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Intelletuali di tutto il Mondo unitevi

massimo cacciari 350 minArticolo di Massimo Cacciari - Non ho vissuto l'età dei totalitarismi, l'età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell'età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una "fuga immobile" anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l'integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti "protestanti" ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre, non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l 'inclusione di tutti, seguendo l'insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale: "Homo sum humani nihil a me alienum puto".

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e "veloce" che "vivendo in burrasca" rischia di precipitare nel baratro dell'indifferenza o, nella peggiore delle ipotesi, dell'intolleranza, dell'aggressività pericolosa e ignorante.
Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos,una cultura che percepisca l'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l' "altro da sè" una risorsa importante giammai una minaccia .
Nell'età delle interconnessioni non c 'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra , di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall'UOMO, non prima dall 'uomo Italiano , nè come in passato, prima dall'uomo della Padania ma dall'UOMO in quanto umanità. È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l'uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

Intelletuali di tutto il Mondo unitevi, c'è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente.

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20 settembre 1870. Fine di un mondo

presadiportapia 350 260 mindi Michele Santulli - Prima di questa data e andando indietro nel tempo Roma si presentava al mondo quale isola chiusa e protetta dalle sue alte Mura, splendente nelle sue antichità e nei superbi palazzi e ville e nelle sue magnifiche chiese, letteralmente uniche al mondo. Gli abitanti, senza troppe preoccupazioni e assilli, trascorrevano la loro esistenza, quando liberi da processioni e celebrazioni e da qualche impegno di lavoro, quasi sempre assistendo a spettacoli all’aperto di marionette, saltimbanchi o a esecuzioni di delinquenti, ecc., o in saltarelli e balletti o nel gioco delle bocce e delle carte e della morra, all’osteria …: abitavano la parte di Roma nell’ansa del Tevere, non andando di regola al di là dunque dei famosi sette colli: basti dire che San Giovanni in Laterano era fuori dal centro abitato e lo stesso il Colosseo, cioè i tre quarti dei 1500 ettari circa che costituivano il territorio entro le Mura, era infatti occupato dalle grandi Ville e dai vigneti e campi agricoli e dalle vestigia archeologiche.

Ville di cui cogliamo un embrione di magnificenza dai quadri degli artisti che le hanno ritratte: Villa Ludovisi, Villa Negroni, Villa Altieri, Villa Giustiniani, Villa Casali, senza contare quelle a ridosso delle Mura: Villa Ada, Villa Borghese, Villa Pamphili, per citare a memoria. Subito dopo le Mura vi era il cosiddetto ‘fuori porta’ dei Romani: vigneti, campi, osterie, ville dei nobili e degli arricchiti. Al di là, dopo cinque-sette Km, si distendeva un territorio malsano e infestato dalla malaria. I due fiumi, il Tevere e l’Aniene, all’epoca spumeggianti e fragorosi, attraversavano l’uno dal Nord e l’altro dai Simbruini questo territorio miracolosamente intatto. Quando arrivava l’afa estiva e il ponentino non soffiava, tutti al fresco dei Castelli dove pure si levavano ville favolose: Villa Aldobrandini, Villa Falconieri, Mondragone, la Rufinella, Castelgandolfo…

 

Tutto scorreva tranquillo, tutto sotto il controllo oculato e manageriale eppur comprensivo del papato. Una dominazione di quindici: un governo illuminato, considerato e rispettato da tutti gli Stati europei. Era un unicum, intelligente, vivo, disponibile, aperto a tutti purché nel rispetto incondizionato delle alte finalità della Chiesa. E’ vero, i reietti e gli ostinati e i contestatori spesso venivano ammazzati -in quasi ogni piazza si levava la forca- certe ideologie tenute lontane, ma ciò faceva parte del sistema: la teocrazia non ama il dissenso. Ma questa era l’eccezione. La regola era la felicità e il benessere per tutti: Roma Felix. Allo stesso tempo erano presenti numerose case di piacere, per tutti i gusti e inclinazioni sessuali e anche le dottrine di Saffo erano particolarmente a loro agio in questa autentica isola di Lesbo che era anche Roma.

Tutto l’anno, da secoli meta non solo dei pellegrini -i portatori di soldi- ma della diplomazia, dell’aristocrazia, dei grandi finanzieri europei, dei monarchi e sovrani, degli scrittori e dei viaggiatori. Gli artisti poi da almeno il 1400 ne avevano fatto la loro scuola e la loro fonte di insegnamento: in ogni periodo dell’anno ne erano presenti almeno cinquecento da tutta Europa e non pochi, ammaliati dall’incanto circostante, vi rimasero fino alla morte. La risorsa economica erano il turismo e i pellegrinaggi: oggi diremmo:, turismo religioso.

Tutto veniva intrapreso per tenere sempre sveglia la esigenza del viaggio a Roma: si immagini che cosa poteva succedere nei giubilei. Era un flusso continuo di umanità che il più delle volte a piedi, dopo viaggi estenuanti e talvolta mortali, che duravano mesi da ogni parte d’Europa, arrivavano a Roma, attraverso la Via Flaminia, vero cordone ombelicale della Citta Eterna con il Nord. E’ il ricordo di queste realtà che fa comprendere il significato profondo dell’appellativo: Città Eterna. Inimmaginabile la quantità di trattorie, alberghi, pensioni, ristoranti.

