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Ex-Ilva, necessario un nuovo blocco sociale

 AMBIENTE. TARANTO

In dialogo con il segretario della Fiom–Cgil di Taranto, Giuseppe Romano, la proposta della costruzione di una prospettiva egemonica che includa i diritti di tutti, a cominciare da quello alla salute

genitori tarantini 390 min

di Alessandro Marescotti 
“Ex-Ilva, urge l’avvio della transizione ecologica”. Con questo titolo, su questo sito, viene riportato il pensiero di Giuseppe Romano, segretario Fiom-Cgil di Taranto. Vi si legge: “L’attuale stabilimento col ciclo integrale e con questo tipo di impianti – ancor più in assenza di massicce dosi di manutenzioni straordinarie, ma anche ordinarie – non è più sostenibile”. Giuseppe Romano è un sindacalista attento e ben documentato. Sull’Ilva di Taranto ha già dichiarato al giornalista Guido Ruotolo: “La questione vera, oltre alla compatibilità ambientale e sanitaria, è come si tiene l’occupazione attuale che prevede per il ciclo integrale l’equazione un milione di acciaio prodotto e mille dipendenti. Già col forno elettrico il rapporto scende a un milione di acciaio e trecentocinquanta-quattrocento lavoratori”.

Seguiamo allora il filo del discorso immaginando che l’Europa finanzi interamente i forni elettrici, sostituendo il carbone e utilizzando energie rinnovabili non inquinanti per produrre l’idrogeno. Immaginiamo che questo sistema di produzione dell’acciaio “pulito” passi rapidamente dalla fase del prototipo su piccola scala a quella della produzione su larga scala. E immaginiamo che l’Europa paghi persino l’energia necessaria a farlo decollare. Insomma, una partenza gratis per una svolta totale che affranchi Taranto dai veleni siderurgici attuali.

Il sindacato sarebbe felice per questa transizione ecologica? Il problema è che con questa “transizione” si scende – lo dice Romano – a trecentocinquanta-quattrocento addetti per milione di tonnellate/anno di acciaio.

Il nuovo ciclo produttivo decarbonizzato, altamente automatizzato, è di tipo labour saving e compensa i maggiori costi iniziali di investimento con una netta riduzione della forza-lavoro e, in prospettiva, con una minore tassazione, in vista di una carbon tax sempre più pesante per i cicli produttivi basati sul carbone.

Immaginiamo una produzione a sei milioni di tonnellate/anno di acciaio. Facendo la nuda contabilità degli apporti occupazionali di un simile stabilimento siderurgico decarbonizzato, possiamo dire che un’Ilva totalmente “green” passerebbe da oltre diecimila posti di lavoro a un numero di occupati pari a circa un quarto: duemilacinquecento lavoratori, e anche meno. Il taglio sarebbe almeno del 75% rispetto al tempo dei Riva. E se la produzione aumentasse a sette milioni di tonnellate/anno? Non si arriverebbe a tremila lavoratori. E anche nell’ipotesi di arrivare a otto milioni di tonnellate/anno – irrealistica stando all’attuale effettiva richiesta di acciaio –, ecco che l’occupazione sarebbe comunque di un terzo rispetto ai tempi dei Riva.

Di fronte a questo scenario, è lecito chiedersi se non sia diventato centrale, per il futuro dei lavoratori di quello che fu il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, una riconversione che vada oltre la fabbrica e abbracci il territorio nel suo complesso. Questione mai affrontata con la necessaria convinzione da parte sindacale, in quanto si è puntato sulla ripresa occupazionale, cosa che si sta rivelando irrealistica. Dai numeri che emergono (la decarbonizzazione non darà posti di lavoro ma li toglierà), la riconversione economica è la vera questione che riguarda il futuro dei lavoratori, i quali, in grande maggioranza, non andranno mai in pensione come lavoratori del comparto siderurgico. E i quali, da tempo, portano a casa un reddito pagato di fatto dai contribuenti italiani, viste le enormi perdite economiche dello stabilimento.

L’urgenza di una scelta di riconversione complessiva poggia sui dati drammatici emersi dalla recente ricerca pubblicata su “Environmental Research” e qui che certifica un eccesso di mortalità, nei quartieri vicini alla fabbrica, di cento persone l’anno. È il dato drammatico che è stato esposto dai ricercatori, autori dello studio, alla delegazione dell’Onu che si occupa di diritti umani e che da Ginevra si è recata a Taranto il 2 ottobre scorso. E se cento tarantini che muoiono ogni anno in più non sono capaci di smuovere la compassione del mondo, si sappia almeno che lo stabilimento è un “mostro climatico” che si classifica al primo posto in Italia per emissioni di CO2, sommando ciò che esce dai camini a ciò che fuoriesce dalle centrali termoelettriche dello stabilimento che si alimentano dai gas siderurgici. A che serve gridare contro i cambiamenti climatici – com’è accaduto nella Pre-Cop26 di Milano conclusasi il 2 ottobre –, se poi si lasciano salire al cielo le emissioni dei mostri climatici, che associano al danno sanitario locale anche il danno ecologico globale?

