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Il lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione

DONNE, Storie e Futuro

Onda lunga delle Costituenti, arriva al neo femminismo degli anni '970, e alla 4 Conferenza delle donne di Pechino, 1995

di Fiorenza Taricone
donneresistenzacostituzioneunlegameinscindibile390 minIl tema del lavoro delle donne e dei minori nella Costituzione è stato oggetto di un mio intervento recente al webinar su Il lavoro nella Costituzione, organizzato Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Palestrina. Ritengo sia interessante farne partecipi lettori e lettrici di UnoeTre con una sintesi.

La Costituzione prende l’avvio dal fatidico articolo che definisce l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, affermazione non così comune nelle Costituzioni e del tutto inesistente, per quanto riguarda l’Italia nel precedente Statuto Albertino. Il punto di partenza, per capire il tema del lavoro delle donne e dei minori, non può essere che l’ingresso delle 21 donne nell’Assemblea Costituente, le madri della Repubblica: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, comuniste, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Cingolani Guidi, Angiola Minelli Molinari, Maria Nicotra Fiorini, Vittoria Titomanlio, democratiche cristiane, Bianca Bianchi e Lina Merlin socialiste, Ottavia Penna Buscemi, Fronte dell’Uomo Qualunque.

Rispetto agli articoli che riguardano il lavoro, e alla modernizzazione del dibattito si trovano in una posizione singolare per vari motivi; alcune di loro sono insegnanti, altre hanno lavorato in fabbrica, ma intere generazioni prima di loro hanno avuto con il lavoro un rapporto spinoso e controverso. Prima del fascismo, nell’età liberale, una ristretta élite di laureate riuscì ad accedere alle libere professioni solo con una legge del 1919; le maestre non avevano avuto fin dall’inizio una vita facile, e uno stipendio minore di un terzo rispetto ai maestri; le contadine erano sussunte all’interno della famiglia, dominata dalle figure maschili, non firmavano i patti colonici, e tutti i lavori infiniti che svolgevano appartenevano ai compiti quotidiani, senza guadagni autonomi; le prime operaie che andavano a lavorare fuori casa insieme ai bambini erano considerate mezze forze e pur lavorando lo stesso numero di ore degli uomini, erano pagate un terzo in meno, prive di tutele Donne costituenti 300 mincome gli uomini, ma esposte a molestie e ricatti sessuali di ogni tipo. Durante il ventennio, il fascismo aveva avuto nei confronti del lavoro femminile un atteggiamento doppio: apprezzava l’élite colta delle professioniste anche perché era numericamente irrilevante, ma considerava per le donne ottimale essere una casalinga prolifica e lavoratrice gratuita; esaltava le cosiddette massaie rurali, in polemica con le cosiddette signorine di città, amanti del divertimento e non del matrimonio; dopo gli anni Trenta, adottò una legislazione di contenimento nei settori impiegatizi.

E’ evidente quindi come la storia che le Costituenti avevano alle spalle fosse molto diversificato rispetto ai generi, ma anche su questo le Costituenti seppero assumere posizioni moderne; per i minori poi, dall’età liberale poche erano state le leggi che avevano riguardato direttamente i minori, spesso considerati un’appendice della condizione femminile per la connessione strettissima fra natura femminile e maternità.

La dizione donne e minori contiene già in sé un interrogativo: la relatività e incertezza del dato anagrafico, sia in relazione alla famiglia che ai luoghi di lavoro. Che età hanno le donne e i minori? Fino agli anni più recenti, sostanzialmente, i giovani hanno rappresentato storicamente una sorta di nebulosa, come una foto d’epoca un po’ sfocata. La dizione “giovani”, o minori ha racchiuso fino a oltre la metà del Novecento un mosaico molto complesso, che solo negli anni Settanta e Ottanta, con il movimento femminista e le politiche di pari opportunità, si è per così dire sdoppiata declinandosi nei due generi, femminile e maschile.

