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Parlare di gentilezza oggi è un atto di coraggio

LIBRI. Presentazoni

"...gentilezza, la capacità di ascoltare e accogliere le fragilità altrui..."

 

9lug21 2 390 minIeri, venerdì 9 luglio 2021, dalle ore 18,00, è stato presentato il libro "Lagrime di gentilezza.." di Filippo Cannizzo, presso la Villa Comunale di Forsinone. In una ansa della villa era allestita una platea dove si è svolto l'appuntamento a cui hanno partecipato molti ascoltatori, soprattutto giovani.

Nel rispetto delle regole di protezione dal Covid-19 si è trattato di una inziativa in presenza (per chi scrive, la prima dopo tanto tempo), seduti in un ambiente gradevolemente ventilato che confinava con il prato verde della villa e arredato da una mostra di quadri curata da Paolo Autunno, fra le opere molte "Lune" di Gianluca Campoli, alcune delle qualli hanno corredato anche la newsletter settimanale di questo giornale. Una sistemazione accogliente in cui erano presenti oltre all'autore, Barbara Abbruzzesi, che ha svolto l'illustrazione del libro, Stefano Pennacchi, Paolo Autunno,  Marco Maddalena e Ignazio Mazzoli che hanno patrtecipato alla discussione con l'autore ed il pubblico. Gennaro Del Prete con la sua chitarra e le sue composizioni ha ceato momenti di intervallo musicale della presentazione verbale ed Elena Valori ha letto con le giuste e gradevoli tonalità brani importanti del libro di Cannizzo. Presto saranno disponibili gli atti di questo incontro e da queste colonne ne pubblicheremo un'ampia sintesi. Qui di seguito per ora riportiamo l'intervento integrale svolto dal direttore di UNOeTRE,it

di Ignazio Mazzoli
«La gentilezza, un valore sommesso e discreto». - Si legge nei colloqui fra Nino, protagonista del racconto di Filippo Cannizzo, e sua nonna. Nel capitolo “Il mare d’inferno”. 
Magistrale questa presenza della nonna, riferimento simbolico che ha in sé la saggezza di cui avere fiducia ed è la figura che trasmette mondi che hanno il profumo di qualcosa di caro e di buono: – infatti è: «gentilezza, la capacità di ascoltare e accogliere le fragilità altrui, che è anche generosità, altruismo, solidarietà, amorevolezza». E’ il sentimento di chi vuole comprendere l’interlocutore, le sue esigenze, vuole rispettare la dignità di una persona uguale e pur diversa. Vediamo cosa c’è intorno a noi?

Parlare di gentilezza oggi è un atto di coraggio nella stagione dell’individualismo esasperato.

“Lacrime di gentilezza…” di Filippo Cannizzo, offre, perciò, un’opportunità di dialogo da una prospettiva diversa, diciamo pure9lug21 1 390 min inusuale, quella di un sentimento che può aiutare a cogliere le disuguaglianze, che spinge a scoprire, dal proprio angolo di vista, come si caratterizza per ognuno l’ambiente sociale in cui viviamo?

Gentilezza cos’è? È un desiderio, un sogno? La gentilezza intanto non è cortesia, perché quest’ultima è la forma di un servizio che si presta. Il minimo indispensabile fra due estranei.

Oggi la gentilezza è in lacrime. Un tema da affrontare in una società che ha molti tratti di brutalità. Nel libro si fondono la conoscenza di chi scrive e il messaggio che vuole dare. Riceverli e riconoscerli è il compito di chi legge.

Nei dialoghi di questa storia, fra Sofia e Nino, che si conoscono da ragazzi, si rintraccia il messaggio con continuità e le ragioni che fanno sentire Nino a disagio le conosciamo bene anche qui.
Appare chiamo come raccoglie il grido di dolore «il fronte all’emergenza sanitaria causata da covid-19. Nel mese di marzo 2020, l’Unesco ha fondato il movimento globale ResiliArt a sostegno della cultura, al fine di salvaguardare il patrimonio culturale e dare voce ad artisti, intellettuali e creativi, attraverso il ruolo resiliente della cultura». Il movimento ResiliArt si è costituito anche in Italia. Scuola, operatori della cultura, mondo dello spettacolo sono evidenti vittime della pandemia.

Si ripropongono, vecchi problemi e drammi. in forma aggravata. Li ricordo: ambiente inquinato, insalubre per tutte le età, ai giovani si riduce anche la fertilità come sappiamo dalle ricerche, nella Valle del Sacco, del dott. Luigi Montano e della prof Margherita Eufemi, di recente pubblicate; ambiente trascurato, non a misura di persone e natura, una sanità pubblica inefficiente e negligente verso la tutela della salute e delle terapie necessarie, liste di attesa incompatibili con l’urgenza dei mali e malanni, che spingono inesorabilmente donne e uomini di ogni età verso i servizi privati. La rappresentazione dei mali è serrata nel libro e resa ben evidente.

Se la gentilezza è la condizione per una nuova qualità delle relazioni sociali e quindi della vita stessa non voglio tralasciare altri aspetti. Bella la definizione che il libro dà, come ricordavo all’inizio, ben oltre l’asetticità dei vocabolari.

Non si deve arrivare alla mattanza che ha imperversato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Lì siamo già alla barbarie della prepotenza che si può esercitare nelle istituzioni quando vengono deviate dai loro compiti. E' l'acme. il caso limite, quello di cui finalmente si parla e non si potrebbe non parlarne. Ma c’è qualcosa che tende a sfuggire e non dovremmo permetterlo. Ci sono comportamenti diffusi a cui non si fa caso. Un veleno sottile che se non si percepisce ci inquina tutti.

Gentilezza. Se manca finanche il senso civico nei rapporti, dove sta il confine che ci fa comprendere se non ci sia anche una limitazione dei diritti? Parlo della linea del fronte diretto fra uffici pubblici e privati con il cittadino. Una linea in cui troppo spesso manca finanche l’educazione ad un dialogo tollerante. Gli operatori che operano su questo front-line sanno ascoltare e sanno riferire ai superiori malumori e disagi? Quanti dubbi!Lacrime di Gentilezza COPERTINA 350 min

Da questo punto di vista, la vita di tutti i giorni presenta un grave deficit di gentilezza e di cortesia. Rapporti spesso tesi, difficili, improntati alla diffidenza e all'autoritarismo che sa di godere di una totale impunità. La cultura del dirigere, del come sanzionare, del come comprendere anche una trasgressione è altra cosa dall’arroganza di toni. Se al loro posto ci fosse un automa forse sarebbe più capace di capire l’interlocutore. Avete mai pensato a quanto è oppressiva e mortificante per i meno abbienti la fatturazione di acqua e gas a 4 o 6 mesi. Bollette con cifre impossibili da pagare. I gestori offrono la rateizzazione della bolletta che però comporta l’aggravio degli interessi. Che giro macchinoso per rastrellare denaro? Basterebbe fatturare mensilmente e i costi sarebbero frazionati naturalmente e più abbordabili. Ci sono leggi dello Stato che consentono questa ingiustizia e non è la sola. Avete pensato come i nostri comuni sono diventati delle macchine che prevalentemente rastrellano denaro. Una per tutte, che senso ha mantenere operativa una ZTL tutta la notte fino alle 5 del mattino nel centro storico dei nostri paesi?
Rimpiangeremo la stagione della pandemia? Treni puliti e profumati a maggio. Già oggi non è più così. La gentilezza e anche la premurosa attenzione dei giovani medici e dei giovani infermieri durante la vaccinazione, quanto ancora ne potremo godere? Alla luce del ritorno alla conosciuta normalità possiamo anche pensare che quel garbo era solo figlio della paura? Quale gentilezza o per lo meno giustizia si profila con gli aumenti dei prezzi in tanti servizi?

«La gentilezza fa da contrappeso al mondo e, spesso, lo mantiene in equilibrio» - Si legge nel libro.
«...diventare, tornare e rimanere, umani è questione di esercizio: essere umani richiede cura, consapevolezza, impegno, la capacità di tenere davvero agli altri... Perché si possa costruire un altro futuro possibile, infine, è urgente che noi, uomini e donne, insieme, anche quando l’umanità pare si perda, restiamo umani». Ma se l'obiettivo è solo il guadagno per il guadagno, di pochi, sarà dura… Finanche le istituzioni più vicine al cittadino sono diventate delle macchine mangiasoldi!

Scrive Paola Bucciarelli, pensando alla scuola, «affermare la centralità del tema della partecipazione», nella sua recensione da noi pubblicata. Giusto, è indispensabile, ma vale per tutto ciò che è rapporto della società intera con le istituzioni e i partiti, solo così «si potrà anche realizzare un nuovo modello di Stato democratico, quello dell’amministrazione condivisa dello Stato insieme agli stessi cittadini». Sempre per usare le sue parole.

Importante quindi il massaggio che la “gentilezza” può portare. Impariamo ad esigerla.
Una società gentile in uno Stato gentile? Per averli prima o poi bisognerà fare i conti con le nostre paure e i nostri opportunismi; occorre di conseguenza affrontare i problemi, cercando di spostare l’asse dell’azione di governo sul piano sociale, economico e dei diritti. Occorre creare cultura. Quindi la competizione per ottenere risultati in tal senso deve essere aperta e forte.

