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La morte del PCI

Libri

La Morte del PCIdi Guido Liguori - Nell’autunno 1989 Achille Occhetto annunciava alla Bolognina la volontà di porre fine alla pluridecennale esperienza del Partito comunista italiano per dar vita a una nuova formazione politica. Per molte e molti fu un fulmine a ciel sereno, la lacerazione improvvisa di una comunità che aveva avuto un posto importante nella vita di moltissimi militanti. Si trattava in realtà del culmine di un processo che sottotraccia covava da tempo (soprattutto dalla morte di Enrico Berlinguer), attraverso cambiamenti politici e culturali molecolari. Questo libro indaga, quasi come una inchiesta poliziesca, gli elementi, gli indizi, che prepararono e determinarono la «morte del Pci», soprattutto a partire dalla nomina a segretario di Occhetto, nel 1988. E le vicende che seguirono alla Bolognina, le discussioni, le polemiche, gli avvenimenti che si susseguirono per oltre un anno, fino a quando il XX congresso del Partito non decise di ratificare definitivamente la proposta del segretario.

Iniziò così, con la fine del Pci, la trasformazione (oggi lo possiamo dire: in peggio) di tutto il sistema politica italiano. Si accentuarono in modo catastrofico fenomeni già in atto. Dal tramonto del partito di massa alla crescente irrilevanza del Parlamento, dall’importanza sempre più accentuata del leaderismo, della comunicazione semplificata e superficiale della politica, alla diminuzione della partecipazione e dei votanti. Soprattutto iniziava con la fine del Partito comunista italiano la sempre minor presenza e rilevanza degli interessi operai, della voce dei lavoratori, nel dibattito pubblico e nella lotta per la difesa degli interessi collettivi.

Le radici di molte di queste trasformazioni sono registrate nel dibattito che accompagnò la «morte del Pci». Il revisionismo storiografico e ideologico viene ricostruito qui in molte delle sue tappe: dalla nuova lettura “filogirondina” della Rivoluzione francese e dalla relativizzazione della Rivoluzione d’Ottobre alla presa di distanze verso l’eredità di Togliatti, dall’accantonamento del ruolo e della statura di Gramsci alla ricerca di nuovi numi tutelati (Rosselli, Silone), di altre tradizioni, di altri autori di riferimento.

Con la morte del Pci, infatti veniva meno una lettura della società basata sulla lotta delle classi contrapposte, si assumeva l’individuo e i diritti individuali come il riferimento teorico e politico del principale partito della sinistra italiana. Che così presto divenne una «sinistra invertebrata», condannandosi a una progressiva impotenza.

Tutto questo era stato previsto e denunciato dai politici e dagli intellettuali che si contrapposero a Occhetto. Il variegato «fronte del NO» composto da Natta e Ingrao, Tortorella e Cossutta, Chiarante e Lucio Magri non seppe proporre una alternativa unitaria allo scioglimento del Partito, ma vide con largo anticipo che la rimozione della propria storia e del proprio nome avrebbe portato il più grande Partito comunista dell’Occidente alla progressiva irrilevanza: un partito radicale di massa che inevitabilmente doveva perdere il sostegno delle masse, la fiducia dei lavoratori, la militanza appassionata di tante e tanti che avevano dato tempo energie e risorse alla costruzione di una impresa collettiva: la costruzione di una società più giusta e solidale. Col Pci tutto ciò moriva e per molto tempo era destinato a non rinascere.

Ma il mondo ha ancora bisogno di socialismo. Di fronte alle contraddizioni e agli squilibri sempre più forti, solo una via alternativa e diversa da quella capitalistica può ridare speranza e creare una «volontà collettiva». Occorre crederci, e tentare ancora. Anche a partire da quelle che sono state le idee-guida del Pci, che questo libro riassume con chiarezza e vuole rilanciare al pubblico odierno: conservare la memoria di un grande passato è passaggio fondamentale per ricostruire il futuro in modo diverso.

