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Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Regione Lazio. Dopo incontro aree crisi, Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori.
In un comunicato che riportiamo riassunto, (Agenzia Nova) sembrerebbe accennarsi a un qualche passo positivo. Purtroppo, come commenta Tiziano Ziroli, responsabile Lavoro del PCI Lazio, è la macchina del rinvio. Che non consente ,ad esempio, neppure di intervenire da parte dei Comuni che hanno ormai tempi strettissimi per eventuali presentazioni di progetti specifici!

"Si è tenuto oggi un incontro con l'assessore regionale Claudio Di Berardino per avviare le politiche attive nei territori di area di crisi complessa. Dopo una lunga discussione la Regione ha deciso di riconvocare… Poi sugli over 58 - continua la nota - la Regione convocherà il 13 settembre gran parte dei comuni …”. Questo, invece, il pensiero critico, che è stato esposto anche ai rappresentanti della Vertenza Frusinate da Ziroli: Ieri si e svolto un incontro in regione per le aree di crisi complessa Frosinone e Rieti. “L'incontro secondo il mio punto di vista non ha portato risultati ma solo un solito rinviare". Le questioni che dovevano uscire fuori erano:
1) le determine per il pagamento delle mobilità sono state inviate al Ministero?
2) la Regione ha già chiesto al nuovo governo...di cui ora il PD fa parte...la deroga per il 2020?
3) loro convocano i sindaci e gli imprenditori...ma con quali progetti?...con quale politiche industriali?

"Inoltre i lavoratori finiranno la deroga il 21 novembre...e ci siamo oramai... il tempo è breve.. quindi perchè tutti questi rinvii?”. Gli over 58 se tutto va bene nei lavori di pubblica utilità lavoreranno solo per 12 giorni...e per ultimo ma forse ancora più grave i soldi che la regione Lazio ha per le deroghe potrebbero non bastare in quanto vanno suddivisi tra le mobilità e le casse integrazioni straordinarie. ...
“Il PCI, - come ricorda anche il segretario del Lazio, Oreste della Posta -, continuerà a monitorare e ad essere sempre disponibile a sostenere le lotte dei lavoratori e dei senza lavoro. Non per nulla sia le iniziative regionali che le priorità nazionali che stiamo attivando, sono tutte con il Lavoro quale faro di analisi, di intervento sociale, di scelta politica. Dignità e qualità del lavoro in sicurezza per i lavoratori, sia di tipo già noto, la fabbrica, i campi, gli uffici, ma anche i cosiddetti nuovi mestieri".

 

 

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Primo maggio a Isola del Liri

1Maggio IsoladelLiri 460 minLe storie del corteo del primo maggio a Isola del Liri*, raccolte opportunamente in questo volume a cura di Paolo Ceccano, compongono in realtà il quadro di un’unica grande storia. Ricca e contraddittoria, fatta di vittorie e di sconfitte, comunque indispensabile per comprendere il mondo di oggi. Senza di che è impossibile cambiare la dura realtà in cui viviamo, nella quale rischiano di essere travolte le persone - uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti - che per vivere devono lavorare. Se non sai da dove vieni, è difficile imboccare la giusta via verso il futuro. E comunque tagliare le proprie radici nella speranza di crescere meglio è solo un clamoroso qui pro quo, se non «il gesto inutile di un idiota», come avevano preconizzato François Mitterrand ed Enrico Berlinguer.

 

Questo è un libro utile e necessario, che in me ha suscitato emozione e di cui consiglio la diffusione e la lettura. Isola del Liri e il primo maggio sono infatti il luogo e la data dove confluiscono e si mescolano tante vicende della storia lunga, tormentata e difficile, ma proprio per questo tanto più esaltante, della liberazione del lavoro. Una storia che non è finita, sebbene la prospettiva appaia quanto mai incerta in questa fase del capitalismo globale digitalizzato.

 

Ma non è vero che viviamo in un mondo governato da leggi “oggettive”, addirittura naturali e quindi immutabili, dal quale non si può uscire. Secondo Margaret Thatcher e i suoi epigoni non c’è alternativa («There is no alternative»), se non quella di soccombere di fronte alla dittatura del capitale, promossa dalla gentile signora e da Ronald Reagan sotto le bandiere del liberismo dilagante. E siccome in questa visione la società non esiste, ma a detta della medesima gentile signora esistono solo individui, con un formidabile testacoda del pensiero, negando la divisione della società in classi, si giunge alla negazione dell’esistenza stessa del capitale nella fase della sua dittatura generalizzata e illiberale.

 

Per poter agire con efficacia nel presente è dunque indispensabile liberarsi di ogni ciarpame e falsificazione del liberismo, arrabbiato o mite che sia. E avere ben chiaro che il capitale non è semplicemente una cosa, un accumulo di mezzi finanziari, magari occultati in un ben protetto paradiso fiscale nel cuore dell’Europa. E neanche un insieme di strumenti di produzione e di comunicazione. Non è oggi un algoritmo, e tanto meno il cosiddetto capitale umano, vale a dire le persone in carne ed ossa che lavorano per generare un profitto a vantaggio di chi detiene gli strumenti di lavoro. Il capitale è diventato talmente dominante che nel suo linguaggio persino la forza-lavoro, fisica e intellettuale, contenuta in ogni corpo umano viene denominata capitale.

 

Ma al di là delle denominazioni - industriale, finanziario, bancario, digitale, fisico, umano, fisso, mobile, ecc. ecc. - il capitale, come ci ricorda Karl Marx, è prima di tutto un rapporto sociale, ossia un rapporto tra gli esseri umani mediato dalle cose, da un enorme accumulo di merci. In cui una parte - minoritaria - detiene i mezzi di produzione e di comunicazione, culturali e finanziari, indispensabili per ingaggiare la forza-lavoro umana al fine di ottenere un profitto. E un’altra parte - di gran lunga maggioritaria - non disponendo di null’altro se non delle capacità individuali, intellettuali e fisiche, vende la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Quindi, come tutte le relazioni umane, anche il capitale ha un inizio e una fine. In ogni caso la storia ci dice che si tratta di un rapporto sociale non cristallizzato in una forma immutabile bensì in continuo movimento e sempre in evoluzione, per effetto dello sviluppo delle forze produttive, del progredire della scienza e della tecnica, dei rapporti di forza tra le classi. Non solo sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico.

 

Dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza che il primo maggio a Isola del Liri come punto di raccolta della classe lavoratrice e operaia dell’intero comprensorio di Sora ne è la conferma e la dimostrazione evidente. A cominciare dalla industrializzazione dell’Ottocento intorno alle cartiere e ai lanifici, che per l’epoca hanno fatto di questa straordinaria cittadina un centro industriale di notevole rilievo già prima dell’unità d’Italia, si percorrono qui, nella media valle del Liri in bilico tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, tutte le tappe della formazione di una combattiva e solidale classe operaia. Fino alla crisi industriale del nostro tempo e alla sua estinzione.

