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Spesa in Istruzione: spendiamo poco e male

Pubblicità Pon 350 mindi Paola Bucciarelli - In un articolo di qualche settimana fa (9 febbraio 2018), mi ero occupata del tema della dispersione scolastica. Ora, riprendo questo argomento partendo da una delle conclusioni del mio articolo: la mancanza di una risposta sistematica al fenomeno della dispersione scolastica.
In quell’articolo affermavo che ciò che manca è un coordinamento e un sostegno continuo e coerente da parte dello Stato e del Ministero dell’Istruzione (MIUR), oltre che degli enti locali. Le istituzioni hanno deciso di seguire la strada della sperimentazione frammentata in mille progetti.

Cosa sono i P.O.N.?

Questa mia affermazione è confermata dall’uscita, il 15 marzo scorso, di due bandi del Programma Operativo Nazionale ( P.O.N.) da parte del Miur: 280 milioni per 6650 istituti scolastici in Italia.
I due avvisi P.O.N. «Per la scuola, competenze e ambienti per l'apprendimento» 2014-2020 sono destinati a progetti di inclusione sociale e lotta al disagio (130 milioni di euro), e a progetti di potenziamento delle competenze di base in chiave innovativa (150 milioni di euro).
Con il primo avviso, le scuole statali di ogni ordine e grado, di tutta Italia, potranno presentare progetti per attività extracurricolari per un totale di 220 ore (6 ore a settimana in più) che consentiranno di tenere gli istituti scolastici aperti nel pomeriggio, il sabato, durante i giorni di vacanza, a luglio oppure a settembre. I progetti potranno riguardare laboratori di creatività, musica, arte, scrittura, teatro, educazione alimentare, ma anche le iniziative per il contrasto al bullismo e alla discriminazione razziale e di genere.

Le scuole, per il primo avviso, a seconda se superino o meno i mille studenti, potranno avere dei finanziamenti fino a 45mila euro. Le domande di partecipazione, con i relativi progetti, potranno essere presentate entro il 9 maggio prossimo.
Il secondo avviso finanzia con 150 milioni di euro il potenziamento delle competenze di base per tutte le scuole del primo e del secondo ciclo, con moduli da 30 o 60 ore. Sarà possibile attivare moduli di italiano, italiano per stranieri L2, lingua straniera, matematica, scienze.
I finanziamenti andranno da un minimo di 20 mila euro per le scuole dell'infanzia a un massimo di 45 mila euro per le scuole del primo e del secondo ciclo. In generale, i progetti consentiranno agli istituti un monte di ore aggiuntivo pari a 210 (circa 6 ore in più a settimana). I progetti potranno essere presentati entro l’ 11 maggio.
È evidente da questi pochi dati elencati che stiamo parlando di risorse esigue, disperse in mille rivoli e incapaci di raggiungere gli obiettivi prefissati.
Questi P.O.N. sono operazioni finanziarie che avvengono per lo più utilizzando fondi europei. Per le scuole sono solo uno sforzo di pianificazione e progettazione, che non sempre riesce per mancanza di competenze interne. A causa di ciò, le scuole si vedono costrette ad affidarsi al privato (cooperative, agenzie, consulenti...) snaturando, in maniera subdola, il sistema di istruzione pubblica.

Il rapporto OCSE sull’Istruzione

Ciò è tanto più grave, se si pensa che l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) denuncia come il fenomeno migratorio stia modificando la composizione sociale dei paesi e stia cambiando rapidamente la composizione delle classi in tutti i paesi più industrializzati, che devono fare i conti con flussi in costante crescita.
Nel rapporto si legge altresì che: «L'istruzione può aiutare i migranti ad acquisire competenze in modo da poter contribuire all'economia del paese che li ospita; può anche contribuire al benessere sociale e psicologico dei migranti e sostenere la loro motivazione nel partecipare alla vita civile e sociale dei paesi». Per raggiungere questo obiettivo gli studenti devono prima di tutto “superare le avversità connesse con lo spostamento, la condizione socio-economica, le barriere linguistiche e la difficoltà di creare una nuova identità, tutto nello stesso momento”. Dunque, la scuola ha un ruolo fondamentale nel tenere coeso il Paese dal punto di vista sociale.
È un dato di fatto che gli studenti migranti tendano ad avere risultati scolastici insufficienti; ma anche tutti gli altri indicatori, dal senso di appartenenza, alla soddisfazione nei confronti della vita, segnano risultati peggiori rispetto alla media degli studenti non migranti. Tutto ciò aggrava il senso di frustrazione e di esclusione rispetto alla società nel suo complesso.

Sempre l’OCSE, sostiene che anche i cittadini italiani appartenenti ai ceti più deboli non se la passano meglio dei migranti: l’ascensore sociale è fermo e il sistema d’ istruzione non aiuta, non riesce a fare abbastanza, per gli alunni che provengono da contesti disagiati.
In Italia, soltanto il 20,4 per cento dei quindicenni provenienti da famiglie in situazione di svantaggio socio-economico riescono a ottenere risultati soddisfacenti nei test OCSE-PISA (Programma per la valutazione internazionale dello studente Programme for International Student Assessment).
La media OCSE si attesta sul 25,2 per cento. È evidente che il contesto culturale e socio-economico degli alunni influenza i risultati.
Gli errori delle politiche scolastiche degli ultimi due decenni
Allora dove sbagliano i governi di destra e sinistra che da venti anni cercano di rilanciare il ruolo determinante della scuola nella società? A mio avviso l’errore consiste nel pensare che basti tenere i ragazzi “parcheggiati”nelle scuole e portarli ad assolvere l’obbligo scolastico.
Non basta raggiungere gli obiettivi appena citati perché la maggior parte delle volte le conseguenze sono profondamente negative per il proseguimento delle vite di questi ragazzi e delle loro famiglie.

