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Il 19 Dicembre a Milano, Roma e Napoli Cgil-Cisl-Uil

cgilcisluil 225290Donato Galeone* - E' la terza generazione, dal secondo dopoguerra, della rappresentanza sindacale unitaria dei lavoratori italiani di ogni livello sindacale che incontrandosi a Milano, Roma e Napoli - oggi il 19 dicembre - dopo divulgazione e confronto nei territori e luoghi di lavoro delle settimane passate sulle proposte da inserire nel “Bilancio 2019 dello Stato” presentate al Governo per il Parlamento - saranno richiamate e sollecitate per conto di una grande parte sociale intermedia organizzata del nostro Paese che rappresenta oltre 10 milioni di persone con loro famigliari.

Il 19 dicembre, nel segno della partecipazione democratica alla vita sociale del Paese, non può non essere la giornata coesa di azione unitaria di politica sindacale propositiva autonoma sia verso il Governo e Parlamento - con la centralità del “LAVORO” - che nelle relazioni informate e contrattuali sul nuovo modo del produrre beni e servizi nel terzo millennio tanto nella dimensione nazionale ed europea quanto per superare e combattere quelle azioni politiche che hanno favorito ed aumentato le povertà – con la perdita del lavoro e la inoccupazione crescente – oltre che incrementato le disuguaglianze sociali.

E le proposte unitarie dei Sindacati dei lavoratori - per il Bilancio 2019 - divulgate e condivise nei territori sono prioritariamente orientate verso lo sviluppo del nostro Paese, con investimenti per creare lavoro e non con l'utilizzo delle risorse - pur previste in deficit - verso spese correnti, mentre il confronto con l'Unione Europea – come sostengono CGIL-CISL-UIL, congiuntamente alla Confederazione Europea dei Sindacati(CES) - “dovrebbe essere caratterizzato più che da atteggiamenti strumentali spesso reciproci e da tensioni antieuropeiste, da una grande e seria battaglia per cambiare lo statuto economico europeo e le politiche economiche attraverso lo scomputo dal deficit sia delle spese per investimenti sociali che l'aumento delle risorse europee per gli investimenti e la sostenibilità ambientale”.

Questa terza generazione della rappresentanza sindacale dei lavoratori – che storicamente è diversa degli anni '60 e '70 – dopo la giornata unitaria del 19 dicembre dovrebbe, coerentemente, riprendere il confronto sindacale interno sulle motivazioni vere dell'interrotto percorso sull'unità organica sindacale, considerando, la raggiunta autonomia interna tra CGIL-CISL-UIL, necessaria e sollecitata dai lavoratori, innanzitutto oggi, in presenza di un complesso momento politico e sociale italiano ed europeo rilevato e confermato nella stessa discussione unitaria e in piena autonomia - sulla piattaforma unitaria per il Bilancio dello Stato 2019 - con migliaia di lavoratori.

Le undici pagine sulle “priorità di CGIL,CISL,UIL, per la la legge di Bilancio 2019” discusse e condivise dalla base sociale attiva di un corpo intermedio organizzato in una società democratica - quale è il Sindacato de lavoratori - saranno certamente richiamate dai Segretari della CGIL.CISL e UIL a Milano, Roma e Napoli.
E la giornata del 19 dicembre - a mio avviso - con la ricomposizione dei contenuti di quella piattaforma o documento unitario di politica sociale evidenziata, pur orientata verso la prossima legge di bilancio del Paese - annuale o triennale - dovrebbe favorire e riaprire un confronto sulla” questione sociale e del lavoro” mediante la ricostituita unità sindacale democratica dei lavoratori italiani, con autonomia di azione rappresentativa, quale soggetto intermedio da ascoltare e confrontare nella elaborazione e attuazione delle politiche attive e sociali del lavoro.

Penso che su queste finalità ed obiettivi, la terza generazione della rappresentanza sindacale dei lavoratori italiani - dopo la nostra di fine secolo scorso - dagli incontri di Milano, Roma e Napoli, non potrà non assumere una “coerente azione vertenziale sociale e per il lavoro” nella continuità unitaria dell'azione sindacale.