 

Nel 1852 si ha un primo significativo episodio di luddismo, quando gli operai scaraventano nel fiume una macchina che avrebbe espulso soprattutto manodopera femminile addetta ai telai. Si fa fatica a configurare il conflitto di classe, individuando nella macchina, ossia nell’oggetto inanimato e non nel soggetto, ossia nel padrone ben vivo che la usa per ridurre salari e occupazione, la causa dello sfruttamento. In quello stesso anno, con il Manifesto degli oppressi lavorieri di Arpino, comincia tuttavia a farsi strada una prima forma di coscienza di classe.

 

Gli echi della rivoluzionaria analisi di classe proposta dal Manifesto di Marx ed Engels nel 1848 arriveranno nella nostra penisola molto più tardi. A Isola del Liri nel 1863 viene fondata la Società operaia di mutuo soccorso. Dalla carità al mutualismo e alla solidarietà il passo avanti è notevole e si compie sotto l’influenza delle idee di Mazzini e Garibaldi. Fino al significativo punto di approdo rappresentato dalla formazione della Camera del lavoro, istituita agli inizi del Novecento.

 

Al di là degli sprazzi di luce che la illuminano nelle pagine che seguono, sarebbe di grande interesse una ricostruzione sistematica della storia del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in provincia di Frosinone e in tutto il basso Lazio. L’Università di Cassino e anche i sindacati potrebbero aiutare. Se i giovani e le ragazze, a cominciare dalla scuola, conoscessero le lotte e i sacrifici delle generazioni che li hanno preceduti per la conquista del lavoro e della libertà, dei diritti e della dignità, fino alla conquista storica della Costituzione e oltre, sarebbero più sicuri del loro avvenire. E potrebbero attrezzarsi per disporre degli strumenti culturali e politici adatti a cambiare lo stato delle cose presente.

 

Dai primi albori del Partito socialista segnati dalla strage di Bava Beccaris nel 1898 al decennio giolittiano con la nascita della Cgil nel 1906, e poi al fascismo che cresce sulle macerie del movimento operaio e dei lavoratori, e distrugge le libertà sindacali e politiche annegando il primo maggio nella ricorrenza per il natale di Roma, il cammino per la rinascita e per nuove, più avanzate conquiste è stato lungo. Ricomincia nel 1943 con gli scioperi alla Fiat di Torino e con la guerra partigiana di liberazione. Nel 1944 rinasce il sindacato unitario Cgil e rinascono dopo la clandestinità i partiti antifascisti, che approvano la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro quando il Pci era già stato escluso dal governo, dopo il viaggio di De Gasperi negli Usa.

 

Si fa sentire la «guerra fredda» e con essa la rottura del sindacato unitario: si costituisce la Cisl insieme ad altre sigle sindacali. Ma in pari tempo non cessano le lotte operaie e popolari per l’attuazione dei diritti costituzionali e gli scioperi al rovescio per il lavoro. Il «biennio rosso» del 1968-69 si conclude con grandi conquiste costituzionali, civili e sociali, che culminano con lo Statuto dei diritti dei lavoratori nel 1970. Poi la controffensiva e la vittoria planetaria del capitale. Finisce il Novecento e sul fronte orientale crolla il modello sovietico mentre sul fronte occidentale il modello socialdemocratico, convertito al pensiero liberale, diventa organico al sistema dominante e fornisce pezzi di ricambio al capitale.

 

Siamo arrivati ai nostri giorni e in Italia vengono messe in discussione le fondamentali conquiste del lavoro, vale a dire le basi stesse della nostra democrazia. La nuova destra del dopo Berlusconi individua nei migranti il nemico da battere alimentando una distruttiva guerra tra poveri, ma il bersaglio grosso è la Costituzione. Nel libro si ricordano i fatti di Isola del Liri del 17 febbraio 1949, quando carabinieri e poliziotti, in assetto di guerra e armati fino ai denti, danno l’assalto allo stabilimento delle Cartiere Meridionali occupato dagli operai per evitare 250 licenziamenti e aprono il fuoco. Si contano 38 feriti di cui 7 gravi. Non ci sono stati morti per puro caso, al contrario di quanto è accaduto in altre città d’Italia. Erano gli anni in cui il ministro degli Interni Mario Scelba dichiarava che la Costituzione «è una trappola».

 

In realtà, la nostra Carta fondamentale, su cui si regge il patto tra gli italiani, è sempre stata un terreno di lotta. E lo è maggiormente oggi, in presenza di una rivoluzione tecnica e scientifica fondata sul digitale, che consentirebbe di accrescere il benessere di tutti ridefinendo i principi di libertà e uguaglianza attraverso la tutela del lavoro e dell’ambiente. Invece di usare scienza e tecnica per concentrare ricchezza e proprietà a vantaggio di pochi. La Costituzione antifascista, entrata in vigore nel 1948, non è la codificazione di un regime retrogrado da abbattere, al contrario è un progetto di più alta civiltà che guarda al futuro, aperto all’affermazione di nuovi diritti a vantaggio soprattutto delle generazioni che verranno. Come emerge con chiarezza dall’articolo tre (seconda parte), che sancisce l’uguaglianza sostanziale ben oltre le cosiddette pari opportunità.

 

Emblematico è il caso del diritto alla conoscenza reso possibile da Internet, che però resta vano se la condizione materiale e culturale dei soggetti crea discriminazioni ed esclusioni. Ecco perché a mio parere il primo maggio, ancora ben presente nell’immaginario di Isola del Liri - come del resto questo volume testimonia - e inteso come simbolo delle storiche conquiste del lavoro, non è semplicemente un testamento culturale al quale guardare con devozione come a un santino. È invece il riferimento simbolico di un progetto di nuova società incarnato nella Costituzione. Di cui riappropriarsi liberandone tutte le potenzialità, e ricostruendo su questa base l’unità della classe lavoratrice del XXI secolo, di tutte le persone che per vivere devono lavorare.

 

La riconquistata unità d’azione tra Cgil, Cisl e Uil sulla base di un programma di rivendicazioni concordato e la dichiarata autonomia dal quadro politico sono fatti positivi, ai quali guardare con interesse e da agevolare. Ma non bastano. Non si può ignorare la contraddizione lacerante in cui vive il Paese, e che non può durare a lungo. Da una parte, la Costituzione che fonda sul lavoro (non sul capitale) la Repubblica democratica, e pertanto «tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», imponendo dei limiti all’iniziativa economica e alla proprietà privata e imbastendo una fitta trama di diritti sociali ben oltre la visione liberale dei diritti civili. Dall’altra, la sostanziale affermazione di un regime istituzionale monoclasse, che di fatto esclude le lavoratrici e lavoratori del nostro tempo dalla rappresentanza e dalla organizzazione politica.

