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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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Ma che scuola frequentano i nostri figli?

Improve Critical 350 260di Daniela Mastracci - Anziché cittadini consapevoli, emancipati rispetto ad ogni possibile "ostacolo" (art.3 Costituzione), la scuola italiana sta producendo lavoratori specializzati ciascuno in un particolare campo, procedura, sezione, dell'intero sistema produttivo, ignari del complesso sistema nel quale andrebbero ad operare, incapaci perciò di vederne la globalità, incidere criticamente sul sistema stesso, di fatto perciò asserviti al sistema; produce consumatori irriflessi; forma giovani utenti immersi nel web; generazioni di menti deprivate della conoscenza, della cultura che, sola, permette un approccio critico al reale, e con ciò libero e attivo, in grado di modificarlo, di reinventarlo, di farlo muovere. La scuola, al contrario, sta formando generazioni piegate al sistema economico tutto: un sistema che attraverso menti "congelate" in un fare sempre più veloce e parcellizzato, non farà che perpetuare se stesso.

La scuola è l'anello di una catena maggiore, ove costruire e rendere immodificabile il sistema tecnofinanziario. Senza conoscenza gli studenti non sanno leggere il mondo, e perciò non possono che subirlo passivamente. Non sono in grado di comprendere oltre la mera lettera, e spesso nemmeno questo. Piegate alle logiche neoliberiste, le riforme hanno agito con il fine studiato di rendere "inoffensive" le nuove generazioni: non si chiedono il perché delle cose; sono immersi in una scuola-vetrina di se stessa, che fa la guerra commerciale alla scuola concorrente a suon di progetti, convegni, iniziative di ogni tipo, atte solo ad attrarre "clienti" paganti (vedi contributo volontario); si muovono usando la pubblicità di se stesse privilegiando l'apparenza, la modernità, il nuovismo a prescindere; di fatto delegittimando le ore di lezione curriculari, sostenendo, esse per prime, che gli studenti sono cambiati, che non reggono lezioni frontali, che non sopportano le spiegazioni, gli approfondimenti, le letture; che la scuola perciò deve adattarsi al modo estemporaneo di consultazioni veloci, che assecondino curiosità contingenti, che vadano incontro ai "gusti" dei ragazzi.

Ebbene per me si tratta dell'esatto contrario: è la politica che vuole ragazzi incapaci di concentrazione e di studio, a tal fine avalla la fluidificazione del tempo scuola, frammentazione, discontinuità, "educando" gli studenti ad altrettanta discontinuità, cambiamento di scena, di attori, di temi, di attività varie. Le nuove generazioni sono sin da subito, ormai, immerse in un modo di fare scuola votato alle attività collaterali, a far essere i ragazzi ( i ragazzi sono trattati come) oggetto di fascinazione, di attrazione; li si tratta appunto come delle menti incapaci di reggere l'impegno, la fatica dell'apprendimento, l'arte della concentrazione. Dunque non sono deconcentrati per natura (una mutazione genetica, una evoluzione darwiniana all'insegna di una riduzione, anzichè dell'ampliamento delle potenzialità del cervello?) ma lo diventano, abituandosi alla scuola mordi e fuggi, accattivante, patinata, e sempre più 2.0, 3.0 e così via. Insomma una scuola che forma amanti della moda e non certo della cultura.

I ragazzi sono cambiati. Allora che si fa?

Eppure, nonostante la mia opinione, voglio concedere dignità all’argomento secondo cui i ragazzi sono cambiati (aggettivo dato senza alcuna specificazione a consentire di capire: cambiati rispetto a cosa, in che modo, in quale direzione?): ammesso che sia vero che i ragazzi sono cambiati, dopo tale constatazione e certificazione, che fare? E qui sta la politica e, di conseguenza, la scuola che sceglie: avallare il presunto cambiamento e adattarsi ad esso, fluidificandosi e rendendo sempre più sofisticata e variegata la gamma delle attività proposte a tali soggetti cambiati? oppure leggere il cambiamento in modo critico, disvelandone le celate conseguenze nell’immediato e a distanza di tempo? Chiedersi dove condurrebbe una generazione di ignoranti del mondo in cui vivono e che condividono? Una generazione incapace di mettersi seduta le ore e studiare, fare proprie domande di senso, provare a rispondere mettendo in atto la propria ragione critica? E se la politica e quindi la scuola si interrogassero in questo modo come dovrebbero rispondere se non frenando tale cambiamento? Educando all’attenzione, alla concentrazione, all’impegno serio e costante? Cioè oggi la politica e la scuola, se certificano studenti che di fatto non studiano più (nel senso latino di studeo, ovvero come Applicazione, Compito, Metodo, ma anche Cura, Diligenza, Sollecitudine), allora dovrebbero dare uno stop a tale habitus acquisito, e farne acquisire uno esattamente opposto: educare alla cura, alla diligenza, sollecitare la passione, educare al rigore di conoscenze faticosamente assimilate, e tali da essere bagaglio prezioso. Gli studenti hanno diritto alla conoscenza, alla cultura, grazie alla quale comprendere il loro presente e, a loro volta, da futuri lavoratori, amministratori, politici e potenziali genitori, cambiare lo status quo, dare il loro contributo rispetto al mondo quale loro lo vorrebbero.