 

Guido Liguori insegna Storia del pensiero politico contemporaneo presso l'Università della Calabria, è presidente della International Gramsci Society Italia (IGS Italia) e capo-redattore della rivista di cultura politica Critica marxista. E' tra i fondatori di Futura Umanità, Associazione per la Memoria e la Storia del Pci.

 

La Morte del PCI, Bordeaux Edizioni, prezzo di copertina € 11,90. Dal link che segue si può acquistare il libro

https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/la-morte-del-pci/

 

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Imane Fadil, sulla sua morte ancora dubbi

imane fadil 350 mindi Antonella Necci - Ennesimo colpo di scena nel caso sulla morte di Imane Fadil, l’ex modella 34enne considerata testimone chiave contro Silvio Berlusconi nel processo Ruby: la famiglia ha chiesto che venga rinviato il funerale affinché venga eseguita una nuova perizia sul suo corpo: “Risultati insoddisfacenti. Non crediamo sia morta per aplasia midollare”.

Non c'è pace per Imane Fadil, nella cui vicenda arriva l'ennesimo colpo di scena. A sei mesi dalla morte dell'ex modella di 34 anni, testimone chiave nel caso Ruby, la famiglia ha deciso di rinviare i funerali, nonostante sia arrivato dalla Procura di Milano il nullaosta alla sepoltura, per chiedere che venga eseguita una nuova perizia sul corpo della ragazza. Il decesso di Imane, avvenuto lo scorso 1 marzo dopo un mese di agonia alla clinica Humanitas di Rozzano, sarebbe dovuto secondo gli inquirenti a una forma di "aplasia midollare", per cui il midollo ha smesso di produrre cellule sanguigne e piastrine. Una malattia la cui origine non è stata identificata, cioè la causa scatenante non sarebbe stata definita. La 34enne, dunque, non sarebbe stata avvelenata, come è stato ipotizzato in un primo momento. Ma evidentemente i suoi familiari non ne sono convinti e vogliono vederci chiaro.

Nonostante il loro consulente, Michelangelo Casati, abbia partecipato alle analisi che hanno confermato la causa della morte naturale della ragazza, la famiglia, tramite i propri legali Mirko Mazzali e Nicola Quatrano, chiede una nuova perizia non ritenendo i risultati soddisfacenti. Eppure, il gruppo di esperti di Medicina legale guidati dall'anatomopatologa Cristina Cattaneo aveva scartato fin da subito l'ipotesi di un decesso legato a sostanze radioattive. Gli esami su ossa, tessuti e sangue si erano focalizzati sulla presenza di metalli, in particolare di ferro, molibdeno, antimonio e cromo. Una concentrazione superiore alla norma, ma anche in quel caso non ritenuta mortale e dunque non sufficiente, secondo i consulenti, a ipotizzarla come causa del decesso. I magistrati titolari dell'inchiesta, il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e i pm Luca Gaglio e Antonia Pavan, avrebbero anche escluso responsabilità mediche. Un passo fondamentale per procedere l'archiviazione del fascicolo aperto con l'ipotesi di omicidio volontario.

Si ricordi che Imane Fadil è stata considerata una delle testimoni chiavi del processo sul caso Ruby contro Silvio Berlusconi. La notizia della sua morte, avvenuta lo scorso 1 marzo in circostanze misteriose all'Humanitas di Rozzano dopo un mese di agonia, aveva lasciato sotto choc una gran parte dell'opinione pubblica. Tra le piste battute in una prima analisi, c'era quella dell'avvelenamento da sostanze radioattive, poi scartata con le conferme arrivate dalle prime analisi. Lo scorso luglio i risultati dell'autopsia hanno rivelato che il suo è stato un decesso dovuto a cause naturali. "Vogliamo una risposta chiara, vogliamo capire come è morta, questa non è una risposta, non è possibile che in poco tempo se ne sia andata così", ha detto il fratello di Imane, Tarek.

