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Ora, ritrovare il Lavoro e pensare a tutti i disoccupati di oggi e domani

Il lavoro prima di tuttoIgnazio Mazzoli - Attenti e concentrati, ma sereni. Proprio il comportamento di chi non vuole perdere una parola delle informazioni che ha atteso da tanto tempo. Per capirle e verificarle, anche.
Sono i disoccupati e in particolare quelli organizzati in Vertenza Frusinate Disoccupati Uniti ad affollare la saletta della Cisl in Via Marco Tullio Cicerone. 70 a Frosinone, che ospita la conferenza stampa di Cgil, Cisl, Uil e Ugl convocata a tambur battente ieri pomeriggio dopo la firma alla Regione Lazio dell’Accordo Quadro Ammorizzatori Sociali per l’Area di Crisi Complessa.
E’ presente una nutrita rappresentanza degli organi di stampa e d’informazione come nelle grandi occasioni. Notiamo anche la Consigliera regionale Daniela Bianchi.
Questo incontro deve essere proprio importante. Enrico Coppotelli, segretario generale della Cisl lo rende subito evidente: «ieri, con la Regione Lazio, abbiamo firmato il primo accordo in Italia, unico nel suo genere, che si regge sulla saldatura di politiche passive (di sostegno al reddito) a quelle attive per la ricollocazione al lavoro di chi l’ha perso, in questo caso attraverso tirocini extracurriculari. Ha un valore nazionale.»

La novità non è di poco conto visto che sulla contrapposizione fra le “due politiche” si è retta l’incomprensione e, addirittura, si è sviluppato il conflitto che rendeva impossibile l’ascolto da parte dell’Istituzione regionale delle sofferenze sociali in cui si trovavano e si trovano i 380.000 disoccupati del Lazio. È certamente un passaggio non di poco conto che apre forse nuove prospettive nella lotta al disagio sociale ed economico, non solo nel Lazio ma forse in Italia come tutti i sindacalisti hanno richiamato.

Sulle facce dei lavoratori e dei sindacalisti si legge anche molto realismo. Gabriele Stamegna dichiara che le misure illustrate oggi sono “terapia intensiva” e Enzo Valente della Ugl rammenta all’interlocutore politico (Consiglio regionale e partiti ndr) «non ci deve vedere come ostili. Occorre ridisegnare un nuovo modello di sviluppo se si vuol far rinascere una nuova amicizia fra territorio e imprese. È urgente proprio in questa area meridionale dove i territori di Frosinone e Latina tardano ancora ad agganciare la ripresa». (Purtroppo non sono in soli in Italia ndr)

L’occhio al domani era d’obbligo, perché, come è stato ripetutamente ricordato, quella annunciata oggi è solo una “boccata d’ossigeno” di 12 mesi, forse 24, ma senza alcuna certezza oggi, anzi è meglio non contarci. Anselmo Briganti della Cgil con molto realismo gela ogni distrazione: “la mobilità finirà”. Non solo, molto correttamente viene ricordato che non tutti saranno beneficiari dai tirocini, solo la firma del “patto di servizio” darà diritto al sostegno. Poi è necessaria l’iniziativa, indispensabile di comuni e imprenditori, da “0 a 1000 dipendenti, per dare senso e concreti risultati ai tirocini extracurriculari”.

 Ora, con determinazione, ritrovare il Lavoro e pensare a tutti i disoccupati di oggi e domani

Di fronte ad una platea smaliziata o meglio, ripetutamente delusa, passa come lieve onda sullo scoglio la sottolineatura che la Regione Lazio “ci ha messo del suo”, perché senza un’anticipazione di 21 milioni si sarebbe dovuta attendere la fine del 2017 per utilizzare le somme utili alla proroga della mobilità. Il mormorio è immediato: «e sai che sforzo, a fine d’anno, fra 5 mesi se li riprende!?!! La Giunta regionale non si smentisce mai.»
Le domande si potranno fare per via telematica attraverso i CAF di appartenenza dopo aver firmato il “patto di servizio” presso il Centro per l’impiego. Ci viene detto che questa pratica superan vecchi metodi “borbonici”. Speriamo che le novità siano anche trasparenti quanto serve.

È chiaro a tutti. È un panino. abbondante certo, ma un panino. Qui bisogna raggiungere le certezze di pranzi e cene per vivere. Briganti, torna su un tema che gli è caro, questo è: «un primo accordo in Italia, coerente e virtuoso. Riguarda una platea enorme. Ora, però, bisogna riprogettare questo territorio perché dopo la stagione della Cassa del Mezzogiorno c’è stato il vuoto progettuale e programmatico. Non solo industrializzazione nel senso più tradizionale del termine, ma saper utilizzare gli strumenti che già esistono: la Legge sui parchi non pensando solo a gestori privati. Programmare un ciclo dei rifiuti che nel riutilizzo trovi molte nuove occasioni di lavoro. Mentre si assicura una sopravvivenza anche per alcuni LSU e si dà un aiuto agli ultrasessantenni per arrivare alla pensione, bisogna immaginare e costruire il futuro anche utilizzando la “Riconversione delle aree produttive in Aree produttive ecologicamente attrezzate (APEA)”. A Cassino ci saranno molte assunzioni.»
Molto bene indicare prospettive anche se da costruire. Intanto entrare in Fca è molto complicato con Marchionne che sfugge a ogni negoziato con le istituzioni e con le quali mai si è incontrato se non per le cerimonie come è già avvenuto in passato con la Regione Lazio e con il Governo. FCA, uno stato nella Stato.
Come sono sembrati lontani, stamattina, gli anni e i mesi dell’ostracismo come in particolare fu il 2015. Sindacati mai presenti alle riunioni del tavolo InterIstituzionale convocato dal Presidente della Provincia Antonio Pompeo e concordato con i disoccupati. L’agosto e il settembre di quell’anno con le promesse d’incontri andate a vuoto fino al quello del 23 settembre in cui la Regione per bocca dell’Assessora Lucia Valente lasciò balenare la possibilità di una proposta di legge per un Reddito minimo mai venuta alla luce. Ora Vertenza Frusinate e alcuni partiti: Sinistra italiana, Possibile, PRC e PCI nelle prossime settimane avvieranno la raccolta di firme per presentare e sostenere la loro proposta d’iniziativa popolare.

