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Oggi 2 Aprile '21 la discarica di Roccasecca non riceverà rifiuti

AMBIENTE e INQUINAMENTO

Una battaglia vinta, fuori casa e con gli arbitri dalla parte degli avversari

di Umberto Zimarri
Foto discarica Starnelle 2 350 minUna battaglia importante è stata vinta, fuori casa e con gli arbitri evidentemente schierati con la squadra avversaria. Ora è il momento di insistere, di ribadire le ragioni di un territorio che ha dato troppo e pagato ancor di più. La data è comunque significativa perché ribadisce, ancora una volta di più, che con la determinazione, la ragione e l’ostinazione anche i piccoli possono contrastare i grandi. Sabbia negli ingranaggi.

È davvero sconcertante parlare ancora della possibilità di ulteriori ampliamenti: non basta la cronaca di questi giorni che al netto dell’inchiesta giudiziaria fa emergere un quadro drammatico e non sono bastate le relazioni dell’Arpa e del Cnr che nel corso degli anni hanno evidenziato ripetutamente i superamenti dei valori di soglia stabiliti dalle normative. Siamo, ancora qui, perché la politica, provinciale e regionale, ha deciso di sacrificare un fazzoletto di terra non prendendo le decisioni adeguate. Ci sarebbe una parola chiave: programmazione, ma evidentemente nella stanza dei bottoni non si è voluta seguire questa strada (ed ognuno scelga la sua motivazione su questo punto). Amaramente è questa la realtà che abbiamo vissuto per venti anni e pretendiamo di non dover vivere per i prossimi.
I Problemi di Roma Capitale e l’inefficienza del ciclo dei rifiuti provinciale. Da queste due considerazioni dobbiamo partire per effettuare una riflessione pragmatica sulla situazione che stiamo vivendo ma soprattutto per scongiurare l’apertura di un nuovo bacino di Discarica. Il famigerato V bacino.

Ma Cosa significa V bacino, in parole semplici?

A livello di superficie si tratta di uno spazio di 31.567 metri quadri, praticamente 3 campi di calcio. Sono previsti cinque lotti di discarica. Il volume complessivo è, invece, uguale a 592.021 metri cubi. Il Piano Regionale dei rifiuti redatto nell’agosto del 2020, come evidenziato nella V.I.A, stima il fabbisogno della Provincia di Frosinone, fino al 2025, in 200.000 tonnellate. Se vengono autorizzati 592.021 metri cubi e la provincia di Frosinone necessità di 200.000 tonnellate la differenza evidentemente verrà occupata dai rifiuti fuori provincia e provenienti dalle bonifiche del territorio.
La possibilità che Roma individui una discarica di servizio con le elezioni alle porte è probabile come la neve a Ferragosto.
Nel medio-lungo periodo la strada da seguire è tracciata: aumento delle percentuali di raccolta differenziata, a Roma ed in Provincia, compostaggio domestico e biodigestori per trattare l’umido, fabbriche per il riciclo, efficientamento dei TMB, in modo da mandare in discarica il minimo possibile e da incenerire ancora meno. Un ciclo in cui il pubblico non sia spettatore pagante ma protagonista efficiente. Un progetto di economia circolare serio, strutturato, pensato bene e realizzato nella stessa maniera che deve tendere a rifiuti zero. Da ecologista e progressista pretendo questo.
Ma cosa fare nel breve?
Nel breve periodo, fin quando non si metterà mano seriamente a questa situazione, dobbiamo pretendere che i nostri rifiuti vengano trattati fuori dal nostro territorio. Per anni lo abbiamo fatto noi, ora è tempo che qualcuno ricambi il favore. È oggettivamente il minimo.

Umberto Zimarri - Consigliere Comunale di San Giovanni Incarico e Ufficio di Presidenza Green Italia

 

 

 

 

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Femminismo ieri e oggi. Diretta on line, 7 aprile

Mercoledì 7 aprile 2021 ore 18
FEMMINISMO IERI E OGGI
COSA E' CAMBIATO DAL XIX AL XXI SECOLO

Diretta online di UNOeTRE.it. In dialogo con Nadeia De Gasperis¹, Luciana Castellina², Fiorenza Taricone³ e Paolo Zanone⁴, la novità, perchè è promotore del primo Flash Mob a sostegno delle ragioni delle donne, tutto al maschile: "UOMINI IN SCARPE ROSSE"

scarperosse 390 min 1Da molti anni sosteniamo che è importante schierarsi dalla parte della lotta contro la violenza che colpisce le donne e, purtroppo, anche inesorabilemente. Non solo solidarietà che pure è importante, ma condivisione delle ragioni della loro lotta per un avera parità di diritti, per godere di tutto il rispetto che ogni persona merita, sempre, verso la propria dignità. L'uomo schierato dalla parte della donna, convinto del rispetto che le deve, è una scelta di civiltà e prepara l'solamento dei violenti e degli incivili. Il 26 febbraio di quest'anno c'è stato un segnale manifesto e concreto di questo impegno senza incertezze. Come una odierna cometa di annunciazione, ha brillato da Biella per iniziativa di un uomo: Paolo Zanone, direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella.

Di nostro per ora non aggiungiamo altro. La cosa migliore, in attesa della diretta on line, crediamo sia far parlare il comunicato che annunciò il flash mob su newsbiella.it il 26 febbraio 2021.

«Dai piedi del Mucrone, il monte che stagliandosi nel cielo disegna, secondo l’immaginario locale, il profilo di una donna placidamente addormentata, prende forma “Uomini in scarpe rosse”, il primo flash mob tutto maschile contro la violenza sulle donne. L’idea è venuta a Paolo Zanone, direttore artistico della compagnia Teatrando di Biella, dopo aver saputo del tweet sul tema scritto da Milena Gabanelli e delle relative reazioni.

“Ne ammazzano una al giorno – si legge nel tweet pubblicato dalla giornalista il 21 febbraio – ma io vedo solo donne manifestare, protestare, gridare aiuto. Non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono le loro mogli o fidanzate. Dove siete? Non è cosa da maschi proteggere le donne?”.

“Quando ho appreso – commenta Paolo Zanone – che nessuno degli esponenti della cultura, seppur sollecitati, si è messo in gioco, mi sono sentito chiamato in causa, come uomo e come persona che opera nel settore, seppur in un contesto piccolo come quello biellese”.

Ha quindi chiamato a raccolta gli uomini della compagnia, che hanno prontamente risposto. Sabato 27 febbraio alle 15,30 gli attori di Teatrando partiranno quindi dal Ponte della Maddalena, vicino alla loro sede, e saliranno verso Riva per poi percorrere via Italia fino alla Fons Vitae. Il momento clou del flashmob si concentrerà tra Palazzo Oropa e piazza Santa Marta.

Opportunamente distanziati, sfileranno, indossando scarpe rosse e mostrando alcuni cartelli con messaggi “da uomo a uomo” sul tema. Altri uomini potranno accodarsi spontaneamente, rispettando le norme in vigore e indossando qualcosa di rosso.»