E quindi i poeti gli scrittori gli artisti, arrivati a Roma, scoprivano un nuovo mondo e non pochi chiaramente scrivevano che fino ad allora non avevano in realtà mai vissuto: era l’Arcadia, l’Eden sulla terra! E non sono le inevitabili critiche contrarie (il ghetto dei poveri ebrei, la quantità enorme di trovatelli e di N.N. le esecuzioni capitali ricorrenti, ecc) che possono cancellare tale valore unico. Roma era veramente la Città Eterna, la Caput Mundi, sempre la stessa, pur avendo subito anche essa violenze e prepotenze inaudite. Ma è stata come la fenice.

 

E invece vi è stata una contingenza della storia degli uomini, in realtà degli italiani, che ha ferocemente e proditoriamente spezzato tale esistenza e annientato e distrutto questo paradiso unico al mondo, una contingenza che ha avuto come risultato la più grande tragedia che possa aver colpito la umanità. In effetti tutta la umanità non può far riferimento a una calamità delle proporzioni e degli esiti che hanno colpito e annientato Roma antica. Nessuna società ha potuto vantare sul proprio suolo un eden amato e seguito per almeno quindici secoli quale è stata Roma! Nessuna. In altre parole l’umanità è stata privata, con violenza e ferocia, del suo gioiello più prezioso e unico: Roma papale e antica.

Ci riferiamo al 20 settembre 1870 e a quello che avvenne dopo.
Qui ci arrestiamo in quanto correremmo il rischio di urtare certe sincere o false suscettibilità, accendere polemiche e soprattutto dar la stura a concetti e teoremi della storia che vengono propinati agli italiani dove si mette sotto il faro dell’eroismo e della solidarietà e della cosiddetta indipendenza nazionale, quello che è stato invece un episodio della massima violenza e ferocia e appropriazione e spodestamento e poi, per sadismo, di annientamento e di cancellazione. Non menzioniamo la vigliaccheria e l’opportunismo iniziali.
Quella che oggi si chiama Roma è un simulacro di Roma antica. Il suo nome esatto è: quarto mondo o quinto mondo. Preda delle orde fameliche dei cementieri savoiardi che l’hanno trasfigurata e deturpata, di quelle mussoliniane, ma soprattutto e principalmente delle orde cementiere democristiane, che imperversano indisturbate fino ad oggi, che l’hanno sfigurata e mutilata e alienata. Il colmo di tale immane disgrazia, equivalente a un secondo suicidio, è stata la recente di questi anni trapanazione e perforazione del sacro suolo della città per farne la metropolitana: perché la metropolitana la possiede Parigi, Londra, Beirut, Tunisi, Cairo, Calcutta, ecc. Sciagurati e scellerati personaggi, di cui la storia farà scempio e sberleffo.

 

 

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“Qual è il tuo sogno?” Un mondo senza razzismo

  • Pubblicato in Partiti

amare 350 260 mindi Irene Mizzoni - “Qual è il tuo sogno?” Un mondo senza razzismo. Diallo Alpha Oumr
Diallo Alpha Oumr vive nei pressi di Cassino. In Guinea si è laureato e lì ha lavorato come assistente universitario, finché non ha dovuto lasciare il suo Paese. Oggi è un rifugiato politico. E’ studente del terzo anno presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Cassino. Dopo tante peripezie, ha imparato a parlare fluidamente italiano, francese e inglese. Per lui non è stato facile. La difficoltà più grande è stata imparare la lingua. Quando è arrivato in Italia volevano riscriverlo alle scuole medie. Lui non ha mollato e oggi è a pochi passi dalla seconda laurea.

Una storia toccante raccontata da lui stesso domenica pomeriggio durante l’incontro-dibattito che è stato organizzato dal Prc di Sora. Al suo fianco la dottoressa Maria Laura Bartolomucci, responsabile di uno dei centri di accoglienza presenti sul territorio, i professori Marco De Nicolò, docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Cassino, il professor Pasquale Beneduce, docente di Storia del Diritto Medievale e Moderno presso la stessa Università, il professor Gabriele De Ritis, educatore e il segretario del locale circolo del Prc Luigi Pede.

Una storia, quella di Diallo Alpha Oumr, preziosa per tutti coloro che credono in una società multietnica e multiculturale. E’ stato lui a farsi avanti, a raccontare la sua storia alla folta platea presente. La sua è una delle tantissime storie d’amare. Storie di persone, storie di resistenza, storie di lotta e insieme di grande sensibilità, perché chi ha conosciuto la sofferenza non può desiderare che altri ne facciano esperienza.
Raccontare è scoprirsi e conoscersi. E’ abbattere il muro dei pregiudizi, è mettere in circolo la solidarietà. E’ sentire forte lo spirito di fratellanza. Una serata importante quella di domenica che grazie agli straordinari relatori ha affrontato vari aspetti dei fenomeni legati ai flussi migratori.