 

Recuperato il dialogo con i sindacati si rilancia una nuova dialettica sociale, indispensabile ad affrontare e risolvere le criticità che dalla Giunta Polverini si sono aggiunte a quelle create della maggioranza Zingaretti per il lavoro, la sanità, l’acqua, pubblica e l’ambiente. Il frusinate ne è l’esempio per eccellenza.
Un promemoria ai sindacati. Il 28 maggio a Ceccano fu dichiarato che fra gli impegni prioritari dei sindacati avrebbe dovuto esserci quello verso i disoccupati. Lo affermò il Segretario della Cisl Enrico Coppotelli, nel concludere la cerimonia del cinquantenario dell’assassinio di Luigi Mastrogiacomo, operaio del saponificio Annunziata.
Da qui vogliamo far conoscere una richiesta che viene da questo popolo di senza lavoro: i Sindacati si doteranno di una struttura permanente che organizzi queste genti? La disoccupazione richiede un’attenzione quotidiana e specifica alla ricerca di ogni misura di sopravvivenza perché ormai la mancanza di occupazione lavorativa è cronica. Tutte le statistiche mondiali segnalano questo fenomeno in crescita prodotto dalla tenaglia congiunta dell’automazione avanzante e dalla disoccupazione organica voluta dalle scelte liberiste per tenere bassi i salari.

18 luglio 2017

 
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Che resta oggi della Rivoluzione Francese?

rivoluzione francesedi Daniela Mastracci - 14 luglio 1789 - 14 luglio 2017. Correva l'anno di Liberté, Egalitè, Fraternitè ...
Quando spiego la Rivoluzione Francese faccio sempre un passaggio sul titolo della “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino”, sottolineando che c'è l'Uomo e non, che so, il Francese, e c'è il Cittadino e non , di nuovo, il cittadino francese. E questo mi sembra essere il punto saliente per parlare dell'ampliamento di prospettiva, che la dichiarazione porta con sé, rispetto allo Stato Nazione, rispetto a diritti concepiti all'interno dei suoi angusti confini.


Non pretendo, quando lo racconto ai miei ragazzi, di essere super scientifica, no. Io lo dico con passione umana, a parte la scientificità (semmai fosse possibile) della mia spiegazione. Lo dico credendoci. Perché a me interessa che il messaggio della "fu" Rivoluzione Francese sia vissuto dai ragazzi come un momento in cui la storia nazionale si apre al mondo intero. E mi assumo la responsabilità delle contraddizioni implicite in tale lettura: come ad esempio la schiavitù delle colonie francesi, oppure di quelle inglesi. Ma arrischio le contraddizioni confidando, in verità, che la ragione e il cuore dei ragazzi si apra alla stessa presa di coscienza di una umanità intera, che travalichi gli abitanti di una sola Nazione, e che possa fare delle stesse contraddizioni proprio il momento di frizione che porti alla lotta affinché quella umanità intera sia il loro obiettivo, la loro visione, il loro approccio al mondo: la consapevolezza delle contraddizioni come punto di partenza onde rafforzare l'universalismo del messaggio rivoluzionario di libertà, uguaglianza,fratellanza. E ciò si può studiare anche in seno all'espansione a ovest dei neonati (al tempo della rivoluzione francese, ovviamente) Stati uniti d'America: una corsa che ha significato l'eccidio dei Nativi americani, nonché, anche in quel paese che narrava già di se stesso la democrazia, la schiavitù di Africani condotti là in catene, venduti e acquistati per lavorare nelle loro fiorenti piantagioni.
Sottolineiamo insieme, io e miei studenti, i lati universali di queste contraddizioni, ne vediamo lo sviluppo nel tempo, l'ampliarsi della sfera dei diritti a diritti mondiali, fino ad arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.


