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Quando la propaganda dilaga e i risultati desiderati mancano

laforzamotrice ridimensionato mindi Elisa Tiberia - Basta con i messaggi di propaganda.
C’è un momento per la propaganda e uno per l’azione, ma sembra che ultimamente l’attività prediletta dalla politica sia sempre la prima, ormai pensiamo a suon di slogan e di comunicati, quasi incuranti che la responsabilità del mandato sia assolta con azioni concrete volte al miglioramento della società che si ha l’onore di rappresentare.
Non solo continuiamo a perdere i servizi ma abbiamo perso soprattutto la capacità critica di anticiparne le sorti, o almeno di comprenderle a tempo debito e di tentare di limitarne gli impatti sulla popolazione.

Da semplice cittadina apprendo della perdita di un servizio al momento della decorrenza del provvedimento che lo ha predisposto, ma sempre da cittadina non resto indifferente davanti ai messaggi sorpresi e indignati dei politici, magari impegnati nel governo del territorio su altri livelli, che cavalcano l’onda di malcontento conquistando qualche pagina sul giornale o qualche like sui social, non ne resto indifferente e non mi piacciono.
Non mi piacciono perché non solo non producono risultati concreti per la popolazione ma addirittura usano i problemi di questo territorio per conquistare spazi di visibilità e di facile propaganda e per regolare conti personali o di fazioni.

L’attività politica è una questione seria, è un’attività i cui effetti si riflettono sulla popolazione, e dovrebbe essere esercitata con consapevolezza e tempestività.
Per esempio, rispetto alla questione della centrale operativa del 118, tutti quelli che alzano la voce oggi, (che hanno rilasciato interviste, dichiarazioni, post) dov’erano quando il provvedimento era stato definito e approvato? Hanno sollevato contestazioni e perplessità anche prima? Si sono interrogati su quali parametri sarebbero stati considerati per la scelta della sede opportuna?

Se è vero che questo territorio è stato saccheggiato dalla politica è altrettanto vero che il riscatto non arriva da solo ma deve essere condotto da una classe politica capace di scardinarne le consuetudini, che sia attiva, che si ponga le questioni di interesse sociale e di governo del territorio, le affianchi dal principio e le comprenda in maniera organica al fine di condurle verso l’interesse collettivo che rappresenta.
Per il futuro spero di leggere più richieste di chiarimento, di confronto, e soprattutto proattività invece di indignazioni a “cose fatte”, passive, strumentali e inefficaci.

 

 

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Mancano troppe volte l'Umanesimo cristiano ma anche quello laico

Sacrocuore CaritasImmigrati350 260di Alessia Lambazzi - Paulina è una giovane ragazza di vent’anni arrivata in Italia dalla Nigeria per scappare dalle continue minacce di morte a causa del suo essere cristiana. Cofì a soli 18 anni è fuggito dalla guerra in Libia affrontando un estenuante viaggio su uno dei tanti barconi della speranza, Keita è arrivato nel nostro Paese dopo aver lasciato la famiglia e i suoi studi, mentre Kyber è partito 7 mesi fa dall’Afghanistan ed ha attraversato sei stati prima di arrivare in Italia. Sono queste le testimonianze di alcuni dei novanta profughi che la Diocesi ha deciso di ospitare nelle strutture messe a disposizione dalla Caritas diocesana e hanno tutti in comune il sogno di una prospettiva di vita migliore, la speranza di trovare un lavoro, la voglia di formare una famiglia.
C’è chi la definisce la più grande piaga degli ultimi tempi, chi una fonte di ricchezza, quel che è certo è che l’immigrazione è una realtà che interessa direttamente l’Italia e l’evento, che ha avuto luogo giovedì 23 luglio alle ore 18,30 presso il salone parrocchiale del Ss. Cuore, mirava ad affrontare l’importante tematica non soltanto attraverso numeri e statistiche, ma raccontando storie di persone, di donne e uomini, di mamme e di papà.
Il prefetto di Frosinone Emilia Zarrilli, impegnata nella commissione rifugiati a Frosinone ha inquadrato, attraverso il suo fondamentale intervento, il bisogno di definire e ottenere uno status giuridico da parte dei tanti stranieri presenti in provincia e la difficoltà di affrontare una tematica tanto dibattuta non solo all’esterno, tra le paure e la diffidenza della gente, ma anche all’interno delle Istituzioni. Risulta necessario quindi conoscersi ed instaurare una comunicazione sincera chiedendo l’aiuto degli organi istituzionali per riuscire a diventare cittadini italiani e del mondo.
Non si perde occasione per sottolineare l’allarmismo che frequentemente viene generato parlando d’invasione, a tal proposito Marco Toti, co-presidente della Caritas diocesana, attingendo ai dati del Ministero dell’Interno rende noti alcuni numeri: 83.200 immigrati erano presenti sul nostro territorio a luglio dello scorso anno, 82.300 quest’anno. Soltanto 34.000 sono stati richiedenti asilo, gli altri sono giunti in Italia alla ricerca di un futuro migliore tra chi ha la semplice ma grande fortuna di essere nato dall’altra parte del mare, per poi trasferirsi altrove. Toti non dimentica le difficoltà gestionali ed organizzative, ma la provincia di Frosinone ha optato per un’accoglienza diffusa nonostante i costi elevati dell’operazione per dare a queste persone una possibilità di vita familiare e comunitaria. I Comuni interessati ad oggi non sono molti, pertanto è stato lanciato un sentito invito a dare un segnale di partecipazione per far sì che l’accoglienza cresca ancora.
Il Vescovo di Frosinone, monsignor Ambrogio Spreafico, sul finale ha gridato a gran voce il suo dolore causato da un popolo che sembra mancare troppe volte di Umanesimo cristiano ma anche laico, citando tra le altre cose episodi di cronaca recente che hanno visto la morte di una bambina Libanese affetta da diabete privata dell’insulina una volta imbarcata per raggiungere l’Italia e quella di un lavoratore Sudanese colpito da malore mentre lavorava nei campi sotto il caldo sole estivo. Il Vescovo ha esortato i numerosi presenti in ascolto a comprendere che ci troviamo di fronte a uomini e donne come noi e solo la conoscenza e la compassione ci renderanno umani. La rabbia rivolta verso persone che cercano una vita migliore crea inimicizia in un mondo che avrebbe bisogno di umanizzarsi e di ricordare che il diverso non esiste, il diverso non è nemico.

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