Le migrazioni non si possono fermare. Le migrazioni sono il futuro. La storia dell’umanità è storia di migrazioni. Bisogna conoscere la storia per comprendere davvero i fenomeni e saper leggere quello che ci accade intorno; bisogna scegliere sempre le parole giuste perché le parole soffiano sui sentimenti che possono trasformarsi in azioni. Le storie sono le persone e le persone hanno un nome, una identità. L’identità è dignità. Sono questi i concetti sui quali ci si è soffermati a riflettere domenica.

Un incontro riuscitissimo al quale le donne e gli uomini di Prc della provincia di Frosinone intendono dare seguito. «E’ solo la prima di una lunga serie di iniziative» – ha spiegato il segretario Paolo Ceccano – «Durante i lavori di preparazione è stata lanciata l’idea di istituire un coordinamento che si occupi di mettere in campo altre iniziative del genere. Voglio ringraziare ancora una volta i relatori e tutti i ragazzi che hanno partecipato, fra l’altro deliziandoci con piatti davvero straordinari. E’ stata una serata meravigliosa».
Sora, 31 luglio 2018

 

 

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Tutti i nomi del mondo

Eraldo Affinati 350 mindi Diego Protani - Tutti i nomi del mondo. Autore: Eraldo Affinati. Editore: Mondadori

Sinossi: Fare l'appello delle persone che abbiamo incontrato nella nostra vita, capire in quale senso sono state importanti e perché hanno lasciato un marchio indelebile: l'insegnante protagonista di questo romanzo compie un gesto consapevolmente rischioso che tuttavia lui sente necessario, quasi ineludibile.

Ad accompagnarlo nell'impresa, con l'ingenua volontà di proteggerlo, per fortuna c'è Ottavio, suo ex alunno ripetente che si esprime soltanto in romanesco. Rispondono ventisei nomi, quante sono le lettere dell'alfabeto: individui provenienti da ogni parte del mondo, giovani profughi, antichi amici dispersi, nonni paterni e materni, adolescenti pieni di speranza, a volte sventurati.

Alcuni, sopravvissuti a guerre e carestie, vivono fra noi; altri, che lasciano intravedere, insieme a un passato lancinante, vicende legate alla storia della Resistenza italiana, parlano da un oltre. Gli interlocutori, convocati al Colle Oppio di Roma, registrano la loro presenza in una scuola di lingua per immigrati, chiamata Penny Wirton, dove frattanto continua a scorrere tumultuoso il fiume d'umanità dolente che tutti ben riconosciamo.

Ognuno racconta l'avventura in cui è impegnato. Ne scaturisce un'originalissima riflessione corale sull'epoca che stiamo attraversando, scrutinata nel filtro di un'esperienza intima e personale. Eraldo Affinati, con questa sorprendente Spoon River, imbastisce un processo autobiografico e collettivo sui temi che sin dall'inizio hanno contraddistinto, come un filo rosso, la sua opera inconfondibile: libertà, responsabilità, educazione, giustizia, valori etici, religiosi e politici. Ma stavolta, scoprendo le ragioni profonde della propria vocazione pedagogica e letteraria, non può evitare di subire il controfagotto, comico e caustico insieme, del suo allievo preferito: il solo, forse, in grado di consegnargli alla fine la vera risposta che lui desiderava.

 

 

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Buongiorno...

unabellagiornata 350 min"Buongiorno..."

Buongiorno mondo!!!

buongiorno a chi soffre...
ma trova sempre un modo per sorridere..

Buongiorno a chi non ha problemi ...
ma li crea agli altri.

Buongiorno a chi cerca un lavoro e non lo trova...
ma continua a sperare

Buongiorno a chi un lavoro ce l'ha...
ma spera di non perderlo.

Buon giorno a chi è innamorato ...
e il suo primo pensiero è lei...

Buongiorno a chi rende la vita migliore agli altri...

Buongiorno a te...che da quando ci sei è sempre un buongiorno!!!

 

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Maria Spilabotte: Quando i bambini sono in pericolo il Mondo lo e'

bimbiinsiria minDichiarazione di Maria Spilabotte: «Quando i bambini sono in pericolo il Mondo lo e'. Mentre in Italia si discute, a settimane dal voto, di poltrone e improbabili alleanze, la Siria sta diventando il cimitero dei bambini nel silenzio piu' vergognoso. L'enclave siriana controllata dai ribelli impedisce di sfruttare i corridoi umanitari e questo dopo la risoluzione dell' Onu. Goutha Est e' isolata . I 400mila abitanti sono sotto costante bombardamento. In molti si riparano sotto le macerie o vivono sotto terra. I centri medici sono pieni di bambini feriti. Le strutture sono al collasso, mancano le medicine. Oggi, le parole "aiutiamoli a casa loro" pronunciate da chi dovrebbe governare, ma si pone come priorita' corteggiare papabili partner politici, criticati aspramente fino a pochi giorni fa, rappresentano un insulto ai diritti umani, sui quali cade il sangue degli innocenti. Quale futuro per un Paese che volge lo sguardo alla logica dell'interesse mentre i bambini vengono massacrati?»

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Uno strano mondo la Scuola!

Caltanissetta 42inaula mindi Daniela Mastracci - Uno strano mondo la Scuola!