Le tecnologie che possono salvare le persone e contrastare i cambiamenti climatici ci sono. Lo dice Greta. Lo dicono tutti gli scienziati. Ma quelle tecnologie non salvano tutti i posti di lavoro, anzi li falciano inesorabilmente. E proprio per questo un sindacato pro-attivo, capace cioè di anticipare i tempi e di fornire risposte prima che si verifichino gli effetti inaccettabili, dovrebbe essere pienamente consapevole che un’epoca è finita e che difendere il passato non servirà a nulla. I tempi che ci aspettano richiedono qualcosa di completamente diverso dal passato. Richiedono una difesa delle persone e dei loro diritti, non quella di obsoleti processi produttivi che hanno ridotto la speranza di vita dei lavoratori anziché aumentarla. I tempi nuovi richiedono un sindacato che, facendosi carico del destino dei lavoratori, si faccia carico anche del destino degli “altri”, di quelli che sono fuori del muro di cinta della fabbrica. Un tempo gli studenti andavano ai cancelli delle fabbriche per unirsi agli operai. Oggi non più: anzi, a Taranto vanno a quei cancelli apponendo, com’è successo, dei lucchetti e scrivendoci sopra “chiusura”. La costruzione di un blocco sociale capace di “egemonia” è l’unica strada per contrastare ingiustizie e per costruire un’idea equa di futuro, in cui nessuno sia posto in un angolo, dimenticato, o in un reparto a fare chemioterapia.

L’egemonia è un sistema di alleanze costruito con una cultura nuova, sugli intellettuali. Oggi più che mai sulla scienza e sulla ricerca. Questo ci insegnò Gramsci con i suoi Quaderni: costruire alleanze fra gruppi sociali non omogenei fra loro, ma potenzialmente convergenti per un bisogno radicale di giustizia sociale. Questa idea di egemonia, basata sul dialogo fra diverse forze sociali, è l’unica che può allargare le alleanze di una classe operaia oggi isolata, riportandola – come un tempo – al centro di un’idea di futuro basata sulla giustizia sociale e sulla condivisione di una prospettiva che includa i bisogni e i diritti di tutti.

-4 Ottobre 2021 

 

 

 

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Ceccano Calcio. Mattia Moscardini nuovo acquisto rossoblu

 CECCANO CALCIO

Un colpo che va a rafforzare la rosa a disposizione di mister Mirco Carlini

di Valentino Bettinelli
MatteMoscardini Ceccano calcio 370 minAncora novità in entrata per il Ceccano Calcio 1920. Il sodalizio del presidente Gianluca Masi annuncia l’acquisizione delle prestazioni sportive di Mattia Moscardini, giovane classe 2002, proveniente dal Sora, con cui ha affrontato il campionato di Eccellenza.

Un acquisto importante e che persegue la linea giovane del club rossoblu. Moscardini è un esterno di talento e ceccanese doc, di nascita e per formazione calcistica, avendo completato il percorso di formazione nel settore giovanile ceccanese.
La società, per parola del direttore Tonino Pizzuti, si dice “soddisfatta per l’arrivo di Moscardini. Un calciatore, che insieme a tanti altri giovani, rafforza il gruppo dei calciatori ceccanesi in rosa. Un risultato importante del lavoro che storicamente viene svolto a Ceccano nell’ambito del settore giovanile. Ancora una volta la prima squadra avrà in rosa tanti ragazzi nati e cresciuti calcisticamente nella nostra città”.

Il giovane Mattia Moscardini è “orgoglioso di vestire la maglia del Ceccano Calcio”, e si dichiara “pronto a mettersi a completa disposizione del mister e dei compagni, per fare bene nella prossima stagione”.
Un colpo che va a rafforzare la rosa a disposizione di mister Mirco Carlini. Gruppo che sta affrontando l’avvio del percorso di preparazione atletica, in vista dell’inizio del campionato di Promozione. Un’annata di ripartenza dopo lo stop forzato dovuto alla pandemia, che vedrà in campo un Ceccano Calcio guidato dai giovani talenti locali, che sono pronti al massimo impegno per il bene della squadra e per il blasone dei colori rossoblu.

*Valentino Bettinelli, Ufficio Stampa

 

 

 

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Il nuovo rapporto ONU sul clima

 AMBIENTE E FUTURO

Un rapporto sul clima è allarmante, quanto mai prima d'ora

di Alessandro Marescotti
cambiamenti climatici 390 minIl nuovo rapporto ONU sul clima è allarmante ed è il più dettagliato mai presentato fino a ora. Afferma che i cambiamenti climatici sono "inequivocabilmente" causati dalle attività umane e stanno provocando disastrosi effetti "senza precedenti". Gli esperti dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) dell'ONU nel loro rapporto hanno documentato lo scioglimento dei ghiacci che sta causando l'immissione di miliardi di tonnellate di acqua negli oceani provocando il contemporaneo innalzamento del livello dei mari. L'ultimo decennio, secondo gli esperti dell'ONU, è stato il periodo più caldo probabilmente degli ultimi 125 mila anni e i livelli di anidride carbonica, a causa delle attività umane, sono i più alti degli ultimi due milioni di anni. Se non si interviene subito si va verso un futuro in cui milioni di persone saranno costrette a migrare dalle zone costiere sommerse dalle acque e dalle aree inaridite del pianeta. L'ONU parla apertamente di "codice rosso per l'umanità".

Di fronte a questo crescente disastro in atto, Greta Thunberg ha dichiarato che "siamo in una situazione di emergenza" e che "sta a noi prendere decisioni basate sulle prove scientifiche fornite in questi rapporti".

In Italia il simbolo dell'emergenza climatica sono gli altoforni a carbone e le cokerie dell'ILVA di Taranto, gli unici impianti di questo genere ancora rimasti nella nostra nazione. Tali impianti raddoppiano le emissioni climalteranti alimentando anche le centrali termoelettriche dello stabilimento che bruciano gas siderurgici in continuazione. Per questo imponente rilascio complessivo di CO2 l'ILVA è stato definito un "climate monster" in quanto ha un impatto sul clima superiore persino rispetto alle centrali a carbone.

