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Renzi ieri e oggi

Renzi Renzetto ditopollice 350 260di Antonella Necci - Chi è Matteo Renzi. ''Renzi è complice dei disastri degli ultimi sette anni, quindi per dignità dovrebbe tacere, chiedere scusa e ritirarsi a vita privata''. Esattamente un anno fa, il 30 settembre del 2018, il segretario della Lega Matteo Salvini dava così politicamente per spacciato l'ex presidente della provincia di Firenze, ex sindaco, ex segretario del Pd ed ex premier, Matteo Renzi. Caduto in disgrazia per il fallimento del referendum costituzionale del 4 marzo e dopo la sconfitta elettorale del 2018, Renzi torna invece sulla scena della politica italiana da protagonista: è lui che ha reso possibile la nascita del Conte bis, che ha fondato la nuova forza politica 'Italia Nuova' ed è lui che ora potrebbe diventare l'ago della bilancia in Parlamento non solo per la creazione dei nuovi gruppi ai quali hanno aderito anche esponenti di Forza Italia, ma anche perché molti dei suoi fedelissimi sono rimasti dentro il Partito Democratico in ruoli chiave. Come Andrea Marcucci, che, nonostante la scissione, resta presidente del gruppo Dem a Palazzo Madama.

Nato a Firenze nel 1975, Renzi cresce e vive a Rignano sull’Arno. Ex scout, aderisce ai "Comitati per Prodi" e lavora come dirigente nell’azienda di famiglia. Da giovane partecipa e vince alla "Ruota della Fortuna" con Mike Bongiorno. Si sposa nel 1999 con Agnese Landini con la quale ha tre figli e si laurea in Giurispudenza con una tesi su Giorgio La Pira. Collabora a lungo con Lapo Pistelli e diventa segretario provinciale del Ppi e coordinatore de La Margherita fiorentina.

Nel 2004 viene eletto Presidente della Provincia di Firenze e nel giugno del 2009 diventa sindaco del capoluogo toscano. Nel 2010 lancia la sfida generazionale ai vertici del partito dalla vecchia stazione ferroviaria del Granduca Leopoldo di Firenze dove, da presidente provinciale, riuniva gli studenti per il ministro Beppe Fioroni. Ed è da allora che Renzi comincia a parlare di "rottamazione" contro quella che definisce una classe politica "ormai da decenni incollata alle poltrone". Per anni batterà sul punto, soprattutto contro i vertici del suo partito, tanto da conquistarsi nell'opinione pubblica il titolo di "rottamatore".

Nel 2012 Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie del centrosinistra e parte per tre mesi in giro per l'Italia a bordo di un camper. Ma il 2 dicembre le primarie le perde contro Pierluigi Bersani.

Nel 2013 ci riprova e stavolta le primarie del Partito Democratico le vince contro Gianni Cuperlo, Giuseppe Civati e Gianni Pittella.

Dal 22 febbraio 2014, dopo essere passato alla storia con il celebre hashtag 'Stai sereno. Nessuno ti vuol fregare il posto' rivolto via twitter al collega di partito, allora premier, Enrico Letta, Renzi diventa presidente del Consiglio. Letta, infatti, si dimette il 14 febbraio 2014 dopo che, il giorno prima, la Direzione Nazionale del Partito Democratico aveva approvato un documento proposto dal 'rottamatore' in cui si rilevava "la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo".

Da segretario del partito e da premier, Matteo Renzi, incassa, prima un ottimo risultato con le elezioni Europee del 25 maggio del 2014, dove il parttito batte il record del 41%, ma poi subisce la sconfitta con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che boccia la sua riforma costituzionale. Riforma che eliminava di fatto il bicameralismo perfetto e tagliava il numero dei parlamentari. Si dimette il 7 dicembre 2016.

E il 12 dicembre 2016 prende il suo posto a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni. A febbraio si dimette da segretario del Pd. Ma lo fa per ricandidarsi e, il 30 aprile del 2017, ridiventa segretario del Partito Democratico che riporta alle elezioni il 4 marzo del 2018.

Dopo la sconfitta elettorale si dimette di nuovo. Resta sino alla crisi del governo giallo-verde un "semplice senatore di Rignano", come lui chiede di essere considerato. Ma dall'inizio di settembre torna alla ribalta non solo perché è lui a scongiurare il ritorno al voto proponendo di allearsi con il M5S per far nascere il Conte bis, ma anche perché riesce a piazzare molti dei 'suoi' al governo, nonostante si lamenti l'assenza di un esponente toscano nell'Esecutivo, e dà vita ad una nuova formazione politica e a nuovi gruppi parlamentari ai quali aderisono numerosi esponenti del Pd. Il nome 'Italia Viva' lo mutua da Walter Veltroni che, allora segretario del Pd, lo scelse per la campagna elettorale del 2008: quella in cui vinse il Partito delle Libertà di Berlusconi.

 

 

 

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Il cinismo ieri e oggi

diogene350 mindi Fausto Pellecchia - Nel 1984, pochi mesi prima di morire stroncato dall’AIDS, Michel Foucault tenne al Collège de France un corso straordinariamente illuminante, sotteso da un’intensa, commovente tensione sentimentale, dal titolo Il coraggio della verità (1) nel quale il filosofo francese delinea una stimolante cartografia dell’antica scuola cinica che costituisce, al tempo stesso, il suo lascito testamentario.

Il corso si incentra sul paradigma rappresentato dalle implicazioni etico-politiche della pratica rischiosa della parresia – intesa come franchezza nel dire tutto ciò che si ritiene vero, senza riserve o autocensure. Gli antichi cinici erano infatti guidati dall’istanza di una fondamentale trasparenza, consistente nell’eliminazione di ogni scarto tra idea e modalità di esistenza, tra professione di assunti teorici e perseguimento di uno stile di vita ad essi corrispondente.
Muovendosi tra le pieghe del pensiero cinico, Foucault accenna ad alcuni pensatori che – in anni più o meno coevi al suo corso – si erano dedicati all’analisi del fenomeno del cinismo, la cui risonanza si diffuse attraversando larghe zone dei movimenti ereticali e riformatori del cristianesimo nel XII e del XIII secolo fino alla Riforma della Chiesa post-tridentina.

Fra i lavori dei pensatori contemporanei alla sua indagine archeologica, Foucault nomina Il coraggio di esistere di Paul Tillich (2), Parmenide e Giona di Klaus Heinrich (3) e Morale e ipermorale di Arnold Gehlen (4). Infine cita l’opera di un giovane esordiente, appena pubblicata in Germania (1983), Critica della ragione cinica di Peter Sloterdijk (5). «Non ci sarà risparmiata – annota Foucault con parresiastica insofferenza – nessuna critica della ragione: né della ragione pura, né della ragione dialettica, né della ragione politica, e così abbiamo ora la critica della ragione cinica. È un libro in due tomi – del quale non so nulla. Mi hanno dato dei pareri, diciamo, divergenti sull’interesse di questo libro» (6). Il nucleo centrale dei saggi sulla filosofia cinica evocati da Foucault – nonché di quella Critica della ragion cinica che egli non ebbe il tempo di leggere – verte sul conio linguistico della parola “cinismo”: essa traduce il termine tedesco Zynismus con il quale nel linguaggio corrente si designa un atteggiamento o una condotta spregiudicata, priva di scrupoli, calcolatrice e opportunista. Ma, per riferirsi all’antica scuola filosofica socratica, il tedesco fa uso del termine Kynismusche non ha corrispondenti in francese (e in italiano) e che il traduttore italiano di Sloterdijk ha reso con il termine kinismo.

La distinzione Zynismus/Kynismus si presenta nel libro di Sloterdijk come un’irriducibile antinomia: al cinismo come cifra dell’amoralismo moderno, si contrappone la dottrina e la pratica di vita insegnata dalla scuola cinica delle origini, che ha in Diogene di Sinope il suo primo e più noto rappresentante.
La tesi di Sloterdijk sembra anticipare e sviluppare alcune risultanze dell’analisi di Foucault: nel secolo XIX si costituisce una prima forma della coscienza cinica moderna in cui «si intrecciano il rigido cinismo dei mezzi e il non meno duro moralismo dei fini. […]. Ma quando il cinismo radicale dei mezzi si fonde con un risoluto moralismo dei fini, proprio in quell’istante cessa per i mezzi ogni residuo sentimento morale […] In verità, il cinismo dei mezzi caratterizzante questa nostra ragione strumentale di horkheimeriana memoria può essere compensato solo con un ritorno al kinismo dei fini». Infatti, il nucleo essenziale del kinismo si configura per Sloterdijk come «una filosofia critico-ironica verso i cosiddetti “bisogni”, dei quali è necessario mettere a nudo una fondamentale smodatezza e assurdità. L’impulso kinico fu vitale non solo durante il breve intervallo tra Diogene e la Stoà antica, ma ben più a lungo. Esso fu senza dubbio presente nello stesso Gesù di Nazareth, il “Disturbatore” par excellence. E sopravvisse anche in tutti i veri epigoni del maestro, i quali, come lui, avevano compreso che la vita si caratterizza per il fatto di non aver alcuno scopo. […] La ragione kinica culmina nella nozione, calunniosamente presentata come nichilismo, secondo cui è invece saggio sgonfiare le Grandi Mete. […] Quindi: solo il kinismo (e non la morale) può arginare il cinismo!» (7).

