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Primo maggio a Isola del Liri

1Maggio IsoladelLiri 460 minLe storie del corteo del primo maggio a Isola del Liri*, raccolte opportunamente in questo volume a cura di Paolo Ceccano, compongono in realtà il quadro di un’unica grande storia. Ricca e contraddittoria, fatta di vittorie e di sconfitte, comunque indispensabile per comprendere il mondo di oggi. Senza di che è impossibile cambiare la dura realtà in cui viviamo, nella quale rischiano di essere travolte le persone - uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti - che per vivere devono lavorare. Se non sai da dove vieni, è difficile imboccare la giusta via verso il futuro. E comunque tagliare le proprie radici nella speranza di crescere meglio è solo un clamoroso qui pro quo, se non «il gesto inutile di un idiota», come avevano preconizzato François Mitterrand ed Enrico Berlinguer.

 

Questo è un libro utile e necessario, che in me ha suscitato emozione e di cui consiglio la diffusione e la lettura. Isola del Liri e il primo maggio sono infatti il luogo e la data dove confluiscono e si mescolano tante vicende della storia lunga, tormentata e difficile, ma proprio per questo tanto più esaltante, della liberazione del lavoro. Una storia che non è finita, sebbene la prospettiva appaia quanto mai incerta in questa fase del capitalismo globale digitalizzato.

 

Ma non è vero che viviamo in un mondo governato da leggi “oggettive”, addirittura naturali e quindi immutabili, dal quale non si può uscire. Secondo Margaret Thatcher e i suoi epigoni non c’è alternativa («There is no alternative»), se non quella di soccombere di fronte alla dittatura del capitale, promossa dalla gentile signora e da Ronald Reagan sotto le bandiere del liberismo dilagante. E siccome in questa visione la società non esiste, ma a detta della medesima gentile signora esistono solo individui, con un formidabile testacoda del pensiero, negando la divisione della società in classi, si giunge alla negazione dell’esistenza stessa del capitale nella fase della sua dittatura generalizzata e illiberale.

 

Per poter agire con efficacia nel presente è dunque indispensabile liberarsi di ogni ciarpame e falsificazione del liberismo, arrabbiato o mite che sia. E avere ben chiaro che il capitale non è semplicemente una cosa, un accumulo di mezzi finanziari, magari occultati in un ben protetto paradiso fiscale nel cuore dell’Europa. E neanche un insieme di strumenti di produzione e di comunicazione. Non è oggi un algoritmo, e tanto meno il cosiddetto capitale umano, vale a dire le persone in carne ed ossa che lavorano per generare un profitto a vantaggio di chi detiene gli strumenti di lavoro. Il capitale è diventato talmente dominante che nel suo linguaggio persino la forza-lavoro, fisica e intellettuale, contenuta in ogni corpo umano viene denominata capitale.

 

Ma al di là delle denominazioni - industriale, finanziario, bancario, digitale, fisico, umano, fisso, mobile, ecc. ecc. - il capitale, come ci ricorda Karl Marx, è prima di tutto un rapporto sociale, ossia un rapporto tra gli esseri umani mediato dalle cose, da un enorme accumulo di merci. In cui una parte - minoritaria - detiene i mezzi di produzione e di comunicazione, culturali e finanziari, indispensabili per ingaggiare la forza-lavoro umana al fine di ottenere un profitto. E un’altra parte - di gran lunga maggioritaria - non disponendo di null’altro se non delle capacità individuali, intellettuali e fisiche, vende la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Quindi, come tutte le relazioni umane, anche il capitale ha un inizio e una fine. In ogni caso la storia ci dice che si tratta di un rapporto sociale non cristallizzato in una forma immutabile bensì in continuo movimento e sempre in evoluzione, per effetto dello sviluppo delle forze produttive, del progredire della scienza e della tecnica, dei rapporti di forza tra le classi. Non solo sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico.

 

Dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza che il primo maggio a Isola del Liri come punto di raccolta della classe lavoratrice e operaia dell’intero comprensorio di Sora ne è la conferma e la dimostrazione evidente. A cominciare dalla industrializzazione dell’Ottocento intorno alle cartiere e ai lanifici, che per l’epoca hanno fatto di questa straordinaria cittadina un centro industriale di notevole rilievo già prima dell’unità d’Italia, si percorrono qui, nella media valle del Liri in bilico tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, tutte le tappe della formazione di una combattiva e solidale classe operaia. Fino alla crisi industriale del nostro tempo e alla sua estinzione.

