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Er Sòla

CRONACHE&COMMENTI

“il Bomba” fiorentino equivale a “er Sòla” romanesco

di Aldo Pirone
matteorenzi 350 260Nel settecentesimo di Dante viene naturale, a proposito delle imprese di Renzi, dire “Non ragioniam di lor ma guarda e passa”. Eppure se ne parla perché le sue sortite estere appaiono sempre più scandalose agli italiani alle prese con la pandemia e la crisi economica. Diciamo la verità, il senso dello Stato, il rignanese non ce l’ha mai avuto. Continua ad avere, invece, quello dell’arroganza sfacciata e ridicola. Sul suo exploit saudita ai piedi dell’assassino di Kashoggi ha ribadito: “Mohammed Bin Salman? E’ un mio amico, lo conosco da anni. E non c’è nessuna certezza (sic!) che sia stato il mandante dell’omicidio Kashoggi”, perciò, continua dire, senza orrore di se stesso, “La frase sul Rinascimento [saudita] la ridirei”. E’ stato utilizzato ultimamente dalla congrega di lorsignori per abbattere Conte, ma ha mancato il bersaglio grosso: la rottura fra M5s e Pd e la loro esplosione.

In queste settimane alcuni giornali e commentatori gli hanno chiesto conto di questi suoi continui viaggi all’estero, ultimo quello in Bahrein negli Emirati arabi. Ma non è su questi aspetti, pur rilevanti e di prima grandezza, che voglio soffermarmi, bensì su uno collaterale. Renzi sa benissimo che le cose che dice e che fa lo rendono sempre più antipatico all’opinione pubblica, ma ci sta guadagnando. Non in consensi ma in soldi, tanti soldi. Se fossi nei panni dei suoi improvvidi sottoposti in Iv (Italia viva) comincerei, sebbene tardi, a pormi l’interrogativo: ma questo qui non è che ci sta utilizzando per rimpinguare il suo portafogli per poi lasciarci in braghe di tela al di sotto del 2% a fischiettare fuori da Montecitorio e Palazzo Madama? Io direi proprio di sì. In fondo, nel suo piccolo, anche qui imita Berlusconi. Quello ha usato e usa il suo partito per difendere i suoi interessi personali (Mediaset) e Renzi per costruirsi un ragguardevole patrimonio. Poi ci sono all’estero, fra i dittatori ricconi, quelli che gli danno corda perché un po’ è il solo che si presta e un po’ perché ancora non hanno ben compreso il discredito di cui gode nel Belpaese. Pensano ancora a lui come allo statista di Rignano.

Gli uni e gli altri si accorgeranno presto che “il Bomba” fiorentino equivale a “er Sòla” romanesco.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Matteo Renzi, l'Arabia Saudita e il “revolving door politics”

Cronache&Commenti

“revolving door politics” un commistione tra il mondo politico e il mondo privato

di Roberto De Rosa
Renzi in ArabiaSaudita minMatteo Renzi, l’uomo del momento che ha innescato la crisi di governo e lo ha sostanzialmente fatto cadere a seguito delle dimissioni del presidente Conte, qualche giorno fa si trovava a Riad, capitale nonché primo polo finanziario dell'Arabia Saudita.

A quanto pare Renzi era a Riad come consulente, e non in veste istituzionale, ad una conferenza organizzata da un particolare organismo: il "Future Investment Initiative" controllato dal fondo sovrano saudita. Un evento con oltre 150 leader mondiali per riflettere insieme su come affrontare le sfide del 2021, ma che in sostanza punta al tentativo del regime, guidato dal principe ereditiere "Mohammed bin Salman", di riscattarsi a livello nazionale in quanto accusato di violare i diritti umani sia in patria che all’estero. Il governo saudita, infatti, si è macchiato di gravi avvenimenti quali la disastrosa gestione della guerra in Yemen, con bombardamenti ai danni della popolazione civile, e l'omicidio nell’ambasciata saudita in Turchia del giornalista Jamal Kashoggi, critico del principe ereditiere.

Questo genere di convegni, dunque, altro non fanno che rilanciare un’immagine diversa del governo saudita all’estero e di tante altre aziende e multinazionali che vi partecipano. Ad esempio, pare che il governo saudita abbia deciso di abbandonare il petrolio, che ha reso di fatto ricca la famiglia reale, e di mirare invece alle energie rinnovabili. Il “revolving door” è un’espressione inglese che aiuta a comprendere bene cosa avviene in questi determinati contesti. Il “revolving door” sono quelle porte girevoli che spesso si trovano all’entrata degli alberghi da cui si entra da una parte per poi uscire essenzialmente dalla stessa parte.

Esiste un “revolving door politics” legato alla commistione tra il mondo politico e il mondo privato e più che altro aziendale. InRenzi solo il solito insopportabile Renzi 390 min pratica le grandi multinazionali hanno ovviamente degli interessi lobbistici e cercano in qualche modo di incentivare la politica a legiferare favorendo i propri interessi e il modo migliore per farlo è coinvolgere ex leader politici, ex ministri ed ex parlamentari a rientrare in gioco, con le loro competenze politiche, nel mondo privato o aziendale ed esortarli ad occuparsi di partecipare a conferenze e congressi. Questo fenomeno è ovviamente oggetto di critica e di dibattito, tant’è che in alcune nazioni è stato quasi normalizzato per non creare eccessivo scalpore.

Matteo Renzi però non è un ex politico, ed è stato scoperto essere membro dell’advisory board* del Future Investment Initiative Institute. Se partecipasse a tutti i board previsti guadagnerebbe ben 80mila dollari l’anno. Se si pensa agli ultimi due anni tra stipendio di parlamentare e consulenze in Europa, Cina, Medio Oriente e Stati Uniti d’America, il segretario del partito liberale Italia Viva avrebbe guadagnato quasi due milioni di euro. In poche parole, si viene pagati per la propria presenza in base al prestigio di cui si gode ma soprattutto per il peso politico che si è ancora in grado di esercitare.

Il peso politico di Renzi è estremamente rilevante, in quanto non si tratta di un parlamentare qualsiasi, ma un membro della Commissione Difesa che si occupa in generale della difesa nazionale e leader di un partito che sembrerebbe ora essere l’ago della bilancia del panorama politico italiano.

