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Dalla Open Arms: la paura più grande

OpenArms emiliomorenatti 400 mindi Nadeia De Gasperis - La paura più grande è quella di trovare dei bambini morti, è facile che accada in 10 cm di acqua, quando ormai, storditi dalle esalazioni dei motori, così ammassati su un “barchino” o gommone, i genitori o compagni di viaggio non riescono a tenerli svegli. La paura è più grande quando troviamo persone vive, un paradosso che solo l’esperienza può spiegare, convincerle a farsi salvare, non ti allungano una mano, si lasciano morire, scambiandoci per libici, i libici che vengono sempre avvisati per primi, proprio dalle nostre coste e con le loro imbarcazioni che vanno a 40 nodi orari, rispetto le nostre che riescono a portare al massimo i 12, non c’è gara.

Questo e molto altro è stato trasmesso, non solo dal video ma dalle parole del fotoreporter Valerio Nicolosi*. Un appuntamento organizzato a Sora dall’associazione Rise Hub che da anni lavora per l’inclusione e con la collaborazione del Collettivo Storie d’amare, associazione sorana di più recente formazione.

Una anteprima del docufilm di Nicolosi per le cittadine/i di Sora. Si tratta di un documentario di 60 minuti che narra i destini che si incrociano lungo le frontiere del Vecchio Continente. Per la realizzazione del progetto è stata attivata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. L’autore sostiene di aver ricevuto due proposte di produzione ma per un progetto di questa natura non si può “contrattare”, nasce e deve rimanere indipendente.

Nicolosi è uno dei due operatori della stampa a cui è concesso di salire a bordo della Open Arms, ha avuto esperienze anche con Mediterranea e Sea Watch ma Open Arms è e rimane la sua famiglia, come lui stesso la definisce.
È stato a bordo anche un mese intero, per un anno è sceso e salito dall’imbarcazione. Quando sei sopra, racconta, se c’è bisogno di salvare ti rimbocchi le maniche, non puoi dare priorità alle riprese, e come sostiene lo skipper della nave, non esistono eroi che salvano, esiste un equipaggio dove ogni elemento è fondamentale, dal primo soccorritore al cuoco.

È accaduto di arrivare contemporaneamente alle imbarcazioni libiche, di essere stati anche minacciati con le armi, in quel caso si può contare sulle forze armate del territorio di riferimento, negli altri casi è una corsa contro il tempo, a volte combattuta con l’astuzia.
“mi sento un privilegiato” sostiene Nicolosi, per quello che ho potuto fare, una volta ho preso un ragazzo per i capelli, voleva lasciarsi annegare, convinto che fossi un libico, i miei tratti somatici non mi aiutavano quanto quelli di un mio compagno, biondo e alto, che riusciva a convincere prima di essere un europeo.

Cosa si può fare da terra?
Si deve sostenere le ONG e raccontare la verità, lavorare a cambiare il linguaggio quando di parla di migranti e migrazioni, che non sono l’emergenza, sono ormai un fatto consolidato che va affrontato come tale.
Il dialogo con le cittadine/i ha seguito la proiezione del film, moderato dalla giornalista Faticante, dopo un silenzio eloquente e lacrime agli occhi, occhi lucidi. Sono bastati pochi minuti di film per muovere sentimenti contrastanti, di rabbia, impotenza, desiderio di riscatto, vicinanza.

*Valerio Nicolosi è Filmmaker Freelance presso Associated Press

 

 

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Buon compleanno a Mediterranea

foto compleanno Mediterranea 350 mindi Nadeia De Gasperis - Qualche giorno fa Mediterranea ha festeggiato il suo primo compleanno a San Lorenzo, Roma. Lo ha fatto a terra, anche perché la sua imbarcazione era bloccata, lo ha fatto con una formula che ricorda una serata tra amici, quelli di sempre e quelli incrociati sul proprio destino, che si raccontano tra la pena di un ricordo doloroso e un sorriso complice, le storie di mare e di terra che hanno “salvato” nella memoria di questo primo anno di lavoro. La piattaforma in questo tempo ha imbarcato e anche un po’ scampato a un altro destino, tante realtà, da quelle studentesche, universitarie, ai progetti letterari come quello pensato da Sandro Veronesi, che un giorno ha scritto a Saviano “noi dobbiamo portare i nostri corpi e i nostri cuori e le nostre voci su quelle navi".

Ecco allora che la Bonvicini ci ha raccontato la sua esperienza con CORPO TESTA E CUORE sulla nave Alex come tra le più edificanti della sua vita. Più timidamente si è aggiunta la testimonianza di due giovanissime ragazze di Ostia che insegnano ad andar per mare, con la loro scuola di vela “inclusiva” ai disabili, ex carcerati minorili e agli altri giovanissimi “marinai”. Con la loro discreta e giovane saggezza passano la parola a un “marinaio” figlio di pescatori, che ci ricorda la sovranità di un capitano nelle acque territoriali, quando il sacrosanto diritto a salvare coincide perfettamente con un dovere profondo di umanità per una legge non scritta e anche sancita che si tramanda di padre in figlio.

