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Patto per crescita e lavoro partendo dal mezzogiorno

copertina FB Assago 9ott 500 mindi Donato Galeone* - Milano ricordando Rimini. Anche l'Assemblea Nazionale CGIL, CISL, UIL delle rappresentanze sindacali unitarie di lavoratori associati - convocata a Milano il 9 ottobre 2019 - ha dimostrato che in Italia “non ci sono altri soggetti che abbiano quasi 12 milioni di persone che ogni mese pagano la tessera senza che nessuno costringe a farlo” - volutamente - sottolineato dal Segretario della CGIL Landini, concludendo il suo intervento e ribadendo che “non esistono governi amici o governi nemici, esistono governi che giudichiamo per quello che fanno”.

Ecco, una grande parte sociale democratica sindacale di lavoratori, liberamente e autonomamente associata, che ripropone l'esigenza di una “forte discontinuità nel rapporto col Governo e non solo cambiando clima nel confronto ma cambiando anche i numeri”.

Vale a dire - afferma il Segretario della CISL Furlan - che “non bastano i 2,5 miliardi per il taglio del cuneo fiscale, così come sono troppo pochi gli 1,7 miliardi per i contratti pubblici, a fronte di una promessa di 5,4 miliardi, oltre all'urgenza di sbloccare i cantieri e affrontare la piaga dei morti sul lavoro”.

E il Segretario della UIL, Barbagallo in apertura dei lavori dell'Assemblea - presenti oltre 10 mila delegati di lavoratori - invia un chiarissimo segnale al Governo dichiarando che “solo sul merito, riga per riga, daremo una valutazione al Documento di Economia e Finanza dello Stato”.

Da questi tre sintetici richiami e sollecitazioni sindacali unitari di Milano della CGIL.CISL,UIL rivolte al Governo - pur lontana nel tempo - mi fa ricordare quello di Rimini di fine maggio 1975: la Conferenza Nazionale degli oltre 1.200 Delegati e Rappresentanze Sindacali Unitarie della CGIL-CISL-UIL.
Rivolgendosi al Governo Carniti disse che tutti “dobbiamo comprendere la drammaticità di realtà esplosive nel Mezzogiorno laddove è concentrata la disoccupazione e la sottoccupazione legata a tutte le forme possibili di lavoro, così come non possiamo ignorare il dilagare in tutto il Paese dell'allarmante disoccupazione giovanile e femminile”.
E ancora Carniti, nella sua breve replica ad oltre 50 interventi nei due giorni riminesi del 28-30 maggio 1975 - compresi quelli di Lama, di Storti e di Ravenna per CGIL,CISL,UIL - non poteva non evidenziare i “RISCHI DA SUPERARE” congiunti alla possibilità di una divisione tra “OCCUPATI E DISOCCUPATI”; tra città, periferie e campagne, oltre che tra Nord e Sud che potevano condurre sia a disgregazioni che a disarticolazioni e, comunque, verso scelte auto difensive dei posti di lavoro e del salario e, conseguentemente, verso chiusure corporative.

E allora riflettendoci, ieri come oggi, con le nuove cresciute e forti rappresentanze sindacali generazionali e la generalità dei lavoratori - occupati e disoccupati - appare attualissimo il messaggio unitario lanciato da Milano il 9 ottobre 2019 dalla CGIL,CISL,UIL: “il sindacato dei lavoratori è stato ed è un soggetto e una numerosa parte sociale che vuole unire il Paese e non lo vuole dividere, perché lo è già abbastanza con le troppe e crescenti disuguaglianze sociali”.

Ecco che, personalmente, con l'occhio al passato del secolo scorso e agli ultimi 20 anni del terzo millennio, fino ai giorni nostri - dal basso Lazio al Mezzogiorno del Paese - nonostante l'impegno sindacale dei lavoratori guidato sia da Giuseppe Di Vittorio che da Giulio Pastore, primo Segretario della CISL dagli anni '50 al 1958 e, per un decennio, Ministro del Mezzogiorno, sia gli strumenti cogenti dei Governi che gli interventi del Comitato dei Ministri per gli insediamenti industriali pubblici e privati nel Sud - pur messi in ginocchio nel nostro Paese dalla crisi mondiale del 1973 - mancarono di azioni coordinate, peraltro, frammentate negli investimenti infrastrutturali destinati ad attrezzare i “poli di sviluppo industriale che furono oltre sessanta tra aree e nuclei industriali, annacquando le disponibilità e rinunciando a dare una configurazione avanzata del Sud italiano” .
Nei fatti - scrive Zoppi a 50 anni dalla scomparsa di Pastore sindacalista e ministro - “l'intervento ordinario dello Stato - quello in primo luogo dei Ministeri - “disertò l'impegno a favore del Mezzogiorno, concentrando la spesa nei territori dell'Italia centrale e settentrionale”.

