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Per una reale occasione di crescita di Anagni

Comunicato congiunto Sinistra italiana Anagni e CittàTrePuntoZero

Anagni Piazza Cavour 350La nuova fase che si sta aprendo durante questa emergenza deve essere tassativamente un periodo nuovo e ricco di progettualità, stimolo per una serie di riflessioni anche sulle modalità di uso e destinazione degli spazi urbani.

La critica ai membri dell’opposizione da parte dell’ assessora al Commercio ci lascia quantomeno perplessi poichè ci viene mossa l’accusa di fare polemiche fini a se stesse. In verità, oltre ad un certo stupore, tale rimprovero ci offre lo spunto per mostrarci ancor più propositivi ed animati da una sincera volontà di collaborazione, attraverso proposte concrete per il futuro della città. Dobbiamo essere in grado di fornire risposte immediate alle molte situazioni di crisi e siamo chiamati in ogni modo a cercare di prevenirle. Mai come in questo periodo la Città, come corpus di uomini e donne che stanno soffrendo e vivendo delle difficoltà, è un soggetto collettivo in grado di esprimere un pensiero e un sentire condivisi.

Cosa fare affinché questo sentire comune si radichi negli animi di ognuno e divenga il motore del futuro della città? Le potenzialità dello sviluppo urbano non possono essere valutate solo in una prospettiva di sostegno al settore turistico; oggi serve uno sguardo complessivo e a 360 gradi, capace di tradurre tali potenzialità in risorse fruibili da parte dei cittadini. L’attività economica locale non può prescindere dalla ripianificazione urbana: la parziale chiusura del centro storico alle automobili, ad esempio, regalerebbe maggiore spazio ai ristoratori, che potrebbero occupare piazze, o parti di esse, con tavoli e sedie garantendo la distanza di sicurezza tra i propri clienti. Inoltre, la trasformazione della mobilità interna al centro storico, grazie all’implementazione di navette e di bici elettriche acquistate dal Comune, permetterebbe di rivedere gli spazi volgendoli a servizio di un apparato economico, quello artigiano e della ristorazione, che deve rinascere in un’ottica moderna e sostenibile. La fase successiva al periodo di “lockdown” si potrebbe tradurre in una reale occasione di crescita per Anagni: si potrebbe finalmente concretizzare il progetto della Via degli Orti e realizzare un grande parco cittadino, infrastruttura fondamentale in questa fase di ripensamento urbano.

Tra i promotori del progetto ricordiamo che ad oggi alcuni di loro stanno amministrando Anagni e quindi dovrebbero essere pronti ad accogliere un’istanza come questa, soprattutto se avanzata dai noi concittadini. Bisogna inoltre rivedere il sistema di digitalizzazione dei pubblici uffici anche perché, con una campagna di educazione informatica rivolta ai cittadini, si potrebbe garantire loro la possibilità di sbrigare molte pratiche da casa e, dunque, di decongestionare gli uffici comunali. Si deve perentoriamente potenziare la banda larga per garantire a tutti i più piccoli di fruire della didattica a distanza e, nel frattempo, si dovrebbe ripensare alla ristrutturazione dell’edilizia scolastica, da tempo in sofferenza, pianificando una collaborativa sinergia tra famiglie e servizi sociali. Queste alcune delle proposte possibili ma, per cercare di renderle attuative, abbiamo bisogno di partner membri dell’attuale maggioranza pronti all’ascolto in quanto “se ci vuole coraggio per alzarsi e parlare, ce ne vuole ancor di più per sedersi ed ascoltare”: così si rivolgeva Winston Churchill ai membri del suo governo immediatamente dopo la tragedia e le distruzioni della seconda guerra mondiale...come non essere d’accordo?

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Non sprechiamo una occasione per essere migliori

Coronavirus e riflessioni

epidemia 350 mindi Nadeia De Gasperis - Ci siamo resi conto, negli ultimi mesi, di quanto un evento come la diffusione di un virus ci sottoponga a una selezione naturale, e di quanto tutti siamo esposti allo stesso modo.
L’emergenza ci ha messi uno di fronte all’altro, seppure a distanza di sicurezza di un metro. E questo non ci ha permesso di girare la testa dall’altra parte.