Il dubbio che, se Imane Fadil non fosse stata coinvolta nel processo Ruby, ora sarebbe ancora viva, permane molto forte nella famiglia che non riesce a darsi pace, quasi oltre ogni ragionevole dubbio.

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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
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Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
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Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
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Sanità Anagni: cronaca di una morte annunciata

Anagni Ospedale 350 260Loreto Marcelli, Portavoce Regionale M5S, Vice Presidente Commissione Sanità Regionale - Primo Intervento di Anagni: cronaca di una morte annunciata. 

Gli anagnini sembrano le vittime designate di un progetto che parte da lontano e che sta raggiungendo in questi giorni l’epilogo finale.

Nell’atto aziendale l’A.S.L. di Frosinone ha previsto il potenziamento dell’area di emergenza tramite il coordinamento con il pronto soccorso dello “Spaziani” per garantire la copertura del servizio nelle 24 ore. Basti ricordare che, con le modifiche introdotte – da nemmeno un anno - all’atto aziendale, alla struttura anagnina è stata riconosciuta una valenza ospedaliera con l’istituzione del presidio ospedaliero unificato Frosinone-Alatri-Anagni.

Allo stato attuale, invece, non si intravede ancora nessun potenziamento, anzi l’A.S.L. ha manifestato l’intenzione contraria. Infatti, come risulta dal verbale di una riunione sindacale firmato anche dal Direttore Sanitario Aziendale, Dott. D’Ambrosio, l’A.S.L. vuole chiudere la struttura per sostituirla con un semplice Presidio Ambulatoriale Territoriale (P.A.T.). Pertanto, nonostante i proclami di qualcuno, continua in perfetta linea con quanto fatto finora il lento ed esecrabile smantellamento della Sanità provinciale pubblica.

Eppure l’A.S.L. nell’atto aziendale si era assunta il preciso obbligo giuridico di elevare il Punto di Primo Intervento a Pronto Soccorso. Invece, al posto degli specialisti, degli infermieri e di una struttura ad elevata professionalità con un importante supporto logistico gli anagnini e le popolazioni limitrofe rischiano di ritrovarsi davanti a un semplice lettino con un seggiola. Parafrasando un vecchio adagio qualcuno direbbe: “cornuti e mazziati”.

Non è bastata la chiusura dell’ospedale di Anagni, che era perfettamente funzionante, a questo si è aggiunta un’azione di depredamento continua e costante. Eppure la zona, ricompresa nella Valle del Sacco, rientra tra quelle con i più alti indici di patologie.

Una simile volontà, tradisce le aspettative generatesi nella gente negli ultimi mesi. La provincia non può più tollerare tutto ciò.

Un inversione di rotta è indispensabile, per questo appare ormai improcrastinabile la sostituzione dei vertici dell’A.S.L. ed un vero cambiamento della politica aziendale.

Con l’occasione si porgono cordiali saluti.

Sora, 19 giugno 2018

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"Mio padre firmò un contratto di lavoro, non di morte"

ONA Rosignano 350 260da Ufficio stampa ONA - Amianto a Rosignano, il figlio di una vittima:"Mio padre firmò un contratto di lavoro, non di morte"

