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Memoria tatuata

mozione segre 350 mindi Aldo Pirone - Domenica sera a “Che tempo che fa” la senatrice Liliana Segre ha spiegato di nuovo perché ha rifiutato la cittadinanza onoraria offertale dal Comune leghista di Verona.

Ha ritenuto inaccettabile, per non dire, un atto che sarebbe seguito dall’intitolazione di una piazza a Giorgio Almirante redattore della rivista “Difesa della razza” nel periodo fascista. Una pubblicazione, com’è noto, dedita a propagandare l’antisemitismo e a celebrare le “leggi razziali” mussoliniane del ’38. Almirante, poi, aderì entusiasticamente alla Rsi che nella sua Carta fondamentale, guarda caso, chiamata di Verona, dichiarava: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Fu grazie a quella Carta che Liliana Segre fu deportata ad Auschwitz, dove morirono gasati almeno un milione di ebrei fra cui decine di migliaia bambini. Liliana ne uscì viva per miracolo. Almirante fu capo di gabinetto del ministro repubblichino Mezzasoma, collaborò attivamente con i nazisti nella caccia ai partigiani e ai resistenti. Il 17 maggio 1944 nel grossetano firmò, per conto del ministro, un comunicato-manifesto in cui si minacciavano di morte i “ribelli” che non si fossero presentati ai posti di polizia repubblichini e tedeschi: “Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena”.

Sfuggito a ogni meritato castigo, la magnanimità della Repubblica antifascista gli concesse di tornare a fare politica attiva. Cosa che fece, fondando il partito neofascista del Msi e propugnando nella sua attività ogni causa antidemocratica. L’orrore inumano del nazismo e dell’antisemitismo, sfociato nei campi di sterminio, non lo portò ad alcun pentimento sul suo fascismo. Evidentemente considerava la cosa un dettaglio rispetto alle “cose buone” (sic!) fatte dal regime.

Amava dire che lui la parola “fascista” ce l’aveva scritta in fronte. La senatrice Segre ha colto l’occasione per raccontare anche un doloroso fatto personale e chiarire la solita speculazione appena accennata nei giorni scorsi da qualche giornale di destra con lo scopo di cogliere una contraddizione o una debolezza di questa grande donna e signora per sporcarla in qualche modo. Il marito, che pure era stato internato militare italiano in Germania rifiutando di aderire alla Rsi, nella seconda metà degli anni ’70 ebbe la tentazione di aderire al partito di Almirante e lo fece. Fu candidato nelle politiche del ’79 nella Circoscrizione Milano-Pavia. Liliana Segre ne soffrì e pose il marito di fronte a una scelta: o lei o il Msi-Dn di Almirante.

A questo racconto sul rifiuto di essere accomunata ad Almirante, devono essere fischiate le orecchie al buon Padellaro. Il giornalista, infatti, l’anno scorso ha scritto un libriccino, “Il gesto di Almirante e Berlinguer”, in cui ha ripreso la notizia, nota, di alcuni incontri riservati fra Berlinguer e Almirante durante il periodo più oscuro del terrorismo nero e rosso dopo l’assassinio di Moro. Di questi incontri il solo rimasto in vita a testimoniarne – non per le parole scambiate perché Berlinguer e Almirante rimasero soli a parlare - è l’ex portavoce del capo fascista.

Padellarlo dice che decisero di “unire le forze in nome della esigenza dell’interesse della Nazione che, in quel frangente, supera ogni altra esigenza” manco avessero fatto un’alleanza politica. Ma, a parte ogni valutazione e ogni congettura su quegli incontri, gli è che il giornalista, sicuramente di sentimenti antifascisti e democratici, prese lo spunto per proporre l’intitolazione di una piazza a Berlinguer e Almirante insieme. Forse lo scorso anno il ruggente salvinismo al governo gettò il valente columnist Padellaro in uno stato talmente depressivo da rimpiangere il doppiopetto almirantiano. A rimpiangerlo talmente tanto da sognare di vederlo affiancato in lapide a Berlinguer. Certamente Almirante fu di ben altro livello rispetto al “bauscia” Salvini. A volte, però, la disperazione politica è cattiva consigliera. Può portare a non distinguere fra un criminale a modo in doppiopetto e un bullo sguaiato.

Per fortuna che a ricordarcelo ci sono ancora persone come Liliana Segre. La memoria ce l’hanno tatuata sul braccio. E nella mente.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Cassino: Memoria e Presente

anpi BANDIERA 350 260 minCome previsto, venerdì scorso 15/11 l'ANPI Frosinone concluso, con l'Istituto Alberghiero, la rassegna di presentazione del libro sui treni dell'infanzia del 1946 nelle scuole di Cassino.

Una quarantina di studenti del quinto anno hanno ospitato la delegazione dell'ANPI dopo un breve incontro con la Dirigente scolastica, una giovane funzionaria molto motivata e dinamica, con la quale si immediatamente entrati in completa sintonia.

L'incontro con i ragazzi si è svolto nella totale attenzione, al termine hanno rivolto alcune domande agli autori del libro, Lucia Fabi e Angelino Loffredi, e anche dopo lo scioglimento della riunione ci si è trattenuti per ulteriori dubbi e confronti.