È la volta dei due giornalisti di Repubblica, iniziati all’avventura di Mediterranea da Mario Calabresi quando “questa sconosciuta” non aveva ancora forma e faceva ancora un po’ acqua da tutte le parti. Non sono più scesi da allora, racconta Mensurati, tra ricordi divertenti e dolorosi, mentre ammonisce di informarsi sempre, anche quando nutriamo il benché minimo dubbio, per essere “equipaggiati” a smontare le false informazioni, perché le nostre ragioni siano più forti di qualsiasi strumentali interpretazione della realtà.

Poi rivolge una domanda insidiosa a un membro dell’equipaggio, Francesca, chiedendole se piattaforme come mediterranea non sia poi un FULL FACTOR (fattore di spinta) per i migranti. Parafrasando la risposta di Francesca “nessuno metterebbe suo figlio in mare se non fosse più sicuro della terra”.

Poi c’era la società civile, quella che lavora con i piedi per terra a sostenere la causa di Mediterranea, Don Mattia che è salito a bordo e si dice sicuro di essere stato “evangelizzato” dall’equipaggio di Mediterranea che gli ha insegnato come il Vangelo possa farsi parola con la pratica concreta dei principi di umanità. C’era Aspagorà da Sora, che racconta l’altra faccia della Chiesa, quella che si volta, con l’aneddoto di cronaca, l’omelia del prete razzista, che ha fatto il giro del mondo, c’è una associazione romana, che racconta la frustrazione di aver sostenuto un progetto di rinascita per i paesi terremotati e aver scoperto poi in quelle stesse persone un senso forte di negazione dell’accoglienza.

In collegamento Skype la portavoce della Sea Watch, Giorgia Linardi, ci restituisce un quadro geo politico della attuale situazione dei Paesi di partenza. Tutti sembrano essere d’accordo sul fatto che il nuovo governo non abbia mostrato segni di cambiamento e che forse una politica non vocata all’accoglienza, quando non è urlata, come quella di Salvini, è perfino più pericolosa. E, subdula. A questo proposito, ricordano che il decreto sicurezza è ancora lì in tutta la sua pericolosità.

Buon compleanno a Mediterranea che in questa serata di autocoscienza ci hai fatto tornare a casa più consapevoli e più piccoli, in confronto al mare nero che hai attraversato, ma con tanta voglia di crescere.

 

 

 

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L'ennesima strage

morireinmare mindi Aldo Pirone - L’altro ieri da “Il Messaggero”. “La strage delle donne e dei bambini si compie alle 3 di una notte di pioggia, vento e mare mosso: c'è chi è andata a fondo tenendo stretto al petto il figlio e chi, nel buio pesto della notte, non ha fatto neanche in tempo a capire cosa stesse accadendo che l'acqua gli aveva già riempito i polmoni.

Sul molo di Lampedusa ci sono ancora una volta le bare allineate e le motovedette che scaricano cadaveri, quattro giorni dopo l'anniversario della strage del 3 ottobre del 2013 in cui cui morirono 368 persone e l'Europa, indignata da quell'orrore, promise: ‘mai più’. Ed invece nel Mediterraneo si continua a morire, con i porti chiusi e con i porti aperti. […] A bordo erano più di 50, tunisini e subsahariani. E la macabra conta dei vivi e dei morti dice che solo grazie al coraggio degli uomini della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, ci sono 22 sopravvissuti, 13 uomini e 9 donne.

I cadaveri sul molo sono invece 13 e sono tutte donne, di cui una neanche maggiorenne e un'altra incinta; tutti gli altri sono in fondo al mare e, tra loro, almeno 8 bambini di cui uno di 8 mesi, annegato con la mamma.
‘Dove sono, dove sono, dove è il mio nipotino’ continua a chiedere la sorella della donna a tutti quelli che incontra nel centro di accoglienza.

[…] ‘Quando sono arrivati i soccorritori il barcone, lungo una decina di metri, già imbarcava acqua e aveva il motore che non andava’ dice Vella (n.d.r. Procuratore aggiunto di Agrigento) . Il resto l'ha fatto il mare forza 3, il buio e il terrore. ‘A bordo c'è stato il caos, tutti volevano andare verso le motovedette - hanno raccontato agli operatori umanitari alcuni sopravvissuti - molti sono caduti in acqua e poi la barca si è capovolta’.

Di questi poveri morti non importa un fico secco ai nostri “leader” politici “carismatici”. “Il Messaggero” riporta due dichiarazioni sciacallesche: una di Salvini e l’altra, contrapposta, di Orfini che carismatico non è mai stato. Non le riporto per rispetto di quei poveri morti; di quei poveri bambini, di quella donna incinta, di quella mamma col figlioletto di otto mesi, annegati nel buio e nel terrore. In questo momento sento solo un’indignazione feroce verso una classe politica, italiana ed europea, incapace di impedire questa strage infinita. E altrettanta indignazione verso quei talk show politici che alluvionano le Tv e che, invece di mettere al centro dell’attenzione questo calvario, si diffondono, bramosi, solo sul gossip di una politica priva di pudore e di umanità.

Vergogna!

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Auschwitz libico e un dittatore camuffato

nave Eleonore di Mission LifeLine 350 mindi Antonella Necci - La nave Mare Jonio che ha lasciato il porto di Licata nei giorni scorsi ha soccorso nella mattinata del 28 agosto oltre 100 persone a nord delle coste libiche. Tra i migranti in fuga dalla Libia ci sono 22 bambini al di sotto dei dieci anni di età e almeno otto donne in stato di gravidanza. La nave italiana che ha soccorso i naufraghi è ora in attesa di un porto sicuro. E le altri navi delle Ong si preparano a nuovi salvataggi dopo il naufragio di ieri in cui sono state accertate 37 vittime, tra queste un’intera famiglia.