1) Vicedirettrice di UNOeTRE.it
2) Politica molto conosciuta, giornalista e scrittrice italiana, parlamentare comunista, più volte eurodeputata;
3) Docente universitaria di Storia delle dottrine politiche presso l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Presidente per le Pari Opportunità, Presidente CUDARI (Centri Universitari Diversamente Abili Ricerca e Innovazione), Presidente del CUG (Comitrato Unico di Garanzia). Scrittrice,
4) Direttore artistico della compagnia "Teatrando" ideatore del flash mob “Uomini in scarpe rosse”. Di Biella

 

 

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Oggi 8 marzo #noinonstiamozitte

8 MARZO 2021

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile

nonstozitta 370 min“Stai zitta” è il titolo di un libro di Michela Murgia, ma da qualche giorno si è trasformato in un hashtag, #iononstozitta”, appunto, scaturito da una conversazione tra la scrittrice e Raffaele Morelli, noto psichiatra, che intervistato dalla Murgia e incalzato su alcune frasi dal tono un po’ oscurantista l’ha ammonita con un irritante “stai zitta, fammi parlare”.

Qualcuno ha commentato l’accaduto chiosando che oggi affermare che tra uomini e donne esistono delle differenze ontologiche è vietato. Si viene presto redarguiti e tacciati di maschilismo, anche se a farlo è uno psichiatra di fama che ha scritto molti libri.
Io penso che sia doppiamente deplorevole che una caduta di stile di tale arroganza provenga proprio un uomo dotato di una “tale caratura culturale” che fa del suo lavoro divulgazione e, diciamolo pure, chiacchiera da salotto.

Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. A me è capitato di essere ospite con un mio libro a una rassegna letteraria. Quando mi hanno chiesto “chi è lo scrittore di oggi”? e ho risposto di essere io, ho ricevuto una fragorosa risata.
La scienziata Rita Levi Montalcini raccontò che a una conferenza dove lei era protagonista le chiesero chi fosse il marito, chi fosse insomma l’ospite d’onore che lei stava accompagnando. Lei rispose “sono io mio marito”. Una mia cara amica, laureata in ingegneria mi racconta che ogni volta che arriva su un cantiere le ridacchiano “l’ingegnera” schernendola con tono dispregiativo o almeno riduttivo del suo ruolo. Non entro nel merito delle polemiche che la direttrice di orchestra, ospite di Sanremo ha innescato, chiedendo di essere chiamata direttore e rivendicando con quella parola il suo ruolo. Ognuno si faccia chiamare come vuole, sebbene la Treccani, tomo della cultura italiana, inserisce le parole direttrice, scienziata, ecc. non come parole maschili declinate al femminile, non come neologismi, ma come parole coniate per essere pronunciate tali e quali nel gergo e nelle intenzioni.

La mortificazione del linguaggio non è violenza fisica ma è una morte civile, e non per questo fa meno male. È con le parole che ci precludono accesso a luoghi pubblici, ci fanno sparire dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa attraverso l’uso di un linguaggio mortifica la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni disuguaglianza di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima “sei anche mamma?, che brava!”. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando solo a voi danno del tu. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di fare più sesso, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta.

Esiste così un legame mortificante tra le ingiustizie che ogni giorno subiamo e le parole che vorrebbero parlare di noi.
Allora oggi, noi donne della redazione, ci mettiamo la faccia, ci facciamo conoscere per le nostre intenzioni, quelle sì, declinate al femminile, con la sensibilità, la determinazione, la cura dell’altro, la premura del linguaggio che ci rappresentano e con un video, annunciamo il nostro prossimo lavoro, la diretta dedicata alle donne in pandemia. Cercheremo di capire con le nostre ospiti come e quanto l’emergenza sanitaria abbia inasprito le disuguaglianze. Tra le persone vittime di discriminazioni le donne sono state tra le più colpite, nel lavoro, dal punto di vista economico, in famiglia, dove hanno dovuto fare rinuncia per accudire i figli, le prime a perdere il lavoro, e tutto questo perché esisteva, ancor prima del covid-19, una crisi strutturale dell’occupazione femminile, concettuale, sociale, economica e sanitaria.
In certi contesti anglofoni è stata addirittura coniata la parola Shecession, unione di “she” e “recession”, per indicare come siano state le donne ad averne subito (e a subirne tuttora) in modo prevalente gli effetti sociali ed economici. Ma la shecession sembra essere un problema globale. Se è vero che i settori più colpiti dalla pandemia sono stati quelli più “frequentati” dalle donne, è vero anche che la tipologia di contratto destinati alle donne ha influito pesantemente su chi ha perso il lavoro e chi no.
Dovrà necessariamente esserci un cambio di paradigma per superare la segregazione settoriale del lavoro, troppi settori sono ancora preclusi alle donne e in tempo di crisi, qualunque sia la sua genesi, le donne pagano il peso maggiore. Il cambio di paradigma, dunque, mette accanto alla necessità di una maggiore occupazione femminile e alle politiche attive sul lavoro un cambiamento culturale, per esempio nell’accesso delle donne alle discipline scientiche, cosiddette STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica). Nonostante le numerose eccellenze nel mondo scientifico, il covid ci ha dato esempio della loro presenza e del loro valore, non c’è quella parità che solo politiche di orientamento allo studio potrebbero iniziare a risolvere. Non dovremmo più sentire frasi del tipo “ha isolato per prima il covid ed è perfino donna!”
La pandemia sta inasprendo disuguaglianze preesistenti e rischia di vanificare, almeno in parte, i passi avanti degli ultimi decenni sul fronte della parità di genere.
Ne parleremo nella diretta “donne in pandemia” di venerdì 12 marzo con le nostre ospiti alle ore 17. Vi aspettiamo.
Buon 8 marzo a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori che camminano accanto a loro per i diritti di tutte e tutti.

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Il PCI e la Sinistra (oggi)

 PCI centanni

Vittorie e sconfitte, fanno parte di un percorso durato 70 anni 

di Ermisio Mazzocchi
la prima tessera del PCdI minIl 21 gennaio 1921, a seguito della scissione avvenuta al congresso del PSI svoltosi a Livorno, viene fondato il PCd'I.

Pochi mesi dopo, il 14 marzo 1921, si celebra a Cassino il congresso di fondazione della Federazione di Caserta e, il 17 aprile dello stesso anno, quello di Roma la cui provincia include il circondario di Frosinone.

Come è noto solo nel 1927 si costituisce la provincia di Frosinone che include i comuni del circondario appartenenti alla provincia di Roma e quelli della provincia di Caserta, che facevano parte della Terra del lavoro.
La nuova formazione politica ebbe un'assai difficile e tormentata costruzione per le violenze subite dalle squadre fasciste.
Esse, tuttavia, non indebolirono la tenacia e l'impegno dei militanti a lottare contro il fascismo per l'affermazione del partito.
Molti di essi continuarono la propria attività politica in clandestinità, parteciparono alla guerra civile in Spagna, alla lotta partigiana.

Un periodo intenso di avvenimenti drammatici, dalla dittatura fascista alla seconda guerra mondiale, che non solo non impedirono lo svolgimento della loro attività politica, ma anzi la intensificarono.
Si alimentò in quegli anni una forte coscienza antifascista e democratica che diede vita alla Resistenza.
La ricostruzione della vita democratica si concluse con la Costituzione della Repubblica Italiana con il contributo decisivo del PCI.
Il 29 settembre 1945, esattamente settantacinque anni fa, si svolse il Iº Congresso provinciale del PCI con la partecipazione di 121 delegati in rappresentanza di 12.060 iscritti.

Esso si tenne in un momento difficile e critico per le condizioni sociali ed economiche del Paese che era stato devastato dalla guerra.
Un quadro storico che ci permette di fare una valutazione politica del ruolo del PCI in un momento di profonde e rapide trasformazioni avvenute nella provincia di Frosinone come nel resto dell'Italia.
Ci consente di aprire una riflessione su quanto ha prodotto quel processo di fermenti politici, culturali, economici che hanno segnato la storia di questa provincia.