Ho ripensato a un evento di molti anni fa, a un mese dal terremoto dell’Aquila, raggiungendo un paesino alle pendici del Gran Sasso, lontano dal circo mediatico che era stato allestito al centro del capoluogo abruzzese, trovammo una popolazione costituita da soli adulti. Non era un paese che invecchiava, ma i cittadini erano stati raggiunti dai soccorsi solo qualche giorno prima, e i bambini erano stati tutti ricoverati all’ospedale di Teramo con problemi respiratori, alcuni con la polmonite. Per un mese erano stati senza acqua e riscaldamento e in un paesino di montagna, il mese di aprile, è ancora molto freddo, soprattutto in quell’anno particolarmente rigido. Eppure, la percezione generale, parlando con la gente, era che quello dell’Aquila fosse un problema risolto, un problema relegato alla bella e grande città.
Quanta e quale, mi chiedo, è la responsabilità dei media di diffondere le notizie? Quanta è la responsabilità individuale di cercare la verità oltre quella che ci propinano?

Gli ospedali e i loro reparti chiudono, e chiudono per tutti, il personale medico diventa sempre più “vecchio” ed esiguo, eppure qualcuno si meraviglia che questo sistema sanitario potrebbe non riuscire a far fronte all’emergenza del coronavirus. Possibile non accorgersi, di quanto tutti i problemi ci riguardino da vicino, di quanto sia necessario indignarci e rimboccarci le maniche, fosse anche solo al cospetto di noi stessi quando siamo chiamati al voto.

Secondo gli esperti in storia delle epidemie, quando la paura sarà passata si tornerà alle nostre abitudini sbagliate, si tornerà a non lavarci le mani come dovremmo, e si tornerà a non vaccinarsi e aggiungo, si tornerà a insultare la mamma che pretende per il suo bambino immunodepresso, che gli altri bambini siano vaccinati.

Quando tutto sarà passato, ci preoccuperemo di capire meglio cosa accade “fuori dal nostro giardino” per evitare che a situazioni di emergenza si aggiungano altre emergenze?

Ho pensato a quanto sarebbe stato disastroso se questo virus fosse arrivato durante l’emergenza di un terremoto, un dissesto idrogeologico, dopo la caduta di un ponte, dopo una alluvione. Ecco, probabilmente di queste situazioni ce ne sono e non ne sappiamo abbastanza, come non sappiamo quanto siano preoccupati i genitori dei bambini di Taranto che ogni anno contano 1500 morti di tumore, quanto saranno spaventate le loro mamme e i loro papà da questo virus? Siamo davvero tutti uguali di fronte all’emergenza? O nel tessuto sociale le limitazioni che esso impone ci espongono a una selezione innaturale che inasprisce le diversità?

Si dice che nelle situazioni impreviste come questa, di noi venga fuori il meglio, non sprechiamo una occasione.

 

 

Si contageranno anche le idee...buone?

 

 

 

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“Bozzetti” un’occasione per consolarsi dalle brutture

Bozzetti

bozzetti un romanzo di daniela mastracci mindi Giancarlo Torroni - Sulle pagine di UNOeTRE era già apparsa, poco prima della presentazione presso la biblioteca provinciale di Frosinone, una mia breve recensione dei “Bozzetti” di Daniela Mastracci. In quelle poche righe paragonavo il libro ad una traccia lasciata tra le pieghe del mondo, una traccia spirituale che attende i suoi interpreti, i quali, seguendola, saranno condotti in un qualche “luogo” della propria anima. Trattandosi di un libro nel quale filosofia e poesia si incontrano felicemente, era inevitabile che in me sorgessero immagini prima ancora che pensieri; esse sembravano spuntare, miracolosamente, come delicati fiori di campo su una terra devastata o come una melodia soave, appena percettibile, ma che possiede la tenacia delle cose buone che non tramontano.

Al lettore attento e sensibile, i “Bozzetti” offriranno l’occasione di consolarsi dalle brutture, dai rumori, dalla cacofonia in cui, nostro malgrado, siamo immersi. Ma i “Bozzetti” non hanno solo un valore consolatorio; anzi direi che il loro maggior pregio consiste nel fatto che offrono anche l’occasione di riflettere su aspetti fondamentali della nostra vita sociale, su questioni, appunto, di cui ne va di noi stessi e di quelli che verranno dopo di noi.

Uno di questi temi, che percorre e ricorre in molti bozzetti, è il tema della cura: cura di noi stessi, cura dei figli e cura di quelli che ci sono affidati; è insomma il tema dell'educazione. E' su questo tema che, anche per uno specifico interesse professionale, vorrei soffermare l'attenzione del lettore.

