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Ugo Forno: Il partigiano bambino

Libri di Diego

UGO FORNO 350 minAutore: Felice Cipriani

Editore: DIarkos

Questa è la storia di Ugo Forno, giovane studente romano che il 5 giugno del 1944, mentre Roma festeggiava la liberazione dall'occupazione nazifascista, si mobilitava con altri giovani per impedire a soldati tedeschi di distruggere il ponte sull'Aniene, essenziale per permettere l'avanzata degli Alleati. Egli, di appena dodici anni, assieme ai suoi compagni, predispose l'azione con le armi per impedire che i sabotatori portassero a compimento l'azione. Ciò che più colpisce nell'ultimo giorno di Ugo Forno è la perfetta comprensione dell'importanza e la presa di coscienza del momento storico che stava vivendo, e di cui diventa straordinario protagonista senza un attimo di esitazione. Se la capitale d'Italia venne liberata dall'occupazione nazista lo si deve quindi anche al puro eroismo di un ragazzo di dodici anni. In tempi in cui l'immaginario dei ragazzi si nutre di realtà virtuali e di fiction, la storia di Ugo rappresenta una testimonianza di vita e di morte autentiche. Un dono prezioso, per una autentica crescita civile delle nuove generazioni.

 

 

 

 

 

 

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La morte del PCI

Libri

La Morte del PCIdi Guido Liguori - Nell’autunno 1989 Achille Occhetto annunciava alla Bolognina la volontà di porre fine alla pluridecennale esperienza del Partito comunista italiano per dar vita a una nuova formazione politica. Per molte e molti fu un fulmine a ciel sereno, la lacerazione improvvisa di una comunità che aveva avuto un posto importante nella vita di moltissimi militanti. Si trattava in realtà del culmine di un processo che sottotraccia covava da tempo (soprattutto dalla morte di Enrico Berlinguer), attraverso cambiamenti politici e culturali molecolari. Questo libro indaga, quasi come una inchiesta poliziesca, gli elementi, gli indizi, che prepararono e determinarono la «morte del Pci», soprattutto a partire dalla nomina a segretario di Occhetto, nel 1988. E le vicende che seguirono alla Bolognina, le discussioni, le polemiche, gli avvenimenti che si susseguirono per oltre un anno, fino a quando il XX congresso del Partito non decise di ratificare definitivamente la proposta del segretario.

Iniziò così, con la fine del Pci, la trasformazione (oggi lo possiamo dire: in peggio) di tutto il sistema politica italiano. Si accentuarono in modo catastrofico fenomeni già in atto. Dal tramonto del partito di massa alla crescente irrilevanza del Parlamento, dall’importanza sempre più accentuata del leaderismo, della comunicazione semplificata e superficiale della politica, alla diminuzione della partecipazione e dei votanti. Soprattutto iniziava con la fine del Partito comunista italiano la sempre minor presenza e rilevanza degli interessi operai, della voce dei lavoratori, nel dibattito pubblico e nella lotta per la difesa degli interessi collettivi.

Le radici di molte di queste trasformazioni sono registrate nel dibattito che accompagnò la «morte del Pci». Il revisionismo storiografico e ideologico viene ricostruito qui in molte delle sue tappe: dalla nuova lettura “filogirondina” della Rivoluzione francese e dalla relativizzazione della Rivoluzione d’Ottobre alla presa di distanze verso l’eredità di Togliatti, dall’accantonamento del ruolo e della statura di Gramsci alla ricerca di nuovi numi tutelati (Rosselli, Silone), di altre tradizioni, di altri autori di riferimento.

Con la morte del Pci, infatti veniva meno una lettura della società basata sulla lotta delle classi contrapposte, si assumeva l’individuo e i diritti individuali come il riferimento teorico e politico del principale partito della sinistra italiana. Che così presto divenne una «sinistra invertebrata», condannandosi a una progressiva impotenza.

Tutto questo era stato previsto e denunciato dai politici e dagli intellettuali che si contrapposero a Occhetto. Il variegato «fronte del NO» composto da Natta e Ingrao, Tortorella e Cossutta, Chiarante e Lucio Magri non seppe proporre una alternativa unitaria allo scioglimento del Partito, ma vide con largo anticipo che la rimozione della propria storia e del proprio nome avrebbe portato il più grande Partito comunista dell’Occidente alla progressiva irrilevanza: un partito radicale di massa che inevitabilmente doveva perdere il sostegno delle masse, la fiducia dei lavoratori, la militanza appassionata di tante e tanti che avevano dato tempo energie e risorse alla costruzione di una impresa collettiva: la costruzione di una società più giusta e solidale. Col Pci tutto ciò moriva e per molto tempo era destinato a non rinascere.