Parliamo di Gentilezza? La strada per arrivare ad essa sarà pure difficoltosa, ma ci migliorerà.

 

 

 

 

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9 luglio 2021

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Ex Ilva: batteria 12. Da oggi avviare spegnimento. Avverrà?

CRONACHE DA TARANTO

Il "caso" della batteria 12 della cokeria del siderurgico di Taranto

foto ilva con dedica 390 minEx Ilva: batteria 12, azienda al Tar; sit-in ambientalisti
Pubblicato: 01/07/2021 08:05
(AGI) - Taranto, 1 lug. - Diventa un caso la batteria numero 12 della cokeria del siderurgico di Taranto, che Acciaierie d’Italia, ex Ilva, da oggi deve avviare allo spegnimento in base a un decreto ministeriale del 25 giugno scorso. Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, non ha concesso la proroga per la fine dei lavori di messa a norma ambientale da fine giugno 2021 a fine gennaio 2022 chiesta dall’azienda e l’impianto attualmente non risulta completo. Oggi alle 10, sotto la prefettura di Taranto, ci sarà un sit-in per il fermo della cokeria Ilva da parte del Comitato cittadino per la salute e l’ambiente a Taranto. E oggi in una intervista al 'Sole 24 Ore', Lucia Morselli, amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, rivela che contro il decreto di Cingolani è stato opposto ricorso al Tar del Lazio. (AGI)
TA1/ROB

 

Ex Ilva: batteria 12, azienda al Tar; sit-in ambientalisti (2)
Pubblicato: 01/07/2021 08:05
(AGI) - Taranto, 1 lug. - “In tempo di Covid e con i provvedimenti di proroga generalizzata non ci sembra una decisione giusta”, commenta l’ad Morselli.
Già nei mesi scorsi l’ex Ilva aveva presentato ricorso al Tar Lazio contro un provvedimento dell’ex ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, sempre sulla tempistica dei lavori di messa a norma ambientale degli impianti.
Attualmente - anche se il cda non è ancora insediato - Acciaierie d’Italia è una società pubblico-privata: lo Stato, attraverso Invitalia, esprime il 38% del capitale e il 50% dei diritti di voto.
Il fronte ambientalista, intanto, preme per lo stop della batteria 12 che, come le altre analoghe, produce il coke che alimenta gli altiforni.
Alle 10.30 di oggi vi sarà un incontro di una delegazione con il prefetto di Taranto, Demetrio Martino. Ne faranno parte Massimo Castellana di 'Genitori Tarantini', Alessandro Marescotti di Peacelink e da Giovanni De Vincentis del Wwf. Al prefetto, spiegano le associazioni, verrà illustrata “un'iniziativa di richiesta d'intervento per danno o minaccia di danno ambientale in base all'articolo 309 del Codice dell'Ambiente”.
La stessa iniziativa verrà poi illustrata alle 12, davanti alla prefettura, in una conferenza stampa. “È un'iniziativa di cittadinanza attiva - spiega il Comitato salute e ambiente - finalizzata a ribadire la necessità del fermo della batteria 12 della cokeria di Taranto e del conseguenziale fermo dell'area a caldo dell'Ilva considerata causa di un rischio inaccettabile per la salute in base alla recente Valutazione Danno Sanitario realizzata in contraddittorio con ArcelorMittal Italia e basata sugli attuali dati produttivi ed emissivi autorizzati fino a 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio”. (AGI)
TA1/ROB

 

Ex Ilva: batteria 12, azienda al Tar; sit-in ambientalisti (3)
Pubblicato: 01/07/2021 08:05
(AGI) - Taranto, 1 lug. - Nelle ultime ore, esponenti sindacali hanno dichiarato che “l’impressione prevalente in fabbrica è che si vada allo spegnimento della batteria 12, questo stanno sostenendo anche i capi”.
“In ogni caso, però - aggiungono i sindacalisti - l’eventuale stop dell’impianto non determinerebbe una minore disponibilità di coke, nè sarebbe d'impedimento al riavvio dell’altoforno 4, che vedrà tra una decina di giorni la fine dei lavori a cui è stato sottoposto, perché nell’ultimo incontro Acciaierie d’Italia non ha escluso la possibilità di acquistare coke dall’esterno e che stava valutando questa possibilità”. In base al decreto Cingolani, il processo di “messa fuori produzione” della batteria 12 l’azienda lo “deve immediatamente avviare dall’1 luglio 2021 e concludere tale processo entro e non oltre 10 giorni”. Va comunque detto che la fermata di una batteria ha meno complessità tecnica rispetto alla fermata di un altoforno. Quattro gli interventi ambientali che l’azienda deve effettuare sulla batteria 12, evidenziati dal ministro Cingolani nel decreto, per “garantire il rispetto del limite polveri di 25 grammi per tonnellata di coke” e il “miglioramento del sistema di aspirazione allo sfornamento”.
Il riavvio della batteria, scrive il ministro, potrà avvenire “solo previa verifica da parte dell’autorità di controllo del completamento degli interventi di adeguamento previsti dal Dpcm del 29 settembre 2017”.
Il ricorso al Tar Lazio sulla batteria 12 apre un secondo fronte di conflitto nel giro di pochi giorni tra Acciaierie d’Italia e Stato. Il primo riguarda la cassa integrazione ordinaria in atto da lunedì per 981 addetti a Genova e 4.000 a Taranto (numero massimo). Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, anche alla luce degli scontri che ci sono stati a Genova, aveva infatti chiesto all’azienda di soprassedere alla cig ma ha ricevuto un diniego.
“Siamo nell’ambito della galateo istituzionale", ha dichiarato Orlando qualche giorno fa a proposito del no dell’ex Ilva, "quando si passerà a valutare la congruità del provvedimento, cosa che il ministro può fare solo dopo che la cassa è stata attivata con le risorse proprie, vedremo se ci sono gli strumenti per contestare quella scelta”.
Quanto all’incontro dell’8 luglio al Mise, il ministro del Lavoro ha sostenuto “che ci può dare degli strumenti anche in più, eventualmente, per contestare la scelta della cassa, se risulterà, come a prima impressione mi pare risulti, in contrasto con l’ambizione di conquistare nuove quote di mercato”. (AGI)
TA1/ROB
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Colleferro: Né l'uovo oggi né la gallina domani

COLLEFERRO. Comuni del Lazio

Le scelte urbanistiche della città sono decise dal privato proponente

di Ina Camilli
comitatoresidenticolleferro 350 260Dopo venti anni Colleferro è riconoscibile, mancano i segni del cambiamento che la politica “nuova” aveva promesso. La città appare intristita dalla fine della grande speranza di un vero cambiamento e molti tra coloro che conducevano la battaglia civile hanno adattato la propria impostazione culturale, perdendo interesse a partecipare più direttamente alla vita pubblica. Questo loro allontanamento richiede ogni volta uno sforzo maggiore da parte nostra per far sapere cosa succede in città.

Nella periferia sud di Colleferro nella zona boscata di Piombinara in via Palianese da alcuni giorni non si odono i motori delle seghe e il rumore secco degli alberi che cadono. Abbiamo documentato alle Autorità competenti che da metà aprile, fin dalle prime luci dell’alba, si stava procedendo al taglio delle piante.

Con l’esposto abbiamo chiesto di verificare la regolarità dell’atto di autorizzazione al taglio boschivo, assoggettato per legge a comunicazione, la verifica dei titoli abilitativi è di disporre gli opportuni accertamenti in ordine ai fatti esposti, valutando gli eventuali profili di illiceità amministrativa o penale degli stessi e, nel caso, di individuare i possibili responsabili e procedere nei loro confronti.

Con accesso agli atti al Comune di Colleferro abbiamo chiesto di acquisire copia dell’indagine vegetazionale, del progetto di taglio e/o la dichiarazione di taglio boschivo, nonché tutta la documentazione successiva al nostro esposto. Del resto, il Comune di Colleferro non ha dato seguito alle nostre richieste di informazioni. Hanno risposto operativamente le Forze dell’ordine e per incompetenza la Regione Lazio (il personale guardiaparco non può effettuare i controlli richiesti fuori dai confini dell’area protetta Monumento Naturale Selva di Paliano e Mola di Piscoli o delle Rete Natura2000).

La disciplina del taglio boschivo
Il procedimento istruttorio per le autorizzazioni è disciplinato con legge ed è volto a contemperare le esigenze di taglio con il rispetto dei vincoli onde evitare abbattimenti indiscriminati, a tutela dei valori paesaggistici e ambientali. La legge punisce chi arreca danni alle ceppaie che, se tagliate in primavera, possono potenzialmente penalizzare l’intera pianta e, in generale, tutto il bosco.

Per procedere agli interventi, la società titolare, la ditta esecutrice o il committente devono richiedere preventivamente al Comune e al Corpo forestale dello Stato l’autorizzazione e procedere dopo aver ricevuto la relativa comunicazione, se inviate nel rispetto dei tempi stabiliti dalla legge.