Come sempre, dopo quella assemblea resta un bagaglio di umanità, di problemi, di punti di vista, di domande che conferma l'importanza di offrire ai più giovani se non certezze, punti di riferimento più sicuri, esempi virtuosi di impegno civile e sociale, piccole relazioni positive nella loro formazione, oggi sempre più precaria e debole di prospettive.MaledettaLinea min

Tutto il lavoro fatto insieme ad Artenova nel progetto Memotech, di cui quella storia è parte essenziale e senza dubbio qualificante per molti aspetti, oltre a produrre il video delle testimonianze, il libro e la mostra che si può visitare presso l'Historiale di Cassino, e che si trova anche all'indirizzo internet abcmemotech.it, ha ispirato anche un pregevole lavorio teatrale, scritto e diretto da Artenova.

Questa pièce verrà recitata a Cassino il 28 Novembre, come si legge dalla locandina allegata a questa mail. E' importante assistere a questa rappresentazione, non per "fare numero", ma perché essa nasce da una nostra esperienza collettiva diretta di riflessione e recupero di memoria sulla storia delle nostre terre, della nostra gente, della nostra vita. Partecipare, quindi, vuol dire appropriarsi di una lettura originale di noi stessi, di uno strumento in più per capire e continuare a perseguire, con lo stesso impegno e con più forza, l'utopia di una società umana. L'utopia, non l'illusione.

L'ANPI Frosinone crede anche questa volta di aver messo un mattone solido nell'edificio che vogliano costruire. Di questo ringraziano tutti coloro che, a qualsiasi titolo, per qualunque aspetto e per il tempo che hanno potuto, hanno contribuito alla realizzazione del progetto e di quanto ad esso collegato.

L'ANPI Frosinone aspetta tutti all'Aula Pacis il 28 alle ore 21.

Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Comitato Provinciale di Frosinone

 

 

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La Memoria del futuro

memoria del futuroUNOeTRE.it continua con la presentazione del progetto "Memotech"*: salvaguardia e catalogazione delle memorie. Dopo "OLTRE LA GUERRA" che è il quarto ed ultimo capitolo del film "LA MEMORIA DEL FUTURO" realizzato con la regia di Adolfo Brunacci per il progetto "Memotech", intervistando 16 testimoni (8 diretti e 8 indiretti) della Seconda Guerra Mondiale nella zona di Cassino e del frusinate, pubblichiamo altri brani, in 3 video, del film racconta la Seconda Guerra Mondiale nel Frusinate attraverso i ricordi dei bambini e dei ragazzi di un tempo:

 

Capitolo 1 - La guerra dei bambini

 

Capitolo 2 - Il colpo di coda

 

Capitolo 3 - Il lascito degli eroi

 

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Oltre la guerra

lamemoriadelfuturo 350 260 minUn bel video che nasce dal libro di Lucia fabi e Angelino Loffredi "L'infanzia salvata. Nord sud un cuore solo".

Giovedì 24 ottobre alle ore 16 presso l’Atelier Memory Gate: la porta della memoria, all’interno del complesso del Museo Historiale di Cassino si è svolta l’inaugurazione del progetto "Memotech"*: salvaguardia e catalogazione delle memorie.

"OLTRE LA GUERRA" è il quarto ed ultimo capitolo del film "LA MEMORIA DEL FUTURO" realizzato con la regia di Adolfo Brunacci per il progetto "Memotech", intervistando 16 testimoni (8 diretti e 8 indiretti) della Seconda Guerra Mondiale nella zona di Cassino.

 

L'unica storia qui contenuta è:

"I treni della speranza" di Giuseppe Gentile, Lucia Fabi e Angelino Loffredi

Musiche, interviste e testi - Daniele Mutino
Regia, fotografia e montaggio video - Adolfo Brunacci
Immagini - Assunta Petrocchi
Danza/Mimo - Sara Maranca e Mauro Vizioli
Direzione organizzativa - Tiziana Barone

 

Il video

 

UNOeTRE.it per ora dispone solamente di questo video riguardante “I treni della speranza”. Successivamente, appena disponibili, pubblicheremo anche gli altri realizzati a partire dallo stesso film.

 

*di GolemICT Software e servizi innovativi

 

 

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Per il rispetto della memoria e della storia

Andy Warhol Falce e Martello 350 minAppello all'Europarlamento. Le giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista

La risoluzione del Parlamento europeo approvata a grande maggioranza il 19 settembre scorso, su «importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», è un atto politico e culturale sbagliato e da respingere con forza.

In primo luogo va detto che non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia.

Questo è un compito che va lasciato al libero confronto tre le diverse interpretazioni e opinioni, alla ricerca degli studiosi. Un uso della storia che voglia imporre una determinata visione dei principali eventi del secolo scorso per farne armi per la battaglia politica immediata non dovrebbe avere cittadinanza in una vera democrazia.

In secondo luogo, le affermazioni riguardanti la storia del Novecento presenti nella risoluzione contengono errori, forzature e visioni unilaterali che sono inaccettabili.

Vi si afferma che il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Si omette così qualsiasi riferimento al colpevole comportamento delle democrazie liberali di fronte alla politica espansionistica nazifascista, che data almeno dall’invasione dell’Etiopia (1935) e dalla guerra di Spagna scatenata dal generale Franco (1936), e proseguita con il “diktat di Monaco” (1938) e il conseguente smembramento della Cecoslovacchia non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria. E non va dimenticata la annessione dell’Austria (Anschluss) avvenuta l’11 marzo del 1938.