Ma ad un certo punto le contraddizioni vengono di nuovo al pettine, in verità mai davvero sciolte nei due secoli e rotti che ci separano dalla Rivoluzione Francese, o dalla Dichiarazione di Indipendenza Americana.
Ecco, il lato universale non pare aver davvero vinto la partita. Oggi dobbiamo cambiare prospettiva e svelare il lato nascosto del presunto sviluppo e ampliamento dei diritti umani. Oggi dobbiamo saper riconoscere che dietro la marcia trionfale dei diritti c'è in verità la mondializzazione del potere economico, piuttosto che politico, che fa del liberalismo dei diritti solo una schermata di superficie, al di sotto della quale troviamo l'esatto contrario dei diritti stessi: troviamo sfruttamento, lavoro poverissimo, nuove schiavitù, bambini, donne e uomini usati e abusati, fatti essere pedine di giochi di guerra e di potere. Troviamo che di diritti ci si riempie la bocca ma poi, proprio quella Francia che l'Occidente vanta come terra di libertà e uguaglianza, sia stata colonizzatrice e tremenda sfruttatrice, la Francia, come la gran parte del cosiddetto mondo libero occidentale. E che adesso chiude i porti, mai aperti in verità, ai migranti detti economici: un distinguo che evidenzia la spregiudicatezza e arroganza di Stati che hanno ridotto alla fame interi popoli e che però non sono disposti ad accoglierli, adesso che migrano in condizioni di totale miseria. Oggi che assistiamo all’innalzamento di muri ovunque, di frontiere invalicabili e presidiate da militari pronti ad usare le armi.


Oggi che l’Europa, terra madre dei diritti, terra che vanta la sua civiltà come più avanzata, è governata da chi induce a stringere la cinghia ai lavoratori, ai pensionati, a tutti coloro che stanno soffrendo l’austerità, ma che dall’altra parte protegge capitali e accumulazioni di ricchezza che ampliano una forbice indegna tra mondo ricco e mondo povero. Insomma dentro queste lacerazioni odierne cosa ci dice oggi il 14 luglio 1789? A mio giudizio ci dice che dobbiamo leggere attraverso, sempre. Dobbiamo cogliere le contraddizioni oggi, senza credere che fatta la rivoluzione allora, noi siamo protetti e immunizzati da modi oltraggiosi rispetto ai diritti, e che non è poi così vero che il lato universale delle contraddizioni di due secoli fa si sia andato sciogliendo realizzandosi, e portandoci fuori da barbarie, razzismo, nazionalismo, xenofobia. Dovremmo saperci dire che sta ancora a noi operare in questa direzione, perché essa non si è compiuta affatto. E dovremmo uscire fuori da narrazioni che, al contrario, vorrebbero farci credere che la storia è finita, perché si è compiuta la sua grande conquista della libertà. Dovremmo prendere coscienza che la lotta sta a noi, oggi. E non soltanto per i diritti civili, ma anche, e direi soprattutto, per i diritti sociali: anche perché l'ampliamento fittizio di quelli civili ha nascosto una vera e propria inversione di tendenza rispetto a quelli sociali; il liberalismo e il neoliberismo hanno fermato la spinta propulsiva delle conquiste sociali, per poi riprendere terreno ed eroderle, viste come freni verso cui liberalismo-liberismo sentivano e sentono una feroce insofferenza. Allora se le date devono significare qualcosa, che significhino questo: consapevolezza che la lotta non finisce mai, che mai dobbiamo considerarci al sicuro. Forse anche la consapevolezza che lottare sta intanto nel Resistere al "nuovo che avanza", a domandarsi cosa mai voglia dire ed essere quel "nuovo", difendere le conquiste, esigerne ancora di ulteriori, anziché accomodarci su uno stile di vita che vorrebbe già tutto compiuto per sempre. Distrarsi? qualche volta, non sempre. Resistere? Sempre

 
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Papa Francesco, il Lavoro e la Cisl

papa francesco 350 260 29giu17di Donato Galeone - La Cisl e Papa Francesco oggi a Roma.

“....la vita sociale e la persona fiorisce nel lavoro che è una forma di amore civile, un amore vero, autentico che ci fa vivere e porta avanti il mondo”.

Sono le parole di Papa Francesco rivolte ai Delegati della CISL all'udienza di questa mattina, richiamandosi al tema del XVIII Congresso della CISL “per la persona e per il lavoro” che inizia oggi a Roma.

Queste due parole “PERSONA E LAVORO” sono state approfondite in questi ultimi mesi, tra gli oltre 4 milioni di associati alla CISL – SINDACATO DEI LAVORATORI - fondato 67 anni da Giulio Pastore, sulla base di valori universali della dignità della “persona e del lavoro” che sono valori cristiani universali di uguaglianza e, pertanto, di inclusione sociale unitaria che Papa Francesco ha voluto sottolineare dicendo che “persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme, perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, diciamo qualcosa di parziale e di incompleto.

Papa Francesco ha confermato, inequivocabilmente, che : “la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore e lavoratrice”.

Un riconoscimento, chiaro, al Sindacato dei lavoratori che per essere un ”buon sindacato deve rinascere ogni giorno nelle periferie per trasformare le pietre scartate dell'economia in pietre angolari”.

Una similitudine che deve caratterizzare la natura e la finalità di un sindacato: “bella parola – dice il Papa - che proviene dal greco “dike”, cioè, GIUSTIZIA e”syn” INSIEME agli esclusi di oggi” che sono i lavoratori in mobilità, i disoccupati.

Mi permetto aggiungere che sono quelle - pietre scartate - quelle persone da sostenere con un “reddito di inclusione sociale” che è “patto per il lavoro” contestuale alla riduzione delle ore di lavoro per favorire la creazione di lavoro e non solo per gli effetti delle innovazioni tecnologiche.