Hanno tagliato le ore di scuole, hanno tagliato il numero di insegnanti, hanno tagliato il numero di scuole, hanno dato e poi tolto il tempo prolungato e il tempo pieno, hanno dato e poi tolto più maestri e maestre alla scuola elementare, hanno messo in ogni classe un numero spropositato di alunni, le hanno fatte diventare classi pollaio, hanno detto che si potevano tagliare le ore di 10 minuti: si chiama sempre ora, ma dura 50 minuti, calcolando per almeno tre ore al giorno accorciate, abbiamo 30 minuti di lezione in meno ogni giorno dell'anno scolastico: 200 giorni di scuola fa 112 ore di lezione in meno. E anno dopo anno? E le lezioni perse dietro a convegni, lectio magistralis, prove di esodo, assemblee varie, giornate dedicate a educazioni varie ed eventuali, giornate della memoria, presentazioni di libri? Oggi poi tutte le ore per l'alternanza scuola lavoro?

Si dice che "non deve lasciare indietro nessuno"

Insomma insegnanti, genitori, studenti, chiediamoci quante ore effettive di lezione si fanno ogni giorno, ogni anno scolastico? Si dice che si faccia tutto il possibile per recuperare le carenze: come? Con quali finanziamenti? In quali ore?

Si dice che "non deve lasciare indietro nessuno" ma lascia tutti indietro, di un "indietro" ben studiato, compreso appieno come l'esatto contrario della emancipazione.
Si dicono cose in apparenza belle e condivisibili, si ammanta di democratico afflato egualitario. Ma sono solo parole, perché i fatti dicono il contrario.
La scuola forse non lascia indietro nessuno perché lascia tutti esattamente dove li ha trovati.

Pochissimi saranno coinvolti nei corsi di recupero: 10 ore di matematica intensive, mediamente, per recuperare un anno di scuola? No, impossibile. Si dovrà indicare i saperi minimi, le competenze di base, una piccola porzione di programma perché sia compatibile con il numero di ore disponibili, ovvero con i fondi disponibili, che sono irrisori, come lo sarà il corso di recupero, a meno che gli insegnanti, votati alla missione, cercheranno di operare ciò che forse i governi si aspettano: dei veri e propri miracoli. D’altro canto che ne è delle materie che non fanno prestigiosamente parte dell'indirizzo specifico della scuola? Quelle non hanno accesso ad alcun corso di recupero, perché quel poco di finanziamento erogato, deve essere destinato alle materie di indirizzo, nelle modalità dette sopra.
Oppure i consigli di classe decidono la modalità del recupero in itinere, che altro non è, però, se non una verifica in più, qualche tempo dopo quella andata male. Oppure ancora si opta per lo studio individuale, che non è altro se non la volontà, forse ritrovata, dell'alunno di mettersi a studiare per suo conto. Altra scelta disponibile è la “pausa didattica”: questa modalità risolve tutti i problemi perché elimina il problema fondamentale dei soldi che non ci sono. La pausa didattica si fa in orario curriculare, ovvero di mattina al posto, sottolineo al posto, dell’orario e del programma didattico "normale", e si fa mettendo in stand by le materie per le quali non occorre recupero e le cui ore verranno dirottate su quelle da recuperare. Risultato? Non si fa lezione per una o due settimane, se non per le discipline con maggiori carenze: le scuole fermano l'attività didattica (si chiama pausa appunto), si rimodula l'orario, le classi si scompongono (i bravi restano con i bravi, a fare un qualche non meglio specificato potenziamento), i meno bravi si uniscono e fanno quel po' di recupero, ma non faranno le altre materie. Se ci guadagnano da un lato, ci perdono inesorabilmente dall'altro. Tutto però senza oneri per lo Stato perché il Miur non deve pagare ore aggiuntive a nessuno. Così si è lavato la coscienza: dice che non deve restare indietro nessuno, e non spende euro di più, ha così trovato la soluzione ideale. Con quale risultato? meno giorni di scuola, meno didattica curriculare, meno materie da studiare, qualche ora sottratta alle materie non da recuperare, che non importa se non si faranno, e il gioco è fatto, opportunamente nascosto dietro la apparente buona causa della “pausa didattica”.

I recuperi fantasmi di una "scuola tagliata" con la "classi pollaio"