La descrizione del contesto territoriale
Il bosco di Piombinara si estende per circa 10 ettari ed è in vita da circa trenta anni. In quel periodo l’Europa e la Regione concedevano contributi pubblici per lo sviluppo del settore forestale.
Pur essendo privato, gli interventi colturali devono sottostare alle norme sulla gestione delle risorse forestali, che proteggono la fase vegetazionale e la stagione della riproduzione dell’aviofauna selvatica e dell’ecosistema boschivo (Direttiva 92/43/CEE "Habitat", 2009/147/CE, Legge n. 157/1992, Legge regionale 28.10.2002, n. 39, Regolamento regionale 18.4.2005, n. 7, Piano territoriale paesistico regionale).

La Palianese è un’area di interesse ambientale, con un suo patrimonio arboreo, con il Castello di Piombinara ed è segnata dalla presenza, nelle immediate vicinanze, di testimonianze dei caratteri identitari e storico-archeologici della città. L’Amministrazione comunale nel 2014 ha acquistato i resti del Castello per il recupero della zona, dove da anni i privati insistono con progetti cementizi, finora naufragati, ad alto impatto ambientale.

La stagione dei progetti in variante al Piano regolatore generale
Le prime seducenti proposte infrastrutturali risalgono al 2003 e mirano allo sviluppo urbanistico ed occupazionale della Palianese per la valorizzazione di aree agricole e la loro trasformazione in attrezzature generali ricettive, ricreative e sportive, in chiave di servizi turistici.

Il progetto richiedeva una variante al piano regolatore comunale e la modifica della destinazione da “zona agricola di valore paesistico” in “attrezzature generali” con una “plusvalenza che porta il valore di un ettaro da 2,5 € a 30 €”.
Durante quelle Amministrazioni comunali, pur tra moltissime “anomalie” procedurali (esclusione dei progetti dalla valutazione di impatto ambientale e strategica), alcuni passaggi puramente “formali” vengono rispettati.
Ci sono le frettolose approvazioni in Consiglio comunale e le Conferenze di servizi, complete dello schema di convenzione urbanistica sui tempi per la realizzazione e cessione al Comune delle opere compensative da parte delle società. Gli atti vengono regolarmente pubblicati, cosa che consente a comitati ed associazioni, che numerosi intervengono nei procedimenti, di presentare osservazioni.
La compensazione per il Comune era del 30% rispetto all’incremento del valore dell’area e prevedeva la realizzazione di percorsi salute (adiacenti alla Tav!), aree verdi e la loro gestione ventennale a carico del privato.
Su 7.360 mq si prevedeva un albergo da 112 stanze, suite varie, piscina da 137 mq, club house da 270 mq, palestra e 33 appartamenti divisi in palazzine con un taglio da 83 ai 115 mq, palestra da 1.800 mq, tutto fronte discarica.

I privati decidono lo sviluppo della città
Negli anni tra 2009 e 2012 vengono presentati nuovi progetti. Uno da parte della stessa società, che propone di realizzare una sorta di area sosta con edifici da destinare a servizi autostradali, commerciali e di ristorazione. Anche in questo caso deve essere approvata una bella variante urbanistica, modificata la destinazione dell’area, da cui deriverebbe un sostanzioso plusvalore, e definita la compensazione.
L’importo da cedere al Comune, in opere e/o aree, è pari ad € 2.269.161, corrispondente al 30% dell’aumento di valore. La cessione riguarda l’area boscata di via Palianese, 79.680 mq, valutata in € 2.687.550. Il progetto interessa 27 ettari di catasto e 18 di superficie, con una stima occupazionale di 120–180 unità. La società ha un modesto capitale versato e ha sede a Lugano.
All’interno dell’area sosta è prevista una stazione di servizio, bar, ristorante, market, locali igienico–sanitari, docce, lavanderia, parcheggio, motel, spazi commerciali e negozi, gommista, elettrauto, riparazione e vendita di parti meccaniche, stazioni di rifornimento, autolavaggio, immagazzinaggio e supporti tecnici alle imprese. Una sorta di centro commerciale, nonché doppione del Truck Village!
Si prevedono quattro diversi immobili, uno di circa 1.875 mq, un altro per attività ricettive sia commerciale sia alberghiero di 3.396 mq, una officina-lavaggio di 1.150 mq e un’altra ricettizia di 4.300 mq. In sostanza le attività di stazione e di officina devono occupare circa 3.000 mq, le attività commerciali arrivare a 4.700 mq, con 352 posti auto e solo 172 per gli autocarri: i dati dicono che il progetto aveva ben altre finalità!
Nuova viabilità a carico della collettività e come compensazione la cessione al Comune di un parcheggio per circa 200 veicoli su 8.000 mq, con belvedere sulla discarica.

Conflitto di interesse
Mentre questo progetto è in corso di valutazione, nel 2013 un’altra nota società presenta una proposta del tutto simile per realizzare poco più a nord un’area di attrezzature ricreative, sempre in variante urbanistica, con due campi da tennis e di calcetto, piscina con annessi spogliatoi e club house, un parcheggio per autovetture, superfice complessiva 26.534 mq.
L’area è a ridosso del Castello di Piombinara, dove insiste il vincolo di interesse archeologico, nonché il divieto assoluto di costruzione. Tenuto conto della Carta Archeologica comunale, del PRG e del PTPR, tanti comitati e associazioni coalizzati presentano osservazioni e dimostrano che l’area è tutelata per alcuni vincoli di rispetto paesistico, di elettrodotto e di area boscata. L’insieme è altresì riconosciuto zona di notevole interesse pubblico, i cui beni hanno un valore estetico tradizionale e sono definite bellezze panoramiche.
Questi progetti, approvati in Consiglio comunale, non superano il vaglio della Regione, che li respinge in Conferenza dei servizi, dove comitati e associazioni avevano presentato osservazioni contrarie.

Benvenuto Amazon
Nelle precedenti amministrazioni comunali la formalità burocratica, pur essendo una sorta di “foglia di fico”, aveva assicurato uno spazio di discussione pubblica nei luoghi deputati. Oggi quella foglia si è seccata ed è caduta, posto che dell’insediamento del cantiere Vailog nel 2018 erano a conoscenza pochi amministratori. Tutta l’operazione è stata gestita fuori dal Consiglio comunale e, sotto il profilo della mancata trasparenza e dello strozzamento del dibattito pubblico, non ha confronto con quelle del passato.

E’ proprio in Consiglio comunale che il Sindaco di Colleferro, Sanna, allora consigliere di opposizione, definisce il progetto ricettivo, ricreativo, sportivo: “Un intervento eccessivo e questo vale il nostro voto contrario” (verbale C.C. del 29.4.2014).
Invece, divenuto Sindaco, è lui a piantare il primo albero all’apertura del cantiere Vailog per l’ampliamento del Polo logistico nell’ambito dello Slim il 9 maggio 2019, ritenendo compatibile ambientalmente la dimensione infrastrutturale del progetto di Amazon e Leroy Merlen: 51 ettari e circa 510.000 mq di superfice occupata.
“Credo che di centri commerciali Colleferro ne abbia veramente abbastanza” mentre “un bosco purifica l’area chiunque sia il suo proprietario” e “quando si dice 180 o 200 posti di lavoro noi dobbiamo sapere concretamente di che qualità sono”, declamava nel 2014 Sanna, [perché noi] “abbiamo un’idea diversa del futuro di questa Città, la sogniamo diversamente.”
“Le persone lavorano nello SLIM dalle sei di mattina all’una di notte senza avere alcun tipo di diritto, senza avere nessun tipo di tutela da parte dell’Amministrazione Comunale”, era la condanna veemente del Consigliere Girolami dai banchi dell’opposizione, anche lui oggi in maggioranza.

Una situazione molto simile a quella che, 10 anni dopo, vivono i precari di Amazon, senza che nessuno si alzi dai banchi della maggioranza per difendere i loro diritti.
Nemmeno la realizzazione di infrastrutture, come le rotonde e la nuova viabilità finanziata con contributi pubblici a favore di Amazon, ha suscitato in città il minimo sussulto.

Conclusione
Quei vecchi progetti li avevamo contrastati con tante altre realtà per la loro espansione intensiva e per l’erosione delle residuali superfici e terreni agricoli di cui Colleferro è povero, vedendo nell'operazione di cementificazione un disegno speculativo, con il falso pretesto della ripresa occupazionale.
Progetti oggi non comparabili con la demolizione permessa ad Amazon che, per la nostra Amministrazione, è un modello virtuoso, che ha saputo conciliare la dimensione della progettazione con il rispetto dell’ambiente e che darà un futuro lavorativo ai giovani.

Come in passato, anche con gli attuali Amministratori, le scelte urbanistiche della città sono decise dal privato proponente, che ha individuato sui propri terreni lo “sviluppo” futuro della Città. Nessuno ne parla e non è finita qui.