Quando i giovani a qualunque età uscivano dalla famiglia di tipo patriarcale, cioè fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, diventavano immediatamente adulti, sposi e futuri genitori, quasi che gli anni della giovinezza, fossero solo preparatori alla vera esistenza. Né gli eventi bellici del Novecento, fanno molta chiarezza, anche se nell’immaginario collettivo la guerra è guerra di soldati, e quindi moria di giovani vite. Il volontariato maschile nella prima guerra mondiale faceva diventare improvvisamente uomini coloro che erano visti dalle madri lontani dall’essere adulti.

Per quanto riguardava le donne, il non possedere una cittadinanza piena non ha certo aiutato le giovani, future donne, aDonne al lavoro in fabbrica min collocarsi nello scorrere delle generazioni. Esisteva un’età per sposarsi, precocissima per le spose bambine dei matrimoni combinati, costantemente più bassa del marito, ma anche una per rimanere zitelle, che corrisponde oggi alla piena giovinezza, venticinque, trenta anni; un’età ancora più elastica, ma sempre precoce, per entrare nella prostituzione, meglio se illibate, il cui limite erano le malattie veneree e la possibilità di guadagnare, considerata l’età iniziale per molte di loro, sarebbe più esatto parlare spesso di pedofilia; un’età per monacarsi, precoce anch’essa, almeno fino a quando la Chiesa pose un limite; una non tracciabile all’anagrafe per partorire, teoricamente fuori del tempo, in pratica fino a quando il corpo ce la faceva, o non moriva.

Per ragazzi e ragazze, di adolescenza neanche a parlarne fino al Novecento inoltrato; di autonomia dalle figure genitoriali, nemmeno, indipendentemente dalla maggiore età. Le diverse età non erano logicamente correlate fra loro; ce n’era una per lavorare e in tal caso andavano bene anche donne e bambini/e di 8-10 anni, perfino 4-5 nel caso delle setaiole, durante la fase postunitaria del decollo economico, età che per la contemporaneità sono identificate con l’infanzia; nel caso dei diritti di cittadinanza, c’era un’età per votare, ventuno o venticinque per i maschi, nessuna per le donne, eterne minorenni, escluse come genere dal diritto di voto attivo e passivo.

La Costituente non ereditava granché dal governo liberale prefascista sulla tutela dei minori; la legge n. 1733 nel 1873, sul divieto dell’impiego di fanciulli in professioni girovaghe, che oggi collegheremmo anche allo sfruttamento sessuale. Nelle professioni girovaghe erano compresi saltimbanchi, ciurmatori, ciarlatani, suonatori, cantanti ambulanti, saltatori di corda, indovini, spiegatori di sogni, espositori di animali, questuanti e simili; per chi disobbediva, era previsto il carcere da uno a tre mesi e una multa da 50 a 250 lire, con la rimozione della tutela e della patria potestà. Nel 1886, quando l’Italia è in pieno decollo economico, la legge n. 3657 sul lavoro dei fanciulli, bontà loro, vietava di ammettere al lavoro negli opifici industriali, nelle cave e nelle miniere, fanciulli sotto i 9 anni e nei lavori sotterranei quelli inferiori ai 10 anni. Nei lavori insalubri l’età non doveva essere inferiore ai 15. La svolta sarà nel 1902 con la prima legge chiamata appunto sul lavoro delle donne e dei fanciulli, d’iniziativa socialista, detta legge Carcano dal ministro proponente, notevolmente rimodulata rispetto all’impianto originario. Il limite di età per i fanciulli si spostava a 12 anni, e 13 per le cave, miniere e gallerie. Dovevano essere forniti di un libretto e certificato medico, con le vaccinazioni e la frequenza del corso elementare inferiore dei primi due anni; paradossalmente anche le prostitute dai 18 anni in poi erano provviste di libretto, chiamato proprio libretto di lavoro. Quello sotterraneo era vietato ai ragazzi minori di 15 anni e alle donne minorenni. Dopo i 10 anni potevano lavorare 8 ore, ma non più di 11 ore i fanciulli di ambo i sessi, e non più di 12 ore le donne di qualsiasi età, con riposi intermedi e un giorno intero di riposo a settimana. L’ammenda era di 50 lire per ogni persona impiegata in modo scorretto, ma senza mai poter superare la somma di 5.000 lire.