“Il l capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del Sindacato – dice il Papa – perché la bella parola di “GIUSTIZIAINSIEME”- tra persone che già lavorano, tra chi perde il lavoro e tra quel 40% di giovani da 25 anni in giù che attendono lavoro “ha dimenticato la natura sociale dell'economia e dell'impresa”.

E l'incontro con Papa Francesco dei mille delegati della CISL ha richiamato il “LAVORO” quale fondamento essenziale della realizzazione di ognuno di noi, quale valore economico e fonte principale per soddisfare i nostri bisogni oltre che valore sociale con il quale contribuire a cumulare il “bene comune”.

Il “LAVORO” - oggi - assunto da un capitalismo che dimentica la natura sociale dell'economia e dell'impresa - richiamata dal Papa – ha introdotto anche nuove forme: flessibilità e precarietà, lavoro flessibile, lavoro precario in costante aumento nella dimensione europea, contrapposto al lavoro a tempo indeterminato o anche variabile a tempo determinato, congiunto alla opportunità - si dice – di cambiare lavoro nel corso della vita.

E nel contempo si constata, anche, la ridotta “crescita dei salari e degli stipendi” giustificandola con la crisi che proibisce la crescita del potere di acquistcisl bandierao dei salari.

Penso che il XXVIII Congresso della CISL e i loro delegati accolti oggi da Papa Francesco possono ricordare che, quando non si era in crisi, l'Eurostat indicava: fatta 100 la retribuzione reale media di un lavoratore a tempo pieno nel 1995, nel 2006, l'indice aveva raggiunto il valore di 101,5, anche se nel frattempo l'indice del reddito lordo prodotto dall'economia era passato da 100 a 118,3.
Il risultato,quindi, era ed è 'evidente: il lavoratore a tempo indeterminato, non toccato dalla crescita del lavoro flessibile guadagna - oggi - in termini reali reali più o meno quello che guadagnava nel 1995 (L.Tronti in Isril del 13.4.2017)

E alla domanda, conseguente, sul perché in Italia non crescono le retribuzioni, la risposta coinvolge il vigente modello contrattuale nazionale che è proprio demandato al prioritario “mestiere del sindacato” e della CISL, sostenitrice sin dal 1953, del decentramento della contrattazione collettiva ai livelli territoriali e aziendali che, ancora, si estende in appena il 30% dei lavoratori dipendenti delle imprese e con una modesta crescita salariale, mentre il restante 70% delle imprese private resta ancorato al modello contrattuale del 1993.

Tornando a Papa Francesco sia sulla funzione sociale dell'economia e dell'impresa, prevista anche dalla nostra Costituzione e sia su quanto si sostiene a gran voce (i datori di lavoro e non tutti): che in situazioni di crisi le retribuzioni non possono aumentare perché non si può distribuire ricchezza se non la si è creata (ritengo, peraltro, che i compensi orari dei lavori occasionali dovrebbero avere un costo complessivo maggiore) - ebbene - concordo con L. Tronti che è vero proprio il contrario: la ricchezza non si crea perché i salari sono bloccati o i trattamenti pensionistici sono bassi, anzi, i salari bloccati e le pensioni al minimo di sopravvivenza - lo dovremmo sapere tutti - fanno fallire le imprese e bloccano gli investimenti (ben pochi investono in un paese che non cresce).

Si tratta, quindi, di rilanciare e definire con la CISL una “politica salariale e del lavoro che cambia” e che richieda la crescita delle retribuzioni reali nella misura della “produttività del lavoro” collegato alla evoluzione tecnologica, secondo “partecipati obiettivi di sviluppo”.

Roma, 28 giugno 2017

 
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25 aprile, oggi

25aprile 350 260di Daniela Mastracci - “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.” (Piero Calamandrei)

 

Me lo riesco ad immaginare, ma soltanto un pochetto. La potenza della mia immaginazione non riesce a marcare le linee, a colorare i colori, ad accendere sorrisi che sicuramente brillavano sulle bocche delle donne e degli uomini che quel giorno, a fine giornata, e alla fine di centinaia di giornate, hanno potuto tirare un sospiro di sollievo, hanno respirato, quella lenta agonia che li attanagliava era finita. Quel giorno si sono potuti chiamare Liberi, non c’era più oppressione, violenza, brutta e cieca e rozza occhiataccia a zittire, trattenere, bruciare l’anima. Non c’erano più ordini impartiti col terrore, a suon di botte, di arresti, carcere, fucilate, impiccagioni... quel giorno la Repubblica di Salò era sconfitta, il nazifascismo sconfitto, il terrore sconfitto. Quel giorno si poteva parlare, gridare, urlare tutto quel triste nodo che aveva serrato le bocche e le gole, una liberazione di fiato, di voce imprigionata dentro ai cuori, che però non battevano per altra ragione, se non per esplodere di libertà, ancora, finalmente. Come si può immaginare quei volti, quelle braccia alzate a dire Vittoria, a dire sono Libera/o? Qualche fotografia ci aiuta un po’, immagini ormai un po’ sbiadite, sfocate, dai contorni sbrindellati, smangiucchiati dal tempo. E mi fa tenerezza provare a toccare, con le mani della mente, quelle fotografie che solo nella mente stanno, in questo momento. Ma mi piacerebbe che le mani potessero toccare quei corpi sfigurati dalla fatica, e poi trasfigurati dalla felicità.

