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Ceccano. C’è qualcosa da correggere nel dibattito politico locale

 

 "mi sorprende il silenzio assordante e la sola reazione di Angelino Loffredi"

di Antonio Nalli
ceccano monumento 350 260Se anche Maurizio Cerroni ricorre all’espressione “sinistra pariolina”, tipica del linguaggio di Ruspandini e delle sua corte, per attaccare qualcuno che in fondo, forse, non gode troppo della sua simpatia, allora vuol dire che c’è davvero qualcosa da correggere nel dibattito politico locale. Ovviamente non sono d’accordo con la sua analisi sull’esito elettorale di Ceccano e mi sorprende il silenzio assordante e la sola reazione di Angelino Loffredi.

Dal mio punto di vista, malgrado il disorientamento generale e la pressione di determinati poteri forti radicati sul territorio, che ancora una volta hanno giocato sporco con le problematiche del lavoro, le urne hanno tracciato un solco importante, premiando anzitutto la coerenza di Emanuela Piroli che con le sole proprie forze e senza grandi nomi al suo fianco, è riuscita a compiere un grande risultato che torna a dare un poco di dignità al centro sinistra locale.

Risultato, ovviamente, non paragonabile alla forza elettorale che portò Cerroni alla vittoria nel 1994, poiché privo delle stesse fondamenta. Già nel mese di maggio, in un incontro casuale con Maurizio Cerroni, lo stesso mi annunciò la vittoria di Caligiore, perché a suo dire godeva del sostegno dei partiti, schierati al suo fianco con i rispettivi simboli. Rimasi stupito di questo e la cosa, lo confesso, mi infastidì, perché il capitano di una squadra, un leader (ed io lo ritengo tale, visto il suo bagaglio di esperienza), a mio giudizio non può starsene a guardare con le mani in mano, nel corso di una partita importante come era la tornata amministrativa. Ma resta pur sempre una scelta rispettabile.

Ma assistere in silenzio a ciò che avveniva intorno a noi, perfino all’apertura di un covo fascista (non dimentichiamo che fu una libreria il luogo dove la cellula di ordine nuovo, capitanata da Freda e Ventura, programmò le stragi del 1969), che a quanto sembra si sta attivando perfino nella diffusione di alimenti ai ceccanesi bisognosi e rigorosamente di pura razza italica, e riemergere dal letargo per parlare di divisioni, percentuali enfatizzate ed attaccare presunti rottamatori che non hanno avuto fortuna (dimenticando il proprio trascorso renziano), lo ritengo esagerato.

Nel corso degli anni sono stati tanti i momenti nei quali andava fatta e bisognava fare una riflessione all’interno del centro sinistra, consentendo alla destra di cavalcare demagogicamente argomentazioni per le quali, soprattutto negli anni di governo cittadino, non ha mai dimostrato concretamente il proprio interesse e trovato soluzioni. Erano, senza alcun dubbio, gli anni in cui si intentava il sostegno a discutibili progetti di riqualificazione dell’area di bosco Faito. Ed ancora su tante ed altre questioni ambientali, legate anche ad autorizzazioni nei confronti di ben note aziende del territorio che a quanto pare continuano ad “accontentare” qualche amministratore comunale… Andava aperta una riflessione sullo sviluppo urbanistico che si stava disegnando e sviluppando per la città. O ancora sulla privatizzazione di un bene primario come l’acqua e la gestione del servizio idrico nel panorama provinciale.

Erano gli anni del duo Ciotoli e Cerroni nei quali o si stava all’interno di quelli schemi o si era fuori. Da qui è nata la prima grande divisione del centro sinistra, con la creazione del gruppo indipendente di Angelino Stella, anch’esso strumentalizzato ed utilizzato dal Ruspandini per i propri fini. Tenendo presente che il dibattito politico nazionale, sulla gestione dell’emergenza sanitaria in corso, ci sta insegnando qualcosa di oggettivamente non trascurabile, ovvero che criticare soltanto le scelte promosse da altri è molto più semplice anche e soprattutto poiché non comporta alcuna ammissione di responsabilità, il quesito che pongo è: chi ora parla di dialogo e ricostruzione del centro sinistra, quali passi ha percorso, di proprio conto, per consentire una riappacificazione politica ed innescare nuova linfa alle sfide future?

 

 

 

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Ciofi: un giornale locale, battagliero, aperto...Una mosca rara

Paolo Ciofi, Economista e saggista, nel PCI fino al suo scioglimento, è oggi presidente di Futura Umanità (Associazione per la storia e la memoria del Pci).

20anni1e3it minCaro Ignazio,
i tuoi 20 anni spesi con coraggio, tenacia e costante dedizione per UNOeTRE in questo tempo burrascoso, ricco di incognite e di grandi cambiamenti, non sono stati una spesa ma un felice investimento. Complimenti per un impegno tutt’altro che facile, e molti sentiti auguri di buon proseguimento. Al giornale, a te, alle tue collaboratrici e ai tuoi collaboratori.

Non solo siete riusciti a mantenere viva un’ispirazione di fondo chiaramente enunciata: stare dalla parte delle lavoratrici e di lavoratori non inpaolo ciofi 350 260 min astratto, ma nella concretezza delle loro rivendicazioni e della loro vita; assumere la Costituzione, a cominciare dagli articoli 1 e 3 richiamati dalla vostra testata, come progetto di nuova civiltà, estremamente attuale seppure inattuato, che nella tutela della natura sia volto a conseguire la pace, la libertà, l’uguaglianza sostanziale tra gli esseri umani; assicurare un’informazione libera e veritiera su pagine aperte a chiunque voglia intervenire.