PeaceLink in questi anni ha più volte sostenuto la necessità di fermare l'area a caldo dello stabilimento ILVA di Taranto per il disastro ambientale documentato dalla magistratura con la recente condanna in primo grado. Da quella condanna occorre partire nella consapevolezza che abbiamo di fronte, oltre al disastro ambientale, anche il disastro climatico. Siamo di fronte a due disastri ecologici, uno locale e uno globale.

Quello di Taranto è un ciclo siderurgico insostenibile per gli uomini e per il clima. Non potrà continuare così. E' ragionevole attendersi una ulteriore perdita di competitività di quello stabilimento sotto i colpi di una futura "carbon tax". Lo stabilimento di Taranto ha perciò gli anni contati e comunque non ha più futuro. Toglie speranza al pianeta oltre che alle persone. Hanno gli anni contati tutte le attività basate sul carbone. Il carbone è una ormai ferita all'ambiente e al futuro. E l'ILVA è oggi un gigantesco divoratore di carbone.

I governi, di fronte al rapporto ONU, dovranno necessariamente anticipare l'eliminazione del carbone dai cicli produttivi. E per il governo italiano questo significa azioni immediate per la transizione ecologica e quindi per l'eliminazione degli unici altoforni a carbone che sono rimasti in Italia: quelli dell'ILVA.

Chi si opporrà alla eliminazione del carbone sarà moralmente ed economicamente corresponsabile del disastro climatico in atto. Un disastro su cui i governi perderanno il controllo con effetti catastrofici.

PeaceLink invierà al ministro Cingolani una richiesta di cronoprogramma per chiedere la pianificazione della riduzione dell'uso del carbone dell'ILVA, con una quantificazione oggettiva e certa delle riduzione programmate di emissioni di CO2 nei prossimi 48 mesi.

Il tempo degli indugi amletici è finito e sicuramente quello che il governo non potrà autorizzare è il ritorno alla produzione a 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio che - oltre ad un rischio sanitario inaccettabile - comporterebbe una totale insensibilità rispetto al grido di allarme dell'ONU e degli scienziati. Un governo decente non può più autorizzare aumenti dell'uso di carbone nell'ILVA.

PeaceLink chiede al ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani un programma di reimpiego dei lavoratori dell'ILVA in esubero nell'ambito di programma di riforestazione e di riassorbimento della CO2, compensando ciò che lo stabilimento in questi anni ha fatto, inquinando e rendendosi corresponsabile del cambiamento climatico in atto.

Taranto è maglia nera delle città italiane con solo 9 metri quadri di verde urbano per abitante. Sarebbe straordinario vedere i lavoratori dell'ILVA in esubero ripagare la città dei danni inferti con un programma di riforestazione per compensare la CO2 prodotta dallo stabilimento. Le dimensioni della riforestazione necessaria a ottenere la compensazione della CO2 dell'area a caldo sono mastodontiche e forse oggi irrealizzabili, ma cominciare a far piantare alberi agli operai degli altoforni sarebbe un grande segnale di svolta, simbolico ma profetico, per porre fine a Taranto all'età del carbone. E sarà importante far piantare gli alberi giusti. Esistono infatti avanzate sperimentazioni su alberi che sono in grado di disinquinare il suolo e che possono bonificare i terreni contaminati dai metalli pesanti e dagli inquinanti persistenti. All'assorbimento della CO2 può essere associato quest'ulteriore e virtuoso assorbimento delle sostanze contaminanti. Non solo. Un progetto di questo tipo porterebbe a Taranto una nuova filiera economica, basata sui polimeri naturali, sui biocarburanti e sull'economia circolare. I nuovi polimeri naturali, capaci di sostituire la filiera della plastica - altra grande emergenza ambientale - si ottengono ad esempio dai pioppi che sommano le interessanti prospettive di disinquinamento dei terreni alla produzione di fibre naturali alternative alla plastica.

Gli alberi sono il futuro.
Il carbone è il passato.
Occorre scegliere e progettare uno sviluppo sostenibile mentre il disastro ambientale ci sovrasta.
*Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
www.peacelink.it

 

 

 

 

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Ceccano Calcio. Michele Settanni nuovo acquisto

CECCANO CALCIO

Un nuovo acquisto per la prima squadra che affronterà il campionato di Promozione

di Valentino Bettinelli*
settanni 360 minIl Ceccano Calcio 1920 è lieto di annunciare la formalizzazione di un nuovo acquisto per la prima squadra che affronterà il campionato di Promozione. Tra le fila rossoblu arriva Michele Settanni, attaccante classe 1985, proveniente dal Monte San Giovanni Campano.

Calciatore affidabile e con grande esperienza della categoria, avendo vestito per tanti anni le maglie di Alatri e Tecchiena, con un bottino personale che sfiora le 200 reti realizzate tra Eccellenza e Promozione.
Un innesto di livello per il Ceccano che rende felice il Presidente Gianluca Masi: “siamo orgogliosi di avere Michele Settanni con noi, per la sua esperienza e per la qualità che potrà certamente garantire alla nostra squadra. Lo ringrazio e gli auguro di far bene insieme a tutti i suoi nuovi compagni, per raggiungere insieme grandi traguardi sportivi per il Ceccano Calcio”.

Entusiasta anche il mister Mirco Carlini, che ha già allenato il bomber Michele Settanni. “È un acquisto importantissimo per noi” - dichiara Mirco Carlini - “che accresce il valore e la potenza offensiva della nostra squadra. Sono molto contento dell’arrivo di Michele a Ceccano. Lo conosco molto bene, per averlo allenato per tanti anni in precedenza, e sono certo che faremo un grande lavoro insieme”.