Il PCI, protagonista dei profondi cambiamenti della società, mantiene un legame costante e solido con ampi settori della popolazione volto a garantire diritti e democrazia.
Una presenza diffusa, la sua, che consente di affrontare battaglie durissime a tutela del lavoro e dei diritti civili, per ridurre le disuguaglianze, in difesa delle istituzioni.

Il PCI non venne mai meno al suo compito di orientamento e di proposta in merito a quei processi che trasformarono la provincia da agricola in industriale.
Il peso che ebbe il PCI, come partito della sinistra, è segnato dalla sua capacità di interpretare e prospettare soluzioni alle esigenze di una società in rapida evoluzione, soprattutto per la difesa e la crescita dell'occupazione.

Il tratto essenziale, che caratterizzò il PCI sino alla sua definitiva conclusione nel 1991, è stato quello di presentarsi, anche in realtà come la provincia di Frosinone, come un partito capace di essere dentro la massa di persone indifese, sofferenti, dalle precarie condizioni e di quelle che in migliori condizioni aspiravano al riconoscimento dei diritti e alle garanzie democratiche.
Il partito seppe mantenere sempre vivo il rapporto con gli operai, i ceti medi, i professionisti, sostanzialmente con il mondo dell'intera società.

Dispiegò la sua iniziativa per affermare diritti e uguaglianza sociale in momenti decisivi nella stessa provincia di Frosinone.
Fu a sostegno della lotta degli operai delle Cartiere Meridionali di Isola del Liri, i quali subirono, durante lo sciopero del 18 febbraio 1949, la carica della polizia che provocò il ferimento di 37 lavoratori.
Per arrivare ai fatti di Ceccano il 28 maggio1962 in cui durante una manifestazione per il lavoro alla fabbrica di Annunziata, un operaio fu colpito a morte da una carica della polizia.
Sono momenti drammatici caratterizzati da durissime lotte sindacali in cui il PCI seppe mantenere un suo ruolo a fianco dei lavoratori.

Ma seppe anche assumersi il compito di confronto e di esame dei nuovi processi produttivi come dimostrò la Conferenza di produzione della Fiat, che si tenne a Cassino il 17 dicembre 1976, con la partecipazione della Direzione dello stabilimento, dei sindacati, delle istituzioni regionali e provinciali.
Un rapporto costruito e basato su forti ideali e su obiettivi chiari e precisi, che mettevano al centro gli interessi della collettività.
Svolgeva una funzione di sintesi tra le aspirazione dei cittadini e i compiti delle istituzioni dentro un quadro di valori costituzionali.

Nella provincia, come in Italia, rimangono e si rafforzano i legami del PCI, che svolge la sua funzione di partito della sinistra e permette l'emancipazione dei contadini con le riforme per l'affrancazione delle terre e degli operai.
Più evidente fu la capacità del PCI di cogliere quanto sarebbe avvenuto con il processo di industrializzazione che ebbe il suo momento più alto con la costruzione della Fiat.

Vittorie e sconfitte, conquiste e insuccessi fanno parte di un percorso durato cento anni e che caratterizzano la sua attività sino alla conclusione della sua storia.
Forte di una chiara identità, una riconoscibilità, un'appartenenza, il PCI ha condotto la sua politica con capacità e perseveranza, pur tra errori e inefficienze.
Una solida organizzazione, un metodo di lavoro rigoroso, la moderazione e la tolleranza verso quanti nel partito avevano posizioni diverse e verso gli stessi avversari politici, costituivano la condizione per portare avanti il suo progetto per l'affermazione del socialismo.

"Che sia il socialismo il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose.....e si debba costruire la società socialista con il contributo di forze politiche, organizzazioni, partiti diversi....in un sistema pluralistico e democratico" ebbe a dichiarare Berlinguer al XXV congresso del PCUS del 24 febbraio 1976 sancendo l'inizio di una definita rottura con l'Unione sovietica.

La più alta elaborazione politica del PCI, che lascia alla sinistra il compito di proseguire il suo cammino verso i principi di libertà e di democrazia, la tutela del lavoro e dei diritti civili, la difesa della Costituzione.
Anche in questa provincia il PCI è stato un referente solido e affidabile che ha permesso di perseguire con incisività i valori della sinistra e rinsaldare un rapporto stretto con le masse popolari.
Un patrimonio della storia del PCI in Italia e in questa provincia che non è consentito abbandonare né cancellare.

Certamente una storia non ripetibile, ma essenziale per trovare la giusta collocazione e funzione di una sinistra rinnovata nel suo progetto per la società del XXI secolo dentro quei valori di diritti e di solidarietà, necessari a combattere le disuguaglianze, le povertà, gli sfruttamenti dell'era informatica.
I dirigenti che avevano costituito PCd'I ritenevano che bisognasse cogliere le condizioni favorevoli per una rivoluzione sociale e consideravano che le forze autenticamente di sinistra si sarebbero dovute muovere subito oppure sarebbe stata la borghesia ad attuare la controrivoluzione.
Vinse la borghesia con il fascismo.

Quella intuizione ha ancora oggi una sua validità in merito a una sinistra che deve essere protagonista e combattere le degenerazioni della globalizzazione.
Altrimenti il rischio è quello di soccombere alle ferree leggi del mercato finanziario in un sistema di nazionalismi con rigurgiti fascisti.
Su questo si misura la prova di una sinistra, che sia in grado di affrontare una sfida su un terreno inesplorato in un sistema finanziario spietato, per una lotta alle disuguaglianze e per la ridefinizione dei principi etici di solidarietà e di cooperazione.
Quella storia del PCI non deve rimanere in una convinzione di eredità, ma deve costituire l'humus su cui la sinistra riposiziona la sua funzione in modo da essere in grado di "vedere" i nuovi conflitti, i nuovi bisogni e rigenerarsi per essere strumento necessario alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

Un partito della sinistra non può che essere di massa, nel senso moderno di partecipazione della più ampia comunità nazionale, deve esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato e precisare le sue forme strutturali che a tutt'oggi non sono definite.
La sinistra dovrà essere capace di farsi referente dei diritti umani e di quel mondo che si trova dalla parte più debole e meno protetta dalle violenze.
Sono trascorsi 100 anni dal giorno della nascita del partito della sinistra, il PCI.
Quel partito ha cessato di esistere.
Rimane incompiuto il percorso di una sinistra che non ha ancora trovato una sua precisa identità, riconoscibile in quei partiti che dovrebbero rappresentare i valori insostituibili della dignità degli uomini: il lavoro e la democrazia.

 

lì 19 gennaio 2021

 

Alcuni dati organizzativi di  riepilogo

Dietro queste date e questi numeri ci sono donne e uomini che hanno combattuto con impegno e passione per un grande ideale di libertà e democrazia.
* 21 gennaio 1921 fondazione del PCd'I
* 14 marzo 1921 si costituisce la Federazione PCd'I di Caserta svoltosi a Cassino. Segretario della Federazione Luigi Selmi, con sede a Cassino.
*17 aprile 1921 si costituisce la Federazione PCd'I a Roma di cui fa parte il circondario di Frosinone
*1 ottobre 1945 Primo Congresso provinciale delle Federazione di Frosinone
* 30 giugno 1957 I Congresso Federazione di Cassino
* 27 dicembre 1959 II Congresso Federazione di Cassino
* 4 novembre 1962 III Congresso Federazione di Cassino
* 7 gennaio 1966 chiude la Federazione e viene costituito il Comitato di Zona
17 gennaio 1991 XVIII congresso provinciale - l'ultimo - del PCI di Frosinone


Iscritti PCI 1921 600 min

 

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I 100 anni dalla nascita del Pci siano un’occasione per riflettere sull’oggi e sul futuro

PCI centanni

Il PCI ricordato da un quasi cinquantenne

di Alessandro Mazzoli
Bandiera pci 350 260Viterbo – Il 21 gennaio di 100 anni fa, a Livorno, nasceva il Partito comunista d’Italia dalla scissione del Partito socialista italiano e come sezione nazionale dell’Internazionale comunista costituita all’indomani della rivoluzione d’ottobre del 1917.