L’intera questione non è di fatto illegale, nonostante si tratti in breve di una subdola strategia di mercato da milioni e milioni di euro, ma è indubbiamente morale. Negoziare e trattare realtà complesse, come ad esempio quelle dell’Arabia Saudita o di altri paesi, magari anche nel fiducioso tentativo di plasmarle, fa parte del sistema economico e politico. Ma un conto è farlo nel nome del proprio paese e un altro e farlo a proprio nome andando a coltivare rapporti privati e personali e soprattutto il proprio conto in banca.

*membro consultivo

 

 

 

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Apprendisti stregoni

Cronache&Commenti

Renzi: “Quousque tandem abutere patientia nostra”?

di Aldo Pirone
renzi 350 minRenzi ha ripreso a volare, non nei sondaggi e nelle urne, ma sui mass media di lor signori. Mercoledì scorso il "crescendo rossiniano contro Conte" dello statista di Rignano al Senato, fondato tutto su bugie e travisamenti della verità, - lo ha sbugiardato il ministro Amendola su “Il Sole 24 Ore” - è stato vivamente apprezzato dalla destra. La neofascista vice capogruppo di FI Isabella Rauti, intervenendo subito dopo “il bomba”, glielo ha subito riconosciuto. "Saluto Renzi – ha detto – che usa le parole dell'opposizione, ha strappato applausi anche da questa parte". Salvini è andato a complimentarsi di persona. In un paese normale dopo lo show down renziano la crisi di governo dovrebbe essere già aperta. Ma l’Italia non è normale e, soprattutto, non lo è la sua classe politica.

Il ruolo di sfasciacarrozze “il bomba” l'ha sempre svolto indefessamente fin dall’inizio del governo Conte II che pure aveva contribuito a far nascere. Subito dopo l’avvento, infatti, lo “scorpione” si è messo all’opera per pungere la “rana” governativa, prima e durante la pandemia. Ogni volta, però, è dovuto rientrare dalle sue sortite con le pive nel sacco. Perciò, la questione non è quel che vuole o dice Renzi oggi, ma la baldanza nuova con cui minaccia il governo Conte. Il che fa intendere che questa volta dietro a Renzi c’è qualcuno più grande di lui che pensa di utilizzarlo per altri scopi. E non si tratta solo dei soliti “poteri forti” e dei loro giornali che, se potessero, Conte lo avrebbero già bruciato nell’acido. Si tratta di una parte del PD. Qualcuno dei dem, a sentire qualche giornalista, pare che abbia definito l’ex rottamatore “il nostro centravanti di sfondamento”.

La metafora calcistica ha fatto subito venire in mente il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio, anche lui molto critico con Conte, che tre anni fa definì Renzi, in corsa per ridivenire segretario del PD dopo il disastro del referendum, “il nostro Maradona”. Ma non si sa; e manco interessa più di tanto. L’unica cosa certa è che Delrio quanto a intenditore di politici è una schiappa. Molto più rivelatrice è la dichiarazione di Zingaretti dopo lo show di Renzi sulla necessità di una maggiore collegialità rivolta a Conte.

Ci sono corposi fatti politici che sono alla base delle insoddisfazioni del vertice dem. Due su tutti. La richiesta di Bettini, suggeritore ufficiale di Zingaretti, di immettere al governo le “energie migliori”, cioè il rimpasto, e la richiesta del segretario dem di prendere il Mes sanitario. In più ci sarebbe l’insofferenza per un Presidente del Consiglio troppo accentratore e troppo autonomo. Il resto, la richiesta insistente di “cambiare passo” “svolta” “colpo di reni” ecc., è solo l’espressione di una certa insofferenza dei vertici democrats per tutte le volte che Conte non dà loro soddisfazione.

Sul rimpasto e l’ingresso dei “migliori” non c’è stato solo il diniego di Conte e del M5S ma anche di Leu e sul Mes sanitario permane quello dei “grillini” e sembra molto affievolito il favore dello stesso ministro Gualtieri (dem) e di Speranza (Leu) che reclama soldi per la sanità ma non gli importa – dice – da dove arrivino. Ma l’uscita di Renzi non è dispiaciuta neanche a Di Maio che, non a caso, sul contrasto fra “il Bomba” e Conte ha assunto un atteggiamento salomonico come se fosse in presenza di un litigio fra due bambini.

Il fatto è che il PD è un partito balcanizzato con gruppi parlamentari di nostalgie renziane, in particolare al Senato dove il gruppo è eterodiretto dal rignanese tramite il suo fiduciario Marcucci, di contro ministri che partecipano pienamente all’attività di governo e a Zingaretti e il suo suggeritore che ancora s’illudono su Berlusconi e che non riescono a condizionare Conte più di tanto. Se a ciò si aggiunge che il M5S stenta a reggere il governo per le stesse ragioni di sfilacciamento con, in più, le fuoriuscite molecolari ma continue di deputati e senatori, allora ci si accorge che i “nostri eroi” stanno scherzando col fuoco. Perciò chi del PD e del M5S ha dato palesemente o sottobanco il via a Renzi di cannoneggiare “Giuseppi” rischia di fare l’apprendista stregone. Di politici che hanno fatto mosse malamente calcolate, ne son piene le fosse.

A far innalzare le attese di una parte del PD è stato, probabilmente, il risultato delle ultime elezioni regionali. Un risultato che è stato eclatante grazie all’insipienza di Salvini che aveva chiamato il 7 a 0, ma che, se letto correttamente, non è stato per niente travolgente per il PD e, comunque, da non giustificare una condotta politica che non faccia i conti con i numeri parlamentari, con la propria incapacità di spostare consensi nel paese - è sempre attorno al 20% - dovuta alla mancanza di iniziativa politica in grado di mordere e ridimensionare una destra sguaiata e contraddittoria di cui la pandemia ha dimostrato l’assoluta inadeguatezza a dirigere il Paese anche a livello regionale.

Conte sembra che sia intenzionato a chiedere un chiarimento politico a tutti. Non solo e non tanto a Renzi quanto a chi sta dietro le sue uscite. I catilinari, infatti, sono in molti. E’ bene che vengano allo scoperto.