Del 1907 è la legge sulle risaie e dello stesso anno il Testo unico di legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli. Restavano fuori le categorie del lavoro a domicilio, senza orario alcuno e senza alcuna protezione sindacale, e agricolo. Del fascismo, che si appropriava della lunga esperienza delle associazioni femminili per la tutela della maternità si ricorda l’Onmi; nessuna legge veniva però proposta per il divieto di ricerca della paternità, che bollava gli illegittimi e rendeva difficoltosa la ricerca di un lavoro. Sarà il Parlamento repubblicano appunto che nel 1955 abolisce l’inserimento delle generalità in atti e documenti, cioè l’omissione della paternità e maternità dai documenti anagrafici, grazie all’impegno delle parlamentari.

La Costituzione nel suo farsi impattava quindi età anagrafiche e atteggiamenti mentali difficili da smantellare; fondamentale siDonnealvoto 370 min rivelava il riconoscimento dei diritti della donna lavoratrice non solo madre e la sua tutela, che automaticamente comportava quella dei figli minori. Della cosiddetta Commissione dei 75, che provvedeva alla redazione del testo della Carta da sottoporre poi all’esame dell’intera Assemblea, divisa in Sottocommissioni, fecero parte Nilde Iotti, e Teresa Noce comuniste, Maria Federici e Angela Gotelli, democristiane e Lina Merlin socialista. Nella Terza Sottocommissione, presieduta da Meuccio Ruini, Partito della Democrazia del Lavoro, le onorevoli Maria Federici e Lina Merlin intervennero sul diritto al lavoro, e anche sul salario base, distinto dal salario che variava in relazione al carico familiare, all’aumento del costo della vita e così via. Teresa Noce nel rilevare la funzione sì naturale, ma anche sociale della maternità, era del parere che questo nuovo concetto democratico e civile andava affermato nella Costituzione; quindi proponeva, oltre al periodo di riposo prima e dopo il parto a salario completo, un assegno di gravidanza per tutte le altre mamme lavoratrici, l’assistenza medica per tutte, asili nido, dopo scuola, colonie-vacanze.

Lo spirito delle Costituenti lo si ritrova nei primi anni della Repubblica con la legge del 1950, n.860, Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, nel 1951 con la conservazione del posto di lavoro alle lavoratrici madri, con la legge 1963, n. 7, Divieto di licenziamento delle lavoratrici a causa di matrimonio, con la legge del 1967 n.977, Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti in cui possiamo vedere uno spostamento anagrafico; per fanciulli s’intendono i minori di 15 anni e per adolescenti, notazione sconosciuta prima, quelli compresi tra i 15 e i 18 anni. L’età minima è 15 anni e purtroppo anche la specifica dei pesi che i due sessi possono sostenere e trasportare che dà un’idea materiale delle loro fatiche. Infine la legge del 1971, n, 1204, sulla tutela delle lavoratrici madri. E’ solo del 1991 la legge sui primi interventi in favore dei minori, soggetti a rischio coinvolgimento in attività criminose. Per i minori, in questo caso, l’attività criminosa è un lavoro, così come la prostituzione; un dibattito attuale in Europa è infatti quello del riconoscimento delle prostitute come lavoratrici indipendenti, sex workers; solo nel 2011, con la legge n. 112, abbiamo l’Istituzione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

A mio parere l’onda lunga delle Costituenti, arriva fino al neo femminismo degli anni Settanta, intreccio visibile anche nella IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino, 1995; i diritti delle bambine sono distinti da quelli dei bambini, soprattutto per la tutela dei diritti riproduttivi e si denuncia la violenza delle spose bambine, il cosiddetto child mariage.

