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Oggi, un particolare equinozio di primavera

Forum dei Giovani di Frosinone

PalazzoComunaleFrosinone 350 260di Michele Scaccia* - Oggi è il giorno dell’equinozio di primavera, uno dei due giorni durante l’anno in cui ci sono le stesse ore di luce e di buio. Questo mi fa venire in mente l’associazione con il brutto periodo che l’Italia e il mondo intero stanno attraversando.

Paragono le ore di buio alle persone che non hanno preso coscienza della pericolosità di questo virus, che non sanno guardare oltre l’orticello in cui stanno ben radicati i loro egoismi, interessi e scuse, quelle che si fanno correre dietro dalle forze dell’ordine per essere obbligate ad avere rispetto del dono della vita, sì, perché la vita è un dono, non ce lo dimentichiamo. E ancora alle persone che fanno rimbalzare video e messaggi carichi di polemiche, recriminazioni, offese verso chi cerca di mettere in guardia, come se fosse il momento…

Paragono le ore di buio alle persone che escono da casa appena possibile fornendo gambe a questo maledetto virus, a quelle che non guardano negli occhi chi lancia accorati messaggi, sempre e comunque in modo rispettoso ed educato, dalle zone da dove vengono portate via camionette piene di bare. Questa gente obbliga chi ha scelto di osservare seriamente le regole a rimanere a casa almeno per il triplo del tempo necessario, si arroga la responsabilità di rallentare la ripresa dell’economia italiana senza rendersi conto delle difficoltà che incontreremo per rialzarci.

Paragono invece le ore di luce a tutto il personale della sanità, agli autotrasportatori, alle forze dell’ordine, volontari, commessi, ai rispettosi di divieti e regole, a tutti quelli che non ho nominato ma che comunque ogni giorno, non avendo scelta, devono recarsi sul posto di lavoro rischiando di ammalarsi insieme ai loro familiari.

Non andrà tutto bene, non passerà presto e non “festeggeremo”, non vedo come e cosa si potrebbe festeggiare con il lutto al braccio. Possiamo però impegnarci per non fare peggio. Dobbiamo essere tutti a rimboccarci le maniche per curare il nostro paese, da tutti deve venire l’aiuto più grande.

Non si può sentirsi orgogliosi di essere italiani solo guardando il Tricolore riflesso sulla facciata di un monumento famoso in giro per il mondo o tra l’acqua di una cascata, solo portando la mano al petto mentre ascoltiamo l’inno di Mameli sul balcone di casa. Verde bianco e rosso devono essere i colori del nostro cuore e delle nostre coscienze, non tre colori senza significato tra i tanti in una scatola di pastelli. Tutto quello che vorrei ancora scrivere ve lo risparmio, mi sono già troppo dilungato.

Solo un’ultima cosa, tra qualche mese ci sarà il solstizio d’estate: più ore di luce e meno di buio.


*Il presidente del Forum dei giovani
Scaccia Michele

 

 

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Covid 19 - Lazio oggi

 Coronavirus. Osservatorio del 17 Marzo '20 ore 16:00

Lazio Sanità“Il sistema sanitario regionale sta tenendo, abbiamo implementato i COVID HOSPITAL con Casal Palocco GVM, il Policlinico di Tor Vergata e il Policlinico Umberto I – presidio George Eastman. Oggi registriamo un dato di 84 casi di positività e 4 i decessi e sono in aumento i guariti che sono 33. Prosegue il lavoro di implementazione della rete dedicata all’emergenza COVID-19: l’ospedale militare del Celio, nell’ambito di un protocollo d’intesa con l’Istituto Spallanzani, ha dato la disponibilità ad accogliere pazienti e voglio ringraziare l’Esercito per la collaborazione ed il supporto che ci sta dando. E’ appena partito un elicottero dell’Ares 118 per trasferire due pazienti no COVID dalla Lombardia a Roma per assistenza in terapia intensiva. Stiamo cercando di dare il massimo sostegno anche alla Regione Lombardia in uno spirito unitario e solidale”. L’Assessore D’Amato.

Escono oggi dalla sorveglianza in 1.793 ovvero hanno terminato la quarantena.

La situazione nelle Asl e Aziende Ospedaliere:
Asl Roma 1 – 7 nuovi casi positivi. Guariti 3 pazienti che erano in isolamento domiciliare. 223 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Attivi da oggi 8 posti letto di pneumologia al San Filippo Neri;
Asl Roma 2 – 14 nuovi casi positivi. 22 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;
Asl Roma 3 – 9 nuovi casi positivi. Deceduto un uomo di 86 con patologie pregresse. 149 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;
Asl Roma 4 – 4 nuovi casi positivi. 192 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Sospese le accettazioni alla RSA Santa Maria del Rosario di Civitavecchia in attesa esito indagine epidemiologica;
Asl Roma 5 – 8 nuovi casi positivi. 623 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Dal 28 marzo disponibili ulteriori 10 posti di terapia intensiva;
Asl Roma 6 – 15 nuovi casi positivi. 41 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;
Asl di Latina – 9 nuovi casi positivi. Deceduta donna di 55 anni allo Spallanzani. Era la prima paziente positiva di Latina che veniva da Cremona. 348 le persone sono uscite dall’isolamento domiciliare. Dal 23 marzo disponibili ulteriori 12 posti di malattie infettive;

Asl di Frosinone – 9 nuovi casi positivi. 19 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Deceduto uomo di 89 anni di Cassino con gravi patologie preesistenti. Sospesa l’accettazione alla RSA San Raffaele di Cassino per attesa esito indagine epidemiologica. Da oggi attivi ulteriori 3 posti letto di terapia intensiva;