La storia ci insegna che l’Unione Sovietica cercò a lungo una intesa con Francia e Regno Unito in funzione antitedesca, e si decise a un accordo con la Germania (al fine di rimandare il pur inevitabile attacco nazista) solo quando fu chiaro che tale intesa era impossibile, anche per l’opposizione della classe dirigente polacca guidata dal dittatore di destra Piłsudski e alleata di Francia e Regno Unito.

Inoltre la risoluzione non fa cenno all’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti stesse dell’Europa e dell’umanità, dato sia dall’Unione Sovietica (oltre 25 milioni di morti), sia da chi, ovunque in Europa e nel mondo, spesso guidato dagli ideali e dai simboli delle varie correnti del movimento comunista internazionale, si oppose alle truppe hitleriane e ai loro alleati. Si dimentica così che Antonio Gramsci, oggi tra gli autori più letti e studiati in tutto il mondo, morto per volontà del fascismo, era un dirigente e teorico comunista. Si riesce a nominare Auschwitz senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio.

O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo, dando un contributo di primo piano alla sua sconfitta e alla rinascita in quei paesi di una democrazia costituzionale e alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose. Per non parlare del decisivo apporto che Stati e idealità comuniste diedero nel Novecento alla liberazione di interi popolo dal giogo coloniale e a volte dalla schiavitù.

Ricordare questi dati di fatto, che la mozione colpevolmente omette, non significa ignorare e tacere sugli aspetti più condannabili di ciò che generalmente si chiama “stalinismo”, sugli errori e sugli orrori che vi furono anche in quel campo.

Essi però non possono cancellare una differenza di fondo: mentre il nazifascismo, nel dare vita a una spietata dittatura e nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato, le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi, i regimi comunisti prima e dopo la guerra, allorquando si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà, tradirono gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto.

La qual cosa deve produrre domande, riflessioni e indagini, ma – congiuntamente al contributo dato dai militanti e dall’Urss alla sconfitta del nazifascismo – non permette in alcun modo l’equiparazione di nazismo e comunismo che è al centro della risoluzione del Parlamento europeo, né l’identificazione, più volte fatta dalla mozione, di comunismo e stalinismo, vista la grande varietà di correnti ideali ed esperienze politiche a cui il primo ha dato vita.

Queste falsificazioni e omissioni non possono essere assunte come base di una «memoria condivisa» e tantomeno diventare base di un programma comune di insegnamento della storia nelle scuole, come la mozione auspica.

Non può divenire la piattaforma di una «Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari», quale la mozione chiede. Né fornire la motivazione per la rimozione «di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.)» che, con la scusa della lotta a un indistinto totalitarismo, invita in realtà a cancellare limpide pagine della storia di chi contribuì col proprio sacrificio a battere il nazifascismo.

Si afferma che la mozione del Parlamento europeo contiene inevitabili compensazioni atte a far passare anche una affermazione di volontà di lotta al «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza».

Ma queste giuste esigenze di lotta al razzismo e al fascismo non possono fondarsi su un uso distorto e persino falso della storia o sul pretendere di recidere le radici di una componente fondamentale dell’antifascismo quale è quella comunista. I popoli d’Europa non lo devono permettere.

PRIMI FIRMATARI:
Guido Liguori
Maurizio Acerbo
Walter Baier
Maria Luisa Boccia
Luciana Castellina
Paolo Ciofi
Davide Conti
Enzo Collotti
Maria Rosa Cutrufelli
Paolo Favilli
Paolo Ferrero
Eleonora Forenza
Nicola Fratoianni
Citto Maselli
Ignazio Mazzoli
Lidia Menapace
Massimo Modonesi
Roberto Morea
Roberto Musacchio
Pasqualina Napoletano
Rosa Rinaldi
Bianca Pomeranzi
Aldo Tortorella
Per adesioni:

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Salvini e la memoria corta delle italiane e degli italiani

MatteoCover 350 mindi Antonella Necci - Matteo Salvini. Una vita in vacanza - Bagnanti di tutta Italia non si capacitano di come Matteo Salvini, fino a ieri descritto come un genio, abbia potuto trasformarsi in una sorta di Fantozzi della politica in grado solo di rimediare figure barbine.

Va bene che siamo un Paese afflitto da una cronica mancanza di memoria, ma prima di passare un anno intero a descriverlo come un sublime stratega, forse qualcuno si sarebbe potuto ricordare di quando nel 2009, alla presentazione delle liste per le elezioni provinciali di Milano, un Matteo Salvini già ultratrentenne e dunque ampiamente adulto, propose l’istituzione di “carrozze della metropolitana per soli milanesi”. Milano si era appena aggiudicata Expo, avviandosi a (ri)diventare la città internazionale apprezzata oggi, ma lo Stratega pensava bene di puntare tutto su un ritorno al campanilismo dei primi anni ’90, costringendo gli alleati - incluso l’allora premier Berlusconi - a chiedere scusa.

Oppure, si sarebbe potuto tenere presente l’atteggiamento tenuto dal Richelieu del Papeete in occasione delle Comunali 2016, solo tre anni fa, quando il Nostro ricopriva già il ruolo di segretario della Lega. Dopo il primo turno, a Milano, il semisconosciuto Stefano Parisi era riuscito a scioccare anche la Madonnina, portandosi a un solo punto percentuale dall’iperfavorito Beppe Sala. Per la sinistra si trattava di uno psicodramma: perdere Milano, con tutto quello che Milano rappresenta per il Paese sia a livello economico che simbolico, sarebbe stato un colpo mortale.