Avete fatto un giornale locale, ma non localistico; battagliero, ma non becero e sguaiato; aperto, ma non qualunquista e falsamente nuovista. Una mosca rara. E perciò complimenti e auguri rafforzati, con un semplice consiglio. Continuate a usare le nuove tecnologie per accrescere la partecipazione e la cultura. Per lavorare insieme. Per unire, non per dividere e separarvi da chi ne è escluso.

Un abbraccio, Paolo Ciofi

 

 

 

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Aprire una discussione sull'informazione locale

Cosa è cambiato nella carta stampata locale dopo la chiusura de “La Provincia”?

valentino 350di Valentino Bettinelli - I venti anni anni del nostro giornale ci invitano ad una doverosa riflessione sull’informazione, in particolare per quel che riguarda la sfera locale.

Dopo la chiusura de “La Provincia”, la carta stampata locale è quasi unicamente rappresentata da “Ciociaria Oggi”. Un monopolio che, con fatica, “L’Inchiesta” prova a limitare, tra tutte le difficoltà e il grande impegno del direttore Stefano Di Scanno.
La mia critica al monopolio locale nasce dal ruolo interpretato da Ciociaria Oggi, giornale che ritengo estremamente polarizzato e, di conseguenza, polarizzante verso una direzione ben precisa; ne è esempio la partecipazione del suo editore, Massimo Pizzuti, ad un recente evento targato Gioventù Nazionale e Fratelli d’Italia, in barba ad ogni buona regola di pluralismo. Riscontro il rischi di un’informazione molto orientata solo a destra da parte di un giornale che vive su questa impostazione, per cui ritengo che UnoeTre.it possa rappresentare una via parallela, che garantisca ai lettori della nostra provincia una linea più democratica e progressista dell’attualità. 20anni1e3it min

Parlando di attualità credo sia necessaria una profonda analisi della deriva sociale in corso. Un report sociologico su una società contemporanea dove l’odio e la cattiveria dilagano. In questo panorama non penso che i recenti fatti di Ceccano siano scevri da questi condizionamenti. Negli ultimi mesi, infatti, sto riscoprendo una città abbrutita, non solo purtroppo dall’emergenza Covid, dove dilagano truffatori pronti a sfruttare ogni occasione per speculare. Un Paese che si sveglia, a distanza di pochi giorni, prima con la stazione data alle fiamme e poi con un cadavere abbandonato in pieno giorno in un carrello della spesa.

Come giornale di politica, attualità e società locale, penso, dunque, che si debba aprire una discussione su questi temi, puntando lo sguardo sulle nostre realtà territoriali, garantendo, come detto in precedenza, una via parallela e libera di informazione.

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"Una economia locale che fa fatica..."

Anita Tarquini 350 minda UIL Frosinone - Lo studio del Sole 24 Ore sulla ricchezza nelle provincie italiane boccia anche Frosinone. La Segretaria Territoriale della UIL Frosinone Anita Tarquini commenta così:

«Continuiamo ad essere molto bassi in classifica per quel che riguarda i redditi, al 76° posto, ma anche per spesa delle famiglie (70°), indebitamento (68°), depositi (77°) e ricorso ai prestiti personali (80°). Tutti chiari indicatori di una economia locale che fa fatica ad uscire dalle secche di una stagnazione che ancora non vede la luce in fondo al tunnel. A maggior ragione se consideriamo che la nostra provincia ha la poco edificante 101° posizione, su 107 provincie italiane, in materia di protesti. Segno evidente, anche questo, di una importante crisi e che i nostri concittadini per poter andare avanti e finanziarsi ricorrono anche a canali alternativi alle banche e/o alle poste e che non riescono ad onorare gli impegni presi. Questa è la triste realtà che dobbiamo leggere in questi numeri che, in quanto tali, non sono di certo opinabili. Restiamo fermamente convinti della necessità che tutti gli operatori economici del territorio, a partire dalle istituzioni politiche ed amministrative, per passare alle associazioni di impresa, debbano prendere necessariamente atto della situazione ed immaginare interventi forti ed importanti per invertire la tendenza».

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Per difendere l'informazione locale e indipendente

Stefano Di Scanno 350 260 min(video intervista) Il 20 ottobre scorso un editorale di Stefano di Scanno, direttore de L'Inchiesta quotidiano, iniziava con una domanda un po' esasperata «scomparire subito o solamente poco alla volta: queste le opzioni fino a ieri sul tappeto del governo nazionale per la stampa locale italiana». Un messaggio di allarme che ha spinto UNOeTRe.it a chiedere a Di Scanno una intervista.

Nel frattempo ci è giunto un ordine del giorno approvato dal 2° congresso della Cgil Frosinone-Latina, concluso pochi giorni addietro, che ricorda come «Nelle provincie di Latina e Frosinone, caratterizzate fino al 2010, da molteplici iniziative editoriali, iniziò un drammatico ridimensionamento delle testate e conseguentemente un taglio drammatico degli addetti, dovuto ai primi provvedimenti di riduzione del contributo all'Editoria. Tale contributo era finalizzato allo scopo di favorire la pluralità democratica delle opinioni e delle informazioni» - e prosegue - «Poche, sono rimaste, le voci di informazione e approfondimento nei territori del Lazio Meridionale (...)Per tali motivi l'annunciato provvedimento del Governo che stabilisce l'ulteriore e forse definitivo taglio del fondo all'Editoria ci pone di fronte alla consapevolezza che tale misura potrà rappresenti,lre la definitiva fine della libera informazione a Frosinone e Latina». E conclude impegnandosi «a perseguire ogni iniziativa finalizzata a contrastare tale provvedimento del Governo e a condurre tutte le iniziative necessarie al mantenimento del finanziamento pubblico all'Editoria».