Dobbiamo portare i ragazzi non solo a terminare gli studi, ma a metterli nelle condizioni di trovare un lavoro, renderli autonomi, indipendenti dalla famiglia di origine (l’81% vive con i genitori), farli uscire dalla povertà (i giovani, non più gli anziani sono la fascia più fragile), farli partecipare alla politica, intesa come cittadinanza attiva nella comunità. Pertanto, l’Italia investe poco nell’istruzione e, inoltre, spende male.
Quando si fanno interventi, sia come politiche nazionali sia come strategie locali, questa complessità va tenuta insieme.
Il problema è noto, ma perché non riusciamo a risolverlo? Il motivo risiede nel fatto che le riforme scolastiche andrebbero sperimentate prima di attuarle su scala nazionale e le ricadute andrebbero previste prima di estendere le sperimentazioni a tutto il Paese.
Tale criticità è stata rilevata anche dall’OCSE, non solo nei confronti dell’Italia: dal 2006 al 2015 solo una riforma dei sistemi di istruzione su dieci è stata testata prima di essere implementata su scala nazionale. Invece, ex ante nessun Governo lo ha fatto, oppure lo ha fatto in maniera insufficiente, considerando che una riforma va sperimentata per almeno 10 anni prima di applicarla a tutto il territorio nazionale.
Così, bisognerebbe fare un salto di qualità nella valutazione dei progetti. Non il classico monitoraggio degli interventi, dove si dice quanti corsi sono stati fatti, quante aule, quanti alunni coinvolti, quanti sportelli psicopedagoci. Questi numeri servono, ma sapendo che tutto questo è un mezzo per portare al fine: cambiare in meglio la vita degli studenti e delle loro famiglie. Questa domanda troppo spesso nemmeno ce la si pone.
L’ unica domanda da porsi è qual è il cambiamento di medio-lungo termine che vogliamo raggiungere e quali sono gli strumenti più efficaci per raggiungerlo. Dobbiamo iniziare dal reale cambiamento che vogliamo portare. Il cambiamento reale a cui miriamo è istruire, educare,gli studenti affinché siano cittadini consapevoli, capaci di costruire una società più democratica e accogliente per tutti.

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Il nuovo mondo non era così male

cap 8ddi Antonella Necci, Capitolo 8 - Il nuovo mondo non era così male.
Oltre al cibo buono, che gli aveva fatto guadagnare qualche chilo in solo pochi giorni, c'era il discorso- amore che sembrava aver raggiunto un equilibrio. Rivedere Marinelle gli aveva fornito una rinnovata energia la cui natura gli era insospettata.
I Ragazzi del Campo si erano subito adeguati al nuovo stile di vita, e non mancavano i divertimenti.
Gli sembrò di aver raggiunto uno stato di grazia che non riteneva possibile, fino a poche settimane prima.

Restava, però, il fattore insoluto di come, quando e perché si sarebbe ripresentato il contenzioso tra lui e i cittadini di Anagnon-sue-la-mer.
Ma il solo pensarci gli dava i brividi. In definitiva si trovava dove si trovava proprio per dimenticare, per abbandonarsi a nuove esperienze. Si ricordò il motivo che lo aveva indotto a fuggire quella notte, attraversando le stanze del suo Appartamento Regale in punta di piedi, per non risvegliare il ronfare del turno della Gran Guardia Reale.
Si era sentito un ladro al suo primo colpo. Un imbranato, mosso solo dalla forza della disperazione.
Aveva dovuto anche abbandonare i suoi gatti alle cure della signora Pina. Una complice. Disponibile a prendersi cura sia di Powder che della sua principessa svizzera, conosciuta quando Poldino era stato ricoverato laggiù, nella clinica nei pressi di Zurigo, per riprendersi dalle ferite che Geppò gli aveva inferto durante il loro primo Torneo Medioevale.
I ricordi si affastellavano in ordine sparso nella sua testa, mentre disteso sul letto, nella sua camera multifunzionale nel ranch di Marinelle e Geppò, che era sempre più odioso, pensò in un istante, provava ad organizzare mentalmente cosa avrebbe avuto la priorità nello svolgimento delle azioni quotidiane.
"Sei sveglio?"
Si ricoprì all'istante, preso dalla vergogna di farsi vedere in pigiama a righe sottili e microscopiche macchinette fotografiche. Era un regalo della signora Pina, preso al mercatino della domenica in un paesino vicino ad Anagnon.cap8 b
"Si." "Entra pure."
"Ti volevo informare sulle novità giunte ora da Anagnon."
"Dimmi."
Replicò asciutto e disilluso. Per un istante aveva fanciullescamente sperato che Marinelle lo avesse cercato per lui stesso, e non per le negatività politiche provenienti dall'altro mondo, quello di cui voleva cancellare anche il ricordo.
"Pare che gli amici intimi di Trippotto siano spariti. Lui stesso passeggia per le viuzze di Anagnon senza i suoi scagnozzi. I miei informatori stanno cercando di capire cosa sia accaduto. Sembra che abbiano tutti avuto, all'unisono, l'idea di prendersi le ferie non godute.
Sandè ha dichiarato di aver notato un incredibile via vai verso l'aeroporto, ma non ha fatto in tempo a registrare la destinazione. Però di una frase detta da Giuseppe Lucariello ha percepito che l'intenzione fosse quella di dirigersi verso l'emisfero sud. In Africa, forse. In Brasile. Chissà."
Sandè De Angelis. Che bravo giovane, pensò intanto Poldino, che, come i bambini, mentre Marinelle parlava, si era soffermato a ragionare sulla sua bellezza e sulla forza del suo carattere. Infine i suoi pensieri si collocarono dentro al ricordo di come Sandè lo avesse aiutato, anche psicologicamente, a superare il dolore per il matrimonio tra Marinelle e Robert Geppò. Altre tristezze gli tornarono a galla. Le respinse giù con forza e replicò:
"Non riusciranno mai a trovarmi qui. Vadano pure in giro per il mondo."
Marinelle decise di non replicare a cotanta incrollabile certezza. Doveva dargli tempo di riprendersi dalla funzione di parafulmine che lo aveva impegnato negli ultimi tre anni alla guida di Anagnon-sue-la-mer.
Non gli rivelò, dunque, che erano tutti appassionati del Signore degli Anelli, e che in comitiva avevano deciso di spostare la contesa tra bene e male in quella parte del globo.
Non disse nulla. Poldino avrebbe scoperto presto la verità.