 

Nel 1852 si ha un primo significativo episodio di luddismo, quando gli operai scaraventano nel fiume una macchina che avrebbe espulso soprattutto manodopera femminile addetta ai telai. Si fa fatica a configurare il conflitto di classe, individuando nella macchina, ossia nell’oggetto inanimato e non nel soggetto, ossia nel padrone ben vivo che la usa per ridurre salari e occupazione, la causa dello sfruttamento. In quello stesso anno, con il Manifesto degli oppressi lavorieri di Arpino, comincia tuttavia a farsi strada una prima forma di coscienza di classe.

 

Gli echi della rivoluzionaria analisi di classe proposta dal Manifesto di Marx ed Engels nel 1848 arriveranno nella nostra penisola molto più tardi. A Isola del Liri nel 1863 viene fondata la Società operaia di mutuo soccorso. Dalla carità al mutualismo e alla solidarietà il passo avanti è notevole e si compie sotto l’influenza delle idee di Mazzini e Garibaldi. Fino al significativo punto di approdo rappresentato dalla formazione della Camera del lavoro, istituita agli inizi del Novecento.

 

Al di là degli sprazzi di luce che la illuminano nelle pagine che seguono, sarebbe di grande interesse una ricostruzione sistematica della storia del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in provincia di Frosinone e in tutto il basso Lazio. L’Università di Cassino e anche i sindacati potrebbero aiutare. Se i giovani e le ragazze, a cominciare dalla scuola, conoscessero le lotte e i sacrifici delle generazioni che li hanno preceduti per la conquista del lavoro e della libertà, dei diritti e della dignità, fino alla conquista storica della Costituzione e oltre, sarebbero più sicuri del loro avvenire. E potrebbero attrezzarsi per disporre degli strumenti culturali e politici adatti a cambiare lo stato delle cose presente.

 

Dai primi albori del Partito socialista segnati dalla strage di Bava Beccaris nel 1898 al decennio giolittiano con la nascita della Cgil nel 1906, e poi al fascismo che cresce sulle macerie del movimento operaio e dei lavoratori, e distrugge le libertà sindacali e politiche annegando il primo maggio nella ricorrenza per il natale di Roma, il cammino per la rinascita e per nuove, più avanzate conquiste è stato lungo. Ricomincia nel 1943 con gli scioperi alla Fiat di Torino e con la guerra partigiana di liberazione. Nel 1944 rinasce il sindacato unitario Cgil e rinascono dopo la clandestinità i partiti antifascisti, che approvano la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro quando il Pci era già stato escluso dal governo, dopo il viaggio di De Gasperi negli Usa.

 

Si fa sentire la «guerra fredda» e con essa la rottura del sindacato unitario: si costituisce la Cisl insieme ad altre sigle sindacali. Ma in pari tempo non cessano le lotte operaie e popolari per l’attuazione dei diritti costituzionali e gli scioperi al rovescio per il lavoro. Il «biennio rosso» del 1968-69 si conclude con grandi conquiste costituzionali, civili e sociali, che culminano con lo Statuto dei diritti dei lavoratori nel 1970. Poi la controffensiva e la vittoria planetaria del capitale. Finisce il Novecento e sul fronte orientale crolla il modello sovietico mentre sul fronte occidentale il modello socialdemocratico, convertito al pensiero liberale, diventa organico al sistema dominante e fornisce pezzi di ricambio al capitale.

 

Siamo arrivati ai nostri giorni e in Italia vengono messe in discussione le fondamentali conquiste del lavoro, vale a dire le basi stesse della nostra democrazia. La nuova destra del dopo Berlusconi individua nei migranti il nemico da battere alimentando una distruttiva guerra tra poveri, ma il bersaglio grosso è la Costituzione. Nel libro si ricordano i fatti di Isola del Liri del 17 febbraio 1949, quando carabinieri e poliziotti, in assetto di guerra e armati fino ai denti, danno l’assalto allo stabilimento delle Cartiere Meridionali occupato dagli operai per evitare 250 licenziamenti e aprono il fuoco. Si contano 38 feriti di cui 7 gravi. Non ci sono stati morti per puro caso, al contrario di quanto è accaduto in altre città d’Italia. Erano gli anni in cui il ministro degli Interni Mario Scelba dichiarava che la Costituzione «è una trappola».