Ci sono ventidue bambini al di sotto dei dieci anni di età, altri sei minori e 26 donne di cui almeno otto in stato di gravidanza tra le circa cento persone soccorse questa mattina dalla nave Mare Jonio di Mediterranea. L’equipaggio è riuscito a individuare il gommone alla deriva, sovraffollato e con un tubolare già sgonfio attraverso il radar di bordo. Il soccorso è avvenuto a 70 miglia a Nord di Misurata.

«Le persone sono tutte al sicuro a bordo con noi, ci sono casi di ipotermia e alcune di loro hanno segni evidenti dei maltrattamenti e delle torture subite in Libia. Fuggono tutte dall'inferno», scrive Mediterranea che ha comunicato di aver contattato il Centro di Coordinamento Marittimo Italiano MRCC a salvataggio in corso e che ha risposto di«riferirsi alle autorità libiche».

Mediterranea così come avvenuto già in altre occasioni ha risposto: «Abbiamo replicato che sarebbe impossibile per noi riferirci alla forza di un paese in guerra civile dove si consumano tutti i giorni torture e trattamenti inumani e degradanti, rispetto alla sorte delle persone soccorse, ora a bordo di una nave battente bandiera italiana, e la cui sicurezza e incolumità ricade sotto la nostra responsabilità. Abbiamo reiterato pertanto all'Italia la richiesta di istruzioni compatibili col diritto internazionale del mare e dei diritti umani».

Alle 8.35 di questa mattina la nave MareJonio ha completato il salvataggio di circa cento persone tra cui 26 donne di cui almeno 8 incinte, 22 bambini di meno di 10 anni e almeno altri 6 minori.
Nei giorni scorsi Mediterranea aveva anche raccontato di essere stata sorvolata da un aereo militare portoghese della missione Eunavfor Med.
Il soccorso di Mediterranea segue il naufragio avvenuto ieri davanti le coste libiche dove 37 persone sono morte, tra cui molte donne e bambini. Tra le vittime anche un’intera famiglia composta da madre, padre e figlio come riferisce il team di Medici Senza Frontiere presente in Libia: «Per loro era troppo tardi i nostri medici non potevano fare altro che aiutare le autorità fornendo sacche per il corpo.»
Rimangono in attesa a 12 miglia da Malta i 101 migranti salvati della nave Eleonore di Mission LifeLine, mentre le navi delle altre due Ong Open Arms e Sea Watch sono al momento sotto sequestro nei porti siciliani di Porto Empedocle e Licata da dove è ripartita la Mare Jonio. In direzione della zona Sar Libica si sta avvicinando anche la nave Alan Kurdi della Ong tedesca Sea- Eye che era attraccata nel porto spagnolo di Castellon. Ha fatto rientro invece a Marsiglia per un cambio equipaggio e rifornimento la nave Ocean Viking di Sos Méditerranée.

C'è dunque chi ancora si dichiara palesemente ostile a quanto sta accadendo e sempre pronto ad andare a nuove elezioni per gettare il paese nel baratro più profondo camuffandosi da uomo del popolo.

Salvini si presenta come il povero che odia i ricchi. Ma non è il suo passato nei Comunisti Padani a parlare, ma una ben più accorta strategia comunicativa: Carola Rackete è una “ricca comunista tedesca”, Richard Gere un “ricco attore [che] viene in Italia a fare il fenomeno buonista”, Saviano un “ricco ‘intellettuale’ amico dei clandestini”, Balotelli “un ricco e viziato giocatore“. Scagliarsi contro “chi ha i soldi” è parte del suo core business, che cerca di convincerci che l’ex vicepremier è uno di noi, un uomo semplice, uno del popolo.

Solo, in lotta contro i poteri forti e le élite, questa entità non meglio definita per cui un ricercatore che campa con un assegno di ricerca da mille euro al mese è ricco e quindi deprecabile tanto quanto un dirigente di banca tedesco. È una strategia semplice ma efficace, quella di prendersela con le élite e la finanza: orchestrare dall’alto e monopolizzare il conflitto tra le classi, che un tempo era l’asso nella manica della sinistra e che oggi abbiamo rimosso. Inoltre additando un nemico nebuloso da immaginario massonico: chi sono queste élite?

Salvini si rivolge all’operaio che non arriva alla fine del mese per dirgli che in fondo lui non gli è tanto dissimile, capisce il suo disagio, il loro stile di vita è lo stesso: i veri nemici sono “i ricchi”, Gad Lerner, Michela Murgia, J-Ax, non gli imprenditori che sfruttano i dipendenti o le multinazionali che si inventano di tutto per trasformare il lavoro in volontariato.

Quello che sfugge a molti, e quello su cui pochi hanno avuto il coraggio di attaccare Salvini in questi mesi, è che l’ex ministro dell’Interno è parte integrante non solo di quelle élite da cui tanto si allontana, ma anche da quel mondo delle banche, dell’alta finanza e dello “zero virgola” a cui imputa tutti i mali del mondo, giusto quando non c’è un’imbarcazione di qualche Ong da prendere di mira.