E mentre alti papaveri locali del PD andavano a caccia, su Facebook, delle simpatie degli elettori dei Cinque Stelle – in una piccola anticipazione dell’oggi –, invece che appoggiare Parisi pancia a terra, il Grande Stratega rimaneva freddo, come del resto aveva fatto per tutta una campagna elettorale dove aveva apertamente remato contro. Inutile dire come andarono le cose al ballottaggio.

Per non parlare di quello che, nella stessa tornata, accadde in quel di Varese, dove la Lega, per la prima volta sotto la giurisdizione di Matteo Salvini, prendeva per la prima volta, nella sua storica culla, una sonora pernacchia dagli elettori.

A beneficio di tutti quei bagnanti che si sono fatti selfie con il grande stratega di noantri e che lo voteranno alle prossime elezioni perché fanno parte della folla oceanica che lo adora, ricordiamo di quando, nel 2014, il” Baciatore di Crocifissi” in terra Calabria e di ‘ndrangheta, scendeva in piazza insieme alla transessuale Efe Bal – che parlando di lui diceva “Matteo a letto è un animale feroce” - per chiedere la legalizzazione della prostituzione: non esattamente un tema in cima all’agenda del Forum mondiale della Famiglia.

Cosa sia accaduto negli ultimi tre anni è storia di noi tutti e non più fatto regionale o nota di colore locale.

Matteo Salvini ha cavalcato quel momento in cui l’immigrazione – il fenomeno culturale e politico più rilevante di questo secolo - ha smesso di essere trattata come una questione politica per diventare esclusivamente materia ideologica, quel momento in cui un dibattito serissimo è stato svilito oltre ogni misura, fino a diventare una farsa di pupi siciliani.
A Salvini non è parso vero di poter salire su un palco finalmente alla sua altezza e di prendersi la scena giorno dopo giorno a colpi di slogan senza vergogna.

Altro che Stratega, la carriera politica di Matteo Salvini, fino a tre anni fa, è sempre stata del tutto coerente con le batoste alla ragionier Ugo Fantozzi.

Un processo che non solo non è stato contrastato da nessuno ma che è stato addirittura favorito: già, perchè trasformare l’Egidio Calloni leghista nel Pericolo Pubblico Numero Uno non è servito solo a lui, ma anche a chi ne ha approfittato per saltare sul palco insieme a lui, utilizzando una retorica opposta nei contenuti, ma identica nella sostanza.

Da quel buontempone di Chef Rubio in giù, c’è una lista lunghissima di gente che dalla Guerra Santa a Salvini ha tratto enorme visibilità personale e decine di migliaia di followers nuovi di zecca, da tradurre poi in un pubblico a cui vendere libri, programmi tv o spettacoli teatrali.
Prova ne sia che mentre ogni sparata di Salvini veniva e viene riproposta allo sfinimento dall’esercito di Uomini Buonissimi sinceramente preoccupati per il futuro della democrazia, il primo anniversario della morte di Soumalia Sacko, l’eroico sindacalista dei braccianti della Piana di Gioia Tauro ucciso barbaramente con un colpo di fucile alla testa, è passato sotto silenzio, e del destino dei migranti, dall’attimo successivo allo sbarco a Lampedusa in poi, a tutti i bagnini dell’accoglienza continua a non fregare assolutamente nulla, meno che mai a quei politici in bikini rosa shocking che vogliono essere ricordati solo per le riforme.

Forse Salvini riuscirà, in qualche modo, a salvarsi da se stesso e a sopravvivere alla crisi da lui stesso innescata, proprio come Fantozzi, dopo essersi spacciato come “Azzurro” di sci, riusciva a sopravvivere alla discesa a pelle di leone.

Il problema vero è quando impareremo noi a salvarci da noi stessi e dai pupazzi di ogni colore che noi stessi ci creiamo.
Quando riusciremo a salvarci dai nuovi e vecchi eroi da selfie che la politica nostrana ci riserva. Da mai abbattuti rottamatori che proprio non ci speravano più di riprendersi i riflettori dopo che l'Italia e gli italiani avevano capito che distruggere un partito non era proprio proficuo per un Paese alla stregua dell’anarchia.
Quando ci salveremo da politici che in crisi narcisistiche postano selfie in spiaggia per non far credere di essere degli emeriti sfigati?
Già, perché la politica italiana è composta da una marea di sfigati che esiste solo se si immortala sorridente. Esiste non già per uno straccio di idea o di para-pensiero riformista. Esiste su una foto, perché la foto li può avvicinare a quell'immagine che il loro ego suggerisce, ma che la realtà impietosamente non gli riconosce.
Ecco, Salvini, con il suo senso istituzionale inesistente, con il suo bipolarismo da curare, con il suo accattare voti senza dare in cambio alcuna risposta, con la sua perenne vita in vacanza, sta facendo rinascere ciò che nessuno voleva che rinascesse.

E non ci sta facendo guarire dalla nostra innata, portentosa capacità di trasformare in miti dei semplici mitomani.