L’Italia aveva appena vissuto il “biennio rosso” caratterizzato dalle lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, ma, contemporaneamente, erano in corso i preparativi che avrebbero portato Mussolini al potere nel 1922 e all’avvento del fascismo.

Una fase drammatica della storia italiana ed europea.

Durante il regime fascista, a partire dal 1926, il PCd’I fu costretto alla clandestinità e i suoi dirigenti all’esilio ed ebbe una storia complessa e travagliata all’interno dell’Internazionale negli anni venti e trenta fino al ritorno alla legalità nel 1943 quando cambiò nome in Partito comunista italiano. Questo cambiamento non sembri banale, perché non lo fu e non lo è.

Passare dall’essere una sezione dell’Internazionale comunista a forza politica che rivendica una propria autonomia nazionale in quel contesto storico non fu indifferente e pose le basi per la costruzione di un grande partito di massa ancorato al proprio paese e interprete formidabile di una parte via via crescente della società italiana.

Il Pci è stato il più grande partito comunista dell’Europa occidentale e questo dovrebbe indurre a considerazioni storiche, politiche e culturali adeguate alla portata di questa vicenda.

Nel senso che questo non può essere spiegato semplicemente con la divisione del mondo in blocchi e con la forza di persuasione di un’ideologia (cose pure rilevanti, ma che hanno agito per ogni partito), ma è necessario indagare quegli elementi di originalità che hanno contraddistinto l’identità materiale e l’azione politica di quel partito.

Sono numerosissime le iniziative annunciate per la celebrazione di questo anniversario. Sia di carattere locale che nazionale. Evidentemente la vicenda storica del Pci ha ancora molte cose da dire, e non soltanto agli storici ma alla società e alla politica italiane.

Del resto nelle radici dell’Italia democratica e repubblicana c’è il contributo essenziale dei comunisti che unirono le loro forze a quelle dei democristiani, dei socialisti, degli azionisti, dei repubblicani, dei monarchici, dei liberali e degli anarchici. Lo fecero nella lotta di liberazione dal nazifascismo, lo fecero nei lavori dell’Assemblea costituente per la scrittura della Costituzione italiana. Lo fecero con la convinzione che la scelta del campo democratico fosse l’unica possibile.

Il Pci ha saputo essere una casa accogliente per milioni di persone. Aderire a quel partito non era facile. Bisognava essere introdotti da due iscritti che garantivano per te e a quel punto la domanda di adesione veniva esaminata.

Eppure il Pci raggiunse la cifra di 2 milioni di iscritti perché seppe essere un punto di riferimento sicuro in un contesto segnato da spinte assai più intense di quelle che viviamo adesso e che invocavano un mondo migliore. Per questo l’adesione al Pci era una scelta di libertà, di emancipazione e di appartenenza ad un modo di essere della politica che si arricchiva e si cementava nella dimensione di comunità in cui la partecipazione ad un disegno collettivo era la cifra principale della militanza.

Naturalmente essere interamente immersi in una vicenda collettiva e condivisa ha portato anche a difenderla come se si dovesse presidiare una presunta integrità o perfezione. Il che, in diversi passaggi, ha esposto quell’esperienza al rischio di smarrire il senso critico necessario a capire e correggere limiti ed errori. Così come non ha consentito di vedere per tempo il grado di consunzione del regime sovietico.

In ogni caso il ruolo del Pci fu cruciale in tutte le vicende che portarono a cambiamenti profondi del paese proprio perché non fu una “caserma” ma un punto di coagulo di sollecitazioni al cambiamento per l’affermazione di nuovi diritti. La stagione che va dalla fine degli anni 60 agli anni 70 certamente fu segnata dal terrorismo e dalle stragi, ma anche dalla crescita dei movimenti giovanili, del sindacato, del femminismo che posero nuove domande alle quali si rispose determinando cambiamenti senza precedenti.

Si possono ripercorrere brevemente: Statuto dei lavoratori, abbassamento della maggiore età, nuovo diritto di famiglia, il divorzio, la legge sulle lavoratrici madri e quella sugli asili nido, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, l’aborto, la riforma di Franco Basaglia.

In questo la scelta del Pci conteneva una doppia chiave. La consapevolezza che l’obiettivo del governo nazionale era precluso, ma a compensare una democrazia bloccata c’era la convinzione di conquiste possibili e non per caso una parte di quelle riforme trovò in Parlamento una maggioranza più ampia di quella a sostegno dei vari governi che si succedettero in quel periodo.

E, in fondo, è la stessa doppia chiave che consentì al Pci di svolgere un ruolo di governo rilevantissimo nel sistema delle autonomie locali e nei territori dimostrando di avere a disposizione una classe dirigente diffusa e preparata capace di misurarsi con passione e pragmatismo con tutti gli aspetti della vita reale delle persone e delle comunità.

Le esperienze delle giunte di sinistra in tante amministrazioni locali rappresentarono un elemento di dinamismo che contribuì a rafforzare dal basso la democrazia del paese e a consolidare il rispetto reciproco tra forze diverse e spesso diametralmente opposte.

Anche perché, tutto questo, avveniva dentro il vincolo stretto della guerra fredda in cui l’Italia costituiva un punto d’equilibrio particolarmente delicato e, nello stesso tempo, essenziale.

La stessa storia del viterbese è disseminata di bellissime esperienze di amministrazioni locali guidate dai comunisti o di cui i comunisti erano parte importante, tanto a livello comunale quanto a livello provinciale e regionale.

E senz’altro la migliore sintesi di capacità, passione e spirito di abnegazione che distingueva i dirigenti del PCI è rappresentata proprio da Luigi Petroselli, dal suo percorso personale e politico e dallo straordinario patrimonio che ci ha lasciato.

Sarebbe bello se questo anniversario potesse essere l’occasione per tornare a discutere serenamente e seriamente dei partiti. E cioè di quello strumento che serve a rappresentare e promuovere la società per alimentare costantemente la democrazia.

Il Pci insieme alle altre grandi forze popolari italiane, pur dentro limiti e contraddizioni, hanno costruito questo. Quei partiti consentivano ai più umili di diventare classe dirigente attraverso un percorso che era fatto di formazione politica e culturale e di acquisizione di un bagaglio di esperienze senza le quali c’è solo improvvisazione.

Un esempio di questo è stata senz’altro la figura di Emanuele Macaluso che ci ha lasciato due giorni fa e che si avvicinò al Pci per ragioni sociali, vista la povertà della propria famiglia e poi il sindacato, il partito, le lotte furono la sua vera scuola. Forse è anche di questo che si torna ad avvertire l’esigenza.

Sono molti anni che si teorizza come soltanto chi non ha avuto nulla a che vedere con la politica sia più adatto ad amministrare la cosa pubblica perché non abituato o non propenso al compromesso. Ma questo, come era facile prevedere, si è dimostrata un’idea sbagliata che ha impoverito il tessuto democratico, il dibattito pubblico e la stessa qualità delle decisioni.