Da quando Salvini ha assunto la segreteria del partito, la Lega ha abbracciato la linea nazionalista ma soprattutto ha deciso di tagliare i ponti con la vecchia dirigenza Bossi, macchiata dal caso dei famosi 49 milioni. Secondo i giudici, i rimborsi elettorali ricevuti dal partito tra il 2008 e il 2010 sono stati utilizzati in modo illecito dalla famiglia Bossi e, anche se una recente sentenza della Cassazione ha dichiarato la prescrizione del reato di truffa per Umberto Bossi e Francesco Belsito (ma per quest’ultimo resta la condanna per appropriazione indebita), si continua a procedere con la confisca di tale importo “ovunque e presso chiunque custodito”. Nonostante Salvini abbia sempre affermato che il partito si sostiene grazie alle vendite di “una birra o una salamella” e di essere totalmente estraneo a questa vicenda, i movimenti monetari particolari della Lega sembra si siano avuti anche dopo la sua elezione a segretario del Carroccio.

Secondo un’inchiesta de L’Espresso e un’indagine della procura di Genova, alcuni di questi milioni sarebbero finiti nelle casse di sei piccole società italiane domiciliate nello studio del commercialista della Lega Alberto Di Rubba e controllate da una holding del Lussemburgo, la Ivad Sarl di cui, trattandosi di una fiduciaria, è impossibile risalire al proprietario. Anche l’Uif, l’ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia, sta indagando su queste transazioni sospette verso il Lussemburgo, di fatto confermando l’ipotesi de L’Espresso secondo cui parte dei 49 milioni sarebbe stata riciclata nel Granducato. Si tratta inoltre di transazioni molto recenti, che mettono in dubbio la completa estraneità di Salvini dal mondo dei “signori della finanza”.
La Lega quindi non è nuova ai giochi di mano che smentiscono il suo indirizzo sovranista o, per meglio dire, nazionalista. Ora che alla pista lussemburghese si aggiunge quella dei fondi russi, è difficile continuare a credere alla favola dell’onesto cittadino Salvini, al lavoro anche a Ferragosto per perseguire esclusivamente gli interessi degli italiani. Questi intrighi internazionali rendono davvero poco credibile l’immagine della Lega come partito a fianco delle “persone perbene” e ancora meno quella di Salvini “uomo qualunque”.

Che Salvini sia ricco, non è un mistero né un problema di per sé. È inutile (e anacronistico) rimpiangere l’epoca in cui i primi ministri si facevano prestare i cappotti, ed è ingenuo pensare che la destra si distingua per pauperismo dai famosi “comunisti col Rolex” o dagli ormai proverbiali maglioncini di cachemire di Bertinotti. Siamo tutti consapevoli che i politici abbiano degli stipendi ben al di sopra di quelli di un semplice impiegato. A ottobre 2018, Salvini dichiarava un reddito di 13.228 euro, a cui si deve però aggiungere quello proveniente dalla sua attività di europarlamentare, relativo al 2017: circa 100mila euro. Ma ci sono altri dettagli più interessanti di queste cifre, come quelli delle partecipazioni societarie: Salvini, oltre a possedere 3mila azioni in tre grossi nomi del settore energetico, A2A, Enel e Acea, ne ha altrettante in BG Selection, una Sicav di Banca Generali. Quest’ultima società ha però sede a Lussemburgo, il paradiso fiscale europeo, dove i cosiddetti fondi “estero-vestiti” o round trip – fondi esteri istituiti da intermediari italiani – godono di grossi vantaggi fiscali che non avrebbero nel nostro Paese. Nulla di illecito, ma è impossibile non notare l’ipocrisia di chi tra i suoi nemici ideologici continua a evocare quell’ “alta finanza” di cui è capitale simbolica il Lussemburgo, patria, tra l’altro, dell’odiatissimo Juncker. Quindi che Salvini sia ricco non è un problema di per sé ma lo diventa nel momento in cui l’ex vicepremier e il suo partito si fingono totalmente estranei a queste dinamiche. Inoltre, non pare una mossa molto sovranista foraggiare queste società con sede a Lussemburgo che, di fatto, non pagano le tasse in Italia.