 

 

 

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Emigrazione e sfruttamento di bambini

lavoro minorile01gdi Michele Santulli - Un amico della emigrazione ciociara. Il Marchese Raniero Paulucci dì Calboli (1861-1931) di antica blasonata schiatta di Forlì, fu un diplomatico italiano in servizio prima presso l'Ambasciata d'Italia a Londra fino al 1894 per circa cinque anni e poi in quella di Parigi dal 1895 per circa quindici anni come segretario di legazione. Successivamente ambasciatore e nel 1922 Senatore del Regno. Personaggio sensibile e ricco di umanità e partecipe consapevole di certi avvenimenti che marcarono la sua epoca. Scrisse poesie, racconti, inchieste particolari, coltivò le arti e gli artisti nutrendo speciale interesse per lo scultore Adolfo Wildt del quale raccolse molte opere che poi donò alla città avita di Forlì. Al momento del famoso 'affare Dreyfus' che infiammò la Francia -l'ufficiale ebreo dell'esercito francese ingiustamente e scientemente accusato e condannato per certe colpe pur essendo innocente- anche lui prese parte in suo favore convinto della innocenza e scrisse un energico e veemente intervento in suo favore, alla stessa epoca in cui anche lo scrittore Emile Zola redigeva il suo celebre contributo dal titolo 'J'accuse'. Questi fatti succintamente ricordati vogliono aiutare a inquadrare la figura di un personaggio di non comune valore e umanità al quale l'Italia e maggiormente la Ciociaria, molto devono grazie al suo impegno e opera a favore della emigrazione dei propri figli per le vie del mondo: invero personaggio da ricordare e da onorare, come pochi.

E il mondo che lo colpì fu quello degli artisti girovaghi principalmente che in quell'epoca erano specialmente numerosi non solo a Londra ma in tutta l'Inghilterra e Scozia: suonatori di organetto o di piffero, ballerini o dando spettacolo col cane ammaestrato o con la scimmia talvolta anche con il povero orso. E pervenne ad un loro censimento arrivando a individuarne oltre duemila in tutto il paese, in prevalenza suonatori di organetto, molti di piffero, poche decine di arpa e qualcuno di altri strumenti quali il mandolino o il violino. E pur non menzionando la Valcomino (nessuno a quell'epoca conosceva questo angolo appartato dell'Alta Terra di Lavoro) riuscì ad individuare la localizzazione della massima parte di questa umanità nomade, 'sui monti degli Abruzzi e nella Campania' cioè, sappiamo, a San Biagio S., a Cardito di Vallerotonda, a Picinisco e certe sue frazioni, a Vallegrande di Villalatina e a Cerasuolo e a Mastrogiovanni di Filignano.

Ma il mondo ovattato e dorato nel quale viveva e operava a Londra non gli impedì di guardarsi attorno con sguardo attento e rilevare anche le storture e ingiustizie e crudeltà che vi si perpetravano, se si aprivano veramente gli occhi. Ma non erano i suonatori girovaghi in gran parte giovani sparsi per il paese che lo colpirono bensì gli adolescenti e i bambini in giro per le vie della città. La Storia ci ricorda che a Londra, i piccoli, avevano trovato il loro paladino già una cinquantina di anni prima in Charles Dickens che ne aveva descritto la terribile condizione in pagine memorabili divenute patrimonio della umanità e in prosieguo gradualmente salvaguardati dall'intervento delle private istituzioni e dello Stato. Paulucci di Calboli invece quelli che vedeva in giro erano gli sfortunati venuti da fuori, senza protezione alcuna, dall'Italia, alla sua epoca o pochi anni prima e che in prevalenza esercitavano il mestiere di sciuscià o lucidatori di scarpe e di stivali per le vie delle città o quelli che vendevano statuette di gesso o fiammiferi o erano sguatteri o lavapiatti nei ristoranti o spazzacamini.