 

*Già segretario generale Cisl Frosinone e Lazio

 

 

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Migranti, nessuno potrà dire che non sapeva

xmarcia nuovi desaparecidos 350 260 minda milanosenzafrontiere su FB, Redazione Italia - “Certo, ma sì, si sapeva: tutti ricordavano le immagini degli sbarchi, la foto del bambino con la maglietta rossa sulla spiaggia turca, per un po’ tutti lo chiamavano per nome… Ora non lo ricordo più. E poi quel terribile naufragio del 2013 o 2015, con tutti quei morti, anche donne e bambini… C’è anche il “Giorno della memoria” per ricordarlo, ecco ora così sui due piedi non so dire la data… tanti disperati, con i barconi e i gommoni e gli scafisti, i “trafficanti di uomini”.

Ma tutto questo accadeva anni fa. Poi ci sono stati i trattati con la Turchia e con la Libia, che è un po’ terra nostra, come dire e non solo con la Libia e, insomma, le missioni europee nel Mediterraneo hanno finalmente risolto il problema. Adesso sono diminuiti gli sbarchi e quelle navi delle ONG non servono più, che poi, tanto generosi e puliti non erano se è vero che alcune sono state inquisite e le loro navi bloccate nei porti. Alla fine qualcosa di poco chiaro ci doveva essere: erano dei “taxi”, sa? Dei taxi del mare e tu il taxi quando lo chiami poi lo devi pagare, no? …”

Dal 2015 Milano senza Frontiere marcia in piazza della Scala a Milano portando le foto di persone migranti disperse, vittime di scomparsa forzata o decedute nel Mediterraneo.

Il primo giovedì di ogni mese ci mettiamo in fila e marciamo in tondo in silenzio portando foto e nomi di persone partite dalla sponda sud e mai arrivate. Ci ispiriamo alla marcia delle Madres de Playa de Mayo e come loro chiediamo verità e giustizia per i “nuovi desaparecidos”.

Denunciamo le politiche dell’Unione Europea e del governo italiano contro le persone migranti e il piano di esternalizzazione delle frontiere europee.

Denunciamo il rinnovo dell’accordo con la Turchia, gli accordi Italia-Libia, le vergognose campagne mediatiche contro le ONG, i codici di condotta e le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per le navi che soccorrono e si rifiutano di lasciare le persone migranti in mano agli aguzzini libici (finanziati e istruiti dalle autorità italiane) o per chi le soccorre sulle montagne e tra le nevi.

Per questo oggi siamo ancora in piazza per denunciare l’Europa, un tempo patria del diritto e accusarla della strage ai suoi confini, una strage che non “avviene”, ma è causata dalle scelte politiche dell’Italia e dell’Unione Europea.

Ogni primo giovedì del mese – piazza Della Scala – 18.30-19.30

Per informazioni pagina fb: milanosenzafrontiere.

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I sindaci di Roma e Milano nella bufera

Sala Raggidi Elia Fiorillo - La roulette russa dei cittadini al potere. E ci mancava pure questa. Roma e Milano nella bufera giudiziaria, e non solo. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha ricevuto una comunicazione di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sui lavori per la piastra Expo. All’epoca Sala aveva seguito le opere da commissario unico dell’Esposizione, incaricato dal Governo, nonché da amministratore delegato di Expo 2015 Spa. Una brutta botta per il Sindaco. L’ipotesi su cui s’indaga è “concorso in falso ideologico e falso materiale”. Appena ricevuta la notizia l’esponente del Pd, con una procedura inusuale, si è “autosospeso” conferendo di fatto i suoi poteri alla vicesindaco Anna Scavuzzo.

A Roma, invece, non sono arrivate comunicazioni giudiziarie a Virginia Raggi, ma è stato arrestato il suo “fido furiere” Raffaele Marra – vero dominus dell’Amministrazione -, già collaboratore di Gianni Alemanno e Renata Polverini. Il vero problema per il Sindaco è il braccio di ferro che ha tenuto con buona parte del Movimento Cinque Stelle, proprio sul nome di Marra e di altri suoi fedelissimi ritenuti non in “odore di santità” , non solo per il loro passato, ma anche per la gestione degli incarichi ricoperti nell’attuale Giunta. E’ solo di qualche giorno fa la notizia delle dimissioni di Paola Muraro, assessore all’Ambiente, per un avviso di garanzia dopo una polemica senza fine sul suo operato, sia passato che presente.