Ma il mondo ha ancora bisogno di socialismo. Di fronte alle contraddizioni e agli squilibri sempre più forti, solo una via alternativa e diversa da quella capitalistica può ridare speranza e creare una «volontà collettiva». Occorre crederci, e tentare ancora. Anche a partire da quelle che sono state le idee-guida del Pci, che questo libro riassume con chiarezza e vuole rilanciare al pubblico odierno: conservare la memoria di un grande passato è passaggio fondamentale per ricostruire il futuro in modo diverso.

 

Guido Liguori insegna Storia del pensiero politico contemporaneo presso l'Università della Calabria, è presidente della International Gramsci Society Italia (IGS Italia) e capo-redattore della rivista di cultura politica Critica marxista. E' tra i fondatori di Futura Umanità, Associazione per la Memoria e la Storia del Pci.

 

La Morte del PCI, Bordeaux Edizioni, prezzo di copertina € 11,90. Dal link che segue si può acquistare il libro

https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/la-morte-del-pci/

 

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"Artigli di Corvo"

Franco Lucchetti 350 minLa presentazione sabato 28 dicembre alle ore 18:00 a Frosinone
Sabato 28 dicembre alle ore 18:00 presso in Bar Tucci in via Marco Minghetti a Frosinone, sarà presentato il libro di poesie di Franco Lucchetti*, ‘Artigli di Corvo’, di PAV Edizioni.
Nell’occasione l’autore incontra amici e lettori insieme a Maria Scerrato che ha curato la prefazione della raccolta e alla scrittrice Angela Flori per una lettura dei testi.
Scrive l’autore: “…Queste breve raccolta di poesie non ha nessuno scopo. Se non quello di una riflessione sul presente che viviamo, sull’ immagine mobile dell’eternità, e sul Kairos; a cui tutti aspiriamo. Attraverso la poesia, che può essere gentile, luminosa, buia, cupa e oscura, e che può innalzarsi al cielo e scendere negli abissi con la stessa facilità muovendosi con parabole semplici o contorte, possiamo arrivare ad una interpretazione fugace di come vediamo noi stessi e l’esterno. È un lampo che ci fa vedere una piccolissima parte di quello che siamo, una luce che dura un secondo sul nostro universo interiore.”Artigli di Corvo
Il libro è sulla ricerca della quarta dimensione, quella del tempo, inafferrabile per gli esseri umani e sulla poesia che ci aiuta a vederla e comprenderla.

 

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*Franco Lucchetti, Falasca, artista visivo, scrittore e fotografo, cresciuto in Ciociaria e trasferitosi a Roma, ha pubblicato vari libri di poesia e prosa, ha partecipato alla “Biennale di Venezia 1976”e alla mostra“ANNI ’70. ARTE A ROMA”.

 

 

 

 

 

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"I pionieri di Salto di Fondi"

Pionieri saltodifond 350 mindi Ermisio Mazzocchi - Presentazione del libro "I pionieri di Salto di Fondi" di Rosa Maiorini. 14 dicembre 2019 Veroli

Possiamo considerare la "memoria come il presente. Credete veramente che stiamo parlando del passato di circa 100 anni fa e considerato irrepetibile. Non è così. Siamo nel presente".

Il libro di Rosa Maiorini tratteggia in modo eccellente e avvolge in una profonda umanità la storia di emigrati che, con le dovute variazione per epoche diverse, hanno le stesse caratteristiche degli emigrati italiani di oggi.
La storia dell'emigrazione è la storia del nostro paese, quella di ieri e quella di oggi. Gli emigrati italiani tra il 1861 e il 1985 sono circa 30 milioni.
L'emigrazione ciociara - uso il presente volutamente perché è un processo temporale con una sua continuità - una consistenza di notevoli proporzioni.
Si verifica la più grande emigrazione verso altri paesi e terre della stessa Italia, come è stato per i ferraresi nell'agro pontino e verolani a Fondi.

In alcune realtà, come la Ciociaria, all'epoca degli emigrati verolani non era ancora provincia, emigrano sia all'estero, Americhe del sud, Stati Uniti, Europa, che verso la pianura pontina, ancora non bonificata, ma con vasti appezzamenti di terra su cui era possibile coltivare e con pascoli che si offrivano alla transumanza.