Michele Settanni si unirà, dunque, alla rosa del Ceccano Calcio, che si presenterà ai nastri di partenza del prossimo campionato di Promozione con l’obiettivo di dare continuità agli ottimi risultati che stavano arrivando nella scorsa stagione, prima che il campionato venisse interrotto a causa della pandemia.

Un acquisto che punta a rafforzare il già competitivo reparto offensivo del Ceccano Calcio, mettendo a disposizione di mister Carlini una rosa pronta e affidabile che possa ben figurare nel prossimo campionato di Promozione.

*Valentino Bettinelli, Ufficio Stampa

 

 

 

 

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L’arrivo di un nuovo giorno

PER NON DIMENTICARE

Da un nipote affettuoso

di Francesco Spilabotte
GerardoRiccardi 350 minA Zio Gerardo
L’arrivo di un nuovo giorno assai remoto pervade l’animo di tutti coloro che sono legati indissolubilmente ad una persona che è riuscita a lasciare un segno indelebile e pregno di significato su questa terra: Zio Gerardo Riccardi.

Un uomo che ha avuto il coraggio di vivere fino all’ultimo la sua vita, che ha saputo donare indistintamente ed a proprio modo il suo amore al prossimo ed alle persone a lui più care, lasciando dentro ognuna di esse una parte unica ed indistruttibile del suo essere (un insegnamento, un sogno, un desiderio, un ideale); tutto ciò costituisce un innegabile ed indissolubile legame tra terreno ed ultraterreno. Le persone che sanno trasmettere ed infondere la propria presenza ed il proprio calore riescono a vincere la dimenticanza, l’oblio più assoluto ed in un certo senso la morte.

Mediante i ricordi, rivivono in noi le memorie dei nostri più cari affetti attraverso dei piccoli gesti e delle semplici azioni; così anche nei momenti più importanti e complessi della propria esistenza, come quando ci si trova di fronte a scelte decisive della vita pensiamo: “Come si sarebbe comportato Zio Gerardo? Cosa avrebbe fatto al mio posto?”. Tutto questo permette di concepire il proprio caro come la stella che illumina le notti più buie, quella stella polare “personale” che indica sempre il NORD, che ci guida durante il nostro cammino esistenziale, ci rinfranca e rassicura nei momenti di sconforto e di smarrimento. Proprio in quegli attimi più difficili ed oscuri giunge quella luce, quella persona che da lontano, attraverso i suoi raggi luminosi e splendenti, infonde il suo amore ed il suo coraggio, la fortezza d’animo, la speranza e la fede in chi osserva ogni notte colui che è partito. Il chiarore che illumina le nostre notti diviene una nuova stella nel firmamento. In attesa dell’arrivo di una nuova alba assai remota, aspettiamo di incontrare nuovamente la luce nella bellezza della persona amata: E LUCE FU.

Ciao Zio Gerardo, sarai sempre dentro di me!

05/07/2021

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Il nuovo Consorzio industriale del Lazio

LAVORO E LAVORATORI

Il consorzio industriale unico del Lazio e la crescita del lavoro

di Donato Galeone*
RegioneLazio 370 GeosNews minNel luglio 2020 Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti dichiara di “non sprecare l'occasione proveniente dai miliardi di euro dall'Unione Europea che daranno fondamento alla strada dove comminerà il futuro”.

Giorni fa – 4 giugno 2021 attuando la legge regionale n.7/2018 – nasce “un nuovo e unico Consorzio Industriale per tutta la Regione Lazio” che è l'unificazione dei cinque Consorzi di Sviluppo Industriali (ASI) esistenti nel Lazio.

Si tratta – leggiamo – di “modernizzare i sistemi industriali e produttivi del Lazio, valorizzare e semplificare l'assetto gestionale dei Consorzi attualmente esistenti per contribuire a mettere in campo una NUOVA POLITICA INDUSTRIALE REGIONALE”.

Per l'importante evento il Presidente Zingaretti ha sottolineato che la delibera con la istituzione del Consorzio Unico “pone le basi per dare al comparto produttivo laziale un assetto gestionale tra i più organizzati in Italia” e il Vice Presidente Leonori con l'Assessore Orneli hanno confermato che “la nascita del Consorzio Industriale Unico Regionale permetterà di creare un ambiente favorevole per lo sviluppo delle imprese in grado di agevolare la diffusione della innovazione, della digitalizzazione e delle buone pratiche per una crescita sostenibile”.

Si apre, quindi, un nuovo percorso o strada unica ricostruita e moderna su cui “camminerà il futuro” - auspicato da Zingaretti - della transizione decennale 2021-2026-30 mediante una progettazione complessiva di sviluppo laziale che dovrebbe essere lungimirante e condivisa dalle parti sociali e territori, cofinanziata dalle risorse finanziarie europee.

Una incisiva ripartenza di sviluppo e lavoro, peraltro, già indicata nell'ottobre 2018 dalla Regione Lazio e sollecitata dal Consiglio Regionale del 21 gennaio 2020 mediante la definizione articolata unitaria dell'area laziale territoriale economica-sociale, partendo dalle aree economiche portuali di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta: dal mare verso le aree interne delle cinque province laziali e coinvolgendo le APEA (area produttiva ecologicamente attrezzata) coordinate dai cinque Consorzi Industriali singoli o preferibilmente unificati, oggi, nel costituendo Consorzio di Sviluppo Industriale del Lazio.