A quello di Rignano si può solo rispondere, per ora, con le parole di Cicerone: “Quousque tandem abutere patientia nostra”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Micron

matteo renzi lingua 350 260Attualità

di Aldo Pirone - L’altro ieri il partitino personale di Renzi, Italia Viva, è uscito dal gruppo socialista al parlamento europeo. Non è una grande perdita per i socialisti europei, ben altri sono i loro problemi. Come si ricorderà lo statista di Rignano, da segretario dem, decise d'emblée, dopo molte sofferenze dei piddini di provenienza margheritina, di portare il PD in quel gruppo. Quella scelta, come tutto ciò che riguarda la sua azione politica, Renzi la fece nell’ottica della convenienza politica personale del momento. Così come quella di oggi di aderire nell’europarlamento al gruppo macroniano di Renew Europe. La marcia di Renzi è verso il centro, per ora. Senza escludere allunghi verso destra. Dipende dal momento dato e dalle proprie convenienze personali. Intendiamoci, le opinioni politiche si possono cambiare eccome, se mutano le situazioni.

Ma i passaggi di campo e le disinvolte giravolte sono un’altra cosa e si chiamano trasformismo opportunistico. Renzi le sue posizioni non ha esitato a rovesciarle quando l’altro clown della politica italiana, Salvini, gliene offerse l’occasione l’estate scorsa. Ma sempre nella logica del tornaconto personale non di quello generale del paese. Il che non vuol dire che a volte le due cose non possano sovrapporsi. Come si usa dire: un orologio rotto segna l’ora giusta almeno due volte nel giorno. Per non farsi dimenticare dai media e stare sulla scena – secondo l’aurea regola: si parli male di me purché se ne parli – fa il "gianburrasca" nel governo.

Prende a pretesto qualsiasi cosa pur di marcare una diversità dal Conte 2. Ultima, la questione della prescrizione di cui non gli interessa un fico secco, ma gli torna utile per fare baruffa. E anche per accreditarsi, se ce ne fosse ancora bisogno, verso gli impuniti eccellenti di tutta l’Italia. In questo agitarsi inconsulto, come se fosse affetto dal “ballo di san Vito”, dimentica di aver detto in passato cose opposte a quelle che dice oggi. Ma lui vive nella logica del “cogli l’attimo". Di quel che è stato o ha detto ieri, non gliene importa nulla e men che meno gli importa del domani. Tanto gli italiani non hanno una grande memoria. E seppure l’avessero, dovrebbe essere prodigiosa per rammentare tutte le sue giravolte.

Purtroppo per lui, pare che i sondaggi da cui è posseduto non lo assecondino in questa sua frenesia tardo berlusconiana. Ma lui non capisce. Pensa di rincorrerli e farli tornare positivi facendo più caciara che può. Mercoledì scorso i suoi hanno votato insieme al centrodestra. E’ successo nelle commissioni riunite di giustizia e bilancio di Montecitorio. La maggioranza ha bocciato il “lodo” Annibali, mentre Italia Viva si è accompagnata con Lega di Salvini, FdI di Meloni e FI di Berlusconi. Ieri le sue ubbidienti ministre nel governo, Bellanova e Bonetti, non hanno partecipato al Consiglio dei ministri che doveva discutere dei provvedimenti per accelerare i processi penali. La tensione fra Renzi e il Presidente Conte e il resto della maggioranza (Pd, Leu, M5s) è salita alle stelle tanto da creare una situazione di pre crisi. C’è chi dice che sta bleffando e siccome le elezioni sarebbero per lui una sciagura alla fine tornerà nei ranghi. Può darsi. Ma un errore di calcolo è sempre possibile. E il cursus politico nazionale del “bomba” è peno di calcoli sbagliati. Già ieri e l’altro ieri ha passato il segno.

Un risultato lo sta ottenendo: azzoppa quotidianamente il povero Conte favorendo Salvini e camerati che, infatti, corteggiano Renzi per utilizzarlo. Finora il fronte del centrosinistra con i grillini a corrente alternata, sebbene pieno di buchi e tenendosi sulle grucce, anzi sulle sardine, ha resistito alle spallate salviniane. Ma un regalo insperato come quello di Salvini nell’agosto scorso ai suoi oppositori, può, a parti rovesciate, sempre essere possibile. A restituire il favore con gli interessi, in fondo, sarebbe l’alter ego del “bauscia” nell’attuale maggioranza: “il bomba”. Un ottimo cavallo di Troia, per la destra. Anche se il quadrupede si affanna a presentarsi con le sembianze di Macron.

Ma, viste le sue dimensioni elettorali, morali e intellettuali, a Renzi si attaglia di più il nome di “Micron”.

 

In Politica ed Economia

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Tristezza

formigli casa foto social renzi piazza pulita 400 mindi Aldo Pirone - Hanno suscitato scalpore a sinistra le ultime vicende giudiziarie e para giudiziarie che stanno interessando la persona di Matteo Renzi. Personalmente, non è che mi appassionino, di solito mi intristiscono, in un senso che fra poco chiarirò. Mi ha, invece, indignato quello che è stato fatto al giornalista Formigli, tramite la “bestia” social organizzata dagli aficionados del “bomba”. Il giornalista, com’è noto, aveva osato fare delle domande scomode allo statista di Rignano a proposito dell’acquisto di una casa, non proprio popolare, in una zona esclusiva in quel di Firenze con un prestito, poi restituito, ottenuto da un suo amico, Riccardo Maestrelli. E fin qui nulla di male, sennonché il Riccardo era stato da Renzi medesimo inserito precedentemente nel Consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti immobiliare ai tempi ruggenti del suo governo nel 2014. Il che non è cosa corretta. In altri paesi di consolidata irreprensibilità della classe politica la cosa avrebbe già avuto conseguenze politiche.

Per tutta risposta Formigli si è visto mettere sui social, in modo particolareggiato, la sua casa. Alle proteste private di Formigli, Renzi ha reagito rendendole pubbliche per poi dire che anche lui era stato oggetto di simili curiosità. L’assimilazione del suo caso a quello di Formigli – assai simile all’indegno accostamento sul tema “minacce” fatto da Salvini fra se medesimo e Liliana Segre – conferma che il “bomba” non percepisce nemmeno lontanamente la differenza fra le due case e le due cose, fra un giornalista che fa il proprio mestiere e un politico che, in quanto tale, pretende una privacy e anche un’impunità che non può avere. E che reagisce, tramite social, come un manganellatore qualsiasi a domande scomode. Un onorevole senatore che, evidentemente, come alcuni suoi illustri, si fa per dire, predecessori e contemporanei, “conducator”, “capitani” e capitane di destra, non comprendono la differenza fra una democrazia liberale e una democratura nazionalista. Ma Renzi è quello che è. Molti, dopo un iniziale favore, l’hanno giudicato un gran contaballe. Vedesi i ripetuti e catastrofici risultati elettorali di varia specie e natura. Oggi, dopo tanto finto rottamare, si è acconciato al suo vero profilo di raccoglitore di rottami politici e pur di farsi notare che esiste, si agita convulsamente sulla scena come il bendato che nel gioco delle pignatte tira fendenti a destra e a manca senza colpire alcunché. Salvo chi gli sta vicino.