Molti braccianti verolani i trasferiscono verso queste zone, in particolare nelle tenute del conte Bisleti, dove le condizioni erano pessime, di cui questo libro narra efficacemente la fatica, la miseria, le malattie, ma anche una speranza, considerato che incombeva una disoccupazione assoluta in un sistema economico che non assicurava una vita accettabile.
Tra il 1900 e il 1014, per dare una dimensione del fenomeno migratorio, da Veroli emigrano circa 6.000persone su una popolazione di circa 13.000 abitanti.
Un flusso di emigrati che si svolge in modo ininterrotto sino ai giorni nostri.

E'sintomatico che , come allora, nel periodo trattato nel libro, gli insediamenti industriali nel comprensorio di Frosinone, non riescono ad assorbire le moltitudine di nuovi contadini.
I mezzadri, sempre nel comprensorio di Frosinone, sono 23.000 e i giornalieri 22.000 per arrivare con altre tipologie di lavoro, a un totale di 83.000 lavoratori della terra, su una popolazione di circa 186.000 abitanti.
A Veroli le industrie tra il 1900 e il 1940 sono sostanzialmente circa 50, occupando circa 300 operai.
Quando avviene dopo la II guerra mondiale per i flussi emigratori è noto sia per Veroli sia per l'intera provincia sia per l'Italia.
Recenti statistiche, come quelle di Isvemez, dicono che sono emigrati in questi ultimi anni circa 54.000 persone e nel 2018 in Italia sono emigrati 285.000 persone di cui solo il 33% è laureato.
Lascio a voi le dovute considerazioni.

Ci poniamo la domanda del perché questo libro è interessante e suscita attenzione? La risposta è che esso si inserisce in una stagione di studi in grado di riscattare la storia dell'emigrazione da una marginalizzazione sub-disciplinare al fine di contribuire alla scrittura della storia dell'Italia e ai suoi rapporti con il mondo.
Una delle novità della rappresentazione è la pluralità di ambiti istituzionali e di soggetti coinvolti nella sua costruzione e divulgazione.
E il libro della Maiorino ne è una testimonianza vivace e realistica.

Non siamo qui per marcare la memoria degli eventi emigratori.
Siamo qui per avere uno strumento, come questo libro, utile alla nostra conoscenza per leggere il presente e gettare uno sguardo sul futuro.
Il confronto costante tra passato e presente è importante per riscoprire l'emigrazione italiana dentro un contesto economico e sociale.
Con il crescere dell'attenzione nei confronti dell'emigrazione si è ampliato l'interesse per la storia del'emigrazione.

Occorre fare qualche ulteriore riflessione. manca ad esempio uno studio su le rimesse, che furono fondamentali per permettere ai familiari rimasti nei propri paesi di potere vivere.
Si è sempre studiato l'emigrazione maschile, ma nulla è stato approfondito rispetto all'emigrazione femminile prima e dopo la II guerra mondiale.
Va rivolto un apprezzamento alla Maiorino per avere evidenziato il ruolo decisivo delle donne.
L'industria culturale recente attraverso storiografie, autobiografie, romanzi, film, produzioni televisive, fornisce materiale per la rielaborazione della memoria dell'emigrazione italiana.

Chi non ricorda il film Lamerica, quello di Titanic e per un verso quello di Novecento. Sono do notevole significato il libro di Antonio Stella "L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi" , così come il romanzo "Vita" di Melenia Mazzucco, che narra la storia di Vita e Diamanti, emigrati da Latina per New Jork nei prima anni del novecento.
A Bois du Cazier esiste un museo dedicato agli emigrati italiani morti nell'incidente delle miniere di Marcinelle l'8 agosto 1956, dove morirono 262 minatori, di cui 137 italiani Il 23 novembre del 2003 fu realizzato un fiction su questo dramma, riscoprendo una parte della storia di italiani all'estero sconosciuta.

Simile alla Shoah, prima raccontata dagli storici e dai sopravissuti, poi diventata oggetto di iniziative di musei, di memoriali, mostre, una varia pubblicistica.
Oggi sono numerosi i musei locali dedicati all'emigrazione, con l'intento di rappresentare importanti strumenti di intervento sulla memoria del territorio, quale legame con i cittadini emigrati e i loro eredi, di cui abbiamo una testimonianza con questo libro.
Propongo che Veroli, rivolgendomi al Sindaco, si faccia promotore della costituzione di un museo dell'emigrazione della provincia di Frosinone su l'esempio della Toscana nel comune di Lusuolo nella Luigiana e della Calabria collocato nel Parco Old.
Un rapporto distinto tra passato e presente nell'emigrazione non esiste.