Interessante quanto dichiara a noi Stefano Di Scanno e molto innovativa ci pare la sua proposta per garantire lo Stato e i propri lettori.
Sottrarre la gestione dell'intero settore dei media indipendenti alla presidenza del Consiglio dei ministri, che resta un organo politico, per attribuirla alla presidenza della Repubblica nella sua veste di organo di garanzia che, di fatti, presiede proprio per questo suo ruolo speciale il Csm e al contempo assicura l'indipendenza della magistratura.
Alle cooperative giornalistiche andrebbe assicurata la realizzazione di un meccanismo di garanzia dei lettori, ma anche delle istituzioni stesse prevedendo una rappresentanza (rigorosamente senza vincoli di partito e di schieramento) di cittadini-lettori, stabilmente all'interno degli organismi societari.

La discussione e la questione tutta, meritano un esito con certezze e garanzie sicure perchè il problema posto ha una portata ben più ampia e ha molto a che vedere con l'essenza stessa della democrazia italiana.

video-intervista a Stefano Di Scanno

 

 

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Sciopero Provinciale del Trasporto Pubblico Locale

usb350 260Sciopero Provinciale Trasporto Pubblico Locale di Frosinone del 04/08/2017 Società GE.A.F.

La scrivente organizzazione sindacale USB (Unione Sindacale di Base) esprime grande soddisfazione per la riuscita dello sciopero Provinciale del TPL (Trasporto Pubblico Locale) di Frosinone, proclamato per il giorno 04/08/2017 dalle ore 8,30 alle 12,30.

L’adesione allo sciopero è stata dell’80% della forza lavoro. Tale percentuale consolida le motivazioni che hanno indotto allo sciopero:

• la verifica certificata dei km effettuati nell’anno 2016/2017 dalla società rispetto ai
Km assegnati dall’ente Pubblico
• turnazioni
• sicurezza
• presenze del personale in cassa integrazione in deroga
• criticità connesse all’attività lavorativa

La scrivente O.S. letto l’avviso per l’utenza affisso dall’azienda sui bus, ci tiene a precisare che non si tratta di uno sciopero Nazionale, infatti si tratta di uno sciopero Provinciale per le motivazioni suddette.

L’altissima adesione a questo primo sciopero Provinciale proclamato da U.S.B. testimonia della volontà di tutti i lavoratori T.P.L. di Frosinone a proseguire nella lotta fino a ottenere il rispetto dei diritti e all’accoglimento delle richieste.

Frosinone, 04/08/2017 Esecutivo Provinciale Lavoro Privato
Stefano Pollari

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Brigantaggio locale: la Banda Chiavone

chiavone 350 260di Giulio Fabi - Valore storico di una cronaca: il manoscritto De Carolis
Ho provato una profonda emozione nel momento in cui, nell’aprile del 1996, mi sono trovato nelle mani questo manoscritto. Al maestro Remo Costantino De Carolis. avevo chiesto un po’ di materiale per una tesi di storia locale, che mio figlio, avrebbe dovuto portare all’esame di maturità classica. Nel selezionare i documenti mostrati, la mia attenzione, fu attratta da un manoscritto di piccole dimensioni in cui si riferisce di avvenimenti di paese, di raccolti, di tempeste, di alluvioni e di vita quotidiana, ma nulla di più, in un periodo che va dal 1859 al 1865. (continua a leggere completata una pagina. Torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

Qualcosa di grande valore

Dopo alcuni brani che, danno uno spaccato di vita paesana di quel tempo, la pagina riferita al 9 maggio 1862 si apre così: “la notte del 9 maggio....circa le ore tre, entrò Chiavone nel nostro paese...” e di qui una narrazione particolareggiata che sembra quasi la scenografia di un film. Insomma, qualcosa di grande valore, per ciò che riguarda la storia del nostro paese, del territorio e, dobbiamo essere grati al maestro Remo Costantino De Carolis e alla sua Signora Elena Simeone di avercelo recuperato e conservato. Con un linguaggio manzoniano da notte brava, l’anonimo scrittore, che dimostra di conoscere la storia e le vicende politiche dell’epoca, Il brigante Chiavone 350descrive l’attacco che, il brigante Chiavone, alla testa di centocinquanta uomini, portò a Fontechiari, all’epoca Schiavi e nel prosieguo, descrive tutto ciò che avveniva nel paese in un momento importante della storia locale e nazionale. L’unità nazionale è un bene prezioso e nella nostra provincia il senso di appartenenza alla comune patria è molto sentito. Eppure il cammino della Ciociaria proprio verso l’unità nazionale fu difficile e sofferto. Il Sorano, essendo terra di frontiera, godeva, sotto i Borbone, di una situazione di discreto privilegio. Accanto ai vantaggi che poteva conferirle l’essere terra di frontiera ed il nord del sud, aveva avuto uno sviluppo industriale nel settore tessile e della carta, attivi, grazie anche alle commesse statali. La classe contadina però, non risentiva positivamente del generale benessere economico, trovandosi in una secolare situazione di totale subordinazione e sfruttamento, nonostante l’abolizione delle leggi feudali.
L’arrivo dei piemontesi si rivelò drammatico. Imposero il cambio della moneta e di usanze consolidate da secoli. Le industrie andarono in crisi, le terre della chiesa furono confiscate e, con quelle del demanio messe all’asta, ignorando, per far cassa, quella riforma agraria che Garibaldi aveva promesso alle masse contadine del sud.
La coscrizione obbligatoria e l’incremento delle imposte fecero il resto ed il Sorano entrò in una depressione economica da cui non sarebbe più uscito. Gattopardescamente, alcune categorie di persone, videro, nella nuova situazione, una opportunità per consolidare e mantenere i propri privilegi di classe. Ma, il clero e la maggior parte dei proprietari terrieri che vedevano minacciate le loro posizioni di privilegio, fecero appello e armarono come all’epoca napoleonica, la classe contadina del meridione. Tanta gioventù imbracciò le armi e si diede alla guerriglia, unendosi ai soldati borbonici sbandati dopo lo scioglimento dell’,esercito borbonico e a legittimisti provenienti da tutta Europa. Per circa cinque anni l’esercito Italiano fu tenuto in iscacco da queste bande, in quel fenomeno che è sbrigativamente definito dai libri di storia Brigantaggio post unitario e che viene di solito diviso in due fasi: una politica ed una fase puramente delinquenziale.
Nella fase politica, si combatteva per un re, Francesco II, per una bandiera,e con dei capi, di cui il più popolare nelle nostre zone, fu Luigi Alonzi più noto come il brigante Chiavone che divenne l’emblema della resistenza anti unitaria nel nostro territorio. Attraverso la frontiera dello Stato Pontificio, con la complicità del clero, armi e finanziamenti arrivavano da benestanti favorevoli ai Borboni e dallo stesso re Francesco Secondo, che aveva interesse agli occhi delle altre potenze europee a mantenere in tensione il meridione, in attesa che le diplomazie internazionali lo rimettessero sul trono. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Non si fidavano dei piemontesi