In conformità con la massima “il fine giustifica i mezzi”, corrivamente attribuita al machiavellismo e al gesuitismo – sebbene né Machiavelli né alcuno scrittore gesuita l’abbia mai espressa in questa forma- la coscienza cinica moderna si costituisce nel tentativo di unire il cinismo dei mezzi con il moralismo dei fini. Cinico è propriamente colui che dissimula i moventi della propria pratica di vita, improntata al più spregiudicato calcolo opportunistico, con una giustificazione moralistica relativa al fine. In nome dell’Ideale, egli piega il proprio agire ai principi più bassi e brutali.

A tale cinismo, che sotto le apparenze di un’intangibile aspirazione ideale, cerca in verità soltanto un “posto al sole”, Sloterdijk contrappone l’antico kinismo di Diogene. Questi, visitato da Alessandro Magno – incarnazione massima del Potere, che lo invitò a esprimere un desiderio che egli avrebbe immediatamente esaudito – rispose con un autentico gesto di parresia: non desiderava nient’altro che Alessandro si spostasse altrove, perché la sua ombra lo privava della luce del sole. Al cinismo dell’arrivismo sociale, ammantato da belletti morali, si contrappone la saggezza di colui che sempre si schernì delle convenienze e delle gerarchie sociali, considerandole inessenziali e perverse.

In questo senso, Sloterdijk può definire il kinismo una filosofia critico-ironica verso le teorie dei “bisogni”, la cui mobile semantica cela un’incontenibile tendenza alla sregolatezza e alla degenerazione. In tale attitudine critica consiste il kinismo dei fini, che può e deve essere contrapposta all’imperante cinismo dei mezzi. Cinismo dei mezzi che, da ultimo, finisce per travolgere e assorbire anche il “cinico” moralismo dei fini, dissimulati in perfetta malafede dietro il paravento di valori imperituri che dovrebbero giustificare la brutalità dei mezzi necessari ad attuarli.

Contro questo cinico scivolamento, va fatta valere l’attitudine kinica che spezza la dicotomia mezzi/fini e il cui principale obiettivo è stato sempre paradossalmente censurato e rimosso, proprio dalle staffette della “ragione cinica”, come l’ombra del nichilismo: la decostruzione e la profanazione delle grandi idealità e delle loro metanarrazioni che, in nome di una irraggiungibile universalità, producono mistificanti degenerazioni nella sfera della prassi. Tutti gli apparati politico-ideologici che hanno preteso di legittimarsi in relazione alle Grandi Mete, come fini ultimi dell’agire politico si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze. Perciò, lungo il dominio della coscienza cinica nella politica della modernità, le forme di rivolta e di contestazione più radicali possono ascriversi, secondo Sloterdijk, alla ripresa, in varie forme, dell’attitudine critica del kinismo. Ma di qui consegue anche il limite aporetico del kinismo stesso che si configura sempre come reazione, risposta, critica o gesto di resistenza al dispiegamento della ragione cinica. Le forme della rivolta kinica hanno il carattere tipicamente non-intellettualistico della sfida esistenziale, che chiama in causa la dimensione fattizia della nuda vita, colta nelle insopprimibili istanze del corpo e della sessualità che segnano l’ethos della “cura di sé” e nelle quali si condensa l’eterogenea moltitudine degli stili di vita. Di qui l’ordine discorsivo disorganico e frammentario degli enunciatikinici, che proliferano e si sparpagliano nell’arcipelago dell’invettiva e della battuta salace, fino al turpiloquio e all’insulto colorito. L’accettazione del dialogo è infatti, per il kinico, la prima forma di abdicazione al modus operandi dei dispositivi dominanti di sapere-potere, e dunque una forma di resa e di omologazione.

Non è, dunque, azzardato, al di là di ogni apparente anacronismo, assimilare i codici della comunicazione etico-politica che domina ai giorni nostri sui social network con le pratiche discorsive risalenti agli albori della democrazia greca analizzate da Foucault e da Sloterdijk.
Ma all’immediatezza dell’analogia va aggiunto il corollario di una decisiva differenza: la ragione cinica della post-modernità si è appropriata del registro discorsivo del kinismo a condizione di sottomettere la sua originaria forza interruttiva e sospensiva alla teatralità dell’indignazione moralistica. La vigile askesis che custodiva la libertà di vita del kinismo ha appreso ad indossare, ai nostri giorni, l’abito scenico dell’hypokrites, trasformando la sferzante ironia kinica nell’oratoria anti-parresiastica del cinismo, che si erige a inflessibile censore pubblico dei tralignamenti dai costumi e dalle forme di vita sigillate dalla tradizione, proprio per poter perseguire indisturbato le sue private perversioni.

NOTE
(1) M. Foucault, Il coraggio della verità – il governo di sé e degli altri II, tr. it. Feltrinelli, Milano, 2011.
(2) P. Tillich, Il coraggio di esistere, tr.it. Astrolabio Ubaldini, Roma, 1968.
(3) K. Heinrich, Parmenide e Giona, tr.it. Guida, Napoli, 1988.
(4) A. Gehlen, Morale e ipermorale, tr.it.Ombre corte, Verona, 2001.
(5) P. Sloterdijk, Critica della ragione cinica, tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2013 [2°edizione it. a cura di A.Ermano e M. Perniola].
(6) Il coraggio della verità, cit., p.175.
(7) Critica della ragione cinica, cit., pp.136-138.

 

fonte: http://www.uncommons.it/

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Beatrice e il web. Leggere con gli occhi di oggi le donne del passato

Dante e Beatrice di Salvatore Postiglione 350 260 minFiorenza Taricone - Le chiavi per una nuova lettura della figura di Beatrice dantesca sono due: la prima si collega alla storia di genere; dagli anni Settanta in poi, in ambito europeo ed extra europeo, innovative ricerche hanno indagato ruoli, identità singole e collettive, funzioni, idealizzazioni e proiezioni collettive del genere femminile, disseppellendo dalla storia finora conosciuta singole personalità o eventi connotati solo al maschile. Il genere, come categoria interpretativa non contrapposta al maschile, a differenza dell’identità biologica, muta con l’evoluzione sociale, politica, economica, scientifica. Beatrice può essere letta quindi in relazione con la vita delle donne del suo tempo, il Medioevo; Beatrice appare comunque come una donna del tutto insolita per le qualità e i poteri che le sue contemporanee difficilmente avevano. Una Beatrice in contrasto con la condizione femminile del suo tempo, segnata per le donne dalla schiavitù civile, dall’analfabetismo, dove solo le religiose, le badesse, le mistiche, le teologhe di fatto, ma non di diritto, le nobili senza titolo di sovranità, facevano eccezione, era in grado di dare spiegazioni a Dante e di portarlo al cospetto di Dio. Una delle poche eccezioni laiche del secolo di Dante fu Christine de Pisan, italiana di nascita, che denunciò sia la misoginia del suo tempo, sia il silenzio delle donne. Imprenditrice di se stessa, rimasta vedova con figli, nel suo libro più famoso "La cité des dames", offriva il modello di un mondo diverso, fondato sulle virtù femminili, ragione, rettitudine, giustizia, e popolato di moltissime donne di valore, sante, eroine, scienziate.