L'emigrante di Veroli del 1926 ignorante, analfabeta, misero, è quello che per avere lavoro si trasferisce nelle paludi pontine.
L'emigrante di Veroli del 2019 istruito, specialista, colto è quello che per avere lavoro si trasferisce in qualsiasi parte del mondo. Cambiano i tempi, ma le motivazioni sono le stesse.
Il libro della Maiorino è un tassello nella narrazione dell'emigrazione italiana.
Un libro da cui trarre sapere e insegnamento come un monito umano per dare dignità e sicurezza alla future generazioni.

Allegato
Numero di emigrati di Veroli anni 1900-1914*

1900 6
1901 24
1902 100
1903 124
1904 113
1905 475
1906 487
1907 581
1908 205
1909 612
1910 475
1911 413
1912 662
1913 868
1914 271

Numero fabbriche e operai presenti nel comune di Veroli inizio secolo XX

Fabbriche       numero        operai

fornaci, stoviglie,       4                9
fiammiferi di legno     1              10
paste per minestre     1                5
frantoio olio              25           108
lavorazione della seta 5              59
cappelli                      3               9
tipografia                   1               2
sedie di legno             5             21

* Fonte, Istat

 

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"Dritto al cuore"

luca di bartolomei 350 mindi Diego Protani - Si svolgerà Lunedì 4 Novembre alle ore 9 presso l'aula magna Francesco Alviti del Liceo di Ceccano l'atteso evento con Luca di Bartolomei autore del libro "Dritto al cuore".

Il tema è molto attuale: Più armi uguale più sicurezza. Un'equazione trasformata in slogan, una convinzione che ha spinto il 40 per cento degli italiani ad affermare che si sentirebbe più sicuro con una pistola in casa. Più armi uguale più femminicidi.

Ecco un'altra equazione, ma questo non è uno slogan, è la semplice constatazione di una tragica realtà. Una pistola è costruita per sparare, per ferire o uccidere. O anche per uccidersi.

Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino, famoso calciatore che venticinque anni fa si suicidò con una Smith & Wesson 38 acquistata credendo di proteggere la sua famiglia, in questo libro affronta con lucidità un tema che la cronaca ci ripropone ogni giorno. Unendo vicende e racconti personali a dati e studi comparati sull'argomento, in una narrazione calda e partecipata, ma anche inattaccabile ed essenziale, ci invita a riflettere. Rendere più permissiva la legge sulla legittima difesa rischia di alimentare una giustizia fai da te, favorendo la comparsa di tanti Rambo pronti a sparare alla prima occasione. E soprattutto nasconde la preoccupante perdita di fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato quale garante e custode della nostra sicurezza.

Luca Di Bartolomei dimostra in queste sue pagine come la realtà sia spesso molto diversa da come la percepiamo, anche sull'onda di quello che i media ci propongono. Dobbiamo invece capire le nostre vere paure e smascherare l'inganno che ci spinge a dare una risposta sbagliata a un problema reale.

 

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Ho cercato il mio destino

de paulis libro 350 minHo cercato il mio destino Un libro di Fabio de Paulis
Editore: LFA PUBLISHER

Sinossi: Emma giovane e bellissima insegnante di famiglia borghese in un’Italia senza scuola di un meridione in grave crisi economica e sociale dopo l’unità, vede partire suo marito come emigrato in America. Afflitta dalla solitudine subisce le lusinghe di un giovane artigiano (calzolaio) che le farà scoprire le emozioni dell’amore vero. Nasce una intensa storia clandestina che sfocerà in una gravidanza inattesa. Ma anche il suo giovane amante sarà costretto ad emigrare in Argentina e lasciata sola, dovrà affrontare la riprovazione sociale per aver scelto una vita oltre le convenzioni del tempo come adultera e per di più incinta. Una zingara le racconterà un futuro nefasto da cui riuscirà a venirne fuori provocandole maggiori struggimenti interiori. Costretta ad affrontare da sola un parto improvviso, perde il bambino appena nato e accusata di infanticidio, dovrà affrontare un processo per dimostrare la sua innocenza.