Le democrazie più avanzate e mature si organizzano e si reggono sui partiti. Più i partiti sono trasparenti e capaci di rappresentare le grandi domande della società più rendono forte la democrazia. Non è davvero questione di nostalgia.

Semmai è l’auspicio che le celebrazioni dei 100 anni dalla nascita del Pci offrano uno spunto e un contributo per riflettere sul presente e sul futuro della sinistra, dell’Italia e dell’Europa in un passaggio storico inedito come questo in cui la pandemia obbliga a ripensare priorità e strumenti dell’agire politico. E’ il tempo di una nuova prova che va affrontata con coraggio e lungimiranza.

Alessandro Mazzoli
Partito democratico
Articolo scritto e pubblicato su Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564

 

 

 

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Emergenza lavoro oggi e dopo il 31 marzo 2021

Lotte e Vertenze 

”la nuova comunità si ricostruisce attraverso la partecipazione”

di Donato Galeone 
Ricostruire un territorio depauperatoCon il “Sindacato protagonista tanto nei territori quanto per il Paese”, Ivano Alteri, concludeva uno dei suoi recenti articoli, dopo aver elaborato con me ed altri l' APPELLO rivolto nei giorni scorsi alle rappresentanze politiche e sindacali provinciali.
Nadia De Gasperis scrive e condivide che il “territorio e il suo ambiente va conosciuto come spazio di vita naturale e sociale, vissuta con la consapevolezza del quotidiano per essere parte di una comunità locale e globale” mentre Alessandro Mazzoli sottolinea che assume importanza “il pensare un vero e proprio sistema territoriale per esaltare l'esistente e immaginare nuove vie di sviluppo condiviso, recuperando un protagonismo dal basso che è una delle chiavi fondamentali per reagire e per cambiare”.
E da Cassino, l'Associazione Bene Comune, rappresentata da Luigi Di Marco Presidente e da Ernesto Cossuto Segretario, nel condividere i contenuti del documento APPELLO, conferma che il “territorio abbia bisogno di robusti piani di investimento pubblico volti a ristrutturare il mondo del lavoro e le infrastrutture tradizionali oltre a creare quelle tecnologicamente nuove nel rispetto della green economy, che deve essere l'obiettivo cui tendere per sviluppare una nuova stagione del rilancio e della crescita economica”.

In un recente confronto (13.11.2020) tra Landini, Segretario CGIL e il prete romano di strada in Trastevere Don Zuppi - eletto Vescovo e poi nominato Cardinale Arcivescovo di Bologna - ha affermato che “il Sindacato esiste perché le persone per vivere hanno bisogno di lavoro e decidono di mettersi insieme. Per poterlo fare devono fidarsi l'uno dell'altro e avere il diritto di poterlo fare”. Ha sottolineato, esemplificando, che “se non vuoi bene alle persone che rappresenti non puoi neanche fare il sindacalista”. Il Cardinale riferendosi a Papa Francesco e richiamandosi alla “fraternità e solidarietà” ha concluso con queste semplici parole: ”la nuova comunità si ricostruisce attraverso la partecipazione”.

Ecco, quindi, non solo il “Sindacato protagonista”, ma riconoscendo al Sindacato la sua natura innovativa e solidaristica, appare necessaria la “partecipazione” sulle condivise progettualità praticabili a breve, medio e lungo termine orientate verso i processi di cambiamento sia per “scegliere una prospettiva esistenziale di sviluppo umano” che sul come fronteggiare uno specifico momento epocale sociale e politico dalle dimensioni non solo nazionali.
Sappiamo che il Sindacato dei lavoratori, sempre, esalta e sottolinea la importanza delle interdipendenze e della responsabilità che ne derivano in ogni fase di cambiamento per combattere, innanzitutto, la disoccupazione in crescita, la immigrazione e migrazioni in percorsi di vita che non sono omogenei e che contengono problemi difficili e complessi.
Ecco, allora, le grandi sfide che richiedono una “cultura innovativa e creativa” nella proposta sociale, politica e sindacale per essere - insieme - protagonisti con il pensare e l'agire nella società in rapida trasformazione.

Il Sindacato “è uno tra e dei corpi intermedi di una società democratica” che, in momenti economici e sociali difficili, con le sue azioni propositive, ha gradualmente conquistato diritti civili, contribuendo sia nel dare vita alle forme più evolute di democrazia che nello sviluppo della economia, tanto nella promozione dei redditi individuali e collettivi quanto ad un minimo loro sostegno, in fasi transitorie, di mancato lavoro.

In fasi cicliche di crisi occupazionali e di ridotti redditi che persistono di lunga durata nel basso Lazio con l'esteso declino socioeconomico territoriale provinciale nei suoi 91 Comuni, che viene riconosciuto sia quale “area di crisi complessa” ( 37 Comuni nel frusinate tra Frosinone-Anagni e 9 Comuni in area romana) e sia quale “area di crisi non complessa” (54 Comuni di sistema locale lavoro tra Cassino e Sora). La Platea di Landini 350 min

Anche l'annunciata proposta di riconoscimento del sistema territoriale lavoro di Cassino e Comuni limitrofi quale “area di crisi complessa” - come già nel 2013 venne riconosciuto il territorio di Frosinone e Anagni - coinvolgerà la multinazionale FCA con il comparto auto e indotto metalmeccanico, arrancante da anni, tra lavoro ridotto (oltre 9.000 posti in meno) e lavoro incerto sostenuto da casse integrazioni che hanno prodotto uno stato sociale dimagrato e molto poca serenità tra le famiglie.
Cosi come è da rilevare che le realtà territoriali già definite “aree complesse o non complesse di crisi” sono, di fatto, strumenti normativi di difesa sociale mirati tanto verso il sostegno dei redditi ai lavoratori - spesso ritardati - quanto deboli nella previsionale promozione incentivante degli investimenti produttivi e, quindi, risultano quasi nulle verso la ripresa dell'economia locale e la ricollocazione dei lavoratori.

Dai primi mesi inizio 2020 con le casse integrazioni fino al blocco dei licenziamenti al 31 marzo 2021 - proposte e accolte dal Governo per emergenza Covid - non sono altro che la confermata continuità di difesa necessaria dovuta per la sopravvivenza di milioni di lavoratori e loro famiglie.
Se è assolutamente condivisione primaria combattere l'invisibile nemico coronavirus mondiale che colpisce la nostra salute e che “dobbiamo fare ricorso alle nostre capacità e al nostro senso di responsabilità per creare convergenze e collaborazioni” - richiamate ai Sindaci in Assemblea ANCI anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - appare altrettanto e contestualmente indilazionabile quanto immediato - oltre la manovra del Governo e l'approvazione in Parlamento del Bilancio dello Stato 2021 - che si debba parlare e discutere di un “progetto per il nostro Paese”.

Essenzialmente, sul come organizzare e utilizzare - per la crescita, lo sviluppo e il lavoro - le risorse europee, congiunte alla riforma degli ammortizzatori sociali e agli investimenti di sostegno sufficienti nelle strutture dei “servizi per l'impiego” e verso le politiche attive formative e qualificate per la collocazione di giovani e meno giovani nei posti di lavoro.
Ma quelle risorse europee annunciate che riceverà il nostro Paese, quale massiccio intervento economico e politico, richiederanno severità nell'utilizzo mediante accompagnamento dei singoli progetti mirati verso obiettivi specifici di “protezione e rilancio dell'economia italiana”. (Recovery Fund o Next Generation EU pari a 750 miliardi di euro di cui 390 miliardi a fondo perduto e 360 miliardi in prestiti con sconti agevolati da definire sulla base del PIL (prodotto interno lordo) del nostro Paese. I soldi prestati saranno recuperati attraverso l'emissione di debito garantito dalla Unione Europea e si prevede che arriveranno nel primo trimestre del 2021).