Sono passati 7 anni dalla scomparsa del padre, ma la voce di Massimiliano Posarelli, mentre me ne parla, tradisce ancora emozione: "Mio padre ha lavorato per una trentina d' anni presso uno stabilimento chimico di Rosignano, la Solvay, dove fanno chimica di base, soda, acqua ossigenata, bicarbonato ad uso alimentare, e a periodi ha lavorato nel Reparto Calderai dove si facevano riparazioni delle tubazioni sull'impianto, tubazioni che per l'80% erano rivestite di amianto, per essere riparate, inoltre, bisognava romperle con il martello e si disperdevano particelle. Inoltre, quando facevano saldatura, usavano teli in amianto per evitare che la colatura di fuoco cadesse a terra e finisse per incendiare qualcosa,
Tutti i suoi colleghi rimasti vivi, infatti, sono malati. Io voglio giustizia, anche se nessuno potrà ridarmi indietro mio padre, ma non riesco a rassegnarmi al fatto che a Livorno non è stato possibile venire a capo del processo: quello penale, infatti, è terminato perchè è morto l'ex direttore, quindi sono andato sul civile e la giudice non mi ha ammesso le prove,
Tengo a dire che nel 2002 venne celebrato un primo processo, che però finì con l’assoluzione perché nessuno si costituì parte civile.
Mio padre è andato in pensione nel 1993, dopo il 2002 nessuno ci ha avvisati su eventuali ripercussioni. Si è ammalato nel 2010. È una malattia silenziosa, a lunghissima incubazione, che si manifesta dopo tantissimi anni. A Cecina esiste una Medicina del Lavoro addetta a questa attività, ma a mio parere ci dovrebbe essere una maggiore attenzione e in particolare sarebbe necessario sottoporre tutti i lavoratori esposti ad amianto a controlli sanitari. Dopo la sua morte sono stato chiamato dalla responsabile che ha escluso che mio padre fosse morto a causa dell'amianto, sosteneva che era colpa del fumo. Al che le ho detto: "Ma lei come fa a saperlo? Conosceva per caso mio padre?" A Rosignano, ci sono più di 100 tra malati e morti. è troppo chiedere un processo a Livorno? Bisogna dare neanche un senso alla morte di queste persone, vorrei capire, ho bisogno di conoscere la verità, invece finora non mi hanno data la possibilità di capire.
Nella relazione del medico legale si dice che padre si poteva salvare. Io dico che si poteva e si doveva fare di più, magari predisporre un piano di controllo, se questa industria chimica che è presente nella città ha creato danni a tante persone, non può abbandonarle, hanno lavorato una vita, hanno firmato un contratto di lavoro, ma non sapevano che era un contratto di morte".

Massimiliano, quando si è ammalato suo padre?geotermia larderello amianto nelle centrali 350 260

Tutto inizia nel 2010, mio padre è morto a novembre dello stesso anno per un adenocarcinoma del polmone. Il suo è stato un lungo calvario, le sue sofferenze sono iniziate prima. Mio padre ha iniziato a sentirsi ad agosto, anche se i dolori alle gambe, in particolare alla gamba sinistra, sono iniziati qualche mese prima. Il nostro medico curante ha sottovalutato la situazione, diceva che era una semplice sciatica, i dolori persistevano, anzi, aumentavano, poi sono arrivati altri sintomi e papà ha iniziato ad avere una tosse secca. Mia madre ha insistito per fare controlli più approfonditi e così il nostro medico di base ha prescritto una lastra al polmone, è andato in ospedale e lì il radiologo gli ha prescritto una terapia antibiotica per una sospetta broncopolmonite. Nel frattempo, a settembre, eravamo entrati in contatto con un medico che frequentava il nostro negozio e ci eravamo consultati rispetto al dolore alla gamba e che ci ha consigliato di fare una risonanza senza contrasto, dopo aver visto i risultati, senza allarmarci, ci prescrisse una PET. Non ci disse nulla apertamente, prendemmo appuntamento, ma papà iniziò a peggiorare.

Come ha scoperto di avere l'asbestosi e il tumore polmonare?

Alla sera papà aveva sempre la febbre, siamo tornati dalla dottoressa, ha proseguito la cura per circa 20 giorni, ma la febbre andava peggiorando e papà era sempre più amiantouccide min1debilitato fino a che un giorno ci fu un episodio di sangue, la dottoressa continuò a dire di non preoccuparci, che poteva essere un capillare che si era rotto, ma la febbre non passava e solo dopo diverse insistenze la dottoressa si è convinta a fare la tac.
Da lì la scoperta, il radiologo ci disse di rivolgerci a un chirurgo perché c'era qualcosa che non andava, siamo andati a Livorno dove papà ha fatto tutti gli esami del caso, ma ormai era tardi perché ormai il tumore era in metastasi. Un vero peccato perché se il tumore al polmone è diagnosticato al primo stadio è possibile intervenire, estirparlo chirurgicamente e poi sottoporre il paziente a chemioterapie. Però nel nostro caso, fino quasi alla morte, nonostante ci fossero chiari sintomi di tumore polmonare da amianto, a Romano, mio padre, veniva negata l’esatta diagnosi.