 

È questo vuoto che bisogna colmare. E il primo, ma fondamentale, passo da compiere è impugnare con coraggio la bandiera della Costituzione come progetto del cambiamento. Innalziamola questa bandiera. Facciamolo già in questo primo maggio. Facciamo conoscere ovunque un progetto di cambiamento che rivoluziona lo stato di cose presente ponendo l’economia al servizio degli esseri umani, e non viceversa come oggi accade. Non per rinchiuderci nel recinto nazionale, e tanto meno per spezzare l’unità del Paese. Ma per portare in Europa i principi universali della nostra Carta.

 

Diciamolo con chiarezza ai nuovi proletari del nostro tempo: ai giovani, disoccupati e precari, lavoratori e poveri; alle donne oppresse da doppio e triplo lavoro e dalla mancanza di servizi; agli operatori della ricerca, della comunicazione e del pubblico impiego. A tutti coloro che in un modo o nell’altro, italiani e stranieri, sono sfruttati. Voi non dovete chiedere niente a nessuno. Tanto meno al politicante di turno, che calpesta regole e principi esponendo la politica al pubblico ludibrio. Voi siete i portatori di diritti che vi spettano. E dovete essere voi i protagonisti del cambiamento della politica per cambiare la società. Mettetevi insieme, associatevi liberamente. E lottate per un mondo nuovo in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti.
Buon primo maggio a tutte e a tutti. E buon lavoro!

 Paolo Ciofi

 https;//www.paolociofi.it

 

*Introduzione al libro dI Paolo Ceccano, IL primo maggio a sinistra del fiume. Storie del corteo di Isola del Liri

 

 

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La svolta necessaria

lotteallafiat 460.a minLe primarie del Pd si sono appena concluse, ma il problema resta. Grosso come una casa. È possibile, oggi, costruire un partito che faccia asse sul lavoro del XXI secolo? Un partito rivoluzionario, popolare e di massa, che sia in grado cioè di lottare per trasformare la società in cui viviamo e non di amministrarla nell’interesse superiore del capitale e del denaro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
 