 

In realtà, la nostra Carta fondamentale, su cui si regge il patto tra gli italiani, è sempre stata un terreno di lotta. E lo è maggiormente oggi, in presenza di una rivoluzione tecnica e scientifica fondata sul digitale, che consentirebbe di accrescere il benessere di tutti ridefinendo i principi di libertà e uguaglianza attraverso la tutela del lavoro e dell’ambiente. Invece di usare scienza e tecnica per concentrare ricchezza e proprietà a vantaggio di pochi. La Costituzione antifascista, entrata in vigore nel 1948, non è la codificazione di un regime retrogrado da abbattere, al contrario è un progetto di più alta civiltà che guarda al futuro, aperto all’affermazione di nuovi diritti a vantaggio soprattutto delle generazioni che verranno. Come emerge con chiarezza dall’articolo tre (seconda parte), che sancisce l’uguaglianza sostanziale ben oltre le cosiddette pari opportunità.

 

Emblematico è il caso del diritto alla conoscenza reso possibile da Internet, che però resta vano se la condizione materiale e culturale dei soggetti crea discriminazioni ed esclusioni. Ecco perché a mio parere il primo maggio, ancora ben presente nell’immaginario di Isola del Liri - come del resto questo volume testimonia - e inteso come simbolo delle storiche conquiste del lavoro, non è semplicemente un testamento culturale al quale guardare con devozione come a un santino. È invece il riferimento simbolico di un progetto di nuova società incarnato nella Costituzione. Di cui riappropriarsi liberandone tutte le potenzialità, e ricostruendo su questa base l’unità della classe lavoratrice del XXI secolo, di tutte le persone che per vivere devono lavorare.

 

La riconquistata unità d’azione tra Cgil, Cisl e Uil sulla base di un programma di rivendicazioni concordato e la dichiarata autonomia dal quadro politico sono fatti positivi, ai quali guardare con interesse e da agevolare. Ma non bastano. Non si può ignorare la contraddizione lacerante in cui vive il Paese, e che non può durare a lungo. Da una parte, la Costituzione che fonda sul lavoro (non sul capitale) la Repubblica democratica, e pertanto «tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», imponendo dei limiti all’iniziativa economica e alla proprietà privata e imbastendo una fitta trama di diritti sociali ben oltre la visione liberale dei diritti civili. Dall’altra, la sostanziale affermazione di un regime istituzionale monoclasse, che di fatto esclude le lavoratrici e lavoratori del nostro tempo dalla rappresentanza e dalla organizzazione politica.

 

È questo vuoto che bisogna colmare. E il primo, ma fondamentale, passo da compiere è impugnare con coraggio la bandiera della Costituzione come progetto del cambiamento. Innalziamola questa bandiera. Facciamolo già in questo primo maggio. Facciamo conoscere ovunque un progetto di cambiamento che rivoluziona lo stato di cose presente ponendo l’economia al servizio degli esseri umani, e non viceversa come oggi accade. Non per rinchiuderci nel recinto nazionale, e tanto meno per spezzare l’unità del Paese. Ma per portare in Europa i principi universali della nostra Carta.

 

Diciamolo con chiarezza ai nuovi proletari del nostro tempo: ai giovani, disoccupati e precari, lavoratori e poveri; alle donne oppresse da doppio e triplo lavoro e dalla mancanza di servizi; agli operatori della ricerca, della comunicazione e del pubblico impiego. A tutti coloro che in un modo o nell’altro, italiani e stranieri, sono sfruttati. Voi non dovete chiedere niente a nessuno. Tanto meno al politicante di turno, che calpesta regole e principi esponendo la politica al pubblico ludibrio. Voi siete i portatori di diritti che vi spettano. E dovete essere voi i protagonisti del cambiamento della politica per cambiare la società. Mettetevi insieme, associatevi liberamente. E lottate per un mondo nuovo in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti.
Buon primo maggio a tutte e a tutti. E buon lavoro!