Ma come erano arrivati questi bimbi/adolescenti/ragazzi in questi luoghi così remoti e lontani? Venivano letteralmente dati in fitto quando non venduti, dai genitori, a personaggi che facevano di mestiere quello di farsi dare in affidamento queste creature in cambio di indennizzi periodici e sottoporle poi ai lavori più duri e più pericolosi, a condizioni esistenziali inimmaginabili, nella promiscuità, nella sporcizia, nella malattia, nell'ignoranza. Sporchi e laceri e affamati si aggiravano per le strade chiedendo la elemosina quando possibile altrimenti ballando o saltellando o vendendo immagini sacre o terrecotte e altro. E guai per chi la sera non consegnava abbastanza soldi al 'padrone', così veniva identificato anche nei registri della polizia la umanità spietata che li gestiva e sfruttava. Stiamo parlando della 'tratta dei bambini', pagina terribile della letteratura che si occupa della emigrazione italiana, ancora non dovutamente studiata ed esaminata, come tutta la emigrazione ciociara.

Naturalmente già dal 1850 furono emesse leggi e provvedimenti a favore della infanzia abbandonata e sfruttata e l'Italia dal 1873 ma dovranno passare molti anni prima che la piaga almeno nelle linee generali si estinguesse, pur se la situazione durò, anche se in modo meno crudele che nel passato, fino agli anni '50 e 60' del secolo scorso allorché anche allora era abbastanza frequente che dei genitori 'affidassero' i figli, maschi o femminine, a parenti o amici all'estero per farli lavorare e guadagnare e rimettere soldi. Tale mondo terribile dello sfruttamento feroce e spietato di queste piccole creature messe al mondo inconsapevolmente a dir poco certamente per farle patire, offerte dunque in pasto alla miseria e alla abiezione nonché la tratta dei bimbi e la situazione degli emigrati, sono stati fatti oggetto di un libro-inchiesta divenuto pietra miliare della storia della emigrazione italiana in Inghilterra: "I girovaghi italiani in Inghilterra ed i suonatori ambulanti" edito nel 1893. Due momenti dunque: prima quello della tratta dei bimbi e poi quello dei giovani che guadagnavano il loro pane come artisti girovaghi, quasi tutti originari dai paesetti della Valcomino e alcuni bambini anche da Belmonte Castello.

Ma è la emigrazione a Parigi che maggiormente tenne occupato Paulucci dì Calboli, dopo la esperienza e gli scritti in Inghilterra. A Parigi e in Francia trovò una situazione molto più vasta e articolata che si distingueva per tre fenomeni sociali specifici: le modelle e modelli di artista, i bimbi anzi la 'tratta dei bimbi' -in Francia molto più vasta e sconvolgente che in Inghilterra- occupati principalmente in certe fabbriche o sulle strade o come spazzacamini e gli artisti girovaghi. Da una ricerca sul campo effettuata da Paulucci dì Calboli abbiamo la conferma che di 23 località da lui individuate di provenienza di questi, per limitarci a loro, bambini/fanciulli occupati in varie attività alla fine del 1800, 20 si trovavano nel cosiddetto distretto borbonico di Sora cioè, noi sappiamo, nella Valcomino e nelle Mainarde Molisane già ricordate...Cioè sempre, di nuovo, tutto, dalla Valcomino, luogo dunque di massima sofferenza ma anche luogo di grande bellezza e di grazia dei suoi figli, binomio sicuramente come nessuno al mondo. In un prossimo intervento ricorderemo la situazione in Francia come indagata da Raniero Paulucci d' Calboli.

Qui dunque ci arrestiamo e rimandiamo chi ne vuol sapere ancora al libro: "MODELLE E MODELLI CIOCIARI nell'arte europea a Roma, a Parigi, a Londra nel 1800-1900".

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