A duecento chilometri di distanza dal Lussemburgo si trova l’altro luogo che dimostra l’ipocrisia della retorica pauperista di Salvini: Bruxelles. L’ex vicepremier ha seduto al Parlamento europeo dal 2004 fino alla sua nomina al governo Conte. Seduto si fa per dire, dato che i colleghi hanno visto più spesso una sedia vuota: nel 2016 Marco Bentivogli, segretario generale della Fim, lo definì “il più grande assenteista di Bruxelles”, appellativo che secondo il tribunale di Milano non costituisce diffamazione visto che Salvini ha partecipato solo al 18% delle riunioni della Commissione sul commercio internazionale di cui faceva parte. Nel 2014, il deputato belga Marc Tarabella l’aveva addirittura definito “fannullone”. Come aveva spiegato a The Vision l’ex eurodeputata Elly Schlein, Salvini si presentava spesso a Strasburgo – dove vengono registrate le presenze – e poco nella sede belga, dove però si svolge il lavoro vero dei parlamentari: negoziati e riunioni. Questo non gli ha impedito di incassare ogni mese lo stipendio per l‘impegno profuso: 8.757,70 euro lordi al mese, ai quali si aggiungono l’indennità per le spese generali di 4.513 euro al mese e i rimborsi per le spese di viaggio, 320 euro al giorno.
Uno stipendio di tutto rispetto per una persona che è entrata nel consiglio comunale di Milano a 20 anni e a 46 si è trovato vicepremier e ministro dell’Interno senza aver mai svolto altre professioni che non fossero quella del politico. Quando nel 2014 l’eurodeputato Davide Vecchi scrisse su un blog de Il Fatto Quotidiano che Salvini non aveva mai lavorato, e fu querelato dall’ex vicepremier, il giudice accolse la richiesta di archiviazione del pm dicendo che: “Salvini non ha potuto dimostrare di aver fatto ‘qualcosa’ al di fuori della Lega”Stiamo quindi parlando di una persona molto più ricca e molto più privilegiata dell’elettore italiano con cui tenta, riuscendoci, di immedesimarsi. Eppure, pur non avendo mai avuto alcun problema a sbarcare il lunario, Salvini se la prende con chi si è guadagnato i propri soldi e che oggi, per merito e capacità, ha migliorato la propria condizione economica, millantando attici a New York, yacht, Rolex e tutte quelle cose che scatenano invidia sociale e odio di classe nell’italiano medio. Curioso anche che questo processo sociale sia cominciato con l’adorazione per un miliardario come Silvio Berlusconi, che ha aperto la strada alla contrapposizione popolo-élite e che non a caso ancora nel 2018 ha trovato nel Carroccio l’alleato ideale. Il meccanismo è leggermente diverso: aspirazionale per il Cavaliere, identificativo per Salvini. Ma si tratta comunque di due ricchi che fanno gli interessi dei ricchi, fingendo di interessarsi a quelli della gente.

Salvini è quanto di più distante dal popolo possa esserci: non conosce l’incertezza del non riuscire ad arrivare alla fine del mese, la fatica del precariato, la rinuncia alle vacanze per pagare le bollette. Non conosce la dignità di chi ogni mese lavora per portarsi a casa lo stipendio. Salvini è un ricco privilegiato, e nessuno avrebbe niente da ridire se non facesse di tutto per convincerci del contrario. Per lui vengono prima gli italiani. Ma solo se bianchi e ricchi.
E via i negri che annegano nel mare che li separa dalla Libia perché così può vincere le elezioni.
Anche grazie agli Italiani che in lui si riconoscono.

28 agosto 2019


fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/intv-medico-migranti-santon-cbe8cfbe-9138-4a43-bbcb-fd5235357783.html

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Comunità Solidali condanna fermamente le parole del parroco di Sora

comunitàsolidali 350 minComunità Solidali condanna fermamente le parole del parroco di SORA Un parroco a cui piace vincere facile e che per preferisce seguire la scia del momento fatta di divisione e rancore.

Comunità Solidali condanna fermamente le parole del parroco di SORA Un parroco che a cui piace vincere facile per guadagnarsi un po' di notorietà e che per preferisce seguire la scia del momento fatta di divisione e rancore.

Proprio nei giorni in cui la Chiesa ricorda uno dei suoi santi più venerati, San Rocco, come simbolo di carità ed esempio di solidarietà umana, e nel momento in cui Papa Francesco richiama la comunità cattolica all'accoglienza perché agli occhi di Dio nessuno è straniero, udiamo da un pulpito parole per noi inascoltabili.
È molto singolare che da quel pulpito siano venute parole di divisione, di contrasto. Quasi di odio.

In una comunità dove già l'arrivo di cinque migranti ha scatenato la raccolta di 300 firme, usare parole così divisive da parte di un rappresentante della Chiesa significa soffiare sul fuoco dell'intolleranza, ed in qualche modo legittimarla, trovando giustificazioni al razzismo e alla xenofobia.

Comunità solidali ricorda invece il grande impegno della Chiesa cattolica verso l'accoglienza e l'integrazione dei migranti, attraverso la Caritas, ma anche attraverso molte altre associazioni e parrocchie, impegno che non distoglie di certo l'attenzione dalle "nostre" povertà.

Può un Parroco usare parole come quelle pronunciate ? Può un Parroco non assumersi la responsabilità dei messaggi xenofobi che a centinaia stanno facendo da eco a quell'omelia?

Lo chiederemo anche a Papa Francesco.

Intanto chiediamo alla Chiesa di Sora e della nostra provincia, per il tramite dei suoi Vescovi di non essere indifferente a quanto accaduto ma di condannare fermamente le parole di odio utilizzate a Sora per fomentare l'intolleranza nei confronti del diverso.

E alla stessa Chiesa chiediamo se si riconosce in quella di Don Donato o in quella di Matteo, 35 "Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato"

Comunità Solidali
Mob. 3478780003

https://www.facebook.com/comunitasolidalifr/

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Sora. Aspagorà replica all'invettiva di Don Donato Piacentini

  • Pubblicato in da Sora

Aspagorà siamotuttisullastessabarca 350 minAspagorà è un gruppo eterogeneo, di laici, cattolici, osservanti, atei, musulmani, agnostici, eppure il nostro manifesto si apre con una frase mutuata dal Vangelo “ama il prossimo tuo come te stesso” perché siamo convinti che alcuni precetti cristiani siano universali.