*Ina Camilli, Rappresentante Comitato residenti Colleferro
Colleferro, 3.5.2021

 

 

 

 

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Fascismi di ieri e oggi

25 aprile 2021

Relazione letta all’Anpi di Formia il 25 aprile 2021. Custodire una memoria non è un'opzione passiva, è una funzione attiva nel cogliere i nessi tra passato e presente

di Fiorenza Taricone
anpi BANDIERA 350 260 minIl titolo che ho scelto Fascismi di ieri, fascismi di oggi evidentemente parte dal nucleo storico originale costituito dal fascismo italiano nella sua specificità storica, mentre i fascismi di oggi si riferiscono ad un aspetto che non coincidono con la sua cronologia, ma che può rimanere vivo ancora oggi, quello che chiamo un fascismo caratteriale; una tipologia sopravvissuta in Italia dopo che lo stesso fascismo è crollato e si è affermata una nuova forma di governo, la Repubblica democratica; del resto, la stessa parola antifascismo non significa solo essere contro il modello politico, ma anche contro i valori, i comportamenti, la misoginia, il superomismo, l’aggressività, il modello unico vincente, tipico delle mentalità fasciste. Posta quindi la molteplicità dei volti del fascismo italiano e dei fascismi europei, non possiamo che coniugare al plurale anche il sostantivo consenso.

È evidente che la guerra fece entrare in crisi anche le coscienze di coloro che erano stati suoi sostenitori o sostenitrici; storicamente le madri non hanno mai perdonato alla lunga una politica nazionalista imperialista che togliesse loro i figli. La guerra è stata per le donne anche l'occasione di uscire da un'ambiguità: chiamate dal fascismo a essere protagoniste attraverso la maternità e procreare quanti più figli possibile, accettare poi di doverli perdere; procreare insomma quelli che venivano chiamati carne da cannone. Ma i diversi modi con cui il fascismo veniva vissuto, accettato, normalizzato, dipendeva anche dal radicamento di un movimento, poi regime, che non era solo definito dall’ideologia politica, dalla forma-partito, dal rapporto con il capitalismo e con i ceti medi, ma era annidato nei singoli caratteri. Pur vivendo da più di settant'anni in una Repubblica democratica in cui teoricamente il reato di apologia di fascismo, attraverso la legge originaria del 1952, poi assorbita dalla legge Mancino, seguita dalla proposta di legge di E. Fiano, (PD), è condannato, permane in molti ceti e molte classi di età un’adesione ai valori caratteriali del fascismo magari inconsapevole; certo non aiuta la percentuale di italiani che non conosce le vicende dei movimenti politici, dei partiti, della storia politica in generale. Sarebbe una tipologia del sapere molto utile invece quando si parla di crisi attuale del sistema parlamentare, di crisi dei corpi intermedi, di totalitarismo del pensiero, di risoluzione dei conflitti sociali con la violenza perché si parla anche di elementi presenti in un trascorso fascismo italiano.

Particolarmente pericolosa è stata in questi anni la categoria analitica del revisionismo, che ha fatto risalire alla ribalta le manifestazioni di massa osannanti al fascismo. E’ bene ricordare a questo proposito una categoria apparsa vari anni, in posizione intermedia fra fascismo e antifascismo, definita afascismo; una forma di dissenso forse non chiaro neanche a coloro che aderivano, piuttosto numerosi, ostinati nel non prendere una posizione, una massa grigia analoga per alcuni versi a oggi nella sua ostilità al rifiuto del voto. L’incontro fra fascismo caratteriale e forma di governo è stato fatale a quello stato liberale, che sarà anche rimasto incompiuto, ma che aveva assicurato i cosiddetti diritti minimi, le libertà fondamentali. Chi studia come me pensiero politico e questione femminile conosce bene i limiti di uno stato liberale, ma nella sua dialettica con il socialismo come partito di massa, risultati di una certa importanza li aveva raggiunti: parlo della legge Sacchi del 1919 che aveva abolito l’autorizzazione maritale e aperto per le donne l’accesso alle libere professioni; ma anche del diritto di voto, approvato nel 1920 da liberali e socialisti prima dello scioglimento delle Camere per le vicende di Fiume, mentre il fascismo si arrogò poi il primato della legge sull’elettorato amministrativo per le donne sulla Gazzetta Ufficiale nel ’25, una legge che Filippo Turati chiamò il voto della signora tanto era ristretta e che si rivelò poi inutile, perché le leggi podestarili annullarono per uomini e donne il diritto di voto. Nei suoi lineamenti politici, il fascismo risulta più chiaro degli infiniti rivoli in cui il fascismo caratteriale si disperse; in generale possiamo intendere il fascismo sicuramente come un sistema di dominazione autoritaria caratterizzata dal monopolio della rappresentanza politica da parte di un partito unico di massa organizzato gerarchicamente, da una ideologia fondata sul culto del capo, sull'esaltazione della nazione e sul disprezzo dei valori dell'individualismo liberale, sull'ideale della collaborazione tra le classi, in contrapposizione frontale al socialismo e al comunismo come dimostra l'ordinamento corporativo; inoltre il fascismo ha mantenuto e realizzato obiettivi di espansione imperialistica in nome della lotta delle nazioni povere contro le potenze plutocratiche, cioè egemoni e ricche; essenziale al consenso era la mobilitazione delle masse inquadrate in organizzazioni che miravano ad una socializzazione politica ovviamente funzionale al regime; è noto su questo il contrasto con la chiesa cattolica che aveva altrettanto al centro del suo sistema educativo una pedagogia che accompagnava i bambini dall'infanzia all'età adulta. Sull’indottrinamento fin dall’infanzia esistono ormai vari studi sui libri di testo, ma il collante era sempre la subordinazione dei valori femminili a quelli maschili, e nello stesso tempo la subordinazione maschile al capo. Al di là del Concordato del ’29, e dunque del relativo obbligo di buone relazioni, è difficile comunque pensare che la Chiesa cattolica e la sua dottrina potessero condividere nella propaganda di regime alcuni brani della canzone Topolino in Abissinia del ’35, recentemente ricordata nel libro Fascismo, antifascismo, colonialismo, dove la ferocia dei bombardamenti e dei gas asfissianti viene trasformata in una gag comica che si conclude con l’uso della pelle degli etiopi come tappezzeria per le automobili italiane. Va meglio con il rifacimento di fiabe fasciste, e alla proposta della Befana fascista collegata alla figura del duce che rispondeva perfettamente a un'immagine ambivalente di una vecchia naturalmente brutta, che poteva portare sia dolce che carbone, ma anche alla scelta di non lasciare alla Chiesa cattolica la gestione delle feste di chiusura e di inizio anno.

Sicuramente una delle interpretazioni più comuni del fascismo è quella di considerarlo un prodotto di caratteristiche particolari della società italiana in un determinato arco di anni: il clima di forte instabilità sociale, politica ed economica del dopoguerra, ma anche la vulnerabilità delle istituzioni liberali. Uomini diversi come Giustino Fortunato, Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini e altri avevano parlato del fascismo come rivelazione della debolezza dello Stato unitario segnato dalla arretratezza, dall'incapacità e dalla grettezza delle classi dirigenti, unita all'arroganza di una piccola borghesia parassitaria e ammalata di retorica; in più, la pratica del trasformismo che aveva impedito l'evoluzione in senso moderno del sistema politico. Tutti questi elementi erano stati appunto il terreno di coltura del fascismo che veniva posto in una linea di continuità piuttosto che di rottura rispetto al sistema liberale; da qui però anche un giudizio sostanzialmente riduttivo del fascismo e delle sue potenzialità espansive; la sua novità infatti poteva essere colta soltanto a partire dalle specificità. Tra i primi a cogliere invece la dimensione internazionale del fascismo, ma anche le sue capacità espansive, furono gli esponenti del movimento operaio: il fascismo italiano rappresentava una delle diverse forme di reazione in Europa tra le due guerre, legato alle contraddizioni della società capitalistica e del conflitto tra le classi. La formulazione classica è riconducibile alle tesi elaborate dalla terza internazionale comunista a partire dalla metà degli anni ‘30. Le origini del fascismo come fenomeno internazionale vengono poste in relazione con la crisi storica del capitalismo entrato nel suo stadio finale, quello dell'imperialismo, con la necessità da parte della borghesia di fronte all'aggravarsi delle crisi economiche e all'acuirsi del conflitto di classe di mantenere il proprio dominio, intensificando lo sfruttamento delle classi subalterne, in primo luogo della classe operaia. L'imperialismo ha in sé una tendenza alla trasformazione in senso reazionario della borghesia, e il fascismo è l'espressione più conseguente, una sorta di dittatura aperta della borghesia senza più la mediazione della democrazia parlamentare.