L’incavolatura del garante Beppe Grillo, ben consapevole che un fallimento gestionale nella Capitale avrebbe pregiudicato ai 5Stelle la scalata a palazzo Chigi, non si è fatta attendere ed è stata violenta. Azzeramento dei soggetti chiacchierati o un “vaffa” senza appello a Virginia. Che poteva fare la sindaca Raggi? Continuare a sostenere i suoi “senza se e senza ma”, ovvero senza più il simbolo del Movimento, come pure pare abbia pensato di fare, o dire “obbedisco”? Ha optato per l’accettazione del comando perentorio del Beppe furente ed ha dettato alle agenzie la seguente dichiarazione: "Daniele Frongia ha deciso di rinunciare al ruolo di vicesindaco mantenendo le deleghe alle Politiche giovanili e allo Sport. Contestualmente Salvatore Romeo ha deciso di dimettersi dall'incarico di capo della Segreteria politica. Al contempo a breve avvieremo una nuova due diligence su tutti gli atti già varati". La cosa che più preoccupa Virginia - e non solo - è la possibilità che pure lei possa essere iscritta nel registro degli indagati. Il fondatore e garante lo dà quasi per scontato quando afferma: “Ci stanno combattendo con tutte le armi comprese le denunce facili che comunque comportano atti dovuti come l'iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia... Faremo un nuovo codice etico... Nessuno pensi di poterci fermare così. Mettiamo la barra a dritta e avanti tutta". Insomma, anche i 5Stelle fanno marcia indietro in merito all’obbligatorietà delle dimissioni in caso di avviso di garanzia: una cosa è l’opposizione, un’altra il governo.

Di considerazioni, in queste due vicende molto diverse tra di loro, se ne possono fare tante. La prima è relativa all’avviso di garanzia che colpisce un sindaco. Nessuna “autosospensione” può essere presa in considerazione. O si va avanti, o ci si dimette con tutte le conseguenze del caso. E qui, al di là dei diretti interessati, sono le forze politiche che li hanno candidati e sostenuti a dover decidere sul da farsi. Certo, difronte a reati gravissimi le dimissioni, se non spontanee del diretto interessato, dovrebbero essere invocate dalla forza politica d’appartenenza, senza aspettare i vari passaggi che la legge prevede a garanzia del presunto reo. Ciò perché le polemiche danneggerebbero oltre misura la “gestione della polis” , arrecando danni non stimabili a tutta la comunità.

C’è poi la delicata questione dell’individuazione da parte dei partiti e dei movimenti del “personale politico”. Una volta, prima di far ricoprire una carica politica a chicchessia, i partiti puntavano molto sulla loro esperienza e formazione. Era importante avere un curriculum fatto d’impegno nel sociale, d’esperienza nella gestione di cooperative, di gavetta ai vari livelli di partito, di sindacato, ecc.. Passare d'emblée dalla vita di tutti i giorni ai vertici delle Istituzioni, teoricamente può ritenersi una scelta azzeccata e democratica, praticamente può dimostrarsi un disastro. Perché i vari Raffaele Marra sono sempre in agguato con la loro “esperienza” e con i loro “consigli”. Diventano una colla a presa rapida, a cui non si può rinunciare, specialmente quando molti dei tuoi vogliono “farti le scarpe”. Qui, ovviamente, parliamo di politici inesperti ed ingenui. Il malaffare è un’altra cosa.

 
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Csm, Procura di Milano e responsabilità civile dei giudici

bruti-liberati-robledo 350di Elia Fiorillo - L'ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde, Antonio Rognoni, non ha più nessuna intenzione di continuare a collaborare con la giustizia. Lo preoccupano le divergenze tra Bruti Liberati e Robledo.
La classica ciliegina sulla torta, già acida in verità, è arrivata per opera e volontà di Antonio Rognoni, ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde. Non ha più nessuna intenzione di continuare a collaborare con la giustizia per svelare i segreti della brutta storia dell'Expo, come aveva fatto dal momento dell'arresto avvenuto il 20 marzo. Pare che il perché sia da ricercarsi nel conflitto ai vertici della Procura della Repubblica di Milano tra il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e l'aggiunto Alfredo Robledo. Non certo per un gesto nobile di protesta per le "incomprensioni" (sic) tra i due finite sui tavoli del Consiglio superiore della magistratura, ma per meri interessi di bottega. Da quel conflitto lui ed i suoi avvocati non vedono niente di buono ai fini di un possibile sconto di pena per le informazioni fornite. Troppe divisioni nella gestione delle indagini e, anche, di conseguenza sui benefici da dare ad un "collaboratore"di giustizia. Meglio per il momento tacere, poi si vedrà.