La seconda chiave interpretativa riguarda la contemporaneità, cioè cogliere la sua qualità virtuale e incorporea; si può tentare di leggere la Beatrice del Paradiso dantesco, come fosse un’anticipazione della smaterializzazione del web. Nel Paradiso e nel web, la vita è slegata dalla realtà fisica. Mentre però il disancoraggio di Beatrice porta a un’esaltazione divina, quello attuale porta a una denigrazione del femminile, spessissimo riferito a un consumo sessuale, con lo spezzettamento del corpo diventato merce, apprezzato e monetizzato a pezzi. Entrambi, il Paradiso e il web, sono dei non luoghi, difficilmente collocabili nello spazio e nel tempo, e così Dante sembra intendere il Paradiso, un non luogo fatto di luce. Quest’ultimo elemento ci riporta a una straordinaria anticipazione dantesca: sembra, infatti, che per alcuni studiosi il Poeta anticipi l’attuale scienza delle particelle con l’idea di Dio come punto di fusione fra materia ed energia, concetto proprio della fisica del ventesimo secolo. Se infatti, l’empireo è un cielo, o comunque ha in sé aspetti materiali, è indubbio che la sua materia è speciale, deriva direttamente dal Dio, e la sua energia primaria è fatta di luce.

 

La forza dell’amore

Beatrice che Dante conobbe da bambina chiamandola con un nome che significava la beatificante, colei che rende beati quanti l’amano, ispira un amore puramente estetico, che desidera solo la gioia di vedere, a differenza dell’amore carnale teso al possesso dell’oggetto amato. Il contrasto con l’oggi in cui al centro delle violenze “per amore” è la critica al cosiddetto “amore proprietario, è schiacciante; Dante e Beatrice vissero ciascuno la propria vita. Quando lei morì, nel 1290, lui era già sposato a Gemma Donati, fidanzato dal 1277, quindi a dodici anni. Egli stesso informa del suo amore per altre donne, di cui una aveva rischiato di fargli dimenticare Beatrice; ma del suo vero amore si sa pochissimo, essenzialmente che al momento della morte Beatrice era già sposa e madre; l’amore di Dante non aveva sostanzialmente turbato la sua esistenza. Ma l’artista, com’è noto, vive dentro un uomo, o una donna, con i quali spesso ha scarsi rapporti e cui spesso neppure somiglia. La morte di Beatrice la rendeva una musa perfetta, cancellando lo scarto, sempre presente e talvolta imbarazzante, che separa l’ideale dalla realtà. Dante non ha visto disfare la bellezza, grande cruccio delle donne attuali cui cercano di porre riparo diventando delle maschere inespressive e immobili; la musa invece ha potuto restare giovane nel pensiero di chi l’amava. Dante trasformava la bambina di Firenze, sempre amata, in Musa e assegnava a Beatrice che “imparadisa” la sua mente, una posizione precisa nell’Empireo.
Cantare Beatrice era però impresa completamente diversa dal lodare la bellezza della giovane donna che incontrava talvolta per le vie di Firenze. Per riuscirci, occorreva istruirsi sul Paradiso, gli angeli e i beati, che affollavano il luogo degno di Beatrice. Per ritrovarla dunque Dante la cerca lassù, dov’è, e il suo spirito si reca in pellegrinaggio. Quando per Virgilio venne il momento di separarsi da Dante, Beatrice lo sostituì fin quasi sulla vetta del Paradiso, ma non fino in cima, perché fu sostituita da Bernardo di Chiaravalle, dottore dell’estasi, sempre però con delega di Beatrice. Il ruolo che rivestiva Beatrice era di una donna erudita, cui piaceva insegnare; quando non era possibile, si trovava un sostituto. Oggi, collocandola in una storia di genere, la chiameremmo donna d’eccezione, soprattutto in un periodo di quasi totale analfabetismo femminile, come il Medioevo.

Era attraverso l’idea del viaggio ispiratogli da Beatrice che Dante percorse paesaggi ultraterreni, cercando domande e risposte. La prima volta che Beatrice gli parlò, ne fu talmente inebriato da ritirarsi in solitudine, in preda a una violenta emozione, e si addormentò pensando a lei. Il poeta la vide allora in sogno mentre dormiva nuda sotto un velo leggero tra le braccia dell’Amore, che lo costringeva a mangiare il cuore del poeta. L’evento centrale era la morte di Beatrice, con un sogno premonitore che annunciava una data funesta: l’8 giugno 1290; Firenze era in lutto, il mondo aveva perso la sua bellezza.
La dimensione dello sguardo fra il poeta e la donna ispiratrice era centrale, fino a diventare motore trainante per l’ascesa: ogni volta che saliva a un cielo superiore, Dante guardava prima gli occhi di Beatrice, oppure addirittura compiva l’ascesa mentre li stava guardando. beatrice dante marie spartali stillman 1895 350 min

Nel Paradiso dove l’emisfero era quasi tutto bianco per la luce di mezzogiorno, mentre era già notte in quello boreale, Dante vide Beatrice guardare fissamente il sole; anche lui fissò gli occhi nel sole al di là delle possibilità consentite all’uomo sulla terra. Beatrice teneva gli occhi attentamente fissi sulle sfere celesti e Dante su di lei.
Nel secolo in cui Dante scriveva, ma per parecchi secoli a venire, almeno fino all’Ottocento, nelle virtù femminili obbligatorie giganteggiava la modestia, espressa anche dal tenere gli occhi bassi. Le donne per dimostrare il loro pudore, per accattivarsi le simpatie, per sedurre, usavano poche parole; al loro posto soprattutto gli sguardi, non diretti, non fissi, ma bassi e obliqui. L’immateriale Beatrice, cantata da Dante, era una donna che addirittura con lo sguardo faceva da tramite con la sua beatitudine fra il Poeta e la sfera celeste.

La nostalgia e il ricordo di Beatrice insomma guidarono Dante per tutta la "Divina Commedia", avendo sempre vicino un modello femminile del tutto inusitato per i tempi, che talvolta gli era accanto, talvolta lo precedeva come una guida, ribaltando il luogo comune che voleva la donna come musa ispiratrice in posizione subalterna al genio creatore, di solito maschile. Una figura che perdeva la sua corporeità, fatta di luce immateriale, ma che pesava infinitamente di più di una fisicità; il virtuale femminile sul web oggi non emana altrettanta luce, né mi sembra di poter dire, dignità; piuttosto, un corpo femminile offerto senza troppe allusioni.

Dante ha costruito un modello pressoché unico; il solo altro paragone è con Tolstoj; dichiarò di essersi innamorato a nove anni di una coetanea, Sonia Kolochine, e di averla poi amata per il resto dei suoi giorni, ma non scrisse nulla su di lei. Un raffronto che potrebbe essere nella sottrazione di sensualità, per non rischiare l’involgarimento e mettere a confronto la realtà con la virtualità. Molto più tardi, a 62 anni, infatti, avrebbe annotato su di lei nel Diario: ho pensato di scrivere un romanzo d’amore come per Sonia Kolochine, un amore che renda impossibile il passaggio alla sensualità, che sia la migliore difesa alla sensualità. Insomma, il nuovo non è sempre e solo positivo, la libertà sessuale femminile non garantisce dallo sfruttamento del proprio corpo e l’immaterialità non garantisce dal porno web.

 

 

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'Come siamo arrivati ad oggi senza un centesimo nelle nostre tasche?'

disoccupati 12feb19 2 min 1di Maria Giulia Cretaro e Valentino Bettinelli - Era il 28 Dicembre quando Claudio Di Berardino chiudeva l'anno con ottimismo e soluzioni. Eppure il 2019, ha come vessillo gli stessi problemi. Pomeriggio di Febbraio, nuova assemblea di Vertenza Frusinate, ancora una volta molto partecipata.
Il dibattito si apre con i saluti di Samuel Battaglini, ringraziato dallo stesso portavoce Gino Rossi, per una donazione fatta al comitato dei disoccupati ciociari.
Il vice presidente ANCI Giovani ha da subito parlato di politiche attive; il 7 Febbraio si sarebbe dovuto tenere un incontro a riguardo, saltato data la mancata risposta del Presidente Pompeo per la concessione del Salone di Rappresentanza. Un segnale di ripartenza per i disoccupati, più volte citato ma che non ha ancora visto la luce.

 

Gino Rossi apre il suo accorato intervento rivolgendosi ai rappresentanti sindacali presenti in Provincia, Dario D’Arcangelis (CGIL), Stefano Tomaselli (CISL), Enzo Valente (UGL). La domanda è drammaticamente sempre la stessa: “come siamo arrivati al 12 febbraio senza un centesimo nelle nostre tasche?”. Rossi continua comunicando che “alle 12:00 di oggi, all’INPS di Frosinone, ancora non c’è traccia delle nostre domande. Oltretutto ci risulta che l’impiegata preposta è in malattia.”
Una burocrazia logorante per le famiglie ormai disperate a causa della mancanza di reddito da più di nove mesi. In più, non va dimenticato, che mentre la prima finestra, vedrà intera copertura, le altre saranno probabilmente private di tre mensilità. Insomma, la guerra tra poveri che divide e confonde. Il pensiero di Vertenza Frusinate va anche “ai fratelli di Rieti che si erano organizzati per essere presenti a Frosinone. Purtroppo un problema logistico ha impedito la loro presenza”. Gino Rossi si è inoltre impegnato “a partecipare ad eventuali iniziative messe in campo sul territorio reatino”. Una realtà, dunque, che riguarda tutto l'ambito regionale. Un altro successo per l’impegno profuso quotidianamente dai disoccupati di Vertenza Frusinate, un unicum di collaborazione tra lavoratori in ginocchio.