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Anagni. Piano regolatore: si comincia male, dice Sinistra Italiana

Anagni Palazzo della Ragione 350 260da Sinistra italiana, Anagni - L’approvazione del Consiglio Comunale della bozza preliminare del nuovo Piano Regolatore da parte della maggioranza, dopo la presentazione della bozza fatta dall’ing. Benevolo nella Sala della Ragione, ha prodotto le prime avvisaglie di critica e contestazione.
La bozza è tecnicamente ineccepibile con la sua analisi impietosa della situazione urbanistica attuale, il breve dibattito tra consiglieri che ne è seguito ha assunto, e non poteva essere diversamente, un carattere politico.
La relazione della bozza ha messo in evidenza un nuovo percorso del Piano in elaborazione che consiste nella “urbanistica partecipata”. Bella espressione, vedremo se sarà vera e reale.
Suggeriamo ai nostri amministratori, a proposito di urbanistica partecipata, di non osteggiare le richieste di partecipazione da parte dei cittadini con l’accusa, fatta ai presentatori di idee e soluzioni alternative, di non essere informati e competenti e di voler strumentalizzare.
Da tempo usate questa accusa che cerca di mostrare un’autorevolezza che non avete.
Questo lo diciamo per la futura elaborazione del Piano e per “l’urbanistica partecipata”.

Un paio di problemi spinosi

Quanto alla prima presentazione e discussione nella Sala della Ragione si è fatto cenno, tra le righe, a due spinosi e controversi problemi della città: l’ex Polveriera e il Parco della Via degli Orti.
Un po’ fumosa la destinazione della polveriera, con riferimenti alla sistemazione del bacino della Ruhr, indeterminatezza comprensibile dato lo stato iniziale del Piano.
Più chiaro il futuro della Via degli Orti, la destinazione dell’area a parcheggio è stata ipotizzata dal relatore, ing. Benevolo, sostenendo che nella stessa area era stato già previsto un parcheggio nel Piano Regolatore elaborato anni fa e non attuato.
È qui che si comincia male!
Siamo in possesso dell’elaborato citato dall’ingegnere e leggiamo alla pag.43 al punto 25.2.15/A Parcheggio Parco della Rimembranza: ... ...
- Costruzione del parcheggio di 297 posti auto .... Interamente al di sotto della quota di campagna attuale.
- Copertura del parcheggio organizzata a giardino e parco pubblico.
A pag. 46 punto 25.2.22 sono previsti parcheggi a raso sul lato sud della circonvallazione sottostanti il Parco della Rimembranza e l’Ospedale (come previsto nella proposta del Parco della Via degli Orti).
Ci dispiace per l’ingegnere ma siamo costretti a ricordagli che le mezze verità sono peggio delle bugie intere, in special modo quando sono dette in una assembleaSinistra Italiana Logo Rosso Bianco 350 260 pubblica.
Ci dispiace per l’ingegnere ma l’affermazione, che gli è sfuggita, incrina un po’ la nostra fiducia nei suoi confronti. Tanto più che ci sono altri interessi in ballo nel Piano che sta elaborando, ci riferiamo alla destinazione urbanistica di terreni siti all’Osteria della Fontana e luoghi limitrofi che il Consiglio non è riuscito a cambiare.

Sarà inevitabile un’attenta analisi da parte dei cittadini del nuovo Piano Regolatore, e vedremo se sarà attuato il principio della “Urbanistica partecipata” previsto dalla legge. Vedremo inoltre se il Piano regolatore sarà rispondente ad una visione complessiva della città e se terrà conto dell’interesse comune e non di interessi particolari.
Riconosciamo di essere diffidenti ma, come diceva un vecchio politico italiano, a pensar male si fa peccato però, a volte, ci si indovina.

Febbraio 2017 Sinistra italiana - Anagni

 
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Frosinone, una Provincia nata male?

Provincia Frosinone 350 260di Ivano Alteri - Non capita di rado sentire affermare con rammarico, da politici e commentatori nostrani, che la Provincia di Frosinone sarebbe ormai una provincia del Profondo Sud, dati i problemi che l’assillano; da ultimo, Ermisio Mazzocchi nel suo stimolante articolo su l’Inchiesta del 25 agosto u.s. In effetti, le statistiche cui egli e gli altri generalmente si riferiscono, evidenziano problematiche che del Sud sono ormai caratteristiche: bassa occupazione, alta disoccupazione, giovani parcheggiati in famiglia, scarsa qualità dei servizi, della classe politica e amministrativa, illegalità e corruzione diffuse, delinquenza tollerata ecc. ecc.  (per leggere l'intero scritto passare da una pagina all'altra cliccando sui titolini che seguono)