Asl di Viterbo – 7 nuovi casi positivi. Deceduta una donna di 78 anni di Viterbo che era ricoverata allo Spallanzani. 165 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare;
Asl di Rieti – 2 nuovi casi positivi. 11 le persone che sono uscite dall’isolamento domiciliare. Attivi ulteriori 2 posti di terapia intensiva;
Policlinico Umberto I – Partito il COVID 5 HOSPITAL presso l’Eastman con i primi 10 pazienti positivi trasferiti dalla Asl di Frosinone e dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea. Da domani a regime con i 46 posti letto totali;
Azienda Ospedaliera San Giovanni – 4 posti letto di terapia intensiva disponibili. Entro il 21 marzo disponibili ulteriori 4 posti di terapia intensiva. In apertura reparto di pneumologia da mettere a disposizione della rete per 20 posti;
Azienda Ospedaliera Sant’Andrea – Dal 20 marzo saranno disponibili ulteriori 10 posti di terapia intensiva;
Policlinico Gemelli – partiti i trasferimenti dei pazienti positivi nel COVID 2 HOSPITAL del Columbus;
IFO – attivato il pre-triage per casi COVID sospetti. Entra nella rete di emergenza coronavirus con 2 posti di terapia intensiva disponibili;
Ares 118 – ;
Policlinico Tor Vergata – continua il trasferimento dei pazienti del reparto di medicina generale della torre in altre strutture della rete regionale per attivare il COVID 4 HOSPITAL per 80 posti;
Azienda Ospedaliera San Camillo – sono iniziati i trasferimenti per i pazienti del reparto di medicina generale del Policlinico Tor Vergata per apertura COVID 4 HOSPITAL. Da oggi disponibili ulteriori 3 posti di terapia intensiva;
INMI Spallanzani – domani partono i due ‘spoke’ dell’Istituto: al COVID 3 HOSPITAL di Casal Palocco e presso la struttura del Policlinico Militare del Celio;
Policlinico Campus Biomedico di Roma – disponibilità di posti per pazienti trasferibili da altre strutture della rete regionale;
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù – positivo bambino di 5 mesi in buone condizioni.

da News 24

 

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Renzi ieri e oggi

Renzi Renzetto ditopollice 350 260di Antonella Necci - Chi è Matteo Renzi. ''Renzi è complice dei disastri degli ultimi sette anni, quindi per dignità dovrebbe tacere, chiedere scusa e ritirarsi a vita privata''. Esattamente un anno fa, il 30 settembre del 2018, il segretario della Lega Matteo Salvini dava così politicamente per spacciato l'ex presidente della provincia di Firenze, ex sindaco, ex segretario del Pd ed ex premier, Matteo Renzi. Caduto in disgrazia per il fallimento del referendum costituzionale del 4 marzo e dopo la sconfitta elettorale del 2018, Renzi torna invece sulla scena della politica italiana da protagonista: è lui che ha reso possibile la nascita del Conte bis, che ha fondato la nuova forza politica 'Italia Nuova' ed è lui che ora potrebbe diventare l'ago della bilancia in Parlamento non solo per la creazione dei nuovi gruppi ai quali hanno aderito anche esponenti di Forza Italia, ma anche perché molti dei suoi fedelissimi sono rimasti dentro il Partito Democratico in ruoli chiave. Come Andrea Marcucci, che, nonostante la scissione, resta presidente del gruppo Dem a Palazzo Madama.

Nato a Firenze nel 1975, Renzi cresce e vive a Rignano sull’Arno. Ex scout, aderisce ai "Comitati per Prodi" e lavora come dirigente nell’azienda di famiglia. Da giovane partecipa e vince alla "Ruota della Fortuna" con Mike Bongiorno. Si sposa nel 1999 con Agnese Landini con la quale ha tre figli e si laurea in Giurispudenza con una tesi su Giorgio La Pira. Collabora a lungo con Lapo Pistelli e diventa segretario provinciale del Ppi e coordinatore de La Margherita fiorentina.

Nel 2004 viene eletto Presidente della Provincia di Firenze e nel giugno del 2009 diventa sindaco del capoluogo toscano. Nel 2010 lancia la sfida generazionale ai vertici del partito dalla vecchia stazione ferroviaria del Granduca Leopoldo di Firenze dove, da presidente provinciale, riuniva gli studenti per il ministro Beppe Fioroni. Ed è da allora che Renzi comincia a parlare di "rottamazione" contro quella che definisce una classe politica "ormai da decenni incollata alle poltrone". Per anni batterà sul punto, soprattutto contro i vertici del suo partito, tanto da conquistarsi nell'opinione pubblica il titolo di "rottamatore".

Nel 2012 Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie del centrosinistra e parte per tre mesi in giro per l'Italia a bordo di un camper. Ma il 2 dicembre le primarie le perde contro Pierluigi Bersani.

Nel 2013 ci riprova e stavolta le primarie del Partito Democratico le vince contro Gianni Cuperlo, Giuseppe Civati e Gianni Pittella.

Dal 22 febbraio 2014, dopo essere passato alla storia con il celebre hashtag 'Stai sereno. Nessuno ti vuol fregare il posto' rivolto via twitter al collega di partito, allora premier, Enrico Letta, Renzi diventa presidente del Consiglio. Letta, infatti, si dimette il 14 febbraio 2014 dopo che, il giorno prima, la Direzione Nazionale del Partito Democratico aveva approvato un documento proposto dal 'rottamatore' in cui si rilevava "la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo".

Da segretario del partito e da premier, Matteo Renzi, incassa, prima un ottimo risultato con le elezioni Europee del 25 maggio del 2014, dove il parttito batte il record del 41%, ma poi subisce la sconfitta con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che boccia la sua riforma costituzionale. Riforma che eliminava di fatto il bicameralismo perfetto e tagliava il numero dei parlamentari. Si dimette il 7 dicembre 2016.

E il 12 dicembre 2016 prende il suo posto a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni. A febbraio si dimette da segretario del Pd. Ma lo fa per ricandidarsi e, il 30 aprile del 2017, ridiventa segretario del Partito Democratico che riporta alle elezioni il 4 marzo del 2018.