Parola a Dario D’Arcangelis (CGIL), il quale fa il quadro della situazione, chiarito dopo l’incontro in Regione di Lunedì. “Nella giornata di domani solleciteremo il direttore dell’INPS, affinché velocizzi i mandati di pagamento, non appena arriveranno le istanze. Per la quarta finestra il ministero ha dato il lasciapassare il 4 febbraio, e si dovrà procedere ai mandati di pagamento. Del caso specifico del Lazio, è stato messo al corrente anche il neo Segretario Nazionale della CGIL Landini.”disoccupati 12feb19 1 min
Il rappresentante CGIL chiarisce anche un elemento dirimente della questione mobilità in deroga; “non è ancora chiara la ripartizione delle risorse destinate alle regioni. Non appena questa cifra sarà chiara, la Regione si è impegnata a convocare immediatamente i sindacati, per arrivare ad un nuovo accordo quadro per la corrente annualità”. Non manca di sottolineare come, le domande per il reddito di cittadinanza, potrebbero facilmente ingolfare l'INPS, creando un conflitto tale da lasciare i richiedenti senza alcuna erogazione.

Stefano Tomaselli (CISL) punta sull'aspetto tecnico “Accelerazione dei lavori dell'INPS centrale e nuovo accordo quadro sono vitali. Sarà importante favorire la conversione dei contratti, dirottare le risorse con possibile ricollocazione. I 35 milioni richiesti dalla Regione per l'anno corrente, dovrebbero coprire l'intera platea.”
Chiude la carrellata di sindacati l'intervento di Enzo Valente(UGL) “L'assistenza e le politiche attive sono state fino ad oggi le manovre fondamentali. Necessarie, anche perché portando tutti al 9 marzo è stata garantita la continuità per l’intera platea degli aventi diritto alla mobilità in deroga. Qualsiasi sia stato il motivo che spinse lo scorso anno, la Regione, a procedere al movimento di 6 milioni, la collaborazione tra l'ente ed il Governo è stato vitale per tutelare voi lavoratori. Quindici giorni fa, la Regione, ha inoltre garantito la partenza di progetti di politiche attive, attingendo ai fondi recuperati all’INPS, circa 40 milioni”.
I buoni propositi sopra elencati restano all'ombra della registrazione presso la Corte dei Conti dell'accordo di Programma siglato il 23 Ottobre, come ricordato da Danilo Magliocchetti, Segretario Provinciale di Forza Italia. (fonte: Corrado Trento per alessioporcu.it).

 

Altra corsa per i lavoratori Ilva. Finalmente lunedì sarà disponibile il bando per l'acquisizione a cui di potrà rispondere fino al Primo Aprile. Lotto scorporato dagli altri rimasti fuori dall'accordo con Mittal, sperando di rendere il sito sufficientemente appetibile. Una vittoria, come sostenuto da Fabio Bernardini (FIM-CISL), ottenuta grazie all’impegno delle sigle sindacali. Sforzo che ha portato ad un incontro al MISE, con la presenza del COE di ILVA.
L'assemblea si chiude con la promessa di un sit-in, da organizzare venerdì mattina di fronte la sede dell’INPS di Frosinone, e con la richiesta della presenza diretta del sottosegretario Claudio Durigon.

Le notizie del pomeriggio sembrano virare verso una direzione positiva, anche se la storia di questa vicenda insegna: mai cantare vittoria prima di avere risultati concreti, in questo caso, i pagamenti.

 

 

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A Roma, oggi, città dell'altra economia

  • Pubblicato in Partiti

a Roma con V.Calcagni h260 mindi Valentina Calcagni - Oggi a Roma città dell'altra economia. Prima riunione dei comitati civici lanciati alla Leopolda io sono stata invitata dall’On Ivan scalfarotto come coordinatrice del comitato crescita per Frosinone grandissima partecipazione tantissimo entusiasmo
Oggi i comitati non si sono solo raccontati nelle singole esperienze oggi abbiamo condiviso abbiamo creato relazioni umane abbiamo dato una fisicità ad un sentire comune a difesa dei valori della democrazia, dei diritti delle libertà, Europa e la forza della scienza. V.Calcagni Scalfarotto 2 min
Oggi abbiamo sancito che il riformismo è radicale ed è l'unico mezzo per essere alternativi alla paura al giustizialismo alla chiusura, noi ci rifiutiamo di abituarci alle bugie e alla galvanizzazione della società in chiave violenta.
Noi oggi abbiamo deciso di lavorare in rete con una voce univoca perché la società deve essere migliore dei singoli individui che la compongono senza mai avere nostalgia del Passato ma guardando al presente e al futuro.
Noi insieme reagiamo senza arretrare di un millimetro rispetto alla bullizzazione quotidiana delle istituzioni.
Ringrazio Scalfarotto per questa bellissima opportunità che segna il primo passo di un cammino che sarà bellissimo perché fatto tutti insieme.
In tempi straordinari occorre una mobilitazione straordinaria noi ci siamo.

 

 

 

 

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Venezuela oggi. Che cos'è?

Bolívar soberano350 260 mindi Valentino Bettinelli - Venezuela, una tristemente reale Casa di Carta.
Continua la parabola discendete del Venezuela, Stato dell’America Meridionale, tra i più ricchi estrattori di greggio al mondo. La sua storia è costellata di alti e bassi di natura socio-economica. Le cronache degli ultimi tempi narrano una situazione drastica. Si racconta di quella che de jure dovrebbe essere una Repubblica federale presidenziale, ma che de facto si delinea come una dittatura autoritaria esercitata dal suo presidente Nicolás Maduro.

Ultimo in ordine di tempo il provvedimento che, con un colpo di penna, trasforma il Bolívar fuerte in Bolívar sovrano. Un’operazione che rende il valore monetario una variabile metafisica, tanto da propagandare un aumento dei salari minimi di 35 volte. Se prima infatti, con uno stipendio si riusciva ad acquistare un chilo di pomodori, secondo la politica presidenziale, oggi il venezuelano medio riuscirà a migliorare le proprie condizioni di vita grazie al taglio di cinque zeri dal valore del “vecchio” bolívar.
Il presidente Maduro ha inoltre annunciato il lancio di un’ulteriore moneta di scambio, il Petro, criptovaluta che fonderà la sua forza sulla base delle quotazioni dell’oro nero sui mercati, trasformando sostanzialmente le banconote stampate in soldi del Monopoly, e la Zecca di Stato nella reale trasposizione de “La Casa di Carta”.

L’estremo tentativo di agganciare una valuta ormai polverizzata da un’inflazione arrivata a tassi di un milione per cento all’anno, a qualcosa di più concreto come il petrolio, è il segno stesso di una resa da parte del governo di Caracas, ormai trasparente nella logica degli scambi internazionali. Una scomparsa dai mercati che ha provocato la totale recessione di un Paese potenzialmente ricchissimo, gestito con un potere di stampo oligarchico volto all’esclusivo arricchimento di una cerchia ristretta di eletti. Uno Stato che continua a tradire i suoi valori fondativi; una Repubblica bolívariana retta da ideali social-democratici, completamente dimenticati da qualche anno a questa parte.

Il tessuto demografico venezuelano è quello tipico dei Paesi latinoamericani. Una popolazione mista, frutto dei grandi flussi migratori del secolo scorso. Ricchissima la colonia italiana che conta, ad oggi, oltre 120000 residenti, presenza che nel passato ha sfiorato anche le 250000 unità. Italiani di nascita e oriundi di seconda generazione che vivono quotidianamente, assieme agli altri 30000000 di venezuelani, una condizione di schiavitù sociale, dove anche protestare risulta difficile. È infatti complicato scegliere se affollare le piazze per dimostrare il dissenso o partecipare alle infinite code nei supermercati per assicurare il cibo alla famiglia. Anche su questa necessità di sopravvivenza continua a far leva il totalitarismo messo in atto da Maduro.