Non molti giorni fa abbiamo accolto l’appello del parroco siciliano, per manifestare la nostra vicinanza ai migranti, ostaggio di politiche razziste e xenofobe su una imbarcazione a largo di Lampedusa, lo abbiamo fatto davanti al sagrato di una chiesa, riconoscendolo come luogo simbolo di carità e misericordia. Ora in pochi secondi ecco che l’ormai famoso parroco sorano distrugge il lavoro di tante persone che lavorano strenuamente ogni giorno per praticare e predicare l’accoglienza. Lo fa con parole forti, di una gravità inaudita che sfiorano addirittura il negazionismo “quali torture!?” si chiede e chiede alla folla che un po’ plaude un po’ rimane basita. Che sia una raccolta di firme contro i migranti, una accusa infondata di violenza a diffamarli è sì fatto grave, che sia un ministro della Repubblica che brandisce un rosario e un crocifisso da un palco vomitando veleno, è fatto gravissimo ma mai quanto le parole di un uomo, ministro di Dio che ha totalmente frainteso il senso della sua vocazione. Travestito da pecora il lupo ha approfittato del gregge già in balìa a un clima di odio che ha reso la nostra città un “paesotto” retrogrado e bigotto, finito in un battito di tastiera ai dis-onori della cronaca. Quale “pastore di anime” proprio in occasione dei festeggiamenti del santo simbolo della “carità” ha sputato odio, con la responsabilità di chi si fa guida spirituale e morale, rappresentando inoltre ben tre parrocchie della diocesi di riferimento.

Ci auguriamo che in quella occasione non ci fosse nessuno dei nostri amici migranti ad ascoltarlo, visto che spesso alcuni di loro, cattolici, sono abituati a seguire le omelie delle nostre parrocchie. Ciò sarebbe per noi motivo di forte disagio e vergogna, lo stesso che ci auguriamo provino i nostri concittadini e le autorità ecclesiastiche del territorio che a questo proposito dovrebbero, con fermezza, denunciare le parole del parroco, con una azione esemplare che scoraggi chiunque voglia fraintendere ancora il messaggio del Vangelo, nonché quello del Pontefice, a farlo.

Sora, 17 agosto 2019

Ufficio stampa Aspagorà

 

 

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Sora, Aspagorà : frammenti di giallo in mezzo al rosa.

aspagora2 350 minInvitato dalle organizzatrici di Iniziativa Donne alla kermesse “Sora in rosa”, il gruppo Aspagorà ha raccolto l’invito con entusiasmo.

Ad Aspagorà che già si era “presentato” durante la conferenza stampa di “Sora in rosa” il 16 luglio, è stato riconosciuto pieno titolo di presidiare un tratto di via Fosca a Sora per la sua connotazione di contrasto “all’imbarbarimento etico in cui le minoranze …vengono usate come strumenti per giustificare politiche xenofobe, razziste e discriminatorie” come scritto nel manifesto di intenti. E le donne sono sicuramente tra le più “intollerate” considerate di per se esseri “inferiori” e ancora più bistrattate se omosessuali, migranti o anche soltanto “eccentriche”. Ed inoltre “Il mondo del lavoro femminile, se possibile, è perfino più disastrato, in termini di diritti violati, di quello maschile, per non parlare dello stato del nostro welfare sociale” di cui sostanzialmente si fanno carico le donne , “non abbiamo bisogno di eroine, abbiamo bisogno di donne consapevoli della propria femminilità, e questa consapevolezza dovrebbe prevedere la certezza di un adeguato stipendio, un adeguato orario di lavoro, un adeguata attenzione per ogni esigenza che prescinda dal lavoro stesso” come riportato nel volantino che Aspagorà ha dedicato alle donne.

Una bella sottolineatura alle affermazioni del volantino è stata una serie di installazioni di sagome femminili stilizzate a rappresentare le donne nelle loro molteplici sfaccettature e condizioni, da quella di vittime di femminicidio (su alcune sagome erano riportati i nomi delle aspagora1 350 mindonne uccise nel nostro territorio nel secondo decennio duemila), a quella di protagoniste del proprio destino e dell’emancipazione collettiva, (su altre sagome erano riportate citazioni di donne per le donne : da Dacia Maraini a Rita Levi Montalcini, da Alda Merini ad Anna Frank).

A fianco di un gazebo di per se ricco di simboli contro tutte le discriminazioni ed i razzismi erano stesi due lunghi striscioni uno con l’art. 3 della Costituzione ed un altro con la scritta “Siamo tutti sulla stessa barca” quest’ultimo utilizzato anche nella performance, sul palco della manifestazione, dalle “magliette gialle con gli asparagi” del gruppo .

Molti i curiosi e le persone che si sono fermate a leggere e fotografare le sagome, molti a farsi incuriosire dai volantini. Molti pure gli applausi sotto il palco.

Si può proprio dire che Aspagorà ha contribuito a “movimentare” la serata.