Sul piano economico, la crisi dei ceti medi si manifestò in forme e misure diverse a seconda che fossero ceti medi tradizionali, come agricoltori, commercianti, professionisti, piccoli imprenditori, che disponevano di una certa autonomia personale o ceti medi di promozione più recente, impiegati, addetti al commercio, intellettuali salariati, che erano privi di autonomia personale e anche scarsamente integrati; tutti i ceti medi si trovavano ad affrontare una società in rapida trasformazione, caratterizzata dall'affermazione crescente del proletariato da un lato e della grande borghesia dall'altro, dovendo affrontarla nelle condizioni economiche rese difficili dall'inflazione, dal carovita, dal calo dei redditi fissi, dagli affitti. Quindi diventava realtà la progressiva perdita di uno status economico sociale; sul piano psicologico politico la crisi dei ceti medi si manifestava in uno stato di frustrazione sociale che si traduceva in una profonda irrequietezza, in un confuso desiderio di rivincita e in una contestazione che spesso assumeva toni eversivi e rivoluzionari della società della quale sentivano di essere quasi le uniche vittime; avevano creduto che la guerra significasse per loro una egemonia, ma soprattutto la paura del bolscevismo fece imboccare loro la strada del fascismo che si presentava agli inizi come un movimento rivoluzionario. La piccola borghesia ha fornito sia i quadri sia una base di massa al fascismo nella fase di ascesa e un consenso attivo nella fase di regime. Ciò non rientrava però negli schemi classici della teoria liberale e marxista: per la prima essa avrebbe dovuto costituire uno dei presupposti dell'ordinamento democratico e la garanzia di uno sviluppo pacifico e progressivo della società; per la seconda, era impossibilitata a giocare un ruolo politico autonomo in virtù della sua collocazione nella struttura di classe e cioè la posizione subalterna rispetto al conflitto fondamentale tra grande borghesia e proletariato; l'apporto dato dalla piccola borghesia fu quindi in parte sottovalutato, mentre fu mobilitata sulla base di una ideologia eterogenea in cui confluivano irrazionalismo e volontarismo, anticapitalismo e antisocialismo, vaghe aspirazioni a una democrazia unita ad accenti fortemente nazionalistici. Era vista con favore una terza forza che si opponesse sia alla democrazia parlamentare dei paesi capitalisti, sia al comunismo, e che appunto doveva avere il suo motore nei ceti medi. L’aspetto rivoluzionario era rappresentato nel fascismo delle origini in cui i capi avevano spesso militato nei partiti anche di sinistra, come lo stesso Mussolini, o erano stati combattenti in guerra; questo dava loro un’attitudine ad affrontare situazioni nuove nelle quali occorrevano spregiudicatezza, mancanza di scrupoli, aggressività, capacità di comando e anche comprensione dei mutevoli stati d'animo delle masse. Non a caso il fascismo ha sempre teso a creare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate, di avere un rapporto diretto con il capo e di partecipare ad una rivoluzione dalla quale sarebbe nato un nuovo ordine sociale. La rivolta piccolo borghese era stata resa possibile dalla complicità dell'alta borghesia tesa a strumentalizzare il fascismo per i propri interessi di classe. Diventando regime, la politica del gruppo dirigente fascista di Mussolini fu caratterizzata dal perfezionamento del compromesso del ‘22 con la vecchia classe dirigente politica ed economica prefascista e con la grande borghesia. Conseguenza del compromesso fu la necessità per Mussolini di adeguare il partito nazionale fascista allontanando larga parte degli ex squadristi più intransigenti. Tra il ‘26 e il ‘28 quindi in connessione con le cosiddette leggi fascistissime, il partito nazionale fascista mutò notevolmente la fisionomia sociale e politica. La grande borghesia però non approvava del tutto il fascismo sia per motivi psicologici, ma anche di cultura e di stile. Lo Stato fascista aveva la tendenza a estendere il controllo sulla sua attività economica e inoltre la politica estera mussoliniana era sempre più aggressiva, quindi meno corrispondente a cui interessi della grande borghesia che in parte interessata soprattutto a esportare il valutava i rischi dell'alleanza con la Germania. Il capitalismo in definitiva pensò in parte di servirsene per schiacciare il movimento dei lavoratori e dall'altra di normalizzare una crisi politica cronica pensando di poter costituzionalizzare il fascismo, cioè assorbirlo nel sistema. Il proletariato, anche nei momenti di maggior successo del regime, non fu mai caratterizzato da una vera adesione, con larghe fasce di scontento e di latente opposizione. I ceti medi quindi rimanevano quella parte della società italiana che continuavano a credere di poter trarre dal regime fascista i maggiori vantaggi morali, economici e di promozione sociale.

Lo sbocco fascista o autoritario che la crisi ebbe in alcuni paesi come l'Italia non fu comunque affatto inevitabile, e non corrispose affatto ad una necessità; fu anche la conseguenza di una molteplicità di fattori, alcuni evitabili, di incomprensioni, di errori, di previdenze, di illusioni, di paure, di stanchezza. Il fascismo certo non può essere stato una parentesi, anche se siamo d'accordo con Benedetto Croce che il fascismo al di là di determinate classi sociali ha trovato sostenitori e avversari in tutte le classi; questo è però parzialmente vero nella classe operaia e nella borghesia liberale cattolica in genere dove è prevalso verso il fascismo un atteggiamento negativo o rassegnato.

Il consenso iniziale e vasto, ma non vastissimo, era destinato a infrangersi per vari motivi innanzitutto sulle secche di una troppo prolungata stasi del progresso sociale, che quindi poteva essere alimentato solo con il ricorso alle imprese coloniali o al mito della superiorità della razza ariana, insistendo sempre su una nazione giovane che doveva far valere le sue ragioni contro le nazioni plutocratiche e ormai vecchie; tutti e due miti tipicamente piccolo borghesi. Ma con il colonialismo africano il consenso muta ancora, perché quelli che erano andati in Africa ritenendola un eldorado tornano sostanzialmente delusi. Visto da vicino dunque, quel consenso che consentì a Mussolini di propagandare le famose folle oceaniche a Palazzo Venezia in più di un’occasione è molto diversificato: fra uomini e donne, nello stesso antifascismo, mutante e drammatico nell’antisemitismo, spaccato per l’entrata in guerra e il suo andamento.

Alla persistenza di questo mito fascista ha senz'altro contribuito tutto un sistema di propaganda di massa di cui è bene ricordare qualche elemento, visti i pericoli odierni di un sistema di comunicazione di massa come il Web. Dopo aver annientato la libertà di pensiero, parola, stampa e opinione, il fascismo usò le stesse libertà a suo uso e consumo, con la propaganda. Le biografie per esempio, di cui uno degli esempi massimi era di mano femminile, di una ex socialista come lui, Margherita Grassini Sarfatti, con Dux, 200.000 copie, 17 edizioni, tradotto in 18 lingue, diffuso anche nelle scuole; non ritengo fosse una buona mossa perché in alcuni passi risulta incomprensibile e di indigesta lettura. In una continua confusione fra popolo e folla, il fascismo rappresenta sé stesso attraverso Mussolini come un uomo mitologico senza macchia e senza paura. L’immagine della famiglia si adegua, compaiono le foto dei figli Vittorio e Bruno vestiti da Balilla, fieri della camicia nera accanto al padre compiaciuto; Rachele è presentata come colei che ha sempre condiviso con il marito gioie e dolori, trasferendosi dopo la nascita di Anna Maria, la quinta, a Villa Torlonia. Il femminismo intanto è visto come “un residuo di tempi di intossicazione del popolo, e di epilessia socialdemocratica”. Luisa Passerini nel suo Mussolini immaginario, cita il ricevimento nel 1930 da parte di Mussolini di una femminista inglese descritta come una vecchia zittella con gli occhiali. Papini aveva del resto ripubblicato nel ’32 una raccolta di scritti Maschilità, e la sua rassegna di valori: contro le comodità, il danaro e l’anima in poltrona. Di conseguenza come si leggeva all'epoca il fascismo era maschio. Ama il pericolo, rifugge dalle chiacchiere, sdegna per naturale selvaticheria i corteggiamenti, mena dove occorre le mani, è fatto di pietra dura invece che della pasta dolce dei frutti canditi, i quali solo nell'interno nascondono come l'anima femminile un nocciolo capace di rompere i denti. Un'idea del maschile che non conosce parità, non ammette l'uguaglianza nell’amore, presuppone sempre gerarchie: tra capo e gregari, tra uomo e donna, fra strati sociali diversi, esige sottomissione indiscussa. Mussolini afferma nel settimo anniversario della marcia su Roma che l'Italia è veramente come la voleva: un esercito di cittadini e soldati, pronti per le opere di pace, laboriosi, silenziosi, disciplinati. È evidente la contraddizione fra un buon padre da un lato e dall'altro la dedizione assoluta senza diritto di critica. Il fascismo con la sua opera di propaganda, come dirà Borgese, è anche un prodotto fabbricato dalla fantasia con la figura di Mussolini e lo sdoppiamento fra immagine e realtà propria di ogni operazione pubblicitaria; invano i fuoriusciti tentavano dalla Francia dagli Stati Uniti di ridimensionare il divario fra la leggenda e le capacità reali. Mussolini si serve anche della metafora del cielo: come uomo della velocità alla guida delle macchine addita le vie del cielo; si scrivono dei catechismi su di lui che diventano libri di testo, come in una quinta classe nel 1935: la prima domanda è perché il duce è creatore del fascismo? Negli anni ‘30 convergono in quest'opera di propaganda radio, cinema, disegni, quadri, statue, le sue sagome in fotografia e persino i corti dell'Istituto luce.