 Paolo Ciofi

 https;//www.paolociofi.it

 

*Introduzione al libro dI Paolo Ceccano, IL primo maggio a sinistra del fiume. Storie del corteo di Isola del Liri

 

 

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La svolta necessaria

lotteallafiat 460.a minLe primarie del Pd si sono appena concluse, ma il problema resta. Grosso come una casa. È possibile, oggi, costruire un partito che faccia asse sul lavoro del XXI secolo? Un partito rivoluzionario, popolare e di massa, che sia in grado cioè di lottare per trasformare la società in cui viviamo e non di amministrarla nell’interesse superiore del capitale e del denaro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
 

 
  1. Per le lavoratrici e i lavoratori
  2. Il pensiero critico di Gramsci
Il partito delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo
Questo è il tema: in una condizione nella quale l’astensionismo tocca il 50% e la democrazia costituzionale è destinata a scomparire in assenza dei partiti, ormai degenerati in lobby e in gruppi di potere. Per ora l’unica certezza è che una formazione politica espressione della classe lavoratrice della modernità, che si proponga di cambiare l’Italia e l’Europa, può nascere solo da una rottura netta con la cultura e con le pratiche del presente. Non certo dall’assemblaggio dei residui dei partiti esistenti, con iniziative e manovre che dall’alto compongano e scompongano pezzi di ceto politico.
Un nuovo inizio e una nuova aggregazione possono prendere vita solo dal basso. Solo se le esperienze diverse e diffuse nella società e nel Paese escono dall’isolamento e dalla separatezza, si incontrano, si parlano, crescono e convergono su progetti comuni. Chiamando a raccolta e coordinando nei territori e nelle periferie, nelle fabbriche e negli uffici, nelle università e nelle scuole, le soggettività del lavoro e quelle ambientaliste, le donne, i movimenti per la casa, per i beni comuni e i diritti. Coinvolgendo in pari tempo gli intellettuali e le forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni nazionali, che si riconoscono nell’esigenza di voltare pagina e di dare inizio a una fase nuova. Solo da un processo di questa natura può nascere una reale svolta politica e possono crescere nuovi gruppi dirigenti.
Una svolta è quanto mai urgente, perché la politica separata dal sociale è scaduta nel politicantismo e nell’affarismo, in puralottacgil 350 260 min manovra di potere. Mentre il sociale, spogliato della politica, è ripiegato in movimentismo con le varianti del ribellismo e del lobbysmo senza sbocchi di sistema. Si è trattato di un arretramento di portata storica che ha condannato la politica e i movimenti alla subalternità, lasciando campo libero al dominio del capitale e del denaro. Una involuzione che può diventare ancora più grave se il terreno sociale viene stabilmente occupato dalla destra nazionalista, xenofoba e fascistica. Ricongiungere la politica alla società, e viceversa, è dunque il passaggio decisivo.
Occorre coraggio e determinazione, spazzando via settarismi, opportunismi e dannosi personalismi, facendo strada invece a una cultura politica che unisca capacità di analisi e rigore morale, e ripensi il ruolo del partito politico nella piena autonomia dai poteri economici e anche da quelli dello Stato. Il modo nuovo di fare politica deve fondarsi sull’unità di teoria e pratica, di pensiero e azione, di strategia e tattica, combinando la diffusione nei territori di una rete di mutualismo, cooperazione e soccorso con la capacità di lottare nella società e nelle istituzioni per dare risposte efficaci ai bisogni emergenti in Italia e in Europa.
È utile studiare le esperienze che dopo quelle di Linke in Germania, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono emerse con Mélenchon in Francia, Corbyn nel Regno Unito e anche Sanders negli Usa. Rappresentano un fatto nuovo in controtendenza in un panorama segnato dal prevalere di forze conservatrici e di destra, sebbene nella loro differenziazione sembrano accumunate dalla difficoltà mettere in campo una reale alternativa al dominio del capitale. Di certo la prospettiva non può essere il ripiegamento nazionalista, ma non basta la critica al liberismo: la questione da mettere a tema è la crisi e il superamento del capitalismo. Sarebbe comunque un’illusione preoccupante ritenere che si possano trasferire in Italia esperienze che nascono in contesti diversi e in condizioni storico-politiche irrepetibili. Più produttivo è mettersi all’opera con tenacia perché le forze di sinistra che ancora si dichiarano tali in Europa trovino convergenze di iniziativa e di lotta sui più scottanti problemi sociali a cominciare dal lavoro, e su questa base facciano crescere un nuovo internazionalismo. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
Riaccendere la luce del pensiero critico di Gramsci