Se è vero quanto, peraltro, verificato per oltre mezzo ultimo secolo e mentre oggi si dice di non parlare più di “questione meridionale ma di crescita e sviluppo nazionale nella dimensione europea e mondiale” dobbiamo constatare che - ancora - il Mezzogiorno, partendo dal basso Lazio, non riesce più a crescere.

Si dice molto su il rilancio del Sud ma poco su come e quando riattivare e - “provare con lungimiranza e graduale concretezza” - superare quel tasso di crescita media annua italiana che tra il 2013 e 2018 è stato il peggiore nella dimensione europea (0,41%) e con la previsione sul Prodotto Interno Lordo (Pil) del 2019-2020 che potrebbe raggiungere una “crescita zero” nonostante la modestissima ripresa italiana, iniziata soltanto nel 2014, con un tasso di crescita medio annuo del Pil tanto nell'area settentrionale pari all' 1,2% quanto, nel Mezzogiorno, di appena 0,80% medio annuo, differenziato marcatamente tra le stesse regioni.

Sappiamo - sperando io e noi di non dimenticare e ai governanti di volere ascoltare e favorire investimenti e lavoro produttivo – in presenza della nuova e drammatica qualitativa e quantitativa emigrazione giovanile dal Sud verso il Nord del nostro Paese e all'estero che, secondo i dati Svimez e negli ultimi sedici anni anni, è stata di oltre un milione di residenti nel Mezzogiorno, di cui un quinto laureati e la metà di giovani di età compresa tra i 15 ed i 34 anni di età.

Ecco la “positività” - così definita da CGIL,CISL,UIL - di oggi 17 ottobre 2019 con l'incontro costruttivo sul Mezzogiorno dal neo Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano. Incontro, positivo penso e avviato, per “definire un piano straordinario per il Sud (partendo dal basso Lazio come già dal secolo scorso) qualificato sugli obiettivi del lavoro, degli investimenti e delle politiche sociali”.

Urgente, quindi, ripartire con un “Patto per il Sud” - è stato ripetuto e formalmente comunicato anche in questi ultimi giorni al Governo da CGIL, CISL, UIL e Confindustria - per rilanciare investimenti e creare opportunità di lavoro programmati e, innanzitutto, rispettare la regola secondo cui “almeno il 34% del Bilancio Ordinario dello Stato”- oltre le risorse aggiuntive destinate alla convergenza - arrivino al Mezzogiorno, partendo dal Sud di Roma a Santa Maria di Leuca e alle Isole italiane - se è vero come appare possibile e sostenibile, che dalle potenzialità umane territoriali ambientali - lavoro e imprese - del Mezzogiorno può dipendere, non solo a parole, il futuro economico italiano nella dimensione europea e mediterranea nel mondo.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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Sviluppo e lavoro nel basso Lazio e Mezzogiorno

Presidio unitario commercio 350 minDonato Galeone* - Sappiamo che il Governo del nostro Paese – anche a fine anno 2015 – annunciò la “de contribuzione sugli investimenti nel Mezzogiorno” e riconfermò la “esclusione” dagli incentivi per il Sud, l'area del basso Lazio e della provincia di Frosinone dall'area meridionale della penisola e delle isole italiane.

E' riconosciuto ed è sofferto - giorno dopo giorno - il disagio sociale del basso Lazio per il declino economico territoriale che conta circa un terzo della popolazione residente “senza lavoro” e con oltre 10.000 persone sostenute dall'erogato redditto di cittadinanza: 520 euro al mese, per sopravvivere, alla ricerca di un lavoro.

E' riscontrato e conosciuto che siamo agli stessi livelli di reddito e disoccupazione dei giovani e meno giovani residenti nelle confinanti Regioni “meno sviluppate” (Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia) e nelle Regioni “in transizione” (Molise, Abruzzo e Sardegna).

