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Solidarietà lavoratori Burgo di Sora con quelli Reno de Medici

Solidarietà

Reno De Medici 390 minI Lavoratori iscritti alla SLC CGIL della Cartiera Burgo di Sora, esprimono solidarietà e vicinanza alle Lavoratrici e ai Lavoratori della Cartiera Reno de Medici di Villa Santa Lucia, che in questi giorni stanno lottando per la difesa del proprio posto di lavoro.

Sappiamo che il nostro territorio non offre opportunità di lavoro alternative, quindi uno Stabilimento importante come quello della Reno de Medici deve essere difeso a tutti i costi, con la consapevolezza che l’ambiente e la salute pubblica devono essere sempre preservate, pertanto ci auguriamo che si trovino al più presto soluzioni sostenibili per permettere il riavvio completo dello stabilimento.

Noi ci faremo trovare pronti, nel caso dovesse servire e ci uniremo alla giusta lotta per il lavoro, l’occupazione e la sostenibilità ambientale.

Un caro saluto ai nostri Colleghi.

 

Dai lavoratori SLC - CGIL Burgo di Sora
Lotte sindacali per il lavoro

 

 

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Ce lo dice l'Europa: l'art.18 era giusto

art18 390x280Articolo 18: sacrosanto

Ora chi di dovere rimetta tutto a posto quello che è stato tolto ingiustamente. lo dice l’Europa, il jobs act lede i diritti dei lavoratori.
Il jobs act era ed è un regalo ingiustificato fatto da quella politica e da quei partiti che lavorano solo per i padroni-padrini.

Non è giuridicamente vincolante ma è politicamente importante la decisione del Comitato dei Diritti sociali del Consiglio d’Europa a Strasburgo in tema di jobs act. Richiama infatti il governo italiano al rispetto dell’articolo 24 della Carta sociale europea, che sancisce il diritto di ogni lavoratore ingiustamente licenziato di ricevere una tutela effettiva, e realmente dissuasiva nei confronti del datore di lavoro. (scrive Riccardo Chiari su ilmanifesto.it)

Diritti negati. Il Comitato dei diritti sociali di Strasburgo richiama il governo italiano al rispetto dell’articolo 24 della Carta sociale europea, che sancisce il diritto di ogni lavoratore ingiustamente licenziato di ricevere una tutela effettiva, e realmente dissuasiva nei confronti del datore di lavoro. Soddisfatta la Cgil, che aveva presentato il reclamo. Maurizio Landini: "Con il jobs act sono stati ridotti dei diritti, e quindi è necessario che quelle leggi sbagliate vengano cambiate".

La decisione del comitato dei diritti sociali del Consiglio d’Europa a Strasburgo in tema di jobs act è nei fatti un altro colpo di piccone alla controriforma Poletti-Renzi, che cinque anni fa cancellò le tutele dell’articolo 18 per i nuovi assunti.

La decisione del Comitato di Strasburgo, come osserva il giuslavorista Giovanni Orlandini, va ad aggiungersi a quella della Consulta, che due anni fa aveva bocciato la disciplina del jobs act in tema di licenziamenti illegittimi, perché predeterminava l’indennizzo in base all’unico criterio dell’anzianità di servizio.

Ma anche dopo le modifiche del 2018, spiega ora il comitato dei diritti sociali, la controriforma Poletti-Renzi rimane in contrasto con la Carta sociale europea, perché esclude a priori la possibilità di essere reintegrati, e fissa l’importo massimo dell’indennizzo al lavoratore: 36 mesi di retribuzione per gli addetti di imprese medio-grandi, e 6 mesi per quelli delle piccole imprese. E questo impedisce al giudice ogni possibilità di valutare e di riconoscere l’eventuale danno supplementare subito dal lavoratore a seguito del licenziamento.Maurizio Landini 350 260 min

«Questo è il risultato di un reclamo collettivo presentato dalla Cgil nel 2017, con il sostegno della Confederazione europea dei sindacati – ricordano da Corso d’Italia – e il Comitato di Strasburgo ha accolto tutte le contestazioni fatte dalla nostra Consulta giuridica. Riconoscendo che il jobs act è in contrasto con l’articolo 24 della Carta sociale europea, che sancisce il diritto alla reintegra per ogni lavoratore ingiustamente licenziato. Oppure, se questa non è concretamente praticabile, un risarcimento commisurato al danno subito, senza ‘tetti’ di legge».

Ora il commento di un soddisfatto Maurizio Landini: «Il Comitato dice che il jobs act viola dei diritti, a partire dal fatto che se uno è licenziato ingiustamente deve avere un congruo risarcimento senza tetti, e la possibilità che il giudice possa decidere anche per il reintegro. Ora troverei utile che si tenesse conto di quello che dice l’Europa anche per quanto riguarda i vincoli sociali che ci pone, oltre a quelli economici e finanziari».

A seguire un’osservazione di carattere generale: «Il problema non è che ha ragione la Cgil, ma che sono stati ridotti dei diritti, e che quindi è necessario che quelle leggi sbagliate vengano cambiate. Questo è un messaggio molto chiaro perché si riapra una discussione sui licenziamenti, sia individuali che collettivi, e per quello che ci riguarda si reintroduca il reintegro di fronte al licenziamenti ingiusti».

Infine un ulteriore documento all’esecutivo di Giuseppe Conte: «Noi abbiamo depositato in Parlamento una Carta dei diritti, che chiede di fare un nuovo Statuto dei diritti di tutti i lavoratori, anche di quelli che oggi hanno rapporti di lavoro autonomo. Ora vorremmo che a cinquanta anni dello Statuto dei lavoratori, che festeggeremo il 20 di maggio, non sia semplicemente ricordato ciò che non c’è più, ma che questa diventi l’occasione per ridare ai lavoratori e lavoratrici italiani un nuovo Statuto».

 

fonte: Riccardo Chiari da ilmanifesto.it

 

Diritti dei lavoratori

 

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Il lavoro e il potere contrattuale del sindacato dei lavoratori

Icisl bandiera 225150ntervista raccolta da Flaminio Grimaldi per la CISL di Frosinone

D: Che significa lavoro contrattato e partecipato?