Trovo delizioso il bozzetto intitolato “Ricordo”, in cui compare la figura indimenticabile della “maestra gentile”, figura che riassume in un episodio di vita vissuta il segreto, forse l'unico, dell'apprendimento: l'amore per il sapere suscitato dall'atto gentile del prendersi cura. Ma vale la pena riportarne almeno un brano. Scrive dunque Daniela Mastracci: «Come mai una bimba ripete la lezione a voce alta sulla strada che la porta a scuola di inglese? Non s’è mai vista tutta questa sollecitudine. Poverina, chissà come va terrorizzata!? Sarà impaurita? Chissà che le capita se non ripete bene?! Si passava dalla bimba strana alla bimba spaventata. Non c’è scampo, pare, da quel che può sembrare a chi ci guarda rispetto a ciò che facciamo o che non facciamo, specie se si tratta di studio! Ma anche per questo mistero c’era la risposta, o almeno io avrei saputo rispondere perché lo sapevo bene perché ripetessi la lezione: io volevo fare bella figura, io volevo piacere alla mia maestra, volevo che lei fosse contenta di me, che mi apprezzasse e che mi sorridesse contenta. Avevo già visto accadere questo spettacolo per i miei occhi: lei aveva sorriso, aveva apprezzato, aveva lodato contenta chi mostrava di aver imparato la lezione. Per me vederla sorridere era la cosa più bella che mi potesse accadere in quel momento, andando a lezione di inglese. E perciò studiavo con tutto l’impegno possibile, e ripetevo e ripetevo perché non volevo sbagliare, perché l’avrei scontentata, sarebbe stata triste anziché contenta, e io non avrei visto il suo sorriso. Tutto qua. Studiavo per lei. Lei mi sorrideva contenta dell’essermi stata utile, dell’avermi insegnato, perché io le mostravo di aver imparato. Imparavo per i suoi occhi felici ed io ero felice di aver fatto bene i miei compiti. Quella felicità sua e mia che erano una sola felicità era bellissima da vivere. Ho amato quelle settimane e le porto nel cuore dopo tanti anni e sono per me la scaturigine del mio amore per il sapere, del cercare sempre un po’ di più, dell’imparare sempre un po’ di più. Lei mi ha insegnato ad amare il sapere. Perché era l’occasione della nostra felicità. Io progredivo e lei era piena di gioia per i miei progressi. Come era piena di coraggio quando invece si trattava di tornare indietro e spiegare meglio a chi non avesse ancora imparato. Non mollava. Lei si provava ad accendere un desiderio ed era sempre ben disposta a farci vedere i nostri progressi che premiava col suo bel sorriso».

Ora va da sé che questa pedagogia naturale, spontanea, profondamente umana esclude la competizione. Nel celebrare la scuola come luogo in cui fiorisce l'amicizia, quella in carne ed ossa, non quella che corre attraverso l'etere dei social, l'autrice avverte: «A patto che non si inneschino anche in classe dinamiche competitive ed escludenti». E già, perché la “competizione” lascia sempre sul campo uno sconfitto, uno o più esclusi. Alle competizioni l'autrice dedica un bozzetto specifico, avvalorando il suo sentimento anticompetitivo, per così dire, con il ricorso al suo amato Aristotele, il quale, nel libro VIII della Politica, sostiene che il fine della paideia non può essere estraneo all'atto stesso dell'apprendere sicché, se io imparo a suonare uno strumento in vista dei premi riservati a chi vince nelle competizioni musicali, subordino l'atto di suonare ad un fine estraneo, mentre questo atto, in quanto atto piacevole in sé, dovrebbe essere desiderato e compiuto per se stesso. Pensate a Sanremo ed avrete un esempio concreto di ciò contro cui lo Stagirita si pronunciava. Ma pensate anche alla tendenza impressa alla scuola attuale dalle dissennate riforme che ormai da decenni stanno progressivamente imponendo nei programmi e perfino nel linguaggio il modello economicistico della competizione, cioè quanto di più lontano si possa immaginare dalla paideia aristotelica e dalla scuola nel senso etimologico di scholè, cioè di “ozio felice”, come dice l'autrice in un altro bozzetto; ozio attivo, dedicato alla cura di sé attraverso gli studi liberali, quelli che un tempo potevano permettersi solo i ricchi e che oggi, considerando il dettato costituzionale, dovrebbero essere garantiti a tutti senza distinzione di condizione sociale.