  1. Idea iniziale
  2. Controproposte
  3. Non autosufficiente

Tuttavia, ci chiediamo se la definizione di Provincia del Sud, nel caso di Frosinone, sia davvero esaustiva; ovvero, se le statistiche non siano, come al solito, un po’ avare, riguardo l’”anima” dei problemi, e non si limitino a darci quel che possono, e cioè numeri. Riteniamo, infatti, che tutt’altro che esaustiva, quella definizione sia invece ingannevole e quasi onsolatoria; e che, in quanto tale, non ci aiuti affatto a comprendere il “nostro” problema, condizione minima per la sua soluzione, bensì ci allontani, invece, dalla sua stessa comprensione.
Vorremmo prendere spunto da quell’affermazione, dunque, per vedere se non sia il caso di sbarazzarsene, per meglio approfondire e trovare una migliore definizione della nostra reale condizione. Aver sempre presente la storia di questa terra, nella nostra riflessione collettiva, potrebbe essere un buon inizio. All’uopo, proprio in questi giorni ci è tornato fra le mani un libro di Costantino Jadecola (“Nascita di una provincia”, ed. Le Tre Torri, giugno 2003) che ci è stato molto utile allo scopo, facendoci rivivere le temperie del tempo in cui la Provincia di Frosinone fu costituita nel 1926-27, ormai quasi novant’anni fa.
La narrazione sua e delle sue fonti (che qui riassumiamo molto sommariamente, rinviando per il resto alla lettura del libro) c’informa che contestualmente a quella di Frosinone, vennero create da Mussolini e dal suo governo altre 16 province, “per meglio ripartire la popolazione; perché questi centri provinciali abbandonati a se stessi producevano un’umanità che finiva per annoiarsi e correva verso le grandi città dove ci sono tutte quelle cose piacevoli e stupide che incantano coloro che appaiono nuovi alla vita” (discorso di Benito Mussolini del 26 maggio 1927). Dopo aver descritto la situazione topografica e amministrativa dei territori prima e dopo l’unificazione d’Italia, fino al Fascismo, Jadecola giunge quindi al punto cruciale, e ricorda che “Il decreto (del Consiglio dei Ministri. NdA) istitutivo della provincia di Frosinone del 6 dicembre 1926 prevedeva che il suo territorio comprendesse anche la fascia costiera tirrenica, ovvero l’intero circondario di Gaeta e parte di quello di Velletri, cosicché essa avrebbe dovuto essere costituita da 117 comuni... appartenenti agli ex circondari di Frosinone (43), Velletri (7), Sora (41) e Gaeta (26)”. Ma nel giro di ventisette giorni accadde qualcosa di assai rilevante, per quanto non ancora chiarito, tale da sconvolgere completamente quella decisione. Infatti, con regio decreto del 21 gennaio 1927, n. 1, “la provincia di Frosinone fu privata della costa tirrenica, che venne, appunto, attribuita a Roma, cosicché, quanto ai comuni, il neo capoluogo non poté annoverare tra i suoi quelli di Campodimele, Carpineto, Castelforte, Castellonorato, Elena, Fondi, Formia, Gaeta, Gavignano, Gorga, Itri, Lenola, Maenza, Maranola, Minturno, Montelanico, Monte San Biagio, Piperno, Prossedi, Roccagorga, Roccasecca dei Volsci, San Felice Circeo, Santi Cosma e Damiano, Segni, Sonnino, Sperlonga, Spigno Saturnia e Terracina la cui popolazione assommava a circa 140 mila unità”, che con il resto del circondario di Velletri andarono a finire in provincia di Roma. Cosicché “alla fine, dell’ex-circondario di Gaeta andarono alla nuova provincia soltanto 11 comuni che, uniti ai 37 dell’ex-circondario di Frosinone... ed ai 41 dell’ex-circondario di Sora (tra cui Cassino. NdA), in totale 89 (più Amaseno, Castro dei Volsci e Vallecorsa riassegnati alla provincia nel 1927, come riportato da Jadecola. NdA), ne costituirono l’effettiva ossatura con una popolazione complessiva di 424.634 abitanti che la ponevano, fra le 92 province italiane, al 35.mo posto per numero di abitanti e al 39.mo posto per superficie del territorio”.
Le ragioni di una tale, radicale, modifica dei confini, nel passaggio dal decreto del consiglio dei ministri a quello del re, restano inspiegate. Qualcuno ipotizza, come riportato nel libro, che esse siano legate alla mancanza di collegamenti viari e ferroviari tra Frosinone e la zona costiera, ma qualcun altro smentisce quest’ipotesi, ricordando che dei collegamenti c’erano già, ed altri erano stati già progettati e approvati dalle autorità competenti (la ferrovia Roccasecca-Formia di 44 Km); e comunque, tale condizione non poteva certo essersi modificata in quei pochi giorni. Jadecola, da parte sua, fa riferimento a una non meglio precisata “grossa pressione romana o chissà cosa”. In ogni caso, come vedremo in seguito, questo stravolgimento dei confini, e la loro infelice definizione finale, produrrà effetti devastanti, tali da condizionare l’intera vicenda politica, economica, culturale e umana della nostra provincia, probabilmente fino a soffocarne ogni pur minima potenzialità.
Certo, essa non era nata sotto i migliori auspici. Della sua istituzione “se ne cominciò a vociferare, più che a parlare, solo agli inizi del mese di dicembre del 1926” (cioè, solo pochi giorni prima della decisione del consiglio dei ministri), e senza che vi fosse alcuno particolarmente impegnato a caldeggiarla se non il periodico La Ciociaria con una vaga campagna di stampa; mentre ve ne erano molti altri che vi si opponevano decisamente, prima e dopo la sua istituzione: Ferentino, in primo luogo, che si aspettava d’essere, essa, elevata al rango di città capoluogo; ma soprattutto Cassino, che aveva ricevuto la notizia (doppia: dello smembramento della Terra di Lavoro e del proprio accorpamento alla provincia di Frosinone) con incontenibile costernazione. 