R: Ho sempre sostenuto e continuo a sostenere che il “lavoro contrattato e partecipato” eleva, innanzitutto, la dignità sociale ed economica della persona, sia lavoratore che cittadino, di questa nostra repubblica fondata sul lavoro.

D: E il potere contrattuale del sindacato?

R: E' verificabile, pur in tempi e modalità diversificate, che il “potere contrattuale”di un sindacato democratico favorisce “il patto” - ad ogni livello - delle condizioni normative ed economiche del “lavoro partecipato”mediante contratti nazionale, settoriali, aziendali e territoriali.

D: Per il bene comune ?

R: Si, constatato di fatto che nella logica profittevole delle imprese – non escluse le multinazionali – le proclamate finalità del “bene comune” e le nuove condizioni delle persone non sempre sono partecipate. Anzi, ancor più, nel terzo millennio, in un mondo globale del lavoro umano, dal caporalato non solo agricolo e edile italiano ma, anche, in quello del mercato del lavoro industriale tecnologicamente avanzato, sia occidentale che asiatico, il disagio dei lavoratori viene misurato con i limiti competitivi dei bassi salari.

D: La contrattazione nel 2011 tra la domanda e l'offerta di lavoro?

R : Anche nel 2011 la contrattazione collettiva ad ogni livello sarà - a mio avviso - drammaticamente condizionata dalla variabile dipendente sia della domanda che dall'offerta di lavoro. Questa è la vera verità.

D: Anche un lavoro più professionale è mercificato ?

R: Viene richiesto lavoro più qualificato ma non sempre è lavoro dignitoso della persona. E' un lavoro ancora mercificato e utilizzato meccanicamente per esigenze robatizzanti nel nuovo modo di produrre durante l'impegnato turno di lavoro giornaliero.

D: Sono i nuovi parametri produttivi della contrattazione collettiva nel nuovo modo di produrre, partendo dalla FIAT?

R: Con questi nuovi parametri - verificabili - è stata avviata e va evidenziandosi la contrattazione collettiva sul nuovo modello produttivo - da verificare – e che non potrà non essere condivisa dalla maggioranza dei lavoratori se delegheranno i loro sindacati a trattare, partendo dalla FIAT. Ed è in questo interessante nuovo scenario che lo stesso referendum definito “storico o meno storico” - con un si o con un no - rappresenta, comunque, una “svolta epocale” e un invito a valutare l'avvio di una corresponsabile scelta, del sindacalismo democratico, di contrattazione collettiva innovativa negli anni 2011. Vale a dire: di una proposta “ riformatrice” della contrattazione collettiva definita di “secondo livello settoriale” che non casualmente è stata avviata nella multinazionale FIAT ed a seguito dell'investimento nell'automobile programmato e in corso di verifica sindacale, sia a Pomigliano che a Mirafiori – peraltro – aperto a possibili investimenti negli altri siti FIAT di Fabbrica Italia.

D: E' sufficiente liquidare con un sì o con no referendario una svolta, definita epocale, della contrattazione collettiva aziendale?

R: Oltre i si ed i no, l'accordo sindacale FIAT è certamente un positivo segno di evoluta e coerente corresponsabilità verso l'esercizio del diritto al lavoro che manca, quale nuova cultura solidale di un sindacato di lavoratori che assume la certezza del lavoro e traguarda verso il pieno impiego di milioni di giovani che attendono un lavoro da “contrattare e partecipare” fino ai livelli aziendali. Aggiungo che è, ancor più, una “intesa solidale” proprio in presenza di una contestuale e persistente crisi della occupazione italiana che nel 2009 perde 185.000 posti di lavoro e nei primi due trimestri 2010 se ne perdono altri 400.000 tra gli occupati di età 15-34 anni , mentre nella fascia 35-44 anni, come evidenziato dal CENSIS, la occupazione decresce del'1,1% tra il 2008-2009 e dello 0,7% nel 2010. Lo scenario occupazione si inserisce, quindi, nella crisi del lavoro produttivo ed in carenza di una “politica attiva del lavoro” congiunta ai segnali della insufficiente crescita economica italiana, con l'evidente disagio sociale – individuale e famigliare – tamponato, in parte, dai sostegni al reddito con le integrazioni salariali INPS per le centinaia di migliaia di ore non lavorate sin da luglio 2007.

D: Il dopo referendum ha provocato altri commenti?

R: Erano attesi altri commenti al referendum FIAT e mi riferisco in particolare al Prof. Tito Boeri che con realismo ha affermato : “l'accordo storico FIAT ha confermato un disaccordo senza precedenti ed ha auspicato che il Governo si schieri a favore del Paese, anziché della FIAT o di questo o di quel sindacato, e spinga che siano anche salvaguardati in Italia, i livelli occupazionali”. E il Prof. Senatore Pietro Inchino, promotore di innovative relazioni industriali da sostenere anche con leggi, ha definito la svolta della multinazionale FIAT “una esperienza straordinaria di democrazia sindacale a somma positiva che giova anche a chi rimane in minoranza e consente, almeno, di far sentire la propria voce”. Sono - a mio avviso – autorevoli commenti che sollecitano aperture e confronti in presenza di pluralismo sindacale, proprio per continuare a “contrattare e partecipare” ai risultati derivanti dalle impegnate e innovative condizioni di lavoro. Sono, peraltro, autorevoli commenti che orientano a sconfiggere anche le strumentali egemonie politiche-partitiche nei luoghi di lavoro e favoriscono l'avvio dell'esercizio dei diritti di democrazia economica, da regolare, con accordi tra organizzazioni nazionali interconfederali sindacali più che dalle leggi.

D: Ma nel 1993 sono stati sottoscritti accordi interconfederali sul “sistema contrattuale” non siamo all'anno zero, quali le prospettive nei prossimi anni?

R: Nel dicembre 1993 sono stati sottoscritti accordi interconfederali sia per la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie che per la “rappresentatività” - definita proposta nel maggio 2008 dalla CGIL-CISL-UIL - nel contesto complessivo della “riforma del sistema contrattuale” funzionale alla definizione delle condizioni normative ed economiche di lavoro a tutti i livelli: dal nazionale, al settore produttivo, all'azienda ed ai territori. Come si può osservare, non siamo all'anno zero. Partendo dalle storiche e positive esperienze del movimento sindacale democratico dei lavoratori - liberamente associato e riconosciuto dalle istituzioni - si deve proporre ai governi la crescita produttiva di oltre il prevedibile 1% annuo per dare fiducia e speranza di lavoro ai giovani e per favorire, con la ripresa dello sviluppo economico, una concreta riduzione della continua crescita del debito pubblico.