Il mondo ha bisogno di tutta l'intelligenza dei giovani

Viceversa c’è solo appiattimento al reale, assenza di pensiero critico, incapacità di incidere con la libertà di pensiero che i ragazzi invece non avrebbero più: modellati come sono e di più saranno, a come va il mondo, come se il mondo da loro non dipendesse in nessun senso. Si va verso un mondo naturale? Il mondo non è naturale, ma se le nuove generazioni non imparano che esso dipende dalle azioni umane, lo riterranno sempre più naturale e immodificabile. Allora chi avrà, invece, le redini del mondo, sarà vincente su tutta la linea, avrà formato generazioni supine e asservite ai suoi obiettivi. Un mondo retto da pochi in un mondo di milioni di assoggettati.
Per queste ed altre considerazioni, occorre da subito ritrovare lo spirito della nostra Costituzione, ma occorre anche incidere politicamente sull'agenda dei Governi, affinché non solo si riformi la scuola in senso costituzionale, ma essa sia messa al centro della politica e sia istituzione dove reindirizzare investimenti: perché soltanto la scuola può educare le nuove generazione alla stessa consapevolezza costituzionale. Stiamo andando invece verso un mondo sempre meno consapevole della nostra Carta, e con ciò sempre più lontano dal suo dettato: cioè, in definitiva, verso un mondo dove principi fondamentali, diritti e doveri, pratiche istituzionali sono sempre meno osservati, plasticamente piegati agli obiettivi che di volta in volta i Governi si prefiggono. Un allontanamento che rischia di essere irreversibile se non interveniamo presto: chi non conosce i propri principi, diritti e doveri è alla mercé di chi governa, di fatto non più cittadino, ma individuo governato, cui si dice solo cosa fare e come farlo senza più dialettica, perché non ci sarebbe più partecipazione democratica.

 
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Sorridere a ferragosto sui nostri disastri

Centro per limpiego insegna 350 260di Ivano Alteri - Anche oggi, come ormai da diversi giorni, dobbiamo registrare una gran ressa di imprenditori esasperati, accampati davanti al Centro per l'Impiego di Frosinone, alla ricerca disperata di disoccupati. Al Centro la situazione è ormai ingestibile e preoccupante. Impiegati e dirigenti sono costretti ad entrare dall'ingresso posteriore, per evitare la calca e gli spintoni, e raggiungere incolumi gli uffici. Il malcontento tra loro è palpabile. “Le solite cose improvvisate. Non potevano pensarci prima? Non lo sapevano quello che sarebbe successo?”, sono solo alcune delle considerazioni che possiamo riferire, tra le tante espressioni di rabbia che riferibili invece non sono.

Per dovere di cronaca, dobbiamo annotare però che il direttore del Centro si è attivato prontamente sin dal principio, non appena resosi conto di quanto stava per accadere. Come abbiamo potuto appurare, egli non ha mancato di tempestare di telefonate i livelli superiori, affinché mandassero rinforzi per tempo; ma senza esito.

Anche tutti gli altri Centri della regione, abbiamo appreso da fonti attendibili, si trovano nel più totale caos, e sembra non ci sia verso, neanche cambiandolo, di venirne fuori. Sono girate voci incontrollate di impiegati dei Centri costretti a portarsi in ufficio familiari fino al terzo grado, per farsi aiutare a smaltire le richieste di assunzioni. Ma questo non poteva che causare ulteriori problemi. La direzione generale è dovuta infatti intervenire con urgenza, per riportare un poco d'ordine e non distogliere il resto della popolazione laziale dalla normale occupazione lavorativa.

Insomma, alla fine, sembrerebbe che, come al solito, al direttore abbiano detto: “Arrangiati!”. Raccontano testimoni di averlo visto accasciarsi sulla sedia, dopo l'ennesima telefonata convulsa, di certo rimuginando su quanto gli stava accadendo, e nel disperato tentativo di trovare un qualche filo logico in quel guazzabuglio di pensieri. Siamo andati a trovarlo per chiedergli di condividerli con noi e di raccontarci quest'ennesima storia di imbarazzante disorganizzazione italica.