L’ultima chance per gli studenti con giudizio sospeso sarà il recupero estivo? Quante ore effettivamente? Le famiglie sono obbligate? La famiglia dell'alunno può decidere di non avvalersi dei corsi di recupero, bensì di risolvere autonomamente (lezioni private -?-)
Il corso di recupero consisterà di poche ore e vi confluiranno alunni che provengono da classi diverse, con percorsi diversi, ed esigenze diverse. Inoltre sarà svolto in fretta, tra gli esami di stato e la metà circa di luglio, quando si sarà già concluso anche l'esame per il recupero e gli scrutini finali.
Tutto finito già a metà luglio perché la legge obbliga così: solo in casi eccezionali, motivati, straordinari, sarà possibile dare più tempo e fare gli esami del recupero all'inizio del settembre successivo: perché in tali date occorrerebbe riconvocare gli insegnanti supplenti, cui è scaduto il contratto a tempo determinato (ad esempio gli insegnanti il cui contratto scade il 31 di agosto). La riconvocazione determinerebbe una spesa aggiuntiva che le scuole non potrebbero giustificare se non, appunto, con straordinarie necessità. Quindi la legge dice che bisogna recuperare le carenze, ma destina fondi ridicoli, non consente tempi di recupero umanamente accettabili e congrui allo scopo, perché non si può spendere di più. La spesa è inferiore in termini assoluti, rispetto a quanto essa dovrebbe consentire per un recupero reale e non solo formale: certifichiamo recuperi sulla modulistica ma la realtà sostanziale soffre comunque gravi carenze. Oppure dobbiamo fermare studenti perché non si è dato loro un margine maggiore entro cui “riallinearsi” ai saperi minimi richiesti. Cosa sostenere di fronte alle famiglie che credono nel recupero, ma che si dovessero sentir dire che il proprio figlio non ce l’ha fatta? Le famiglie dovrebbero sapere che la spesa sociale diretta alla scuola pubblica è insufficiente. Seppure i docenti si spendano faticosamente e senza giusta retribuzione, non possono comunque colmare lacune strutturali dovute a mancanza di fondi, e dovute al numero di studenti che di giorno in giorno ciascun insegnante deve seguire. E’ possibile seguire e non lasciare indietro nessuno quando si devono interrogare 30 alunni? Leggere e correggere 30 elaborati per classe? Le famiglie dovrebbero conoscere l’entità del lavoro reale degli insegnanti e comprendere che senza invertire le scelte prese fino ad ora, non è pensabile che le lezioni siano davvero produttive, né che i recuperi siano compatibili con le necessità. La proposta che andrebbe fatta è: maggior numero di docenti, minor numero di studenti per classe, ovviamente questo implicherebbe finanziamenti maggiori di quel che invece gli ultimi governi sono disposti a fare.
Conclusione? La scuola tagliata, la scuola con le classi pollaio, la scuola con pochissime ore di didattica vera, la scuola con pochissimi fondi, dei recuperi fantasma, pause didattiche che tagliano ulteriormente su materie non di indirizzo (tra le tante, la storia, la geografia, la filosofia, l'arte, la stessa lingua italiana). Tutto questo nella sostanza è scuola che non lascia indietro nessuno? Oppure è scuola che lascia indietro tutti, chi più chi meno?

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Io studentessa sono preoccupata del futuro del mondo

inquinamento acqua 350 260di Veronica Herian* - Tutti siamo a conoscenza di cosa finisce nel piatto, ma nessuno ne parla, nessuno vorrebbe migliorare questa zuppa e quindi si crede che tutto vada bene. I problemi invece sono molti: gli agenti atmosferici che hanno iniziato ad essere violenti, non rispettano le stagioni. Sono tutti problemi dovuti all'inquinamento, come a qualcuno non importa, una piccola percentuale vuole migliorare cercando di diminuire e migliorare il problema (sembra che falliscono ogni volta) con soluzioni a dir poco stupide. Non basta cambiare le macchine o migliorare il petrolio o diminuire il fumo delle sigarette. Bisognerebbe migliorare fabbriche, aerei, il surriscaldamento globale che scioglie gli iceberg e le persone che per divertirsi danno fuoco ai boschi o a plastiche che rilasciano tossine tossiche. Nessuno ne parla? o nelle terre dei fuochi dove seppelliscono le immondizie che non so cosa rilasciano, dopo ci piantano sopra o bruciano le grosse montagne di immondizia. Però sono i primi a criticare. Seguono anche altri problemi come l'agricoltura: l'acqua che cade dal cielo intasato di polveri ecc. diventa non potabile e con quest'acqua noi beviamo e mangiamo, facciamo crescere piante, inquiniamo l'erba da dove i nostri animali si cibano. Oppure i disboscamenti per i palazzi, strade, carta. (in altri Stati mandano squadre di scuole per piantare piantine nuove) Tutto prende origini dalla storia ormai.

Tutto porta all'aumentare i morti, le malattie, bambini che nascono con delle deformazioni, prendere pasticche o vaccini. Sempre meno alberi portano a meno aria pulita, sempre più palazzi alti causa sempre meno cielo azzurro, sempre più strade portano ad avere meno verde. Invece di migliorare il mondo pensano di spostarci su un altro pianeta per viverci, ma se abbiamo distrutto un pianeta che ci sta dando molto, da sotto terra fino al cielo, cosa pensiamo di fare nell'altro pianeta? Forse la "Futura Terra?" Forse sbagliando si impara, ma stiamo danneggiando noi stessi, sempre più gente a cui non importa nulla delle parole di chi ci tiene e vuole migliorare. Non credo ci siano più pesci sani, senza plastiche all'interno o acqua naturale potabile, non ci sono più quelle carni fresche perché modificate chimicamente. Non ci sono più mari puliti dove andare in estate e farsi un bel bagno o boschi dove rilassarsi o andare a farsi una camminata (e se ci sono sporchi per tutte le immondizie). inquinamento da combustione

La Terra, la nostra Terra, va vista come una Bambina premurosa che si è presa e prende cura di noi, dandoci tutto il suo amore, vita, ossigeno, acqua, cibo. Allora ecco dove NOI abbiamo iniziato a scavare in lei per diamanti, oro, argento, ecco dove abbiamo iniziato a chiedere molto e a rovinarla sempre più. Questa Bambina sarà sicuramente stufa e ha iniziato a ribellarsi facendoci del male come noi ad essa e allora dopo nei telegiornali ammettono le crude verità. I terremoti, le piogge inesistenti in inverno, la grandine o neve in estate. E' come mangiare una zuppa ''schifosa'' ma continuare a dire che è buona, invece di avvicinarci alla pentola e migliorarla. Ecco cosa abbiamo nel piatto, un piatto dove forse c'è scritto il futuro più triste e doloroso, un futuro dove forse non ci sarà. Ci sono parchi e zone protette dove proteggono animali e vegetazione per evitare di estinguerli, ma il problema è che il vento, l'acqua portano tutto ovunque.