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Foibe. Per una memoria integrale

Foibe Giornata del Ricordo 350 260 mindi Aldo Pirone - Ieri era la “Giornata del ricordo”. Com’è noto il Parlamento italiano la istituì nel 2004 venendo incontro all’esigenza di mettere fine a una reticenza e a una certa colpevole ambiguità e rimozione storica di ciò che avvenne nelle terre dell’Istria e della Dalmazia dove la fine della guerra e la sconfitta del nazifascismo si confusero con un’esplosione di vendetta nazionalista da parte dei partigiani di Tito nei confronti degli italiani perché tali, senza distinzione alcuna fra fascisti e antifascisti. Simbolo di questa vendetta furono le foibe dove furono gettate molte migliaia di persone (circa 12.000) di etnia italiana decedute nei campi di concentramento o assassinate dai titini; alcune di queste vittime furono “infoibate” ancora vive. A ciò si aggiunse l’esodo penoso e drammatico di centinaia di migliaia di nostri connazionali (circa 350.000) costretti ad abbandonare le loro case e i loro averi in terre diventate jugoslave per riparare in Italia. I profughi giuliano-dalmati furono sistemati dai governi dell’epoca (diretti dalla DC) in campi di raccolta che avevano ben poco da invidiare a quelli di concentramento per prigionieri di guerra.

Le reticenze, le ambiguità e la rimozione storica, da parte di quasi tutto l’antifascismo italiano, di quella tragedia frutto dell’odio nazionalista fu, in parte, anche conseguenza della “Guerra fredda” che vi allungò le sue ombre. Dopo la rottura fra Tito e Stalin del 1948, l’Italia, entrata a far parte del Patto Atlantico e della Nato, mise in sordina, per ragioni geopolitiche, quel che avevano combinato i partigiani comunisti titini; e gli jugoslavi, simmetricamente, affievolirono la richiesta di consegnare loro i criminali di guerra italiani che avevano commesso stragi ed eccidi durante la guerra di occupazione nazifascista. I comunisti del Pci, dal canto loro, considerarono per lungo tempo i profughi come tutti complici delle gesta fasciste e, in un primo momento, come dei nazionalisti da guardare con sospetto perché fuggivano dal socialismo titino. Per un certo periodo, a testimonianza della divisione esistente fra comunisti di diversa etnia e affiliazione politica, nella zona di Trieste esistettero addirittura ben tre partiti comunisti: quello che si rifaceva al Pci e, fra la minoranza slovena, uno di rito cominformista-staliniano e uno titino.

 

Occorre tuttavia costatare che durante la “gGuerra fredda” il confine orientale dell’Italia fu contrassegnato da buoni rapporti con la Jugoslavia titina e fu considerato un confine aperto tra nazioni a diverso regime sociale a differenza della restante “cortina di ferro”, come la definì Churchill nel ’46, che divideva l’Europa occidentale da quella orientale e comunista. Nel 1975 questa situazione più positiva ebbe come sbocco il Trattato di Osimo (governo Moro) in cui Italia e Jugoslavia si accordarono definitivamente sui rispettivi confini in Istria. Poi intervenne, nei primi anni ’90, la dissoluzione della Jugoslavia titina con tutto il seguito nazionalistico di orribili guerre e pulizie etniche che sappiamo e che, però, non ebbero conseguenze di rilievo sul nostro confine orientale. La Slovenia è entrata nell’Ue il 1° maggio del 2004.

E' più che giusto, perciò, che la Repubblica antifascista, anche se con colpevole ritardo, abbia cercato di mettere fine ai “non ricordo”. Il primo Presidente della Repubblica chiamato a celebrare la data del 10 febbraio fu Ciampi che disse parole storicamente chiare sulle sfondo di responsabilità per quegli eccidi: “Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nella nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono”.

 

Nel 1993 Slovenia e Italia (governo Ciampi) avevano già istituito una commissione mista storico culturale che dopo sette anni di lavoro produsse una relazione comune sulla storia difficile di quelle terre e delle reciproche ingiustizie nazionaliste subite per quasi un settantennio (1880-19450) da italiani e sloveni. Quel documento, purtroppo, non è stato valorizzato. Potrebbe ancora originare una comune “giornata del ricordo” che sarebbe un vero atto di condivisione della memoria, almeno fra italiani e sloveni.
Chi non ha alcun diritto di farsi vessillifero, nella "giornata del ricordo", di una tragedia da loro stessi in gran parte provocata sono gli antichi eredi del fascismo e i moderni nazionalisti-sovranisti italiani. A costoro, come sempre, occorre rinfrescare la memoria.
Nel primo dopoguerra il fascismo italiano in quelle terre di confine ne combinò di tutti i colori contro slavi e croati che erano etnie maggioritarie nei contadi che circondavano le città istriane e dalmate a maggioranza italiana come Trieste, Fiume, Pola. L’italianizzazione fu perseguita spietatamente. I fascisti abolirono nelle scuole l’insegnamento delle lingue croata e slovena. Tutti gli insegnanti croati e sloveni furono sostituiti con insegnanti italiani. Furono imposti d’ufficio nomi italiani a tutte le centinaia di località dei territori assegnati all’Italia col Trattato di Rapallo, anche laddove precedentemente prive di denominazione in lingua italiana, in quanto abitate quasi esclusivamente da croati o sloveni. Decine di migliaia di sloveni e croati furono obbligate a italianizzare i loro cognomi. Gli impieghi pubblici furono assegnati solo agli italiani.