Quattro anni fa, su questo giornale, evidenziai che anche il Governo, presieduto da Matteo Renzi, con il cosiddetto “Masterplan Mezzogiorno” - continuava a escludere il basso Lazio in quanto valutata area non “meno sviluppata” e neppure area “ in transizione di sviluppo” ai livelli delle otto regioni meridionali italiane formalmente inserite dall'ordinamento italiano e comunitario europeo.
Tutta la Regione Lazio veniva esclusa dagli incentivi nazionali ed europei per il Sud : sia con la provincia di Frosinone confinante con Molise e Abruzzo e sia di Latina confinante con la Campania riconosciute e incluse - sin dagli anni '50 - nell'area meno sviluppata del Mezzogiorno italiano.

Anche il recentissimo decreto ANPAL n.178 del 19 aprile 2019 con il “bonus occupazione Mezzogiorno” continua ad escludere tutto il Lazio dallo sgravio contributivo - fino a euro 8.060 annuali - per le assunzioni a tempo indeterminato, prevalentemente, di giovani di età inferiore a 35 per il 2019 e 2020 - con la emblematica spesa di 500 milioni di euro / anno - pensando, così, di incentivare la occupazione e lo sviluppo economico-sociale del Sud.

Mi permetto osservare – anche alla vigilia della manifestazione sindacale per il Mezzogiorno programmata dalla CGIL,CISL e UIL che si svolgerà a Reggio Calabria il 22 giugno – che con le richieste sindacali degli “ incentivi selettivi per stimolare gli investimenti e la occupazione, migliorando anche il bonus assunzioni per tre anni” - dovremmo anche domandarci e riscontrare di “quanto” - gli incentivi pubblici nazionali, regionali ed europei - hanno favorito e del“come” potrà favorire - nei territori - un adeguato e necessario sostegno alle proposte politiche e pratiche di sviluppo locale - “volta a volta più quantitative e meno qualitative” - nel contesto della questione sociale e del lavoro da Roma verso il Sud, compreso il basso Lazio.

Nel merito, continuo a ripensare, di verificare, con le parti sociali, sia le modalità che i tempi ed risultati socioeconomici dell'intervento dello Stato nella promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno, sin dagli anni ' 50, congiunti, alla cessione di aree produttive agricole del basso Lazio dal - “mordi e fuggi” - partendo dalle aree agricole ceduti alla FIAT a Cassino e alle multinazionali farmaceutiche nell'area di Anagni favorite, convenientemente, dall'apertura dell'Autostrada del Sole Roma-Napoli verso Sud negli anni '60.

Così come, oggi, appare urgente osservare, all'indomani delle più profonde crisi economiche delle aree industrializzate occidentali - peraltro sostenute da un “capitalismo finanziario itinerante nel mondo” - il riemergere degli orientamenti della multinazionale FCA nel circuito non solo europeo dell'automobile. Sembra che continui a prevalere l'idea e la visione esclusiva della espansione dei modelli e volumi e nelle strutture produttive dell'automobile nel mondo - incluse quelle italiane e nel sito FCA di Cassino - in una visione multidimensionale di lungo periodo - con casse integrazioni INPS continue e riduzione a qualche settimana di ore lavorate e con scarse conoscenze sugli interventi e piani produttivi territoriali programmabili – ignorando, per quanto sappiamo, sia il Governo italiano e sia la funzione politica e sociale della Regione Lazio. Queste nostre istituzioni italiane non dovrebbero, ancora, ritardare di conoscere, per l'Italia e il Mezzogiorno, gli intendimenti produttivi certi e mondiali della multinazionale FCA.

Cade puntuale e resta ancora attualissima l'osservazione dell'economista Giorgio Sebregondi, almeno per me, che il vero nodo delle politiche per del Mezzogiorno - sottolineava negli anni '50 - “non può non essere che uno sviluppo autoctono e, cioè, non può che partire dalla combinazione dei fattori produttivi presenti in un determinato territorio, così come non può non tenere conto dei condizionamenti sociali, politici, e istituzionali”. Concludeva Sebregondi: “ una politica di sviluppo che non riesca ad essere auto sviluppo di un processo continuo di espansione quantitativa e qualitativa, diviene una imposizione o una elargizione senza seguito, perché, lo sviluppo di una società non può essere né regalata e neppure imposta”.

Ecco, allora, che il vero“sviluppo e lavoro” nel basso Lazio e Mezzogiorno riproposto con la manifestazione il 22 giugno prossimo a Reggio Calabria dalla CGIL, CISL e UIL, resta - ancora oggi - la “grande questione nazionale ed europea” - da trattare consapevolmente, partendo in primo luogo – a mio avviso – dalla complessa “valutazione della natura e dalle ragioni profonde conoscitive dei pluriennali ritardi nello sviluppo del Mezzogiorno”.”.