 

 

 

 

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Italiani migranti

Stetten C.E.von Italians in Paris 1888 159x1015 SOTHEBY NY 350mindi Michele Santulli - Un suggestivo documento della emigrazione.
Va in vendita in questi giorni a New York un quadro di artista tedesco dipinto a Parigi nel 1888. Ci si trova in uno dei luoghi più caratteristici e famosi della città e cioè lungo la Senna dove da sempre, affilate sul parapetto, si trovano le bancarelle dei cosiddetti bouquinistes cioè dei venditori ambulanti di libri e stampe antichi, uno spettacolo tipico di Parigi, risalente a secoli addietro. Si ricordi che l’amore dei parigini, e non solo, per i libri e la lettura si è tradotto nella presenza nella città di una quantità inaudita ed unica di librerie di ogni tipo e grandezza che hanno sempre contribuito al fascino particolare di Parigi: oggi la situazione sta mutando e al posto delle antiche librerie sorgono caffè e ristoranti o mutanderie. E qui sul Lungosenna si trova anche l’italiano emigrato, venditore di statuine col figlio, che offre la sua mercanzia. Trattasi di una prova documentaria di un certo significato in quanto la umanità della emigrazione, quella della povera gente, in verità non ha mai rappresentato un motivo di particolare attenzione. In effetti la miseria non ha storia: essa è identica dovunque e allora la si accetta come una realtà della esistenza, senza notarla, come l’aria, l’acqua, la luce…..Ecco la ragione per cui abbiamo parlato di un documento di alta suggestione e rarità.

Gli anni attorno al 1870 e a seguire sono quelli della gigantesca diaspora di Italiani in Francia dal Piemonte e dalla Lombardia e dalla Campania soprattutto: si rammenti però che i pionieri ne furono i ciociari della Valcomino presenti a Parigi già alla fine del 1700 e inizi del 1800. In effetti le cosiddette guerre di indipendenza e la unificazione d’Italia ebbero come micidiale e fatale esito, fame e miseria e quindi la necessità della ricerca del sostentamento: si aprì la via dell’ espatrio forzato. Grandi masse di piemontesi e di lombardi e di napoletani e anche di toscani e romagnoli si riversarono in regioni particolari della Francia: nel Delfinato, nella Savoia, nelle saline alle Bocche del Rodano; i napoletani rimasero nel loro elemento, il mare, e si convogliarono in gran parte a Marsiglia. Alla fine del secolo si censirono quasi duecentomila Italiani, solamente in Francia!

Abbiamo già in più occasioni descritto e ricordato gli Italiani in Francia con particolare riguardo alla piccola nicchia rappresentata dai ciociari e in merito consigliamo sempre la lettura di “ORGOGLIO CIOCIARO/CIOCIARIA PRIDE” a chi ama approfondire.

Una delle occupazioni degli emigranti ciociari a Parigi e anche a Londra, era la vendita ambulante, per le strade, delle sculturine in gesso di santi, madonne e personaggi vari. Ricercatori della disciplina hanno concordato che tutti i venditori di statuine di gesso originavano in prevalenza dalla Toscana e in particolare dalla Lucchesia come, per analogia, gli spazzacamini erano in gran parte bambini e ragazzi piemontesi, come i suonatori girovaghi e i modelli erano essenzialmente ciociari della Valcomino.

 

 

 

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Il Collettivo Storie D’amare e le Anime migranti

nadeia 350 260 mindi Nadeia De Gasperis - Lo scorso giovedì si è tenuto a Sora, presso in DeLiri Caffeè Bistrot, un interessante convegno organizzato dal Collettivo Storie D’amare. Dopo il confronto pubblico di fine luglio in Piazza Mayer Ross a Sora, che ebbe lo scopo di raccontare le origini delle migrazioni, scardinare i luoghi comuni, imparare l'accoglienza, e dopo il Presidio #iostoconriace in Piazza Santa Restituta a Sora, del 7 ottobre, è stata l’occasione dell’incontro dal titolo Anime migranti. Le immigrazioni dall’Africa. Questioni aperte.

L’evento si è tenuto in collaborazione con la rivista Confronti della Chiesa Valdese e dell’Istituto di studi politici S. Pio V, IDOS. Ai presenti sono state distribuite copie del dossier statistico Immigrazione 2018 IDOS. Ad intervenire sono stati i membri del collettivo Gabriele De Ritis e Maria Laura Bartolomucci, la prof.ssa Maria Cristina Ercolessi, africanista dell’Orientale di Napoli, il prof. Pittau, Presidente del Centro Studi IDOS e Pasquale Beneduce dell’Università di Cassino, che hanno parlato a un pubblico attento di cittadine e cittadini sorani e non, migranti dal nord al sud e dal sud al nord, dall’Africa all’Italia, insomma una eterogenea popolazione di esseri umani.

I membri del Collettivo, un progetto in divenire che vedrà la collaborazione anche dell’associazione Rise Hub dellaAnime migranti Valcomino, da anni impegnata in progetti di integrazione a livello locale e internazionale, hanno illustrato il progetto che avrà lo scopo istituire uno sportello giuridico di consulenza ai migranti, ma prima di tutto di sensibilizzare. Il principio ispiratore è quello che il collettivo diventi uno spazio educativo ma soprattutto emotivo che aiuti i ragazzi, spesso molto giovani , a elaborare la propria esperienza e definire la propria identità, avvicinare le cittadine e i cittadini con progetti di inclusione ma anche di “sana normalità”. A seguire, gli interventi dei professori hanno sfatato i luoghi comuni sui quali è fondata la campagna di odio che ha allarmato perfino il procuratore generale della cassazione della Repubblica che proprio quest’anno in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha esordito dicendo di essere molto preoccupato per il clima di odio che si è instaurato nel nostro Paese, una frase che dà la percezione di dove e quali siano i rischi di criminalità. La misura dei rischi che corriamo è stata data anche dal dispiegamento di forze dell’ordine, carabinieri, polizia di Stato, polizia urbana, che presidiavano il luogo dell’incontro per timore di manifestazioni della destra estrema.