La situazione venezuelana coinvolge anche gli Stati limitrofi, come il Perù, il Brasile e la Colombia. Proprio quest’ultima vede il passaggio di oltre 3000 venezuelani al giorno, nella città di confine di Rumichaca. Cittadini disperati che cercano di fuggire dal proprio Paese, alla ricerca di condizioni di vita migliori. Una caccia al tesoro spesso impedita dalla militarizzazione dei confini imposta da Perù e Brasile, i quali richiedono il passaporto per varcare le frontiere. Documento a cui moltissimi venezuelani non possono accedere perché considerati pericolosi dal proprio governo.
Una censura ideologica che sta arrivando a toccare, in alcuni casi, anche la repressione militare nei confronti dell’oppositore di turno.
Una condizione, quella del popolo venezuelano, poco diffusa dai canali mainstream della nostra informazione, che merita però una profonda riflessione. Una nazione esausta. Un popolo soggiogato dal potere autoritario. Un territorio troppo ricco per non concedere a tutti una vita dignitosa.

 

 

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La canzone napoletana. «Canzoni amate e dimenticate dal 1200 ad oggi..»

Giovanni Battista 350 260 mindi Diego Protani - Enciclopedia della canzone napoletana. «Canzoni amate e dimenticate dal 1200 ad oggi..». Autore: Giovanni Battista- Editore: Lfa Publisher

Sinossi: In questa enciclopedia ogni canzone viene raccontata, spiegata, si contestualizza il suo periodo storico come nasce e perché, ma le cose importanti sono tutti gli aneddoti che riguardano ciascuna canzone. Composta da tre volumi ognuno dei quali porta un prefatore diverso. Nel primo Volume c'è la prefazione di Lino Vairetti degli Osanna, nel secondo Antonio Buonomo e nel terzo Peppino Di Capri. Nello specifico il primo volume parte dal 1200 ed arriva al 1938 fermandosi alla sconosciuta "'E Primme Rose"; il secondo volume parte dal 1939 e giunge fino al 2018 con la recentissima "'A Minestrina" di Paolo Conte; nel terzo volume tutti i brani sono disposti in ordine alfabetico, dalla A alla Z. Prefazione di Peppino Di Capri.

Intervista:

Come è nata l’idea di scrivere un’enciclopedia sulla canzone napoletana?
L’idea nasce più di 10 anni fa, sono cresciuto con la canzone napoletana, mio nonno materno e suo fratello (mio zio), sin da piccolo a domeniche alterne mi facevano non solo ascoltare le canzoni ma mi raccontavano aneddoti che avevano vissuto in prima persona. La mia reazione era di stupore, meraviglia tanto che decisi con il nonno di raggruppare le canzoni e le loro storie in un libro in modo da poter far leggere a chiunque, quanto Napoli e la musica abbiano una storia, una sorta di vero e proprio matrimonio che ripercorre quasi mille anni.

Come ha suddiviso i tre volumi?
I volumi sono suddivisi seguendo una struttura semplice, i primi due sono stati sviluppati in ordine cronologico. Nello specifico il primo volume inizia dal lontano 1200 e conclude fermandosi al 1938, nel secondo volume si riparte dal 1939 giungendo fino al 2018. Nel terzo volume, tutte le canzoni che troviamo nei precedenti vengono disposte in ordine alfabetico, in modo che se i lettori ricordano/conoscono una canzone, come ad esempio “Anema E Core” gli basterà andare nella lettera A e trovare il brano prescelto.

Quanto è rilevante nella nostra cultura la storia della scuola napoletana del ‘700?
È un punto cruciale a cui mi sono dedicato molto nella mia enciclopedia, lo definirei di svolta per la musica napoletana e per ciò che si è sviluppato dopo. In questo periodo nacquero le “Opere Buffe” a cui poi tutti i compositori venuti dopo si ispirarono per comporre le celeberrime opere liriche. Basti pensare che quando nel 1770 Mozart giunse a Napoli ed ascoltò Giovanni Battista Pergolesi (uno dei padri dell’opera buffa) ne rimase folgorato, tanto che il compositore austriaco non solo contribuì notevolmente alla diffusione di questo genere, ma ne fu egli stesso creatore, vediamo ad esempio “Le Nozze Di Figaro”. A Napoli abbiamo avuto in quel periodo figure come Aniello Piscopo, Leonardo Vinci, Agasippo Mercotellis, Gennarantonio Federico e così via… e nel ‘800 questa tradizione musicale continuò grazie al bergamasco Gaetano Donizetti che introduceva spesso e volentieri nelle sue opere degli intermezzi comici.

Quale filo conduttore lega teatro e canzone?
Da sempre, come si è visto nella domanda precedente, però è un legame che si è consolidato agli inizi del ‘900. In primis troviamo Raffaele Viviani che era solito presentare le sue canzoni (che nei primi anni erano basate sulle figure dei mestieri di Napoli, come ad esempio ‘O Sapunariello, ‘O Scupatore) inserendole proprio nelle sue commedie, basti pensare che la notissima ‘A Rumba D’ ‘E Scugnizze” venne presentata proprio durante la sua commedia “L’Ultimo Scugnizzo”. Successivamente troviamo la nascita della sceneggiata, ovvero la creazione di un vero e proprio spettacolo drammatico a cui si alterna il canto e la recitazione, tutto ciò si basa sul titolo di una canzone da cui se ne ricava l’omonima “sceneggiata”. Negli anni successivi come si osserva nei primi anni ‘50 le canzoni divennero addirittura dei veri e propri film, ne cito qualcuno come ad esempio, Luna Rossa di Fizzarotti oppure Totò, Peppino E La… Malafemmina di Mastrocinque.

C’è una simbiosi tra passato e presente?
Attualmente trovo che questo legame non ci sia più, il vero culto della canzone napoletana è maltrattato, si è sostituito a mio malincuore con nuove sonorità e nuovi generi.

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Marxismo oggi

Karl Marx 1 460 mindi Mario Quattrucci 1818 − 1848 - Marxismo oggi. "Marx e il marxismo per non arrenderci allo stato di cose presente", di Massimo D'Alema; "La rivoluzione del nostro tempo", di Paolo Ciofi.

Uno spettro si aggira per l'Europa, lo spettro del comunismo. Iniziava così, in premessa, il Manifesto del Partito Comunista di K. Marx e F. Engels del 1848. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

 

  1. La sconfitta
  2. Non arrenderci
  3. Quale rivoluzione

La sconfitta

Il "comunismo", quel partito fondato allora da Marx ed Engels con l'obiettivo di «cambiare lo stato di cose presente» e suscitare una rivoluzione socialista; quella potenza che si dichiarava costituita e riconosciuta nell'Europa dei sussulti rivoluzionari del famoso Quarantotto, risulta ad oggi sconfitta. Come ebbe a dire una comunista e marxista non pentita, Rossana Rossanda, «il comunismo non è oggi all'ordine del giorno».
Così pure Marx e il marxismo, quasi in concomitanza con la dissoluzione dell'URSS e la sconfitta della socialdemocrazia europea, il trionfo del TINA, pensiero unico thatcheriano−reaganiano, furono dichiarati morti e sepolti. E non dal solo Ionesco e dalla sua eco (forse) Woody Allen ma, vincente il pensiero debole, dalla cultura europea in tutte le sue declinazioni.
Eppure molti nuovi libri, saggi e perfino prodotti letterari, riportano alla luce nei cinque continenti, vorrei dire alla vita e alle necessità storiche dell'oggi, Marx e il suo marxismo, la necessità di fare ancora i conti con lui fuori delle distorsioni staliniste e neocapitaliste. E partiti movimenti e leaders ritornano a Marx e al socialismo: da Sanders in USA, a Corbin in Gran Bretagna, a Die Linke e alla sinistra del PSD in Germania, a Melenchon in Francia... per citarne soltanto alcuni...
Il mondo uscito dal fallimento e dalla sconfitta del sistema cosiddetto del socialismo reale e della socialdemocrazia europea dopo la liquidazione di Brandt e Palme, fu ricondotto all'ordine del mercato unico globalizzato sotto il dominio del capitale finanziario e l'egemonia ideologica del liberalismo assoluto. «La società non esiste, esiste l'individuo» fu il vangelo della Lady d'acciaio; «Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema», le fece eco Reagan; e Blair s'incaricò, anche con le guerre americane, di portare a compimento la rivoluzione conservatrice di Margaret Thather; e infine il capo della socialdemocrazia tedesca Gerhard Schröder tradusse in tedesco il cedimento totale all'imperio del capitale: "Es gibt keine Alternativen". Il che era e fu nient'altro che celebrare il funerale al trentennio glorioso di keynesiana memoria per demolire non lo stato−potere ma lo stato sociale, e dar corso e via libera al sistema mondiale del massimo sfruttamento degli esseri umani e della natura, della schiavitù, come dice Papa Bergoglio, mai così estesa e profonda da che esiste il genere umano.
Ma questo mondo..., questo mondo della fine del secolo breve e del suo infinito prolungamento nel terzo millennio, accettato anche da gran parte delle sinistre di tutti i paesi come il migliore dei mondi possibili because, appunto, there is no alterntive è invece − dice un personaggio del Karl Marx Show di Juan Goytisolo − questa immane successione «di disastri di un mondo sottomesso alla legge del monetarismo ad oltranza, i continenti sprofondati in un'irrimediabile miseria, la devastazione planetaria, xenofobia, razzismo, mafie eurobancarie, pulizie etniche, universale pianificazione orwelliana...» e dunque «proprio nel momento in cui venivano abbattute le statue e bruciate le effigi di Marx da Vladivostok a Tirana, l'iniquità del nuovo mondo configurato dai teorici della libera impresa convalidava paradossalmente le sue [di Marx] denunce e le sue diatribe incendiarie».
Dunque, scrive Mauro Ponzi nella introduzione al volume collettivo Marx e la crisi, diventa ancora una volta necessario «ripensare Marx senza sconti e ormai al di là dei vecchi dogmatismi [poiché proprio] il fallimento del marxismo ufficiale significa, contemporaneamente, la liberazione di Marx, il suo "scongelamento". Liberato dalla politica spicciola e dalla cronaca, Marx può tornare ad essere l'utile [il necessario] interlocutore di un pensiero che non voglia arrendersi all'appiattimento [e all'asservimento] dominante».