 
  1. Per le lavoratrici e i lavoratori
  2. Il pensiero critico di Gramsci
Il partito delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo
Questo è il tema: in una condizione nella quale l’astensionismo tocca il 50% e la democrazia costituzionale è destinata a scomparire in assenza dei partiti, ormai degenerati in lobby e in gruppi di potere. Per ora l’unica certezza è che una formazione politica espressione della classe lavoratrice della modernità, che si proponga di cambiare l’Italia e l’Europa, può nascere solo da una rottura netta con la cultura e con le pratiche del presente. Non certo dall’assemblaggio dei residui dei partiti esistenti, con iniziative e manovre che dall’alto compongano e scompongano pezzi di ceto politico.
Un nuovo inizio e una nuova aggregazione possono prendere vita solo dal basso. Solo se le esperienze diverse e diffuse nella società e nel Paese escono dall’isolamento e dalla separatezza, si incontrano, si parlano, crescono e convergono su progetti comuni. Chiamando a raccolta e coordinando nei territori e nelle periferie, nelle fabbriche e negli uffici, nelle università e nelle scuole, le soggettività del lavoro e quelle ambientaliste, le donne, i movimenti per la casa, per i beni comuni e i diritti. Coinvolgendo in pari tempo gli intellettuali e le forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni nazionali, che si riconoscono nell’esigenza di voltare pagina e di dare inizio a una fase nuova. Solo da un processo di questa natura può nascere una reale svolta politica e possono crescere nuovi gruppi dirigenti.
Una svolta è quanto mai urgente, perché la politica separata dal sociale è scaduta nel politicantismo e nell’affarismo, in puralottacgil 350 260 min manovra di potere. Mentre il sociale, spogliato della politica, è ripiegato in movimentismo con le varianti del ribellismo e del lobbysmo senza sbocchi di sistema. Si è trattato di un arretramento di portata storica che ha condannato la politica e i movimenti alla subalternità, lasciando campo libero al dominio del capitale e del denaro. Una involuzione che può diventare ancora più grave se il terreno sociale viene stabilmente occupato dalla destra nazionalista, xenofoba e fascistica. Ricongiungere la politica alla società, e viceversa, è dunque il passaggio decisivo.
Occorre coraggio e determinazione, spazzando via settarismi, opportunismi e dannosi personalismi, facendo strada invece a una cultura politica che unisca capacità di analisi e rigore morale, e ripensi il ruolo del partito politico nella piena autonomia dai poteri economici e anche da quelli dello Stato. Il modo nuovo di fare politica deve fondarsi sull’unità di teoria e pratica, di pensiero e azione, di strategia e tattica, combinando la diffusione nei territori di una rete di mutualismo, cooperazione e soccorso con la capacità di lottare nella società e nelle istituzioni per dare risposte efficaci ai bisogni emergenti in Italia e in Europa.
È utile studiare le esperienze che dopo quelle di Linke in Germania, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono emerse con Mélenchon in Francia, Corbyn nel Regno Unito e anche Sanders negli Usa. Rappresentano un fatto nuovo in controtendenza in un panorama segnato dal prevalere di forze conservatrici e di destra, sebbene nella loro differenziazione sembrano accumunate dalla difficoltà mettere in campo una reale alternativa al dominio del capitale. Di certo la prospettiva non può essere il ripiegamento nazionalista, ma non basta la critica al liberismo: la questione da mettere a tema è la crisi e il superamento del capitalismo. Sarebbe comunque un’illusione preoccupante ritenere che si possano trasferire in Italia esperienze che nascono in contesti diversi e in condizioni storico-politiche irrepetibili. Più produttivo è mettersi all’opera con tenacia perché le forze di sinistra che ancora si dichiarano tali in Europa trovino convergenze di iniziativa e di lotta sui più scottanti problemi sociali a cominciare dal lavoro, e su questa base facciano crescere un nuovo internazionalismo. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
Riaccendere la luce del pensiero critico di Gramsci
Per quanto riguarda l’Italia non si può evitare il chiarimento delle ragioni che hanno portato alla liquidazione della sinistra operaia e popolare in questo Paese. Soprattutto, nel buio della crisi generale in cui stiamo brancolando, abbiamo bisogno di riattivare la luce del pensiero politico di Antonio Gramsci, che i miglioristi del Pci, i liberisti mitigati e i fautori del «capitalismo solidale» hanno colpevolmente spento. La teoria gramsciana della funzione egemonica, da conquistare nelle sovrastrutture della cultura e della politica per poterla poi esercitare nell’organizzazione dell’economia, della società e dello Stato, capovolge lo schema della rivoluzione condotta dall’alto con un atto giacobino o con la presa del Palazzo d’inverno, fa emergere come centrale il tema del partito politico come «intellettuale collettivo», e nell’era della comunicazione universale digitalizzata è densa di inediti e inaspettati sviluppi. Non per cancellare il partito di massa, ma al contrario per rafforzarne la funzione di intellettuale collettivo al servizio della causa rivoluzionaria che produca una rigenerazione intellettuale e morale mediante l’uso delle più sofisticate innovazioni della scienza e della tecnica.
La forma del partito deve essere funzionale alla strategia di trasformazione della società, alla rivoluzione democratica che si compie attraverso l’attuazione della Costituzione. Il partito di massa, «intellettuale collettivo» che lotta anche sul terreno della cultura e della formazione del senso comune, è lo snodo decisivo di questa strategia, diversa da quella di Lenin e alternativa alle socialdemocrazie imprigionate nella gabbia dei rapporti di produzione capitalistici. Ed è anche lo strumento per demolire, con la battaglia delle idee e con i comportamenti personali, l’idea largamente diffusa che concepisce la politica come unaikea 350 260 min pratica e un costume secondo cui il cittadino - declassato a sottoposto impoverito - chiede e il politico – elevato a politicante padrone della ricchezza - concede. Un ritorno ai bei tempi del Re Sole, quando i diritti non c’erano ed esistevano solo graziose concessioni del sovrano. Il contrario del principio di uguaglianza fissato in Costituzione, che è il sale della democrazia.
Nelle condizioni determinate dal voto del 4 marzo 2018 una formazione politica che voglia coalizzare il mondo del lavoro vive se rovescia la prassi corrente, e utilizzando in modo adeguato le tecnologie della comunicazione si dà una forma non leaderistica e padronale, ma democratica e trasparente, efficiente e stabile. Non il partito del leader, ma un leader - e un diffuso gruppo dirigente - al servizio del partito. Avendo ben in mente l’osservazione di Gramsci secondo cui «un “movimento” diventa partito, cioè forza politica efficiente, nella misura in cui possiede “dirigenti” di vario grado e nella misura in cui questi dirigenti sono “capaci”», si tratta di definire regole democratiche che rispondano a un duplice obiettivo. Da una parte, la partecipazione attiva e l’autogoverno degli iscritti elevandone la cultura politica e la capacita di decisione. Dall’altra, l’attitudine alla mobilitazione sociale e alla relazione permanente con il mondo esterno, con l’insieme della società e delle istituzioni.
La formazione di gruppi dirigenti diffusi in grado di praticare non la semplice propaganda ma la capacità di lotta politica e di organizzazione di massa per strappare risultati concreti è una operazione tra le più impegnative. Non si tratta di far funzionare uno staff di tecnici e consulenti a pagamento a disposizione di un capo che comanda, ma di dare vita a organi collegiali stabili e democraticamente riconosciuti, che si assumono la responsabilità di elaborare e attuare scelte tattiche coerenti con una generale strategia di cambiamento, riconducendo nel partito politico l’unità di teoria e pratica indispensabile per poter esercitare la funzione egemonica, strappandola alla classe di comando del capitale.
Il dirigente politico di un moderno partito del cambiamento con caratteristiche di classe, di massa e popolari, che pensa e cammina usando il cervello e le gambe di milioni di esseri umani, non può essere un facitore di parole, un cesellatore di frasi a effetto, un compulsivo clickatore della tastiera il cui pensiero è elaborato da altri. «Specialista più politico» nell’unità di teoria e pratica: questa è la formula per formare dirigenti a tutti i livelli e in tutti territori, e per mettere in moto le tante energie inutilizzate e nascoste nel Paese.
Il moderno partito delle classi subalterne non è totalitario: sia perché agisce in un sistema pluripartitico, sia perché non aspira ad essere un partito pigliatutto che si sovrappone alla società per dominarla. Rappresenta e organizza solo una parte, e con questa interagisce in permanenza per elaborare proposte e indirizzi generali volti al cambiamento della società e dello Stato, cioè per produrre politica di massa non propaganda di gruppi che si richiamano alla massa. Di conseguenza, il rapporto con la classe lavoratrice in tutte le sue componenti, di genere e generazionali, non può essere a senso unico, ma si svolge in modo dialettico e interattivo, e comprende l’ascolto, l’analisi e le risposte alle emergenze della quotidianità e all’esigenza di un generale cambiamento.
Nella condizione instabile e incerta nella quale viviamo l’attendismo e la passività non avvicinano soluzioni positive. Dare forma in questa condizione a quel partito rivoluzionario delle classi subalterne di cui ha bisogno il Paese, in assenza del quale la democrazia soffoca e con essa la libertà e l’uguaglianza, è perciò il passaggio ineludibile di questo tempo.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato anche su jobnews.it

 
 
 
 

 

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'...mi batterò per tutti i lavoratori e tutti i disoccupati della regione'

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260di Tiziano Ziroli - Il 19 febbraio 2019 ho accettato con piacere l’incarico che il Comitato regionale del Pci Lazio, a voto unanime ha voluto assegnarmi, cioé far parte della segreteria regionale del partito comunista,vavrò’ un incarico delicato, occuparmi di lavoro e disoccupazione.

Il compagno Maurizio Aversa in un suo comunicato stampa, e lo ringrazio veramente di cuore, mi ha definito il fulcro della lotta dei lavoratori ciociari sfociata nella Vertenza Frusinate,vio sinceramente non mi sento il fulcro di tale lotta, ma la lotta che tuttora stanno facendo i lavoratori ciociari e i risultati che stanno ottenendo sono merito della lotta di tutti i lavoratori.

Vertenza Frusinate mi ha insegnato come fare politica per il bene comune, ha sempre lottato compatta e mi ha insegnato che la politica va fatta ascoltando tutti e poi prendere le decisioni insieme….questo e un po' quello che vorrei portare all’interno della segreteria regionale, dobbiamo essere un segreteria unita compatta e credere fermamente nelle lotte in cui saremo coinvolti.

Io cercherò nel mio piccolo di portare il mio contributo al partito, sicuramente mi batterò per tutti i lavoratori e tutti i disoccupati della regione, come già fatto nella Provincia di Prosinone.

Un argomento che vorrei anche aggiungere al discorso regionale è una nostra attenta politica sulla violenza di genere, desidero che la nostra segretaria diventi a livello regionale un interlocutore serio ed attento per tutte quelle associazioni antiviolenza che sono sul nostro terrotorio.