Dopo la sconfitta elettorale si dimette di nuovo. Resta sino alla crisi del governo giallo-verde un "semplice senatore di Rignano", come lui chiede di essere considerato. Ma dall'inizio di settembre torna alla ribalta non solo perché è lui a scongiurare il ritorno al voto proponendo di allearsi con il M5S per far nascere il Conte bis, ma anche perché riesce a piazzare molti dei 'suoi' al governo, nonostante si lamenti l'assenza di un esponente toscano nell'Esecutivo, e dà vita ad una nuova formazione politica e a nuovi gruppi parlamentari ai quali aderisono numerosi esponenti del Pd. Il nome 'Italia Viva' lo mutua da Walter Veltroni che, allora segretario del Pd, lo scelse per la campagna elettorale del 2008: quella in cui vinse il Partito delle Libertà di Berlusconi.

 

 

 

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Il cinismo ieri e oggi

diogene350 mindi Fausto Pellecchia - Nel 1984, pochi mesi prima di morire stroncato dall’AIDS, Michel Foucault tenne al Collège de France un corso straordinariamente illuminante, sotteso da un’intensa, commovente tensione sentimentale, dal titolo Il coraggio della verità (1) nel quale il filosofo francese delinea una stimolante cartografia dell’antica scuola cinica che costituisce, al tempo stesso, il suo lascito testamentario.

Il corso si incentra sul paradigma rappresentato dalle implicazioni etico-politiche della pratica rischiosa della parresia – intesa come franchezza nel dire tutto ciò che si ritiene vero, senza riserve o autocensure. Gli antichi cinici erano infatti guidati dall’istanza di una fondamentale trasparenza, consistente nell’eliminazione di ogni scarto tra idea e modalità di esistenza, tra professione di assunti teorici e perseguimento di uno stile di vita ad essi corrispondente.
Muovendosi tra le pieghe del pensiero cinico, Foucault accenna ad alcuni pensatori che – in anni più o meno coevi al suo corso – si erano dedicati all’analisi del fenomeno del cinismo, la cui risonanza si diffuse attraversando larghe zone dei movimenti ereticali e riformatori del cristianesimo nel XII e del XIII secolo fino alla Riforma della Chiesa post-tridentina.

Fra i lavori dei pensatori contemporanei alla sua indagine archeologica, Foucault nomina Il coraggio di esistere di Paul Tillich (2), Parmenide e Giona di Klaus Heinrich (3) e Morale e ipermorale di Arnold Gehlen (4). Infine cita l’opera di un giovane esordiente, appena pubblicata in Germania (1983), Critica della ragione cinica di Peter Sloterdijk (5). «Non ci sarà risparmiata – annota Foucault con parresiastica insofferenza – nessuna critica della ragione: né della ragione pura, né della ragione dialettica, né della ragione politica, e così abbiamo ora la critica della ragione cinica. È un libro in due tomi – del quale non so nulla. Mi hanno dato dei pareri, diciamo, divergenti sull’interesse di questo libro» (6). Il nucleo centrale dei saggi sulla filosofia cinica evocati da Foucault – nonché di quella Critica della ragion cinica che egli non ebbe il tempo di leggere – verte sul conio linguistico della parola “cinismo”: essa traduce il termine tedesco Zynismus con il quale nel linguaggio corrente si designa un atteggiamento o una condotta spregiudicata, priva di scrupoli, calcolatrice e opportunista. Ma, per riferirsi all’antica scuola filosofica socratica, il tedesco fa uso del termine Kynismusche non ha corrispondenti in francese (e in italiano) e che il traduttore italiano di Sloterdijk ha reso con il termine kinismo.

La distinzione Zynismus/Kynismus si presenta nel libro di Sloterdijk come un’irriducibile antinomia: al cinismo come cifra dell’amoralismo moderno, si contrappone la dottrina e la pratica di vita insegnata dalla scuola cinica delle origini, che ha in Diogene di Sinope il suo primo e più noto rappresentante.
La tesi di Sloterdijk sembra anticipare e sviluppare alcune risultanze dell’analisi di Foucault: nel secolo XIX si costituisce una prima forma della coscienza cinica moderna in cui «si intrecciano il rigido cinismo dei mezzi e il non meno duro moralismo dei fini. […]. Ma quando il cinismo radicale dei mezzi si fonde con un risoluto moralismo dei fini, proprio in quell’istante cessa per i mezzi ogni residuo sentimento morale […] In verità, il cinismo dei mezzi caratterizzante questa nostra ragione strumentale di horkheimeriana memoria può essere compensato solo con un ritorno al kinismo dei fini». Infatti, il nucleo essenziale del kinismo si configura per Sloterdijk come «una filosofia critico-ironica verso i cosiddetti “bisogni”, dei quali è necessario mettere a nudo una fondamentale smodatezza e assurdità. L’impulso kinico fu vitale non solo durante il breve intervallo tra Diogene e la Stoà antica, ma ben più a lungo. Esso fu senza dubbio presente nello stesso Gesù di Nazareth, il “Disturbatore” par excellence. E sopravvisse anche in tutti i veri epigoni del maestro, i quali, come lui, avevano compreso che la vita si caratterizza per il fatto di non aver alcuno scopo. […] La ragione kinica culmina nella nozione, calunniosamente presentata come nichilismo, secondo cui è invece saggio sgonfiare le Grandi Mete. […] Quindi: solo il kinismo (e non la morale) può arginare il cinismo!» (7).

In conformità con la massima “il fine giustifica i mezzi”, corrivamente attribuita al machiavellismo e al gesuitismo – sebbene né Machiavelli né alcuno scrittore gesuita l’abbia mai espressa in questa forma- la coscienza cinica moderna si costituisce nel tentativo di unire il cinismo dei mezzi con il moralismo dei fini. Cinico è propriamente colui che dissimula i moventi della propria pratica di vita, improntata al più spregiudicato calcolo opportunistico, con una giustificazione moralistica relativa al fine. In nome dell’Ideale, egli piega il proprio agire ai principi più bassi e brutali.