Il tema Renzi, però, solleva, culturalmente, ben altra questione. E qui arriviamo al punto che m’interessa e che, come avevo accennato all’inizio, m’intristisce. Faccio una premessa. Nell’analizzare il consenso largo che per ora hanno Salvini e Meloni, alcuni politici e molti intellettuali, maître à penser della sinistra, non capiscono come ciò possa succedere. E talvolta guardano schifati ai fans dei suddetti, dall’alto della loro sapienza e cultura radical chic.

E qui viene la tristezza. Non si ricordano di quello che hanno detto del genio di Rignano. Di come ne rimasero abbagliati e affascinati e lo appoggiarono ancor dopo le sue sonore sconfitte. Fra i politici, Piero Fassino, per esempio, dirigente politico ex segretario dei Ds, per la verità non una cima, lo ebbe a paragonare il 26 ottobre 2017 a “Un giorno da pecora” al barone di Munchausen “che tirandosi su per i capelli riuscì a scavallare la palude. Renzi, lui ha questa forza, può tirare su il paese”. Sempre in quel periodo Graziano Delrio lo definì “il nostro Maradona” aggiungendo “Renzi è l’interprete del nostro sogno”, Franceschini, più sobriamente – e anche per lasciarsi aperte tutte le porte girevoli - disse che era un “leader forte e autorevole”.

E questo, dopo la sconfitta al referendum e quella prevedibile alle elezioni amministrative e politiche. Qualche tempo fa, prendo a caso fa gli intellettuali più noti, Corrado Augias si è detto deluso da Renzi riconoscendo di aver sperato in lui e di averlo sostenuto nei suoi scritti quotidiani su Repubblica. Per non dire di altri politici come Veltroni e Prodi; e intellettuali maître à penser come Scalfari, Serra, e compagnia scrivente.

Tutto questo per dire che certe difese immunitarie abbassate, certi anticorpi dileguatisi, se sono più comprensibili - non giustificabili - nelle persone meno acculturate, non lo sono per niente negli intellettuali e politici sedicenti di sinistra e progressisti. Renzi, bastava ascoltarlo per capire che era un contaballe. Bastava sentirgli dire, all’inizio, che avrebbe fatto “una riforma al mese” per capire che apparteneva non al genio ma alla genia dei venditori di tappeti. Perché le riforme – se non hanno, come le sue, il contenuto di controriforme - sono cose serie e non si fanno mensilmente. Non era necessario aspettare i suoi sbrodolamenti successivi.

E’ mancata l’intelligenza? Forse. Più probabilmente è mancato il coraggio. Certamente non è mancato l’opportunismo mascherato da realismo politico.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Come interpretare l'operato del capo del PD?

matteorenzi 350 260di Ivano Alteri - Se ci ostinassimo ad interpretare le azioni di Renzi come quelle di un vero capo partito, molte di esse continuerebbero a risultarci incomprensibili. Quasi tutte, infatti, hanno portato e portano l'organizzazione politica da lui guidata a sbattere contro un muro; che è esattamente l'opposto di ciò che un capo partito dovrebbe fare. Solo per citarne qualche esempio, la scellerata e cosiddetta “Buona Scuola” che ha allontanato dal Pd un'intera categoria, per di più la meglio “dotata di mezzi” per preparare le battaglie future, come quella degli insegnanti. Oppure le inopinate aggressioni al diritto del lavoro, che hanno umiliato e offeso milioni di cittadini italiani, dipendenti pubblici e privati, giovani e vecchi, anche quelli meno legati alle tradizioni sindacali o della sinistra; e persino tutti quei professionisti che si occupano quotidianamente di supportare gli imprenditori dando al loro lavoro razionalità e organizzazione, scaraventati nell'impossibilità di fornire risposte sicure ai propri clienti, viste le incredibili e dilettantesche approssimazioni delle cosiddette riforme del diritto del lavoro. Per non parlare della (sempre cosiddetta!) riforma costituzionale, che è riuscita a spazientire anche i santi e a portare alle urne, ovviamente a votare No in massa, anche i più riluttanti al voto.

Tutto ciò ha alienato al Pd milioni e milioni di voti, facendogli perdere elezioni a raffica; messo a parte, infatti, quel famoso quaranta per cento delle europee del 2014, sulla cui paternità ci sarebbe tra l'altro molto da discutere, non ne ha mai più vinta una. Anzi, per evitare di compromettere il poco lavoro politico che pur si realizza sui territori, Renzi è costretto a scomparire mediaticamente dalle campagne elettorali, con un certo sollievo dei suoi amici aspiranti sindaci e candidati vari. Essendo questa la situazione, perciò, il Renzi capo partito dovrebbe essere tornato già da molto tempo a casuccia sua, a intrecciare merletti all'uncinetto col gatto sulle ginocchia. Invece resta capo partito, supportato da un imbarazzante codazzo di dilettanti allo sbaraglio, privi di scrupoli e dal quadro clinico assai complesso. E tutto ciò è davvero del tutto incomprensibile. Forse.

Forse non lo sarebbe, però, se cambiassimo ottica e attribuissimo a Renzi compiti meno appariscenti di quello di capo partito, e anche meno gravosi per lui; forse allora riusciremmo ad adocchiare qualche flebile lume, in questa tenebra grottesca, e a dare spiegazione anche a ciò che appare altrimenti inspiegabile. Utilizzando i nostri consueti schemini, che usiamo spesso per capire anche noi quel che diciamo, noi dunque la vediamo così: Renzi aveva il compito primario di allontanare il Pd dalla sinistra e la sinistra dal Pd, per disarmarla e renderla definitivamente inerme. Tutto il resto, per esempio governare il Paese o fare le famigerate riforme, per chi gli ha affidato l'incarico non era necessariamente compito suo.