30 dicembre 2010

 

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PCI scrive a Governo per situazione drammatica lavoratori del Lazio

Bandiera pci 350 260Roma. Il PCI scrive a Governo su situazione drammatica lavoratori del Lazio.

Il Partito Comunista Italiano, nel Lazio, negli ultimi mesi ha densamente aumentato la propria attenzione e partecipazione diretta a fianco dei lavoratori nei vari momenti di lotta. Valgano la vicinanza e partecipazione attiva a Vertenza Frusinate, così come la presenza a fianco dei lavoratori di Mercatone Uno, dei dipendenti di Metro C, delle scuole, e così via. Ora in questa dovuta presenza per la nostra scelta di essere riferimento della classe lavoratrice, proprio come Partito Comunista Italiano, pure dopo vari incontri regionali, ultimo con l’assessore Di Berardino, abbiamo deciso di chiamare in causa il Governo tramite il proprio responsabile del settore. Per quanto possiamo non ci fermiamo e continuiamo a chiedere che siano risolti problemi drammatici e urgenti, così come quelli strutturali. Da qui nasce la lettera (di seguito riportata) .

La situazione delle vertenze nel Lazio risulta drammatica da qualche anno. E ogni anno, anziché individuare soluzioni siamo costretti a chiedere che si trovino i soldi per finanziare gli ammortizzatori sociali. Da 16 aree di crisi complessa si è arrivati a 20 ed ogni anno si aggiungono chiusure aziendali e disoccupazione crescente, in una regione che non riesce ad attrarre investimenti aiutino a superare una crisi che si protrae da troppi anni e grava su un tessuto sociale ormai in grave difficoltà. Nel 2017 un emendamento una legge di bilancio permise di allungare la mobilita’ per i lavoratori di ben 16 aree di crisi complessa.

Il governo in quel periodo stanziò 117 milioni da suddividere tra le 16 aree Nel 2018 anno il governo giallo-verde nella legge di bilancio conferma lo stanziamento di 117 milioni ma le aree di crisi complessa aumentarono siamo ora a 20. In attesa che la Regione Lazio metta in atto politiche attive di reinserimento di questi ex lavoratori nel mondo del lavoro crediamo che sia doveroso che il Governo si faccia carico di trovare un percorso di continuità alla mobilità per questi lavoratori. E’ compito dello Stato attuare politiche del lavoro in grado di dare risposte che favoriscano l’occupazione.

Le risorse nel paese, così come nel Lazio, non mancano. Dal riassetto idrogeologico, ai beni culturali, alla capacità di attrarre investimenti produttivi, che creino lavoro e mettano a valore il territorio. Il PCI chiede che il governo e la Regione trovino le risorse che oggi sembrano essere sparite dalla legge di bilancio, affinchè queste numerosissime famiglie riescano a vivere. Lo stesso Governo dovrà fare sì che la Regione Lazio attui quelle politiche attive per il lavoro di cui da anni si parla ma che ancora non hanno visto alcuna attuazione. Si parla di disoccupazione in calo e di nuovi occupati ma ciascuno di noi conosce il metodo di composizione di queste statistiche. Si conteggiano anche gli occupati per poche ore o pochi giorni e non è questo il lavoro che garantisce sussistenza alle famiglie ed al paese.

Per questa ragione chiediamo direttamente al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di attivarsi al fine di trovare una soluzione occupazionale reale e duratura a questi, tantissimi, lavoratori, che subiscono una crisi che non è stata provocata certamente da loro. Nel frattempo è necessario trovare le risorse affinché si rinnovi la mobilità, che, ad oggi, dopo molte parole che non hanno trovato riscontro nella realtà, è l’unica garanzia per queste famiglie di poter vivere con dignità.

 

Lucia Mango, Segreteria Nazionale PCI, resp. Lavoro
Oreste della Posta, Segretario Regionale PCI Lazio

 

 

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Ferentino: contenzioso Comune-Lavorgna lo pagano i lavoratori

maurizioberretta 350di Maurizio Berretta - “Ferentino - contenzioso Comune / Lavorgna, a pagarne le conseguenze sono sempre i padri di famiglia”

Maurizio Berretta Capogruppo della Lega: “Appare evidente che per le mancanze della Giunta comunale di Ferentino e della ditta appaltante per il servizio di raccolta dei rifiuti, ormai in contenzioso legale da mesi e mesi, chi e’ che ne paga le conseguenze, sono i lavoratori.
E’ del 13 Novembre scorso il provvedimento della ditta Lavorgna, affidataria del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani, che comunica ai lavoratori (circa 30 persone) che a partire dalla retribuzione di Ottobre 2019 sara’ impossibilitata a garantire il regolare pagamento dello stipendio, tutto cio’ dovuto all’applicazione delle “ILLEGITTIME PENALI CONTRATTUALI DA PARTE DEL COMUNE”.
Gia’ il 04 Aprile 2019 si era espresso il Tribunale di Roma con ordinanza 3148/2019 condannando il Comune di Ferentino a restituire 328.000,00 alla ditta appaltatrice impropriamente non pagate dal Comune di Ferentino, nei mesi successivi il Comune ha continuato l’opera di contestazione e di addebito delle penali, avvalendosi di professionisti esterni con consulenze pagate a peso d’oro, ma di fatto si e’ arrivati alla soluzione piu’ indecorosa, il blocco dei salari a chi si alza ogni mattina presto per garantire un servizio vitale alla comunita’, a chi con quello stipendio garantisce le risorse alla propria famiglia, fa studiare i propri figli, paga le tasse e magari si cura anche,
I lavoratori, stanno chiedendo da diversi giorni un incontro risolutore anche con il Comune, ma chiaramente ad oggi nessuno si e’ prestato ad ascoltarli.
Lo scollamento tra la Giunta comunale e la nostra realta’ locale e’ evidente, poco attenta alle reali esigenze, di fatto tutta apparenza e niente sostanza. Da parte nostra, come Lega, la massima solidarieta’ alle 30 famiglie dei lavoratori senza stipendio, pronti, al loro fianco, a sostenere le loro ragioni in ogni consesso.
Al Sindaco Pompeo chiediamo di non esitare ulteriormente, porre la l’attuale vertenza come priorita’ nella propria agenda, e far sbloccare immediatamente il pagamento degli stipendi, ma soprattutto per il futuro ad avvalersi di una squadra politica piu’ collaborativa, Assessori e Consiglieri comunali, come nel caso gli assessori competenti all’ambiente ed alle finanze “assenti ingiustificati” su ogni problematica”
Ferentino, li 16 Novembre 2019