Ma quando si capì che le cose non sarebbero più tornate indietro, questi poveri diavoli furono abbandonati a se stessi. Non si fidavano dei piemontesi che ne reclamavano la consegna e rimasero in montagna, organizzati in piccole bande e, nella pura logica della sopravvivenza, razziavano, rapivano e grassavano come delinquenti comuni.
E’ vero, il brigantaggio post unitario non ha riguardato solo il nostro territorio, ma qui ha assunto connotazioni particolari e, in quella che abbiamo chiamato, la fase politica, rappresenta un momento importante che ha coinvolto vasti strati della popolazione.
.La lotta fu sostenuta si da una minoranza ma, nessuna lotta dura a lungo senza il sostegno della popolazione. Si trattò di guerra di popolo, che pur nelle sue contraddizioni (si combatteva con chi li aveva sfruttati prima e contro chi li avrebbe sfruttati poi) rappresenta la ribellione delle classi diseredate della nostra terra, ad un secolare stato di soggezione e sfruttamento e, c’è da ritenere, che questo manoscritto, dia un decisivo contributo a che il brigantaggio post unitario sia inserito a pieno titolo nella storia della lotte contadine ed operaie del XIX secolo nella nostra provincia.
Nel nostro territorio, il processo unitario nazionale, al di là delle esaltazioni retoriche, ha dovuto imporsi una pausa di riflessione. Non ci furono nel sorano, nemmeno le condizioni per indire il Plebiscito di adesione all’Unità d’Italia. La classe contadina della Ciociaria, assurse a protagonista di gesta memorabili e, pur non avendo chiaro il concetto di lotta di classe, combattè inseguendo promesse di migliori condizioni di vita, adottando la tattica della guerriglia, contro un nemico ben armato e più organizzato e resistette a lungo grazie all’appoggio della popolazione.libro chiavone 350vert
Gli studiosi di storia locale hanno fatto encomiabile opera di ricostruzione di quel periodo, ed esistono in merito numerose pubblicazioni, ma le fonti a cui essi hanno attinto, sono di solito cronache giudiziarie, processi, inchieste ed indagini della autorità di parte piemontese ed il diario di Ludwig Richard Zimmerman, coordinatore della resistenza borbonica nella sua componente militare.
Ma lo Zimmerman non vedeva di buon occhio il fatto che bande non inquadrate militarmente combattessero disordinatamente contro i piemontesi nelle nostre montagne e lo stesso Luigi Alonzi il famoso Chiavone e tutto ciò che in termini militari ruotava attorno a questo personaggio era da lui visto con ostilità.
Fu lo stesso Zimmerman ad ucciderlo nel tentativo, fallito di inquadrare i suoi uomini. Pertanto anche il diario di Zimmerman è una fonte di parte e la figura di Chiavone non ne esce proprio bene.
Noi riteniamo invece che la cronaca che qui pubblichiamo, sia una fonte storica originale, unica, genuina, le parole sono quelle di un osservatore che percepisce l’importanza di quello che gli sta succedendo attorno e descrive gli avvenimenti con distacco e abbiamo motivo di ritenere che non ci sia niente di simile in giro.
Limitandosi a descrivere il sentire della gente con un linguaggio immediato e spontaneo, ci da l’idea che il concetto di Unità Nazionale non fosse assolutamente condiviso e che l’attacco di Chiavone al nostro paese fosse una vera e propria azione militare.
Esso ebbe come obiettivo le autorità legate ai piemontesi, il sindaco, l’esattore delle tasse, il capitano della guardia nazionale, e tutti coloro che apertamente rappresentavano quella parte politica, fu una azione militare e si concluse senza spargimento di sangue. La stessa moglie del sindaco catturata, fu privata dei suoi gioielli, ma fu riaccompagnata a casa senza essere minimamente molestata con l’ordine di riferire al coniuge ”che non più maltrattasse i contadini”. Niente a che vedere con le attività delinquenziali di rapimenti e grassazioni che caratterizzano la seconda fase del brigantaggio. L’attacco fu portato al suono di tromba, al grido di “viva Francesco Secondo.....rispettate le case dei realisti”, agli ordini di quello che l’anonimo scrittore chiama il “generale” Chiavone. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Un carisma di capo riconosciuto