Da questo nuovo punto di vista, Renzi non ne ha sbagliata una. Anche l'esito per lui più disastroso, la rinuncia alla presidenza del consiglio dopo la sconfitta referendaria, non costituisce fallimento alcuno, rispetto a quell'obiettivo principale. Anzi, da mero segretario del Pd, eletto alla grande ma dopo aver già scacciato dall'interno quasi tutti quelli che non lo avrebbero mai votato e chiamato a votarlo dall'esterno tutti gli acerrimi nemici del Pd “di sinistra”, può assolvere egregiamente a quel compito come e forse meglio di prima. Certo a lui dispiace e scalpita per tornare a Palazzo Chigi; ma può farlo senza smettere di svolgere il compito che gli è stato assegnato; che non è necessariamente quello di governare, appunto, ma assolutamente quello d'impedire che qualcuno lo faccia con lo sguardo del novantanove per cento della popolazione.

“Menti raffinatissime”, tramando nell'ombra, hanno offerto a migliaia di ambiziosi senza arte né parte come lui, l'opportunità irripetibile di essere qualcosa più di niente, mettendoli in competizione per la conquista di postazioni gratificanti, e facendoli illudere che siano loro a detenere il potere che ne deriva. In questa corsa, la mancanza di scrupoli è assolutamente essenziale; e Renzi ha abbondantemente dimostrato in tal senso di non essere secondo a nessuno. Ed allora è chiaro che, in quella che si usa definire efficacemente Servitù d'Alto Rango, egli aspiri senza requie a ricoprire l'ambitissimo ruolo di Maggiordomo, e niente di meno. Certo, questo compito richiederebbe qualche talento in più rispetto a quello dello sfasciacarrozze (con tutto il rispetto per gli sfasciacarrozze veri); ma pensare ai propri limiti procura dispiacere, e Renzi e i suoi simili il dispiacere preferiscono lasciarlo tutto agli altri.

Possiamo perciò concludere che, nonostante le sue manifeste idiosincrasie col ruolo di capo partito, Renzi il suo compito vero lo stia già svolgendo con gran cura e successo, anche se, bisogna dirlo, non senza l'incredibile e assiduo soccorso della stessa incredibile sinistra. Può quindi continuare tranquillamente e legittimamente ad ambire senza remore, con tenacia e abnegazione alla felice scalata gerarchica di quell'Alto Servaggio.

Frosinone 7 luglio 2017

 
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Il reality delle intercettazioni senza fine

Intercettazionidi Elia Fiorillo - Sembra proprio un reality a puntate senza fine. I personaggi sono tutti rilevanti, di quelli che spesso occupano le prime pagine dei giornali. Non c’è distinzione di sesso. Allo stesso modo vengono trattate le femmine e i maschi. E’ certo però che dopo l’evento dirompente la vita dei protagonisti si trasforma, cambia. Se c’immedesimiamo nella parte e immaginiamo le conseguenze che ci potrebbero essere se le nostre conversazioni riservate, telefoniche o meno, venissero rese pubbliche, allora possiamo ben comprendere la questione.

Il tema delle intercettazioni telefoniche irrilevanti, o tali da violare la riservatezza e la dignità di persone estranee all'indagine, è tornato d’attualità con il caso Renzi, padre e figlio. Una telefonata intercettata, e diffusa come scoop dal giornalista del Fatto Quotidiano Marco Lillo, in cui Matteo Renzi scongiura il babbo di dire la verità ai magistrati sui suoi rapporti con l’imprenditore napoletano Romeo. Un’intercettazione che non penalizza il segretario del Pd, anzi. Tant’è che i soliti dietrologi leggono una fuga di notizie pilotata ed una telefonata fatta ad hoc dall’ex presidente del Consiglio sapendo che il telefono era sotto controllo.

Le fughe di notizie spesso hanno gole profonde che per i loro interessi più vari fanno arrivare i messaggi ai giornalisti. E per quest’ultimi, al di là dei tanti codici etici che spuntano da ogni lato della loro professione, alla fine quello che conta è la “notizia” da pubblicare se è d’interesse pubblico. Pensare, quindi, che la questione si possa risolvere a “valle” con pene severe per chi scrive è pura fantasia.

Chi intercetta? Affari di... Iliia

C’è poi la faccenda di chi intercetta. “Gli apparati dello Stato naturalmente”, avrebbe risposto l’ignaro cittadino ad una domanda sul tema. E invece no. L’elenco delle ditte private che danno i loro servizi intercettativi allo Stato è lungo. C’è di tutto, anche società che hanno partecipazioni societarie estere. Tra le imprese private d’intercettazioni è stata costituita un’associazione che si chiama Iliia ed il cui presidente è Tommaso Palumbo. In un’intervista Palumbo asserisce la necessità della “riappropriazione da parte dello Stato di alcune funzioni, per esempio le attività di registrazione per le quali già adesso esistono strutture ad hoc nelle procure; la fissazione di un listino unico nazionale delle attività fornite alle procure, in modo da poter prezzare con più precisione i servizi di volta in volta resi; la riqualificazione delle reti di comunicazione utilizzate dallo Stato, per esempio la rete interforze”. Parole di grande buon senso che dovrebbero in verità essere pronunziate da altri. Ma perché delle società imprenditoriali fanno richieste che apparentemente sono in contrasto con i loro interessi? Semplice. Oggi i pagamenti avvengono con ritardi enormi. Una razionalizzazione del sistema aiuterebbe anche loro.

In un lungo sfogo su Facebook Matteo Renzi afferma tra l’altro: “La pubblicazione è come sempre illegittima ed è l’ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune procure e alcune redazioni. Ma non ho alcun titolo per lamentarmi: non sono il primo a passare da questa gogna mediatica. Anzi: ad altri è andata peggio. Qualcuno si è tolto la vita per le intercettazioni, qualcuno ci ha rimesso il lavoro”.