Ma è proprio l'educazione come fine in sé, l'attività dell'apprendere non subordinata ad alcun fine estraneo, che viene negata. Dalla intangibili altezze della Commissione europea ci informano che la didattica deve essere rinnovata nel senso di favorire le competenze. Generalmente la parola “competenza” è avvertita nel suo significato positivo e pochi notano la stretta somiglianza con la parola “competizione”. Si sente ripetere dappertutto che la scuola è finalizzata ad inserire i giovani nel mondo del lavoro, ma pochi riflettono sul fatto che questo “mondo del lavoro” è lo stesso che, attraverso una competizione esasperata e spregiudicata, crea le disuguaglianze ed i disastri ambientali. Anche il linguaggio è insopportabilmente mutato nella stessa direzione: il piano di studio lascia il posto all'offerta formativa, gli alunni diventano utenti, le carenze scolastiche diventano debiti, mentre l'aver accumulato buoni voti dà diritto a crediti spendibili.

La competizione inquina anche il rapporto tra le scuole, che dovrebbe essere di collaborazione e di solidarietà, ma oggi esse si affannano a contendersi gli alunni attraverso quelle sagre dell'apparenza che sono gli open days (la sostituzione della lingua inglese è anch'essa sintomatica della tendenza “economicistica” e competitiva in cui si cerca di incanalare la scuola non solo in Italia).

Per fortuna però, data l'incompetenza e la scarsa serietà della nostra classe politica, il piano di distruzione della scuola come luogo della paideia non è stato realizzato pienamente; e allora, negli interstizi e nelle smagliature dell'inefficienza, possono trovare riparo i bravi insegnanti, non molti in verità, ma di grande valore, che agiscono in una sorta di semi clandestinità per tenere alto il vessillo della paideia, incuranti delle brillanti e vuote apparenze, ucronicamente preoccupati di lasciare un buon segno nell'animo dei loro allievi, come la gentile maestra di inglese di quel felice bozzetto e come Daniela Mastracci nei confronti dei suoi fortunati allievi.

 

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Un'occasione persa dalla RAI

tina lagostena apprezzatissima avvocata di quel processo per stuprodi Antonella Necci - Il grande giornalista e scrittore Gian Antonio Stella ha scritto un articolo sul Corriere della Sera in cui ricorda la storia travagliata di un documentario del 1979, 'Processo per stupro' di sei giovani registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti, Loredana Rotondo), che mostrava il vero processo a quattro giovani di Latina accusati di aver violentato per ore una diciottenne di Nettuno.

Stella ricorda come all'epoca, il documentario ebbe un enorme successo, tanto che dopo la prima messa in onda, in tarda serata, che fece ben tre milioni di spetattori, la Rai mandò in onda in prima serata il documentario che triplicò gli ascolti. Si tratta di un documento storico importantissimo, persino conservato al MoMa di New York, su come lo stupro veniva inteso dalla giustizia nell'Italia dei primi anni '80.

Ma, si chiede Stella, come mai proprio in queste giornate dove sarebbe opportuno dare la possibilità a tutte le nuove generazioni di vedere questo documentario, la Rai non lo ripropone? Presto detto: "A quanto pare, gli avvocati ancora vivi e perfino i parenti degli avvocati defunti protagonisti di quel processo, imbarazzatissimi sia pure con decenni di ritardo per certi interrogatori di pruriginosa invadenza, certe allusioni voyeuriste, certe arringhe beceramente machiste, hanno preteso l’oblio su quello sfoggio di spiritosaggini da bordello scagliate contro la vittima e a favore dei violentatori, poi condannati a pene leggere e con la condizionale".

A raccogliere l'appello di Stella affinché la Rai si decida a rispolverare questo prezioso documento ci pensa Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza Rai, che scrive su Facebook: "Nel giorno della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne la Rai non ha voluto riproporre il film. I presidenti delle Camere valutino di intervenire, secondo le proprie competenze e l’autorevolezza del loro ruolo. Dopo la diffusione dell’agghiacciante sondaggio dell’Istat, secondo cui una persona ogni quattro pensa che le donne possano provocare violenza sessuale con il loro modo di vestire e addirittura il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo voglia, sarebbe ancora più doveroso, se non un obbligo morale, fare vedere 'Processo per stupro' ".