Una lunga inesauribile Notte, finisce

Un passaggio epocale. La fine del buio pesto e fitto che faceva di quell’Italia e di quell’Europa soltanto una lunga inesauribile Notte, come Eli Wiesel l’ha raccontata. UnaFesta della Liberazione notte eterna. Dello spirito e del corpo. La notte di un pensiero che aveva dovuto zittire se stesso. Che aveva dovuto fermare ciò che non si può fermare, perché il pensiero è, di per sé, movimento, flusso e riflusso, esso va e torna, viene e si allontana, percorre chilometri e chilometri di momenti che, quasi come un che di miracoloso, stanno però tutti là, fermi e racchiusi, dentro le nostre ragioni, la nostra mente. E racconta di sé a quell’altro strano caso di natura che è il cuore: mica solo un muscolo... Mi viene da sorridere a pensare al cuore, perché s’affanna così tanto e però sa amare così tanto .. E insomma tra ragione e cuore, dentro un uomo libero vive la più pura delle magie: un dialogo libero e ribelle per definizione, perché già tra loro due stentano a darsi ragione, figuriamoci con le ragioni e i cuori degli altri (???) sta lì il difficile! Saper trascendere sé e andare incontro all’altro, e viceversa. Ma con la dittatura non si può. Anche dentro di noi quel botta e risposta deve restare taciuto...fino a spegnersi del tutto e a mutare natura, diventando struttura molle e preformata dall’esterno: come delle marionette di argilla, plasmate a misura di un terribile plasmatore, e fatte asciugare al sole a indurirsi per bene, a sclerotizzare ogni fibra.
Quel giorno le donne e gli uomini hanno detto No ad ogni possibile marionetta. Sono diventati i protagonisti della loro vita. Ma non hanno dimenticato i Compagni, con cui per settimane, mesi, anni, avevano condiviso pezzetti di pane e di vita alla macchia, nascosti e nascondenti, dai cui cespugli spinosi e taglienti venivano fuori col cuore gonfio di coraggio, ma anche con tanta paura. Sapevano che potevano morire in ogni istante, ma non si sono tirati indietro. Esperienza che nessuno di noi, italiani di oggi, fa mai, nemmeno per un attimo, in questa nostra vita comoda, ma solo apparentemente libera. Credo che la liberta sia indissolubilmente legata alla sua opposta: solo se si avverte la mancanza della libertà allora ci si preoccupa della libertà. Come diceva Calamandrei la libertà è quella cosa che ti viene a mancare quando l’hai già persa, e non ti sei accorto che la stavi perdendo.

Attenti a noi, oggi

Noi non siamo messi diversamente. Noi oggi non ci stiamo accorgendo di essere di nuovo marionette di un sistema che ci ha inquadrati e organizzati a suo uso e consumo.
Ma non ci accorgiamo nemmeno che intorno a noi, fuori, ma anche dentro questa nostra Italia, ancora troppo piccola, troppo poco matura, perché s’è sentita forte anagraficamente, s’è sentita adulta senza essere passata per l’interiorizzazione della Resistenza, dell’esser partigiano, dell’essere un combattente per la libertà; in questa Italia, e fuori, si sta di nuovo consumando una deriva a destra fascista, razzista, xenofoba, violenta...cosa ci vuole per farci prendere coscienza? Ieri nella metro ho parlato di Marine Le Pen a mia figlia. Le ho raccontato, come si può raccontare ad una ragazzina, il rischio che Parigi, quella città che l’affascina e di cui adesso ha una tracolla con il disegno della Tour Eiffel, quella Parigi di cui studia la lingua a scuola, rischia di diventare uno Stato con una donna presidente fascista. Per lei che è nata nel 2004 cosa può essere arrivato davvero delle mie parole? Ecco: la famiglia, ma soprattutto la Scuola, la storia e l’Anpi e tutti gli antifascisti se lo ricordino: senza i nostri racconti, senza le parole, che pur con grande dolore ci si formano nella bocca, noi quelle parole le dobbiamo sempre dire. Quelle crepe le dobbiamo lasciare aperte, mai suturare, mai pulire questo sangue. Don’t clean up this blood. Perché la Libertà e i Diritti non sono irreversibili. Sono sempre in pericolo, sempre da custodire, da difendere, da ri-fondare ogni giorno. E per fare questo occorre consapevolezza, informazione, attenzione, sensibilità. Occorre che sappiamo guardarci intorno e dentro. Perché non c’è peggior fascista di chi dica “non mi riguarda, non sono fatti miei”. L’Italia mi riguarda. La Francia mi riguarda. La Turchia. La Russia. Gli Usa. La Cina e le due Coree. E tutti i Paesi del mondo dove i manovratori spietati giocano al Potere usando noi come pedine. E dove si consuma l’odio e la guerra invece che la Pace. Dove si è tornati a pensare che l’uomo forte al potere sia meglio della democrazia partecipata e della Libertà.