Chiudo con le parole di Carlo Rosselli scritte al confino di Lipari e pubblicate a Parigi nel 1930. Una definizione che si adatta particolarmente a quel fascismo caratteriale che è stato in parte artefice del suo successo: il fascismo esprime vizi profondi del sottosuolo italico, debolezze latenti; non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per la forza bruta che da sola non trionfa mai. Ha trionfato perché ha toccato sapientemente alcuni tasti ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. Il fascismo è stato in un certo senso l'autobiografia di una nazione che ha il culto dell'unanimità, che rifugge dall'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo.

La conclusione è quindi che un insieme di elementi presenti anche oggi, come il distacco dalla politica, la critica alle istituzioni parlamentari, il rifugio in un'idea paternalistica, cioè che un uomo solo al comando possa risolvere tutti i problemi in modo sbrigativo e veloce, la crisi dei corpi intermedi e degli organismi rappresentativi tra cui la sfiducia nei sindacati, lo strapotere dei social che hanno poteri ben più ampi di quelli di cui disponeva la propaganda fascista avvertono che bisogna stare in guardia; è per questo che l’Anpi riveste oggi come non mai una grande importanza perché essere custodi di una memoria non è un'opzione passiva, è una funzione attiva nel cogliere i nessi tra passato e presente e nel rifiutare del passato, come del nuovo, ciò che è inaccettabile.

 

 

 

 

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25 aprile, oggi nel 2021

25 APRILE 2021

Il 25 aprile non deve essere solo memoria

di Ermisio Mazzocchi
25aprile 350 260Non solo memoria il 25 aprile, ma anche simbolo della democrazia. Un giorno di festa per la libertà. Il giorno della sconfitta definitiva del fascismo e del nazismo. La lotta di un popolo per eliminare la dittatura e costruire la democrazia, per diffondere i valori della libertà, della solidarietà, della cooperazione. In questo giorno si celebra il sacrificio dei partigiani, uomini e donne, dei cittadini uccisi nelle stragi nazifasciste, di quanti combatterono la dittatura. Si conclude così un lungo periodo di lotte antifasciste, oltre che in Italia, anche in altri paesi come la Francia, in cui molti nostri cittadini combatterono e morirono per la Resistenza francese. Tra questi Carlo Pozzi fucilato per propaganda sovversiva, Vittoria Nenni deportata ad Auschwitz, suo marito Henry Dabeuf e l'italiano Riccardo Boatti fucilati per propaganda comunista.

Oggi la Resistenza ha il più alto significato nella Costituzione Repubblicana, che unisce il popolo italiano e garantisce i diritti della democrazia.

Sono molti i tentativi di scardinare la Costituzione, indebolirne i suoi principi e ridurre l'antifascismo a icona del passato. Essi vanno combattuti e sconfitti. L'antifascismo raccoglie i sé gli ideali più alti delle democrazie avanzate e progressiste come la libertà, la pace, la giustizia, la tolleranza, la solidarietà. Le destre oggi identificabili in FdI e nella Lega agiscono per negare la democrazia come risultato dell'antifascismo, rifugiandosi nella formula "memoria condivisa" e cercando di portare nell'oblio ciò che è stato il ventennio fascista. Noti i tentativi di dedicare il 25 aprile ai caduti di tutte le guerre. Il disegno è quello di cancellare la cultura dell'antifascismo, la cui caduta porterebbe a disconoscere i suoi valori e a ridurre il peso della Costituzione. Assistiamo ogni giorno a manifestazioni che spingono verso lo svilimento dell'antifascismo con comportamenti che tendono a introdurre i germi di una destra sovranista e antieuropea. Numerosi sono gli atti con questi intenti, compiuti da organizzazioni inneggianti al fascismo, sui quali tace la Meloni. Si tratta di segnali preoccupanti. Il 28 ottobre 2019 ci fu una cena di commemorazione della marcia su Roma; il 21 aprile facinorosi di destra inneggiavano con la bandiera alla Repubblica sociale italiana (RSI) all’interno del Monumento dei Caduti di Paliano; due giorni fa la Gioventù nazionale, una organizzazione giovanile di FdI, celebrava un criminale di guerra nazista, tra i fondatori del fascismo e poi ufficiale delle SS naziste.

Germi di un processo di formazione di una cultura antidemocratica, anticostituzionale e antieuropea, componente di una destra compatta e aggressiva. Non isolata dal resto dell'Europa. L'Ungheria e la Polonia sono paesi governati da forze di destra, che violano lo stato di diritto. In Germania prende sempre più piede Bernd Lucke, nuova stella polare del populismo di destra, che si candida alle prossime elezioni federali di settembre per sostenere gli esclusivi interessi dei tedeschi e che invoca l'uscita dall'euro e il ritorno al marco.

Celebrare la Resistenza è essenziale per rafforzare e allargare il fronte della democrazia e intensificare la lotta alle pulsioni autoritarie e sovraniste. Quel simbolo deve far lievitare la democrazia rivolta a garantire con i suoi strumenti diritti e giustizia, progresso e sviluppo. Un ancoraggio vitale nel momento in cui in Italia il prossimo confronto elettorale sarà inevitabilmente tra sinistra e destra o, se si vuole, tra le nuove formazioni di centro-sinistra e centro-destra.
Le forze che si riconoscono nei valori della Resistenza e dell'antifascismo e soprattutto, la più rappresentativa della tradizione democratica ed europeista, il PD, dovranno affrontare una sfida inedita alimentata da quegli stessi valori che sconfissero la dittatura e garantirono la democrazia.

24 aprile 2021

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Oggi 2 Aprile '21 la discarica di Roccasecca non riceverà rifiuti

AMBIENTE e INQUINAMENTO

Una battaglia vinta, fuori casa e con gli arbitri dalla parte degli avversari

di Umberto Zimarri
Foto discarica Starnelle 2 350 minUna battaglia importante è stata vinta, fuori casa e con gli arbitri evidentemente schierati con la squadra avversaria. Ora è il momento di insistere, di ribadire le ragioni di un territorio che ha dato troppo e pagato ancor di più. La data è comunque significativa perché ribadisce, ancora una volta di più, che con la determinazione, la ragione e l’ostinazione anche i piccoli possono contrastare i grandi. Sabbia negli ingranaggi.

È davvero sconcertante parlare ancora della possibilità di ulteriori ampliamenti: non basta la cronaca di questi giorni che al netto dell’inchiesta giudiziaria fa emergere un quadro drammatico e non sono bastate le relazioni dell’Arpa e del Cnr che nel corso degli anni hanno evidenziato ripetutamente i superamenti dei valori di soglia stabiliti dalle normative. Siamo, ancora qui, perché la politica, provinciale e regionale, ha deciso di sacrificare un fazzoletto di terra non prendendo le decisioni adeguate. Ci sarebbe una parola chiave: programmazione, ma evidentemente nella stanza dei bottoni non si è voluta seguire questa strada (ed ognuno scelga la sua motivazione su questo punto). Amaramente è questa la realtà che abbiamo vissuto per venti anni e pretendiamo di non dover vivere per i prossimi.
I Problemi di Roma Capitale e l’inefficienza del ciclo dei rifiuti provinciale. Da queste due considerazioni dobbiamo partire per effettuare una riflessione pragmatica sulla situazione che stiamo vivendo ma soprattutto per scongiurare l’apertura di un nuovo bacino di Discarica. Il famigerato V bacino.

Ma Cosa significa V bacino, in parole semplici?

A livello di superficie si tratta di uno spazio di 31.567 metri quadri, praticamente 3 campi di calcio. Sono previsti cinque lotti di discarica. Il volume complessivo è, invece, uguale a 592.021 metri cubi. Il Piano Regionale dei rifiuti redatto nell’agosto del 2020, come evidenziato nella V.I.A, stima il fabbisogno della Provincia di Frosinone, fino al 2025, in 200.000 tonnellate. Se vengono autorizzati 592.021 metri cubi e la provincia di Frosinone necessità di 200.000 tonnellate la differenza evidentemente verrà occupata dai rifiuti fuori provincia e provenienti dalle bonifiche del territorio.
La possibilità che Roma individui una discarica di servizio con le elezioni alle porte è probabile come la neve a Ferragosto.
Nel medio-lungo periodo la strada da seguire è tracciata: aumento delle percentuali di raccolta differenziata, a Roma ed in Provincia, compostaggio domestico e biodigestori per trattare l’umido, fabbriche per il riciclo, efficientamento dei TMB, in modo da mandare in discarica il minimo possibile e da incenerire ancora meno. Un ciclo in cui il pubblico non sia spettatore pagante ma protagonista efficiente. Un progetto di economia circolare serio, strutturato, pensato bene e realizzato nella stessa maniera che deve tendere a rifiuti zero. Da ecologista e progressista pretendo questo.
Ma cosa fare nel breve?
Nel breve periodo, fin quando non si metterà mano seriamente a questa situazione, dobbiamo pretendere che i nostri rifiuti vengano trattati fuori dal nostro territorio. Per anni lo abbiamo fatto noi, ora è tempo che qualcuno ricambi il favore. È oggettivamente il minimo.