Fabio De Paulis, nasce a Napoli dove vive, e prevalentemente esercita la professione forense, patrocinante in cassazione e magistrature superiori. Facente parte della Procura Federale della Federazione Italiana Gioco Calcio, con passione svolge gli incarichi affidati nel mondo del calcio. Sposato con Elvira, ha due figlie: Daria e Giada. "Ho cercato il mio destino" è il suo primo romanzo dopo aver pubblicato nel 2013 uno scritto sul processo a Gesù, intitolato: "Gesù di Nazareth Re dei Giudei" pubblicato da Scrivonapoli, giornale cittadino col quale collabora come opinionista.

Intervista:

Dott. de Paulis, da dove nasce l’esigenza di questo volume?

Ho sempre paragonato, in cuor mio, l’esigenza o il bisogno che dir si voglia, di scrivere un libro come l’atto del concepimento. C’è un momento in cui prende vita nella mente di chi scrive, dopo di che quel barlume di esistenza prende man mano corpo, accrescendosi con premura fino a vedere la luce. In questo caso l’esigenza deriva dalla voglia di conferire al genere femminile quella forza necessaria per riscattarsi dalle convenzioni sociali. Un atto dovuto alle mie figlie.

Quali sono le attese per questo lavoro?

Come dicevo, si scrive per passione, quindi non ci sono particolari aspettative se non quelle di assecondare il proprio desiderio di raccontare. Piuttosto, dopo la pubblicazione e i commenti, a dire il vero molto lusinghieri di chi lo ha già letto, c’è il timore di deludere le aspettative di chi ancora dovrà leggerlo.

Potrebbe elencare tre aggettivi per descrivere il romanzo?

Innanzitutto vero: perché descrive una vicenda realmente accaduta. Coinvolgente, per la grinta e la determinazione della protagonista. Accattivante.

Come è nata la sua vena artistica?

In verità non credo di possederla, però mi piace scrivere ed è un esercizio che mi tiene compagnia, una vera e propria evasione, come chi ha la fortuna di saper suonare o dipingere. Raccontare in maniera romanzata vicende reali o di mera fantasia assume la forma di arte solo se viene riconosciuta dai più come tale. Altrimenti sono solo tentativi.

Quali sono i suoi autori preferiti? E a chi si è ispirato?

Gabriel Garcia Marquez rimane il mio punto di riferimento astrale. Irraggiungibile, emozionante in ogni pagina, inimitabile. Ma non posso ispirarmi al suo modo di scrivere e al suo mondo. Leggo con piacere Baricco, Erri De Luca tra quelli partenopei è l’autore che preferisco.

Napoli ha da sempre avuto una grande cultura, fin dall’antichità. Quali sono i personaggi che ama di più.

Sarebbe fin troppo semplice rispondere Eduardo De Filippo, i cui modi di esprimersi ancora oggi caratterizzano molti tratti dell’essere partenopeo. Ma è talmente lungo l’elenco in tutte le discipline che si finirebbe per fare comunque un torto a qualcuno. Se dico Totò o Massimo Troisi per il cinema, non posso non ricordare per la Musica Pino Daniele ma anche Alessandro Scarlatti. Grandi pittori come Salvator Rosa, Gemito e Fontana; Filosofi come Vico e Croce; Matilde Serao ed Elena Ferrante (?) tra le scrittrici; Enrico Caruso. Scienziati come Caccioppoli o il Vanvitelli architetto. Solo la nazione napoletana può vantare così tanti nomi di prestigio disseminati nei secoli.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Continuare a cercare vicende umane da raccontare.

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La figlia del mercante di seta

FrenchIndochinaCentPiastres 350 mindi Giulia Bragalone* - «Al tempio c'è una poesia intitolata "la mancanza", incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate. Non si può leggere la mancanza: solo avvertirla.»

- "Memorie di una geisha" - Sayuri Nitta
“La figlia del mercante di seta” (Newton Compton, 2017, titolo originale The Silk Merchant’s Daughter, traduzione di Valentina Francese) è un romanzo dell’autrice Dinah Jefferies, nata a Malacca in Malesia, trasferitasi poi in Inghilterra all’età di otto anni, dove ha insegnato studi teatrali e inglese. E' una storia che colpisce non solo per il periodo storico che viene narrato, colpiscono molto anche le caratteristiche dei personaggi, come sia forti e deboli al tempo stesso. Nicole, la protagonista della storia, è una donna forte e combattiva per metà francese per metà vietnamita affronta le difficoltà della vita sempre a testa alta, è cresciuta senza madre e non si è mai veramente sentita accettata dalla società e dalla sua stessa famiglia per il suo sangue misto e il suo carattere ribelle e libertino sotto alcuni aspetti.