Un'ironica conversazione immaginata con il dirigente del Centro per l'impiego

Direttore, cosa accade?

Qualche chiaro segnale si era avuto già – inizia con un fil di voce e sguardo spento - quando l'aveva annunciato Zingaretti. Davanti al Centro si potevano già vedere allora sporadici capannelli di imprenditori sin dalle prime luci dell'alba; alla spicciolata giungevano circospetti, nella recondita speranza di non trovarvi troppi contendenti. Ma subito si rendevano conto che la loro era speranza vana. Allora si acconciavano alla meglio vicino alla fontana, ormai rassegnati ad una attesa che si prospettava niente affatto breve, si passavano solidali il thermos col caffè caldo... Si racconta di tentativi notturni di alcuni di loro, di sicuro tra i più ottimisti, che non rinunciavano a fermare qualche occasionale passante insonne, chiedendogli timidamente e speranzosi: “Scusi, lei è disoccupato?”; “No, io spaccio. Serve qualcosa?...”.

Ma poi le cose sono andate peggiorando...

Sì, subito dopo, quando alla fine ne ha dato conferma Buschini: arriva in Ciociaria il bonus di ottomila euro per ogni assunzione. Ma si può? Quell'improvvida dichiarazione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma dico io, volete dare dei bonus? Va bene, fate pure; ma cercate di organizzarvi per tempo no!...Ci lasciate così, ci lasciate?

E invece?

E invece niente. Ho telefonato e ritelefonato alla direzione generale dei Centri, per avere qualche altro impiegato di supporto. Ma mi hanno preso per matto. “E dove li andiamo a trovare?”, mi hanno detto, “in tutta la regione è così!...”. “E allora io come faccio?”; “Arrangiati!”, mi hanno risposto.

E lei?...

Io ho cercato di fare del mio meglio; ho cercato di adottare qualche provvedimento, almeno di assegnare dei “numeretti”...

I numeretti?

Sì, quelli che si usano all'Inps, ai supermercati, per dare ordine alla coda... Ho chiamato un mio collaboratore e l'ho incaricato di acquistare subito qualcuna di quelle macchinette... Non è stato facile trovarne, le avevano già comprate quasi tutte quelli delle biblioteche sparse per la provincia, ci hanno detto...Centro per limpiego 350 260

E hanno funzionato?

No.

Perché?

E perché?... perché quando l'abbiamo messe in funzione, i numeri sono stati presi da quelli che erano arrivati da poco; quegli altri, che stavano lì da giorni, era già crollati per la stanchezza, e dormivano...

Insomma, si è praticamente ribaltato l'ordine di arrivo?

Eh sì.

Si può immaginare la reazione?...

Non me lo dica... quando si sono risvegliati e si sono accorti della beffa ci hanno ricoperto d'insulti. “E' una vergogna! Questa è l'Italia! Questa è la Ciociaria!”, “i disoccupati li date solo ai raccomandati”, “venduti!”. Un putiferio.

E allora, cosa avete fatto?

Abbiamo iniziato le chiamate a partire dai numeri più alti, per cercare di rimettere in ordine la fila.

E come è andata?

Beh, non abbiamo certo risolto il problema della ressa. Chi ne voleva due, chi ne voleva cinque, chi ne vole dodici... e tutti a tempo indeterminato, eh! Ma i disoccupati, quelli erano. E presto sono finiti.

Ci racconti qualche aneddoto significativo

C'è stato un tizio che cercava cinquantadue disoccupati, per avviare una nuova attività; “Seeee!” gli hanno risposto in coro, “noi siano qui da cinque giorni; vedi un po' di aspettare il tuo turno, e poi vedrai che te li daranno i tuoi cinquantadue disoccupati... ah, ah, ah!”.

Ma c'è stato anche di peggio, ci risulta...