 
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Proroga della "mobilità": Perchè oggi si dice di no, ma lo scorso anno è stata fatta?

disoccupati in più 350 260Intervista a Tiziano Ziroli di Daniela Mastracci - Buongiorno Tiziano. Io e te ci siamo incontrati a dicembre e abbiamo fatto una prima intervista. Ti ho conosciuto agguerrito e temprato alle tue sofferenze. Oggi ti trovo dimagrito e stanco: cosa è successo a peggiorarti il fisico e l’umore?
Si comincia a sentire molta stanchezza e anche problemi in famiglia perché la situazione grave non si risolve. Inoltre ascolto sempre le vicissitudini degli altri disoccupati e, per aiutare loro, io mi faccio forza, però dovrei avere chi fa forza a me. Tu sai che siamo in pochi a presenziare alle nostre iniziative e assemblee, incontri, tavoli...Molti di noi non hanno più neanche i soldi per pagare l’assicurazione, mettere benzina, pagarsi un biglietto del treno. Molti hanno preso la fiducia... (continua a leggere completata una pagina. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2

Mi sai ricostruire le vicende accadute da quando abbiamo presentato la proposta di legge sul Reddito minimo garantito In provincia il 3 febbraio?

È iniziato il percorso con i partiti SI, Possibile, PCI, PRC per avviarci insieme al percorso verso la proposta di legge regionale di iniziativa popolare sul reddito minimo, un sostegno imprescindibile per tutti noi disoccupati e senza reddito. Nei giorni seguenti ci siamo dichiarati Assemblea Permanente presso il palazzo della Provincia ed abbiamo insistito con il Presidente della Provincia Pompeo per poter incontrare l’Assessore Valente e capire se si potesse e volesse prorogare la scadenza della mobilità prevista per giugno prossimo. Tra l’altro abbiamo saputo che ad alcuni disoccupati dell’azienda Man-made la scadenza è anticipata al 30 aprile prossimo.

Avete poi incontrato l’Assessore Lucia Valente?

Si. Il 13 marzo Vertenza Frusinate ha incontrato l’Assessore Valente che dichiara che non ha intenzione di prorogare gli ammortizzatori sociali in deroga. Mortifica i disoccupati dicendo che alla nostra età non siamo più ricollocabili. La Valente si è appellata al Milleproroghe articolo 44 comma 11 bis della legge 148 del 2015, dove si parla solo di cassa integrazione straordinaria e non di deroghe. Ha poi aggiunto che siccome è una normativa di legge si dovrebbero convocare gli eletti del territorio e chiedere a loro cosa possono fare per modificare quel comma.

Avete quindi incontrato gli eletti del nostro territorio?

Si, il 20 marzo C’erano la senatrice Spilabotte, Frusone, Pilozzi, un collaboratore di Scalia. Era presente anche il presidente Pompeo. I presenti si sono resi conto che il comma 11 bis non risponde alle esigenze del territorio e la senatrice Spilabotte si è presa l’impegno di parlare con il sottosegretario al lavoro Biondelli per organizzare un incontro, al fine di discutere del comma in questione (in provincia di Frosinone i disoccupati, nella maggioranza dei casi, sono in mobilità, perché le aziende sono state chiuse o sono fallite, quindi il comma su cassa integrazione straordinaria non ci riguarda. E su questo si appellano i politici che sostengono che non si possono utilizzare fondi per la mobilità)

Il 12 aprile vertenza incontra il Sottosegretario Franca Biondelli. Che cosa succede?

Il sottosegretario era stata messa al corrente della situazione. Ci ha detto che il comma è immodificabile perché la legge è diventata esecutiva, quindi occorreva fare un’altra norma di legge per modificare la norma di legge in questione

È un gioco di parole o è la verità? Possibile che la burocrazia sia così avviluppata e contraddittoria?

Quello che sto dicendo è assolutamente vero. Non dico che la Biondelli abbia detto che è impossibile modificare il comma 11, ma che sarebbe cosa assai difficile, perché bisognerebbe trovare il momento propizio per poter infilare la modifica, ad esempio nella prossima legge di bilancio a luglio 2017

Ma nel frattempo?

Le mobilità sono in scadenza e a luglio saranno tutte terminate.lavorochenoncepiu 350 260

Torniamo all’incontro con la Biondelli

Risp: Ha aggiunto che avrebbe provato a contattare l’Anpal e convocare, lei, la Regione Lazio, e organizzare un tavolo fra Anpal, Ministero del lavoro, Regione Lazio, Vertenza Frusinate e gli eletti del territorio, al fine di studiare la fattibilità del finanziamento per eventuali lavori di pubblica utilità o servizi.

Questa ipotesi è in linea con il documento dei 74 sindaci consegnato da Vertenza al sottosegretario?

Si infatti. In quel documento, 74 sindaci del frusinate chiedevano alla Regione Lazio di sbloccare finanziamenti, per l’appunto, per un reddito di dignità legato a lavori di pubblica utilità. Noi di Vertenza stiamo sempre ulteriormente sollecitando i Sindaci a portare avanti la loro richiesta.
Comunque allo stato attuale non sappiamo se si aprirà o meno il tavolo promesso dalla Biondelli, ma la regione Lazio è stata comunque contattata dal Ministero del Lavoro.

Ho letto da qualche giorno di una cifra destinata alle aree di crisi complessa (Rieti e Frosinone) che ammonta a 19 milioni di euro: siete coinvolti in questo finanziamento?

Dopo l’incontro con la Biondelli scopriamo infatti che era stato fatto un decreto dal Ministero del lavoro e dal Ministero dello sviluppo economico che suddivideva i 117 milioni di euro stanziati per l’integrazione salariale nel decreto Milleproroghe e, in base alla richiesta della Regione Lazio, a questa sarebbero toccati i 19 milioni di cui tu mi chiedi.