Abbiamo fatto dei controlli, in particolare la broncoscopia per capire che tipo di tumore fosse e ci hanno detto che era un adenocarcinoma, papà ha fatto un ciclo di chemio, molto leggero, perchè era già debilitato. A novembre è morto. Io avevo sentito parlare dell'amianto, mi sono attivato, circa tre anni dopo la morte di mio papà, caso volle che conobbi una dott.ssa, radiologa all'ospedale di Siena, le ho portato i dischetti della Tac, mi ha fatto una relazione che rivelava che papà aveva asbestosi e le placche pleuriche che gli hanno causato questa malattia. Per farla breve, per conoscere la verità sono dovuto andare a Siena, non a Rosignano.
L’asbestosi e le placche pleuriche sono state diagnosticate solo post mortem.

Come ha conosciuto l'avv. Bonanni e l'ONA?
 
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Ho partecipato ad una assemblea dell’ONA che si è tenuta a Rosignano Solvay già nel maggio del 2010 e poi ancora nell’ottobre dello stesso anno e fu in quella circostanza che illustrai all’avv Ezio Bonanni i sintomi.

Fu proprio l'avv. Ezio Bonanni a non vederci chiaro sulla storia di mio padre, in particolare gli risultava strano che a un lavoratore esposto ad amianto che aveva i chiari sintomi di un tumore polmonare gli fosse praticata una cura antibiotica, per di più senza un preventivo esame TAC o PEC. Ho informato il medico curante della ASL che continuava ad insistere nel sostenere che occorreva la cura antibiotica, poi alla fine invece, quanto è stata fatta la TAC PET si è scoperto che le metastasi avevano invaso tutto l’organismo e il mio povero babbo è morto pochi giorni dopo.
Purtroppo c’è poca attenzione per la vita umana, la vita di questi lavoratori viene considerata meno di zero. Ci sono degli assassini che però rimangono impuniti. Il processo penale per la morte del mio babbo si è chiuso perché l’imputato, ultranovantenne, nel frattempo è morto.
L’amianto ha distrutto la mia vita e quella della mia povera madre, che poi è morta di crepacuore. Viviamo in uno stato che non tutela la vita umana e la sua dignità e che permette delle vere e proprie stragi silenziose, come quella dell’amianto.

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M5S: “Roma o morte”

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - “Roma o morte” fu l’impegno perentorio pronunciato da Giuseppe Garibaldi. E per il mitico Giotto “Roma è la città degli echi, la città delle illusioni, e la città del desiderio.” Questi due noti aforismi sulla capitale d’Italia possono ben essere utilizzati per comprendere ciò che sta avvenendo all’interno del Movimento Cinque Stelle, e non solo.

Ormai per i pentastellati Roma Capitale è un problema vitale, in tutti i sensi. La conquista politica di Roma con la sindaca Virginia Raggi può essere il trampolino di lancio per palazzo Chigi, oppure “la morte” politica di tutto il Movimento. Lo ha capito bene Beppe Grillo che pur avendo fatto un “passo di lato” alla guida del suo “non partito”, quando ha sentito “gli echi” di zuffe tra i suoi grillini provenire dal Campidoglio si è precipitato a Roma per dare il suo pieno sostegno alla neo eletta Raggi. E come poteva fare diversamente? Virginia è per Beppe la prima cittadina della “città del desiderio”, ovvero della città che può cancellare le “illusioni” di potere dei democratici e del suo segretario, nonché presidente del Consiglio. Roberta Lombardi, detta la Faraona, componente del mini direttorio d’appoggio – meglio forse controllo - del Sindaco, ma anche sua rivale, esce di scena. La motivazione ufficiale delle dimissioni è l’organizzazione della manifestazione di “Italia a 5 stelle”, che si terrà a Palermo il 24 e 25 settembre, la cui preparazione l’impegnerà moltissimo, “purtroppo per questo il mio supporto nello staff romano sarà differente”. Differente o inesistente? La notizia delle dimissioni della Faraona Virginia l’ha presa con un significativo: “Ce ne faremo una ragione”. Resta il problema del governo di una Capitale ritenuta da molti ingovernabile. La squadra faticosamente è stata costruita, bisogna adesso passare dalle parole ai fatti, ben sapendo che gli occhi – ma anche i gufi – di tutto l’arco costituzionale, come si diceva una volta, ce li ha puntati addosso.