MA NON TUTTO SI TROVA NELLA SUPERFICIE: i tubi di discarica delle industrie nel mare, sostanze radioattive, rovinano anche una vita nuova in un grembo materno. Da quando hanno scoperto la plastica si sono scordati del rispetto ed educazione. Non hanno quel male interiore nel mentre buttano un fazzoletto su un prato dove forse si può fare un pic-nic, o distendersi o dove forse possono nascere dei nuovi fiori o mangiare un animale innocente, forse anche raro ormai o in via d'estinzione. Tutto ha un ciclo vitale che noi stiamo distruggendo, tutto serve ad altro. Quando l'uomo ha solo in testa i soldi, si renderà conto degli errori solo quando l'ultimo pesce non sarà buono, l'ultima goccia d'acqua non potabile, l'ultimo albero abbattuto o marcio dentro, quando il cibo non ci sarà più e dal cielo non vedremo più stelle. Solo quando vedrà che la moneta d'oro tra i denti non prendono sapore, forse sarà troppo tardi per migliorare la zuppa nella pentola per i nostri piatti.

* studentessa del 3B del Liceo Artistico Anton Giulio Bragaglia

 
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Preferire il mondo bucolico ed isolato, ma vero, di quella pregiata oliva itrana bianca

Vitaagreste Segantini La ragazza che fa la calza 350 260di Antonella Necci - Raccontare senza mantenere gli aspetti crudi della realtà non è possibile. Almeno non lo è più. Nessuno crederebbe più a quel " .... e vissero felici e contenti " che fa parte della componente illusoria delle favole. Quali illusioni ci ha lasciato la società attuale? Nessuna.
Dunque, l'unica, palliativa forma di illusione sarà, per me, raccontare qualcosa di vero come se narrassi una favola. Solo non a lieto fine. Come accade nella realtà, perché nella fantasia chiunque si può permettere il lusso di concludere i propri film mentali come meglio crede.
Senza tanti dettagli, vi voglio narrare la storia di un grande amore rimasto tale, di forti passioni fatti solo di sguardi intensi, di violente liti per divergenze di idee e per qualche suoerflua zizzania posta in atto da chi sa leggere l'amore, ma lo nega per egoismo e avidità.

Questa storia troppo bella da non meritare lo svilimento di inutili nomi, ambientazioni,particolari fisici, ha come tratto di unione l'oliva Itrana bianca e la sua coltivazione, che tutti sanno, si snoda nell'area limitrofa a Gaeta e si estende soprattutto nella zona di Sonnino.

Coltivare un'oliva così pregiata può essere un obbligo per chi è nato da quelle parti, o una passione, per chi, da quelle parti ha deciso di viverci solo per stare vicino alle proprie piante e vederle produrre al meglio.

Chi fa simili scelte merita rispetto. Rappresenta uno stimolo in più per gli abitanti del luogo. Chi cerca di spostare il baricentro degli interessi personali lontano dalla grande città ha una marcia in più, ha doti che, in alcuni luoghi di questa regione, vengono davvero valorizzati e non bloccati da invidie e gelosie.

A distanza di due anni, e solo per un caso fortuito, mi sono resa conto, dopo un mezzo pomeriggio perso a sentire le chiacchiere a vuoto degli anagnini, e tutte le loro rivendicazioni a voler essere la "costola di Adamo" della metropoli,che esistono persone che non hanno il mito della grande città corrotta. Queste persone reagiscono con forza, con "cattiveria" se qualcuno lede i loro diritti.
E "odiano" con forza chi si adegua e tollera le sottili forme di corruzione.

Queste persone "decise", non amano adagiarsi sugli allori, ma sono sempre alla ricerca di uno stimolo,di qualcosa che permetta loro di crescere e di arricchirsi.Ecco perchè quando mancano, mancano in modo così forte.
Perchè lasciano un segno.
Un segno o un graffio che crea una ferita profonda, poco importa. La profondità è figlia dell'intensità, e anche di ciò che è stato donato attraverso la loro presenza.oliva itrana 350 260
Ritrovare il baricentro della propria esistenza è, per certi individui, più determinante che perdere tempo tra gli uomini.
Ad un individuo, in modo specifico, la mia testa si è volta ieii sera, mentre cercavo di assemblare le vorticose chiacchiere che avevo udito nel pomeriggio ad Anagni, e trattanti la presunta o anche non presunta diversità tra i figli di Anagni collocati nel centro storico e zone limitrofe, e i figliastri siti nelle vallate adiacenti.
Un problema comune in tutti i paesini del frusinate e io oserei dire, in tutti quei paesi del mondo dove il razzismo e la ristrettezza di idee hanno la meglio.