Bene! quindi ci sono speranze?

No. La Biondelli non ha accennato ai questi 19 milioni, nonostante il decreto in questione fosse stato fatto prima del nostro incontro. Una volta venuti a conoscenza di questa cifra, lo abbiamo fatto presente al Consigliere Regionale Abbruzzese perché sapevamo che stava per fare un’interrogazione alla Regione Lazio in proposito. Stiamo parlando di due giorni fa, il 19 aprile.  (per leggere tutto vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Dunque il consigliere ha fatto l’interpellanza? Come è andata?

Intanto l’Assessore Valente non era presente all’interrogazione. Il consigliere Abbruzzese è stato molto preciso e dettagliato nella sua interpellanza, ed ha accennato appunto ai 19 milioni di cui stiamo parlando, chiedendo a cosa sono destinati, visto che il finanziamento riguarda la cassa integrazione straordinaria e non la mobilità. Su questo punto il consigliere ha insistito sottolineando che alla Regione pare non si conoscesse bene la specificità della situazione del frusinate ove, come già abbiamo detto, abbiamo un problema di mobilità e non di cassa integrazione straordinaria. Dunque la domanda sulla destinazione è opportuna.

Quindi se quei soldi sono destinati ad altro ma non alla mobilità, come si risponde a questo dramma, visto che sono ormai tutte in scadenza? Inoltre sorge un’altra questione: se non erogati quei soldi tornano allo stato? Oppure verranno spostati su altri capitoli?

Da quanto ci è stato detto, i 19 milioni sono destinati esclusivamente alla cassa integrazione straordinaria, ma la domanda sorge spontanea anche a noi: sappiamo con certezza che le casse straordinarie dello scorso anno erano destinate soltanto a 5 aziende, con un ammontare di circa 4, 5 milioni di euro: ci chiediamo, se la cifra rimanesse questa, dove andranno a finire gli altri circa 13 milioni di euro? Finirebbero tutti sulla Provincia di Rieti? E comunque resta il problema delle mobilità in scadenza e nessuna risposta in proposito. Questo vuol dire che migliaia di famiglie resteranno prive di reddito entro la fine dell’anno.

Al consigliere cosa è stato risposto?

Gli è stato risposto attraverso una lettera dell’Assessore Valente, letta dall’assessore Visini, dove si elenca tutto ciò che la Regione Lazio avrebbe fatto in questi tre anni per il territorio di Frosinone

E cioé che cosa?

Contratto di ricollocazione, bonus assunzionale, deroga della mobilità, riconoscimento dell’area di crisi complessa, tavoli di interlocuzione. Ma sui 19 milioni non è stata data alcuna risposta.

A tuo dire, le cose in elenco hanno dato qualche riscontro concreto?

Pochissimo, quasi niente, perché queste sono tutte "politiche attive" (?), ma se le aziende stanno chiudendo, queste pseudo soluzioni non portano risultati visto che, ad esempio, non ci sono assunzioni, né tantomeno ricollocazioni.

E per l’area di crisi complessa che la Valente dice di aver riconosciuto?

Torniamo al punto di partenza, perché si tratta di una scatola che poi però dovrebbe essere riempita con le cose concrete che riguardano nello specifico il territorio con la convergenza di Provincia, Regione, Ministero. Ma al momento, oltre qualche incontro al Ministero, non ci è dato sapere di concreta progettualità circa la nostra provincia.

Restano in piedi tutte le domande ma di risposte non se ne vedono. Mi viene da sottolineare con te l’impegno che ultimamente avrebbe preso il Sindacato a cominciare da una autocritica della Cgil in data 4 aprile durante l’incontro in Provincia sulla presentazione del referendum su voucher a appalti

Sì la Cgil si è avvicinata, e poi insieme a Cisl e Uil hanno risposto ad una nostra richiesta di incontro visto che noi, il 12 avevamo incontrato il Sottosegretario, e loro il 13 hanno avuto un tavolo tecnico con la Regione Lazio sull’area di crisi complessa, quindi vorremmo mettere insieme le nostre e loro informazioni per portare avanti la nostra causa insieme. Alla richiesta i sindacati hanno risposto dando la disponibilità all’incontro che si dovrebbe tenere il 2 maggio prossimo. Primo Maggio 2017

Allora aspettiamo il 2 maggio e l’appoggio che speriamo arrivi dai Sindacati. Ma sulle questioni raccontate a proposito dei 19 milioni, del comma 11 da modificare e quindi l’operato di Regione e Governo restiamo col fiato sospeso, mi pare?

E’ così. Voglio concludere raccontandoti un’ultima scoperta: abbiamo riscontrato che il decreto del 5 aprile fra i Ministeri del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico è identico allo stesso decreto ministeriale fatto a dicembre del 2016, cambiano solo le cifre: quello del 2016 ammontava a 216 milioni di euro, l’ultimo del 2017 ammonta a 117 milioni. Con il decreto di dicembre c’è stata la volontà politica di fare le deroghe alla mobilità, in quello di quest’anno non stanno operando nella stessa direzione: perché? Dove sta la differenza per cui oggi si dice di no, ma lo scorso anno è stato fatto?