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Non arrenderci

D'Alema ha portato il suo contributo al dibattito internazionale al 2° Congresso Mondiale sul Marxismo, il 5 maggio scorso, così impostandolo: «In Marx ritroviamo la forza di una passione che deve spingerci a non arrenderci allo “stato di cose presenti”».
In realtà, scrive D'Alema, il migliore dei mondi possibili «non si presenta, né pacificato né omologato; al contrario proprio il timore della progressiva cancellazione delle diverse identità nazionali, etniche e religiose ha scatenato drammatici conflitti e ridato vigore a nazionalismi che sembravano appartenere ad un passato ormai remoto... Il problema è che appare evidente che lo sviluppo di un capitalismo senza regole e dominato esclusivamente dalla logica del profitto e dai meccanismi di mercato genera contraddizioni insostenibili, produce instabilità e rischi di guerra proprio come una cultura critica del capitalismo, che ha in Marx il suo più importante punto di riferimento, aveva da tempo messo in luce.... Come ha scritto il grande storico inglese Eric Hobsbawm "Il mercato non ha risposte alle principali sfide che il XXI secolo ha di fronte a sé"»
Ma se il pensiero unico, con i suoi cascami ideologici e culturali, appare ancora egemone, divenuto perfino senso comune; e malgrado le crescenti e virulente risposte di destra a tale incapacità «di dare risposte alle sfide del XXI secolo», una sinistra socialista, socialista democratica, anche comunista, che trova ancora in Marx il referente teorico principale e dichiara il bisogno, anzi la necessità del socialismo, esiste e resiste più o meno in ogni Paese.

Una rivoluzione, dunque: la rivoluzione del nostro tempo, per un nuovo socialismo. massimodalema
Al dibattito sul marxismo, e alla riacquisizione teorica e prammatica di Marx e di Gramsci, Paolo Ciofi partecipa con questo suo Manifesto.
Non un puro esercizio teorico, ma un intervento teorico−e−politico nella situazione attuale. Un'indicazione di lotta.
Muovendo dallo stato delle cose (Der Stand der Dinge) e dalla sostanza del metodo marxista − l'analisi concreta della situazione concreta (Lenin) − Ciofi delinea un'analisi approfondita della realtà del mondo sotto l'imperio − economico ed ideologico − dell'odierno capitalismo, una linea concreta di azione (il marxismo, infatti, è innanzitutto una guida per l'azione − ancora Lenin) finalizzata alla costruzione di un Partito dei lavoratori e del popolo che voglia e sappia riprendere la lotta, storicamente non eludibile, per liberare l'umanità e il mondo dalla dittatura del capitalismo, «pensando e praticando un'altra idea di società, lottando per la democrazia, l'uguaglianza e la libertà, per una civiltà più avanzata ed umana. Per un nuovo socialismo».
Come detto il Manifesto muove dallo stato delle cose, e quindi dalla Dittatura del capitale e la crisi del mondo: «Siamo immersi in una formazione economico-sociale dominante ma decadente, percorsa da contraddizioni distruttive. Il sistema perde efficienza, la produzione ristagna, il pianeta degrada, la disoccupazione e la precarietà si diffondono, la povertà si estende, e milioni di persone muoiono di stenti e di fame nel mondo. I rischi di una guerra nucleare crescono. Sono segnali drammatici che ci indicano uno stato di fatto di enorme portata: siamo entrati nella fase decadente di un sistema, cui corrisponde la fine del dominio degli Stati Uniti nel mondo. La crisi in cui viviamo non è solo economica, è la crisi generale di un’intera formazione storica. Sono in gioco la libertà e l’uguaglianza degli esseri umani, l’esistenza stessa del pianeta, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnologica che consentirebbe di avanzare sulla via di una nuova, più elevata civiltà. E l’Italia sta dentro questo processo a cui si sommano antiche arretratezze.» [Introduzione].
Esamina poi e mette a nudo via via: l'estrazione dei profitti dagli esseri umani e dalla natura; la finanza e il profitto über alles; la scienza e la tecnica al servizio dello sfruttamento del lavoro; i cambiamenti radicali intervenuti nel lavoro e nei rapporti sociali; la concentrazione della proprietà e la globalizzazione della povertà..., per giungere poi a ciò che Ciofi chiama il culmine della lotta di classe. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Quale rivoluzione

«Il dato che più colpisce è lo smisurato aumento delle disuguaglianze: tra i diversi Paesi, al loro interno e tra le classi sociali. Ma non si tratta di una temporanea “asimmetria” del sistema. È stato dimostrato, dati alla mano, che nell’assetto sociale dominante uscito vittorioso dalla guerra fredda con i Paesi del cosiddetto «socialismo reale» le disuguaglianze non sono un retaggio del passato, bensì un fattore costitutivo del meccanismo di funzionamento del sistema. E perciò continueranno a crescere nel futuro con effetti devastanti sulla vita delle persone e sull’intero ambiente naturale.

Una domanda non si può evitare. Che senso hanno in queste condizioni l’uguaglianza e la libertà per l’operaio di fabbrica e per il dipendente dalla piattaforma digitale, licenziati via internet e buttati sulla strada come scarti dall’algoritmo impostato sui criteri del massimo profitto? Che senso hanno per la massa dei giovani precari senza reddito e senza prospettive nella vita; per le lavoratrici e i lavoratori cognitivi, della ricerca e dell’informazione, sempre più instabili e sottoposti al nuovo taylorismo della rete; per gli addetti ai servizi pubblici e privati e alla catena agroalimentare, spesso non contrattualizzati e stretti tra bassi salari e assenza di tutele?
E per le donne, che patiscono a causa della doppia oppressione di classe e di genere, del doppio o triplo lavoro tra casa, fabbrica, ufficio e famiglia? Per i pensionati, che quando possono aiutano i nipoti e spesso tirano a campare con pensioni di fame; per fasce crescenti di ceto medio impoverito delle professioni autonome; per tutti quei nuovi poveri, uomini e donne, che sono aumentati a vista d’occhio, e che incontri sempre più spesso nelle strade e nelle piazze delle nostre città. E per i migranti, costretti a fuggire dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, dalla rapina e dalla desertificazione sempre più ampia dei loro territori. Che senso hanno per tutti costoro le parole uguaglianza e libertà?» [Introduzione]
paolo ciofi 350 260 min

Il Manifesto procede quindi con una puntuale e spietata analisi dedicata specificamente all'Europa, mettendo in luce le vergogne del capitale e indicando le linee per l'Europa dei popoli e dei lavoratori. All'interno: l'Italia e il fallimento delle classi dirigenti e i guasti di un capitalismo querulo e predone.
Riprendendo, nel titolo dell'ultimo capitolo, con minima variazione, la celebre definizione marxiana del comunismo, Ciofi esprime la possibilità e necessità di un movimento reale che cambi lo stato di cose presente. Con cognizione di causa e coraggiosa provocazione Ciofi riprende il termine abbandonato e ricusato con orrore di rivoluzione. Dirà poi di quale rivoluzione occorra per il nostro tempo: «Rivoluzione. Usiamola questa parola, tiriamola fuori dalla discarica della storia in cui hanno tentato di seppellirla i tecnocrati al servizio dei proprietari universali e dei loro "serbatoi del pensiero", i reazionari e i benpensanti, e anche i riformisti (non i riformatori) di ogni specie. Di fronte a una rivoluzione scientifica e tecnologica in atto che con il digitale ha cambiato e continua a cambiare i modi di lavorare e di vivere, i vari riformismi praticati in questi anni si sono posti in difesa della conservazione dei rapporti sociali esistenti, portandoci allo stato di instabilità, di insicurezza e di pericolo in cui vive il mondo di oggi. Mentre la libertà e l’uguaglianza hanno assunto con le piattaforme digitali contenuti ed espressioni inedite rispetto al passato, che reclamano non l’aggiustamento del sistema bensì il suo superamento, una civiltà superiore.»