“L’ambientazione e le scene sono fondamentali, non solo perché amo incorniciare la vita nei paesaggi e far viaggiare il lettore in altri tempi e in altri luoghi, ma anche perché il posto stesso ha un impatto enorme sui personaggi.” - Dinah Jefferies
La scrittrice ha iniziato a comporre il suo primo libro durante i cinque anni che ha trascorso in un piccolo villaggio sulle montagne andaluse. Molto brava nel tratteggiare atmosfere esotiche che restituiscono al lettore immagini di luoghi tanto lontani quanto incantevoli, Jeffries torna ad affascinare i lettori dopo il grande successo del romanzo “Il profumo delle foglie di tè” numero 1 in Inghilterra, tradotto in 17 Paesi, in Italia è stato il libro digitale più venduto nel 2016.

“La figlia del mercante di seta” ha come sfondo l’Indocina francese, l’attuale Vietnam, ai tempi del colonialismo. E' una storia che può apparire cruda in alcuni tratti, si finisce con l'immedesimarsi nei mutevoli stati d'animo di Nicole che molto spesso vede soffrire le persone che più ama, i suoi amici, la sua famiglia, l'uomo di cui poi si innamorerà perdutamente (Mark). Sarà un percorso travagliato, non privo di soddisfazioni, un conflitto di identità in cui la nostra protagonista sarà perefiglia mercante seta 250nnemente in contrasto con le sue origini miste. Nicole sceglierà di vivere la sua vita come una donna francese, oppure passerà dalla parte dei Vietminh ritrovando le sue origini perdute dopo un'infanzia e un'adolescenza vissute con lo stile di vita francese? Agli inizi degli anni Cinquanta il Vietnam era prigioniero di una lotta tra la Francia, determinata a mantenere le sue colonie molto redditizie, ricche di materie prime e prodotti agricoli, e i disperati Vietminh che volevano l’indipendenza. La Francia aveva sempre definito la colonizzazione dell’Indocina come una “mission civilisatrice”, una “missione civilizzatrice”, facendo costruire scuole, ospedali e strade, ma il colonialismo, da che mondo è mondo, “è sempre stato una mera questione di profitto”. Inizialmente Nicole trova molta difficoltà nel scegliere quale strada percorrere, si sente divisa fra la sua famiglia e i suoi ideali futuri, ma ben presto le cose cambieranno e lei sarà costretta a scegliere: “Una guerra che quasi l’ha dilaniata, e che, contro ogni previsione, il Vietnam ha vinto”.

Maggio 1952. Hanoi, Indocina francese. Alta, slanciata, Sylvie aveva ereditato il fisico dal padre che era francese, mentre Nicole assomigliava alla madre vietnamita, morta da tempo, ed era fin troppo consapevole della sua pelle ambrata. Il giorno dopo il diciottesimo compleanno di Nicole, il mercante di seta aveva comunicato alle figlie che, a causa di un impegno “confidenziale” preso nei confronti del governo francese, non avrebbe potuto più occuparsi dell’attività commerciale. “Credo che nell’interesse della società solo una di voi debba ricoprire il ruolo di dirigente. Dato che Sylvie è la più grande, ho deciso di lasciare a lei la gestione degli affari, con effetto immediato”. A breve sarebbe stato tutto intestato a Sylvie che secondo loro padre era più portata a gestire i beni della famiglia. Il mercante di seta aveva affidato in gestione a Nicole il piccolo negozio delle sete nel quartiere vietnamita di Hanoi, chiuso ormai da tempo immemorabile.

“Fa’ che quel negozio diventi una miniera d’oro. Poi vedremo che altro sei in grado di fare”. Le aveva detto. Nicole nonostante fosse felice di gestire il negozio, non poté fare a meno di sentirsi amareggiata e delusa dal favoritismo di cui godeva sua sorella. Si domandava come sarebbe stata accolta nel quartiere vietnamita, lei che era considerata una “meticcia”, troppo vietnamita per appartenere pienamente alla Francia, e troppo francese per essere una vietnamita. Prima della guerra tutto ciò non aveva avuto grande importanza ma adesso, con il clima di sospetto in cui vivevano, era diventato molto importante. La figlia del mercante di seta non poteva immaginare che si trovava in un momento cruciale della propria esistenza. “Tua madre era vietnamita. Ma siamo stati noi francesi a rendere il Paese quello che è oggi. Solamente noi. E noi siamo i soli in grado di governarlo in maniera corretta”. Le dicevano.

