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Perché Capitan Ultimo non è generale?

cattura riina 390 mindi Antonella Necci - Rispolveriamo questo vecchio articolo scritto e pubblicato il 15 gennaio 2014, giorno che commemora l’arresto del latitante Totò Riina, avvenuto nel 1993, per continuare il percorso logico che spiega chi sia Capitano Ultimo.

Non un eroe da giornaletti rosa o da salotti con donnine allegre, ma un grande militare, uno stratega, un investigatore a 360 gradi. Un personaggio scomodo, non solo perché integro come solo i veri carabinieri sanno essere, ma anche pepato, poco ligio ai compromessi, poco taciturno. Attivo sui social soprattutto per cause importanti, attivo nella vita lavorativa sia pure con mansioni che non si addicono alla sua statura investigativa.

Personaggio scomodo il Colonnello De Caprio perché indaga e non guarda in faccia a nessuno. Né in faccia a Matteo Salvini, ex ministro degli Interni che ha dovuto ridargli la scorta a giugno dopo il ricorso al Tar, né in faccia a Matteo Renzi che lo ha ritenuto colpevole della sua sconfitta elettorale perché il colonnello era stato l'artefice dei guai giudiziari del signor Tiziano, padre di Matteo.
È il Pd che vuole ora la testa di capitano ultimo? Un favore per tenersi buono il rottamatore?

Leggendo l'articolo di Panorama sembra che il colonnello De Caprio sia una perla troppo rara e che la sua intelligenza susciti parecchia invidia in molti settori. Mi sono sempre chiesta perché non sia diventato comandante generale dell'Arma. Qui di seguito una delle possibili risposte.

«(Ecco perché il "Capitano Ultimo" non è mai diventato generale 15/01/2014 di Enrico Fedocci da panorama.it)
Quando a 24 anni d’età lui arrestava latitanti mafiosi nelle masserie della Sicilia, decapitava il vertice di Cosa nostra, dimostrava con la «Duomo connection» l’infiltrazione mafiosa nell’amministrazione comunale milanese, i suoi colleghi erano pressoché sconosciuti in piccoli reparti, oppure al Comando generale dell’Arma, seduti dietro a una scrivania. Tuttavia, molti di quegli stessi colleghi, compagni di corso all’Accademia militare, ora sono stati promossi al grado di generale. Lui, che ha appena concluso l’inchiesta sul traffico di rifiuti a Roma, no. Anzi, per dirla tutta, lui non è stato neanche valutato. Ma al colonnello Sergio De Caprio, alias capitano Ultimo, di far karriera (quella con la k, come direbbe lui) poco importa. Eppure, volendo non considerare la proverbiale umiltà dell’eroe antimafia, condannato a morte dalla Cupola per l’arresto di Totò Riina, dovrebbe fare notizia che un’amministrazione dello Stato come l’Arma dei carabinieri non abbia a cuore di valorizzare il vero erede del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e certamente uno tra i migliori investigatori che la Benemerita abbia avuto negli ultimi 30 anni.

De Caprio, che ha dovuto subire perfino l’onta di essere processato su iniziativa della Procura di Palermo per la mancata perquisizione del covo di Riina uscendo immacolato dal procedimento, non fa parte di alcun"cerchio magico" o di cordate all’interno dell’Arma. Lui preferisce la strada e le indagini fatte sul territorio. Buono in Parlamento per essere candidato a presidente della Repubblica (alla scorsa elezione ha preso nove voti), ma non per passare di grado.

Ma perché tra i compagni di corso del colonnello De Caprio alcuni sono stati promossi, altri magari non ci sono riusciti, ma lui non è stato neanche preso in considerazione? Un cavillo. Un cavillo secondo cui, per essere ammessi all’avanzamento, è necessario avere ricoperto per due anni l’incarico di comandante provinciale. Incarico che De Caprio avrebbe potuto ricoprire se fosse stato mandato in prima linea, in qualsiasi provincia della Sicilia o della Calabria, a combattere Cosa nostra. Niente da fare. Dopo essere stato trasferito 14 anni fa al Noe, Nucleo operativo ecologico, capitano Ultimo ha manifestato più volte il desiderio di tornare al Ros, il reparto in cui per anni ha seminato il panico tra gli uomini d’onore. Rimandandolo al Ros, l’Arma avrebbe fatto tornare un fuoriclasse della lotta alla mafia al suo lavoro, consentendogli al tempo stesso, con un incarico equipollente a quello di comandante provinciale, di maturare quei titoli del tutto formali che gli avrebbero aperto le porte della commissione d’avanzamento. Ma pare che in viale Romania da quest’orecchio non ci sentano, e neanche dall’altro, perché da investigatore navigato qual è, pur avendo una competenza d’indagine limitata ai reati ambientali e un reparto dieci volte inferiore alla struttura anticrimine dell’Arma, anche al Noe Capitano Ultimo è riuscito a portare a termine inchieste di grande importanza, come dimostra il recentissimo caso della discarica di Malagrotta.