Ecco che, dal richiamato massiccio intervento economico e politico da quando si è costituita la Unione Europea, abbiamo ritenuto lanciare un APPELLO alle forze politiche sociali e sindacali territoriali di “prendere con urgenza ogni iniziativa utile per il coinvolgimento delle comunità territoriali in vista della imminenti trattative nazionali per l'allocazione delle risorse ottenute dall'Europa per fronteggiare le tragiche implicazioni della pandemia Covid 19”.

Mi permetto, oltre i miei sintetici richiami, di valutare attualissima quanto coincidente col nostro APPELLO di coerente aggregazione sociale e politica, anche e non ultimo, l'orientamento del Segretario Generale della Cisl, Enrico Capuano - pubblicato dalla stampa locale (14 ottobre 2020) nel sottolineare che: “resta il lavoro la vera emergenza e che i finanziamenti del Recovery Fund sono sicuramente una straordinaria opportunità per l'Italia e anche per la Provincia di Frosinone e c'è bisogno di progetti, coordinati e dettagliati”.

Capuano informava, peraltro, di avere richiesto un “tavolo provinciale da riservare a tutti gli attori locali e che finora l'unica risposta è stata il silenzio” Il Segretario della CISL concludeva ragionevolmente: “Beh, noi in silenzio non rimarremo. Necessaria una riposta corale della intera Provincia di Frosinone”.

 

 

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4 ottobre 2020: da S. Francesco all'oggi

A proposito della 3ª Enciclica di Papa Francesco

Papa Francesco un esempio da cui imparare

di Ignazio Mazzoli
papafrancesco 350 260Mirabile come Papa Francesco ha celebrato il 4 ottobre nel nome di Francesco d’Assisi, con l’Enciclica “Fratelli tutti del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l'amicizia sociale”.

La terza Enciclica di questo Papa, in otto capitoli e 94 pagine, risponde pienamente all’intendimento dell’autore, nella forma e nei contenuti. «Questo Santo (…) che mi ha ispirato a scrivere l’Enciclica Laudato si’, nuovamente mi motiva a dedicare questa nuova Enciclica alla fraternità e all’amicizia sociale».

Il “dialogo” è lo strumento principe della comunicazione. Incoraggiato da un episodio di Francesco d'Assisi “quando visitò il Sultano Malik-al-Kamil in Egitto” in un momento segnato dalle crociate il Papa, nella stagione della pandemia del Covid 19, ci fa sapere che la elaborazione della terza enciclica raccoglie «molti interventi (…) se nella redazione della Laudato si’ ho avuto una fonte di ispirazione nel mio fratello Bartolomeo, il Patriarca ortodosso che ha proposto con molta forza la cura del creato, in questo caso mi sono sentito stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, con il quale mi sono incontrato ad Abu Dhabi per ricordare che Dio "ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro"». Precisa che non è diplomazia, ma un impegno congiunto, come più volte nel testo confermerà.

È un potente messaggio che spinge a incontrarsi e che si rafforza nell’appello finale, quando ci informa «che ha raccolto ispirazione anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri.»
In questa scelta esemplare di metodo, attuata in un momento così difficile per l’umanità tutta, Papa Francesco ascoltando e conversando matura l’Enciclica e la rivolge ovunque: «Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà».

Attinge a piene mani dai Vangeli e dalla sua cultura cristiana e svolge, però, analisi e proposte che si legano oltre ogni riferimento ideologico o di fede in una logica conseguente di concretezze di vita. Non ne fa propaganda, ma constatazioni che sono sotto il titolo “Asettica descrizione della realtà”.

Ci passaggi che voglio assolutamente richiamare e non dimenticare.
«Ma la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi (…).crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali.»

«Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare (…) si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare (…) Non si accoglie la loro parte di verità, i loro valori, e in questo modo la società si impoverisce e si riduce alla prepotenza del più forte.»
«Si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”…»

Qui si parla di politica e Papa Bergoglio lo fa da maestro
Pare di poter dire che traduce in pratica, per operare nella società, i propri convincimenti cristiani. E, così vengono diretti anche ai non cristiani.

Ed ecco il più universale dei messaggi. «Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze. Questo è il miglior aiuto per un povero, la via migliore verso un’esistenza dignitosa (…) e aggiunge «ricordo che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Qui grande sintonia con l’articolo 41 della nostra Costituzione. «Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti».
Qui è terribile. Ecco,  sembra l’Arcangelo Gabriele con la spada in pugno, com’è in certe raffigurazioni pittoriche.

Per ora mi fermo qui anche se c’è tanto, moltissimo in questa Enciclica come contributo a delineare osservatore romano minun mondo migliore. Mi preme cogliere una domanda latente, ma sempre presente e sicuramente già espressa.

Perché la chiesa ha duemila anni e ancora resiste?
Sicuramente più di un motivo giustifica questa longevità, ma a me interessa mettere in assoluta evidenza questo lavoro di Papa Bergoglio che è una qualità della chiesa e dell’uomo che oggi la governa: la voglia di rinnovarsi sapendo leggere nella società, nell’umanità tutta.

Mi persuado sempre di più che l’analisi dei comportamenti e dei risultati di determinate azioni non vada identificata semplicemente con l’idea, ma va esaminata per quella che è criticando opportunamente i limiti, i difetti che ha e i danni che produce. Altrimenti buttiamo l’acqua sporca con il bambino.
Perciò. L’idea è una cosa, l’organizzazione che la diffonde è altra cosa con regole e discipline interne che almeno per ora non sono eliminabili, ma certamente modificabili e migliorabili. Se si vuole.

Mi è capitato di leggere «gli uni al cospetto della Chiesa e del Cristianesimo e gli altri al cospetto del marxismo e della storia» - questa relazione mi pare impropria.
Se si parla di Cristianesimo e/o di socialismo, si parla di idee e indirizzi.
Se si parla di chiesa si deve specularmente parlare di partiti: gli strumenti del proselitismo e dell’organizzazione vanno valutati in rapporto all'ispirazione: quanto sono fedeli a questa?

Papa Francesco sta lavorando perché la sua organizzazione, la chiesa, sia il più possibile testimonianza operativa dei suoi convincimenti religiosi a cui si dovrebbe ispirare. Più volte, nel suo testo, richiama a questo intendimento il suo popolo.

Quanto di questo fanno gli strumenti organizzativi della politica di sinistra perché aderisca alle sue ispirazioni e aspirazioni?
Tanti partiti, in conflitto fra di loro, senza una reale vita democratica interna, privi di ogni quotidiana capacità operativa nella società. Una sinistra astratta, non meglio identificata. Quali sono queste organizzazioni, con nome e cognome, che ad essa dicono di richiamarsi?

Credo che si attaglia a loro questo giudizio di Papa Francesco: «La politica così non è più una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace».

“Mille” sinistre si parlano addosso. Devono, anch’esse, riscoprire i bisogni e la loro soddisfazione in termini di soluzioni politiche.

Tiriamo una linea papa al parlamento 2014 11 25 350 260e ripartiamo dai bisogni dei più deboli, dalle ingiustizie, dalle enormi aree del disagio nel mondo, dai diritti conculcati.