Il femminicidio come tale è una cosa veramente intollerabile e noi compagni abbiamo il dovere di combattere sotto ogni forma essa si presenti.
In ultimo voglio ringrazie tutti per la fiducia e spero di non deludervi…
Avanti compagne e compagni…hlvs

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Il pentagramma di Landini e il 9 febbraio

Maurizio Landini 350 260 mindi Paolo Ciofi - Il diciottesimo congresso della Cgil è stato un evento rilevante che può aprire una fase nuova nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, e perciò dell’intero Paese e dell’Europa. Ciò emerge con chiarezza dalla linea d’intervento esposta da Maurizio Landini, che in sintesi si può riassumere in cinque punti cardinali.

1.L’unità conquistata dalla più grande organizzazione sociale d’Italia e forse d’Europa nella elezione degli organismi dirigenti non consiste nell’azzeramento del pluralismo delle idee. Ma neanche nella ricerca permanente di un equilibrio tra gruppi di vertice al solo scopo della gestione di un (piccolo) potere. Al contrario, c’è bisogno di una generale sburocratizzazione verso il basso, fino a costruire un «sindacato di strada» in grado di dare risposte efficaci ai problemi che travagliano la società.

2. La scelta tra capitale e lavoro è netta. La Cgil si colloca dalla parte di tutte le persone che per vivere devono lavorare, senza equivoci e senza “mediazioni” più o meno mascherate. E ciò al fine di superare la contraddizione «tra la libertà della persona e il diritto di proprietà che oggi si ripropone con ancora più forza». Precisa Landini che non si può «accettare una società che sfrutta le persone».

3. Decisiva è la ricomposizione sociale unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori, oggi in competizione tra loro. Ciò comporta l’impianto di un nuovo tipo di contratto in grado di assicurare, con il governo dell’innovazione scientifica e tecnologica, gli stessi diritti a tutti coloro i quali lavorano fianco a fianco nella stessa filiera. Siano essi stabili o precari, uomini o donne, giovani o anziani, bianchi o neri, autoctoni o migranti. Insieme a una nuova legge sulla rappresentanza, che ricomponga le spinte alla frantumazione e alla corporativizzazione, questo è il passaggio ineludibile verso l’unità sindacale, obiettivo irrinunciabile da perseguire.

4.Poiché non si cambia l’Italia senza la centralità e la partecipazione attiva del lavoro, l’opposizione al governo in carica è netta e senza sconti. Sul piano nazionale come su quello europeo va combattuta senza esitazioni la linea della libertà di mercato, ossia del dominio incontrastato del capitale globale. Non per caso sono risuonate nel congresso le parole di Marx ed Engels «proletari di tutti i Paesi, unitevi!». L’indicazione di un nuovo internazionalismo delle forze del lavoro assume oggi grande rilievo. Come pure la proposta di un piano europeo straordinario per la manutenzione ambientale e sociale. I mezzi ci sono, ci dice il segretario della Cgil, ma bisogna andarli a prendere là dove sono. Con una patrimoniale sui grandi patrimoni esentasse, con la lotta senza quartiere all’evasione fiscale, con la progressività dell’imposizione. Il contrario della tassa piatta.

5.Il punto di riferimento evidente di questa nuova fase è la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e la lotta per la sua attuazione. Infatti la manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil, indetta a Roma per il 9 febbraio, «ha al centro i principi della Costituzione».
Non sappiamo se la linea proposta da Landini verrà applicata e avrà successo. Sappiamo però con certezza che il 9 febbraio 2019 è una data discriminante, che ci riguarda e può rappresentare l’inizio di una svolta. Non è questo il tempo della passività e dell’attesa che qualcosa ci piova dal cielo. Ognuno e ognuna di noi si mobiliti perché quel giorno lasci il segno con una grande presenza democratica, popolare e di massa.

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Frosinone: ancora tagli ai servizi e al salario dei lavoratori

1000giornidellatenda minda FrosinoneBeneComune, Blog della tenda - Ai consiglieri comunali di opposizione

Mentre alcuni lavoratori della ex Frosinone Multiservizi, vincenti cause vs cooperative che avevano sostituito la società pubblica nel 2013, stanno tornando al lavoro insieme agli altri 39 già riassunti, mentre altri attendono la restituzione del loro posto, il Comune di Frosinone continua la politica dei tagli sui servizi rendendo quello che è già misero, miserrimo.

La lunga vicenda di centinaia di lavoratori stabilizzati dopo i percorsi dei lavoratori socialmente utili non riesce a trovare una dimensione di equilibrio. Una lunga drammatica deriva è in atto senza che alcuno si opponga. Molti lavoratori sono ancora impegnati in attività socialmente utili a 20 anni di distanza; quelli stabilizzati da tempo sono oggetto di peggioramento lavorative e salariali a cominciare da quelli stabilizzati nelle pulizie delle scuola; ma anche quelli degli enti locali stabilizzati con società esterne continuano a vivere momenti di precarietà assoluta.

A Frosinone lo spacchettamento della Frosinone Multiservizi è stato un sacrificio sull’altare della scelta effettuata per il “predissesto”, il decennale piano di riequilibrio del bilancio, il cui piano prevede dal 2018 in poi due milioni l’anno da restituire ai creditori. Alle tasse al massimo, alla chiusura di gran parte dei servizi pubblici, all’impossibilità da parte della maggioranza popolazione di usufruire di quelli rimasti visti i costi, alla scelta di non investire in una politica di riequilibrio all’economia cittadina, decidendo ad esempio di optare per panem et circenses dirottando i mutui accesi per varie opere pubbliche per costruire una sola opera: la replica di uno stadio già esistente, il 2019 parte con una nuova riduzione degli importi sui servizi alla persona, ma non solo. Da contratti a 16, 14, 12, 4 ore settimanali si procede a tagli perché l’impegno dell’ente si riduce dal 25 al 30%. A quante ore si lavorerà? Potrà definirsi occupazione? Potrà essere un vero servizio quello che si svolge?

Dubbie società, dubbi amministratori, dubbi appalti, centinaia tra proroghe e affidamenti diretti per un giro di soldi di ca €.12 milioni (solo per rimanere nei servizi della Frosinone Multiservizi), hanno messo in ginocchio la città e centinaia di famiglie.

Chiediamo risposte, chiediamo un impegno politico che ponga fine a questo strazio. Chiediamo una più efficace valutazione in merito alla esternalizzazione e privatizzazione dei servizi per capire veramente chi si è avvantaggiato su queste scelte.

Frosinone 14/1/2019
Multiservizi

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Altri 16 lavoratori della ex-Multiservizi rientrano al lavoro

1000giornidellatenda minda frosinonebenecomune*, 1 novembre 2018 - Altri 16 lavoratori della ex-Multiservizi vincenti causa rientrano al lavoro. Mentre l’Amministrazione comunale, che non si fa gli affari propri, viene condannata a risarcire!

Pezzo pezzo le lotte dei lavoratori cacciati dalla Multiservizi e mai assunti nelle coop stanno permettendo il rientro. Altri 16 lavoratori sono stati “assunti” nei servizi degli ausiliari del traffico già nella coop Consorzio Uno ed ora nella coop.Terra Nostra ed Essegi 2012.