A tale cinismo, che sotto le apparenze di un’intangibile aspirazione ideale, cerca in verità soltanto un “posto al sole”, Sloterdijk contrappone l’antico kinismo di Diogene. Questi, visitato da Alessandro Magno – incarnazione massima del Potere, che lo invitò a esprimere un desiderio che egli avrebbe immediatamente esaudito – rispose con un autentico gesto di parresia: non desiderava nient’altro che Alessandro si spostasse altrove, perché la sua ombra lo privava della luce del sole. Al cinismo dell’arrivismo sociale, ammantato da belletti morali, si contrappone la saggezza di colui che sempre si schernì delle convenienze e delle gerarchie sociali, considerandole inessenziali e perverse.

In questo senso, Sloterdijk può definire il kinismo una filosofia critico-ironica verso le teorie dei “bisogni”, la cui mobile semantica cela un’incontenibile tendenza alla sregolatezza e alla degenerazione. In tale attitudine critica consiste il kinismo dei fini, che può e deve essere contrapposta all’imperante cinismo dei mezzi. Cinismo dei mezzi che, da ultimo, finisce per travolgere e assorbire anche il “cinico” moralismo dei fini, dissimulati in perfetta malafede dietro il paravento di valori imperituri che dovrebbero giustificare la brutalità dei mezzi necessari ad attuarli.

Contro questo cinico scivolamento, va fatta valere l’attitudine kinica che spezza la dicotomia mezzi/fini e il cui principale obiettivo è stato sempre paradossalmente censurato e rimosso, proprio dalle staffette della “ragione cinica”, come l’ombra del nichilismo: la decostruzione e la profanazione delle grandi idealità e delle loro metanarrazioni che, in nome di una irraggiungibile universalità, producono mistificanti degenerazioni nella sfera della prassi. Tutti gli apparati politico-ideologici che hanno preteso di legittimarsi in relazione alle Grandi Mete, come fini ultimi dell’agire politico si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze. Perciò, lungo il dominio della coscienza cinica nella politica della modernità, le forme di rivolta e di contestazione più radicali possono ascriversi, secondo Sloterdijk, alla ripresa, in varie forme, dell’attitudine critica del kinismo. Ma di qui consegue anche il limite aporetico del kinismo stesso che si configura sempre come reazione, risposta, critica o gesto di resistenza al dispiegamento della ragione cinica. Le forme della rivolta kinica hanno il carattere tipicamente non-intellettualistico della sfida esistenziale, che chiama in causa la dimensione fattizia della nuda vita, colta nelle insopprimibili istanze del corpo e della sessualità che segnano l’ethos della “cura di sé” e nelle quali si condensa l’eterogenea moltitudine degli stili di vita. Di qui l’ordine discorsivo disorganico e frammentario degli enunciatikinici, che proliferano e si sparpagliano nell’arcipelago dell’invettiva e della battuta salace, fino al turpiloquio e all’insulto colorito. L’accettazione del dialogo è infatti, per il kinico, la prima forma di abdicazione al modus operandi dei dispositivi dominanti di sapere-potere, e dunque una forma di resa e di omologazione.

Non è, dunque, azzardato, al di là di ogni apparente anacronismo, assimilare i codici della comunicazione etico-politica che domina ai giorni nostri sui social network con le pratiche discorsive risalenti agli albori della democrazia greca analizzate da Foucault e da Sloterdijk.
Ma all’immediatezza dell’analogia va aggiunto il corollario di una decisiva differenza: la ragione cinica della post-modernità si è appropriata del registro discorsivo del kinismo a condizione di sottomettere la sua originaria forza interruttiva e sospensiva alla teatralità dell’indignazione moralistica. La vigile askesis che custodiva la libertà di vita del kinismo ha appreso ad indossare, ai nostri giorni, l’abito scenico dell’hypokrites, trasformando la sferzante ironia kinica nell’oratoria anti-parresiastica del cinismo, che si erige a inflessibile censore pubblico dei tralignamenti dai costumi e dalle forme di vita sigillate dalla tradizione, proprio per poter perseguire indisturbato le sue private perversioni.

NOTE
(1) M. Foucault, Il coraggio della verità – il governo di sé e degli altri II, tr. it. Feltrinelli, Milano, 2011.
(2) P. Tillich, Il coraggio di esistere, tr.it. Astrolabio Ubaldini, Roma, 1968.
(3) K. Heinrich, Parmenide e Giona, tr.it. Guida, Napoli, 1988.
(4) A. Gehlen, Morale e ipermorale, tr.it.Ombre corte, Verona, 2001.
(5) P. Sloterdijk, Critica della ragione cinica, tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2013 [2°edizione it. a cura di A.Ermano e M. Perniola].
(6) Il coraggio della verità, cit., p.175.
(7) Critica della ragione cinica, cit., pp.136-138.

 

fonte: http://www.uncommons.it/

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Beatrice e il web. Leggere con gli occhi di oggi le donne del passato

Dante e Beatrice di Salvatore Postiglione 350 260 minFiorenza Taricone - Le chiavi per una nuova lettura della figura di Beatrice dantesca sono due: la prima si collega alla storia di genere; dagli anni Settanta in poi, in ambito europeo ed extra europeo, innovative ricerche hanno indagato ruoli, identità singole e collettive, funzioni, idealizzazioni e proiezioni collettive del genere femminile, disseppellendo dalla storia finora conosciuta singole personalità o eventi connotati solo al maschile. Il genere, come categoria interpretativa non contrapposta al maschile, a differenza dell’identità biologica, muta con l’evoluzione sociale, politica, economica, scientifica. Beatrice può essere letta quindi in relazione con la vita delle donne del suo tempo, il Medioevo; Beatrice appare comunque come una donna del tutto insolita per le qualità e i poteri che le sue contemporanee difficilmente avevano. Una Beatrice in contrasto con la condizione femminile del suo tempo, segnata per le donne dalla schiavitù civile, dall’analfabetismo, dove solo le religiose, le badesse, le mistiche, le teologhe di fatto, ma non di diritto, le nobili senza titolo di sovranità, facevano eccezione, era in grado di dare spiegazioni a Dante e di portarlo al cospetto di Dio. Una delle poche eccezioni laiche del secolo di Dante fu Christine de Pisan, italiana di nascita, che denunciò sia la misoginia del suo tempo, sia il silenzio delle donne. Imprenditrice di se stessa, rimasta vedova con figli, nel suo libro più famoso "La cité des dames", offriva il modello di un mondo diverso, fondato sulle virtù femminili, ragione, rettitudine, giustizia, e popolato di moltissime donne di valore, sante, eroine, scienziate.