Al mondo ci sarà sempre il dissidio tra "figli e figliastri", tra Nord e Sud, tra periferia e centro, tra chi si credere di essere e chi cerca di assomigliare a chi si crede di essere.

Ma solo pochi individui avranno il coraggio di non-essere tutto questo, e lotteranno per rendere visibile la propria individualità quel tanto che basta da far percepire la loro sottile,ma consistente presenza.
Pochi, appunto. E pochi sapranno stare vicino a loro, perchè presi, tutti, dal vortice senza senso, delle parole, più che da ciò che si prova davvero quando si incontrano le persone che ci cambiano la vita.

Ecco. Io devo ringraziare il mio grande e litigioso amore, perché mi ha aperto gli occhi e ha continuato a farlo anche quando è andato via. Anche quando ha preferito il mondo bucolico ed isolato, ma vero, di quella pregiata oliva itrana bianca.
Nudo e puro e senza compromessi.
Anche se a me non sembrava così. Almeno non fino a ieri sera.

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I volti della parità nel mondo

Nessunaviolenzacontroledonne 350 260di Fiorenza Taricone - I volti della parità in ottica internazionale
Il Novecento, secolo breve secondo la celebre definizione di Eric Hobsbawm, per la densità e la velocità degli avvenimenti che lo hanno contraddistinto, è passato alla storia anche, e correttamente, per un primato assai poco invidiabile di eventi sanguinosi e violenti; lo ricorderemo come un concentrato di atrocità: pogrom, campi di concentramento, olocausto, atomica di cui quest’anno si ricorda il 70° anniversario, passando per gli stupri civili come le marocchinate in Italia a guerra finita con i tedeschi in ritirata in Italia, per finire con la pulizia etnica nei Balcani. Francisco Goya non immaginava che a pochi secoli come questo si sarebbe adattato il titolo del suo celebre dipinto di fine Settecento: Il sonno della ragione genera mostri.
La prima guerra mondiale e la seconda hanno dato inizio e proseguito una strategia di globalizzazione della violenza, in cui l’internazionalismo no war ha subito pesanti sconfitte. Non a caso, invece, nel periodo più lungo di pace che l’Europa ha conosciuto, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, è nata invece una rivoluzione del tutto pacifica, che continua a dare i suoi frutti; parliamo della rivoluzione femminile, o se si vuole del neo-femminismo degli anni Settanta del Novecento, che aveva anche in altri paesi extra europei, Inghilterra e America, una tradizione nei secoli precedenti. I movimenti emancipazionisti, femminili e femministi, fin dal XVII secolo, in connessione con le scoperte geografiche che mostravano come il mondo non finisse dopo le colonne d’Ercole, nasceva inevitabilmente in ottica internazionale, perché il genere femminile, più della classe, più della razza, più delle nazionalità, era trans-nazionale.

Una rivoluzione profonda e radicata ovunque

Una rivoluzione non sanguinosa, anche se può sembrare contraddittorio perché il lessico della storia tradizionale ci ha insegnato ad accoppiare il termine con lutti e violenze; aspra certamente in tutti i paesi europei ed extra europei dove le donne, ben visibili sulla scena pubblica, hanno fatto sentire la loro voce, dove talvolta alle manifestazioni sono seguiti scontri con le forze pubbliche, occupazioni di luoghi “di donne”, sit, marce, proteste, ma nessuno ha dovuto piangere una scomparsa. E in un secolo come il Novecento, con le caratteristiche sopra ricordate, non è poco. “Si tratta della più profonda e radicale trasformazione sociale, politica e culturale mai avvenuta, certamente non la sola rivoluzione del XX secolo, ma l’unica destinata a oltrepassarlo”(G. Conti Odorisio, La rivoluzione femminile).
Due sono le domande preliminari che viene spontaneo porsi, anche a chi non è addetta ai lavori: come hanno fatto le donne della prima metà del Novecento a uscire dai limiti del provincialismo mentale e geografico, e quindi a far diventare la questione femminile transnazionale; e come il web ha incrociato le tematiche della parità di genere.
Una rapida riflessione sui mezzi che le donne del primo Novecento avevano per comunicare, fa capire con immediatezza quanto gli sforzi per costruire una rete di genere fossero cospicui. La lotta per la parità fra i sessi per nuovi diritti, per l’abolizione di vecchi privilegi di un sesso rispetto all’altro aveva bisogno di essere comunicata, per diffondersi e diventare non più battaglia d’élite, ma di massa. Essere presenti nei convegni internazionali, ma prima ancora nei meetings, nelle riunione delle associazioni in città appartenenti alla stessa nazione diventava possibile con un sistema ferroviario sviluppato che nella prima metà del ‘900 era sviluppato in alcuni paesi come l’Inghilterra e la Francia, molto meno in altri; una stampa di documenti, circolari, articoli, programmi e relazioni di convegni, che certo non si avvaleva del digitale, delle fotocopie, né del fax, o della macchina da scrivere inventata nella seconda metà dell’Ottocento, ma diffusa solo decenni dopo insieme alla popolare figura lavorativa della dattilografa, fra le prima lavoratrici del settore impiegatizio. Tutte le invenzioni di fine secolo diventano di uso comune solo progressivamente, nell’esplosivo Novecento, e non per tutte le classi sociali in contemporanea. Sempre nel secolo del positivismo, del trionfo della scienza, le prime metropolitane fanno la loro comparsa non solo nelle città più note, come Londra, ma in altre meno note all’opinione pubblica internazidiritti umani donne 225150onale, come Budapest e Istanbul. Così il telefono, inventato solo alla fine dell’Ottocento, l’illuminazione elettrica, che consentì ritmi di lavoro di scrittura più liberi, perché non più basata solo sulle candele o sul gas, ma anche la forza delle immagini che emanava dalle fotografie e poi dal cinema, furono d’aiuto alle tante donne impegnate nella costruzione di una rivendicazione di genere collettiva, a far circolare nella quotidianità idee progressiste, a pubblicizzare i gesti delle ribelli, a far conoscere la condizione femminile in paesi lontani, compreso l’odierno Islam.
La forza delle idee, unitamente alle possibilità offerte dalla nascente tecnologia, che mutò le condizioni di vita e di lavoro ben prima del web, ebbe un effetto fortemente unificante nel mostrare che le donne, a prescindere dalla classe di appartenenza, dal livello d’istruzione, dallo stato civile, erano tutte ugualmente prive di diritti; certamente la ricchezza indorava la pillola, ma i matrimoni non scelti, le maternità non volute, gli aborti e gl’infanticidi, i destini precostituiti, le professioni proibite in Italia almeno fino al 1919, il diritto di cittadinanza, in Italia e in Francia fino al 1945, disegnavano destini comuni, il cui unico collante era l’essere di sesso femminile.