Come già la coop. Intesa, a maggio, e la Essegi 2012 a settembre, anche Terra Nostra si è attestata su più miti consigli davanti alla minaccia di una causa per la “continuità dell’appalto” che gli avvocati Di Folco ed Esposito hanno intentato per ricucire lo strappo dovuto alla fuga di consorzio Uno, oggi avviata in liquidazione, ma che nello svolgimento dei servizi ha avuto possibilità in tre anni di gestire ca 2,4 milioni di euro grazie agli affidamenti dell’Amministrazione del Comune di Frosinone!

Tra gli altri servizi, Consorzio uno aveva in gestione dall’aprile 2013 il servizio di CONTROLLO DEL TERRITORIO E MANUTENZIONE E SORVEGLIANZA DEI PARCHEGGI che ha mantenuto fino a febbraio 2016, dopo 14 proroghe consecutive e oltre 850 mila euro! Da aprile 2016 si succedono: Galatea e Consorzio Intesa. Con determinazione dirigenziale n° 1443 del 30.05.2016, con verbale prot. 26896 del 30.05.2016 [non rintracciabile nell’albo pretorio on line] è affidato alla Società Cooperativa Sociale TERRA NOSTRA con un ribasso del 1,5 % sul prezzo a base di gara (fino al 30 novembre 2016). (DET / 1443 / 2016 del 30-05-2016 e DET / 2061 / 2016 del 10-08-2016). Oggi comunque Terra Nostra continua a gestire il servizio in affidamento.

A settembre invece erano rientrati in servizio 4 lavoratori sempre di Consorzio UNO per il servizio di MANUTENZIONE ORDINARIA DEGLI IMMOBILI, ATTIVITÀ DI SUPPORTO ALLE MANIFESTAZIONI in affidamento oggi alla coop. Essegi 2012. La coop sociale Essegi 2012 viene costituita nel 2012. Nasce per integrare i servizi che già la cooperativa sociale AGROROMANO forniva (dal sito di Essegi). La “Agroromano” ha avuto Germana De Angelis, moglie di Luigi Ciavardini (ricordate Bologna?), amministratore unico fino al 2013 (dal Corsera). La coop Essegi 2012, con l’apporto della Casa circondariale, insieme all’Associazione Gruppo Idee e la coop. Agro Romano, stipulò una convenzione con il comune di Frosinone per il coinvolgimento dei detenuti nella gestione del verde pubblico.

RIEPILOGANDO: tra febbraio e maggio 2016, e dopo aver intascato € 2.365.000,00, la Consorzio Uno scompare dai servizi, e viene posta in liquidazione, dopo aver gestito circa il 30% delle risorse economiche dei servizi della Frosinone Multiservizi – quella che in assoluto ha gestito di più. E non ha mai risposto ai lavoratori vincenti le cause! Oggi 4 per Essegi2012 e 12 per Terra Nostra sono stati reintegrati anche se con stipendi che variano da €100,00 a €.350,00!

Il Comune di Frosinone non solo non ha mai difeso i lavoratori vincenti le cause, ma non trova di meglio da fare che ‘intromettersi’ nelle maglie della causa assumendo un atteggiamento strabicamente “interessato”. All’inizio 2017 alcuni dirigenti del Comune di Frosinone, con l’avallo del Sindaco, dichiaravano che la coop. Sol.co. “non risulta essere titolare di alcun credito nei confronti del Comune di Frosinone”. La Sol.co invece avrebbe gestito l’appalto dei servizi culturali fino ad aprile 2017, a più di €.28 mila al mese, fino a una discutibile ‘acquisizione di ramo d’azienda’ che fece subentrare la coop. Aton a Sol.Co. La dichiarazione, smentita dalle determine e, il 27/8/18, dalla ordinanza del Tribunale ordinario di Roma (terza sezione civile), sembrava una indebita intromissione che metteva al riparo la Sol.co dal pignoramento delle somme di quell’appalto che gli avvocati Di Folco ed Esposito avevano notificato a novembre 2016 a seguito delle cause vinte l’anno precedente da 29 lavoratori. Esemplificativa rimane la risposta del dirigente Loreto che dichiarò per iscritto di non aver “mai intrattenuto rapporti istituzionali con la Coop. Sociale Sol.co”, quando invece proprio lui come dirigente firmò i primi affidamenti nel 2013!

Alla fine della giostra, chi pagherà il credito vantato e riconosciuto dal Tribunale e la parcella per oltre €.20.000,00 in favore dello studio legale vincente? I cittadini o i diretti responsabili? Né gli uni nè gli altri….I lavoratori de La tenda pensano che debba essere il Sindaco stesso a cacciare di tasca sua questi soldi!

Basterebbe invocare la giustizia, che a Frosinone non trova casa, nemmeno seguendo semplicemente il regolamento Anticorruzione, per far bloccare la tragica farsa della gestione delle coop dei servizi pubblici che ha prodotto una emorragia economica verso soggetti non del tutto trasparenti e individuabili di più di €.12 milioni. Ma chi la invoca?

 

*fonte, dal Blog de La Tenda

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Cessione del quinto, affari a gogò per banche e finanziarie

cessione del quinto della pensione minClaudio Mezzanzanica, 11 settembre 2018 da sbilanciamoci.info - Lo scandalo della cessione del quinto. Facile e veloce, la cessione del quinto dello stipendio è l’ingresso di un tunnel per tanti lavoratori dipendenti e pensionati che non riescono altrimenti a pagarsi spese mediche e altri prestiti. Ha tassi altissimi (10%) e contenziosi più numerosi di Banca Etruria. Per banche e finanziare, affari d’oro.

“La cessione del quinto oggi è una forma di prestito conveniente e sicura”. Così scrivono banche e finanziarie nelle loro newsletter e nei volantini che distribuiscono, nei bar, fuori dai luoghi di lavoro, nelle cassette della posta… In realtà la cessione del quinto è una trappola infernale in cui stanno cadendo e sono caduti alcuni milioni di italiani. L’allarme l’ha lanciato perfino Bankitalia che nella primavera scorsa ha emanato una circolare richiamando gli operatori a una maggiore trasparenza e correttezza nella gestione dei rapporti con i clienti. La crescita dei contenziosi nel 2017, saliti a 22.000, più 40% rispetto all’anno precedente ha costretto anche il compassato istituto di via Nazionale ad agire con il solito sistema della moral suasion.