 

Durante la guerra fascisti e nazisti trucidarono senza pietà civili e partigiani jugoslavi, misero a ferro e fuoco numerosi villaggi, attuarono rappresaglie ed eccidi feroci. Per esempio il generale Roatta, quello che l’8 settembre del ’43 scappò con il re e Badoglio, lasciando Roma e l’Italia in balìa dei tedeschi, ordinava ai militari italiani: “il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente”. Il generale Mario Robotti, da parte sua, comandante dell’XI Corpo d’Armata nella zona di Lubiana raccomandava: “internamento di tutti gli sloveni per rimpiazzarli con gli italiani” per “far coincidere le frontiere razziali e politiche” e poi “esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospettate tali”. Infine si lamentava: “Si ammazza troppo poco!”. Dopo l’8 settembre del ’43 le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, furono prese nelle amorevoli cure amministrative dirette, con l’assenso dei fascisti repubblichini, dal gauleiter nazista Friedrich Reiner. Stessa cosa, per altro, i “patrioti” di Mussolini fecero con quelle di Bolzano, Trento e Belluno consegnate direttamente ai tedeschi.
Tutto ciò forse giustifica ciò che fecero i titini? Assolutamente no. Ma non consente agli eredi del fascismo italiano di ergersi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi luogo d’Italia, a difensori delle popolazioni italiane e dei profughi dell’Istria e della Dalmazia che subirono le conseguenze terribili delle politiche di odio nazionalista e delle efferate mascalzonate dei fascisti. Il 20 settembre del 1920 Mussolini, parlando a Pola, elencò prima le nobili imprese fasciste: “Qual è la storia dei Fasci? Essa è brillante! Abbiamo incendiato l’Avanti! di Milano, lo abbiamo distrutto a Roma. Abbiamo revolverato i nostri avversari nelle lotte elettorali. Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola…”; poi disegnò la politica sciovinista e nazionalista che in seguito avrebbe spietatamente attuato in quelle terre di confine: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava […] non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Insomma, il progenitore del “prima gli italiani”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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C'è Memoria solo se c'è conoscenza

giornatadellamemoria 460 mindi Daniela Mastracci - Le cose umane sono fragili. Sono fragili come una foglia secca d’autunno: essa cade piano piano a terra, fa delle giravolte, ondeggia un po’ di qua e un po’ di la, si accosta alla terra e quando si posa la terra se la risucchia. La foglia secca d’autunno si sbriciola pian piano fino a confondersi con la terra che la ospita ma così togliendola via come foglia, essa diventata parte del turgore bronzeo sotto all’albero.

E così le cose degli uomini. Esse piano piano cadono nell’oblio che tutto risucchia e tutto trasforma in medesimo oblio, senza più distinzioni, senza buono né cattivo, senza bello né brutto, senza umano né disumano. E’ per questo tentato furto di buono e cattivo, di bello e di brutto, che occorre conoscenza e memoria, e che siano collettive piuttosto che solitarie di esseri umani solitari e inascoltati. E’ per sottrarre al furto di differenti, di distinti, di diversi, perché non tutto si perda in tutto, una grigia indifferenza di indifferenti. E’ per questo che occorre conoscenza e memoria. Per salvare le perle sotto al fondo del mare. Per restare vigili di fronte a quanto di brutto abbiamo fatto nel tempo.

Il 27 gennaio è il giorno deputato per ricordare la shoah. Il giorno della memoria. Quanta verità c’è in questo giorno della memoria? Quanta verità di contro a quanta retorica? E ormai anche di fronte a tanto disconoscimento? Mi viene da pensare ad un museo dove mettiamo in mostra le nostre buone e cattive cose passate, in mostra come suppellettili. Un museo delle cere, in verità. Perché perché la memoria che si celebra non c’è. Non c’è nella nostra quotidianità; non c’è nelle decisioni politiche; non c’è nella scuola; non c’è nelle generazioni che via via si collocano lontano nel tempo dagli orrori che il giorno della memoria dovrebbe ricordare. E non c’è memoria perché non c’è conoscenza.

Oppure vogliamo credere che la memoria sia distaccata dalla conoscenza? Vogliamo credere che possiamo ricordare qualcosa che non abbiamo prima conosciuto? Di cui non abbiamo fatto una qualche esperienza culturale? Se vogliamo crederlo dovremmo rifletterci sopra, perché scollegare conoscenza e memoria è, nell’esperienza di chiunque, una cosa impossibile. E dopo averci riflettuto, tornare a giudicare la giornata della memoria: essa è giornata piena di esperienza culturale da rammemorare oppure no? i ragazzi ormai lontani dal mondo della shoah sanno ciò che dovrebbero quel giorno ricordare? Possono collegare ciò che quel giorno viene loro proposto come stimolo per riflettere, a una conoscenza pregressa? Possono appunto, riflettere? Si può riflettere nella misura in cui, di nuovo, ci sia in noi una qualche esperienza su cui tornare e da pensare, da ripensare poi alla luce della attualità. Questo connette poi conoscenza, memoria, riflessione, appunto, al contemporaneo: diventa occasione per pensare il contemporaneo, e la memoria così diventa viva e vivificante, diventa approccio critico all’oggi e ciò significa che la storia passata e il presente sono in dialogo nei nostri pensieri, si chiariscono l’uno in virtù dell’atra, sono in connessione tanto da essere concretamente quel “vaccino” contro l’oblio ma anche contro l’eventuale ritorno delle cose cattive, delle brutture, degli orrori.

