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La parità dei diritti non è un'elemosina

maternità 400 mindi Nadeia De Gasperis - Fa dell’ironia, il ginecologo Battagliarin, su youreducation.it, a proposito del congedo di maternità e della nuova legge che permette alle donne di recarsi al lavoro fino agli ultimi mesi di una gravidanza. Ironizza sulle apocalittiche conseguenze di un aumento di peso che si aggira tra i 9 e 12 chili, tutti concentrati, come uno zainone da alpinista, sul davanti, sul disagio della necessità di fare pipì in continuazione, aggiungerei, sulla possibilità che il vostro “capo” si veda improvvisamente salutare da una piccola testolina che spunta dal vostro grembo.

Oltre l’ironia ci sono drammatiche verità, come quella del parto prematuro, che sempre di più, sempre più frequentemente si verifica.
Non si dimentichi infatti che la sua incidenza in Italia è ormai da molti anni ferma al 7%.
Da non trascurare poi le possibili patologie del terzo trimestre, che sono più frequenti e spesso possono essere imprevedibili, prima tra tutti: il parto prematuro appunto.
Per non parlare della differenza di un lavoro d’ufficio e di una donna che al banco salumi del conad debba allungarsi per recuperarci una forma di parmigiano mentre qualcuno le scalcia in grembo e le intima di stare buona al suo posto.

Bene, ci risponderanno che la scelta di lavorare fino alla fine della gravidanza non sia obbligatoria, ma chi di voi, donne, non ha subito almeno una volta nella vita quel sottile ricatto, che spesso tanto sottile non è, a cui hanno dato il nome di “mobbing”!?
Bene, figuriamoci se si decidesse di procedere, come fatto finora e concedersi il bello e il brutto di quegli ultimi mesi che si separano dalla nostra “vita precedente”, sì perché di certo sappiamo che esiste un avanti - figlio e un dopo - figlio. Chissà a quali ricatti saremmo sottoposte. Il mondo del lavoro femminile, se possibile, è perfino più disastrato, in termini di diritti violati, di quello maschile, per non parlare dello stato del nostro welfare sociale.

Non abbiamo bisogno di eroine, abbiamo bisogno di donne consapevoli della propria femminilità, e questa consapevolezza dovrebbe prevedere la certezza di un adeguato stipendio, un adeguato orario di lavoro, un adeguata attenzione per ogni esigenza che prescinda dal lavoro stesso. La parità dei diritti, come ci insegnano Pablo Iglesias e sua moglie Elisa Moriconi di Podemos, è di poter scegliere chi rimane a casa e chi va a lavoro dopo la nascita di un figlio, senza che questa scelta abbia ripercussioni economiche o di altra natura. La parità dei diritti non è una elemosina concessa alle donne, non è uno scimmiottare gli uomini, è la possibilità di sopravvivere al di là delle nostre scelte e delle nostre possibilità, come è per un uomo, come dovrebbe essere, almeno, anche per un uomo.

 

 

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Fertility day? Ma cos'è?

ministra lorenzin 350 260di Nadeia De Gasperis - Sapete cosa rispose Berlusconi alla domanda di tanto accanimento sul corpo di Eluana Englaro?

“Perchè è ancora in grado di dare figli”. Ecco, la scelta della Lorenzin di celebrare il giorno del Fertility Day, ma soprattutto la campagna che la sostiene, è in perfetta continuità nel concepire il corpo di una donna vincolato a quella idea maschilista di possesso e supremazia. Il fraintendimento della “immacolata concezione cristiana” è antica quanto Adamo ed Eva, fuor di metafora. Pensare che il “sì” di Maria fosse sottomissione alla volontà dell’uomo, del padre e perfino dello Spirito Santo, è una mistificazione del significato autentico, di una donna, Maria, che rompe gli schemi e si oppone a ogni sudditanza. Ma l’interpretazione viziata ha voluto che si perpetrasse il senso del dominio sulla donna, del fatto che del suo corpo si possa fare e disfare quanto e come si creda, compreso il fatto di bestemmiarlo invocando il senso più “autentico” della vita, con la promozione dei vari family day, sentinelle in piedi e paladini della vita.

“Religiosa” custodia del proprio corpo

“Il corpo è mio e lo gestico io”, slogan femminista di quaranta anni fa, ancora genera polemiche, con quella lettura strumentale che non si concede il beneficio del dubbio, perché non contempla la possibilità che gestire il proprio corpo, possa voler dire, nella sua “religiosa” custodia, anche concepire la vita. Chiunque corrompa la sua inviolabilità, bestemmia alla vita.
Sentire il vincolo al proprio corpo come unico e non dettabile o assoggettabile, è provare un dovere di osservanza alla sua sacralità. Le stesse donne che recitavano lo slogan si battevano per i diritti delle donne, dei loro figli, delle famiglie, invocando la nascita di consultori, asili nidi, un miglioramento del welfare sociale, che è la ragione principale per la quale oggi, fare un figlio, in molti casi, è un atto di sconsiderata imprudenza.
Il corpo è mio perchè è sacro, un santuario, come luogo naturale da proteggere per la sua specificità, per la sua preziosità, e unicità, che contempla anche la scelta di non avere figli, di non poterne avere, di non essere nelle condizioni contigenti per averne. Una di queste condizioni è lo stato di precarietà in cui versa il nostro Paese: economica, sociale, lavorativa. Pretendiamo il rispetto delle nostre scelte, della nostra natura, che non prevede la maternità per essere autentica, ma esige la nostra autentica umanità.

 
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