Non è l’unico il segretario del Pd a chiamare in causa le Procure della Repubblica. Secondo il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri: “Per esperienza quando c’è una violazione, una fuga di notizie, esce o dalla Procura o dalla polizia giudiziaria. E, in genere, quando la polizia giudiziaria fa la fuga di notizie, c’è quanto meno una sorta di silenzio-assenso da parte della Procura”. L’affermazione di Gratteri è condivisa da Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, che nella trasmissione di Giovanni Minoli “Faccia a faccia” su La7 ha affermato: “Ha ragione Gratteri che è un grande magistrato ma con cui non sono sempre d’accordo”. Se così è, purtroppo, forse è il caso di ipotizzare azioni investigative autonome del Csm. Un’assurdità? Forse, ma l’impunità di cui le gole profonde godono nel nostro bel Paese è un vero scandalo che coinvolge anche i tantissimi magistrati e poliziotti che con dedizione e sacrificio ogni giorno fanno il loro difficile lavoro. E’ proprio il caso d’intervenire sulla materia non a valle – servirebbe a poco – ma a monte, anche per smentire il sarcastico Giulio Andreotti: “La legge è uguale per tutti, tranne per i magistrati. Forse perché nei tribunali ce l'hanno scritto alle spalle e fanno fatica a girarsi".

23 maggio 2017

 
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Il carattere di Matteo non è cambiato. E come potrebbe?

renzi vanityfaire 350 250di Elia Fiorillo - Metteo Renzi e il “suo” nuovo corso. Qualche napoletano del Pd l’avrà pur detto a Renzi che forse non era il caso d’intitolare la kermesse di lancio delle sue primarie “Lingotto ‘17”. Sì, va bene come simbolo il trolley che indica movimento rapido, veloce e senza fine. Va bene anche il Lingotto, per via dello storico insediamento operaio e della nascita nell’anno 2007 del nuovo Partito democratico, con Valter Veltroni segretario che riuscì allora a fare la pace, momentanea, con baffino D’Alema. Ma quel “diciassette” così ben in vista, senza essere preceduto dal duemila, può crear problemi di sorte. Insomma, può portare male favorendo i gufi gufanti, e ce ne sono proprio tanti, specialmente quando non si è vincenti. E anche la scritta: “Tornare a casa per ripartire insieme”, sembra un po’ affrettata e fa pensare a quelli che proprio qualche giorno fa sono “usciti di casa” e vogliono, per il momento, “ripartire da soli”.

I tempi cambiano e le batoste pesano e dovrebbero far riflettere. Non è che l’indole di un uomo può essere cambiata dall’oggi al domani, ma l’esperienza insegna a contare fino a... “due” – per Matteo Renzi non vale la regola del quindici – prima di decidere. E, a guardar bene, in alcuni passaggi del suo intervento introduttivo la “regola del due” è stata applicata. “Noi abbiamo la responsabilità – afferma Renzi - di fare tesoro degli errori, rilanciare sugli ideali e i contenuti e restituire una speranza al Paese”. E, ancora: “noi non pensiamo che possa essere un collante la nostalgia. Noi siamo qui per rivendicare il domani, lottando e non rimpiangendo. C’è una diversità tra essere eredi, come vogliamo essere noi, eredi della tradizione migliore, ed essere reduci“. Ogni riferimento agli scissionisti in questo passaggio è puramente voluto.

Com’è voluto il martellante “noi”, che più di un plurale maiestatis vuole significare un accordo, un’azione plurale dove l’io, o il super io renziano, è messo da parte. E la conferma viene quando afferma: “Non abbiamo sciolto il nodo del modello di partito. La necessità di un metodo diverso e di maggiore collegialità è una priorità, sono il primo a riconoscerlo. E non a caso ho presentato il ticket con Martina”. "Colui – è sempre Renzi che parla - che ha lavorato in Lombardia, ha recuperato la reputazione del ministero all'Agricoltura e ha salvato Expo".

Maurizio Martina è la vera novità del nuovo corso di Matteo Renzi. Non è un suo fedelissimo, non è toscano, proviene dall’area di sinistra del Pd, è uno che sembra timido ma che in fatto di fiuto politico non è secondo a nessuno. Da ministro delle Politiche agricole ha subito annusato dove tirava il vento, alleandosi con la più grande organizzazione del settore, la Coltivatori diretti. Già dalle prime mosse si capisce che Martina non si sente, né sarà il numero due dell’ex sindaco di Firenze. Non è un caso che proprio lui abbia invitato al Lingotto Emma Bonino che Renzi sostituì come ministro degli Esteri, proprio per dare l’immagine del cambiamento (leggi rottamazione), con la più inesperta e però giovane Federica Mogherini. Ma Martina è anche colui che pescherà nelle primarie voti a sinistra sottraendoli al ministro della Giustizia Orlando. I sondaggi prevedono un netto successo di Renzi su Orlando: 60 a 20 per cento. Al governatore della Puglia Emiliano andrebbe uno striminzito 8 per cento.

Ancora una volta Renzi ha ribadito la necessità che il segretario del Pd possa cumulare anche la carica di presidente del Consiglio dei ministri. “L’identificazione tra segretario e candidato premier – sostiene l’ex segretario del Pd - non è una questione di Statuto o di ambizione personale, ma è una consuetudine europea. Se non fossi stato segretario di un partito del 41% non avrei avuto forza. In Ue il mio biglietto da visita era 11,2, i milioni che avevano votato il Pd alle europee perché il consenso è alla base di ogni rivendicazione”. Le obiezioni potrebbero essere tante a questa affermazione. Ma, di fatto, nel nuovo corso Pd ipotizzato al Lingotto, nel caso i democratici dovessero avere la presidenza del Consiglio, sarà il ticket a risolvere la questione: Renzi premier e Martina segretario, non solo pro-forma.

"I giornali – afferma Renzi - si domandano se è cambiato il mio carattere. O se è cambiato il nostro umore. Quello che interessa a questo popolo è cambiare l'Italia". Il carattere di Matteo non è cambiato. E come potrebbe? La voglia di vincere pure. Le strategie per conquistare il potere quelle sì, sono cambiate. Cosa che potrebbe essere positiva, non solo per il probabile nuovo segretario dei democratici.

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Matteo non ci provare!!

Renzi Renzetto ditopollice 350 260di Daniela Mastracci - Se ne è andato in California a cercare ...l’oro? Quella di Renzi è una corsa all’oro del 21esimo secolo? E pensa di trovare l’oro nella Silicon Valley perché lì “sanno come si crea lavoro”? sanno anche cosa è la green economy? Bene: due errori con un solo viaggio.
La new economy californiana and soon è cosa nota e diffusa già da qualche anno: si tratta dell’economia fondata sul digitale, e sull’uso planetario del web e dei dispositivi elettronici, in mano a tutti noi h24 da molto tempo. La digitalizzazione comporta uno sviluppo enorme nei volume dei prodotti in tempi sempre più brevi. L’automazione comporta la possibilità di accelerare e rendere più efficiente ogni sorta di catena di montaggio, quindi processo produttivo.