Se i ragazzi vanno ad ascoltare racconti, a vedere immagini, a leggere didascalie, e quanto altro, quel giorno, cosa ne ricaveranno se non potranno entrare in se stessi in quel dialogo tra storia, conosciuta e rammemorata, ed esperienza presente, stimolo appunto alla riflessione? Quando poi dovessimo accorgerci che piegano la testa sopra ai loro smartphone ci meravigliamo? Pronunciamo il solito giudizio su quanto i giovani sono distratti, indifferenti, individualisti, irresponsabili? Ce la prendiamo con loro come fossero nati distratti e irrecuperabilmente persi sui social? Non ritengo sensato né giusto questo giudizio liquidatorio e al contempo assolutorio a priori, rispetto a qualsiasi nostra responsabilità di adulti. Ritengo invece fondamentale interrogarci e metterci noi adulti in discussione. Noi tutti e in special modo i governi che tante, troppe volte hanno in questi anni riformato la scuola pubblica italiana. Hanno voluto una scuola leggera, facilitata, senza l’oppressione ingombrante dello studio delle discipline. Una scuola senza storia, le cui ore sono state tagliate nei diversi ordini di scuola. Una scuola senza educazione civica. Una scuola senza conoscenza per poter fare trionfalmente largo alle competenze, al saper fare. Ecco cosa occorre saper fare nella giornata della memoria? Saper fare proprio niente, se non appunto saper dialogare con se stessi, fra conoscenza e memoria ed esperienza presente.

Se vogliamo dare sostanza alla memoria dobbiamo costruirla innanzitutto, cioè dobbiamo trasmettere conoscenza. Dobbiamo dare concreto spazio e tempo allo studio. Dobbiamo portare i ragazzi a ricordare ciò che avranno assimilato, e che si sarà strutturato in conoscenze solide e sicure. Dobbiamo farlo anche in rispetto dei ragazzi stessi, non trattati come ascoltatori inconsapevoli e occasionali, ma invece come esseri umani capaci di conoscere, comprendere, essere soggetti attivi di fronte alle proposte di memoria che vengono loro fatte, soggetti consapevoli, responsabili, critici, liberi. Allora se a questo teniamo, dobbiamo smetterla di essere retorici e anche contraddittori, nella sostanza, dicendoci preoccupati della deriva deprecabile di nuovo fascismo, di nuova carica di violenza razzista e xenofoba, dicendoci sostenitori della civica memoria, ma facendo, al contrario, una scuola senza conoscenza, che poi ritiene sufficiente allestire il museo delle mute suppellettili.

 
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Un Capoluogo senza interesse per la storia sua e della comunità

Frosinone oggetti volsci 350 260 mindi Ivano Alteri - Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la notizia del Premio FiuggiStoria-Lazio Meridionale e dei vincitori della VIII edizione, conclusasi a Fiuggi il 23 settembre scorso. Ma in quell'occasione ci eravamo limitati alla nuda cronaca, registrando passivamente l'evento, senza alcun commento. Tuttavia, riteniamo che esso sia meritevole di qualche considerazione, vista l'importanza che potrebbe avere per la Ciociaria una siffatta iniziativa.

Come si ricorderà, il Premio è organizzato dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni con sede a Roma (che, però, annovera tra le proprie articolazioni una biblioteca, ricca di ben 32.000 volumi, locata proprio a Fiuggi). Si tratta, quindi, di una iniziativa di privati cittadini organizzati, tra cui solo alcuni ciociari, che si preoccupano di far affiorare la storia della Ciociaria, in una terra che sembra non volerne avere una. L'unica presenza pubblica nel Premio consiste in un “patrocinio”, non oneroso, del Comune di Fiuggi. Insomma, le istituzioni pubbliche locali vi partecipano da spettatori passivi, benedicenti ma non paganti, pur essendo ormai arrivato alla sua ottava edizione.

C'è da aggiungere che anche i libri presentati in concorso sono frutto del lavoro volontaristico degli autori, con il supporto sporadico di soggetti privati, quando non proprio col sacrificio economico individuale degli autori medesimi. Ora, ci chiediamo dove possa sperare di arrivare una terra come la nostra con una tale indifferenza nei confronti della propria storia, soprattutto da parte di chi ne gestisce la cosa pubblica e ne guida le popolazioni.

In particolare, ci chiediamo come Frosinone città pensi di svolgere il proprio specifico ruolo di città capoluogo, in un ambito fondamentale come quello della memoria del territorio. Anzi, ci chiediamo come possano pensare di amministrare correttamente la città coloro che non si curano di conoscerne e vivificarne le sue stesse radici, a prescindere dai colori politici (ormai tristemente sbiaditi). Infatti, due dei titoli vincitori del premio sono frusinati, e frusinati sono i loro autori. Il primo, in ordine di tempo, è stato “Frosinone alla fine dell’Ottocento: storia politica e sociale della città tra l’800 e il 900 dall’annessione al Regno d’Italia all’attentato al re Umberto”, di Maurizio Federico, vincitore dell'edizione 2016 del Premio; il secondo, è stato “Storia dell’Ospedale Umberto I di Frosinone”, di Gerardo di Giammarino, vincitore dell'edizione 2017. Ma in entrambe i casi, non s'intravvede traccia di un qualsivoglia supporto pubblico, tanto meno del comune di Frosinone.