Per quanto riguarda l’Italia non si può evitare il chiarimento delle ragioni che hanno portato alla liquidazione della sinistra operaia e popolare in questo Paese. Soprattutto, nel buio della crisi generale in cui stiamo brancolando, abbiamo bisogno di riattivare la luce del pensiero politico di Antonio Gramsci, che i miglioristi del Pci, i liberisti mitigati e i fautori del «capitalismo solidale» hanno colpevolmente spento. La teoria gramsciana della funzione egemonica, da conquistare nelle sovrastrutture della cultura e della politica per poterla poi esercitare nell’organizzazione dell’economia, della società e dello Stato, capovolge lo schema della rivoluzione condotta dall’alto con un atto giacobino o con la presa del Palazzo d’inverno, fa emergere come centrale il tema del partito politico come «intellettuale collettivo», e nell’era della comunicazione universale digitalizzata è densa di inediti e inaspettati sviluppi. Non per cancellare il partito di massa, ma al contrario per rafforzarne la funzione di intellettuale collettivo al servizio della causa rivoluzionaria che produca una rigenerazione intellettuale e morale mediante l’uso delle più sofisticate innovazioni della scienza e della tecnica.
La forma del partito deve essere funzionale alla strategia di trasformazione della società, alla rivoluzione democratica che si compie attraverso l’attuazione della Costituzione. Il partito di massa, «intellettuale collettivo» che lotta anche sul terreno della cultura e della formazione del senso comune, è lo snodo decisivo di questa strategia, diversa da quella di Lenin e alternativa alle socialdemocrazie imprigionate nella gabbia dei rapporti di produzione capitalistici. Ed è anche lo strumento per demolire, con la battaglia delle idee e con i comportamenti personali, l’idea largamente diffusa che concepisce la politica come unaikea 350 260 min pratica e un costume secondo cui il cittadino - declassato a sottoposto impoverito - chiede e il politico – elevato a politicante padrone della ricchezza - concede. Un ritorno ai bei tempi del Re Sole, quando i diritti non c’erano ed esistevano solo graziose concessioni del sovrano. Il contrario del principio di uguaglianza fissato in Costituzione, che è il sale della democrazia.
Nelle condizioni determinate dal voto del 4 marzo 2018 una formazione politica che voglia coalizzare il mondo del lavoro vive se rovescia la prassi corrente, e utilizzando in modo adeguato le tecnologie della comunicazione si dà una forma non leaderistica e padronale, ma democratica e trasparente, efficiente e stabile. Non il partito del leader, ma un leader - e un diffuso gruppo dirigente - al servizio del partito. Avendo ben in mente l’osservazione di Gramsci secondo cui «un “movimento” diventa partito, cioè forza politica efficiente, nella misura in cui possiede “dirigenti” di vario grado e nella misura in cui questi dirigenti sono “capaci”», si tratta di definire regole democratiche che rispondano a un duplice obiettivo. Da una parte, la partecipazione attiva e l’autogoverno degli iscritti elevandone la cultura politica e la capacita di decisione. Dall’altra, l’attitudine alla mobilitazione sociale e alla relazione permanente con il mondo esterno, con l’insieme della società e delle istituzioni.
La formazione di gruppi dirigenti diffusi in grado di praticare non la semplice propaganda ma la capacità di lotta politica e di organizzazione di massa per strappare risultati concreti è una operazione tra le più impegnative. Non si tratta di far funzionare uno staff di tecnici e consulenti a pagamento a disposizione di un capo che comanda, ma di dare vita a organi collegiali stabili e democraticamente riconosciuti, che si assumono la responsabilità di elaborare e attuare scelte tattiche coerenti con una generale strategia di cambiamento, riconducendo nel partito politico l’unità di teoria e pratica indispensabile per poter esercitare la funzione egemonica, strappandola alla classe di comando del capitale.
Il dirigente politico di un moderno partito del cambiamento con caratteristiche di classe, di massa e popolari, che pensa e cammina usando il cervello e le gambe di milioni di esseri umani, non può essere un facitore di parole, un cesellatore di frasi a effetto, un compulsivo clickatore della tastiera il cui pensiero è elaborato da altri. «Specialista più politico» nell’unità di teoria e pratica: questa è la formula per formare dirigenti a tutti i livelli e in tutti territori, e per mettere in moto le tante energie inutilizzate e nascoste nel Paese.
Il moderno partito delle classi subalterne non è totalitario: sia perché agisce in un sistema pluripartitico, sia perché non aspira ad essere un partito pigliatutto che si sovrappone alla società per dominarla. Rappresenta e organizza solo una parte, e con questa interagisce in permanenza per elaborare proposte e indirizzi generali volti al cambiamento della società e dello Stato, cioè per produrre politica di massa non propaganda di gruppi che si richiamano alla massa. Di conseguenza, il rapporto con la classe lavoratrice in tutte le sue componenti, di genere e generazionali, non può essere a senso unico, ma si svolge in modo dialettico e interattivo, e comprende l’ascolto, l’analisi e le risposte alle emergenze della quotidianità e all’esigenza di un generale cambiamento.
Nella condizione instabile e incerta nella quale viviamo l’attendismo e la passività non avvicinano soluzioni positive. Dare forma in questa condizione a quel partito rivoluzionario delle classi subalterne di cui ha bisogno il Paese, in assenza del quale la democrazia soffoca e con essa la libertà e l’uguaglianza, è perciò il passaggio ineludibile di questo tempo.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato anche su jobnews.it