*Maurizio Berretta
Capogruppo della Lega

 

 

 

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Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Regione Lazio. Dopo incontro aree crisi, Ziroli (PCI): basta soliti rinvii sulla pelle dei lavoratori.
In un comunicato che riportiamo riassunto, (Agenzia Nova) sembrerebbe accennarsi a un qualche passo positivo. Purtroppo, come commenta Tiziano Ziroli, responsabile Lavoro del PCI Lazio, è la macchina del rinvio. Che non consente ,ad esempio, neppure di intervenire da parte dei Comuni che hanno ormai tempi strettissimi per eventuali presentazioni di progetti specifici!

"Si è tenuto oggi un incontro con l'assessore regionale Claudio Di Berardino per avviare le politiche attive nei territori di area di crisi complessa. Dopo una lunga discussione la Regione ha deciso di riconvocare… Poi sugli over 58 - continua la nota - la Regione convocherà il 13 settembre gran parte dei comuni …”. Questo, invece, il pensiero critico, che è stato esposto anche ai rappresentanti della Vertenza Frusinate da Ziroli: Ieri si e svolto un incontro in regione per le aree di crisi complessa Frosinone e Rieti. “L'incontro secondo il mio punto di vista non ha portato risultati ma solo un solito rinviare". Le questioni che dovevano uscire fuori erano:
1) le determine per il pagamento delle mobilità sono state inviate al Ministero?
2) la Regione ha già chiesto al nuovo governo...di cui ora il PD fa parte...la deroga per il 2020?
3) loro convocano i sindaci e gli imprenditori...ma con quali progetti?...con quale politiche industriali?

"Inoltre i lavoratori finiranno la deroga il 21 novembre...e ci siamo oramai... il tempo è breve.. quindi perchè tutti questi rinvii?”. Gli over 58 se tutto va bene nei lavori di pubblica utilità lavoreranno solo per 12 giorni...e per ultimo ma forse ancora più grave i soldi che la regione Lazio ha per le deroghe potrebbero non bastare in quanto vanno suddivisi tra le mobilità e le casse integrazioni straordinarie. ...
“Il PCI, - come ricorda anche il segretario del Lazio, Oreste della Posta -, continuerà a monitorare e ad essere sempre disponibile a sostenere le lotte dei lavoratori e dei senza lavoro. Non per nulla sia le iniziative regionali che le priorità nazionali che stiamo attivando, sono tutte con il Lavoro quale faro di analisi, di intervento sociale, di scelta politica. Dignità e qualità del lavoro in sicurezza per i lavoratori, sia di tipo già noto, la fabbrica, i campi, gli uffici, ma anche i cosiddetti nuovi mestieri".

 

 

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Primo maggio a Isola del Liri

1Maggio IsoladelLiri 460 minLe storie del corteo del primo maggio a Isola del Liri*, raccolte opportunamente in questo volume a cura di Paolo Ceccano, compongono in realtà il quadro di un’unica grande storia. Ricca e contraddittoria, fatta di vittorie e di sconfitte, comunque indispensabile per comprendere il mondo di oggi. Senza di che è impossibile cambiare la dura realtà in cui viviamo, nella quale rischiano di essere travolte le persone - uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti - che per vivere devono lavorare. Se non sai da dove vieni, è difficile imboccare la giusta via verso il futuro. E comunque tagliare le proprie radici nella speranza di crescere meglio è solo un clamoroso qui pro quo, se non «il gesto inutile di un idiota», come avevano preconizzato François Mitterrand ed Enrico Berlinguer.

 

Questo è un libro utile e necessario, che in me ha suscitato emozione e di cui consiglio la diffusione e la lettura. Isola del Liri e il primo maggio sono infatti il luogo e la data dove confluiscono e si mescolano tante vicende della storia lunga, tormentata e difficile, ma proprio per questo tanto più esaltante, della liberazione del lavoro. Una storia che non è finita, sebbene la prospettiva appaia quanto mai incerta in questa fase del capitalismo globale digitalizzato.

 

Ma non è vero che viviamo in un mondo governato da leggi “oggettive”, addirittura naturali e quindi immutabili, dal quale non si può uscire. Secondo Margaret Thatcher e i suoi epigoni non c’è alternativa («There is no alternative»), se non quella di soccombere di fronte alla dittatura del capitale, promossa dalla gentile signora e da Ronald Reagan sotto le bandiere del liberismo dilagante. E siccome in questa visione la società non esiste, ma a detta della medesima gentile signora esistono solo individui, con un formidabile testacoda del pensiero, negando la divisione della società in classi, si giunge alla negazione dell’esistenza stessa del capitale nella fase della sua dittatura generalizzata e illiberale.

 

Per poter agire con efficacia nel presente è dunque indispensabile liberarsi di ogni ciarpame e falsificazione del liberismo, arrabbiato o mite che sia. E avere ben chiaro che il capitale non è semplicemente una cosa, un accumulo di mezzi finanziari, magari occultati in un ben protetto paradiso fiscale nel cuore dell’Europa. E neanche un insieme di strumenti di produzione e di comunicazione. Non è oggi un algoritmo, e tanto meno il cosiddetto capitale umano, vale a dire le persone in carne ed ossa che lavorano per generare un profitto a vantaggio di chi detiene gli strumenti di lavoro. Il capitale è diventato talmente dominante che nel suo linguaggio persino la forza-lavoro, fisica e intellettuale, contenuta in ogni corpo umano viene denominata capitale.