La seconda chiave interpretativa riguarda la contemporaneità, cioè cogliere la sua qualità virtuale e incorporea; si può tentare di leggere la Beatrice del Paradiso dantesco, come fosse un’anticipazione della smaterializzazione del web. Nel Paradiso e nel web, la vita è slegata dalla realtà fisica. Mentre però il disancoraggio di Beatrice porta a un’esaltazione divina, quello attuale porta a una denigrazione del femminile, spessissimo riferito a un consumo sessuale, con lo spezzettamento del corpo diventato merce, apprezzato e monetizzato a pezzi. Entrambi, il Paradiso e il web, sono dei non luoghi, difficilmente collocabili nello spazio e nel tempo, e così Dante sembra intendere il Paradiso, un non luogo fatto di luce. Quest’ultimo elemento ci riporta a una straordinaria anticipazione dantesca: sembra, infatti, che per alcuni studiosi il Poeta anticipi l’attuale scienza delle particelle con l’idea di Dio come punto di fusione fra materia ed energia, concetto proprio della fisica del ventesimo secolo. Se infatti, l’empireo è un cielo, o comunque ha in sé aspetti materiali, è indubbio che la sua materia è speciale, deriva direttamente dal Dio, e la sua energia primaria è fatta di luce.

 

La forza dell’amore

Beatrice che Dante conobbe da bambina chiamandola con un nome che significava la beatificante, colei che rende beati quanti l’amano, ispira un amore puramente estetico, che desidera solo la gioia di vedere, a differenza dell’amore carnale teso al possesso dell’oggetto amato. Il contrasto con l’oggi in cui al centro delle violenze “per amore” è la critica al cosiddetto “amore proprietario, è schiacciante; Dante e Beatrice vissero ciascuno la propria vita. Quando lei morì, nel 1290, lui era già sposato a Gemma Donati, fidanzato dal 1277, quindi a dodici anni. Egli stesso informa del suo amore per altre donne, di cui una aveva rischiato di fargli dimenticare Beatrice; ma del suo vero amore si sa pochissimo, essenzialmente che al momento della morte Beatrice era già sposa e madre; l’amore di Dante non aveva sostanzialmente turbato la sua esistenza. Ma l’artista, com’è noto, vive dentro un uomo, o una donna, con i quali spesso ha scarsi rapporti e cui spesso neppure somiglia. La morte di Beatrice la rendeva una musa perfetta, cancellando lo scarto, sempre presente e talvolta imbarazzante, che separa l’ideale dalla realtà. Dante non ha visto disfare la bellezza, grande cruccio delle donne attuali cui cercano di porre riparo diventando delle maschere inespressive e immobili; la musa invece ha potuto restare giovane nel pensiero di chi l’amava. Dante trasformava la bambina di Firenze, sempre amata, in Musa e assegnava a Beatrice che “imparadisa” la sua mente, una posizione precisa nell’Empireo.
Cantare Beatrice era però impresa completamente diversa dal lodare la bellezza della giovane donna che incontrava talvolta per le vie di Firenze. Per riuscirci, occorreva istruirsi sul Paradiso, gli angeli e i beati, che affollavano il luogo degno di Beatrice. Per ritrovarla dunque Dante la cerca lassù, dov’è, e il suo spirito si reca in pellegrinaggio. Quando per Virgilio venne il momento di separarsi da Dante, Beatrice lo sostituì fin quasi sulla vetta del Paradiso, ma non fino in cima, perché fu sostituita da Bernardo di Chiaravalle, dottore dell’estasi, sempre però con delega di Beatrice. Il ruolo che rivestiva Beatrice era di una donna erudita, cui piaceva insegnare; quando non era possibile, si trovava un sostituto. Oggi, collocandola in una storia di genere, la chiameremmo donna d’eccezione, soprattutto in un periodo di quasi totale analfabetismo femminile, come il Medioevo.

Era attraverso l’idea del viaggio ispiratogli da Beatrice che Dante percorse paesaggi ultraterreni, cercando domande e risposte. La prima volta che Beatrice gli parlò, ne fu talmente inebriato da ritirarsi in solitudine, in preda a una violenta emozione, e si addormentò pensando a lei. Il poeta la vide allora in sogno mentre dormiva nuda sotto un velo leggero tra le braccia dell’Amore, che lo costringeva a mangiare il cuore del poeta. L’evento centrale era la morte di Beatrice, con un sogno premonitore che annunciava una data funesta: l’8 giugno 1290; Firenze era in lutto, il mondo aveva perso la sua bellezza.
La dimensione dello sguardo fra il poeta e la donna ispiratrice era centrale, fino a diventare motore trainante per l’ascesa: ogni volta che saliva a un cielo superiore, Dante guardava prima gli occhi di Beatrice, oppure addirittura compiva l’ascesa mentre li stava guardando. beatrice dante marie spartali stillman 1895 350 min

Nel Paradiso dove l’emisfero era quasi tutto bianco per la luce di mezzogiorno, mentre era già notte in quello boreale, Dante vide Beatrice guardare fissamente il sole; anche lui fissò gli occhi nel sole al di là delle possibilità consentite all’uomo sulla terra. Beatrice teneva gli occhi attentamente fissi sulle sfere celesti e Dante su di lei.
Nel secolo in cui Dante scriveva, ma per parecchi secoli a venire, almeno fino all’Ottocento, nelle virtù femminili obbligatorie giganteggiava la modestia, espressa anche dal tenere gli occhi bassi. Le donne per dimostrare il loro pudore, per accattivarsi le simpatie, per sedurre, usavano poche parole; al loro posto soprattutto gli sguardi, non diretti, non fissi, ma bassi e obliqui. L’immateriale Beatrice, cantata da Dante, era una donna che addirittura con lo sguardo faceva da tramite con la sua beatitudine fra il Poeta e la sfera celeste.