Allora, che cosa è successo? L’Arma ama poco i personaggi che brillano di luce propria. Successe con Dalla Chiesa, che i vertici di allora avrebbero volentieri ridimensionato, ma che sfuggì di mano. Accade oggi con capitano Ultimo e accadde anche con l’ex comandante dei Ris di Parma Luciano Garofano, costretto ad andare in pensione anzitempo dopo un trasferimento che ne sviliva la professionalità. «Usi obbedir tacendo e tacendo morir» è il motto dell’Arma. Capitano Ultimo è tipo da "obbedir" e da "morir", ma non tacendo.» ("Ecco perché il 'Capitano Ultimo' non è mai diventato generale" di Enrico Fedocci da panorama.it)

 

 

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Roma negata, di Rino Bianchi e Igiaba Scego

Roma negata 350di Valerio Ascenzi - I riconoscimenti a volte tardano ad arrivare. Ma spesso vale la pena attendere qualche giorno. Ottenere una recensione su un settimanale di cultura e cultura politica come Internazionale, non è per tutti. Si sa: un settimanale del genere non fa recensioni su commissione, in gergo: "non fa marchette". Se un tuo libro viene commentato su questa rivista, significa sei sulla buona strada. Rino Bianchi, fotografo anagnino, viene recensito questa settimana, con il suo libro "Roma negata", realizzato a quattro mani con la scrittrice Igiaba Scego.
Vogliamo spendere oggi qualche parola per due persone speciali. Due professionisti che amano ciò che fanno, che non guardano al profitto, ma tirano fuori idee. Due creativi impegnati nel mondo dell'informazione, dell'arte e della cultura, nel sociale. Entrambi si occupano di multiculturalità e di memoria.
Rino Bianchi, nato ad Anagni nel 1965, è fotografo e fotoreporter. Dopo aver frequentato l'Istituto superiore di giornalismo e tecniche audiovisive di Roma, ha iniziato la sua carriera nel mondo dell'informazione, lavorando soprattutto come freelance. Non siamo di fronte al solito fotoreporter. Rino non è solo un talento dietro l'obiettivo. Non si limita a fare delle foto dal punto di vista tecnico e artistico: il suo intendo è sempre quello di raccontare, narrare osservando il mondo dall'obiettivo di una macchina fotografica. L'aspetto narrativo e sociale dei luoghi è ciò che lo attrae di più. L'aspetto storico personale e psicologico dei volti che ritrae – spesso artisti e scrittori di livello internazionale – è ciò che ha sempre ricercato nel corso della sua lunga carriera.
Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974, da una famiglia di origini somale. Laureata in Letterature straniere alla Sapienza, ha conseguito il dottorato di ricerca in Pedagogia all'Università di Roma Tre. Oggi scrive, fa informazione ed è impegnata sul piano della ricerca incentrata sul dialogo tra le culture e la dimensione della transculturalità e della migrazione. Collabora con molte riviste che si occupano di migrazione e di culture e letterature africane tra cui Latinoamerica, Carta, El Ghibli, Migra e con alcuni quotidiani come la Repubblica, il Manifesto, L'Unità e Internazionale.
Il libro, che tra testi e foto non supera le 160 pagine, edito da Ediesse, tratta di un pezzo di storia che gli italiani non hanno in mente, perché non studiano come dovrebbero a scuola, anche se diversi storici hanno trattato anche a fondo. Nei primi trent'anni del Novecento nomi come Asmara, Mogadiscio, Tripoli, Adua erano familiari agli italiani. La propaganda imperiale concepita da Mussolini, per quel che riguarda il colonialismo italiano era a dir poco ossessiva. Quaderni scolastici, parate e iniziative pubbliche, tutto rimandava alle colonie italiane in Africa. Un pezzo di storia a molti sconosciuto, probabilmente cancellato di proposito. Ma in Italia è forte, ancora oggi, la presenza di chi proviene da quei territori, allora colonizzati dagli italiani. La capitale è popolata da uomini e donne di origine eritrea, libica, somala ed etiope.
Al di là dello stereotipo in base al quale la storia la scriverebbero i vincitori, e che quindi questo libro racconterebbe quello che gli oppositori del regime hanno voluto cancellare, questo è un lavoro che riprende il concetto di "oblio coloniale" e lo tematizza attraverso una lettura dei luoghi di Roma, che portano tracce di quel passato al quale è stata negata una memoria. Sono alcuni monumenti di Roma a parlare di questa storia che non leggiamo.
Una sorta di guida turistica di Roma, che analizza con testi e immagini, a livello emozionale, i luoghi voluti dall'allora regime fascista per la celebrazione del colonialismo italiano. Un pezzo di storia che appartiene più ai popoli colonizzati che, a nostro avviso, ai nostalgici del ventennio. Con il chiaro intento di restituire questa storia, e con essa anche la dignità, ai popoli che l'Italia conquistò in Africa, gli autori hanno pensato di ritratte, in ogni foto, una persona che appartiene o è originario di quei luoghi. Un riconoscimento a chi oggi vive una nella Roma "città multiculturale", che però ancora non è tale fino in fondo. Un modo per dare un contributo alla costruzione di questa multiculturalità di cui troppo si parla, ma poco si vede nella concretezza.

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