 

Ma al di là delle denominazioni - industriale, finanziario, bancario, digitale, fisico, umano, fisso, mobile, ecc. ecc. - il capitale, come ci ricorda Karl Marx, è prima di tutto un rapporto sociale, ossia un rapporto tra gli esseri umani mediato dalle cose, da un enorme accumulo di merci. In cui una parte - minoritaria - detiene i mezzi di produzione e di comunicazione, culturali e finanziari, indispensabili per ingaggiare la forza-lavoro umana al fine di ottenere un profitto. E un’altra parte - di gran lunga maggioritaria - non disponendo di null’altro se non delle capacità individuali, intellettuali e fisiche, vende la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Quindi, come tutte le relazioni umane, anche il capitale ha un inizio e una fine. In ogni caso la storia ci dice che si tratta di un rapporto sociale non cristallizzato in una forma immutabile bensì in continuo movimento e sempre in evoluzione, per effetto dello sviluppo delle forze produttive, del progredire della scienza e della tecnica, dei rapporti di forza tra le classi. Non solo sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico.

 

Dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza che il primo maggio a Isola del Liri come punto di raccolta della classe lavoratrice e operaia dell’intero comprensorio di Sora ne è la conferma e la dimostrazione evidente. A cominciare dalla industrializzazione dell’Ottocento intorno alle cartiere e ai lanifici, che per l’epoca hanno fatto di questa straordinaria cittadina un centro industriale di notevole rilievo già prima dell’unità d’Italia, si percorrono qui, nella media valle del Liri in bilico tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, tutte le tappe della formazione di una combattiva e solidale classe operaia. Fino alla crisi industriale del nostro tempo e alla sua estinzione.

 

Nel 1852 si ha un primo significativo episodio di luddismo, quando gli operai scaraventano nel fiume una macchina che avrebbe espulso soprattutto manodopera femminile addetta ai telai. Si fa fatica a configurare il conflitto di classe, individuando nella macchina, ossia nell’oggetto inanimato e non nel soggetto, ossia nel padrone ben vivo che la usa per ridurre salari e occupazione, la causa dello sfruttamento. In quello stesso anno, con il Manifesto degli oppressi lavorieri di Arpino, comincia tuttavia a farsi strada una prima forma di coscienza di classe.

 

Gli echi della rivoluzionaria analisi di classe proposta dal Manifesto di Marx ed Engels nel 1848 arriveranno nella nostra penisola molto più tardi. A Isola del Liri nel 1863 viene fondata la Società operaia di mutuo soccorso. Dalla carità al mutualismo e alla solidarietà il passo avanti è notevole e si compie sotto l’influenza delle idee di Mazzini e Garibaldi. Fino al significativo punto di approdo rappresentato dalla formazione della Camera del lavoro, istituita agli inizi del Novecento.

 

Al di là degli sprazzi di luce che la illuminano nelle pagine che seguono, sarebbe di grande interesse una ricostruzione sistematica della storia del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in provincia di Frosinone e in tutto il basso Lazio. L’Università di Cassino e anche i sindacati potrebbero aiutare. Se i giovani e le ragazze, a cominciare dalla scuola, conoscessero le lotte e i sacrifici delle generazioni che li hanno preceduti per la conquista del lavoro e della libertà, dei diritti e della dignità, fino alla conquista storica della Costituzione e oltre, sarebbero più sicuri del loro avvenire. E potrebbero attrezzarsi per disporre degli strumenti culturali e politici adatti a cambiare lo stato delle cose presente.

 

Dai primi albori del Partito socialista segnati dalla strage di Bava Beccaris nel 1898 al decennio giolittiano con la nascita della Cgil nel 1906, e poi al fascismo che cresce sulle macerie del movimento operaio e dei lavoratori, e distrugge le libertà sindacali e politiche annegando il primo maggio nella ricorrenza per il natale di Roma, il cammino per la rinascita e per nuove, più avanzate conquiste è stato lungo. Ricomincia nel 1943 con gli scioperi alla Fiat di Torino e con la guerra partigiana di liberazione. Nel 1944 rinasce il sindacato unitario Cgil e rinascono dopo la clandestinità i partiti antifascisti, che approvano la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro quando il Pci era già stato escluso dal governo, dopo il viaggio di De Gasperi negli Usa.

 

Si fa sentire la «guerra fredda» e con essa la rottura del sindacato unitario: si costituisce la Cisl insieme ad altre sigle sindacali. Ma in pari tempo non cessano le lotte operaie e popolari per l’attuazione dei diritti costituzionali e gli scioperi al rovescio per il lavoro. Il «biennio rosso» del 1968-69 si conclude con grandi conquiste costituzionali, civili e sociali, che culminano con lo Statuto dei diritti dei lavoratori nel 1970. Poi la controffensiva e la vittoria planetaria del capitale. Finisce il Novecento e sul fronte orientale crolla il modello sovietico mentre sul fronte occidentale il modello socialdemocratico, convertito al pensiero liberale, diventa organico al sistema dominante e fornisce pezzi di ricambio al capitale.

 

Siamo arrivati ai nostri giorni e in Italia vengono messe in discussione le fondamentali conquiste del lavoro, vale a dire le basi stesse della nostra democrazia. La nuova destra del dopo Berlusconi individua nei migranti il nemico da battere alimentando una distruttiva guerra tra poveri, ma il bersaglio grosso è la Costituzione. Nel libro si ricordano i fatti di Isola del Liri del 17 febbraio 1949, quando carabinieri e poliziotti, in assetto di guerra e armati fino ai denti, danno l’assalto allo stabilimento delle Cartiere Meridionali occupato dagli operai per evitare 250 licenziamenti e aprono il fuoco. Si contano 38 feriti di cui 7 gravi. Non ci sono stati morti per puro caso, al contrario di quanto è accaduto in altre città d’Italia. Erano gli anni in cui il ministro degli Interni Mario Scelba dichiarava che la Costituzione «è una trappola».

 

In realtà, la nostra Carta fondamentale, su cui si regge il patto tra gli italiani, è sempre stata un terreno di lotta. E lo è maggiormente oggi, in presenza di una rivoluzione tecnica e scientifica fondata sul digitale, che consentirebbe di accrescere il benessere di tutti ridefinendo i principi di libertà e uguaglianza attraverso la tutela del lavoro e dell’ambiente. Invece di usare scienza e tecnica per concentrare ricchezza e proprietà a vantaggio di pochi. La Costituzione antifascista, entrata in vigore nel 1948, non è la codificazione di un regime retrogrado da abbattere, al contrario è un progetto di più alta civiltà che guarda al futuro, aperto all’affermazione di nuovi diritti a vantaggio soprattutto delle generazioni che verranno. Come emerge con chiarezza dall’articolo tre (seconda parte), che sancisce l’uguaglianza sostanziale ben oltre le cosiddette pari opportunità.