 

 

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Codice antimafia, altra occasione persa

codice antimafia Falcone Borsellinodi Elia Fiorillo - Non si capisce bene perché il tanto ascoltato Raffaele Cantone, presidente dell’autorità nazionale anticorruzione, stavolta è stato ignorato. Eppure esprimeva giudizi su di una materia di sua competenza. In merito al Codice antimafia in discussione al Senato - poi approvato con 129 “sì”, 56 “no” e 30 astensioni -, il presidente dell’Anac riteneva che la prevista applicazione dei sequestri preventivi ai casi di corruzione non mafiosa potesse essere non opportuna. “Un vulnus nei principi costituzionali”, causa di possibili censure da parte della Corte costituzionale, ma anche dalla Corte di Strasburgo. Di una norma del genere, di grande effetto emotivo sull’opinione pubblica, se ne può fare a meno secondo Cantone perché “è già possibile la confisca preventiva dei beni per corruzione, quando è provato che si tratti di una condotta abituale, basti pensare al processo della Cricca degli appalti”. E, a tal proposito, cita il caso dell’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci a cui furono sequestrati nel 2014 beni per 13 milioni di euro.

Anche l’ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante boccia i sequestri preventivi nei casi di corruzione non mafiosa. Afferma Violante: “L’estensione dei sequestri è frutto dell’illusione repressiva; si pretende di risolvere ogni problema sociale con l’aumento della repressione penale”. E, ancora: “L’ordine si costruisce con il consenso non con la punizione. L’illusione repressiva nega il valore civile della pedagogia, della persuasione, per ridurre tutto alla sequenza giudici, processi, carcere. Sempre più processi, sempre più carcere nell’illusione di avere più ordine. A volte sembriamo sospesi tra infantilismo politico e inciviltà del diritto”. Questo vizietto però è tutto italico. Non ci sono solo i partiti di destra, Lega in testa, che pensano che tutti i mali sociali si possano risolvere con pene esemplari e con il carcere a gogò. Molto più facile è il punire che l’educare, specialmente nel sociale. Ma ingolfare le carceri e le aule di tribunale alla fine serve solo a che taluni soggetti, politici in particolare, possano ripetere il refrain: “i colpevoli sono stati puniti, assicurati alla giustizia”, senza però che niente in fatto di legalità sia veramente cambiato.

Dopo le vacanze estive il provvedimento dovrebbe essere ridiscusso alla Camera dove però “i casi caldi” da affrontare non sono pochi. A partire dalla riforma elettorale e dalla legge di bilancio che prevedibilmente tre mesi di lavoro del Parlamento se li prenderà. Stando così le cose, e ipotizzando che la legislatura potrà avere ancora sette o otto mesi di vita, sembra difficile che in così poco tempo il Codice possa essere varato. Anche perché molti interrogativi irrisolti al Senato dovranno essere approfonditi e votati alla Camera, come ha twittato il presidente del Partito democratico Matteo Orfini.

C’è chi sostiene che la fretta di far passare a Palazzo Montecitorio il provvedimento sia dovuta al fatto che il Guardasigilli Orlando, proprio per la contrapposizione a Matteo Renzi, avesse bisogno di pubblicità nei confronti dell’opinione pubblica. Una medaglia d’appuntarsi sul petto, ben visibile agli occhi di un elettorato sempre più giustizialista. Ciò proprio nella fase in cui il Matteo gigliato qualche difficoltà l’ha con i big del suo partito. Che sul dibattito e sull’approvazione alla Camera del provvedimento abbia influito molto lo scontro interno al Pd lo sostiene anche il leghista Calderoli. In merito ai “pasticci” relativi alla copertura finanziaria del provvedimento Calderoli afferma che “è una polpetta avvelenata dei renziani al ministro Orlando? E’ talmente marchiano che mi rifiuto di pensare ad un errore”.

Invece Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, è “contenta che alcune tardive obiezioni siano state superate dalla volontà politica di non vanificare il lungo e approfondito lavoro fatto in questi tre anni. La riforma è attesa da troppo tempo, necessaria e nel complesso ben fatta”.

Affermava George Bernard Shaw che “nessuna domanda è più difficile di quella la cui risposta è ovvia”. Le domande difficili nel caso in questione sono proprio tante.