Si tratta - come in molti sostengono e io tra questi - di iniziare a superare la cultura - necessaria ma non sufficiente - del cosiddetto solo PIL (prodotto interno lordo) differenziale tra Nord e Sud come motivazione di fondo e come parametro di misurazione della efficacia delle politiche nazionali, regionali ed europee.

Perché a monte e nel concreto si dovrebbero affrontare e rilevare con le “comunità locali” le vere “questioni dei ritardi pluriennali cumulati dal dopo Cassa per il Mezzogiorno” nel Sud, coinvolgendo le diversificate aree meridionali abbandonate e in crisi occupazionali e di possibile rilancio economico locale con l'intraprendere produttivo - innovativo e tecnologicamente avanzato sostenibile - nel contesto integrato della domanda di beni e servizi da attivare localmente ma da soddisfare nel mercato globale.

Si tratterebbe, operativamente, di favorire e cofinanziare uno straordinario e articolato pluriennale “piano di sviluppo lavoro Lazio” - più volte solo declamato - mediante mirati e coordinati interventi, definendone sia la gestione che le responsabilità di natura tecnica ed economica: dagli incentivi mirati alle imprese agli interventi di sostegno al reddito di inclusione a lavoro dei disoccupati; dal sostegno all'istruzione fino all'Università e alle politiche sociali.

Coinvolgimento piena e massima trasparenza pubblica, quindi, per ogni tipologia di intervento territoriale, distinguendo chiaramente “la politica assistenziale dovuta alle persone bisognose di aiuto, dagli interventi promozionali per il lavoro e lo sviluppo locale”.

 

 

 

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(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale della CISL Lazio

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Il Mezzogiorno è sempre una priorità. Che fare?

Sud Italiadi Elia Fiorillo - La nuova “questione meridionale”. C’era una volta il Mezzogiorno, “segmentato, a pelle di leopardo, non più omogeneo nel sottosviluppo”. Così, con linguaggio immaginifico, gli studiosi degli anni ottanta descrivevano il Sud, con relativa “questione meridionale”. Di anni ne sono passati tanti. Sempre meno si parla di Sud e di relative problematiche complessive come se non ci fossero più, fossero sparite.
E’ rimasta la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, a rilanciare ogni anno col suo rapporto i problemi reali che attanagliano questo pezzo del Paese. E a sottolineare con la sua azione di studio che “non c'è crescita per l'Italia senza lo sviluppo del Sud”, come andava ripetendo il meridionalista Giustino Fortunato.
Ma, forse, la “questione meridionale” è passata sotto silenzio, pur essendo sempre presente ed opprimente per l’Italia, per via della riforma del titolo V, parte II della Costituzione, avvenuta nel 2001, che ha creato non uno “Stato Federale”, come si ipotizzava, ma una vera e propria “Repubblica delle Autonomie”. Ben vengano allora studi e convegni che riportino nella discussione generale riflessioni sulla “nuova questione meridionale”.