Si dovrebbe prevedere - entro queste aree territoriali ecologicamente attrezzate - con proposte progettuali multifunzionali allo sviluppo economico e sociale equilibrato delle aree provinciali laziali - non solo con parole - il condividere e definire gli obiettivi da pianificare e realizzare mediante il supporto, valido e necessario, del Consorzio Industriale Lazio essenzialmente.
1- nella promozione e conoscenze dei piani industriali e processi evolutivi continui di mercato dalle multinazionali alle imprese;
2- nelle iniziative cogenti e pratiche verso il miglioramento delle capacità attrattive nel Lazio sia nazionale che estere;
3- nella pianificazione e tempistica realizzazione degli interventi necessari e urgenti di bonifica integrale di tutte le aree agricole e di quelle da destinare alla ripresa attiva industriale e servizi nel contesto della transizione ecologica nazionale e dei processi di digitalizzazione.

Sia la Regione Lazio che il braccio operativo-esecutivo del Consorzio di Sviluppo Regionale Lazio dovrebbero - recuperando ritardi - farci conoscere a breve le proposte articolate in bozza sin dal 2018 – da aggiornare territorialmente – con un definito “PIANO STRATEGICO DI SVILUPPO REGIONALE” da gestire - oggi - nella dimensione regionale e coniugato tanto con le sei missioni indicate nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) quanto, essenzialmente, ai tempi predeterminati europei 2021-2026 attuativi della transizione ecologica e digitale.

Il costituito Consorzio Industriale Lazio dovrebbe essere funzionale alla ripresa e al sostegno delle attività imprenditoriali presenti anche nel frusinate, partendo dalle aree SIN della Valle del Sacco, per settori produttivi agricoli e mappando unità industriali cessate o abbandonate – da recuperare – oltre a favorire nuovi investimenti e insediamenti proposti e condivisi mediante piani regolatori tra le Amministrazioni dei Comuni consorziati, oltre che strumento operativo di Regione Lazio nella esecuzione degli interventi nelle aree da attrezzare e rilanciare salvaguardando salute e massimi livelli occupazionali “pur bloccati al 30 giugno da emergenza Covid -19”.

In questo quadro nuovo di sviluppo innovativo di impresa e lavoro territoriale appare attualissima, in queste ultime settimane di giugno, la esigenza di una verifica occupazionale - ai livelli regionale e provinciale - mirata alla salvaguardia di posti di lavoro nei settori trainanti la economia laziale.

Vale a dire: mappare, identificare e verificare - tra associazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori - tutti quei settori e aziende impegnate nella ripresa e la riorganizzazione del lavoro aziendale sia nei livelli degli eventuali esuberi che sul come rioccuparli evitando, ragionevolmente e solidalmente, la strada del licenziamento in presenza, ancora, dell'emergenza Covid-19.

Da tenere in conto quanto l'ISTAT ci dice: che il numero degli occupati è sceso di 800 mila unità rispetto al febbraio 2020 mentre il settore della sanità va rafforzato con assunzioni, mediante adeguate piante organiche ospedaliere e di pronto soccorso di prossimità territoriali.

In questa difesa sociale occupazionale anche in “direzione selettiva per settori produttivi di beni e servizi” - superando il balletto inconcludente di rozza propaganda politica – il Governo e il Ministro del Lavoro, con il Parlamento, dovrebbero convenire, favorire e concertare con parti sociali rappresentative di imprese e lavoratori ogni “modalità e tempi certi di difesa occupazionale” oltre il 30 giugno 2021.

*ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

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Sora. Un progetto nuovo per il futuro della città

  • Pubblicato in da Sora

SORA. Comuni del Frusinate

Comunicato stampa congiunto M5S-PD

M5S PDUn progetto amministrativo nuovo per il futuro della città

Nelle scorse settimane, il M5S Sora ed il circolo PD Sora hanno avviato una serie di incontri, a cui hanno preso parte la Delegazione del M5S e il Commissario e il Sub-Commissario del circolo del PD sorano, al fine di verificare la sussistenza delle condizioni politiche e programmatiche da porre a base di un’eventuale intesa per le elezioni comunali.

Negli incontri, svolti all’insegna della massima cordialità, è emersa la necessità di definire una proposta politica che fornisca all’elettorato sorano un segnale di discontinuità inequivocabile sia rispetto alle passate Amministrazioni che – ancor prima – nei confronti del modo abituale di fare politica a livello locale. L’obiettivo a cui puntano le due formazioni è quello di dare avvio ad una nuova stagione che ponga la competenza, la trasparenza e la legalità al servizio della città.

Le interlocuzioni sono avviate e, nei limiti temporali imposti dall’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale, il PD ed il M5S restano aperti al contributo che altre forze politiche o civiche vorranno apportare alla costruzione di un’alleanza che realizzi un concreto rinnovamento della politica sorana.

Sora, 6 aprile 2021
Comunicato stampa congiunto
M5S Sora e Pd Sora

 

 

 

 

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Anagni: nuovo indebitamento altro che parcheggi si o no

Comuni del Frusinate. Anagni

La minoranza di Anagni a proposito del Consiglio Comunale del 23 dicembre*

Anagni Palazzo della Ragione 350 260Passato l’aspro consiglio comunale del 23 dicembre, sarebbe far torto ai cittadini restringerne le conseguenze al solo tema ”parcheggi sì o parcheggi no” e ancor peggio sarebbe ridurre il tutto intorno al riproporsi del parcheggio auto all’interno delle mura romane in zona Bagno.

La proposta di project financing, sostenuta dal sindaco ed approvata a testa bassa dalla sua maggioranza, è assurda e pericolosa in ogni suo capitolo, in ogni aspetto che riguarda le tasche dei cittadini e lo sviluppo della città.
Anagni rischia di continuare a collezionare primati negativi che penalizzano la città, impoveriscono i cittadini e che, in questo caso, la ingesserebbero nelle mani di società di un gruppo francese per ben venti anni.