Il numero dei contenziosi del 2017 è ben quattro volte il numero dei danneggiati da Banca Etruria su cui si sono versati fiumi d’inchiostro. I risultati di questa azione di moral suasion della Banca d’Italia si scontrano con il formidabile interesse di banche e finanziarie che hanno nella cessione del quinto una straordinaria risorsa per fare utili. Il tasso di interesse di questo prestito è sensibilmente superiore a qualsiasi altro. Le banche quest’anno operano con un tasso di poco inferiore al 10%. Le finanziarie un paio di punti in più. Un pensionato che dovesse contrarre un prestito di 17.000 euro ne restituirà 25.000. Un lavoratore dipendente che dovesse contrarre un prestito di 23.000 ne restituirà 30.000 facendosi trattenere 250 euro al mese per dieci anni.

Lo scorso anno sono stati erogati poco più di 5 miliardi di prestiti con questo sistema. A questi tassi siamo a un utile lordo di oltre 500 milioni. Nessuna operazione di prestito ha un simile rendimento.
Nell’ultimo triennio i lavoratori e i pensionati italiani hanno utilizzato questa risorsa per accedere al credito in modo crescente. Trecentocinquantamila nel 2015, trecentottantaquattromila nel 2017, quattrocentoventimila nel 2017.
Il 58% di chi vi ricorre sono lavoratori dipendenti del settore privato, con una età media di 43 anni. Si tratta di circa seicentomila dipendenti che hanno ottenuto questo prestito indebitandosi, mediamente per i prossimi sette anni. Per accedere al credito bisogna avere un contratto a tempo indeterminato e lavorare in aziende con più di 15 dipendenti. Questi requisiti l’hanno circa sette milioni di lavoratori. Quindi negli ultimi tre anni il 9% dei lavoratori dipendenti del settore privato ha avuto bisogno di un prestito ottenendolo con questo sistema. Se aggiungiamo i quasi 500.000 che lo avevano avuto precedentemente scopriamo che oltre il 15% dei dipendenti privati ha ceduto il quinto del proprio stipendio a condizioni quasi suicide.
Il 35% dei sottoscrittori l’ha fatto per pagare debiti pregressi. Spesso si tratta di debiti contratti in famiglia, ma non solo. E’ un dato che conferma la difficoltà di arrivare a fine mese con gli stipendi attuali. Il 35% ha bisogno di liquidità per affrontare spese impreviste, spese per malattie. Solo l’8% fa la cessione per la casa e la stessa percentuale lo richiede per l’acquisto dell’automobile. Proprio quest’ultimo dato conferma che oltre ai bisogni per chiudere debiti pregressi esiste una persistente difficoltà da parte delle famiglie a risparmiare.

La cessione del quinto, nonostante i tassi che dovrebbero scoraggiare i clienti, resta l’unica via praticabile per pensionati o dipendenti per una molteplicità di ragioni. E’ una istruttoria abbastanza veloce che permette di avere il denaro con una discreta certezza. Non ci sono indagini sulla storia creditizia del cliente e neppure sulle motivazioni della richiesta. L’accesso al credito dopo il 2008 è stato un tormento per tutti i cittadini di medio e basso reddito. La cessione di una quota dello stipendio è una garanzia incontrovertibile.
Infatti l’uscita dal contratto è piuttosto onerosa e non può essere effettuata prima di aver pagato almeno il 40% delle rate. Poi ci sono le penali. Insomma la banca o la finanziaria fanno l’affare. Il contraente tira un momentaneo respiro di sollievo ma entra in un tunnel.

La diffusione della cessione del quinto è un altro dei segnali della crisi del reddito da lavoro sempre più inadeguato a garantire una vita dignitosa a chi il lavoro ce l’ha. La crescita della sua richiesta a dieci anni dall’inizio della crisi conferma che i lavoratori dipendenti non beneficiano di alcuno scampolo della proclamata ripresa. Se anche l’anno in corso dovesse confermarsi l’aumento delle richieste saremmo di fronte a una emergenza di massa. Perché qualche milione di dipendenti pubblici e privati, di pensionati costretti ad autoridursi il salario o la pensione per far fronte alle necessità della vita sono un fenomeno di dissesto sociale.

fonte: http://sbilanciamoci.info/lo-scandalo-della-cessione-del-quinto/

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Salvi i lavoratori della Ideal Standard di Roccasecca

IdealStandard minSalvi i lavoratori della Ideal Standard di Roccasecca, Spilabotte plaude: frutto di una sinergia responsabile fra la lungimiranza dell'imprenditoria e l'impegno del Governo.
"Si conclude con un lieto fine la lunga trattativa fra il Ministro dello Sviluppo Economico
e il gruppo che fa capo all’imprenditore Francesco Borgomeo ed ai suoi soci finanziari che acquisira' tutti i beni dello stabilimento di Roccasecca - spiega la Senatrice del PD Maria Spilabotte -.
L’impianto verrà trasformato per produzione di sanpietrini in ceramica e gli operai reimpiegati e riassorbiti. Questa operazione, possibile grazie all'investimento privato e all'attenta mediazione del Ministro Calenda, rappresenta un importante traguardo per il territorio e le istituzioni. Per mesi ho monitorato la situazione intervenendo sia attraverso gli stumenti istituzionali che affiancando i lavoratori e spalleggiandoli. Oggi, mi sento finalmente serena. Questa conclusione e' il chiaro esempio che il buon governo e la concretezza unite alla qualita dell' imprenditoria italiana sono vincenti. Questa e' ltalia che stiamo costruendo".

 

 

 
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Pietro Grasso con i lavoratori Ideal Standard