“Le carezze, le espressioni di amore, sono necessarie alla vita affettiva come le foglie alla vita di un albero. Se sono interamente trattenuti, l'amore morirà alle radici.”

- NATHANIEL HAWTHORNE
Le esperienze vissute da Nicole, l'amore per Mark e la conoscenza di molte verità di cui inizialmente era all'oscuro l'aiuteranno a ritrovare se stessa, non senza sacrifici o sofferenza. Ma è proprio lottando contro tutto e tutti , senza stare da una parte o dall'altra, che si è in grado di riscoprire quella libertà che si credeva perduta per sempre.

 

*Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

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Il plurale di poi

poi 350 minLibro: Il plurale di poi

Autore: Maurizio Petraglia

Editore: LFA Publisher

Sinossi: Diego Del Principe, a quarant'anni, potrebbe definirsi un uomo arrivato: ha un incarico di prestigio in una multinazionale, la famiglia ideale, una villa sul lago di Como. Eppure sa di vivere una perfezione solo apparente, nata dalle rinunce, dall'allontanamento dai vecchi amici di sempre, dalla fuga dal vero amore; e, soprattutto, dal ricordo dell'incidente che vent'anni prima gli ha portato via il suo migliore amico.

Intervista:

Come è nata la sua passione per la scrittura? Scrivo da quando ne ho memoria, fin da quando ho imparato a farlo praticamente. Sono un timido fondamentalmente e scrivere è il mio modo di raccontarmi al mondo.

Il plurale di poi è il suo romanzo uscito in ottobre. Cosa ci può dire? Questo mio romanzo, autobiografico, rappresenta principalmente la necessità di raccontare una storia, drammatica per tanti aspetti, ma anche romantica ed emotivamente formativa. È un pezzo della mia vita in cui ho iniziato a conoscere i veri valori della vita, come l’amicizia e l’amore, che rappresentano per me ancora oggi i veri principi a cui poter attingere per vivere intensamente il proprio percorso di vita.

Quali sono le soddisfazioni maggiori che le ha dato questo libro? Innanzitutto il piacere di vedere il proprio romanzo su carta stampata, è una bellissima sensazione, e poi il riconoscimento per un lavoro che è costato tanti sacrifici e spesso ripensamenti (scrivere per farsi leggere rappresenta un banco di prova importante) che hanno mi dato una indispensabile iniezione di fiducia. Sono felice però di aver trovato il coraggio di raccontare questa storia. Per quanto mi riguarda raccontare il dolore rimane l’unico modo per esorcizzarlo, per combattere cioè quella sensazione di impotenza che ci inchioda quando la vita ti mette duramente alla prova.

Sta pensando a un futuro in cui la scrittura diventerà sempre più importante per lei? R: è un sogno che coltivo da ragazzo. Quello di trasformare la mia passione nel mio lavoro. Sarebbe magnifico continuare a scrivere e farne la mia professione.

Se le chiedessi di parlare di cosa prova quando scrive, cosa potrebbe rispondere? Quando scrivo sono in un altro mondo, quello che mi appartiene di più, quello in cui forse sono davvero me stesso. Credo che chi scrive lo faccia principalmente per quello; per raccontare chi si è innanzitutto, anche se a volte non si riesca a dire tutto di se stesso. La scrittura ritengo sia una forma d’arte come qualsiasi altra in cui ci si metta a nudo davanti agli altri. Raccontare di se, senza nessuna barriera tra la propria anima e il resto del mondo.

Quali letture giudica fondamentali prima di imbarcarsi nella scrittura? Non esiste , credo, un elenco di libri da cui attingere per trovare la voglia di scrivere. Ogni libro, ogni esperienza letteraria, ogni singola parola, rappresenta un mattone con cui costruire la propria passione. Ognuno di noi ha qualcosa da dire, e ogni storia vale la pena di essere ascoltata. Io ho letto migliaia di libri e ogni racconto mi ha regalato un’ emozione. Leggere è un viaggio ogni volta diverso, nuovo, stimolante, come sedere accanto al comandante di un veliero alla scoperta di nuovi mondi.