E’ innegabile che questo contraddittorio personaggio qui mostra un carisma di capo riconosciuto e una carica di idealità che contraddice quanto è stato fin ad oggi scritto.
Si attaccavano avversari dichiarati, come il sindaco di ispirazione risorgimentale, il comandante della guardia nazionale, l’esattore delle tasse, non ci fu violenza gratuita, non un morto, non un ferito.
Ma tale azione non avrebbe potuto avere successo senza delle connivenze. Chi scrive mostra una velata simpatia per i briganti, sembra assolverli, giustificarli, mentre si percepisce intolleranza verso i piemontesi che vengono trattati con rassegnata ironia. ”...al solo vederli,intimorirono tutti.....per la loro vestitura e modo di agire......appartengono alla compagnia dei bersaglieri dediti alla disonestà, in modo che le donne dovettero rinchiudersi”.... e i loro capi. In un altro passo si recita “Nessuna lagnanza il paese potè fare del tenente Fracchi perché era una persona educata, ma un mangione, che i signori Ricciardelli dovevano tenere in una camera, sempre preparato,vino, cacio cavallo, pregiutto,e frutti per quando doveva mangiare, prima di pranzo”.
Evidenti sono le difficoltà della popolazione nell’accettare la nuova situazione politica, le nuove leggi e gli umori dei soldati piemontesi che non si sentivano accettati. Nella cronaca vengono riferite le parole che il comandante della truppa di istanza a Schiavi riferisce, al momento della consegna al nuovo comandante “questo è un paese ove sono tutti borbonici reazionari, non vi fidate della apparenza. Io gli ho ridotti un poco con il timore”.Briganti presso un abbeveratoio B Pinelli
Abbiamo poi uno spaccato della vita di allora. Le famiglie più importanti del paese, i De Carolis, i Lepore, i Paradisi, i Ricciardelli, i Rocchi, i Rotondi, i Vani, erano schierati con i nazionali. Gli Agostini, grossi proprietari terrieri, sembrano in atteggiamento di attesa avendo molto da perdere.
Mentre arrivavano notizie sull’andamento delle operazioni militari si cambiava sindaco.
Se le notizie erano favorevoli ai borbonici si nominava un sindaco di ispirazione borbonica: viceversa se le notizie erano favorevoli ai risorgimentali. Un microcosmo simile non poteva farsi sorprendere impreparato da avvenimenti così grandi e insoliti: i prezzi che schizzavano alle stelle, l’introduzione della lira come moneta nazionale e le relative difficoltà, gli animali che venivano requisiti, la gioventù che veniva sorteggiata per la leva obbligatoria, con i soliti sotterfugi da parte dei di chi ne aveva la possibilità, di farla franca, creavano una situazione di disagio, aggravata dall’atteggiamento dei piemontesi che percepivano nemici dappertutto.
“Evviva la libertà”. Commenta amaramente l’ignoto cronista mentre.... ”non potendosi arrestare coloro che si erano dati al brigantaggio, venivano arrestati i loro familiari, non escluse donne e bambini”...evviva la libertà....
Teniamo presente infine che il periodo storico, è lo stesso in cui è ambientato il Gattopardo, perciò non è fuori luogo un parallelismo. Il Gattopardo si adegua ai tempi chiosando... che tutto cambi perché nulla cambi..... e le vecchie classi privilegiate intravedono nel cambiamento, dovuto all’unita nazionale, nuove opportunità di potere e ricchezza, consci che i rapporti di classe non cambieranno. Le autorità piemontesi sposeranno gli interessi della borghesia e dei grossi proprietari terrieri a danno della classe contadina.
Qui invece c’è la voce di un personaggio vicino alla gente comune e si rende conto che per la maggior parte della popolazione si apre tutt’altro che un’epoca nuova, ed emerge una pessimistica rassegnazione al peggio: “divenimmo tutti Italiani.....e ciascuno se la passava come poteva......non si guardava altro....”
Insomma una rassegnazione al peggio quasi presagio della tragedia che sarebbe seguita agli avvenimenti narrati, proprio con lo spirito di chi li stava drammaticamente vivendo.
L’importanza di tale cronaca sta infine nel fatto che essa documenta l’ultimo episodio per così dire militare, concluso con successo, della banda Chiavone, prima della sua fucilazione, avvenuta come si diceva, per mano di legittimisti, il 28.6.1862. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Restavano alla macchia piccoli gruppi di delinquenti