La nostalgia e il ricordo di Beatrice insomma guidarono Dante per tutta la "Divina Commedia", avendo sempre vicino un modello femminile del tutto inusitato per i tempi, che talvolta gli era accanto, talvolta lo precedeva come una guida, ribaltando il luogo comune che voleva la donna come musa ispiratrice in posizione subalterna al genio creatore, di solito maschile. Una figura che perdeva la sua corporeità, fatta di luce immateriale, ma che pesava infinitamente di più di una fisicità; il virtuale femminile sul web oggi non emana altrettanta luce, né mi sembra di poter dire, dignità; piuttosto, un corpo femminile offerto senza troppe allusioni.

Dante ha costruito un modello pressoché unico; il solo altro paragone è con Tolstoj; dichiarò di essersi innamorato a nove anni di una coetanea, Sonia Kolochine, e di averla poi amata per il resto dei suoi giorni, ma non scrisse nulla su di lei. Un raffronto che potrebbe essere nella sottrazione di sensualità, per non rischiare l’involgarimento e mettere a confronto la realtà con la virtualità. Molto più tardi, a 62 anni, infatti, avrebbe annotato su di lei nel Diario: ho pensato di scrivere un romanzo d’amore come per Sonia Kolochine, un amore che renda impossibile il passaggio alla sensualità, che sia la migliore difesa alla sensualità. Insomma, il nuovo non è sempre e solo positivo, la libertà sessuale femminile non garantisce dallo sfruttamento del proprio corpo e l’immaterialità non garantisce dal porno web.

 

 

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'Come siamo arrivati ad oggi senza un centesimo nelle nostre tasche?'

disoccupati 12feb19 2 min 1di Maria Giulia Cretaro e Valentino Bettinelli - Era il 28 Dicembre quando Claudio Di Berardino chiudeva l'anno con ottimismo e soluzioni. Eppure il 2019, ha come vessillo gli stessi problemi. Pomeriggio di Febbraio, nuova assemblea di Vertenza Frusinate, ancora una volta molto partecipata.
Il dibattito si apre con i saluti di Samuel Battaglini, ringraziato dallo stesso portavoce Gino Rossi, per una donazione fatta al comitato dei disoccupati ciociari.
Il vice presidente ANCI Giovani ha da subito parlato di politiche attive; il 7 Febbraio si sarebbe dovuto tenere un incontro a riguardo, saltato data la mancata risposta del Presidente Pompeo per la concessione del Salone di Rappresentanza. Un segnale di ripartenza per i disoccupati, più volte citato ma che non ha ancora visto la luce.

 

Gino Rossi apre il suo accorato intervento rivolgendosi ai rappresentanti sindacali presenti in Provincia, Dario D’Arcangelis (CGIL), Stefano Tomaselli (CISL), Enzo Valente (UGL). La domanda è drammaticamente sempre la stessa: “come siamo arrivati al 12 febbraio senza un centesimo nelle nostre tasche?”. Rossi continua comunicando che “alle 12:00 di oggi, all’INPS di Frosinone, ancora non c’è traccia delle nostre domande. Oltretutto ci risulta che l’impiegata preposta è in malattia.”
Una burocrazia logorante per le famiglie ormai disperate a causa della mancanza di reddito da più di nove mesi. In più, non va dimenticato, che mentre la prima finestra, vedrà intera copertura, le altre saranno probabilmente private di tre mensilità. Insomma, la guerra tra poveri che divide e confonde. Il pensiero di Vertenza Frusinate va anche “ai fratelli di Rieti che si erano organizzati per essere presenti a Frosinone. Purtroppo un problema logistico ha impedito la loro presenza”. Gino Rossi si è inoltre impegnato “a partecipare ad eventuali iniziative messe in campo sul territorio reatino”. Una realtà, dunque, che riguarda tutto l'ambito regionale. Un altro successo per l’impegno profuso quotidianamente dai disoccupati di Vertenza Frusinate, un unicum di collaborazione tra lavoratori in ginocchio.

Parola a Dario D’Arcangelis (CGIL), il quale fa il quadro della situazione, chiarito dopo l’incontro in Regione di Lunedì. “Nella giornata di domani solleciteremo il direttore dell’INPS, affinché velocizzi i mandati di pagamento, non appena arriveranno le istanze. Per la quarta finestra il ministero ha dato il lasciapassare il 4 febbraio, e si dovrà procedere ai mandati di pagamento. Del caso specifico del Lazio, è stato messo al corrente anche il neo Segretario Nazionale della CGIL Landini.”disoccupati 12feb19 1 min
Il rappresentante CGIL chiarisce anche un elemento dirimente della questione mobilità in deroga; “non è ancora chiara la ripartizione delle risorse destinate alle regioni. Non appena questa cifra sarà chiara, la Regione si è impegnata a convocare immediatamente i sindacati, per arrivare ad un nuovo accordo quadro per la corrente annualità”. Non manca di sottolineare come, le domande per il reddito di cittadinanza, potrebbero facilmente ingolfare l'INPS, creando un conflitto tale da lasciare i richiedenti senza alcuna erogazione.

Stefano Tomaselli (CISL) punta sull'aspetto tecnico “Accelerazione dei lavori dell'INPS centrale e nuovo accordo quadro sono vitali. Sarà importante favorire la conversione dei contratti, dirottare le risorse con possibile ricollocazione. I 35 milioni richiesti dalla Regione per l'anno corrente, dovrebbero coprire l'intera platea.”
Chiude la carrellata di sindacati l'intervento di Enzo Valente(UGL) “L'assistenza e le politiche attive sono state fino ad oggi le manovre fondamentali. Necessarie, anche perché portando tutti al 9 marzo è stata garantita la continuità per l’intera platea degli aventi diritto alla mobilità in deroga. Qualsiasi sia stato il motivo che spinse lo scorso anno, la Regione, a procedere al movimento di 6 milioni, la collaborazione tra l'ente ed il Governo è stato vitale per tutelare voi lavoratori. Quindici giorni fa, la Regione, ha inoltre garantito la partenza di progetti di politiche attive, attingendo ai fondi recuperati all’INPS, circa 40 milioni”.
I buoni propositi sopra elencati restano all'ombra della registrazione presso la Corte dei Conti dell'accordo di Programma siglato il 23 Ottobre, come ricordato da Danilo Magliocchetti, Segretario Provinciale di Forza Italia. (fonte: Corrado Trento per alessioporcu.it).

