la Valle del Sacco: dal Comitato di Piglio, che si sta battendo per impedire la possibilita’ di aumentare la lavorazione dei rifiuti nel centro di trasferenza, da circa 36000 a 51000 tonnellate annue; alla lodevole iniziativa “dell’Associazione comune Alta Valle del Sacco” di mettere una centralina per la rilevazione delle polveri sottili nel Parco di San Rocco a Serrone, dove pensiamo l’aria sia pura, ma purtroppo non è sempre così; delle lotte in corso e delle situazioni di criticità ambientale e sanitaria: dai termocombustori, alle discariche, alle iniziative imprenditoriali che orbitano con spregiudicatezza nel campo dei rifiuti, aumentando il carico inquinante dell’intera valle. E' stato riportato anche l’esempio dell’Ilva di Taranto, che presenta analogie con la realta’ della Valle del Sacco e dei tanti studi epidemiologici che correlano l’esposizione ad agenti inquinanti allo sviluppo di svariate patologie, tra cui varie forme tumorali. Molto interesse ha ricevuto la battaglia che si sta portando avanti da 150 giorni a Colleferro, con l’esperienza di “rifiutiamoli”. Battaglia nata con la volontà di opporsi a far ripartire i termocombustori per bruciare i rifiuti e che non è solo di Colleferro, ma di tutti i paesi che orbitano nel territorio della valle (ricordiamo che polveri sottili e diossina vengono trasportati dalle correnti d’aria). Una nota di sicuro interesse scientifico ha riguardato la collaborazione tra l’Universita’ La Sapienza e le associazioni ambientaliste UGI e Re.Tu.Va.Sa, diretto allo studio degli effetti sulla carcinogenesi di alcuni inquinanti organoclorurati tipici della Valle del Sacco, come diossina e lindano. L’attenzione si e’ incentrata poi anche sullo stato di avanzamento sia del sito di interesse nazionale (SIN), che dei finanziamenti messi in bilancio dallo Stato e dalla Regione, per iniziare l’opera di risanamento dello stesso. Parlando dell’esempio del bacino della Ruhr in Germania, che da sito tra i piu’ inquinati del mondo e’ stato completamente risanato. Cambiare si puo’, cambiare si deve, si può fare con la partecipazione e la presa di coscienza collettiva, risanando l’ambiente in cui viviamo e stimolare investimenti che diano lavoro senza comprometterne l’integrità. Si debbono allargare le indagini analitiche sui suoli produttivi e dove viviamo, sull’aria che vi respiriamo, al fine di avere una mappatura completa dei nostri territori.

La conoscenza della situazione reale, la dobbiamo cercare celermente e senza paura, perche ci permetterebbe di usare le giuste precauzioni e se necessario, apportare i dovuti correttivi e stimolare gli investimenti necessari al risanamento eventuale, anche in considerazione del fatto che tra misure europee, nazionali e regionali le risorse economiche sono cospicue. Siamo convinti che questo non verrà da se, ci vorrà un grande impegno da parte di tutti, ma ne va della cosa più importante che abbiamo: la salute. Ricordiamoci che lo dobbiamo ai nostri figli e alle generazioni future.

I cittadini devono prendere coscienza, partecipare e sollecitare i rappresentanti istituzionali ai vari livelli, al fine di raggiungere questo importante obiettivo.
Ci piacerebbe un giorno vedere questo territorio risanato, in cui nei nostri paesi la tabella “Strada del Vino Cesanese”, stesse all’interno di una piu’ grande, magari di un parco, esteso senza soluzione di continuità, dal parco giochi di Valmontone, alle citta’ fortificate, alla Selva di Paliano, senza piu’ i termocombustori e le discariche affiancati, fino ai monti simbruini e agli ernici.

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"1948. Gli italiani nell'anno della svolta"

Avagliano 350 260di Diego Protani - Si terrà Sabato 7 Aprile alle ore 11 presso l'aula magna Francesco Alviti del Liceo Scientifico di Ceccano l'atteso incontro con lo storico Mario Avagliano che per l'occasione presenterà il suo ultimo libro "1948 Gli italiani nell'anno della svolta" edito da Il Mulino.