 

Ed ecco infine quale rivoluzione. Muovendo dalla presa d'atto che una fase si è conclusa, e se si vuole avanzare verso il socialismo, la via maestra è per noi, per l'Italia ma con validità generale, la Costituzione Repubblicana. Poiché «se il problema oggi è dare impulso a una nuova stagione di uguaglianza e libertà, la Costituzione della Repubblica Italiana indica il percorso. È l’unica Costituzione europea che consente, attraverso la sua attuazione, di aprire la strada a una civiltà più avanzata, a un nuovo socialismo». Attorno al suo potenziale rivoluzionario − di una rivoluzione democratica e socialista; nuova rispetto a quanto la storia del secolo breve ci ha dato; e perciò la rivoluzione necessaria e possibile del nostro tempo − dobbiamo e possiamo, dunque, ricostruire il protagonismo e l'organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo e, su queste basi, dare vita ad una formazione politica, ad un Partito, rivoluzionario popolare e di massa.

 

malacoda 75

emmequ, Direttore di malacoda.it

 

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Università oggi

assemblea1dic17 350 minTesto dell'intervento per l'assemblea del 1° dicembre "Meno Individualismo PIU' SOLIDARIETA'" nell'ambito del Progetto per "la Democrazie e l'Uguaglianza" .

di Fausto Pellecchia - Per offrire un’immagine sintetica dello stato di sofferenza attuale dell'università, si può cominciare dai problemi denunciati dai docenti universitari con l'inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione autunnale.
I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale dell’evidente tendenza alla dismissione del sistema universitario italiano, della drammatica insufficienza degli stanziamenti pianificati dai governi per la ricerca scientifica [siamo da molti anni al penultimo posto tra i Paesi dell’Ue], del conseguente svilimento per il ruolo sociale del docente universitario e per la qualità della formazione della classe dirigente. (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Inerzie ed errori
  2. Scontenti e...

Inerzie ed errori

In una parola, la crisi dell’università italiana è diventata il paradigma negativo della valutazione sociale del pensiero critico e delle connesse prospettive di innovazione scientifica e tecnologica del nostro sistema produttivo. Lunghissima è la sequenza d'inerzie e di errori, non esenti da vere e proprie ingiustizie. Non è necessario ripercorrerla, quanto semmai ricordare sinteticamente a quale situazione questo impasto di atteggiamenti ha condotto.
L'università italiana si trova in un tornante in cui si manifesta un’accelerazione inaudita della crisi storica che fa impallidire la denuncia, ormai vecchia di alcuni decenni, circa il degrado e il declino dell'università allora sagomata sul modello "di massa" degli anni ’70 e ‘80. Partiamo dalle problematiche più squisitamente "sindacali": il docente universitario ha pagato più di ogni altra categoria pubblica la crisi di questi anni. Agganciato da sempre nel trattamento ai magistrati per la comune natura di argine verso ogni rigurgito settario, corporativo, autoritario (più ancora che con le garanzie giurisdizionali, con la preservazione del libero pensiero), si è visto poi, per decisione politica e con l'avallo dei tribunali, di soppiatto sganciato da questo collegamento non solo “simbolico”.

Come dipendente pubblico, il docente "non contrattualizzato" soffre come e più degli altri dipendenti pubblici della lunga stagione del mancato rinnovo del contratto, che ancora non si è concretizzata nei modesti aumenti concordati. In più il docente universitario ha perso con un trattamento ingiustificatamente discriminatorio e quasi punitivo (esplicito con la destra al potere, e forse più frutto di “riformismo” astratto e scarsa conoscenza delle situazioni reali, per i governi di centro-sinistra) gli scatti di carriera che, peraltro, sarebbero diventati triennali e non più biennali. Di fatto gli stipendi sono assolutamente fermi da molti anni, mentre quelli dei magistrati per esempio sono stati regolarmente sbloccati in termini reali si sono ridotti in modo non impercettibile. Non esiste tra l'altro un'adeguata consapevolezza sociale sul livello stipendiale dei docenti universitari, frutto di una percezione che lo ricollega in modo tralatizio ad certo status sociale e alla condizione (più che altro teorica) di dirigente dello stato: è un trattamento economico analogo o di poco superiore a quello di una figura preziosa ma non certo parte per definizione della ruling élite quale è un operaio specializzato. Con tutto il rispetto, quale idea di paese c'è dietro la realtà di una equiparazione della tecnica e della scienza? O che dire del fatto, incontrovertibile, che in sostanza lo stipendio è una retribuzione della didattica (limitatamente all'impegno minimo richiesto: le supplenze spesso non sono più pagate) ma non della ricerca, dal momento che passano poche centinaia di euro tra la retribuzione di professore universitario ed uno di scuola? Non richiede, la scienza, investimento personale, infinita pazienza, sacrificio, studio, e il dovere istituzionale dell'originalità?

Ma non è tutto. Molti docenti universitari sono abilitati e non ancora chiamati e questo è, pur in assenza di una pretesa giuridica, un danno giuridico ed economico non da poco (anni di differenza di stipendio e trattamento pensionistico andati in fumo).
In più c'è la precarizzazione della docenza universitaria. In particolare i ricercatori, la cui età media supera i 40 anni e che, per la maggior parte, hanno un contratto a termine). Inoltre il pensionamento del 50% dei docenti universitari (2007-2013) è avvenuto senza turn over, prima bloccato per anni, poi sbloccato in misura del tutto insufficiente, con il conseguente rischio di chiusura di molti corsi di laurea. Molti docenti universitari vivono con estrema ansia il proprio futuro che è divenuto uno slalom tra ostacoli di ogni tipo e soggetto al realizzarsi di condizioni imperscrutabili. Le regole concorsuali cambiano quasi a ogni cambio del governo e il reclutamento non riesce ad essere continuo e fluido. L’attuale dispositivo delle “abilitazioni nazionali a termine”, subordinate all’eventualità della chiamata entro il triennio successivo– unitamente all’aggravarsi della situazione di bilancio di molte università- determinano incertezza e precarietà tra i neo-abilitati, costringendoli a perseguire logiche clientelari per non vedere vanificato il loro titolo.

Le carenze di risorse degli Atenei, soprattutto nell’Italia meridionale, per i tagli dei trasferimenti pubblici, creano infatti lunghe code per le chiamate, con effetti deprimenti sulla serenità del lavoro e sulle prospettive di carriera. Si sono perciò introdotti sempre più esplicitamente canali di finanziamento privatistico che disturbano il dispiegarsi di logiche istituzionali orientate alle scelte migliori nell'interesse pubblico.
Se guardiamo ai giovani, i posti di dottorato si sono drasticamente contratti e la formazione dottorale è diventata spesso irrilevante, per la chiusura di molti corsi di dottorato pregevoli e il confluire dei docenti in calderoni senza identità, sotto la sovrintendenza delle scuole di dottorato con nomi ecumenici, che comprendono le aree più disparate senza alcuna possibilità di seria formazione. E ciò per un titolo, ricordiamo che invece all'estero gode, dalla Germania agli Stati Uniti, di grande prestigio. Ma è dopo il dottorato che la situazione diventa ancora più dolente. Molti Atenei non bandiscono più assegni di ricerca con fondi pubblici e pertanto si limitano a bandire con risorse che provengono dal privato. Risorse che sono auspicabili se aggiuntive ma non sostitutive di quelle pubbliche, e che se non adeguatamente inquadrate creano situazioni opache. Il che è ancora più grave quando l'assegno di ricerca, reiterato per un certo tempo, è divenuto una condizione imprescindibile per partecipare ai concorsi di seconda fascia (professore associato). A tale proposito, la docenza continua ad essere articolata, a differenza di molti paesi simili a noi, in ben tre fasce (ricercatore, associato, ordinario) ciascuna delle quali prevede la conferma triennale, con la conseguenza che la fascia più ambita si consegue spessissimo dopo il cinquant'anni (sei ordinari under 40 censiti nel 2015!), spesso dopo i sessanta, e talora mai. In altri paesi dopo selezioni severe si diventa professori a tutti gli effetti (senza specificazioni) in giovane età o si entra in posti di prestigio nelle strutture dello stato, quando si è ancora assistiti da grandi energie e non quando si è sfibrati da una lunghissima, e spesso, avara e poco dignitosa, gavetta.