Altre risposte sono state date alle domande che troppo spesso nella demagogia delle campagne propagandistiche delle destre, generano confusione, sul perché, per esempio, i migranti non sono un peso ma una risorsa, economica e demografica, e sul perché non rappresentino un rischio ma una fonte di salvezza per il nostro sistema previdenziale, e su quelle incongruenze, su cui è stata fondata la campagna razzista, del perché giovani ragazzi debbano pagare le tasse e non avere diritto a un lavoro dignitoso ma piuttosto sfruttati e sottopagati, fare il lavoro “sporco” che i nostri giovani mai farebbero.

A noi che non guardiamo alle cause strutturali del perché si parta, alle diversissime ragioni, che spingono per esempio gli africani a muoversi verso l’Europa, un numero comunque neppure confrontabile con le persone che si muovono entro i confini del continente stesso dovrebbe essere rivolta una lecita domanda: «Come si può ridurre un essere sociale a categoria, “migrante”, un essere umano che ha un progetto di vita e capacità di agire che andrebbero viste in sé?». Finché a separarci saranno le nostre barriere mentali sarà difficile ridurre la distanza con questi ragazzi, comprendere le ragioni per le quali si intraprende un viaggio che seppur rischiosissimo e incerto, è comunque più sicuro di quello che si lascia.

 

 

 

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Il voto pentastellato per Salvini

grillo di maio 350 260 mindi Aldo Pirone - Il disonore grillino. “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”. Con questa profezia Winston Churchill condannò il comportamento del governo Chamberlain a proposito del famigerato accordo di Monaco del 1938 con Hitler. Quelle parole si potrebbero ripetere per quanto hanno fatto ieri i “grillini” con Salvini. Ma sarebbe un’esagerazione. Monaco fu un dramma europeo, prodromo di un altro più grande che ha segnato il novecento: la seconda guerra mondiale.

Il voto pentastellato, invece, appartiene alle miserie dell’attuale politica italiana. Inoltre a fronteggiare Di Maio non c’era un Hitler che minacciava la guerra. C’era un partner che comunque sarebbe andata per lui andava bene e non avrebbe neanche fatto cadere il governo se i “cittadini” avessero concesso ai magistrati l’autorizzazione a procedere e neanche se a decidere in tal senso fossero stati i “portavoce del popolo”. Herr Salvini glielo aveva rispiegato pubblicamente proprio l’altro ieri, alla vigilia del voto.

Non per niente, dopo il risultato, il “bauscia” milanese, li ha presi pure in giro: "Li ringrazio per la fiducia, ma non è che sono qui a stappare spumante o sarei depresso se avessero votato al contrario", cioè, in altre parole, non vi devo proprio nulla.
Dal canto suo il “capo politico” Di Maio si dichiara entusiasta del “democratico” avvenimento e, a dimostrazione della sua totale incapacità di intendere e di volere, dice che il sequestro degli immigrati sulla nave Diciotti era per smuovere la “solidarietà” dell’Europa. Come se prendere in ostaggio 177 poveri disgraziati, donne e bambini compresi, come mezzo umano per ottenere un certo fine, anche se fosse il più nobile e sacrosanto, fosse lecito. Ma, soprattutto, come se l’Italia non avesse altre e più solide e lecite armi per smuovere l’Europa a una solidale condivisone del problema immigratorio.

Quando un partito, anche se sotto specie di Movimento, imbocca la via del tramonto, a segnalarne l’avvio, spesso, è una circostanza che gli impone di dovere scegliere fra un principio fondativo, cioè l’anima, e il mantenimento a ogni costo del potere. La cosa può anche essere approvata a maggioranza dagli iscritti o militanti che siano, per varie ragioni. Una di queste è che il valore della legalità e dell’uguaglianza di fronte alla legge non siano mai stati prevalenti nell’adesione di questa maggioranza, oppure non lo siano più e altri valori, o disvalori visto il caso in questione, abbiano preso il sopravvento. Ma questo, inevitabilmente, comporta un distacco di quegli elettori, pochi o tanti che siano, che, invece, a quei valori fondativi hanno inteso dare il proprio consenso. Vederli scambiati per un piatto di lenticchie, può non far piacere. Per costoro i princìpi sono come la mamma: guai a chi la tocca. Se a passare sul suo corpo sono proprio coloro che la dovrebbero difendere anche con la vita, allora la delusione, magari già in via di maturazione per episodi di governo precedenti, diventa incontrollabile e si trasforma in avversione profonda perché ci si sente traditi.

 

Di questa schiera, però, non fanno certo parte alcuni esponenti del PD come, per esempio, Martina e Orfini. Costoro, altrettanto inconsapevoli di se stessi come Di Maio, si sono lasciati andare a dichiarazioni che credono di fare breccia nell’elettorato grillino anche quello disilluso, nella spasmodica speranza che i voti ceduti dal Pd ai grillini, prima bersaniano e poi renziano-orfiniano-martiniano, siano solo in libera uscita e facilmente recuperabili. Dopo aver salvato di tutto e di più dai giudici, ultimamente anche quel gentiluomo del fascista Gasparri che aveva insultato Roberto Saviano, Orfini grida “vergogna” e Martina dice ai pentastellati che l’hanno fatto “per salvarsi la poltrona”.

Per certe persone “un bel tacer non fu mai scritto”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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