Questa la sinossi del libro "Per l'Italia repubblicana le vicende del 1948 hanno sancito la fine della travagliata transizione dal fascismo alla democrazia e l'inizio di una fase politica nuova. Il voto del 18 aprile rappresentò anche una netta scelta di campo nel bipolarismo della guerra fredda, scelta che non fu messa in discussione neppure dalla grave crisi dell'attentato a Togliatti, che in quello stesso anno portò il paese sull'orlo di un'insurrezione e ai una nuova guerra civile. Come vissero gli italiani quel passaggio tumultuoso? Quali ideali li animarono? Quali stati d'animo, passioni e condizionamenti ne indirizzarono l'orientamento politico? Diari, lettere, interviste, relazioni delle autorità e di pubblica sicurezza, carte di partito, documenti internazionali, giornali, volantini permettono di ricostruire il quadro complesso dell'Italia dell'epoca, illuminando anche molte questioni che hanno caratterizzato i decenni successivi, fino ai nostri giorni".

Mario Avagliano Capo del Servizio Stampa e Comunicazione Media dell'ANAS Spa, collabora con le pagine culturali de Il Messaggero e de Il Mattino e con i periodici di storia contemporanea Patria Indipendente, Pagine Ebraiche, Rassegna e le porte della memoria. È vicedirettore del web-magazine Le Strade dell'Informazione, direttore responsabile dei periodici Cavanotizie.it, Noceranotizie.it e Vietrinotizie.it e docente di "comunicazione e relazioni esterne". Ha lavorato nell'ufficio stampa di tre Governi, è stato portavoce del Ministero dei Lavori Pubblici e capo ufficio stampa del comitato referendario e di "Trenta ore per la Vita". Ha scritto per le seguenti testate: Il Messaggero, Il Mattino, L'Informazione, il Giornale Radio della Rai, il Giornale di Sicilia, i giornali locali dell'Agl-L'Espresso, E-Polis, il Mattino di Padova, la Voce di Mantova, il Corriere del Mezzogiorno, la Città di Salerno, Kataweb. Autore di vari saggi storici ed economici, si occupa di economia, di previdenza, di storia della resistenza italiana, della deportazione e degli internati militari. È membro dell'Irsifar (Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla resistenza), della Sissco, del comitato scientifico dell'Istituto storico "Galante Oliva" e direttore del Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma. È stato direttore responsabile di Trenta Ore News, periodico dell'Associazione Onlus "Trenta ore per la Vita". Collabora con il periodico Le Strade. Nell'aprile 2010 ha vinto il 7° Premio Nazionale Anpi "Renato Benedetto Fabrizi" per il suo libro sugli IMI . Nel 2012 ha vinto il Premio "FiuggiStoria 2012", promosso dalla Fondazione Levi-Pelloni, come migliore biografia dell'anno, e il Premio "Gen. Div. Amedeo De Cia", promosso dall'Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, per i saggi di storia militare. E' vice presidente del'ANPI Roma.

Tra i suoi saggi possiamo ricordare "L'Italia di Salò. 1943-1945", "Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945" e "Di pura razza italiana. L'Italia "ariana" di fronte alle leggi razziali"

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Immobilismo o opportunismo?

darlin lymombv 350di Antonella Necci - Questa volta la cartina parla chiaro: che lo si voglia o no, l'Italia è un paese limpido e i cui stereotipi sono saldamente consolidati. È chiaro, dalla lingua usata, che la cartina proviene da paesi anglofoni, i quali da sempre amano soggiornare in Italia nonostante le sarcastiche critiche a cui la sottopongono una volta ritornati nella madre patria.

Noi italiani, del resto, conosciamo i nostri difetti secolari. Non abbiamo bisogno di chi ce li ricordi. Così sappiamo bene che esistono diverse forme di mafia, sappiamo che alcune regioni hanno meno visibilità di altre, che quelli del Nord-Est non si considerano italiani, perché Salvini ce lo ricorda ogni giorno. Lui, più nero di un arabo e con un look prettamente siciliano.
Ecco. Infatti sappiamo bene che la coerenza non è il nostro mestiere.
Ma siamo semplici. Chiunque ci capisce al volo. Netti e decisi nel nostro immobilismo. Pigri e indolenti sia al Nord che al Sud e ancora di più al Centro.