“A cosa fatta, o quasi, ovvero proprio quel 6 dicembre 1926, mentre il consiglio dei ministri era in corso”, dice infatti Jadecola, “partirono da Cassino, alla stessa ora, le 10.05, due telegrammi, uno indirizzato al ‘S.E. il Primo Ministro, Roma’, l’altro al ‘Ministro Interni’”, recanti l’accorata richiesta di non procedere all’istituzione della provincia di Frosinone; con queste parole: “Cittadinanza tutta Cassino centro naturale settentrionale Provincia di Caserta centro naturale comunicazioni equidistanza Roma-Napoli costernata notizia smembramento Terra Lavoro preoccupata sua sorte prega devotamente E.V. provvedere accertamento reale situazione economica topografica nuova provincia” (firmatarie, le autorità locali, amministrative e politiche). Il governo non diede affatto ascolto a tale richiesta e procedette, come sua consuetudine, con determinazione assoluta. Ma, date le premesse, evidentemente il peggio doveva ancora arrivare; e infatti arrivò, col regio decreto di qualche settimana dopo, che non solo confermava lo smembramento della Provincia di Terra di Lavoro, non solo confermava l’accorpamento di Cassino alla provincia di Frosinone, ma procurava anche una mutilazione alla neonata provincia, privandola della zona costiera, con tutto ciò che poteva significare per quella “reale situazione economica topografica” di cui si chiedeva già prima l’accertamento. Così, mentre a Frosinone si continuava a registrare un non eccessivo entusiasmo per l’inaspettato onore, spinti dai nuovi fatti i Cassinati qualche mese dopo tornano di nuovo all’attacco; questa volta, avendo alla testa nientemeno che l’abate di Montecassino, Mons. Gregorio Diamare. “Lo si evince”, continua Jadecola, “da una nota del 27 agosto 1927 scritta di suo pugno dal segretario agli interni Giacomo Suardo nella quale si legge: ‘S.E. l’Arciabate di Montecassino, che ho ricevuto per incarico di S.E. il Capo del Governo, ha chiesto l’interessamento di questa Presidenza per l’accoglimento dei ministeri interessati del voto concernente’, tra l’altro, ‘la costituzione della provincia di Cassino comprendendovi i vecchi circondari di Sora e Gaeta’”. Alla nota è allegato un promemoria anonimo che “si ritiene consegnato dall’abate al suo interlocutore”, spiega Jadecola, in cui è meglio precisata la proposta dell’altra nuova provincia. In sostanza, vi si dice che essa avrebbe dovuto essere formata dal bacino medio e basso del fiume Liri, fino e non oltre il Garigliano; facendo notare al destinatario che “geograficamente e geologicamente essa costituirebbe una realtà ben definita risultando composta dalla catena del Meta, con le sue diramazioni, la pianura del Liri, i gruppi dei monti Ausoni e Aurunci. Lo sbocco naturale della vallata, ed il centro principale, sarebbe Cassino, posto sulla linea ferroviaria Roma-Napoli e nodo di tutte le strade rotabili della regione”. A riprova di quanto fosse sentito il problema da quelle parti, l’ambasciatore protempore dei Cassinati non si limitava a perorare la propria causa; ma, prevenendo prevedibili obiezioni da parte del governo, e volendo concorrere alla soluzioni dei probabili problemi che la proposta di cui era latore poteva a quello procurare, si spingeva molto più in là delle proprie istanze, suggerendo anche i necessari, e ulteriori, aggiustamenti territoriali della deprecata provincia di Frosinone. Infatti, nel promemoria si suggerisse che ad essa “si potrebbero aggiungere i comuni di Sezze, Cori, Cisterna di Roma, Sermoneta, Bassiano, Roccamassima e Terracina con tutta la zona delle Paludi Pontine”; il tutto, in applicazione di un criterio governativo che, nella creazione delle nuove provincie, “è stato quello di ridurre la superficie e la popolazione di ciascuna per una migliore amministrazione e per una maggiore sorveglianza politica da parte dell’Autorità Prefettizia”. Criterio che però, conclude il promemoria, “nel Lazio non è stato seguito”. Tuttavia, nonostante l’autorevolezza del latore e l’ottimo argomentare, l’iniziativa capeggiata da Mons. Diamare non ebbe alcun esito, e tutto rimase come deciso il 2 gennaio 1927.
I timori dei Cassinati, già chiaramente espressi nelle scarne parole dei telegrammi inviati al governo e ancor più dai suggerimenti dell’abate, ma stranamente scarsamente percepiti nel nord della provincia, erano destinati ad avere amara conferma. Dopo aver descritto il contesto storico in cui la provincia era nata, tutte le peripezie che ve l’avevano condotta e i malumori che questo aveva scatenato, Jadecola infatti apre un capitolo dal significativo titolo: “I nodi al pettine”. La sua fonte in questo caso è la “Rassegna del Lazio”, del febbraio-marzo 1929 (a due anni dall’istituzione). Nell’articolo che vi si trova, già all’inizio si può leggere che “il difficile compito d’impiantare e di gestire l’Amministrazione Provinciale di Frosinone... venne svolto in maniera non conforme a quelli che erano gli interessi della nuova provincia, per molte e complesse ragioni...”. E continua dicendo che già “il bilancio preventivo per il 1927 (primo anno di vita dell’Amministrazione! NdA) fu compilato senza tener conto della reale consistenza delle entrate e della verità e sincerità degli elementi attivi, mentre le spese furono previste oltre i limiti delle potenzialità del bilancio, con l’effetto di indebitare l’Amministrazione, causare disavanzi finanziari, forse perché si ritenne che una successiva, rigida amministrazione, o il Governo, avrebbe trovato rimedio”. L’articolo continua descrivendo i tentativi di far pareggiare tale bilancio aumentando le tasse sui terreni e sui fabbricati fino al massimo consentito; ma conclude constatando che neanche in questo modo si potrebbe riuscire nell’impresa. E qui si arriva al punto cruciale dell’intera vicenda: perché una provincia appena costituita si trovava già in così gravi condizioni finanziarie? La risposta dell’articolista è drammatica e illuminante: per il “modo in cui essa fu costituita.