Ma morto l’Alonzi la sua banda, inadatta a combattimenti in campo aperto, si disperse e la fase politica si chiuse. Restavano alla macchia piccoli gruppi di delinquenti che non si fidavano di consegnarsi ai piemontesi,e per sopravvivere, erano costretti a delinquere, alienandosi la simpatia della popolazione.
La legge Pica che affidava ai tribunali militari il compito di colpire sia i briganti che i loro sostenitori e comminando pene esemplari, impiegò ulteriori tre anni per distruggere ogni forma di brigantaggio nella nostra zona ed il Sorano, entrò finalmente e a pieno titolo a far parte dello stato unitario.
Ma la classe contadina della nostra provincia, già proveniente da uno stato secolare di miseria, grazie anche alla mancata riforma agraria, ne uscì ancora più impoverita e disperata.
Per essa si aprì la dolorosa via dell’emigrazione, una tragedia durata un secolo e che ha visto l’abbandono dei nostri paesi e l’impoverimento dei nostri territori, che ha investito le classi sociali più diseredate ma anche persone di rango elevato, condannando il sud al regresso intellettuale ed economico le cui conseguenze stiamo pagando pesantemente ancor oggi.
Per una serie di circostanze fortunate e grazie all’intuito ed alla passione di storico dell’avvocato Luciano Santoro, abbiamo rinvenuto, presso l’archivio di stato di Caserta l’intera documentazione del processo che, le autorità nazionali, imbastirono all’avvenimento.briganti e soldati
Furono arrestatati sei cittadini di Fontechiari ritenuti complici ed informatori dei briganti e processati. In questa documentazione c’è la ricostruzione dell’avvenimento da altra angolazione. Mentre nella cronaca c’e la verità di un testimone oculare che racconta ciò che ha visto dal vivo, fa i nomi dei complici e ne descrive le attività. Dal processo emerge che i testimoni, quelli che non riuscirono a sottrarsi alla precettazione tramite certificati medici (bei documenti dell’epoca con diagnosi a dir poco folkloristiche), furono probabilmente determinanti per scagionare gli inquisiti, cercarono di ridimensionare le loro responsabilità ed il processo si risolse con la condanna a sei mesi di carcere di uno solo dei basisti, mentre tutti gli altri imputati andarono assolti. Come dire che se la gente non collabora è difficile ricostruire la verità in un processo, ma immaginiamo cosa sarebbe successo con la cronaca nelle mani degli inquirenti.
Anche nei documenti del processo c’è un eccezionale spaccato degli avvenimenti che, uniti alla ricca documentazione esistente presso l’archivio storico del comune di Fontechiari relativa agli atti della vita amministrativa dell’epoca, censimenti pre e post unitari, ruoli delle tasse, ordinanze e manifesti, ci forniscono uno spaccato della vita amministrativa e sociale del paese, in un momento così importante e drammatico della sua storia.
Tutto quello che si è dato conto in questo testo , sia ben chiaro, non è la storia di un brigante o l’analisi del fenomeno brigantaggio, bensì la presentazione di una documentazione inedita, tutta reperita sul territorio.
Il nostro unico obiettivo è che tale documentazione messa a disposizione di tutti, dia un contributo alla conoscenza delle storia di Fontechiari e aiuti una riflessione critica, sul momento storico che fu all’origine del fenomeno emigrazione, sul fenomeno brigantaggio e sul controverso personaggio Chiavone.
Cessato il brigantaggio, grazie all’impiego di ingenti forze e alla applicazione di leggi speciali, restarono irrisolti i secolari problemi delle popolazioni del nostro territorio. Il fatto che nulla si fece a livello nazionale per il riscatto delle nostre genti da secolari ingiustizie sociali e la mancata riforma agraria, le inascoltate richieste della classe contadina che chiedeva terra da coltivare, l’esigenza incompresa della nascita di una imprenditoria agricola fuori dal sistema di sfruttamento, rende ragione di ciò che è alle origini di quella tragedia che ha investito per oltre un secolo il meridione il nostro territorio e il nostro paese: l’emigrazione.
Immancabilmente l’argomento sarà oggetto di interesse da parte nostra, in un prossimo, speriamo, non lontano futuro: analizzato però sempre dalla stessa angolazione e cioè .per quanto possibile, dalla parte della gente soprattutto del nostro paese che, questa tragedia, ha subito e vissuto più di ogni altra comunità, sulla propria pelle.

 

 
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Marginalità della classe politica locale mamma del disastro frusinate