Grasso IdealStandard 350 2601 mindi Romana Compagnone - Le ultime immagini prima dl risalire sull'auto blu per la prossima tappa della campagna elettorale di "Liberi e Uguali", ritraggono il Presidente dei Senato, Pietro Grasso mentre dà il cinque ad un bimbo, figlio di un lavoratore Ideal Standard.
Un minuto prima, mentre dà una pacca sulla spalla alI'operaio Antonio Spiridigliozzi, che con le lacrime agli occhi l'ha esortato a non abbandonarlo.
«Ci sarò, sarò con te, non fare così, sarò al Mise» - gli ha detto.
Poi scortato dai suoi è risalito in macchina, il piazzale a poco a poco si svuotato e davanti lo stabilimento sono rimasti i soliti volti noti. Lunedì, si riaffollerà di nuovo: nel presidio arriverà Roberta Lombardi del MSS che, con molta probabilità, così come hanno fatto tutti quelli che in questo periodo sono passati di lì, darà il suo pieno sostengo alla causa.
Insomma se l'impegno assunto da ognuno di quelli che sono arrivati e arriveranno a Roccasecca contasse una minima percentuale sulla possibilità di sventare la chiusura dello stabilimento, allora i lavoratori sarebbero senz'altro salvi.
Purtroppo, pare non sia così. Se non è valso il patto tra multinazionali e sindacati che prevedeva il proseguimento della produzione almeno fino al 2020, non fanno star tranquilli le "strette di mano" e neanche le pacche sulla spalla.
Gli operai lo sanno, «ben vengano tutti», ma alla fine rimangono gli occhi pieni di lacrime di Antonio che là ci lavora da 24 anni e che, ripartito il Presidente e dopo aver avuto rassicurazioni ha detto: «Non cì credo, qua non ci salva nessuno. Sono disperato».
E' stato uno dei pochi a reagire così. Per il resto la visita del presidente Grasso ha portato una venata di ottimismo. Tanto ha fatto la sua disponibilità. Non si è mai tirato indietro da chi voleva abbraccialo, da chi voleva stringergli la mano e da chi voleva solo uno scatto con lui.
E' arrivato puntuale. Alle 12 esatte era già ai microfoni delle televisioni locali é nazionali. Ad accoglierlo un centinaio di operai sui 300 che lavorano nello stabilimento, i segretari provinciali delle sigle sindacali, i sindaci del territorio, molti cittadini e tutto i referenti locali della suo cartello. Per l'occasione è arrivato l'onorevole Stefano Fassina e l'ormai presentissimo Massimo Cervellini.
Si è lasciato intervistare e poi è salito sul palchetto allestito davanti la fabbrica dove a fare gli onori di casa è stato Sandro Chiarlitti (Cgil). A lui l'onore e l'onore di riassumere con la solita grinta che lo contraddistingue la situazione che stanno vivendo gli operai. Più di ogni cosa il suo intervento si è concentrato sulla volontà e la determinazione a non mollare ma soprattutto sulla necessità che il Governo sia al fianco dei lavoratori.
«Ci aspettiamo tantissimo — ha detto - non si può parlare attraverso qualche tweet (riferendosi al ministro Calenda che ha risposto ad un operaio ndr). Idela Standard 5 gennaio 18 - Pietro Grasso
Vogliamo che si faccia sentire la voce del Governo, che il Governo ci sia contro questo tsunami che devasta le persone e le famiglie. Crediamo che il 12 il Governo si debba far sentire in maniera importante».
Poi la parola è passata all'unica lavoratrice donna dello stabilimento e a Donato Grimaldi, lavoratore che seppur sulla via della pensione non manca mai di combattere la sua battaglia per quella che - lo ha ripetuto anche ieri - è la sua famiglia. Al sindaco di Roccasecca, Giuseppe Sacco invece il compito di richiamare l'attenzione sulla necessità di rimettere mano ad una legge che permette alle multinazionali di andare via dall'Italia senza che nes-suno possa fermarle. (Un punto chiave ndr)
Pochi e brevi interventi hanno preceduto l'atteso discorso di Grasso. Perché ascoltare le parole del presidente del Senato da vivo per i lavoratori e per tutti non accade tutti i giorni. Ha preso la parola, ha ringraziato per l'affettuosa accoglienza e poi, così come previsto, ha dato tutta la sua disponibilità ad essere al fianco dei lavoratori anche al Mise il 12 gennaio.

«Sono qua per darvi solidarietà, non una solidarietà vuota, ma fattiva che consisterà nel prendere contatti con il ministro Calenda e nell'essere presente con voi il 12 gennaio. Faremo di tutto perché possiate conservare i vostri posti di lavoro e le vostre famiglie possano continuare a vivere in una situazione dignitosa. Vi hanno chiesto sacrifici, vi siete addirittura tolti parte del vostro salario per consentire a quest'azienda di produrre di più e meglio e queste cose non possono passare sotto silenzio. Sono stati pagati premi di produzione alle vostre didrigenze e per il lavoro che siete riuscifi a fare e, quindi. non msi puó delocalizzare portando altrove questo tesoro che siete riusciti a creare. A questo punto veramente noi faremo di tutto, dobbiamo cercare di evitare che voi siate un esempio di come non si debba assolutamente affrontare il problema con le minacce di licenziamento».

E quindi anche l'impegno, o meglio la necessità dì mettere in conditioni le multinazionali di non poter andare via da un momento all'altro: «Intanto - ha detto - le multìnazionali che speculano sui Lavoratoti non devono più farla franca. Non é passibile che vengano a speculare sui satiritici del lavoratori e portino altrove i profitti per sanare situazioni di dissesto crerate dalla loro cattiva amministrazione.
Questo non può essere più consentito nel nostro paese: dobbiamo pensare a risolvere questi problemi in maniera radicale attraverso sanzioni serie nei confornti di ditte che, appunto, crecano di sfruttare il nostro Paese, i nostri luoghi, le nostre fabbriche e i nostri lavoratori. E quindi siamo con voi, a difesa dei posti di lavoro e di tutti quei giovani che in queata provincia non riescono a trovarlo».
«So - ha continuato - che c'è il 50 per cento di disoccupazione giovanile in questa provincia, un tasso così alto è inammissibile».
Un intervento impeccabile e accorato che i presenti hanno accolto con favore, apprezzando, lo hanno riferito in molti la semplicità e la disponibilità di una persona che ricopre una carica istituzionale tanto importante come quella di Presidente del Sentato. Pietro Grasso e i rappresengtanti di Liberi e Uguali
Questa la reazione dei più alla quale ha fatto da contraltare quella di chi non ha potuto far finta dì non aver sentito: «Dovete portare avanti la vostra bandiera - ha detto durante l'intervento - e noi dobbiamo cercare soluzioni su tutto il territorio, su tutta la provincia di Frosinone. So che ci sono altre situazioni del genere: Fca ha chiuso e lo sappiamo bene e sappiamo bene quante altre aziende sono in queste condizioni».

Che l'Fca non abbia chiuso in questo territorio è nelle conoscenze di tutti e il timore che Grasso conosca poco la realtà della provincia ma abbia invece studiato la vicenda Ideal per l'occasione, non è stato di pochi.
Questo l'unico neo di una visita impeccabile. Finito l'intervento Grasso, accompagnato dai sindaci e dalle Rsu e dal parroco di Roccasecca, ha fatto un giro nello stabilimento dove ha potuto constatare con mano il lavoro quotidiano che svolgono gli operai della ceramica. Al ritorno sul piazzale ha dispensato sorrisi e saluti a tutti. Si è lasciato fotografare dinanzi agli striscioni simbolo della lotta degli operai. Poi è andato via con la promessa fatta ad Antonio: quella di esserci.
Insomma Grasso ha portato una ventata di ottimismo, così come lo hanno fatto Zingaretti, Cervellini, Civati e come lo faranno quelli che verranno. Tutti hanno stretto una sorta di patto con i lavoratori, ora c'è solo da rispettarlo.
«I patti vanno mantenuti» — ha detto Grasso in pima battuta riferendosi alla società.
Il sostegno c'è. Se questo porterà risultati è da vederlo, in caso contrario potrebbe sempre esserci il piano b.

 
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