La Provincia di Terra di Lavoro con i redditi elevati dei terreni dei Circondari di Nola, di Caserta e di Gaeta, riusciva a compensare quelli scarsi o infruttiferi dei Circondari di Sora e di Piedimonte di Alife (poi passato alla provincia di Benevento, ricorda Jadecola. NdA)”, imponendo una tassazione media modesta, sia sui terreni sia su i fabbricati; “così la Provincia del Lazio (da cui proveniva Frosinone e il suo Circondario. NdA), con la massa enorme dei redditi da fabbricati della Capitale e dei redditi di pianura, compensava i redditi scarsissimi delle zone montuose e incolte, riscuotendo una sovrimposta eguale a quella della Provincia di Terra di Lavoro. I Circondari di Sora e Piedimonte di Alife erano passivi per la Provincia di Terra di Lavoro, e quello di Frosinone parimenti lo era per la Provincia di Roma”. Cosicché, la Provincia di Napoli “ha tratto guadagno dalla soppressione della Provincia di Terra di Lavoro, perché ad essa furono aggregati tutti i comuni della pianura dei Circondari di Caserta e di Napoli. La Provincia di Benevento ha avuto uno svantaggio finanziario dalla annessione del Circondario di Piedimonte di Alife” tanto che è stata costretta ad aumentare le tasse sui terreni e sui fabbricati fin quasi al massimo consentito; “la Provincia di Roma ha conseguito un doppio vantaggio: si è liberata di un territorio passivo, quello del Circondario di Frosinone, e si è arricchita di un territorio attivo quello del Circondario di Gaeta, che prima apparteneva alla Provincia di Terra di Lavoro”. Insomma, “data la natura degli elementi di costituzione, non occorre un lungo studio per trarre il preciso convincimento che la Provincia di Frosinone non può assolutamente provvedere ai suoi servizi provinciali, con la sovrimposta che nel 1926 riscuotevano le Province del Lazio e di Terra di Lavoro, ma ne ha bisogno di una molto superiore”. Tuttavia, “la sovrimposta al limite massimo che si può avere in Provincia di Frosinone è di L. 1,203 per Kmq, le altre entrate danno un gettito di L. 559,70 il Kmq. In complesso le entrate ammontano a L. 1.802,70 al Kmq: le spese, commisurate all’assoluta necessità, ed in alcuni casi previste in somme molto inferiori al fabbisogno dei servizi, corrispondono a L. 2.590 al Kmq; il deficit non può essere quindi colmato con l’aumento della sovrimposta”. Probabilmente sensibile alla temperie del tempo, l’articolista procede poi nelle sue considerazioni, rilevando che “con la deliberazione del Consiglio dei Ministri del 6 dicembre 1926, su proposta del Capo del Governo, Ministro dell’Interno, la Provincia di Frosinone fu costituita in modo razionale, perché ai terreni montuosi si associavano quelli redditizi del Circondario di Gaeta e dei comuni della Provincia del Lazio in pianura, sino a Terracina. Con simile circoscrizione, si poteva avere una salda finanza con un’imposta bassa. Ora ciò è impossibile. Per poter vivere, la Provincia di Frosinone ha bisogno di un ampliamento di territorio corrispondente a quello della sua primissima costituzione”. Ma poi è costretto ad ammettere che “la circoscrizione Provinciale deve rispondere oltre che ad esigenze demografiche, etniche e storiche, anche a quelle finanziarie”. Però delle une e delle altre non si era tenuto alcun conto, posto che le rimostranze dei Cassinati alla creazione della provincia erano arrivate ben prima della mutilazione operata dal regio decreto, proprio all’atto della “sua primissima costituzione”. Insomma, una provincia già raffazzonata assemblando territori storicamente divisi per secoli, aveva subito un irrimediabile ed ulteriore danno, per ragioni ancora oggi quasi del tutto sconosciute.

È la storia di una provincia mai nata, di un concepimento abortito, di un arbitrio perpetrato sulla pelle di centinaia di migliaia di persone, di un cinismo e una superficialità deprecabili; cause, insieme, di un disastro perpetuato di generazione in generazione. Perciò, siamo ancora convinti che la nostra condizione sia definibile come quella di una terra del Sud? Ci sembra ancora esaustiva e consona, quella definizione? Ci è davvero sufficiente per capire chi siamo e dove vogliamo andare? Già novant’anni fa, ci si era posto con chiarezza il problema di come far vivere questa provincia, a partire dalle sue funzioni amministrative, nonostante i gravi vizi d’origine; nessuno, tuttavia, vi aveva posto rimedio, ed anzi aveva proceduto imperterrito, non si sa bene con quali intenti, nonostante tutto. Oggi, noi che ancora subiamo le conseguenze di tali scelte (ripetiamo, di quasi novant’anni fa), sembriamo avere una consapevolezza assai più limitata di allora, col rischio di desiderare soluzioni che invece ci nuocerebbero. Sapere da dove si parte, perciò, è conoscenza essenziale; l’analisi concreta della situazione concreta è assolutamente necessaria per decidere dove andare, quali obiettivi perseguire, con quali ordinamenti, con quali energie e col contributo di chi. E questo compito non dovremmo delegarlo a nessuno; anzi, dovremmo con forza impedire che alcuno operi ancora sulla nostra testa, senza la nostra partecipazione attiva alle decisioni, e senza il nostro consenso. Ma limitarsi ad affermare che siamo una Terra del Sud (per altro, infondatamente) solo per dire della cattiva condizione generale in cui versiamo, risulta assai riduttivo, insufficiente allo scopo, troppo vago per capire e prendere provvedimenti ed iniziative oculati. Ed anche offensivo per il Sud, in verità; il quale, oltre a poter lamentare nei confronti del Nord un brutale e ripetuto saccheggio durato secoli, con annesse distruzioni, uccisioni e stupri di massa, ha anche da vantare un’identità culturale, attuale e storica, che la nostra disgraziata e bistrattata terra può soltanto vagheggiare. Perciò, semmai, dovremmo umilmente e sommessamente dirci, in via del tutto confidenziale, che sarebbe un onore per noi essere Terra del Sud, se il Sud ci volesse.