In entrambi i casi si produce in modo accelerato e in quantità prima inimmaginabili. Ma di lavoro umano ce n’è sempre di meno: il digitale e l’automazione stanno risolvendo di fatto il problema del “capitale variabile”: niente uomini fastidiosamente umani da retribuire, visto che devono mangiare, bere, dormire, accudire casa e figli etc etc etc. Le macchine non hanno bisogno di cibo, né acqua, e vanno sempre, di fatto il ciclo produttivo non si ferma mai. Nemmeno quelle stupide pause per “andare a fare pipì” che ci hanno fatto indignare qualche giorno fa.

Capire davvero dove sta andando il mondo con la digitalizzazione

Digitale e automazione stanno emancipando la produzione dal fastidio del lavoro umano. E con ciò gli uomini e le donne dove potranno lavorare? E a fare cosa? Inutile sventolare l’acquisizione delle competenze così da poter svolgere i lavori sempre più sofisticati che il digitale richiede: si tratta di numeri bassissimi di posti di lavoro, nulla a confronto dei milioni, miliardi che noi esseri umani siamo e saremo. Allora che ne facciamo di quei milioni e miliardi? Intanto guai a loro se quel tot, che prendono in retribuzione, non lo vanno subito a spendere per acquistare compulsivamente quanto il mercato offre, attimo per attimo. Devono “godere” dei “frutti” dell’industria 4.0!!! e devono essere anche grati che esista e che ci fornisca mezzi mai visti prima: e andiamo ad acquistare con gli occhi spalancati, sfavillanti, pieni di ingorda bava alla bocca: ecco, si ora è mio!!! Però resti fregato perché subito dopo esce la versione aggiornata e tu hai comprato una cosa che è già vecchia e perciò “brutta”, non abbastanza trendy.
Ma lasciamo perdere queste inezie: il lavoro umano va assottigliandosi sempre di più! A questo dobbiamo rispondere. E allora Renzi che fa spallucce sul reddito di cittadinanza, intanto, più che andarsene in giro per la silicon valley, si dovrebbe chiudere in casa, sedersi ad una scrivania e studiare. C’è molto da leggere se vuoi capire come sta andando il mondo con la digitalizzazione. E poi ci faccia il piacere di non sparare sulla croce rossa: qua nessuno chiede l’elargizione paternalistica di soldi a pioggia; qua si sta chiedendo il reddito minimo garantito. Ma certo, a lui conviene chiamarlo reddito di cittadinanza perché, così facendo può liquidare la faccenda, dicendo che lo Stato mica si mette a fare beneficienza: l’articolo 1 parla di lavoro mica di stare sdraiati sul divano!!! Ed ecco che il gioco è fatto, la sua retorica di bassa lega ha infinocchiato tutti, o quasi, che alzano la testa e lo guardano come avesse pronunciato il Verbo. Certo ha ragione, dicono i più, che mica possiamo dare da mangiare a sbafo? E l’italiano è contento: gli ha fatto venire fuori tutta la sua piccolezza e meschinità.

La quattrostagioni delle frasi

Matteo non ci provare: abbiamo scoperto il tuo gioco e non ci piace per niente. Tu, se vuoi fare del Pd un partito utile all’Italia devi studiare e ragionare: basta con le frasi a effetto, con cui ci vorresti incantare e far restare nella empasse di una persuasione manipolatrice. Tutti lì a dire: ma NO certo, non si può fare! Che facciamo l’elemosina? E poi, immancabile, la frase delle frasi, che sta bene con tutto, una quattro stagioni che non riponi mai nell’armadio per tenerla a portata di mano, pardon, di bocca: la fatidica “non ci sono i soldi!” Matteo noi parliamo di reddito minimo garantito, e tu sai benissimo che non è il reddito di cittadinanza. Ma ti dirò di più: se lo fosse sarebbe il benvenuto perché, visto quanto io e tutti come me contribuiamo a far fare profitti alle multinazionali del web, un pò di redistribuzione non guasterebbe mica!!! Pensaci...se ti riesce. Ah dimenticavo! Una piccola proposta che riprendo dall’Europa (ci sei ancora affezionato, spero!): è una proposta di legge sul tema Robot & Lavoro depositata al Parlamento Europeo che sottolinea la necessità di TASSARE LE IMPRESE PROPORZIONALMENTE AL LIVELLO DI AUTOMAZIONE; per impedire che i loro guadagni aumentino drasticamente (i robot non richiedono stipendi, tredicesime, ferie, malattie; solo acquisto e manutenzione) senza che nulla venga restituito alla società e per far sì, magari, che contribuiscano per via fiscale all’introduzione di un reddito di cittadinanza.

 
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Il Te Deum di Mattarella e la condanna in contumacia di Matteo Renzi

mattarella e renzidi Fausto Pellecchia "Il Te Deum di Mattarella e la condanna in contumacia di Matteo Renzi", (L’Inchiesta, 5/1/2017) - A strappare il telecomando del governo dalle mani di Renzi, nonostante le caute rassicurazioni di Gentiloni, è bastato il discorso di fine anno del Presidente Mattarella. L’epopea dei mille giorni del cantastorie di Pontassieve, instancabile narratore della “grande trasformazione” e del vigoroso rilancio del nostro sistema socioeconomico si è infranta dinanzi al breve ritratto tratteggiato da Sergio Mattarella nell’ultima notte dell’anno. Se non un’impennata di franchezza, degna della parresìa degli antichi greci, il discorso di Mattarella è stato certamente un salutare spegnimento dei fuochi fatui renziani, il deciso abbandono di quei pannicelli caldi, fatti di annunci, slide e tweet, per lenire le ferite purulente della crisi italiana a cui ci aveva abituato l’ex-premier. Al loro posto, Mattarella ha collocato una serie di fotogrammi impietosi sulla realtà italiana: innanzitutto la precarietà del lavoro e l’incancrenirsi della piaga della disoccupazione, l’impoverimento del ceto medio, l’aumento delle morti sul lavoro, il permanente divario tra nord e sud, tra uomo e donna (il cui sintomo è l’ aumento dei femminicidi), l’evasione fiscale, la corruzione dilagante, l’illegalità, alle quali si sono aggiunti la minaccia del terrorismo internazionale, che induce ad identificare «in modo ingiusto e inaccettabile» ogni immigrato con un potenziale terrorista.
Sui giovani che emigrano, il capo dello Stato ha pronunciato parole sconosciute dagli esponenti di governo: «Molti di voi studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa. Questa, spesso, è una grande opportunità. Ma deve essere una scelta libera. Se si è costretti a lasciare l’Italia per mancanza di occasioni, si è di fronte a una patologia, cui bisogna porre rimedio. I giovani che decidono di farlo meritano, sempre, rispetto e sostegno» - l’implicito riferimento di sfiducia a Giuliano Poletti è stato, dunque, puramente intenzionale!