Siamo tutti in debito con il femminismo

Al femminismo internazionale e all’Onu donne e uomini sono debitori del ciclo delle grandi conferenze internazionali, a partire da quella di Città del Messico nel 1975, proclamato anno internazionale della donna; a seguire Copenhagen nel 1980 e Nairobi nel 1980. Furono momenti fondanti dell’internazionalizzazione del femminismo novecentesco, le premesse della IV Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, unitamente agli sforzi della Comunità europea, con la diffusione delle politiche di pari opportunità, e l’incentivazione a istituire organismi istituzionali per monitorare e incentivare politiche di pari opportunità. La trasmissione parziale di questo patrimonio, almeno per l’Italia, oltre a essere una mancata prova di democrazia del sapere, è un atto di voluta parzialità di un patrimonio del sapere collettivo. Le donne hanno lottato in tutto il mondo e in gran parte di esso lo fanno ancora, per i diritti fondamentali, compreso anche il diritto di non essere cancellate o travisate. In questo il ruolo della rete è fondamentale, perché la rivendicazione del diritto all’oblio ci porta nella situazione opposta, quella di non poter decidere se esserci o no.
Un tipico esempio è la presentazione più banale che viene fatta degli anni Ottanta, che per il genere femminile ha costituito un modello di internazionalizzazione delle politiche di pari opportunità. Lo ricordava Agata Alma Cappiello, nel suo libro Infrangere il tetto di vetro (1999), non molto tempo prima di lasciarci. Alla domanda di Serena Cipolla:
Degli anni ’80 si è parlato molto. I giudizi espressi sono prevalentemente negativi. Telefonini che squillano senza sosta, rampantismo, cultura dell’apparire, vite vissute come uno spot pubblicitario, valori come quello della famiglia, messi da parte. Tutto ciò è quanto rimasto prevalentemente nella testa degl’italiani?
A mio parere questa è una visione parziale di un periodo di grandi cambiamenti e trasformazioni e, pertanto, va interpretato in profondità. Basta pensare per esempio a tutto il lavoro fatto dalle donne e nella politica, sulle spinte della protesta femminista del decennio precedente. Proprio negli anni Ottanta, infatti, nel nostro Paese c’è stato l’avvio delle politiche istituzionali in favore delle donne. Sono stati realizzati gli organismi di parità centrali e locali; è cresciuta la presenza delle donne nelle istituzioni. E poi, non si può dimenticare la profonda modificazione della società per l’emergere dei valori e della cultura delle donne. Questo cambiamento ha prodotto un diverso modo di concepire i rapporti fra i sessi e per le donne, l’acquisizione della consapevolezza di sé: un processo reso possibile anche dall’entrata massiccia nel mondo del lavoro.
Il web ha reso possibile lo scambio in tempo reale di prassi che nascono da paesi lontani da quell’Occidente dove il neo femminismo ha avuto inizio, vedi ad esempio la pratica di quello che sarà chiamato femminicidio in America Latina. Ma ancora più recentemente il ruolo delle donne nella cosiddetta primavera araba, quasi ignorato dai media tradizionali. Scambi di riflessione, campagne d’opinione, petizioni, pubblicazioni on-line di testi dimenticati dalle nuove generazioni, disegni e proposte di legge, nuovo lessico, immagini simbolo di una condizione femminile affatto esaltante in buon parte del mondo, invadono il nostro immaginario, con tutti i rischi di un confronto virtuale così diverso dal corpo a corpo del femminismo novecentesco.

 
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