Sappiamo bene che da secoli e secoli nulla è cambiato in noi. Ecco perché siamo così facilmente individuabili. Immaginate se l'Italia fosse un paese in continua evoluzione.
A parte lo stupore che genererebbe nei paesi europei limitrofi, gli stessi italiani avrebbero profonde crisi di identità.
Io stessa avrei profondi problemi nel vedere certi fannulloni iniziare a lavorare alacremente.
Senza considerare che se dall'oggi al domani la mafia non fosse più parte della nostra società, quante famiglie sarebbero ridotte sul lastrico? Quanti dovrebbero vendere quel Maserati nuovo nuovo? Quanti, in una valle di lacrime, dovrebbero andare ad elemosinare ai semafori perché non possono più dare fuoco a locali che non hanno regolarmente pagato la sovratassa prevista dalla mafia?

Ho i brividi solo a pensarci.
Non sarebbe più Italia.
Ma tranquilli, dormite per altri cent'anni. Niente di tutto questo accadrà.
Cerchiamo di non sconvolgere nessuno. Nemmeno noi stessi. Restiamo fermi e saldi come " canne al vento". E intanto becchiamoci le sagge critiche, senza alcuna offesa di fronte alla lampante verità.

 
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Argentini, Italiani e Greci: Una faccia, una razza?

Democrazia Greca 350 260di Antonella Necci - Argentini, Italiani e Greci: Una faccia, una razza.
Lo riconosco. La crisi Greca coinvolge anche me e non solo la vecchietta del negozio di bomboniere che ieri sera mi chiedeva, dubbiosa, se la medesima situazione non avverrà in un prossimo futuro anche qui da noi. E nel dire " Noi" non pensava certo a "noi, Italiani", ma ad un più ristretto ambito. A noi. Alla nostra famiglia. A quel poco di futuro che ancora le rimane da vivere e che lei, con forza, cerca di conservare e di incrementare.
Si perché il timore di un Sì o di un No referendario non rappresenta altro che l'inizio di una perenne disquisizione sul perché tanta gente che onestamente ha lavorato e prodotto si debba ritrovate, magari proprio alla soglia della pensione, ad un bivio cieco senza alcuna certezza di poter vivere una vecchiaia serena. Lo stesso identico timore del futuro che accomuna vecchi e giovani, ma che negli anziani assume toni più drammatici a causa del decrescere delle forze.

Sono tanti gli articoli che ho letto sulla questione Greca e che, in parte, ho condiviso. Pochi, pochissimi quei giornalisti economisti che si degnano di rivelare esattamente cosa stia accadendo. Così i commenti della gente comune, vengono genericamente indirizzati verso la causa "Merkel",dittatrice e strozzina che pretende il costante pagamento degli interessi per tutti gli aiuti economici forniti. Ma io penso che al di là della politica di supremazia che la Germania adotta da decenni, ci sia una gestione piuttosto corrotta degli Stati che vengono definiti " a rischio" all'Interno della UE. Tra questi Stati l'Italia ci entra a pieno titolo, e se magari una crisi come quella della Grecia, da noi non ci sarà nemmeno negli anni futuri, è certo, però, che anche Noi siamo strozzati dalla costante necessità del pagamento giornaliero dei debiti accomunati con la Comunità Europea.

Questa necessità di saldare un debito dalle proporzioni sempre più esagerate, causa la vendita di opere pubbliche. È la stessa cosa che accade a quelle società che stanno per dichiarare " fallimento ". Si vende tutto ciò che si può per pagare i fornitori. Guarda caso però simili situazioni vanno a capitare proprio laddove la corruzione e il clientelismo sono il pane quotidiano. Proprio laddove la legge non è uguale per tutti.
Proprio dove si discute ancora se sia lecito o meno che un De Luca qualsiasi prenda o meno l'incarico di Presidenza in una qualsiasi regione, o provincia, o un ben redditizio istituto di credito, pur non possedendo i requisiti di idoneità.

Insomma si vuole discutere di una crisi Italiana? Allora, gentilmente, non diciamo stupidaggini per nascondere che anche noi ci siamo dentro fino al collo. Perché la gente comune non crede alle favole. Non ci ha mai creduto, se non per convenienza personale. E i primi a svendere il proprio paese sono gli Italiani, che al pari dei Greci e degli Argentini hanno sempre pensato che il quieto vivere fosse una grande dote. E hanno sempre lavorato per distruggere quel poco di onestà che ancora qualcuno possedeva. Si, parliamo usando l'imperfetto, perché chiunque, prima o poi, dovrà scendere a patti con la corruzione e la cosa che più terrorizza gli Italiani, come anche gli altri popoli succitati, è il ritrovarsi da soli a combatterla.