Umberto Zimarri - Consigliere Comunale di San Giovanni Incarico e Ufficio di Presidenza Green Italia

 

 

 

 

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Femminismo ieri e oggi. Diretta on line, 7 aprile

Mercoledì 7 aprile 2021 ore 18
FEMMINISMO IERI E OGGI
COSA E' CAMBIATO DAL XIX AL XXI SECOLO

Diretta online di UNOeTRE.it. In dialogo con Nadeia De Gasperis¹, Luciana Castellina², Fiorenza Taricone³ e Paolo Zanone⁴, la novità, perchè è promotore del primo Flash Mob a sostegno delle ragioni delle donne, tutto al maschile: "UOMINI IN SCARPE ROSSE"

scarperosse 390 min 1Da molti anni sosteniamo che è importante schierarsi dalla parte della lotta contro la violenza che colpisce le donne e, purtroppo, anche inesorabilemente. Non solo solidarietà che pure è importante, ma condivisione delle ragioni della loro lotta per un avera parità di diritti, per godere di tutto il rispetto che ogni persona merita, sempre, verso la propria dignità. L'uomo schierato dalla parte della donna, convinto del rispetto che le deve, è una scelta di civiltà e prepara l'solamento dei violenti e degli incivili. Il 26 febbraio di quest'anno c'è stato un segnale manifesto e concreto di questo impegno senza incertezze. Come una odierna cometa di annunciazione, ha brillato da Biella per iniziativa di un uomo: Paolo Zanone, direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella.

Di nostro per ora non aggiungiamo altro. La cosa migliore, in attesa della diretta on line, crediamo sia far parlare il comunicato che annunciò il flash mob su newsbiella.it il 26 febbraio 2021.

«Dai piedi del Mucrone, il monte che stagliandosi nel cielo disegna, secondo l’immaginario locale, il profilo di una donna placidamente addormentata, prende forma “Uomini in scarpe rosse”, il primo flash mob tutto maschile contro la violenza sulle donne. L’idea è venuta a Paolo Zanone, direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella, dopo aver saputo del tweet sul tema scritto da Milena Gabanelli e delle relative reazioni.

“Ne ammazzano una al giorno – si legge nel tweet pubblicato dalla giornalista il 21 febbraio – ma io vedo solo donne manifestare, protestare, gridare aiuto. Non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono le loro mogli o fidanzate. Dove siete? Non è cosa da maschi proteggere le donne?”.

“Quando ho appreso – commenta Paolo Zanone – che nessuno degli esponenti della cultura, seppur sollecitati, si è messo in gioco, mi sono sentito chiamato in causa, come uomo e come persona che opera nel settore, seppur in un contesto piccolo come quello biellese”.

Ha quindi chiamato a raccolta gli uomini della compagnia, che hanno prontamente risposto. Sabato 27 febbraio alle 15,30 gli attori di Teatrando partiranno quindi dal Ponte della Maddalena, vicino alla loro sede, e saliranno verso Riva per poi percorrere via Italia fino alla Fons Vitae. Il momento clou del flashmob si concentrerà tra Palazzo Oropa e piazza Santa Marta.

Opportunamente distanziati, sfileranno, indossando scarpe rosse e mostrando alcuni cartelli con messaggi “da uomo a uomo” sul tema. Altri uomini potranno accodarsi spontaneamente, rispettando le norme in vigore e indossando qualcosa di rosso.»

1) Vicedirettrice di UNOeTRE.it
2) Politica molto conosciuta, giornalista e scrittrice italiana, parlamentare comunista, più volte eurodeputata;
3) Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Scrittrice,
4) Direttore artistico della compagnia "Teatrando" ideatore del flash mob “Uomini in scarpe rosse”. Di Biella

 

 

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Oggi 8 marzo #noinonstiamozitte

8 MARZO 2021

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile

nonstozitta 370 min“Stai zitta” è il titolo di un libro di Michela Murgia, ma da qualche giorno si è trasformato in un hashtag, #iononstozitta”, appunto, scaturito da una conversazione tra la scrittrice e Raffaele Morelli, noto psichiatra, che intervistato dalla Murgia e incalzato su alcune frasi dal tono un po’ oscurantista l’ha ammonita con un irritante “stai zitta, fammi parlare”.

Qualcuno ha commentato l’accaduto chiosando che oggi affermare che tra uomini e donne esistono delle differenze ontologiche è vietato. Si viene presto redarguiti e tacciati di maschilismo, anche se a farlo è uno psichiatra di fama che ha scritto molti libri.
Io penso che sia doppiamente deplorevole che una caduta di stile di tale arroganza provenga proprio un uomo dotato di una “tale caratura culturale” che fa del suo lavoro divulgazione e, diciamolo pure, chiacchiera da salotto.

Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. A me è capitato di essere ospite con un mio libro a una rassegna letteraria. Quando mi hanno chiesto “chi è lo scrittore di oggi”? e ho risposto di essere io, ho ricevuto una fragorosa risata.
La scienziata Rita Levi Montalcini raccontò che a una conferenza dove lei era protagonista le chiesero chi fosse il marito, chi fosse insomma l’ospite d’onore che lei stava accompagnando. Lei rispose “sono io mio marito”. Una mia cara amica, laureata in ingegneria mi racconta che ogni volta che arriva su un cantiere le ridacchiano “l’ingegnera” schernendola con tono dispregiativo o almeno riduttivo del suo ruolo. Non entro nel merito delle polemiche che la direttrice di orchestra, ospite di Sanremo ha innescato, chiedendo di essere chiamata direttore e rivendicando con quella parola il suo ruolo. Ognuno si faccia chiamare come vuole, sebbene la Treccani, tomo della cultura italiana, inserisce le parole direttrice, scienziata, ecc. non come parole maschili declinate al femminile, non come neologismi, ma come parole coniate per essere pronunciate tali e quali nel gergo e nelle intenzioni.

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile, e non per questo fa meno male. È con le parole che ci precludono accesso a luoghi pubblici, ci fanno sparire dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa attraverso l’uso di un linguaggio mortifica la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni disuguaglianza di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima “sei anche mamma?, che brava!”. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando solo a voi danno del tu. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di fare più sesso, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta.

Esiste così un legame mortificante tra le ingiustizie che ogni giorno subiamo e le parole che vorrebbero parlare di noi.
Allora oggi, noi donne della redazione, ci mettiamo la faccia, ci facciamo conoscere per le nostre intenzioni, quelle sì, declinate al femminile, con la sensibilità, la determinazione, la cura dell’altro, la premura del linguaggio che ci rappresentano e con un video, annunciamo il nostro prossimo lavoro, la diretta dedicata alle donne in pandemia. Cercheremo di capire con le nostre ospiti come e quanto l’emergenza sanitaria abbia inasprito le disuguaglianze. Tra le persone vittime di discriminazioni le donne sono state tra le più colpite, nel lavoro, dal punto di vista economico, in famiglia, dove hanno dovuto fare rinuncia per accudire i figli, le prime a perdere il lavoro, e tutto questo perché esisteva, ancor prima del covid-19, una crisi strutturale dell’occupazione femminile, concettuale, sociale, economica e sanitaria.
In certi contesti anglofoni è stata addirittura coniata la parola Shecession, unione di “she” e “recession”, per indicare come siano state le donne ad averne subito (e a subirne tuttora) in modo prevalente gli effetti sociali ed economici. Ma la shecession sembra essere un problema globale. Se è vero che i settori più colpiti dalla pandemia sono stati quelli più “frequentati” dalle donne, è vero anche che la tipologia di contratto destinati alle donne ha influito pesantemente su chi ha perso il lavoro e chi no.
Dovrà necessariamente esserci un cambio di paradigma per superare la segregazione settoriale del lavoro, troppi settori sono ancora preclusi alle donne e in tempo di crisi, qualunque sia la sua genesi, le donne pagano il peso maggiore. Il cambio di paradigma, dunque, mette accanto alla necessità di una maggiore occupazione femminile e alle politiche attive sul lavoro un cambiamento culturale, per esempio nell’accesso delle donne alle discipline scientiche, cosiddette STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica). Nonostante le numerose eccellenze nel mondo scientifico, il covid ci ha dato esempio della loro presenza e del loro valore, non c’è quella parità che solo politiche di orientamento allo studio potrebbero iniziare a risolvere. Non dovremmo più sentire frasi del tipo “ha isolato per prima il covid ed è perfino donna!”
La pandemia sta inasprendo disuguaglianze preesistenti e rischia di vanificare, almeno in parte, i passi avanti degli ultimi decenni sul fronte della parità di genere.
Ne parleremo nella diretta “donne in pandemia” di venerdì 12 marzo con le nostre ospiti alle ore 17. Vi aspettiamo.
Buon 8 marzo a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori che camminano accanto a loro per i diritti di tutte e tutti.

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Il PCI e la Sinistra (oggi)

 PCI centanni

Vittorie e sconfitte, fanno parte di un percorso durato 70 anni 

di Ermisio Mazzocchi
la prima tessera del PCdI minIl 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.

Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.

Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.
Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.

Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.

Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.
Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.

Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.
Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.

Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.
Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.

Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.
Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.

Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.
I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.

Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.
Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

 

lì 19 gennaio 2021

 

Alcuni dati organizzativi di  riepilogo

Dietro queste date e questi numeri ci sono donne e uomini che hanno combattuto con impegno e passione per un grande ideale di libertà e democrazia.
* 21 gennaio 1921 fondazione del PCd'I
* 14 marzo 1921 si costituisce la Federazione PCd'I di Caserta svoltosi a Cassino. Segretario della Federazione Luigi Selmi, con sede a Cassino.
*17 aprile 1921 si costituisce la Federazione PCd'I a Roma di cui fa parte il circondario di Frosinone
*1 ottobre 1945 Primo Congresso provinciale delle Federazione di Frosinone
* 30 giugno 1957 I Congresso Federazione di Cassino
* 27 dicembre 1959 II Congresso Federazione di Cassino
* 4 novembre 1962 III Congresso Federazione di Cassino
* 7 gennaio 1966 chiude la Federazione e viene costituito il Comitato di Zona
17 gennaio 1991 XVIII congresso provinciale - l'ultimo - del PCI di Frosinone


Iscritti PCI 1921 600 min

 

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I 100 anni dalla nascita del Pci siano un’occasione per riflettere sull’oggi e sul futuro

PCI centanni

Il PCI ricordato da un quasi cinquantenne

di Alessandro Mazzoli
Bandiera pci 350 260Viterbo – Il 21 gennaio di 100 anni fa, a Livorno, nasceva il Partito comunista d’Italia dalla scissione del Partito socialista italiano e come sezione nazionale dell’Internazionale comunista costituita all’indomani della rivoluzione d’ottobre del 1917.

L’Italia aveva appena vissuto il “biennio rosso” caratterizzato dalle lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, ma, contemporaneamente, erano in corso i preparativi che avrebbero portato Mussolini al potere nel 1922 e all’avvento del fascismo.

Una fase drammatica della storia italiana ed europea.

Durante il regime fascista, a partire dal 1926, il PCd’I fu costretto alla clandestinità e i suoi dirigenti all’esilio ed ebbe una storia complessa e travagliata all’interno dell’Internazionale negli anni venti e trenta fino al ritorno alla legalità nel 1943 quando cambiò nome in Partito comunista italiano. Questo cambiamento non sembri banale, perché non lo fu e non lo è.

Passare dall’essere una sezione dell’Internazionale comunista a forza politica che rivendica una propria autonomia nazionale in quel contesto storico non fu indifferente e pose le basi per la costruzione di un grande partito di massa ancorato al proprio paese e interprete formidabile di una parte via via crescente della società italiana.

Il Pci è stato il più grande partito comunista dell’Europa occidentale e questo dovrebbe indurre a considerazioni storiche, politiche e culturali adeguate alla portata di questa vicenda.

Nel senso che questo non può essere spiegato semplicemente con la divisione del mondo in blocchi e con la forza di persuasione di un’ideologia (cose pure rilevanti, ma che hanno agito per ogni partito), ma è necessario indagare quegli elementi di originalità che hanno contraddistinto l’identità materiale e l’azione politica di quel partito.

Sono numerosissime le iniziative annunciate per la celebrazione di questo anniversario. Sia di carattere locale che nazionale. Evidentemente la vicenda storica del Pci ha ancora molte cose da dire, e non soltanto agli storici ma alla società e alla politica italiane.

Del resto nelle radici dell’Italia democratica e repubblicana c’è il contributo essenziale dei comunisti che unirono le loro forze a quelle dei democristiani, dei socialisti, degli azionisti, dei repubblicani, dei monarchici, dei liberali e degli anarchici. Lo fecero nella lotta di liberazione dal nazifascismo, lo fecero nei lavori dell’Assemblea costituente per la scrittura della Costituzione italiana. Lo fecero con la convinzione che la scelta del campo democratico fosse l’unica possibile.

Il Pci ha saputo essere una casa accogliente per milioni di persone. Aderire a quel partito non era facile. Bisognava essere introdotti da due iscritti che garantivano per te e a quel punto la domanda di adesione veniva esaminata.

Eppure il Pci raggiunse la cifra di 2 milioni di iscritti perché seppe essere un punto di riferimento sicuro in un contesto segnato da spinte assai più intense di quelle che viviamo adesso e che invocavano un mondo migliore. Per questo l’adesione al Pci era una scelta di libertà, di emancipazione e di appartenenza ad un modo di essere della politica che si arricchiva e si cementava nella dimensione di comunità in cui la partecipazione ad un disegno collettivo era la cifra principale della militanza.

Naturalmente essere interamente immersi in una vicenda collettiva e condivisa ha portato anche a difenderla come se si dovesse presidiare una presunta integrità o perfezione. Il che, in diversi passaggi, ha esposto quell’esperienza al rischio di smarrire il senso critico necessario a capire e correggere limiti ed errori. Così come non ha consentito di vedere per tempo il grado di consunzione del regime sovietico.

In ogni caso il ruolo del Pci fu cruciale in tutte le vicende che portarono a cambiamenti profondi del paese proprio perché non fu una “caserma” ma un punto di coagulo di sollecitazioni al cambiamento per l’affermazione di nuovi diritti. La stagione che va dalla fine degli anni 60 agli anni 70 certamente fu segnata dal terrorismo e dalle stragi, ma anche dalla crescita dei movimenti giovanili, del sindacato, del femminismo che posero nuove domande alle quali si rispose determinando cambiamenti senza precedenti.

Si possono ripercorrere brevemente: Statuto dei lavoratori, abbassamento della maggiore età, nuovo diritto di famiglia, il divorzio, la legge sulle lavoratrici madri e quella sugli asili nido, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, l’aborto, la riforma di Franco Basaglia.

In questo la scelta del Pci conteneva una doppia chiave. La consapevolezza che l’obiettivo del governo nazionale era precluso, ma a compensare una democrazia bloccata c’era la convinzione di conquiste possibili e non per caso una parte di quelle riforme trovò in Parlamento una maggioranza più ampia di quella a sostegno dei vari governi che si succedettero in quel periodo.

E, in fondo, è la stessa doppia chiave che consentì al Pci di svolgere un ruolo di governo rilevantissimo nel sistema delle autonomie locali e nei territori dimostrando di avere a disposizione una classe dirigente diffusa e preparata capace di misurarsi con passione e pragmatismo con tutti gli aspetti della vita reale delle persone e delle comunità.

Le esperienze delle giunte di sinistra in tante amministrazioni locali rappresentarono un elemento di dinamismo che contribuì a rafforzare dal basso la democrazia del paese e a consolidare il rispetto reciproco tra forze diverse e spesso diametralmente opposte.

Anche perché, tutto questo, avveniva dentro il vincolo stretto della guerra fredda in cui l’Italia costituiva un punto d’equilibrio particolarmente delicato e, nello stesso tempo, essenziale.

La stessa storia del viterbese è disseminata di bellissime esperienze di amministrazioni locali guidate dai comunisti o di cui i comunisti erano parte importante, tanto a livello comunale quanto a livello provinciale e regionale.

E senz’altro la migliore sintesi di capacità, passione e spirito di abnegazione che distingueva i dirigenti del PCI è rappresentata proprio da Luigi Petroselli, dal suo percorso personale e politico e dallo straordinario patrimonio che ci ha lasciato.

Sarebbe bello se questo anniversario potesse essere l’occasione per tornare a discutere serenamente e seriamente dei partiti. E cioè di quello strumento che serve a rappresentare e promuovere la società per alimentare costantemente la democrazia.

Il Pci insieme alle altre grandi forze popolari italiane, pur dentro limiti e contraddizioni, hanno costruito questo. Quei partiti consentivano ai più umili di diventare classe dirigente attraverso un percorso che era fatto di formazione politica e culturale e di acquisizione di un bagaglio di esperienze senza le quali c’è solo improvvisazione.

Un esempio di questo è stata senz’altro la figura di Emanuele Macaluso che ci ha lasciato due giorni fa e che si avvicinò al Pci per ragioni sociali, vista la povertà della propria famiglia e poi il sindacato, il partito, le lotte furono la sua vera scuola. Forse è anche di questo che si torna ad avvertire l’esigenza.

Sono molti anni che si teorizza come soltanto chi non ha avuto nulla a che vedere con la politica sia più adatto ad amministrare la cosa pubblica perché non abituato o non propenso al compromesso. Ma questo, come era facile prevedere, si è dimostrata un’idea sbagliata che ha impoverito il tessuto democratico, il dibattito pubblico e la stessa qualità delle decisioni.

Le democrazie più avanzate e mature si organizzano e si reggono sui partiti. Più i partiti sono trasparenti e capaci di rappresentare le grandi domande della società più rendono forte la democrazia. Non è davvero questione di nostalgia.

Semmai è l’auspicio che le celebrazioni dei 100 anni dalla nascita del Pci offrano uno spunto e un contributo per riflettere sul presente e sul futuro della sinistra, dell’Italia e dell’Europa in un passaggio storico inedito come questo in cui la pandemia obbliga a ripensare priorità e strumenti dell’agire politico. E’ il tempo di una nuova prova che va affrontata con coraggio e lungimiranza.

Alessandro Mazzoli
Partito democratico
Articolo scritto e pubblicato su Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564

 

 

 

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