 
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M5S Veroli. Il Comune sta per perdere un'occasione

M5S Veroli 350 260M5S Veroli - Lunedi 22 è stata discussa in Consiglio Comunale la prima petizione popolare proposta attraverso l'iniziativa #VeroliPartecipa che sta vedendo gli attivisti del M5S impegnati a raccogliere le firme dei cittadini su tutto il territorio comunale. La proposta prevedeva una moratoria su impianti di trattamento rifiuti da inserire sul PRG escludendo di fatto impianti adeguati al fabbisogno della comunità. Rileviamo che dal Consiglio ne è uscita fuori una posizione da parte dell'Assessore all'ambiente giustamente contraria a possibili impianti industriali ma anche abbastanza critica nei confronti della proposta, che ci ha fatto dubitare sull'effettiva comprensione della proposta, la quale pone come fondamento importante tutte le attività votate al riciclo e riuso delle frazioni già differenziate dei RSU, che potrebbero e dovrebbero costituire uno dei pilastri di un nuovo modello di sviluppo sostenibile fondato sull’economia circolare.

Con questa moratoria volevamo che l'amministrazione desse un segno concreto verso un economia circolare ed il riciclo virtuoso dei rifiuti , visto ad oggi che la raccolta differenziata porta a porta oltre ad essere superata da oltre 10 anni come concetto da sola non basta più.
Infine per quanto riguarda le deduzione del Consigliere Iannarilli, da noi ritenute molto discutibili soprattutto in merito alla legittimità della nostra proposta, al fine di eliminare ogni dubbio, specie di natura strumentale, richiamiamo due sentenze (Cons. Stato, Sez. IV, 21 dicembre 2012, n. 6656), (Cons. Stato, Sez. IV, 10 maggio 2012, n. 2710) considerando che la moratoria oggetto della nostra petizione è stata adottata da 4 comuni della provincia.

Noi crediamo che si stia perdendo un'occasione di indirizzo politico concreta e che il comune si potesse inserire fra quegli Enti della provincia che dimostrano una sensibilità alla tematica molto elevata.
Ricordiamo che la nostra iniziativa #VeroliPartecipa si sta avviando alla conclusione domenica saremo presenti a San Giuseppe dalle 10 alle 19 per firmare un'interrogazione al sindaco per quanto riguarda la denuncia fatta alla corte dei conti da parte di alcune sigle sindacali per presunti stipendi dirigenziali gonfiati e una proposta di un sistema di valutazione basato su criteri adeguati e trasparenti.

 
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Ceccano. “Contratto di fiume Sacco: l’ennesima occasione persa”

fiumeSacco Ceccano 350 260di Manuela Maliziola, capogruppo di Unione Rinnovamento Democratico nel Consiglio Comunale di Ceccano - E’ di questi giorni la notizia della sottoscrizione del “Contratto di fiume Sacco” da parte di ben 19 tra Sindaci ed associazioni, di questo martoriato territorio dal punto di vista ambientale ed occupazionale. Un documento importante di cooperazione e condivisione di intenti per la valorizzazione dell’intera valle con progetti che fanno aprire uno spiraglio di fiducia su quello che sarà il futuro del nostro territorio. Pertanto un plauso va a tutti i protagonisti di tale vicenda dai Sindaci, alle associazioni, alla Regione Lazio per mezzo dei suoi rappresentanti, per questo primo passo verso una più complessa ed articolata fase di bonifica territoriale.
Leggendo attentamente l’elenco dei comuni partecipanti a tale rilevante iniziativa, balza subito, agli occhi l’assenza della nostra città, attraversata interamente e divisa in due dal Sacco, città nella quale sono presenti moltissimi terreni interdetti a causa del pesante inquinamento di tale fiume.
Sembra un paradosso, purtroppo è realtà che il Sindaco di uno dei paesi più inquinati d’Italia, abbia “snobbato” una così importante iniziativa facendo perdere alla nostra città un’altra importante opportunità per il rilancio della stessa in termini ambientali, occupazionali e di riassetto del territorio.
Tutto ciò è l’ennesima conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che a causa dell’arroganza e miopia politica del Sindaco Caligiore la nostra cittadina è sprofondata in un completo stato d’isolamento e di abbandono. Il pressapochismo, la mancanza di programmazione e l’incapacità politica nell’affrontare importanti tematiche come quella ambientale, strettamente connessa alla salute dei cittadini, denotano lo scarso interesse del Sindaco per la nostra città e per i suoi abitanti.
Ceccano, con il Sindaco Caligiore, è ormai esclusa da tutte quelle iniziative che possono essere da volano per il paese con gravi ripercussioni sullo sviluppo economico e sociale della nostra collettività.
Il Sindaco dovrà spiegare in consiglio comunale la mancata partecipazione a tale contratto, in quanto la sottoscritta, come capogruppo Unione Rinnovamento Democratico, presenterà un interrogazione in tal senso.