E’ un’Italia raffigurata alla rovescia, con la Sicilia in alto e il Nord capovolto al Sud, quella rappresentata sulla copertina del libro di Massimo Milone intitolato “Dal Sud per l’Italia. La Chiesa di Papa Francesco, i cattolici, la società”. Ci sono interviste al card. Crescenzio Sepe e al presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Oltre a contributi di G. Abete, G. Acocella, C. Borgomeo, R. Cogliandro, M. Cutolo, D. Marrama. Certo, un testo che guarda ai problemi del Sud con occhio centrato all’azione dei cattolici non sempre coerenti con il messaggio evangelico, specie quando ricoprono cariche pubbliche. Ma sicuramente un contributo, insieme al convegno organizzato dalla Fondazione “CON IL SUD” e moderato da Carlo Borgomeo, per aprire uno spiraglio di riflessione su una tematica attualissima.
Per mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, i cattolici non devono cedere né al fatalismo, né ai piagnistei quando si parla di Mezzogiorno, ma avere il coraggio di “metterci la faccia”. “I cattolici in politica – afferma mons. Galantino - non siano dei replicanti che – solo sotto bandiere diverse – finiscono per sfoggiare atteggiamenti vecchi, inadeguati e, in fin dei conti, incoerenti nei confronti dell’ ispirazione cattolica”. Ma devono essere dei combattenti perché: “Non ci si può̀ arrendere di fronte alle inevitabili e riconosciute difficoltà”.
Carlo Borgomeo, nell’aprire il dibattito, si pone una domanda: “Ma il sociale viene prima dell’economico?”, per quanto riguarda la nuova questione meridionale. E la risposta che si dà è perentoria: “Sì”. Scriveva Guido Dorso nel 1945: “Se il Mezzogiorno non distruggerà le cause della sua inferiorità da se stesso, tutto sarà inutile”. Per raggiungere questo obiettivo prioritario, per Borgomeo, bisogna mettere “al primo posto la scuola, a partire da quella dell’obbligo; poi i servizi sociali; poi il buon funzionamento della giustizia e delle strutture periferiche della Pubblica Amministrazione; in fondo il sostegno alle attività produttive, con interventi puntuali e selettivi”.
Per Giuseppe Acocella se si vuol vincere l’eterna arretratezza del Mezzogiorno bisogna puntare sulla “Cultura della responsabilità come cultura del bene comune, cultura della cittadinanza come cultura di responsabilità verso il bene comune, cultura dell’amministrazione e dell’impresa come rifiuto dell’illegalità istituzionale e non, che inceppa il funzionamento dei meccanismi amministrativi”.
Insomma, cultura prima di tutto. Ma anche la tanto vituperata Cassa del Mezzogiorno, tra le sue varie attività, aveva quella della formazione dei giovani. All’inizio degli anni 60 chi scrive partecipò a Milano, presso la Società Umanitaria, ad un corso di formazione della durata di un mese sulla “psicologia di gruppo e della personalità”, con visite, tra l’altro, all’allora prestigiosa Olivetti ed alla Magneti Marelli. Anche allora l’idea che il Mezzogiorno avesse bisogno di “nuova cultura” era presente. Peccato che, come spesso avviene in Italia, troppo spesso le clientele, gli interessi di parte hanno la meglio “sul bene comune”.
Già nel 2010 la Svimez avanzava l’ipotesi di affidare il compito progettuale ad una Conferenza delle Regioni meridionali, in stretta relazione con la presidenza del Consiglio. Anche nel rapporto 2016 parla di “coordinamento e unitarietà della programmazione e una chiara strategia sovraregionale”. L’ipotesi dell’Associazione non ha avuto seguito. Forse sarebbe il caso che le forze sociali e i sindacati, visto che la tematica Mezzogiorno è sempre nelle loro priorità, ipotizzassero una Conferenza per il Sud a scadenza annuale. Potrebbe essere un grande stimolo per la politica.

 
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Mezzogiorno cancellato dall'immaginario collettivo