Frosinone 29 agosto 2015

 

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I crimini del nazismo tra il principio di malafede e la banalità del male

alunnidilaragiovannangelo alatri 350 260di Lara Giovannangelo - "Per non dimenticare"- Gli allievi del "Liceo Pietrobono" di Alatri protagonisti presso la Biblioteca "Ceci" nel progetto "I crimini del nazismo tra il principio di malafede e la banalità del male"

Anche quest'anno, come tradizione, il Liceo Pietrobono ha partecipato attivamente alla Commemorazione della "Giornata della Memoria", realizzando un progetto dal titolo "I crimini del nazismo tra il principio di malafede e la banalità del male". Il predetto progetto, presentato in una sala gremita, nell'ambito della settimana del ricordo il 29 gennaio scorso, presso la Biblioteca "Luigi Ceci" di Alatri, ha visto protagonisti gli studenti delle classi quinte del Liceo Scientifico "Pietrobono", che hanno elaborato il lavoro con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica ed incentivare i presenti ad una riflessione critica e consapevole dei crimini dell'olocausto. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con la responsabile SPI Cgil, prof.ssa Lucia Lisi che ha presieduto la giornata. Sono altresì intervenuti il Segretario provinciale SPI CGIL, dott. Domenico De Santis, nonché il Presidente Provinciale ANPI, prof. Giovanni Morsillo e il Segretario Regionale SPI CGIL, dott.ssa Anna Maria Cubeddu. E' intervenuto anche il Sindaco Ing. Giuseppe Morini che ha presenziato ai lavori fino al termine, congratulandosi con la docente e gli allievi per gli interventi, palesando grande sensibilità, in rappresentanza dell'ente locale, nei confronti dei temi trattati. Non poteva mancare il Dirigente Scolastico, prof.ssa Roberta Fanfarillo, che ha portato i suoi omaggi agli studenti e alla docente, prof.ssa Lara Giovannangelo che, a sua volta, ha guidato i suoi allievi nella progettazione, nella realizzazione e nella successiva presentazione del lavoro.
Il progetto, particolarmente apprezzato dai presenti per l'impegno profuso, per la fine progettazione e la motivazione degli allievi, ha inteso, attraverso una ricostruzione storica attenta dell'ideologia totalitaria, focalizzare l'attenzione sulla lucidità della malafede che ha accompagnato la realizzazione dei piani di deportazione e di annientamento e sulla possibilità assurda di trovare, semmai sia possibile, una giustificazione o addirittura di considerare il male compiuto "banale".Studenti LiceoScientifico L. Pietrobonocliccare sulla foto per ingrandirla
Le riflessioni di H. Arendt con costanti riferimenti all'opera "La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme" hanno permesso di affinare la consapevolezza sugli aspetti etici della tragedia, sul concetto di "crimine contro l'umanità" e la lettura di passi scelti ha offerto proficue occasioni per una riflessione personale e collettiva. La capacità introspettiva e la fine indagine presentata è stata integrata da riferimenti al filosofo ebreo Levinas attraverso la concezione della dignità dell'altro e del suo riconoscimento nell'epifania del volto. L'interrogativo sotteso a tutto lo sviluppo del progetto, in cerca di una possibile risoluzione, il seguente: "Fu davvero banale il male perpetrato?" Ma come potrebbe essere considerato banale il male, anche quando inconsapevole non può mai risultare banale, figuriamoci se può essere percepito come tale quando risulta volutamente cosciente.
Il progetto strutturato su ricostruzioni video, presentazioni, elaborazione di relazioni e di commenti, testimonianze eloquenti, è stato integrato dalla lettura di passi significativi e ha raggiunto il suo momento di massima tensione dapprima con la presentazione di un video anti razziale e successivamente con la lettura di poesie elaborate dagli allievi protagonisti e non solo. A coronare lo spazio dedicato alle emozioni, la lettura delle poesie è stata accompagnata da soavi melodie musicali (A. Scriabin - Studio op. 8 n.11) eseguite al pianoforte dall'allievo Leonardo Tolomei. Ha lasciato favorevolmente impressionato l'uditorio la capacità degli allievi di presentare i temi con padronanza e competenze argomentative di livello, ma ciò che ha colpito ancor più è stato il coinvolgimento emotivo che gli allievi hanno palesato.