vertenzenellacrisidi Ignazio Mazzoli - Alessio Porcu, direttore di Teleuniverso, qualche giorno addietro sul suo blog personale ha pubblicato notizie della politica frusinate collegate a quella nazionale che avvalorano la tesi: "chi fa militanza attiva nel Pd frusinate, conta nulla o zero. Tanto le decisioni vengono prese altrove. I congressi sono fatti a tavolino". Si sapeva già. Nulla di nuovo, non solo per “gli addetti ai lavori”, ma anche per la più gran parte dell’elettorato. Ma nel racconto del direttore di Teleuniverso è proprio questo il punto di rilevante attualità: il rottamatore si è rivelato un rigattiere (dice un mio amico, Valerio Ascenzi che con il suo articolo mi ha suggerito le riflessioni che seguono).
Anche in altre epoche per i partiti di potere accadeva che sempre a Roma decidevano tutto e le controversie locali le risolveva il prefetto di turno come ricorda lo storico Tommaso Baris nel suo bel libro “C'era una volta la DC”. Ma a questo punto ci si chiede: dove starebbe questa benedetta rottamazione tanto sbandierata da Renzi? Partita dall’Arno sembra essersi arenata a Empoli la città che ha dato i natali al tuttofare Luca Lotti. «Gli unici ad esser stati rottamati – oltre ad alcuni nomi scomodi, uno per tutti D’Alema (ma è da vedere fino a che punto) - sono i cittadini e i militanti storici del Pd», quelli provenienti da una cultura vera di sinistra, che hanno creduto nell’idea di dar vita ad un partito nuovo che sapesse ereditare il meglio dei riformismi sociali egualitari e garanti dei diritti dei più, in primo luogo dei più deboli e dei lavoratori, come si erano delineati nella cultura democristiana, socialista e comunista della grande epopea realmente riformista che si è sviluppata dagli anni ’60 agli anni ’80 del secolo scorso. Ingenui e illusi.
«La rottamazione ha riguardato e riguarda chi non si allinea, chi elabora un pensiero con il proprio cervello, chi aveva creduto – spendendo venti euro della tessera - che l’aggettivo “democratico” avesse a che fare con la libertà del popolo, con l’uguaglianza dei diritti». Invece l’unica libertà è quella per un gruppo di dirigenti (sempre più ristretto) di non avere intralci alle proprie decisione preferite.
Da rottamatori a rigattieri: «abbiamo assistito a campagne elettorali per le primarie del Pd, in cui si è gridato contro il vecchio, contro lo stantio, contro le idee da paleolitico e poi, a livello nazionale, abbiamo visto mettere in atto il programma di Berlusconi (scuola, legge elettorale, lavoro ecc. ecc.) con l’aiuto anche di chi con Berlusconi ha condiviso “tante imprese” (Verdini) e l’altro ieri (Alfano e Lorenzin). Forse c’è ancora da chiedere lumi sui reali motivi delle visite di Renzi ad Arcore ancor più dopo le intercettazioni in cui Renzi parla con il comandante della Cdf Adinolfi, confessandogli che a suo avviso “Letta non è capace”. Lui, invece è capace, si, ma di applicare il programma di un altro (Berlusconi) con i voti presi da un altro ancora (Bersani) ma non di far politica». Basta, lasciamo stare, non occorre arrivare anche al “patto del Nazareno”.
Veniamo a noi. «Sui territori, "gattopardescamente", nulla è cambiato gli eletti sono sempre gli stessi o personaggi a loro molto vicini da anni. È impossibile far emergere una nuova classe politica, vera, preparata su almeno uno o più ambiti culturali e/o tecnici, che non sia terza o quarta linea dei riciclati delle cosiddette prima e seconda repubblica? Ma è mai possibile che i nuovi eletti debbano essere sempre in quota di qualcuno? E pensate che ogni tanto spunta qualcuno che dice di volersi mettere di traverso, ma è sempre qualcuno che viene sostenuto da Roma». Che amarezza!
Il dibattito che è iniziato sul web, grazie alla pubblicazione di Alessio Porcu, rischia di arroventare la già caldissima estate. Purtroppo il nocciolo della questione è sempre uno solo: fra due chi deve essere eletto? Uno che è stato consigliere e assessore regionale, parlamentare europeo e ora presidente dell’Asi di Frosinone, ambisce alla candidatura alla Camera. Alla stessa candidatura ambisce anche uno che è stato sindaco di Ferentino, presidente della Provincia, consigliere e assessore regionale e oggi senatore.
Si può parlare d’altro? Il 31 luglio, ad esempio, i lavoratori senza lavoro dell’Ilva di Patrica avevano indetto un incontro con tutti gli eletti, in ogni dove, di questa provincia, tante promesse di adesione, ma se lì non ci fossero starti alcuni generosi sindaci purtroppo senza mezzi d’intervento, non c’era traccia di chi è sempre e soltanto candidato ad ogni incarico possibile al di là di meriti e di risultati per il territorio (generalmente inesistenti).
Lì c’erano altri disoccupati e le famiglie di disoccupati. Il frusinate e forse gran parte del Lazio hanno oggi bisogno di una forza politica che li rappresenti all’interno di una prospettiva regionale, nazionale ed europea. Non una forza territorialista, ma una forza politica che abbia uno sguardo diverso ed un progetto politico ed economico solidale, disinteressato ed efficiente che parta dai territori per incontrare altre esperienze. Soffermiamoci ancora una volta a guardare la Ciociaria per un attimo. Un comparto industrial e in crisi fortissima, che non riesce a risollevarsi. Famiglie sul lastrico perché uomini e donne sono disoccupati e nessuno li assume a cinquant’anni.
Il dramma è quello di non avere più una prospettiva politica, un rapporto di amore con la propria terra — lottare per restare e restare per lottare — , una forma organizzata di rappresentanza politica a livello regionale e nazionale. C’è un vuoto di leadership nel territorio, una marginalità della classe politica locale che non si era mai verificata prima e che ha, soprattutto, il gravissimo torto, il più grave di tutti, di aver sterilizzato ogni forma di protesta demonizzando la partecipazione e il movimento di massa..

8 agosto 2015

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Niente è stato dato alla "priorità lavoro"

LAVORO 350-260di Donato Galeone - Capitale finanziario globale e lavoro locale.
E' prevedibile che con la ripresa del "confronto sociale" tra Governo Renzi e Sindacati - aggiornato al prossimo 27 ottobre - il sindacalismo confederale dei lavoratori al di la dei distinguo verbali e delle manifestazioni autonomamente decise dalla CGIL-CISL-UIL fino al 25 ottobre 2014, mi sembra prevalere (a fronte del continuo aumento della inoccupazione non solo giovanile oltre alle povertà crescenti) l'esigenza di un "ruolo partecipativo" non più di solo parole o su "questioni astratte" circa il "POTERE DI DECIDERE" su tematiche definibili e universali coinvolgendo gli italiani - nel contesto dell'Unione Europea - partendo dal Lavoro.
Si tratterà, se il dialogo col Governo durerà più di qualche ora, di esprimere responsabilmente capacità di "confronto ed anche di scontro sulle qualità delle proposte" dimostrando, essenzialmente, che quelle "proposte qualificanti e prioritarie" sono componibili mediante risorse spendibili in tempi certi e predeterminati.

Così come anche il "confronto nella dimensione regionale laziale e provinciale" tra parti sociali e rappresentanze politiche, dovrebbe superare le ritualità istituzionali locali per affrontare la sfida di una realtà socio-economica e industriale a capitalizzazione multinazionale, che appare incerta, pur annunciata anche nel basso Lazio e nella nostra Provincia.