Ricostruire la partecipazione ad una «comunità di vita»

A questo quadro realistico e preoccupante, Mattarella ha risposto con un’esortazione semplice e impegnativa che attinge alla migliore tradizione del cattolicesimo democratico: ricostruire giorno per giorno, con atti concreti, la partecipazione ad una «comunità di vita» che «se resta divisa e rissosa, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza». Anche qui la frattura rispetto al novennato di Napolitano è netta: Re Giorgio era tutto concentrato sul mantenimento dell’establishment e dei suoi meccanismi auto-riproduttivi, che bisognava proteggere e garantire ad ogni costo contro l’incombere ‘eversivo’ dell’antipolitica. Mattarella, al contrario, si volge all’analisi delle questioni concrete, puntando sulle risorse della comunità, chiamando tutte le parti sociali e politiche alle loro responsabilità. E soprattutto ha evitato sistematicamente la parola “riforme”: il mantra salmodiato da Renzi e Napolitano negli ultimi anni.
Infine, quasi a commiato, Mattarella affronta la questione della legge elettorale. Entrando nel merito del problema, il Presidente ha pronunciato il suo definitivo non expedit all’ipotesi di elezioni anticipate in assenza di una legge elettorale che “garantisca regole chiare e adeguate” tanto per la camera quanto per il senato. Certo, il frettoloso assenso concesso a suo tempo all’Italicum e il suo tacito sostegno al referendum costituzionale avrebbero meritato qualche esplicito cenno autocritico, che è stato abilmente rimosso dal discorso del Presidente. Ma l’incidenza politica di questa dichiarazione finale è stata deflagrante, e non ha mancato di suscitare le reazioni indispettite dei fascio-lepenisti di Salvini e di Giorgia Meloni. Tuttavia, il bersaglio più cospicuo colpito dalle parole di Mattarella è l’impellente desiderio di riscossa di Matteo Renzi e dei renziani attualmente parcheggiati nel governo Gentiloni : costretti a fare buon viso a cattivo gioco, hanno dichiarato pubblicamente il loro apprezzamento per il discorso presidenziale, ben consapevoli della lunga e difficile agonia che li attende nella discussione della nuova legge elettorale e che li terrà occupati probabilmente per un intero anno.

La mina più insidiosa: il Jobs Act

Ma la mina più insidiosa per le ambizioni renziane di immediata rivincita è lo spettro dei referendum sul Jobs Act promossi dalla CGL. Un frenetico, insonne lavorio di esperti e consulenti di Palazzo Chigi sta cercando di correre ai ripari, ipotizzando modifiche della disciplina che permettano il superamento dei quesiti referendari. In materia di voucher, si profila una modifica legislativa che ne riporti l’uso alla funzione originaria, intesa come forma di compenso rigorosamente limitata per prestazioni davvero occasionali, riservate a specifiche categorie (pensionati, studenti, disoccupati).
Molto più gravoso e improbabile (se non disperato), è l’impegno richiesto ai giuslavoristi compiacenti (Ichino, Sacconi, Cazzola) per il quesito concernente la liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati (in sostituzione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori). Questo infatti è stato lo scalpo agitato dal governo Renzi come trofeo del cambiamento: l’idea paradossale, presto rivelatasi una chimera, secondo cui facilitare i licenziamenti avrebbe costituito la leva per incrementare l’occupazione. Qui la questione referendaria pone un’alternativa secca: o si modifica in radice la disciplina del Jobs Act, fondata sulla (miserabile) monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati, oppure non c’è modo di evitare il referendum. I tentativi di appellarsi alla molteplicità dei quesiti per scongiurarlo appaiono privi di fondamento. I quesiti, infatti, pur riferendosi a una molteplicità di fonti di disciplina, convergono unitariamente su una domanda univoca: l’abrogazione della libera licenziabilità e il ripristino della tutela reintegratoria per i licenziamenti ingiustificati. E la priorità del lavoro, sancita dal discorso di Mattarella, va in questa direzione. Secondo una linea giurisprudenziale consolidatasi nelle sentenze della Consulta per l’ammissibilità dei referendum, quel che conta è la chiarezza, omogeneità, unitarietà del quesito. Insomma la sua perfetta perspicuità. E questa, nonostante l’ostruzionismo di Giuliano Amato, appare del tutto scontata.
La novità, sottaciuta ma trasparente nelle manovre apotropaiche del governo Gentiloni-Renzi, attiene piuttosto agli effetti politici incalcolabili attivati dalla celebrazione del referendum, e cioè dallo spettro di una partecipazione popolare tanto consistente da superare abbondantemente la soglia del quorum. Questi effetti, più che alle immediate conseguenze sugli equilibri politici contingenti su cui si sostiene il governo, riguardano più in profondità la questione democratica dell’adesione popolare.
Fino a qualche tempo fa non c’era personaggio politico che non esibisse il suo convenzionale rammarico per il declino della partecipazione al voto dei cittadini. Salvo restare stupiti quando il 70% dei cittadini si è recato alle urne per un referendum costituzionale pronunciandosi a larga maggioranza per il No. È stato così dimostrato che nel nostro Paese esiste ancora una riserva di vitalità democratica. Impedire e frustrare il manifestarsi di questa residua energia politica, che costituisce il bene più prezioso ancora disponibile nel nostro Paese, sarebbe estremamente pericoloso. Perciò, Gentiloni farebbe bene a riservare i propri timori non per gli effetti della celebrazione dei referendum, ma per l’eventualità opposta, per il caso, cioè, che il giudizio popolare sul Jobs Act possa essere arbitrariamente inibito.

 
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