Primo, recuperare credibilità sapendo rintracciare le cause e chi sono i responsabili di questo mondo così diseguale. Chi sa di dover è parlare alle intelligenze e ai cuori sa anche che la sua prima dote deve essere la credibilità. Senza di questa neppure il più straordinario progetto vale più di un soldo bucato. Dev avere anche coraggio di condannare i comportamenti errati dei propri rappresentanti.

Riforme che hanno colpito i più deboli e i più indifesi come il Jobs Act, i soldi tolti alla sanità pubblica che hanno reso difficilissima la lotta alla pandemia, la mancanza di finanziamento e di rinnovo della scuola pubblica tanto per citare i danni più gravi arrecati all’Italia sono alla base della sfiducia.

Manca chi parli con le persone, sappia ascoltare e tradurre in risposte concrete le “domande”. Questo è stare con i cittadini e significa anche stare con gli ultimi. C’è bisogno oggi di un partito che sappia leggere la realtà, ascoltarla e guidare il Paese verso il nuovo. Si può fare. Abbiamo una cultura che si è formata nei secoli, da Machiavelli a Gramsci, passando per Cavour, fino a Don Sturzo, De Gasperi e Togliatti, Pertini e Berlinguer.

Il cittadino spesso lamenta un personale politico non solo culturalmente e politicamente inadeguato, ma non credibile, formato piuttosto da furbastri maneggioni interessati agli affari personali. Contribuiamo a cambiarlo.
Per finire, ancora un prestito da Papa Francesco: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» Pratichiamo questa arte.

 

 

 

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Un messaggio di presenza per l’oggi e di speranza per il futuro

Comunicato

Siamo all’inizio di un percorso che ci auguriamo il più lungo e proficuo possibile

Ceccanoasinistra 350 minLe elezioni comunali del 20 e 21 settembre si sono concluse con la vittoria al primo turno della coalizione di centro destra e la conferma del Sindaco uscente (e sfiduciato) Caligiore.

Un risultato che chiaramente non auspicavamo e che riteniamo fortemente negativo per le caratteristiche della coalizione vincitrice dominata dalla destra più conservatrice e reazionaria; ci sono tutti i presupposti per essere seriamente preoccupati per il futuro del dibattito politico nella nostra città.
Questo risultato è stato anche aiutato dalla campagna elettorale del candidato Corsi che in questi mesi non ha mai attaccato Caligiore e non ha mai spiegato le ragioni della sua fuoriuscita dalla maggioranza, consentendo così al centro-destra di presentarsi come vittima di una congiura di palazzo, di fatto spianando la strada alla più facile delle propagande.

Inoltre la presenza di ben 14 liste nelle coalizioni Corsi e Caligiore ha favorito un elettoralismo esasperato, con una pletora di candidati inutili, finalizzati ad eleggere come sempre i soliti noti, “politici di professione”, che ogni volta si presentano come il nuovo ed in realtà sono sempre gli stessi, siano essi dirigenti di partito o capi di “liste civiche”.

Alla luce di quanto appena scritto il risultato della candidata Emanuela Piroli e della sua coalizione appare straordinario, gli oltre 2000 voti delle liste e gli oltre 3000 alla candidata costruiti in appena sei mesi dalla sua scesa in campo esprimono una forza non scontata, essi sono la rappresentazione della parte politica pulita ed innovatrice della città.
La sua candidatura e le liste che l’hanno supportata rappresentano una proposta ed un desiderio di cambiamento e rinnovamento, caratterizzandosi indubbiamente come democratici, progressisti, ecologisti e fortemente ancorati ai valori della sinistra storica e non.
Dentro questa alleanza, la lista di ”Ceccano a Sinistra”, come abbiamo già scritto non è solo un’alleanza elettorale ma è una proposta politica che facciamo alla città e che adesso è soltanto all’inizio di un percorso che ci auguriamo il più lungo e proficuo possibile.

Ringraziamo tutti i nostri elettori, le candidate e i candidati e tutti quelli che semplicemente ci hanno aiutato in questa avventura, che è stata divertente, esaltante, faticosa ma soprattutto ha fatto rinascere in tanti di noi la voglia di rifare politica, di impegnarsi per qualcosa che non sia soltanto un tornaconto personale.
Il risultato della nostra lista è importantissimo, è un messaggio di presenza per l’oggi e di speranza per il futuro, un investimento di idealità e di lotta per le donne e gli uomini di Ceccano .

Ceccano a Sinistra

 

 

 

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Ceccano: "La vera e unica alternativa, oggi.."

Ceccano voto 2020 - Commenti

...all'inizio sembrava a pochi un'idea giusta e vincente, oggi è per tutti la vera alternativa alla destra. Commento al voto di Italia Viva Ceccano

Grazie dottoressa Piroli,
ITALIAVIVA simbolo 350 mingrazie perché, se quella che all'inizio sembrava solo a pochi un'idea giusta e vincente, rappresenta oggi unanimemente la vera alternativa alla maggioranza di destra, è solo grazie al tuo impegno, al tuo coraggio e al tuo sorriso, che sempre ci ha accompagnato in questi mesi di campagna elettorale.

Questa campagna elettorale è stata molto particolare. Iniziata a gennaio e durata ben 9 mesi, con un risultato che sinceramente non ci aspettavamo. La vittoria con questi numeri dell'ex sindaco Caligiore non era preventivabile e, per questo, i nostri complimenti a lui e alla sua coalizione sono d'obbligo. Speriamo, però, che questa maggioranza gli dia la forza di fare quello che non ha fatto nei primi cinque anni di amministrazione. Lo speriamo per Ceccano.
Purtroppo si conferma ancora una volta che le unioni elettorali, basate sui numeri e non sulle idee non sono funzionali al risultato. Quando non c'è chiarezza nei programmi, negli schieramenti e nella collocazione, gli elettori tendono a non concedere fiducia; quella fiducia che la dottoressa Piroli ha guadagnato ben oltre la propria coalizione, con un risultato personale notevole.

Italia Viva Ceccano, nata nel pieno della campagna elettorale, ha volutamente mantenuto un ruolo di secondo piano, lasciando spazio a chi dall'inizio ha supportato la coalizione ed ha svolto larga parte del lavoro che si accompagna alla realizzazione della campagna elettorale, coscienti anche della piccola forza da noi rappresentata. Abbiamo voluto però partecipare con tenacia, ed una menzione particolare la vogliamo riservare ai nostri tesserati, candidati nella lista Cives; ad Alessandra Anelli, Valentino Bettinelli e a Giulio Pizzuti che, ognuno a suo modo, hanno aiutato la coalizione a crescere e ad ottenere il buon risultato raggiunto.

Eravamo coscienti dall'inizio che queste elezioni sarebbero state molto difficili, e che avrebbero rappresentato solo Valentina Calcagniil primo passo di un cammino ben più lungo, e di conseguenza difficoltoso. Un cammino che durerà anni e sarà complicato dagli eventi che nel corso del tempo si verificheranno. Abbiamo, però, avuto la conferma di aver trovato dei compagni di viaggio estremamente validi. Donne e uomini, ancor prima che esponenti politici; persone serie, coraggiose e preparate, con le quali sarà un piacere continuare a fare politica per il bene della nostra comunità.

Ci prepariamo, adesso, ad affrontare una consiliatura di opposizione, e la faremo nel modo più duro e leale possibile, in supporto alla Dottoressa Piroli e al Dottor Querqui, che ci rappresenteranno in consiglio comunale. Faremo opposizione senza disperdere la passione che più di 3000 elettori ci hanno regalato, convinti che, con la pazienza e il dialogo, si potranno presentare occasioni di confronto con tutti quelli che hanno davvero a cuore Ceccano.