 

Altra corsa per i lavoratori Ilva. Finalmente lunedì sarà disponibile il bando per l'acquisizione a cui di potrà rispondere fino al Primo Aprile. Lotto scorporato dagli altri rimasti fuori dall'accordo con Mittal, sperando di rendere il sito sufficientemente appetibile. Una vittoria, come sostenuto da Fabio Bernardini (FIM-CISL), ottenuta grazie all’impegno delle sigle sindacali. Sforzo che ha portato ad un incontro al MISE, con la presenza del COE di ILVA.
L'assemblea si chiude con la promessa di un sit-in, da organizzare venerdì mattina di fronte la sede dell’INPS di Frosinone, e con la richiesta della presenza diretta del sottosegretario Claudio Durigon.

Le notizie del pomeriggio sembrano virare verso una direzione positiva, anche se la storia di questa vicenda insegna: mai cantare vittoria prima di avere risultati concreti, in questo caso, i pagamenti.

 

 

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A Roma, oggi, città dell'altra economia

  • Pubblicato in Partiti

a Roma con V.Calcagni h260 mindi Valentina Calcagni - Oggi a Roma città dell'altra economia. Prima riunione dei comitati civici lanciati alla Leopolda io sono stata invitata dall’On Ivan scalfarotto come coordinatrice del comitato crescita per Frosinone grandissima partecipazione tantissimo entusiasmo
Oggi i comitati non si sono solo raccontati nelle singole esperienze oggi abbiamo condiviso abbiamo creato relazioni umane abbiamo dato una fisicità ad un sentire comune a difesa dei valori della democrazia, dei diritti delle libertà, Europa e la forza della scienza. V.Calcagni Scalfarotto 2 min
Oggi abbiamo sancito che il riformismo è radicale ed è l'unico mezzo per essere alternativi alla paura al giustizialismo alla chiusura, noi ci rifiutiamo di abituarci alle bugie e alla galvanizzazione della società in chiave violenta.
Noi oggi abbiamo deciso di lavorare in rete con una voce univoca perché la società deve essere migliore dei singoli individui che la compongono senza mai avere nostalgia del Passato ma guardando al presente e al futuro.
Noi insieme reagiamo senza arretrare di un millimetro rispetto alla bullizzazione quotidiana delle istituzioni.
Ringrazio Scalfarotto per questa bellissima opportunità che segna il primo passo di un cammino che sarà bellissimo perché fatto tutti insieme.
In tempi straordinari occorre una mobilitazione straordinaria noi ci siamo.

 

 

 

 

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Venezuela oggi. Che cos'è?

Bolívar soberano350 260 mindi Valentino Bettinelli - Venezuela, una tristemente reale Casa di Carta.
Continua la parabola discendete del Venezuela, Stato dell’America Meridionale, tra i più ricchi estrattori di greggio al mondo. La sua storia è costellata di alti e bassi di natura socio-economica. Le cronache degli ultimi tempi narrano una situazione drastica. Si racconta di quella che de jure dovrebbe essere una Repubblica federale presidenziale, ma che de facto si delinea come una dittatura autoritaria esercitata dal suo presidente Nicolás Maduro.

Ultimo in ordine di tempo il provvedimento che, con un colpo di penna, trasforma il Bolívar fuerte in Bolívar sovrano. Un’operazione che rende il valore monetario una variabile metafisica, tanto da propagandare un aumento dei salari minimi di 35 volte. Se prima infatti, con uno stipendio si riusciva ad acquistare un chilo di pomodori, secondo la politica presidenziale, oggi il venezuelano medio riuscirà a migliorare le proprie condizioni di vita grazie al taglio di cinque zeri dal valore del “vecchio” bolívar.
Il presidente Maduro ha inoltre annunciato il lancio di un’ulteriore moneta di scambio, il Petro, criptovaluta che fonderà la sua forza sulla base delle quotazioni dell’oro nero sui mercati, trasformando sostanzialmente le banconote stampate in soldi del Monopoly, e la Zecca di Stato nella reale trasposizione de “La Casa di Carta”.

L’estremo tentativo di agganciare una valuta ormai polverizzata da un’inflazione arrivata a tassi di un milione per cento all’anno, a qualcosa di più concreto come il petrolio, è il segno stesso di una resa da parte del governo di Caracas, ormai trasparente nella logica degli scambi internazionali. Una scomparsa dai mercati che ha provocato la totale recessione di un Paese potenzialmente ricchissimo, gestito con un potere di stampo oligarchico volto all’esclusivo arricchimento di una cerchia ristretta di eletti. Uno Stato che continua a tradire i suoi valori fondativi; una Repubblica bolívariana retta da ideali social-democratici, completamente dimenticati da qualche anno a questa parte.

Il tessuto demografico venezuelano è quello tipico dei Paesi latinoamericani. Una popolazione mista, frutto dei grandi flussi migratori del secolo scorso. Ricchissima la colonia italiana che conta, ad oggi, oltre 120000 residenti, presenza che nel passato ha sfiorato anche le 250000 unità. Italiani di nascita e oriundi di seconda generazione che vivono quotidianamente, assieme agli altri 30000000 di venezuelani, una condizione di schiavitù sociale, dove anche protestare risulta difficile. È infatti complicato scegliere se affollare le piazze per dimostrare il dissenso o partecipare alle infinite code nei supermercati per assicurare il cibo alla famiglia. Anche su questa necessità di sopravvivenza continua a far leva il totalitarismo messo in atto da Maduro.