Sì, mi hanno raccontato di un vecchietto che non trovando nessun cantiere aperto nel quartiere si era avvicinato incautamente a quella gran cagnara; mi hanno detto che se l'è vista brutta. Era stato accerchiato da una masnada d'incravattati e signore tacco 12 e tailleur, che con aria vagamente minacciosa gli aveva chiesto fissandolo negli occhi: “Scusi, lei è disoccupato?”. Lui, mi hanno riferito, era arretrato intimorito di qualche passo, quasi inciampando sul bastone che di solito lo teneva in piedi, con la mascella pendente fino al collo, la dentiera lì-lì per cascargli a terra. Aveva tentennato per qualche istante, non sapendo bene quale fosse la risposta giusta. Ma poi, preso a due mani il poco coraggio che gli era rimasto, aveva riaggiustato la dentiera nella bocca con un colpo di lingua, e strabuzzando gli occhi si era risolto nel dire la verità, il temerario: “No, sono pensionato”. Non l'avesse mai detto: “Aaaah! Ecco qua l'Italia dei pensionati e occupati che fanno la bella vita, e noi qui in fila da giorni... Bella roba... e poi dice che non funziona niente...”

Certo, ci si poteva organizzare un po' meglio, prima di annunciare 'sti bonus!...

Beh sì, qualcosa di meglio potevamo fare anche noi...

E cioè?

Mah, c'era un signore piuttosto adirato che mi ha fatto tanto pena. Giustamente continuava a ripetere singhiozzando e nascondendo il viso sulla spalla di un compagno di sventura: “Non è possibile... non è possibile... Ma perché deve succedere tutto questo? Sono giorni e giorni che sto qua davanti. È organizzazione questa? Ma non hanno proprio pietà? A ME SERVE SOLO UN PART-TIME, CAZZO! Non si potevano fare almeno due file distinte?”. Effettivamente non aveva tutti i tor...

Il direttore non riesce a finire la frase e stramazza a terra catatonico; ma viene prontamente soccorso dagli operatori del 118. L'intervista è finita. Noi cerchiamo di avviarci all'uscita ma un impiegato armato di scopettone e con un cestino in testa tenta d'impedircelo, pensando che noi stiamo invece entrando. Lo rassicuriamo con qualche pacca sulla spalla e lo affidiamo agli infermieri... Questo è il clima che si respira lì dentro in questi giorni.

E certo fuori non va megdisoccupati 350 260lio. Appena usciti ci si avvicina uno scalmanato di corsa, con la cravatta madida di sudore annodata intorno alla fronte, che ci urla in faccia con gli occhi fuori dalle orbite “Scusi, lei è un disoccupato?”; “No, sto in ferie...”; “Ma che cazzo di paese è diventato questo... Vedrai che me ne vado all'estero, me ne vado!”, ci dice, prima di prorompere in un pianto dirotto.

La calca, d'altra parte, non accenna a scemare né gli animi a chetarsi. Agenti in assetto anti-sommossa fanno quel che possono per evitare incidenti. Una notizia, non confermata né smentita, racconta che nei giorni scorsi la questura è stata costretta a distogliere quasi tutto il personale e gli autoveicoli di polizia e carabinieri assegnati originariamente alla ministra Boschi per la visita in Ciociaria, lasciando per lei soltanto milletrecentosettantotto agenti, ottantaquattro mezzi corazzati e diciassette cingolati. Segno, questo, di una situazione drammatica che rischia da un momento all'altro di farsi tragica.

E in questi giorni di caccia al disoccupato, infine, non poteva certo mancare l'opinione più che mai amareggiata di Gino Rossi, portavoce della Vertenza Frusinate, che dalle pagine di facebook non risparmia critiche agli stessi suoi ex compagni di lavoro: “STANNO CERCANDO ANCHE VOIIIIIIIIIIIIIIII NON VI NASCONDETE COME FATE SEMPREEEEEEEEEEE TROPPO COMODO STARSENE A CASAAAAAAAAAAAAA DEVO FARE SEMPRE TUTTO IOOOOOOOOOOOOO....”. Senza risparmiare le giuste critiche, tuttavia, ai veri responsabili del disastro che, ancora sul noto social, Rossi richiama all'ordine così: “BRUSCHINIIIIIIIIIIIIIIIIII TE L'AVEVAMO DETTOOOOOOOOOOOOO TU SEI IL RESPONSABILE DI TUTTO QUESTOOOOOOOOO NON VOLETE MAI ASCOLTARE NESSUNOOOOOOOOOOOOOOO ORA CHI CI PENSA ALLE FAMIGLIE DI QUELLI DEL CENTRO PER L'IMPIEGOOOOOOO...”. In serata, in un tweet, è arrivata puntuale la replica piccata ma rassicurante di Buschini, probabilmente suggerita da qualche spin doctor di area renziana: “Gino, stai bonus!”.

Dove andrà a prendere i disoccupati la Ciociaria? Come affronterà, la Regione, quest'ennesima emergenza ciociara? Che fine faranno i bonus? Lo sapremo nei prossimi giorni, ferie permettendo.

Frosinone 11 agosto 2016

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