Urgente e necessario, quindi, un confronto propositivo per rimuovere una realtà produttiva bloccata che dovrebbe coinvolgere tutto il mondo del lavoro territoriale riconoscendo compiutamente - pur nel rispetto delle pluralità e diversità personali e dei propri ruoli nell'esercizio di diritti e doveri politici costituzionali - che se oggi il "capitale è globale il lavoro deve essere locale" partendo dal sito Fiat di Cassino, con FCA, che passa da Piazza Affari a Wall Street, con sede legale da Italia a Olanda e luogo finanziario a Londra.

Una dimensione di soggetto economico e giuridico nuovo, da identificare, per fissare incontri tecnici e istituzionali propositivi e concludenti tra "capitale finaziario e lavoro umano" ai fini di conoscere - per riorganizzare adeguatanente - ogni infrastruttura favorevole all'ubicazione d'impresa locale congiunta ai fattori diretti - quantificando i posti di il lavoro professionalizzati – rapportati alle innovazioni tecnologiche e al nuovo modo competitivo industriale del produrre beni e servizi.

E tutto ciò – sia detto con rispetto di tutte le idee teoriche e pratiche - da non confondere con il modo "capitalistico della produzione" nelle forme storiche in cui esso si è presentato e si presenta nelle sue articolate nuove mode mondiali, essenzialmente, di capitalismo finanziario.

Si tratta di evidenziare, compiutamente, l'urgenza del condividere oltre il proclama dell'Unione Europea ripetuto anche a Milano l'8 ottobre scorso - sul come operare per la "crescita e il lavoro".

E' certo ed urgente, ormai, che si debba riconoscere l'apporto insostituibile tanto degli investimenti programmabili e possibili quanto del procedere con l'adeguata riorganizazzione del lavoro - "contrattato e partecipato" - nell'impresa sia verso il modo innovativo del produrre e sia nella quantificazione dei costi complessivi dei processi produttivi, non solo con le "regole riformate del lavoro italiano" ma, essenzialmente, con l'offerta di qualificati prodotti domandati dai comsumatori.
Il Presidente Renzi e Segretario del PD chiuso il summit Unione Europea di Milano e ottenuta la fiducia al Senato con il maxi-emendamento al Ddl di riforma del lavoro che - se non ha più toccato l'art.18 (licenziamenti) - resta, tuttora, vaga la delega sui casi di "reintegro" rinviati ai decreti attuativi del Governo e che alla Camera potrebbero meglio esplicitarsi quale legittima riconferma al lavoratore e lavoratrice del diritto di "liberta e dignità" nei casi di licenziamento disciplinare, soggettivo, già elencati o da ampliare nella parte normativa dei contratti collettivi di lavoro.

E' prevedibile che nei decreti attuativi del Governo saranno meglio esplicitate e richiamate – ripeto - tutte quelle norme contrattuali di lavoro quale sostegno legislativo anche ai "contratti a tutele crescenti" estensibili a tutti i rapporti di lavoro, superato i tempi di prova professionalizzanti.

Ricordo che nel giugno 2013 con CGIL-CISL-UIL a Piazza San Giovanni, c'era anche la Ciociaria in quel corteo e in quella piazza gridammo con migliaia di voci che il "LAVORO E' DEMOCRAZIA" e che "l'emergenza lavoro era ed è la priorità".

Diciamocelo indignati che non è stato dato niente alla "priorità lavoro" neppure in questi ultimi 15 mesi sia dal Governo Letta che dal Governo Renzi, quest'ultimo, con la proclamata e fastidiosa chiusura - oggi apertura - verso il dialogo sociale, peraltro già ritenuto essenziale anche dall'Unione Europea a fronte di un crescente disagio chiamata "disoccupazione e inoccupazione giovanile". Al contrario, nessuna discussione e nessun segnale vero, in Italia, nel PD, nel Parlamento, nella nostra Regione e Provincia di Frosinone sul monitoraggio dello stesso Ministero del Lavoro sul mercato del lavoro che al 4 agosto 2014 segnalava i "dati sui licenziamenti collettivi e individuali" per i quattro trimestri 2013 come segue:
in Italia nel 2023:
licenziamenti collettivi 115.907
licenziamenti per giusta causa 72.320
licenziamenti per motivi oggettivi
(economici/organizzativi aziendali) 714.284
licenziamenti per motivi soggettivi
(disciplinari) 20.739

Da annotare che nei due anni 2012-2013 i licenziamenti monitorati dal Ministerio del Lavoro sono stati pari a 1.961.392 molto vicini alla media di unmilione di licenziamenti/anno mentre i licenziamenti per motivi soggettivi per iniziativa del datore di lavoro, prima dell' eventuale ricorso al Giudice, sono stati nel 2012.2013 pari a 45.931. Nella nostra Provincia sono oltre 5.000 i licenziamenti segnalati dalla CGIL e la CISL il 4 giugno a Cassino aveva già rilevato che nel 2013 una persona su cinque ha lavorato mentre 115.000 persone attendono lavoro da almeno 2 anni.

Io penso che su questi dati certi ufficializzati necessita discutere anche con la Regione Lazio e sono anche insufficienti in assenza di dati sulle povertà crescenti e nella previsione che solo a fine anno 2016 saranno operative le nuove norme sulla riforma del lavoro italiano.

Ecco, quindi, che sin dal prossimo incontro del 27 ottobre 2014 tra Governo-Sindacati-Confindustria ed altre parti sociali urge che nella prossima Legge di Stabilità 2015 si propongano e si prevedano interventi mirati e cogenti, strutturali e certi, verso il "LAVORO PRODUTTIVO" che contribuirebbe a raggiungere quel pareggio di bilancio italiano riproposto dallo stesso governo Renzi a Bruxelles.

Frosinone, 13 ottobre 2014

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