Banchi di prova per il M5S

Se Roma è un banco di prova di quelli fondamentali per i Cinque Stelle, non vanno sottovalutati anche certi comportamenti che danno un’immagine negativa al Movimento che si è candidato alla guida del Paese. I fatti di Napoli non possono non impensierire il garante Grillo ed il suo direttorio. In fatto di espulsioni si dovrà cambiare pagina a partire dalla vicenda del sindaco di Parma Pizzarotti. I giudici napoletani hanno accolto la richiesta di riammissione di venti attivisti espulsi a febbraio. La loro cacciata è stata considerata illegittima. I giudici di Napoli, citando l’art. 49 della Costituzione, ritengono che il Movimento possa essere considerato un partito. E, ancora, per quanto riguarda il “non Statuto”, sostengono che: “al netto di efficaci artifici dialettici, che rientrano nella propaganda politica, altro non è giuridicamente che uno statuto”. Il provvedimento di reintegro è provvisorio, ma tutto fa pensare che possa diventare definitivo, cosa che aprirebbe per Grillo e i suoi un bel po’ di problemi. Il primo fra tutti una gestione diversa del “non partito” che poi, secondo la magistratura napoletana, non è altro che un partito a tutti gli effetti. Ma, in verità, non tutti i mali vengono per nuocere. Se ti canditi ai massimi vertici dello stato, per quanto anticonformista tu possa essere, alcune regole basilari non puoi ignorarle. C’è bisogno di un meet up urgente per i grillini. Se si va però un po’ indietro nel tempo e si analizzano i comportamenti, ad esempio mediatici, dei pentastellati si possono notare i vari cambi di passo avvenuti. Anche stavolta sarà così.

Ha proprio ragione Luigi Di Maio quando afferma: “Il nostro percorso verso il governo del paese passa per i Comuni dove abbiamo inserito più consiglieri”. In quei comuni citati da Di Maio si vedrà la “nobilitate” politica-gestionale dei Cinque Stelle. In altre parole: “Roma, o morte”.

 
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"Ceccano 3 novembre 1943 - Fame, Bombe e Morte"

Fabraterni 350 260Una pubblicazione dell'Associazione Fabraterni: Ceccano 3 novembre 1943 - Fame, Bombe e Morte. 

 E' certamente vero che non si può vivere solo di Passato, ma è altrettanto vero che senza Passato non si vive.
Questo principio rende fiero ed orgoglioso ogni popolo della terra, che affronta il suo quotidiano divenire con la forza delle proprie radici, guardando sempre avanti verso la luce di orizzonti migliori.
Così si avvia la presentazione di un "Opuscolo" prodotto dall'Associazione Fabraterni di Ceccano per iniziativa del suo Presidente Ennio Serra e del suo Direttivo. E' nato dalla penna di Lucia Fabi e Angelino Loffredi e racconta i bombardamenti subiti dalla città a partire dal 3 novembre 1943.