E no! Non siamo come i Tedeschi. Lo spirito di sacrificio e soprattutto il coraggio non ci appartengono. E questo lo sanno bene tutti coloro che, fregandosene altamente di Germania e debiti, sono riusciti ad accumulare ricchezze in paradisi fiscali. Svizzera inclusa. Ah! Caso strano. La Svizzera è l'unico stato europeo che non fa parte della UE. Guarda un po'!
Così vicina all'Italia, eppure così tanto paradiso fiscale.

04/07/2015

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Argentini, Italiani e Greci: Una faccia, una razza?

Democrazia Greca 350 260di Antonella Necci - Argentini, Italiani e Greci: Una faccia, una razza.
Lo riconosco. La crisi Greca coinvolge anche me e non solo la vecchietta del negozio di bomboniere che ieri sera mi chiedeva, dubbiosa, se la medesima situazione non avverrà in un prossimo futuro anche qui da noi. E nel dire " Noi" non pensava certo a "noi, Italiani", ma ad un più ristretto ambito. A noi. Alla nostra famiglia. A quel poco di futuro che ancora le rimane da vivere e che lei, con forza, cerca di conservare e di incrementare.
Si perché il timore di un Sì o di un No referendario non rappresenta altro che l'inizio di una perenne disquisizione sul perché tanta gente che onestamente ha lavorato e prodotto si debba ritrovate, magari proprio alla soglia della pensione, ad un bivio cieco senza alcuna certezza di poter vivere una vecchiaia serena. Lo stesso identico timore del futuro che accomuna vecchi e giovani, ma che negli anziani assume toni più drammatici a causa del decrescere delle forze.

Sono tanti gli articoli che ho letto sulla questione Greca e che, in parte, ho condiviso. Pochi, pochissimi quei giornalisti economisti che si degnano di rivelare esattamente cosa stia accadendo. Così i commenti della gente comune, vengono genericamente indirizzati verso la causa "Merkel",dittatrice e strozzina che pretende il costante pagamento degli interessi per tutti gli aiuti economici forniti. Ma io penso che al di là della politica di supremazia che la Germania adotta da decenni, ci sia una gestione piuttosto corrotta degli Stati che vengono definiti " a rischio" all'Interno della UE. Tra questi Stati l'Italia ci entra a pieno titolo, e se magari una crisi come quella della Grecia, da noi non ci sarà nemmeno negli anni futuri, è certo, però, che anche Noi siamo strozzati dalla costante necessità del pagamento giornaliero dei debiti accomunati con la Comunità Europea.

Questa necessità di saldare un debito dalle proporzioni sempre più esagerate, causa la vendita di opere pubbliche. È la stessa cosa che accade a quelle società che stanno per dichiarare " fallimento ". Si vende tutto ciò che si può per pagare i fornitori. Guarda caso però simili situazioni vanno a capitare proprio laddove la corruzione e il clientelismo sono il pane quotidiano. Proprio laddove la legge non è uguale per tutti.
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Insomma si vuole discutere di una crisi Italiana? Allora, gentilmente, non diciamo stupidaggini per nascondere che anche noi ci siamo dentro fino al collo. Perché la gente comune non crede alle favole. Non ci ha mai creduto, se non per convenienza personale. E i primi a svendere il proprio paese sono gli Italiani, che al pari dei Greci e degli Argentini hanno sempre pensato che il quieto vivere fosse una grande dote. E hanno sempre lavorato per distruggere quel poco di onestà che ancora qualcuno possedeva. Si, parliamo usando l'imperfetto, perché chiunque, prima o poi, dovrà scendere a patti con la corruzione e la cosa che più terrorizza gli Italiani, come anche gli altri popoli succitati, è il ritrovarsi da soli a combatterla.

E no! Non siamo come i Tedeschi. Lo spirito di sacrificio e soprattutto il coraggio non ci appartengono. E questo lo sanno bene tutti coloro che, fregandosene altamente di Germania e debiti, sono riusciti ad accumulare ricchezze in paradisi fiscali. Svizzera inclusa. Ah! Caso strano. La Svizzera è l'unico stato europeo che non fa parte della UE. Guarda un po'!
Così vicina all'Italia, eppure così tanto paradiso fiscale.

04/07/2015

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