 
 
 
 

 

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Il pentagramma di Landini e il 9 febbraio

Maurizio Landini 350 260 mindi Paolo Ciofi - Il diciottesimo congresso della Cgil è stato un evento rilevante che può aprire una fase nuova nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, e perciò dell’intero Paese e dell’Europa. Ciò emerge con chiarezza dalla linea d’intervento esposta da Maurizio Landini, che in sintesi si può riassumere in cinque punti cardinali.

1.L’unità conquistata dalla più grande organizzazione sociale d’Italia e forse d’Europa nella elezione degli organismi dirigenti non consiste nell’azzeramento del pluralismo delle idee. Ma neanche nella ricerca permanente di un equilibrio tra gruppi di vertice al solo scopo della gestione di un (piccolo) potere. Al contrario, c’è bisogno di una generale sburocratizzazione verso il basso, fino a costruire un «sindacato di strada» in grado di dare risposte efficaci ai problemi che travagliano la società.

2. La scelta tra capitale e lavoro è netta. La Cgil si colloca dalla parte di tutte le persone che per vivere devono lavorare, senza equivoci e senza “mediazioni” più o meno mascherate. E ciò al fine di superare la contraddizione «tra la libertà della persona e il diritto di proprietà che oggi si ripropone con ancora più forza». Precisa Landini che non si può «accettare una società che sfrutta le persone».

3. Decisiva è la ricomposizione sociale unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori, oggi in competizione tra loro. Ciò comporta l’impianto di un nuovo tipo di contratto in grado di assicurare, con il governo dell’innovazione scientifica e tecnologica, gli stessi diritti a tutti coloro i quali lavorano fianco a fianco nella stessa filiera. Siano essi stabili o precari, uomini o donne, giovani o anziani, bianchi o neri, autoctoni o migranti. Insieme a una nuova legge sulla rappresentanza, che ricomponga le spinte alla frantumazione e alla corporativizzazione, questo è il passaggio ineludibile verso l’unità sindacale, obiettivo irrinunciabile da perseguire.

4.Poiché non si cambia l’Italia senza la centralità e la partecipazione attiva del lavoro, l’opposizione al governo in carica è netta e senza sconti. Sul piano nazionale come su quello europeo va combattuta senza esitazioni la linea della libertà di mercato, ossia del dominio incontrastato del capitale globale. Non per caso sono risuonate nel congresso le parole di Marx ed Engels «proletari di tutti i Paesi, unitevi!». L’indicazione di un nuovo internazionalismo delle forze del lavoro assume oggi grande rilievo. Come pure la proposta di un piano europeo straordinario per la manutenzione ambientale e sociale. I mezzi ci sono, ci dice il segretario della Cgil, ma bisogna andarli a prendere là dove sono. Con una patrimoniale sui grandi patrimoni esentasse, con la lotta senza quartiere all’evasione fiscale, con la progressività dell’imposizione. Il contrario della tassa piatta.