 
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C'è un'occasione per ricomporre?

ricomposizione 350di Antonio Simiele - Un’occasione per ricomporre. Le scissioni sono una costante nella storia della sinistra italiana. Esse hanno prodotto, quasi sempre, danni e si sono svolte previo la misurazione, da parte di ogni componente, del livello di sinistra attribuibile alle altre, spaccando il capello in quattro. Stanno nella pratica nazionale, per cui, come diceva Totò, “in Italia i partiti crescono come funghi”.
Le recenti uscite dal PD hanno, forse, un carattere diverso. Sono responsabilità di un segretario che, con una gestione personale del partito, ha spinto per provocarli. Sono conseguenza della politica del governo Renzi, del quale anche le cose di sinistra fatte, come la politica di accoglienza ai migranti, le leggi contro il caporalato e gli ecoreati, non sono avvertite come tali dai cittadini, perché frutto di una politica, calata dall’alto, che snobba ogni rapporto con associazioni, ambientalisti, sindacati; un modo di agire che spalanca le porte al populismo e alla destra.
La batosta subita con il Referendum sembrerebbe aver prodotto un positivo cambio di verso di Matteo Renzi, che passa dall’Io a un più collegiale Noi. Una cosa, però, sono gli annunci e un’altra è la realtà: E’ arduo concedere credito a chi ha detto che in caso di sconfitta al Referendum avrebbe lasciato la politica.

Una chiara ricerca degli errori compiuti da non ripetere

L’ultima uscita, quella promossa da Bersani, che ha il torto di essere giunta troppo tardi, ha preso semplicemente atto della mutazione del PD in PDR, contribuendo a chiarirne la natura, che fino ad ora non si è capita quale fosse, aiutando a far superare l’equivoco di un partito che si dichiara di sinistra, ma non mostra attenzione alle esigenze quotidiane delle persone e ha accantonato la lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Essa potrebbe, persino, rivelarsi salutare se riuscisse a intercettare i tentativi di Pisapia e Civati. Ne potrebbe scaturire, finalmente, la ricomposizione di tutti i frammenti della sinistra, interessando lo stesso PD, eventualmente, derenzizzato o colpito da altre diaspore. Una ricomposizione che segua una chiara ricerca degli errori compiuti da non ripetere e sappia farsi carico anche di storie personali e di tradizioni importanti, in cui ognuna delle correnti di pensiero progressiste non pretenda di chiedere alle altre di rinunciare a essere se stesse, ma, insieme, trovino le condizioni migliori per costruire una società diversa e moderna, più equa e giusta.
Di questo ha bisogno la sinistra italiana e di rendersi di nuovo riconoscibile, rispondendo alle attese dei giovani e delle donne, stando al fianco del mondo del lavoro e dei più deboli, ragioni della sua stessa esistenza. Solo così può ambire a recuperare la fiducia perduta, a riportare al voto i tanti che non si sentono rappresentati da alcuno, a frenare, offrendo il meglio, la spinta verso il populismo che scommette sul peggio.
E’ un traguardo raggiungibile, sempre che, nella costruzione di un partito della sinistra nuovo, che amalgami donne e uomini provenienti da culture diverse, chi si avvicina a esso lo faccia senza pretendere di essere portatore di verità assolute da imporre, ma pronto ad arricchire se stesso, facendo tesoro delle esperienze degli altri. Così non è stato fino a ora, per cui ogni tentativo di riunire è risultato un fallimento.
Lì 18 aprile 2017

 
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"Democrazia offesa e vituperata in questo referendum"

votare 350 260Nadeia de Gasperis - La scorsa domenica mattina, ho indossato una gonna a ruota, le scarpe con la punta tonda, di quelle che batti i tacchi e voli via con un desiderio, e mi sono recata al seggio, accompagnata dal mio fidanzato. Poi è stata la volta che io ho accompagnato lui. “Bene” dice mia madre, “è bene che a votare si vada sempre accompagnati”.
Le chiedo se non sia una regola dei fondamentali del vivere politico, o un passaggio del vademecum scaramantico, propiziatorio a una buona una tornata elettorale. “Non è che una questione sentimentale, quello del voto è un momento importante che va condiviso”.