 

 

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Il castello di Amanda

castelloAmanda 350 260Libro: Il castello di Amanda

Autrice: Marianna Caponigro

Editore: Lfa Publisher

Riassunto: Amanda è una bambina che, dalla finestra della sua stanza, riesce a vedere un bellissimo castello medievale, ed è a lui che racconta nel buio delle sue notti ansie e vicissitudini, ma anche speranze e sogni. Oltre alle aggressioni del padre, la bambina affronta segretamente un'altra sciagura: le molestie di un pedofilo, che la fanno crollare in una profonda depressione. Ma Amanda non sa che, oltre alla mamma e ai suoi nonni, c'è un'altra persona che segretamente si prende cura di lei.

Intervista all'autrice:

Come nasce la passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura, nasceva ancora prima che imparassi a scrivere e a leggere. Amavo sfogliare libri, annusarne l’odore e cercare di immaginare cosa tante parole potessero raccontare. Trascorrevo le ore ad osservare libri che non avevano neppure un’immagine. La mia passione per la scrittura è direttamente collegata al mio amore per la lettura

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro?

“Il castello di Amanda” era un sogno rimasto chiuso a lungo in un cassetto, una sorta di sfida con me stessa. Cominciai a scriverlo quasi per gioco, o probabilmente per ammazzare il tempo, ma all’improvviso la storia prese il sopravvento, e la mia mente continuava ad elaborare frasi anche quando ero impegnata in altre faccende.

Terminarlo, cercando di dare al romanzo un finale adeguato alla gravità delle storie raccontate, diventò la mia priorità.

Come definiresti “il castello di amanda”?

Il castello di Amanda lo definirei un romanzo senza tempo; poiché senza fine sono le piaghe di cui narra, le violenze domestiche e la pedofilia, di cui purtroppo sentiamo spesso parlare; ma lo definirei anche mistico, considerando l’arcana presenza che aleggia nel romanzo.

Cosa vorresti che il lettore riuscisse a comprendere leggendo il tuo libro?

Mi piacerebbe che il lettore non solo vedesse la sofferenza di Amanda, ma anche la sua energia nell’affrontare tanta violenza, e il suo bisogno di sognare per sottrarsi alla realtà e cercare di essere più forte dei suoi oppressori.

Credi che il libro sia ancora un mezzo di comunicazione importante?

Credo che nulla potrà mai sostituire il fascino di un libro: sfogliare le sue pagine, leggerne il contenuto, mentre l’odore della carta stampata invade le narici. Sono a parere mio emozioni e sensazioni che nessun computer potrà mai dare.

Quale romanzo ti ha rivoluzionato la vita, facendoti decidere di scrivere a tua volta?

Nel corso degli anni ho letto davvero tanto, ho mischiato i grandi classici ad autori contemporanei e raramente qualche romanzo non mi è piaciuto. Scoperta solo di recente, la mia scrittrice preferita è l’irlandese Lucinda Riley. Mi piacciono molto i suoi racconti, quasi fiabeschi e quel velo di mistero che spira tra le sue pagine.

Ma l’opera che non smetterò mai di leggere e di amare è in assoluto” La divina commedia” che considero il più bel capolavoro di tutti i tempi.

Quale sogno hai nel cassetto e come intendi realizzarlo?

Ho cercato di realizzare tutti i miei sogni, anche se qualcuno non valutato alla perfezione, dopo averlo realizzato, si è trasformato in un incubo. Adesso ho un sogno meno ambizioso da realizzare: lavorare di meno, godermi i miei figli e la mia famiglia e avere più tempo libero da dedicare alla scrittura.

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L'oro nel sangue

Aloi cover 350 mindi Diego Protani - In breve: Paco è un italiano che vive a Canton, in Cina. Da piccolo imprenditore pieno di debiti diventa uno degli uomini più ricchi al mondo grazie a un casuale ritrovamento di un tesoro in lingotti d’oro. Nell’attesa di trovare il modo di lasciare la Cina si trova suo malgrado coinvolto in un intrigo internazionale tra agenti dei servizi segreti di diversi Paesi.

Gian Paolo Aloi è nato a Roma il 13 novembre del 1959 e vive a San Paolo in Brasile, dove svolge l’attività di consulente per aziende. Sposato con 7 figli, laureato in Scienze Politiche, ha prestato servizio nel Sisde (il servizio segreto italiano, oggi AISI) in prima linea nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, nell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Somalia e in Kenya, al Ministero della Giustizia a Roma e al Consolato Generale d’Italia a Canton, in Cina.

 

 

 

 

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