 

Emblematico è il caso del diritto alla conoscenza reso possibile da Internet, che però resta vano se la condizione materiale e culturale dei soggetti crea discriminazioni ed esclusioni. Ecco perché a mio parere il primo maggio, ancora ben presente nell’immaginario di Isola del Liri - come del resto questo volume testimonia - e inteso come simbolo delle storiche conquiste del lavoro, non è semplicemente un testamento culturale al quale guardare con devozione come a un santino. È invece il riferimento simbolico di un progetto di nuova società incarnato nella Costituzione. Di cui riappropriarsi liberandone tutte le potenzialità, e ricostruendo su questa base l’unità della classe lavoratrice del XXI secolo, di tutte le persone che per vivere devono lavorare.

 

La riconquistata unità d’azione tra Cgil, Cisl e Uil sulla base di un programma di rivendicazioni concordato e la dichiarata autonomia dal quadro politico sono fatti positivi, ai quali guardare con interesse e da agevolare. Ma non bastano. Non si può ignorare la contraddizione lacerante in cui vive il Paese, e che non può durare a lungo. Da una parte, la Costituzione che fonda sul lavoro (non sul capitale) la Repubblica democratica, e pertanto «tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», imponendo dei limiti all’iniziativa economica e alla proprietà privata e imbastendo una fitta trama di diritti sociali ben oltre la visione liberale dei diritti civili. Dall’altra, la sostanziale affermazione di un regime istituzionale monoclasse, che di fatto esclude le lavoratrici e lavoratori del nostro tempo dalla rappresentanza e dalla organizzazione politica.

 

È questo vuoto che bisogna colmare. E il primo, ma fondamentale, passo da compiere è impugnare con coraggio la bandiera della Costituzione come progetto del cambiamento. Innalziamola questa bandiera. Facciamolo già in questo primo maggio. Facciamo conoscere ovunque un progetto di cambiamento che rivoluziona lo stato di cose presente ponendo l’economia al servizio degli esseri umani, e non viceversa come oggi accade. Non per rinchiuderci nel recinto nazionale, e tanto meno per spezzare l’unità del Paese. Ma per portare in Europa i principi universali della nostra Carta.

 

Diciamolo con chiarezza ai nuovi proletari del nostro tempo: ai giovani, disoccupati e precari, lavoratori e poveri; alle donne oppresse da doppio e triplo lavoro e dalla mancanza di servizi; agli operatori della ricerca, della comunicazione e del pubblico impiego. A tutti coloro che in un modo o nell’altro, italiani e stranieri, sono sfruttati. Voi non dovete chiedere niente a nessuno. Tanto meno al politicante di turno, che calpesta regole e principi esponendo la politica al pubblico ludibrio. Voi siete i portatori di diritti che vi spettano. E dovete essere voi i protagonisti del cambiamento della politica per cambiare la società. Mettetevi insieme, associatevi liberamente. E lottate per un mondo nuovo in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti.
Buon primo maggio a tutte e a tutti. E buon lavoro!

 Paolo Ciofi

 https;//www.paolociofi.it

 

*Introduzione al libro dI Paolo Ceccano, IL primo maggio a sinistra del fiume. Storie del corteo di Isola del Liri

 

 

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La svolta necessaria

lotteallafiat 460.a minLe primarie del Pd si sono appena concluse, ma il problema resta. Grosso come una casa. È possibile, oggi, costruire un partito che faccia asse sul lavoro del XXI secolo? Un partito rivoluzionario, popolare e di massa, che sia in grado cioè di lottare per trasformare la società in cui viviamo e non di amministrarla nell’interesse superiore del capitale e del denaro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
 