Il coraggio di cambiare c'è ancora e, se possibile, è ancora più forte!

 

Italia Viva Ceccano

 

 

 

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Frusinate: ieri nel 960/70 e oggi

Donato Galeone in dialogo con l'articolo di Franco Di Giorgio

Abbiamo l’impressione che la Rubrica di unoetre.it “Storie del Frusinate “ abbia avuto una buona partenza. Non abbiamo ricevuto e pubblicato solo pezzi di storia con una propria autonomia cittadina ma anche, con grande soddisfazione, questo intervento di Donato Galeone, già dirigente della CISL di Frosinone, che mantiene e sviluppa l’attenzione sulle considerazioni poste precedentemente da Franco Di Giorgio, riguardanti lo stato dell’economia della nostra provincia negli anni 70, offrendo così ai nostri lettori i connotati di una vero, positivo confronto. (Angelino Loffredi)

 

frosinone fotodepoca venerdì 22 aprile 1960Visita di Nino Manfredi a Pastena mindi Donato Galeone - Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio e Segretario del DP ha dichiarato di: "non sprecare l'occasione proveniente dai 270 miliardi di euro (di cui 100 a fondo perduto) concessi dall'Europa che daranno fondamento alla strada dove camminerà il futuro”.

Ottobre 1976: Le crisi aziendali si moltiplicano e si perde il lavoro
(da IL TEMPO del 15 e 17 ottobre 1976 e da www.unoetre.it del 20 luglio 2013)

Con la moltiplicazione delle aziende in crisi non solo la DC perdeva consensi il 20 giugno 1976 ma neppure altri Partiti sostengono l'azione dei Sindacati che denunciavano giorno dopo giorno la perdita di posti di lavoro a centinaia ed era assente anche la nuova Giunta Regionale Lazio eletta nel 1975.

Il Governo, guidato da Giulio Andreotti, tentava di rilanciare l'economia nazionale ma emergeva sempre di più nel Paese e nella nostra Provincia, sia tra gli operatori economici che nel movimento sindacale e nelle istituzione locali su «come gestire la ripresa economica in assenza di una politica industriale ”oltre agli scarsi indirizzi e modalità su come, conseguentemente, avviare le “ristrutturazioni e le riconversioni produttive”.  Il giornale quotidiano “IL TEMPO” - cronaca di Frosinone - rendeva pubblica una mia lunga intervista nei giorni 15 e 17 ottobre 1976: “entravo nel merito della crisi del lavoro, la riconversione industriale e la ripresa economica».

All'ampia domanda della “ripresa economica e la sua gestione, così come sulla riconversione produttiva e la ristrutturazione industriale” emergeva necessaria quanto urgente una svolta qualificante del nostro sistema economico sostenuto da un indirizzo di programma economico e sociale del Governo che mancava, allora, e risulta assente assente oggi.
Fu questa la mia prima risposta di contesto generale ed aggiunsi che alla domanda politica si integrava l'impegno delle parti sociali – se volevano contare nella società democratica – per favorire e poi verificare l'indirizzo di programma economico di Governo, esercitando un loro specifico ruolo autonomo che poteva essere anche più determinato per avviare una “democratizzazione dell'economia” con la partecipazione dei lavoratori nelle imprese annunciata più volte a solo parole.

Alla domanda sul come intervenire per la ripresa produttiva del basso Lazio, tanto nelle nostre aree quanto nei nuclei in declino industriale - quali potevano essere i livelli politici ed operativi - rispondevo che era mia convinzione, per essere vincente la politica economica del Governo, il concordare quale versione dare alla riconversione degli apparati produttivi nel contesto di una politica industriale, competitiva nel suo complesso, entro cui indirizzare e guidare il programmato sviluppo economico.
Si trattava di tenere presente la reale faccia del nostro Paese, del basso Lazio e della Provincia di Frosinone, congiuntamente, al notevole sottosviluppo del Mezzogiorno e delle aree depresse del Centro e Nord, non valutando residuale il settore agricolo-forestale, essenzialmente, per l'utilizzo delle sue fonti energetiche rinnovabili.

Condividere ragionevolmente, quindi, per dare contenuti alle parole una volta delineati gli obiettivi che si intendevano gradualmente raggiungere attorno a proposte verificate se praticabili in tempi certi.
Tempi favoriti, peraltro, dall'utilizzo mirato e coordinato dei mezzi finanziari incentivanti le ristrutturazioni aziendali o le riconversioni produttive, auspicando momenti unitari, partendo dai luoghi di lavoro e dai settori produttivi del basso Lazio, quale “luogo economico” che realizzava e realizza le interdipendenze e il riequilibrio tra gli stessi settori produttivi ( industria, agricoltura e servizi nella dimensione provinciale e regionale).

Alla domanda non localistica ma del “territorio luogo economico di sviluppo” aggiungevo che il territorio - nella sua realtà comprensoriale regionale e provinciale – era ed è la dimensione di livello politico e operativo più valido, capace di correggere localismi e invertire, se necessario, una debole ripresa finalizzata a se stessa che, spesso, non concedeva e nè promuove un forte sviluppo economico riequilibrato e neppure assicura lavoro vero, non precario, anche in quelle imprese da ristrutturare o da riconvertire.

In concreto sostenevo che tutti i comportamenti territoriali sono più visibili – toccando con mano – i livelli della occupazione e attivando una mobilità occupazionale che favorirebbe, anche, il contenimento delle risorse di cassa integrazione, mediante la ripresa del lavoro e in misura maggiore in quei settori indotti della grande industria entro cui si contano perdite di posti di lavoro e continui ingressi di persone nella povertà delle famiglie, con il cessare del sostegno al reddito.

Alla domanda conclusiva “sull'utilizzo dei mezzi finanziari” per rilanciare le aziende in crisi e in corso di chiusura o di altre attività produttive che annunciavano riduzioni o licenziamenti di lavoratori la mia riposta – pur soggettiva e lontana nel tempo, oltre 40 anni, non era e non è cambiata sui sistematici ritardi di Governo verso le scelte di politiche economiche o meglio verso quei Governi che non riescivano e non ancora a definiscono un condiviso orientamento di “politica industriale” per settori produttivi.

Il mio riferimento era ed è rivolto a tutte quelle aziende che, profittando dell'intervento pubblico, avevano promosso l'attività industriale più sulla spinta di un favorevole momento import ed export, mistificando l'iniziativa o giustificandola formalmente con un rilancio produttivo settoriale a livello nazionale - collegata alla domanda estera - ma aggiungendo e sottolineando che quelle aziende, fuori da un quadro nazionale e internazionale di riferimento, potevano avere una ripresa produttiva ma molto limitata.

Pensavo e continuo a ritenere che, in ogni caso, si dovrà contrastare - con il massimo rigore - la facile propensione al “salvataggio di incapaci imprenditori” ma capaci speculatori di denaro pubblico oltre che esportatori di prodotti industriali, congiunti, alla grande evasione ed elusione fiscale o tributaria delle quali se ne evidenzia, ancora, la vergogna italiana tra i Paesi europei.

Concludevo la mia intervista sul “corretto utilizzo del pubblico denaro” ritenendo ragionevole e giusto 'condizionare e proporzionare' ogni intervento agevolato o garantito dallo Stato - all'impresa richiedente - se mira alla ripresa programmata dell'economia mediante“ piani industriali di investimenti produttivi”che salvaguardino la salute nei territori e luoghi di lavoro, con equità retributiva contrattata e partecipata.

 

 

 

 

 

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