Si riapre così - di fatto - la vicenda di cui si è occupato di recente il CSM e che ha visto anche l'intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E', inoltre, da prevedere che continueranno le polemiche sulla responsabilità civile dei giudici e sulla loro indipendenza man mano che si avvicinerà la data del rinnovo del Consiglio prevista per il prossimo mese di luglio. Una cosa è certa: in un paese che vuol dirsi democratico la Magistratura è l'organo supremo di garanzia che non può minimamente apparire o essere di parte. La sua "indipendenza" dal potere politico è fondamentale. Guai però se nell'opinione pubblica l'organismo di garanzia supremo per il vivere civile e democratico è visto come un contro-potere interessato, una casta tutta centrata su se stessa e sui suoi interessi e privilegi.

Si possono comprendere le preoccupazioni del presidente Napolitano nella vicenda Bruti Liberati – Robledo che l'hanno spinto, certo non a cuor leggero, a scrivere al CSM affinché tenesse conto "delle responsabilità che la legge assegna al dirigente dell'ufficio di Procura" che, in base alla riforma del 2006, ha poteri gerarchici sui "sostituti", proprio per evitare "personalismi" da parte di questi ultimi. Il problema di Napolitano non era quello, come pure qualche giornale ha scritto, di difendere Bruti-Liberati, ma di evitare che la Procura della Repubblica di Milano, in cui sono istruiti processi delicatissimi, potesse essere in qualche modo delegittimata difronte all'opinione pubblica. Resta il fatto che c'è la necessità di evitare che fatti del genere si ripetano e che si possa ritenere che con un verdetto pilatesco di archiviazione tutto si risolva, senza che nell'opinione pubblica non resti traccia di tanta superficialità.

L'altro tema che è tornato prepotentemente alla ribalta della cronaca è quello della responsabilità civile dei giudici. Un emendamento alla legge Europea del leghista Gianluca Pini, votato a maggioranza, ha riaperto il caso mai chiuso in verità. Una vecchia e delicata questione, molto sentita nell'opinione pubblica, che con un referendum del novembre del 1987 chiese che ai magistrati venisse applicata la responsabilità civile diretta per "colpa grave" sui loro atti. I votanti che si espressero a favore della responsabilità civile furono allora ben 20 milioni 770mila, oltre l'80% dei votanti. Non se ne fece niente. E' lo Stato che paga quando c'è da risarcire, rifacendosi sui "rei"con misure disciplinari e decurtazione dello stipendio. Poca cosa per alcuni, che non punisce adeguatamente il magistrato in mala fede. Un'enormità, la responsabilità civile, per le organizzazioni di rappresentanza della magistratura che, a loro avviso, significherebbe mettere le manette ai polsi dei giudici, limitandone la propria attività. Dando, inoltre, la possibilità ai "potenti" di bloccare qualsiasi azione giudiziaria intrapresa contro di loro.

"Oneri ed onori" quando ricopri ruoli d'importanza vitale per un paese. Soprattutto, massima trasparenza specialmente se questa ti aiuta ad entrare in sintonia con la pubblica opinione. Se ti dà credibilità. E' vero che il compito del magistrato è delicatissimo e proprio per questo ci sono tre gradi di giudizio per l'accertamento delle sue posizioni processuali. Ma è anche vero che la "mala fede", l'"interesse privato" e via dicendo esulano dalle tutele doverose che lo Stato deve prevedere per lui. Ciò anche a difesa dei tanti magistrati che con scrupolo e altissima professionalità fanno il proprio mestiere. Forse è il caso di prendere ad esempio altre nazioni sotto questo aspetto. Lo scrive sul Corriere della Sera l'editorialista Pier Luigi Battista. "Una legge che permette allo Stato di rivalersi sui giudici c'è, con regole ben precise, in Spagna, in Germania ("dolo o colpa grave"), in Francia ("mancanza intenzionale particolarmente grave" o addirittura "diniego di giustizia"), in Belgio e in Portogallo ("frode" e "dolo grave"). Una cosa è assolutamente da evitare: che il cittadino faccia di "ogni erba un fascio".

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