Scarica e leggi l'Opuscolo in .pdf   pdf Associazione Fabraterni Opuscolo di Lucia Fabi e Angelino Loffredi (2.95 MB)

Ecco la copertina della pubblicazione presentata il 21 ottobre al cinema Italia

La copertina dell'Opuscoli

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Oscura morte di 5 anarchici calabresi

5anarchicidelsud 350 260di Gianluca Coluzzi - E' la notte tra il 26 e il 27 di settembre del 1970. L'indomani a Roma è attesa la visita del presidente degli Stati Uniti R. Nixon. Tra i caselli di Frosinone e Ferentino una Mini Morris, con a bordo cinque ragazzi partiti dalla Calabria e diretti verso la capitale, si schianta contro un autotreno. In tre perdono la vita subito. Gli altri due moriranno dopo essere stati in coma qualche giorno. Chi erano questi ragazzi che viaggiavano su questa autovettura? Gianni Aricò e la fidanzata Annalise Borth, ragazza tedesca scappata dalla sua famiglia in Germania, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, giovani anarchici di Reggio Calabria che stavano cercando di vederci chiaro su quanto accaduto nelle giornate della cosiddetta "rivolta di Reggio Calabria", soprattutto per quanto riguarda il deragliamento del treno Freccia del Sud nei pressi di Gioia Tauro, agli inizi della rivolta, che causò sei morti e cinquantaquattro feriti.
Non si trattò di un fatto accidentale, secondo i cinque ragazzi, ma di una strage organizzata da settori dell'estrema destra e dei servizi segreti. In questa direzione si muove l'opera di documentazione dei cinque ragazzi, che furono ascoltati anche dal giudice Vittorio Occorsio, nota vittima del terrorismo, sui fatti di Piazza Fontana, la cui prima pista che si seguì, sappiamo, fu proprio quella anarchica.

Incidente casuale anche quello della fine di settembre del '70? Forse no. Probabilmente la tragica fine degli anarchici reggini in terra ciociara trova origine proprio nella loro instancabile attività affinchè si facesse luce sui fatti prima menzionati. I cinque ragazzi stavano andando a consegnare a Roma, nelle mani dell'avv. Edoardo Di Giovanni, anch'egli esperto di controinformazione, avendo collaborato alla controinchiesta del Collettivo di Controinformazione su Piazza Fontana, quel noto volumetto che aveva Pietro Valpreda con il pugno chiuso in copertina, pubblicato dall'editore Savelli-Samonà, i risultati delle loro indagini.

La polizia stradale parla di errore del conducente che sarebbe andato a impattare la parte posteriore dell'autotreno che si trovava, sulla corsia di emergenza, con le luci spente.
Il magistrato invece scrive che l'autotreno si trovava sulla normale corsia di marcia, con le luci tutte funzionanti a eccezione di quelle rimorchio, i cui vetri comunque risultano integri; l'autovettura è completamente distrutta e i maggiori danni riportati dall'autotreno sono su una delle fiancate.
Un mistero in piena regola. I materiali di controinformazione che i ragazzi portavano con sè non furono mai ritrovati. Vi fu anche una controindagine svolta su questa vicenda in ambiente anarchico. Tra i principali promotori di questa controinchiesta l'anarchico Giovanni Marino, noto in seguito per essere stato condannato per l'omicidio, nel luglio del '72, a Salerno, del giovane missino Carlo Falvella. Per Marini si scatenò una forte campagna innocentista in cui si distinse soprattutto Soccorso Rosso.
Secondo i risultati di questa controndagine gli autisti Alfonso Aniello, alla guida del mezzo, e il fratello Ruggiero, proprietario dello stesso erano dipendenti di una ditta riconducibile a Junio Valerio Borghese, il "Principe Nero", principale artefice del tentato "golpe dell'Immacolata" del dicembre del '70.
Collaboratori di giustizia di area 'ndrangheta hanno sostenuto la tesi della mano della malavita calabrese e dell'estrema destra dietro questo incidente.
Insomma, tanti i dubbi su questo episodio, che sicuramente i numerosi automobilisti che transitano in quel segmento di autostrada tra Frosinone e Ferentino non conoscono e che potrebbe essere ricordato da qualche targa o strumento analogo.

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