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Il male sotterraneo: l'Affaire Sangalli

frosinone corso della repubblica 225di Ignazio Mazzoli - Frosinone, la città dove tutto doveva cambiare. La città che avrebbe dovuto avere di più morigerando i politici, per parafrasare uno slogan elettorale dell'attuale sindaco Nicola Ottaviani, sembra ormai una città allo stremo. Ma l'immagine prevarica la sostanza come s'è affermato da vent'anni a questa parte e siamo tranquilli: all'inquinamento che è alle stelle rispondiamo con le domeniche ecologiche e le targhe alterne, il sabato chiuderemo le scuole, così propone il "dinamico" sindaco senza aver discusso con i protagonisti attivi che la scuola vivono e la modernità è assicurata.
Una specie di dibattito nasce e muore dopo alcuni giorni di ostentazione sui media di carta e non, si affanna qualche ora di più sui social network, e tutto resta come prima. E' un segno del malessere che c'è ed è impossibile nasconderlo.
Le recenti reazioni alla proposta della scuole chiuse il sabato manifestano due correnti di pensiero in cui i favorevoli individuano i contrari come vecchi e superati, che sarebbero incapaci di ammodernarsi. E' facile confutare come fa la professoressa Fausta Dumano che è un confronto senza riferimenti concreti a partire dal fatto che neppure è vero il luogo comune che vorrebbe gli studenti contenti di restare a letto il sabato. Basterebbe ascoltarli e ascoltare i loro insegnanti che lo riferiscono. Poi ci sono i problemi di orario, perché sicuramente andrebbero distribuite le sei ore del sabato. Come? Con due rientri di tre ore o tre di due ore? I rientri pongono problemi di didattica basta pensare a quale possa essere il livello di attenzione alla settima ora o all' ottava se già alla sesta ora è un problema. A che ora si arriverebbe a casa? E quando si fanno i compiti? Basta così poco per capre che bisogna essere seri e discutere.
Essere seri è necessario anche per evitare polemiche imbarazzanti come quella aperta con l'Università di Cassino e del Lazio meridionale sulla sede universitaria di Frosinone. E' vero come dice l'ex sindaco del capoluogo Michele Marini: "ha come unico obiettivo quello di confondere le acque". Il fallimento di questa amministrazione sul piano della capacità di governo della città mina pesantemente la credibilità di questa maggioranza di centrodestra e della Giunta che esprime.
E che fanno queste forze? La stessa scelta che fece la Giunta di Antonello Iannarilli all'Amministrazione provinciale. Incapace a governare cominciò a fare le pulci ai provvedimenti adottati dalle amministrazioni che l'avevano preceduta dimenticando di adottare le misure necessarie alle situazioni che aveva di fronte dai programmi per i giovani , alle misure da adottare per contenere e combatte la disoccupazione avanzante e di rimpasto in rimpasto fino ad arrivò al commissariamento.
E' stato fatto osservare come questa Giunta non sia in grado minimamente di capire l'importanza per la ricaduta positiva sul territorio né la dimensione effettiva visto i 400 iscritti ai corsi di Frosinone in questo anno Accademico. Si cerca di mettere in alternativa l'Accademia con l'Università e ciò è pericoloso perché queste istituzioni devono essere validamente sostenute entrambe e non contrapposte, soprattutto da chi dovrebbe costruire politiche attive di accrescimento culturale della città che governa. E non si tiri sempre in ballo il debito quando non si sa cosa dire e soprattutto ricordandosi che se esiste, anche quel criticone di oggi contribuì ad accumularlo perché la presenza dell'Università di Cassino a Frosinone è un risultato (buono) ottenuto dalla coalizione di cui lui stesso (Caparrelli) faceva parte. Sono perciò "grottesche e ridicole" le accuse alle passate "gestioni del centrosinistra. "A questo punto, palleggiare la colpa, tra Comune di Frosinone, Ateneo cassinese e centrosinistra è nascondere la luna dietro al dito. Significa dichiarare la propria immobilità, la propria incapacità di avere una visione per il futuro" - aggiunge Sel.
Più importante è sapere che fine faranno i corsi di laurea programmati da momento che il diritto allo studio vale anche per i 4OO studenti che attualmente frequentano quei i corsi universitari. In queste note messe a punto dall'opposizione del PD si chiama in causa anche la qualità della polemica basata sulla denigrazione di chi contesta, come nel caso dell'attacco portato alla senatrice Maria Spilabotte, ma anche affidando la polemica ad esecutori che di quella scelta erano sicuramente corresponsabili. Ma che metodi sono questi? Si spinge a fare l'attacco un coautore di quella scelta per rafforzare l'ipotesi che essa sia sbagliata sicuramente? Che rozzezza!! "Gli attacchi diventano personali e pretestuosi quando non si sa cosa argomentare" – afferma la senatrice Spilabotte. Arrivare alle vie legali con l'Università anziché cercare possibili soluzioni è incomprensibile e perciò anche sciocco nel rapporto fra Istituzioni. In questo agire c'è tutta la spocchia con cui si interpreta il ruolo di amministratore del capoluogo.
Questi confronti sono assolutamente fondati. La polemica è giustificata. Ma, c'è da chiedersi ancora una volta: perché tutto resta così com'è? La polemica da sola non apporta correzioni.
La polemica, anche quella politica più incalzante se non si trasforma in opposizione costante che chiama anche i cittadini a contrastare le scelte sbagliate resta inerte o forse rischia ancora peggio di essere deviante. Ed in queste giornate, anzi in queste ore, forte è il dubbio che qualunque cosa si dica serva a rafforzare la distrazione dal vero scandalo dell'amministrazione del capoluogo, l'affaire Sangalli, che per le sue dimensioni nazionali, ma comunque iniziate a disvelarsi proprio da questo territorio, chiama all'impegno unitario tutti coloro che sono fuori dalla giunta Ottaviani, perché si conosca al più presto tutta la verità. Quindi anche coloro che hanno formulato le giuste critiche per lo scorretto comportamento degli amministratori del Capoluogo con l'Università di Cassino e del Lazio meridionale e con i suoi studenti lo debbono pretendere. La dimenticanza sarebbe colpevole.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul quotidiano L'Inchiesta il giorno 29 gennaio 2014

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