Votare, un gesto che va condiviso

In effetti, come avrei potuto dimenticarlo, se ogni volta, ad ogni tornata elettorale, sin da piccolina mi recavo al seggio con i miei genitori, spingendomi fin dento la cabina elettorale, percependo la ritualità del momento, respirando la intensa partecipazione alla vita cittadina, sociale, politica, civile, che strideva con la lampadina fioca che faceva poca luce sul voto. La sacralità del momento, il tepore dell’aria di maggio/giugno, rimandava alla liturgia della consegna dei doni al parroco nel mese di maggio, quando mi recavo nella parrocchia di Valleradice con i miei nonni. Il volto nuovo della scuola, quella che frequentavo nei giorni qualunque, il volto nuovo della chiesa, l’emozione delle persone care accanto a me, aumentavano la comunanza del sentimento della domenica del voto e quella dei voti. Una gonna a ruota, una maglietta pulita e le scarpette con la punta tonda. In un punto preciso si incontravano i due avvenimenti, nella fede che guidava a procedere.
Ogni volta che si presentava l’occasione, mamma ci voleva tutti svegli presto, spiegando quanto fosse importante la sana abitudine di recarsi alle urne il prima possibile. Seguiva un pranzo buono, una gita domenicale, un giorno di festa, di speranza. Quello che è accaduto alla democrazia in occasione di questo referendum è importante, è stata offesa e vituperata, insieme all’intelligenza dei cittadini, ma è stata difesa e onorata dal voto delle persone che si sono recate alle urne. Non importa contarci, l’importante è poter contare sempre sui preziosi strumenti della democrazia e difenderne la sacralità con la partecipazione sentita, emozionata, che mai abbandonerà chi come me ha vissuto, seppure da piccolina, gli anni della conquista dei valori sbeffeggiati da chi è poco avvezzo al senso della parola “democrazia” o deve averlo dimenticato troppo troppo presto per dirsene ancora sua espressione.

 
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Il rally. Occasione ancora per una figuraccia della Giunta

frosinone corso della repubblica 350 260da Facebook, il Dr. Norberto Venturi segretario del circolo del PD di Frosinone città, Comunicato stampa - Si possono fare tutti i cambiamenti di ruoli, le rotazioni di deleghe, ma continua il mediocre livello politico dell'azione di governo dell'Amministrazione Ottaviani, come peraltro ampiamente dimostrato dalle vicende di questi giorni, e che difficilmente andrà incontro a miglioramenti. Lo scorso sabato, la città di Frosinone ha vissuto ancora una volta, una giornata difficile a causa della disarmante improvvisazione e approssimazione dell'Amministrazione comunale, che ha contribuito a complicare notevolmente la già difficile problematica del traffico cittadino. L'evento del rally, imposto con piglio decisionista, senza l'ascolto delle legittime proteste dei commercianti e degli ambientalisti, oltre ad aver alimentato incertezze e insicurezze nella popolazione, in caso di svolgimento avrebbe contribuito ad accentuare il livello di degrado ambientale nel cuore della vita cittadina. Inutili le raccomandazioni al senso civico di rispetto dell'ambiente da parte dell'Amministrazione comunale attraverso dei pannelli luminosi installati in città soprattutto, se è l'Amministrazione stessa a disattenderle attraverso iniziative di circuiti cittadini per competizioni motoristiche collocate nel centro cittadino piuttosto che in zone più periferiche. La vicenda del rally riassume l'ennesima figuraccia poiché abbassa il livello di considerazione nei confronti della nostra città con un ulteriore esempio di inefficienza e superficialità. Le problematiche legate all'inquinamento ambientale, aggravate dal caos del traffico, dall'inefficienza del trasporti pubblici urbani, sono temi emergenziali, su cui l'Amministrazione comunale è latitante e che degradano pesantemente, la qualità della vita dei cittadini. Gli interventi più efficaci non sono, come ampiamente dimostrato, il blocco periodico del traffico e le targhe alterne, perché sono episodici e non risolutivi: i veri problemi, come appunto quello della qualità dell'aria, vanno affrontati con interventi strutturali come la disincentivazione del traffico privato a vantaggio di quello pubblico e attraverso l'istituzione di un servizio di trasporto urbano efficiente e di qualità e l'assunzione di una cultura complessiva dell'ambiente e della qualità della vita che ancora manca in questa città.

Frosinone, 18.01.2015

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