In questo contesto invogliare un giovane a intraprendere il sentiero della ricerca può diventare un atto di irresponsabilità, almeno quanto invitarlo a farsi un futuro fuori dall'Italia (nei settori in cui è più possibile) - dove non mancano le soddisfazioni - un atto a dir poco fallimentare per lo Stato. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

Scontenti e qualche volta frustrati o demotivati,

Docenti e giovani hanno più di qualche ragione per essere scontenti e qualche volta frustrati o demotivati, mentre vengono bombardati di convocazioni per commissioni, mail con scadenze e infinite schede da compilare di valutazioni e autovalutazione (affidate alla sovraintendenza dell’ANVUR) che tolgono tempo prezioso e, nella migliore tradizione italiana, non approdano quasi mai a nulla. A tale proposito, si ha la sensazione che la cultura della valutazione di tipo anglosassone, apprezzabilmente introdotta, non ha forse raggiunto ancora quella soglia critica da lasciar intravedere i suoi grandi benefici, mentre se ne scorgono molti difetti. Tra questi è indubbio un percepibile peggioramento della qualità media delle pubblicazioni scientifiche e una certa crescita delle frodi scientifiche. La ricerca italiana nonostante ciò, è bene ribadirlo, resta ad un livello decisamente alto per le pubblicazioni e a un livello discreto per i brevetti, e si colloca, anche se in mancanza di cambiamenti è verosimile che avvenga ancora per poco, nel gruppo di testa mondiale. Ciò rappresenta un miracolo nelle condizioni date e qui illustrate. Basti dire che i docenti dei grandi paesi con i quali ci confrontiamo guadagnano, negli atenei pubblici, generalmente il doppio, se non il triplo, per non dire della Germania dove, per avere il senso delle abissali differenze, ogni professore ordinario è messo in condizione di fare al meglio il proprio lavoro didattico e di ricerca grazie alla preziosa disponibilità di una segretaria. Si paragoni la situazione con l'Italia, dove una segretaria di dipartimento fa i salti mortali per essere utile anche a cento e più professori costituenti il dipartimento, che ovviamente evitano di disturbarla se non per il minino necessario. Così il professore universitario perde ore a compilare moduli, prepararsi itinerari, diffondersi via posta i prodotti della ricerca e così via.

Se dalle "risorse umane" passiamo alle strutture, non va meglio. Le biblioteche universitarie fanno estrema fatica, e la gran parte in pratica non acquista più se non, con ritardo, lo stretto necessario per non aprire lacune, anzi voragini, incolmabili. Le riviste cartacee sono spesso in dismissione con rottura di continuità di serie in genere prestigiose. Si sopravvive con il pregresso, gli invii tra colleghi, i prestiti interbibliotecari e con l'online. Ma non può essere tutto. Spesso i docenti, anche per la passione genuina che nutrono per i testi, ma pure per ovviare a procedure burocratiche poco snelle, preferiscono acquistare volumi con risorse proprie, sottraendo ulteriori risorse alla famiglia. Tra l'altro i fondi di ricerca a disposizione dei docenti sono ben poca cosa, spesso insufficienti anche per andare a un paio di convegni all'anno (quelli dell'associazione scientifica di riferimento...), e quindi vengono utilizzati per comprare toner, cartucce, stampanti, risme di carta e, ancora, qualche libro.
Lo stato delle sedi è, naturalmente, molto variabile ma in linea con l'edilizia pubblica italiana, ma la manutenzione è, come in generale per il patrimonio pubblico, carente. Le tasse, è vero, non sono particolarmente alte ma i servizi complementari (residenze, borse di studio, assistenza ai disabili, aule studio, etc.), al netto della formazione di un titolo di laurea che regge, e piuttosto bene, il confronto all'estero hanno spesso punte critiche e palesi irrazionalità, dovute anche al nostro Welfare State che, come noto, funziona al rovescio a causa di un’evasione fiscale da record, del lavoro nero e delle dichiarazioni mendaci.

È noto peraltro che un meccanismo squilibrato (oggi in parte riequilibrato, se non erro) ha portato molte risorse dagli Atenei del Centro-Sud a quelli del Centro-Nord, impoverendo la parte meridionale del paese di docenti, studenti e corsi di laurea per lo più specialistici, che insieme a tutto il post-laurea, dovrebbero accompagnare la transizione dallo studio al lavoro dei giovani.
Il meccanismo del finanziamento tarato sugli studenti, lungi da una cultura del risultato, ha portato (con altri fattori) a una concorrenza al ribasso per il conferimento di un titolo che pure avrebbe valore legale, e la situazione si è aggravata con la comparsa di nuovi Atenei (telematici e non), non sempre dotati di strutture e di personale rispettabili.

Dell'emigrazione di un numero enorme di giovani ogni anno, per parte significativa laureati, è tema troppo risaputo, anche nei costi economici e sociali, per dire qui altro.
A questo quadro complessivo, decisamente poco esaltante, dell’Università italiana, l’Università di Cassino e del Lazio meridionale aggiunge criticità peculiari, dovute ad alcune congiunture della gestione amministrativa che sono ancora (o dovrebbero essere) oggetto di indagine da parte della magistratura. Per molti anni, fino al 2015, con un’operazione di bilancio a dir poco disinvolta, sono stati stornati i contributi INPS del personale amministrativo e del personale docente, per far fronte agli investimenti destinati all’edilizia del Campus Folcara, in attesa dei fondi ministeriali. Ma, in forza dei tagli intercorsi, si è creato un buco di bilancio di alcune decine di milioni di euro, per il quale l’attuale Rettore è riuscito a strappare al Miur la concessione di una procedura “rottamazione”. Tuttavia, questa situazione di deficit di bilancio impedirà, fino al 2023, la possibilità di chiamare docenti neo-abilitati, con evidenti gravi ripercussioni sul turn-over e sulla regolare didattica dei corsi di laurea. Inoltre, per fronteggiare il debito contratto negli anni precedenti, oltre alla drastica decurtazione dei fondi di Ateneo è stata introdotta – caso quasi unico in Italia- una tassazione sui compensi per le attività extra-accademiche dei docenti (conferenze, collaborazioni editoriali, articoli su riviste, partecipazione a commissioni ecc.) per le quali sia stato concesso il nulla osta dell’Università. Praticamente una ulteriore misura punitiva per scoraggiare la ricerca e la diffusione della cultura che colpisce i docenti più apprezzati nel panorama nazionale. Ce n’è abbastanza per comprendere come molti docenti, ed in particolare i neo-abilitati stiano cercando disperatamente di essere chiamati in altre Università, avviando così una inesorabile “eutanasia” strisciante dei corsi di laurea dell’UNICLAM.

Né va sottaciuto che il bilancio positivo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2017-2018, dopo anni di recessione, ha cause contingenti che non possono essere trascurate: da un lato l’acquiescenza dei giovani laureati alla prospettiva di emigrazione nei Paesi dell’Ue, che promettono maggiori probabilità di sbocchi occupazionali; dall’altro l’aumento di immatricolati già occupati che si iscrivono per migliorare la loro posizione lavorativa, e che usufruiscono di percorsi accademici agevolati (secondo il progetto “laureare l’esperienza), con età media (tra i 40 e i 50 anni) decisamente superiore agli studenti in possesso di un diploma di scuola media superiore.
Di fronte a questa situazione la recente protesta dei docenti universitari impone una decisione che vada oltre le retoriche e, direi, le stucchevoli precisazioni. E che non esclude, naturalmente, anche un impietoso esame di coscienza. Ma non c'è dubbio che è la politica la maggiore responsabile di questo stato, tra ristrettezze di bilancio, incertezza normative e di modelli.

 

 
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