La situazione venezuelana coinvolge anche gli Stati limitrofi, come il Perù, il Brasile e la Colombia. Proprio quest’ultima vede il passaggio di oltre 3000 venezuelani al giorno, nella città di confine di Rumichaca. Cittadini disperati che cercano di fuggire dal proprio Paese, alla ricerca di condizioni di vita migliori. Una caccia al tesoro spesso impedita dalla militarizzazione dei confini imposta da Perù e Brasile, i quali richiedono il passaporto per varcare le frontiere. Documento a cui moltissimi venezuelani non possono accedere perché considerati pericolosi dal proprio governo.
Una censura ideologica che sta arrivando a toccare, in alcuni casi, anche la repressione militare nei confronti dell’oppositore di turno.
Una condizione, quella del popolo venezuelano, poco diffusa dai canali mainstream della nostra informazione, che merita però una profonda riflessione. Una nazione esausta. Un popolo soggiogato dal potere autoritario. Un territorio troppo ricco per non concedere a tutti una vita dignitosa.

 

 

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La canzone napoletana. «Canzoni amate e dimenticate dal 1200 ad oggi..»

Giovanni Battista 350 260 mindi Diego Protani - Enciclopedia della canzone napoletana. «Canzoni amate e dimenticate dal 1200 ad oggi..». Autore: Giovanni Battista- Editore: Lfa Publisher

Sinossi: In questa enciclopedia ogni canzone viene raccontata, spiegata, si contestualizza il suo periodo storico come nasce e perché, ma le cose importanti sono tutti gli aneddoti che riguardano ciascuna canzone. Composta da tre volumi ognuno dei quali porta un prefatore diverso. Nel primo Volume c'è la prefazione di Lino Vairetti degli Osanna, nel secondo Antonio Buonomo e nel terzo Peppino Di Capri. Nello specifico il primo volume parte dal 1200 ed arriva al 1938 fermandosi alla sconosciuta "'E Primme Rose"; il secondo volume parte dal 1939 e giunge fino al 2018 con la recentissima "'A Minestrina" di Paolo Conte; nel terzo volume tutti i brani sono disposti in ordine alfabetico, dalla A alla Z. Prefazione di Peppino Di Capri.

Intervista:

Come è nata l’idea di scrivere un’enciclopedia sulla canzone napoletana?
L’idea nasce più di 10 anni fa, sono cresciuto con la canzone napoletana, mio nonno materno e suo fratello (mio zio), sin da piccolo a domeniche alterne mi facevano non solo ascoltare le canzoni ma mi raccontavano aneddoti che avevano vissuto in prima persona. La mia reazione era di stupore, meraviglia tanto che decisi con il nonno di raggruppare le canzoni e le loro storie in un libro in modo da poter far leggere a chiunque, quanto Napoli e la musica abbiano una storia, una sorta di vero e proprio matrimonio che ripercorre quasi mille anni.

Come ha suddiviso i tre volumi?
I volumi sono suddivisi seguendo una struttura semplice, i primi due sono stati sviluppati in ordine cronologico. Nello specifico il primo volume inizia dal lontano 1200 e conclude fermandosi al 1938, nel secondo volume si riparte dal 1939 giungendo fino al 2018. Nel terzo volume, tutte le canzoni che troviamo nei precedenti vengono disposte in ordine alfabetico, in modo che se i lettori ricordano/conoscono una canzone, come ad esempio “Anema E Core” gli basterà andare nella lettera A e trovare il brano prescelto.

Quanto è rilevante nella nostra cultura la storia della scuola napoletana del ‘700?
È un punto cruciale a cui mi sono dedicato molto nella mia enciclopedia, lo definirei di svolta per la musica napoletana e per ciò che si è sviluppato dopo. In questo periodo nacquero le “Opere Buffe” a cui poi tutti i compositori venuti dopo si ispirarono per comporre le celeberrime opere liriche. Basti pensare che quando nel 1770 Mozart giunse a Napoli ed ascoltò Giovanni Battista Pergolesi (uno dei padri dell’opera buffa) ne rimase folgorato, tanto che il compositore austriaco non solo contribuì notevolmente alla diffusione di questo genere, ma ne fu egli stesso creatore, vediamo ad esempio “Le Nozze Di Figaro”. A Napoli abbiamo avuto in quel periodo figure come Aniello Piscopo, Leonardo Vinci, Agasippo Mercotellis, Gennarantonio Federico e così via… e nel ‘800 questa tradizione musicale continuò grazie al bergamasco Gaetano Donizetti che introduceva spesso e volentieri nelle sue opere degli intermezzi comici.

Quale filo conduttore lega teatro e canzone?
Da sempre, come si è visto nella domanda precedente, però è un legame che si è consolidato agli inizi del ‘900. In primis troviamo Raffaele Viviani che era solito presentare le sue canzoni (che nei primi anni erano basate sulle figure dei mestieri di Napoli, come ad esempio ‘O Sapunariello, ‘O Scupatore) inserendole proprio nelle sue commedie, basti pensare che la notissima ‘A Rumba D’ ‘E Scugnizze” venne presentata proprio durante la sua commedia “L’Ultimo Scugnizzo”. Successivamente troviamo la nascita della sceneggiata, ovvero la creazione di un vero e proprio spettacolo drammatico a cui si alterna il canto e la recitazione, tutto ciò si basa sul titolo di una canzone da cui se ne ricava l’omonima “sceneggiata”. Negli anni successivi come si osserva nei primi anni ‘50 le canzoni divennero addirittura dei veri e propri film, ne cito qualcuno come ad esempio, Luna Rossa di Fizzarotti oppure Totò, Peppino E La… Malafemmina di Mastrocinque.

C’è una simbiosi tra passato e presente?
Attualmente trovo che questo legame non ci sia più, il vero culto della canzone napoletana è maltrattato, si è sostituito a mio malincuore con nuove sonorità e nuovi generi.

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