Mezzogiorno dItalia 350 260di Giuseppe Sarracino* - Il rapporto SVIMEZ, sul Mezzogiorno, presentato il 27 ottobre alla presenza del Presidente della Camera dei Deputati, è avvenuto tra il totale disinteresse sia dei mezzi di informazione che delle forze politiche, sociali ed economiche. Il Mezzogiorno sembra ormai scomparso dall’immaginario della nazione e come tale un non più un problema. Eppure il rapporto pone all’attenzione di tutti come “ la crisi, restituisce un Paese ancora più diviso e diseguale”. Un Paese che, se pur lentamente tenda a uscire dalla crisi, il Mezzogiorno non sembra partecipare alla ripresa, al contrario i dati indicano come il PIL nel 2014 sia calato del -1,3% oltre un punto in più rispetto al resto del Paese. La cosa più preoccupante e che al settimo anno di crisi interrotta, la riproduzione del prodotto è stata del -13% quasi il doppio di quella fatta registrare al Centro-Nord (-7,4%).
Nel 2015 fattori interni ed esterni stanno favorendo un cambio di verso alla congiuntura, ma la ripresa molto lentamente nel 2016, al sud dovrebbe essere del +0,7% contro un + 1,5% del centro-Nord.
Si tratta di una crescita, se pur positiva troppo debole perché colmi il drammatico gap esistente tra due parti del Paese. La cosa più grave è rappresentata soprattutto dal marcato dualismo generazionale del mercato del lavoro italiano che assume connotati sempre più gravi e “strutturali”, accentuandosi ulteriormente nel dualismo territoriale. Infatti, su quattro persone tra i 15 e i 34 anni lavora solo un giovane e per quanto riguarda le giovani donne, ne risulta occupata appena una su cinque, sono dati che non hanno paragoni in Europa.
Il migliore capitale umano vien e lasciato drammaticamente al suo destino, basti pensare che tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord 1.667 mila meridionali, con un saldo migratorio netto di 744 mila unità. Di questa perdita di popolazione il 70%, vale a dire 526 mila sono giovani, di cui 205 mila laureati. A fronte del quadro negativo fin qui delineato, si avverte qualche primo segnale positivo che testimonia come anche il Sud stia beneficiando delle misure di decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni “standard”. Pertanto sarebbe opportuno intensificare maggiormente per il SUD tale misura, non solo in termini economici ma anche di durata, perché essa è stata finanziata con risorse destinate agli investimenti nel Mezzogiorno ben 3,5 miliardi di PAC. Certamente le misure intraprese dal governo hanno determinato una maggiore occupazione anche nel Mezzogiorno ma si è ancora troppo lontani dalla consapevolezza che esiste una parte enorme di Paese, costituito da ben otto regioni, con una popolazione di 21 milioni e 700 mila abitanti vale a dire il 34% della popolazione italiana, e una parte di esso vive alti livelli di emarginazione e di povertà. Basta leggere come la distribuzione dei redditi delle famiglie è molto diversa tra il centro – nord e il resto del mezzogiorno, infatti, nel Centro-Nord una persona su due (50,4%) è collocata nei due quinti più ricchi; nel Mezzogiorno invece è più frequente una collocazione nella parte più povera della distribuzione delle famiglie: il 61,7% degli individui si colloca nei due quinti più poveri. Il tema della povertà che coinvolge milioni di cittadini del nostro paese e in specie del sud non può essere affrontato dallo sforzo caritatevole delle Istituzioni ecclesiastiche. L’Italia, allo stesso modo di come avviene in molti paesi europei, non può più rinviare l’avvio di specifiche politiche di sostegno dei redditi più bassi come il Reddito di Inclusione Sociale o il Reddito di Cittadinanza. Entrambe le misure che hanno l’importante vantaggio, rispetto ad altre proposte, di concentrare la spesa sui più poveri.
L’analisi fin qui fatta impone la necessità di avviare una linea strategica rivolta al Mezzogiorno ma necessaria per tutto il Paese. Un ruolo fondamentale dovrà essere svolto dalle regioni, tutte governate da centro sinistra, con Presidenti del PD, le quali dovranno essere in grado di produrre una vera azione di governo e non continuare a dissipare le enormi risorse pubbliche che pur raggiungono le loro casse.
Il Governo, al contrario di quanto ha fatto nella legge di stabilità, che non parla al sud, in questi giorni ha presentato le linee guida del masterplan per il Mezzogiorno, nel quale sono elencate una serie di progetti e una massa enorme di finanziamenti. Infatti, si parla di ben 95 miliardi euro ai quali si aggiungono altri 17 non ancora utilizzati, per un totale di 112 miliardi di euro, tra fondi strutturali e quelli nazionali fino al 2023. Dal 2016 si afferma che ci sono almeno 7 miliardi per il Mezzogiorno. “E’questa la base finanziaria di partenza del Masterplan: uno sforzo d’investimenti mai realizzato in passato in un solo anno” Sono questi i temi su cui occorre confrontarsi con il Governo, affinché le cose da esso dette e scritte nel Masterplan, il quale “non è un esercizio accademico” ma uno strumento “mai realizzato in passato finalizzato a sbloccare anche per gli anni successivi gli investimenti nel Mezzogiorno". “abbiano una loro reale e concretezza. Credo che la minoranza dem deve essere capace di mettere al centro della propria iniziativa politica e programmatica, il tema delle diseguaglianze, non solo sociali ed economiche ma anche culturali e di innovazione, che stanno sempre di più allontanando il Mezzogiorno dal resto del Paese e dall’Europa.
E’ questo il vero problema del Paese, il suo forte dualismo, sul quale la minoranza Dem dovrebbe essere in grado di dimostrare tutta la sua capacità di governo e non limitarsi a mere proposte, spesso deboli, che la fanno apparire come una forza del no e priva di un orizzonte riformatore. Si tratta di affermare che il Mezzogiorno tutto è tranne che una zavorra rispetto ai processi d’innovazione e di sviluppo, al contrario esso rappresenta la grande sfida del Paese cui è chiamato a dare una risposta, l’intero Partito Democratico.

*Componente Direttivo Circolo PD - Frosinone

 

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