5.Il punto di riferimento evidente di questa nuova fase è la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica democratica, e la lotta per la sua attuazione. Infatti la manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil, indetta a Roma per il 9 febbraio, «ha al centro i principi della Costituzione».
Non sappiamo se la linea proposta da Landini verrà applicata e avrà successo. Sappiamo però con certezza che il 9 febbraio 2019 è una data discriminante, che ci riguarda e può rappresentare l’inizio di una svolta. Non è questo il tempo della passività e dell’attesa che qualcosa ci piova dal cielo. Ognuno e ognuna di noi si mobiliti perché quel giorno lasci il segno con una grande presenza democratica, popolare e di massa.

www.paolociofi.it

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Lettera di Maurizio Landini alle lavoratrici e ai lavoratori metalmeccanici

unions 350 260di Maurizio Landini - Care lavoratrici e cari lavoratori metalmeccanici, sabato 28 marzo ci ritroveremo a Roma per la dignità e la libertà del lavoro.

Nei mesi scorsi, insieme, ci siamo battuti contro il Jobs Act del governo che non crea nuovo lavoro né affronta il dramma della precarietà e della disoccupazione giovanile.

Insieme abbiamo proposto delle alternative e presentato le nostre idee frutto di tante assemblee e discussioni con voi. Ma il governo non ha voluto ascoltarci, ha messo in pratica le indicazioni di Confindustria, imboccato la strada della riduzione dei diritti, sposato le ricette di chi pensa che licenziando si crei nuova occupazione. Abusando della democrazia, il governo, a colpi di fiducia, ha ridotto il Parlamento a mero esecutore della sua volontà.

La nostra lotta però non è finita con il varo del Jobs Act. Come promesso durante lo sciopero generale del 12 dicembre di Cgil e Uil, continueremo a spendere le nostre idee e le nostre energie per difendere il lavoro e i suoi diritti, cambiare il paese e renderlo più giusto.

Questo è un momento importante per il futuro di tutti noi, delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro sindacato che esiste e ha un senso solo se riesce a rappresentare democraticamente i vostri interessi e da voi riceve il sostegno, le idee e le energie necessarie. Per migliorare le condizioni del lavoro dipendente. Per rivendicare un sistema pensionistico più giusto con la riduzione dell'età pensionabile. Per dare un'occupazione a chi non ce l'ha con nuovi investimenti eUnions 28 marzo 2015 con la riduzione dell'orario di lavoro. Per cancellare il precariato. Per combattere l'evasione fiscale e la corruzione. Per garantire il diritto alla salute e allo studio. Per istituire forme di reddito minimo. Per riconquistare veri contratti nazionali che tutelino il salario e diano uguali diritti a tutte le forme di lavoro.

Per questo, nel ringraziarvi per quanto abbiamo fatto finora, vi invito a partecipare in massa alla manifestazione del 28 marzo.

L'abbiamo chiamata "Unions!", usando una lingua che non è la nostra ma utilizzando una parola che richiama le origini del movimento operaio e sindacale. Quando, tanti anni fa, lavoratrici e lavoratori senza diritti scoprirono insieme che per migliorare la propria condizione era necessario coalizzarsi e battersi per conquistare libertà e diritti comuni.

Oggi milioni di lavoratrici e lavoratori hanno visto cancellati i diritti frutto di lunghe battaglie; altri milioni di lavoratrici e lavoratori quei diritti non li hanno neppure mai avuti, dispersi nelle tante forme di lavoro saltuario e sottopagato. Per tutte e tutti il lavoro sta diventando più povero e precario.

Oggi abbiamo bisogno di riprendere il filo dell'impegno comune, delle lotte contro le politiche dei governi che in Italia e in Europa hanno voluto far pagare al lavoro il costo di una crisi prodotta dalla finanza e dalle speculazioni. Per dare rappresentanza al lavoro. Per confrontarci con tutte quelle realtà, associazioni, gruppi e movimenti che nella società affrontano e contrastano il degrado civile prodotto dalla crisi economica e dalla sua gestione politica. Per affermare i principi della nostra Costituzione.

Oggi abbiamo bisogno di un'alleanza, di costruire una coalizione sociale che unisca ciò che il governo e Confindustria vogliono separare, aggregando tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare con le metalmeccaniche e i metalmeccanici, con le delegate e i delegati, con le iscritte e gli iscritti alla Fiom. Per crescere e cambiare abbiamo bisogno di voi, perché la vostra partecipazione e la vostra intelligenza saranno la nostra comune forza.

Vi aspettiamo a Roma il 28 marzo. E da lì continueremo insieme.

Maurizio Landini

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