La mente corre al project financing sul cimitero della giunta Fiorito – Natalia che ha regalato agli anagnini il cimitero più caro della provincia -forse d’Italia- e la costrizione per molte famiglie di tornare alla tumulazione a terra dei loro cari o a cercare l'ultimo riposo fuori dal comune.

La mente corre anche alla follia di quel mutuo stratosferico acceso dalla giunta Noto – Natalia per l'acquisto dell’ex polveriera che, senza pertinenti progetti di sviluppo, continua a pesare sulle finanze del comune ormai da quasi 10 anni.
Ed ora, con il project approvato in questi giorni direttamente dalla giunta Natalia, gli anagnini si troveranno a pagare anche l’illuminazione pubblica più cara di tutti.

Spostare l’attenzione, come si rischia a prima vista, solo sulla questione del parcheggio sulla mura della circonvallazione sarebbe quasi fare un regalo ad amministratori inadeguati e/o dannosi per la città.
Certamente, nel caso del parcheggio sulle mura di circonvallazione, vedere oggi proporre quello che a gran voce hanno bocciato ieri rasenta il ridicolo o, ancor peggio, una seria preoccupazione!

Anagni ha bisogno di nuovi parcheggi? Sì!
Secondo noi, ne ha bisogno al servizio del centro storico, come della stazione ferroviaria.
E qui, alla stazione, Anagni ha ampie superfici pianeggianti, già quasi pronte, poste direttamente di fronte all’ingresso ai treni. Ogni altra costosa variante è senza credibilità, è furto ulteriore nelle tasche dei cittadini, è offesa ai milioni di euro già pagati, oltre che all'ordinario buonsenso.

Per il centro urbano, la buona politica partirebbe dallo studio di un "Piano della mobilità" che recuperi e utilizzi a pieno il multipiano San Giorgetto (ora +/- al 30%) con adeguati collegamenti, che studi e affronti le ulteriori necessità con risposte esaustive per lo sviluppo e la vivibilità cittadina salvaguardando anzitutto i suoi luoghi più preziosi.
La proposta malamente riesumata del parcheggio sulle mura romane, con l’aggravante dell’utilizzo dell’area del campetto di San Giovanni, non è in linea con nessun principio di buona amministrazione e appare sospetta o risibile se si considera che gli attuali amministratori la bocciarono sonoramente quando fu presentata dall’amministrazione dell’ex sindaco Bassetta.

Un modo del far politica carbonaro ed autoreferenziale che nuoce alla città privandola di qualsiasi coerenza di sviluppo e, in tal caso, svendendola in più parti ad una società francese per la lunghezza di ben venti anni.

Mai e poi mai i cittadini correttamente informati, le diverse associazioni che hanno a cuore la nostra città, potranno accettare il pericoloso paccotto natalizio che la giunta del sindaco Natalia e del vice sindaco d’Ercole vorrebbe regalare alla nostra città.

 

*Comunicato stampa del gruppo di minoranza consiliare dei consiglieri Nello Di Giulio (gruppo Anagni cambia Anagni) Fernando Fioramonti (gruppo Cittàtrepuntozero) Sandra Tagliaboschi (gruppo Noi per la città) Valeriano Tasca (gruppo Casapound)

 

 

 

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Un nuovo Patto europeo sulla migrazione

Melitea. Associazioni

«Dichiarazione di Roma» – Un nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo da rivedere Dicembre 2020

Melitea aderisce

Melitea logo 260 minI 43 firmatari di questa dichiarazione sono le ONG, le associazioni, le reti e le città di diversi paesi europei che, insieme, hanno deciso di prendere la parola. Nel 2019, nella « dichiarazione di Parigi », hanno sottolineato l’irrigidimento delle politiche pubbliche per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati. In seguito, riunite a Berlino, hanno delineato quello che potrebbe essere un Piano di azione per una nuova politica in materia di asilo.

Oggi, considerato il Nuovo patto sull’asilo e la migrazione proposto il 23 settembre 2020 dalla Commissione Europea per uscire dall’attuale situazione di stallo, questi attori della società civile, a cui si aggiungono alcune città e comuni che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere rifugiati, reagiscono con la presente dichiarazione congiunta. Sebbene a margine di una conferenza organizzata online, questa dichiarazione può essere considerata come una “Dichiarazione di Roma”, in quanto l’Italia rappresenta l’insieme delle sfide connesse al fenomeno migratorio.

Noi chiediamo alle istituzioni e ai governi europei di non rinchiudersi con questo Patto, così chiaramente orientato verso i rimpatri, alla prevenzione degli arrivi e alla difesa delle frontiere europee.

1) Riteniamo che l’Europa si sia unita e organizzata sulla base di valori che comprendono il rispetto del diritto di asilo e, più in generale, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti, sia alle persone che migrano verso l’Europa che ai cittadini dell’Unione. Il rispetto di questi valori e diritti è particolarmente importante per gli Stati membri, , nonché per l’Unione, che non può cercare il consenso tra i suoi membri sulla base di tali violazioni. Il rispetto di questi valori e diritti si impone particolarmente agli Stati membri, i quali devono essere oggetto di sanzioni in caso di inadempimento, nonché all’Unione che non può cercare il consenso tra questi ultimi sulla base di tali violazioni.

2) Un Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non può ignorare le cause e le conseguenze della crescente mobilità delle popolazioni nel mondo, aggravate dalla pandemia attuale. In tal senso, il nuovo Patto dovrebbe preoccuparsi delle modalità di ingresso sul territorio, dell’accoglienza di queste popolazioni in Europa e dei loro diritti, invece di dare priorità alla prevenzione degli arrivi e all’organizzazione dei loro ritorni o del loro respingimento. Piuttosto, quando si tratta di relazioni con i paesi terzi di origine o di transito, si dovrebbe dare priorità ad azioni che tendono a migliorare le condizioni dei rifugiati e dei migranti, invece di cercare di esternalizzare i doveri dell’asilo a questi paesi.