 
  1. Per le lavoratrici e i lavoratori
  2. Il pensiero critico di Gramsci
Il partito delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo
Questo è il tema: in una condizione nella quale l’astensionismo tocca il 50% e la democrazia costituzionale è destinata a scomparire in assenza dei partiti, ormai degenerati in lobby e in gruppi di potere. Per ora l’unica certezza è che una formazione politica espressione della classe lavoratrice della modernità, che si proponga di cambiare l’Italia e l’Europa, può nascere solo da una rottura netta con la cultura e con le pratiche del presente. Non certo dall’assemblaggio dei residui dei partiti esistenti, con iniziative e manovre che dall’alto compongano e scompongano pezzi di ceto politico.
Un nuovo inizio e una nuova aggregazione possono prendere vita solo dal basso. Solo se le esperienze diverse e diffuse nella società e nel Paese escono dall’isolamento e dalla separatezza, si incontrano, si parlano, crescono e convergono su progetti comuni. Chiamando a raccolta e coordinando nei territori e nelle periferie, nelle fabbriche e negli uffici, nelle università e nelle scuole, le soggettività del lavoro e quelle ambientaliste, le donne, i movimenti per la casa, per i beni comuni e i diritti. Coinvolgendo in pari tempo gli intellettuali e le forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni nazionali, che si riconoscono nell’esigenza di voltare pagina e di dare inizio a una fase nuova. Solo da un processo di questa natura può nascere una reale svolta politica e possono crescere nuovi gruppi dirigenti.
Una svolta è quanto mai urgente, perché la politica separata dal sociale è scaduta nel politicantismo e nell’affarismo, in puralottacgil 350 260 min manovra di potere. Mentre il sociale, spogliato della politica, è ripiegato in movimentismo con le varianti del ribellismo e del lobbysmo senza sbocchi di sistema. Si è trattato di un arretramento di portata storica che ha condannato la politica e i movimenti alla subalternità, lasciando campo libero al dominio del capitale e del denaro. Una involuzione che può diventare ancora più grave se il terreno sociale viene stabilmente occupato dalla destra nazionalista, xenofoba e fascistica. Ricongiungere la politica alla società, e viceversa, è dunque il passaggio decisivo.
Occorre coraggio e determinazione, spazzando via settarismi, opportunismi e dannosi personalismi, facendo strada invece a una cultura politica che unisca capacità di analisi e rigore morale, e ripensi il ruolo del partito politico nella piena autonomia dai poteri economici e anche da quelli dello Stato. Il modo nuovo di fare politica deve fondarsi sull’unità di teoria e pratica, di pensiero e azione, di strategia e tattica, combinando la diffusione nei territori di una rete di mutualismo, cooperazione e soccorso con la capacità di lottare nella società e nelle istituzioni per dare risposte efficaci ai bisogni emergenti in Italia e in Europa.
È utile studiare le esperienze che dopo quelle di Linke in Germania, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono emerse con Mélenchon in Francia, Corbyn nel Regno Unito e anche Sanders negli Usa. Rappresentano un fatto nuovo in controtendenza in un panorama segnato dal prevalere di forze conservatrici e di destra, sebbene nella loro differenziazione sembrano accumunate dalla difficoltà mettere in campo una reale alternativa al dominio del capitale. Di certo la prospettiva non può essere il ripiegamento nazionalista, ma non basta la critica al liberismo: la questione da mettere a tema è la crisi e il superamento del capitalismo. Sarebbe comunque un’illusione preoccupante ritenere che si possano trasferire in Italia esperienze che nascono in contesti diversi e in condizioni storico-politiche irrepetibili. Più produttivo è mettersi all’opera con tenacia perché le forze di sinistra che ancora si dichiarano tali in Europa trovino convergenze di iniziativa e di lotta sui più scottanti problemi sociali a cominciare dal lavoro, e su questa base facciano crescere un nuovo internazionalismo. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
Riaccendere la luce del pensiero critico di Gramsci
Per quanto riguarda l’Italia non si può evitare il chiarimento delle ragioni che hanno portato alla liquidazione della sinistra operaia e popolare in questo Paese. Soprattutto, nel buio della crisi generale in cui stiamo brancolando, abbiamo bisogno di riattivare la luce del pensiero politico di Antonio Gramsci, che i miglioristi del Pci, i liberisti mitigati e i fautori del «capitalismo solidale» hanno colpevolmente spento. La teoria gramsciana della funzione egemonica, da conquistare nelle sovrastrutture della cultura e della politica per poterla poi esercitare nell’organizzazione dell’economia, della società e dello Stato, capovolge lo schema della rivoluzione condotta dall’alto con un atto giacobino o con la presa del Palazzo d’inverno, fa emergere come centrale il tema del partito politico come «intellettuale collettivo», e nell’era della comunicazione universale digitalizzata è densa di inediti e inaspettati sviluppi. Non per cancellare il partito di massa, ma al contrario per rafforzarne la funzione di intellettuale collettivo al servizio della causa rivoluzionaria che produca una rigenerazione intellettuale e morale mediante l’uso delle più sofisticate innovazioni della scienza e della tecnica.
La forma del partito deve essere funzionale alla strategia di trasformazione della società, alla rivoluzione democratica che si compie attraverso l’attuazione della Costituzione. Il partito di massa, «intellettuale collettivo» che lotta anche sul terreno della cultura e della formazione del senso comune, è lo snodo decisivo di questa strategia, diversa da quella di Lenin e alternativa alle socialdemocrazie imprigionate nella gabbia dei rapporti di produzione capitalistici. Ed è anche lo strumento per demolire, con la battaglia delle idee e con i comportamenti personali, l’idea largamente diffusa che concepisce la politica come unaikea 350 260 min pratica e un costume secondo cui il cittadino - declassato a sottoposto impoverito - chiede e il politico – elevato a politicante padrone della ricchezza - concede. Un ritorno ai bei tempi del Re Sole, quando i diritti non c’erano ed esistevano solo graziose concessioni del sovrano. Il contrario del principio di uguaglianza fissato in Costituzione, che è il sale della democrazia.
Nelle condizioni determinate dal voto del 4 marzo 2018 una formazione politica che voglia coalizzare il mondo del lavoro vive se rovescia la prassi corrente, e utilizzando in modo adeguato le tecnologie della comunicazione si dà una forma non leaderistica e padronale, ma democratica e trasparente, efficiente e stabile. Non il partito del leader, ma un leader - e un diffuso gruppo dirigente - al servizio del partito. Avendo ben in mente l’osservazione di Gramsci secondo cui «un “movimento” diventa partito, cioè forza politica efficiente, nella misura in cui possiede “dirigenti” di vario grado e nella misura in cui questi dirigenti sono “capaci”», si tratta di definire regole democratiche che rispondano a un duplice obiettivo. Da una parte, la partecipazione attiva e l’autogoverno degli iscritti elevandone la cultura politica e la capacita di decisione. Dall’altra, l’attitudine alla mobilitazione sociale e alla relazione permanente con il mondo esterno, con l’insieme della società e delle istituzioni.
La formazione di gruppi dirigenti diffusi in grado di praticare non la semplice propaganda ma la capacità di lotta politica e di organizzazione di massa per strappare risultati concreti è una operazione tra le più impegnative. Non si tratta di far funzionare uno staff di tecnici e consulenti a pagamento a disposizione di un capo che comanda, ma di dare vita a organi collegiali stabili e democraticamente riconosciuti, che si assumono la responsabilità di elaborare e attuare scelte tattiche coerenti con una generale strategia di cambiamento, riconducendo nel partito politico l’unità di teoria e pratica indispensabile per poter esercitare la funzione egemonica, strappandola alla classe di comando del capitale.
Il dirigente politico di un moderno partito del cambiamento con caratteristiche di classe, di massa e popolari, che pensa e cammina usando il cervello e le gambe di milioni di esseri umani, non può essere un facitore di parole, un cesellatore di frasi a effetto, un compulsivo clickatore della tastiera il cui pensiero è elaborato da altri. «Specialista più politico» nell’unità di teoria e pratica: questa è la formula per formare dirigenti a tutti i livelli e in tutti territori, e per mettere in moto le tante energie inutilizzate e nascoste nel Paese.
Il moderno partito delle classi subalterne non è totalitario: sia perché agisce in un sistema pluripartitico, sia perché non aspira ad essere un partito pigliatutto che si sovrappone alla società per dominarla. Rappresenta e organizza solo una parte, e con questa interagisce in permanenza per elaborare proposte e indirizzi generali volti al cambiamento della società e dello Stato, cioè per produrre politica di massa non propaganda di gruppi che si richiamano alla massa. Di conseguenza, il rapporto con la classe lavoratrice in tutte le sue componenti, di genere e generazionali, non può essere a senso unico, ma si svolge in modo dialettico e interattivo, e comprende l’ascolto, l’analisi e le risposte alle emergenze della quotidianità e all’esigenza di un generale cambiamento.
Nella condizione instabile e incerta nella quale viviamo l’attendismo e la passività non avvicinano soluzioni positive. Dare forma in questa condizione a quel partito rivoluzionario delle classi subalterne di cui ha bisogno il Paese, in assenza del quale la democrazia soffoca e con essa la libertà e l’uguaglianza, è perciò il passaggio ineludibile di questo tempo.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato anche su jobnews.it