Quel che conosciamo della città è quasi del tutto legato alla storiografia nazionale o a quell'attività volontaristica di coraggiosi che rischiano del proprio, spesso nell'indifferenza generale. Specie per alcuni periodi di enorme interesse, come quello del fascismo, la città in sé può ricorrere soltanto alla tradizione orale (finché dura), come si faceva tra le popolazioni pre-storiche. Come ci riferiva lo stesso Federico in una conversazione di qualche giorno fa, nessuno si è mai cimentato nella ricerca sul quel periodo a Frosinone, né tanto meno su quelli successivi. Mentre però affiorano accidentalmente (accidentalmente!) notizie su schedature di massa di “antifascisti”, “sovversivi”, “comunisti”, “socialisti”, “anarchici” per migliaia di cittadini, ad opera dei fascisti, da una parte; e, dall'altra, elenchi dettagliati di gerarchi, picchiatori, squadristi, ad opera del Cln; a riprova di una “partecipazione” niente affatto marginale della città e del territorio alla storia nazionale.

A fronte di tale indifferenza per la storia moderna, non poteva mancare, ahinoi, quella verso la storia classica e, neanche a dirlo, per la preistoria. Sono lì a testimoniarlo leMura ciclopiche vicende legate all'Anfiteatro Romano, sepolto sotto un palazzo in Viale Roma; alle Terme Romane, su cui il comune ha autorizzato recentemente l'edificazione dell'ennesimo palazzone; al Cittadino Volsco, che non si riesce ad esporre presso il Museo Archeologico cittadino per mancanza di qualche centinaio di euro; o quelle ancor più scandalose del sito archeologico di Selva dei Muli, contenente un villaggio eneolitico d'importanza straordinaria e resti di mura romane d'epoca repubblicana, su cui era stato progettato, e in trent'anni mai realizzato, niente di meno che un interporto merci (e sui cui reperti, in un precedente articolo, chiedevamo lumi alle autorità: ad ora, nessuna risposta pervenuta).

L'inerzia sopra descritta comunica desolazione, pressapochismo, superficialità, inadeguatezza alla cura dei beni comuni, memoria in primis. Una situazione che, per fortuna, inizia a suscitare scandalo crescente anche tra i non addetti ai lavori, poiché sta passando, vivaddio, l'idea che la memoria non riguardi in esclusiva gli storici, che lo facciano per mestiere o per spirito volontaristico, ma l'insieme dei cittadini, l'insieme delle comunità. Le quali, senza memoria collettiva, non possono neanche sperare di vedere evolversi le proprie condizioni di vita: né economiche, né sociali, né culturali... come nessun albero potrà mai innalzare le proprie fronde al cielo senza aver prima affondato saldamente le radici nella terra.

Occorrerebbe, perciò, una netta inversione di tendenza e, personalmente, riteniamo che proprio Frosinone dovrebbe esserne promotrice e motrice, nella sua qualità di città capoluogo. Forse, si potrebbe iniziare dal fornire risposte chiare e convincenti ai tanti dubbi legati alla gestione dei beni archeologici in città e sul suo territorio; e dal Premio FiuggiStoria-Lazio Meridionale: sia supportandolo direttamente sia chiamando a raccolta, allo scopo, le altre istituzioni locali, pubbliche o private che siano.

Frosinone 27 settembre 2017

 
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La Memoria scomoda della guerra: le Marocchinate

marocchinate di S.CatalloPresentazione del libro - Vittime, destinate all'oblio oppure ribelli, sopravvissute condannate al silenzio o resistenti: sono questi i profili delle "Marocchinate", raccolti da Stefania Catallo in brevi e dense interviste, che costituiscono il cuore del libro omonimo, che verrà presentato sabato 19 agosto a Roccasecca, presso il Cortile dell'ex seminario alle ore 18.30, e moderato dalla giornalista Romana Barroso Angeloni.

Il vissuto di alcune delle tante donne che subirono le violenze da parte dei goumiers, al seguito del V corpo d'armata francese del Generale Alphonse Juin nel maggio del 1944 in Ciociaria, emerge prepotente in tutta la sua drammatica verità. Il tutto a dimostrare come ancora oggi il dolore di quegli accadimenti sia ben persistente nella mente e nelle anime, nonostante lo scorrere del tempo e la "ragion di Stato". Sul dramma delle Marocchinate, sopravvissute ad una tragedia che ebbe proporzioni immense, si pense infatt che furono 20 mila le donne violentate dai goumiers soltanto nel basso Lazio, calò un velo di oscurità già all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

Un velo spesso che neppure l'intervento della deputata Maria Maddalena Rossi, i cui atti parlamentari rappresentano sono posti a mo' di conclusione nelle ultime pagine del libro, riuscì a squarciare. Un velo però che gli anni hanno reso più sottile e che ora, con questo sforzo di ricerca e di analisi, si tenta di sollevare definitivamente restituendo dignità alle tante vittime di una guerra silenziosa e sporca, compiuta da soldati armati e feroci contro donne indifese e ignare della furia dei dominatori. Stefania Catallo

Domenica 20 agosto verrà presentato lo spettacolo teatrale "Le Marocchinate", tratto dal libro, scritto diretto e interpretato da Francesca Romana Cerri e Delfina Angeloni, alle ore 21 sempre a Roccasecca località Caprile.

 
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