3) Il nuovo Patto pone particolare enfasi sulle procedure da applicare ai rifugiati e ai migranti che arrivano alle frontiere esterne dell’Europa, dando priorità al trattamento tempestivo delle domande di asilo e immigrazione, applicate in prossimità del confine di arrivo.

Esso unifica e fonde, nello stesso luogo e nello stesso tempo, una procedura di ingresso e una procedura di asilo, e sottopone entrambe a un regime di detenzione che può durare fino a dodici settimane o più. Fa così della reclusione la prima faccia dell’Europa per tutti coloro che vi arrivano senza titolo, compresi quelli che chiedono asilo. Riteniamo che la prima accoglienza alle frontiere dell’Europa debba curare i richiedenti asilo senza rinchiuderli, ed essere in grado di guidarli in modo prevedibile nell’indagine sulle loro domande.

– Le procedure previste sia per l’ingresso che per l’asilo sono, inoltre, lontane dal rispetto dei diritti e della dignità delle persone: per i richiedenti asilo, il diritto ad un esame individuale della loro domanda, invece di un orientamento sulla base di criteri forfetari come l’appartenenza ad una determinata nazionalità; il diritto di visita, il diritto di ricevere adeguate informazioni e consigli da parte di esperti indipendenti prima e durante la procedura amministrativa; il diritto effettivo all’assistenza e al ricorso; la possibilità per qualsiasi richiedente, la cui domanda di asilo sia stata respinta, di ottenere su un’altra base un permesso di soggiorno; per i migranti che non sono stati ammessi: la dignità delle procedure di ritorno.
– Il monitoraggio del rispetto dei diritti fondamentali è molto necessario. Riteniamo che esso debba essere svolto in modo indipendente, da rappresentanti qualificati di organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

4) Il patto rivela tutta la sua debolezza quando si avvicina alla questione della solidarietà tra gli Stati membri nella ripartizione dei richiedenti asilo. Non solo viene mantenuto il regolamento di Dublino III che impone una responsabilità prioritaria al solo Stato di primo ingresso, ma è abbandonato il piano di organizzare dei meccanismi di ripartizione obbligatori per altri Stati membri: il Patto si rimette a forme di solidarietà volontarie e facoltative, senza reali prospettive di ricollocazione.

Riteniamo che il Patto debba includere, o quantomeno consentire, dei meccanismi di ricollocazione organizzati in maniera trasparente e prevedibile tra gli Stati membri volontari, tenendo conto dei legami effettivi delle persone. Questo è particolarmente importante nei casi riguardanti i richiedenti asilo identificati, o addirittura registrati, in un determinato porto in seguito allo sbarco di persone soccorse in mare (in mancanza di tali sistemi, come ha spesso sottolineato l’UNHCR, i salvataggi in mare potrebbero cessare), e più in generale dopo le procedure condotte alle frontiere esterne dell’Unione europea. Noi riteniamo che questa sia una condizione necessaria per la legittimità di tali procedure.

Il Patto mantiene il principio dei legami significativi di un richiedente asilo con un determinato paese, consentendo a quella persona di esprimere una preferenza, se non di esercitare la piena libertà di scelta. Le procedure di trasferimento della responsabilità dei richiedenti asilo per motivi familiari dovrebbero essere rese più efficaci e comprendere un numero più ampio di casi.

I titolari di protezione internazionale devono inoltre essere autorizzati, a determinate condizioni, a stabilirsi per motivi professionali e non solo familiari, in Paesi membri diversi dal Paese di asilo senza attendere il rilascio del permesso di soggiorno permanente.

5) Questo Patto, che si basa su una visione globale della politica europea in materia di asilo e immigrazione, manca, secondo il nostro parere, di alcuni elementi essenziali :

Meccanismi per l’ingresso regolare e protetto di rifugiati e richiedenti asilo, come i “corridoi umanitari” già sperimentati in Europa per coloro che fuggono da conflitti e crisi nel loro paese di origine.
L’immigrazione per lavoro, secondo il fabbisogno degli Stati membri, attualmente difficile a causa di pochi canali di migrazione legale, ha gonfiato di conseguenza le domande di asilo negli ultimi anni.
Per l’asilo vero e proprio, la mancata armonizzazione tra gli Stati membri delle condizioni di accoglienza e, soprattutto, dei tassi di riconoscimento, causa di confusione e disordine nei movimenti dei richiedenti asilo in Europa.
Il silenzio sulle politiche di integrazione, anche per i rifugiati riconosciuti negli Stati membri. Eppure le possibilità di integrazione condizionano l’intera catena dell’accoglienza. Concentrato com’è sulla questione dei rimpatri, Il Patto non ne parla.
Rivolgendosi agli Stati membri, al Consiglio e al Parlamento europeo, il Patto ignora il ruolo crescente delle città nell’accoglienza e nell’integrazione di rifugiati e migranti.
La “conferenza di Roma” si è conclusa con una parola di mobilitazione, per influenzare un negoziato europeo che si preannuncia lungo. La mobilitazione sarà ricercata a tre livelli contemporaneamente:

## Agendo a livello delle istituzioni dell’Unione europea, in particolare del Parlamento europeo, ma anche degli Stati membri, per influenzare gli aspetti più discutibili del Patto, proporre alternative, ottenere delle garanzie e un controllo qualificato delle procedure;
## Cercando un’ampia coalizione di partner interessati in Europa a promuovere una politica di accoglienza umana e dignitosa per rifugiati e migranti: oltre alle ONG e alle associazioni e le loro reti, le città disponibili ad accogliere, gli Stati membri disponibili ad un approccio diverso, i ricercatori;
## Rivolgendosi alle società e alle opinioni pubbliche dei paesi ospitanti, tenendo conto della molteplicità delle percezioni ma senza sottomettersi alle ideologie xenofobe così presenti, per promuovere un altro approccio culturale alle questioni migratorie.