 
 
 
 

 

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'...mi batterò per tutti i lavoratori e tutti i disoccupati della regione'

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260di Tiziano Ziroli - Il 19 febbraio 2019 ho accettato con piacere l’incarico che il Comitato regionale del Pci Lazio, a voto unanime ha voluto assegnarmi, cioé far parte della segreteria regionale del partito comunista,vavrò’ un incarico delicato, occuparmi di lavoro e disoccupazione.

Il compagno Maurizio Aversa in un suo comunicato stampa, e lo ringrazio veramente di cuore, mi ha definito il fulcro della lotta dei lavoratori ciociari sfociata nella Vertenza Frusinate,vio sinceramente non mi sento il fulcro di tale lotta, ma la lotta che tuttora stanno facendo i lavoratori ciociari e i risultati che stanno ottenendo sono merito della lotta di tutti i lavoratori.

Vertenza Frusinate mi ha insegnato come fare politica per il bene comune, ha sempre lottato compatta e mi ha insegnato che la politica va fatta ascoltando tutti e poi prendere le decisioni insieme….questo e un po' quello che vorrei portare all’interno della segreteria regionale, dobbiamo essere un segreteria unita compatta e credere fermamente nelle lotte in cui saremo coinvolti.

Io cercherò nel mio piccolo di portare il mio contributo al partito, sicuramente mi batterò per tutti i lavoratori e tutti i disoccupati della regione, come già fatto nella Provincia di Prosinone.

Un argomento che vorrei anche aggiungere al discorso regionale è una nostra attenta politica sulla violenza di genere, desidero che la nostra segretaria diventi a livello regionale un interlocutore serio ed attento per tutte quelle associazioni antiviolenza che sono sul nostro terrotorio.

Il femminicidio come tale è una cosa veramente intollerabile e noi compagni abbiamo il dovere di combattere sotto ogni forma essa si presenti.
In ultimo voglio ringrazie tutti per la fiducia e spero di non deludervi…
Avanti compagne e compagni…hlvs

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Il pentagramma di Landini e il 9 febbraio

Maurizio Landini 350 260 mindi Paolo Ciofi - Il diciottesimo congresso della Cgil è stato un evento rilevante che può aprire una fase nuova nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, e perciò dell’intero Paese e dell’Europa. Ciò emerge con chiarezza dalla linea d’intervento esposta da Maurizio Landini, che in sintesi si può riassumere in cinque punti cardinali.

1.L’unità conquistata dalla più grande organizzazione sociale d’Italia e forse d’Europa nella elezione degli organismi dirigenti non consiste nell’azzeramento del pluralismo delle idee. Ma neanche nella ricerca permanente di un equilibrio tra gruppi di vertice al solo scopo della gestione di un (piccolo) potere. Al contrario, c’è bisogno di una generale sburocratizzazione verso il basso, fino a costruire un «sindacato di strada» in grado di dare risposte efficaci ai problemi che travagliano la società.

2. La scelta tra capitale e lavoro è netta. La Cgil si colloca dalla parte di tutte le persone che per vivere devono lavorare, senza equivoci e senza “mediazioni” più o meno mascherate. E ciò al fine di superare la contraddizione «tra la libertà della persona e il diritto di proprietà che oggi si ripropone con ancora più forza». Precisa Landini che non si può «accettare una società che sfrutta le persone».

3. Decisiva è la ricomposizione sociale unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori, oggi in competizione tra loro. Ciò comporta l’impianto di un nuovo tipo di contratto in grado di assicurare, con il governo dell’innovazione scientifica e tecnologica, gli stessi diritti a tutti coloro i quali lavorano fianco a fianco nella stessa filiera. Siano essi stabili o precari, uomini o donne, giovani o anziani, bianchi o neri, autoctoni o migranti. Insieme a una nuova legge sulla rappresentanza, che ricomponga le spinte alla frantumazione e alla corporativizzazione, questo è il passaggio ineludibile verso l’unità sindacale, obiettivo irrinunciabile da perseguire.

4.Poiché non si cambia l’Italia senza la centralità e la partecipazione attiva del lavoro, l’opposizione al governo in carica è netta e senza sconti. Sul piano nazionale come su quello europeo va combattuta senza esitazioni la linea della libertà di mercato, ossia del dominio incontrastato del capitale globale. Non per caso sono risuonate nel congresso le parole di Marx ed Engels «proletari di tutti i Paesi, unitevi!». L’indicazione di un nuovo internazionalismo delle forze del lavoro assume oggi grande rilievo. Come pure la proposta di un piano europeo straordinario per la manutenzione ambientale e sociale. I mezzi ci sono, ci dice il segretario della Cgil, ma bisogna andarli a prendere là dove sono. Con una patrimoniale sui grandi patrimoni esentasse, con la lotta senza quartiere all’evasione fiscale, con la progressività dell’imposizione. Il contrario della tassa piatta.

5.Il punto di riferimento evidente di questa nuova fase è la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e la lotta per la sua attuazione. Infatti la manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil, indetta a Roma per il 9 febbraio, «ha al centro i principi della Costituzione».
Non sappiamo se la linea proposta da Landini verrà applicata e avrà successo. Sappiamo però con certezza che il 9 febbraio 2019 è una data discriminante, che ci riguarda e può rappresentare l’inizio di una svolta. Non è questo il tempo della passività e dell’attesa che qualcosa ci piova dal cielo. Ognuno e ognuna di noi si mobiliti perché quel giorno lasci il segno con una grande presenza democratica, popolare e di massa.

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