I Firmatari:

Arbeiterwohlfahrt Bundesverband e.V.
A.M.I.S Onlus
Africa e Mediterraneo
Africa Express
Agorà degli abitanti della Terra
AOI Associazione delle organizzazioni non governative italiani
ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione)
CIR Consiglio Italiano per i rifugiati
CRED (Research and development center for democracy)
Centro Astalli Palermo
Diakonie Deutschland
Differenza lesbica
Forum Réfugiés Cosi
Forum per cambiare l’ordine delle cose
Heinrich Böll Stiftung
Fondazione Orestiadi
France terre d’asile
FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
Filef (Federazione Italiana lavoratori emigranti e famiglie)
Grei250
GRIS (Gruppo Immigrazione e Salute) Sicilia
Istituto Pedro Arrupe
ICS Italian Solidarity Consortium
Italian-Tunisian Forum
GIGI International legal intervention group
Link 2017
Ligue des droits de l’homme
La Cimade
Movimento europeo
Matilde
Melitea
Nigrizia
Promidea
Programma Integra
ProAsyl
Republican Lawyer Association Germany
Sant’ Egidio
Secours Catholique – Caritas
Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.)
Swiss Refugee Council
Tempi moderni
Ufficio regionale per le migrazioni della CESI
UNIOPSS
Ville de Marseille

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Melitea - Il Nuovo progetto

Associazioni. Solidarietà

 Un battito d’ali di farfalla cambia tutto

Melitea logo 260 minUna società malata di paure è una società che perde la dimensione di comunità e si rifugia nell’individualismo.

L’individualismo scatena i peggiori istinti, mai sepolti, solo sopiti, solo nascosti.
Si chiamava controllo sociale, pudore, rispetto di regole di convivenza. Con grandi sacrifici abbiamo ricostruito il nostro Paese, governato i conflitti sociali, pur con momenti tragici vissuti nelle lotte contadine, nelle lotte operaie.

Abbiamo conosciuto stagioni di stragi, di terrorismo, di pezzi dello Stato che complottavano contro la democrazia. Abbiamo resistito, uniti. Abbiamo fatto fronte comune, combattuto e vinto, insieme.
Non sono passati moltissimi anni, ma sembra che abbiamo perduto la memoria di noi stessi e soprattutto ci rifugiamo nella fortezza della tribù. La famiglia, pochi amici, chi vuole perseguire gli stessi scopi di autodifesa, il branco.

Riversiamo la nostra “socialità” esclusivamente su chi la pensa come noi. Tutti gli altri sono vissuti come una minaccia, nemici da odiare ed annientare. Qualcuno lo ha praticato, con simboli o fisicamente, rivolgendo il proprio odio contro inermi, innocenti, trovando anche comprensione e giustificazione.

La crisi economica, che in Italia di fatto non è mai smessa dal 2008, ha interrotto bruscamente il processo di crescita, l’ascensore sociale non ha più funzionato in salita, solo in discesa, facendo intravedere lo spettro della povertà dei piani inferiori.

Ci siamo abituati molto presto a vivere in un contesto di consumi non essenziali, cui non vogliamo rinunciare a nessun costo e se qualcuno ci suggerisce che la minaccia che ieri era il “terrone” e che oggi si chiama immigrato, siamo prontissimi a sostenere le sue idee e votare il suo partito, incapace di proporre soluzioni, ma bravissimo ad aizzare e a contribuire a spazzare via come un uragano quello che resta del nostro spirito comunitario.

Noi vogliamo opporre a tutto questo una nuova resistenza, che non sia solo di denuncia, ma di solidarietà attiva.
Rimettere al centro della polis le preoccupazioni per gli ultimi, quelli che in un modo o nell’altro non vediamo, pur vivendo accanto a loro.
Ripartire con un nuovo progetto, un nuovo gruppo di attivisti con nuovo approccio e finalità sociali, di sensibilizzazione e di sostegno: Melitea

Melitea.
Perché abbiamo scelto il nome di una piccola e semplice farfalla per un gruppo come il nostro ?

Un battito d’ali di farfalla cambia tutto.
Un battito d’ali di farfalla può essere la causa di un ciclone dall’altra parte del mondo.
Solo poco tempo fa vivevamo una vita ordinaria, scandita e organizzata.
E’ bastato un piccolo esserino rotondo a portare il caos nelle nostre vite.
Il Covid è il nostro caos quotidiano; non possiamo essere sopraffatti dai cambiamenti a cui ci vuole portare il virus.

Non si può reagire con l’indifferenza, il razzismo, la crisi economica o l’individualismo.
L’unico modo per non essere sopraffatti dal caos è diventare il cambiamento, diventare la farfalla che con un battito d’ali provoca una ventata di unità e di pace.

La Melitea è una specie di farfallina molto comune, multicolore e dalle sfumature solari. Si può trovare in tutti gli ambienti naturali italiani, quindi rappresenta un po' tutti noi, la gente comune, quelle persone che non sanno di essere speciali e che rischiano spesso di essere invisibili.

Questo il senso del gruppo Melitea: persone che si mettono al servizio di altre, così come la Melitea che fa la sua piccola parte per rigenerare la natura.

Cofondatori Lisa Ferraris, Tania Castelli, Edgardo Maria Iozia

 

 

 

 

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