 

Restiamo appesi ad un debole filo di speranza, ma consapevoli che le forze intanto messesi a disposizione ci sono e prima non c’erano. Prendiamo questo intanto come dato positivo ma ovviamente non è sufficiente. Aggiorniamoci a dopo il 2 maggio e speriamo in risposte a breve.
Intanto sottoscriviamo con voi il motto per il 1 maggio prossimo: Festa del Lavoro
Vertenza sostiene: SOPRAVVIVENZA SUBITO, LAVORO SEMPRE!

 

21 aprile 2017

 

 

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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

Auschwitz memoria 350 260di Daniela Mastracci - “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. In verità le giornate della memoria non mi piacciono. Ci conferiscono l’alibi dell’assenza del ricordo. Ci sollevano l’animo dalla responsabilità di ricordare ogni giorno.
Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

Auschwitz memoria 350 260di Daniela Mastracci - “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. In verità le giornate della memoria non mi piacciono. Ci conferiscono l’alibi dell’assenza del ricordo. Ci sollevano l’animo dalla responsabilità di ricordare ogni giorno.
Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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Oggi come ieri. I cognomi di sempre delle dinastie del capitalismo italiano.

MPS Siena 350 260di Daniele Riggi* - Il capitalismo "familista" italiano e la vicenda Monte dei Paschi di Siena: una storia che si ripete.
Alla fine degli anni '80 il noto giornalista americano Alan Friedman scrisse due libri, a mio avviso, molto importanti, ovvero "Tutto in famiglia" e "Ce la farà il capitalismo italiano?". Perché importanti? Perché svelarono, come solamente l'occhio di un osservatore esterno avrebbe potuto fare, la vera natura del capitalismo italiano: un sistema fondato sul familismo amorale, capace di autoriprodursi senza alcuno scrupolo, allergico a qualsiasi gerarchia fondata sul merito e sul valore della competenza. Un capitalismo furbo e arraffone, che vuole fare profitto investendo poco e rischiando nulla, e che grazie ad una estesa rete di legami familiari e di potere, evita sempre la concorrenza, puntando al monopolio. Questa è la sintesi di un modus operandi che purtroppo, da sempre, ha reso profondamente fragile la grande industria e la grande finanza del nostro paese al cospetto dei mercati internazionali, dove la concorrenza è spietata.
Fragilità che, però, è stata abilmente nascosta, in passato, dal sistema politico italiano; alcune volte in funzione degli interessi strategici dello stato, in altri casi per finalità meno nobili. Come? Coprendo di denaro pubblico e di commesse statali la nostra grande industria, a cui, tra l'altro, molte volte è stato consentito di agire indisturbata in condizioni di monopolio assoluto. Una scelta voluta, per permettere a questi giganti dai piedi d'argilla di poter competere, grazie al sostegno statale, con le grandi realtà industriali del capitalismo internazionale. Un sistema "dopato" che è durato quasi un cinquantennio, ovvero tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. A fare da "cuscino protettivo" furono i partiti politici che avevano ricostruito l'Italia del dopoguerra. Per mantenere i loro mastodontici apparati organizzativi e burocratici e, quindi, indirettamente, il "costo" del sistema democratico italiano, cercavano molto spesso finanziamenti irregolari da diversi "fonti", tra cui la grande industria, a cui, in cambio, era consentito operare in condizioni vantaggiose, a patto che assecondasse le politiche occupazionali e industriali intraprese dai governi (vedasi il caso FIAT nel Mezzogiorno d'Italia).
Un sistema che certamente dava forte potere contrattuale ai partiti, dato che gli consentiva di sostenere i costi della democrazia e allo stesso tempo di imporre agli industriali politiche di redistribuzione del reddito attraverso i posti di lavoro generati dai grandi siti produttivi. Un sistema che però aveva anche un grande difetto: aumentare considerevolmente la spesa pubblica e il debito dello stato. Va detto che in un paese come l'Italia, che all'epoca, dal punto di vista geopolitico si trovava al centro dello scontro tra i due blocchi ideologici della "guerra fredda", ovvero quello occidentale e quello del comunismo sovietico, questo modello, seppur discutibile, consentì, tutto sommato, di trovare un compromesso tra gli interessi del capitalismo privato e quelli del movimento operaio, ponendo fine al periodo di tensione provocato dagli "anni di piombo". Un equilibrio complesso che, però, ebbe vita breve, infatti, con la caduta del muro di Berlino, il trionfante neo capitalismo mondiale, legittimato dalla sconfitta del comunismo, suo rivale ideologico, decise che quel sistema politico e sociale di mediazione, oramai divenuto troppo "ingombrante" e democratico, non serviva più. Se, infatti, prima esso era servito a frenare il "pericolo comunista", adesso costituiva una sorta di ostacolo ai suoi appetiti liberisti.

Tutti via, ma restano gli immortali di sempre

Per far cadere un potere bisogna colpirlo nel suo punto debole. In Italia il punto debole del potere politico era proprio quel sistema di finanziamenti irregolari, all'ombra del quale, nel frattempo, erano proliferati comportamenti al limite della legalità, come, ad esempio, il sistema delle "tangenti". Ecco, dunque, che i poteri forti della finanza e dell'industria, stufi di dover sottostare alle condizioni di una politica che gli imponeva certi "limiti", facendogli addirittura pagare il "pizzo", fiutano l'occasione. Utilizzando strumentalmente il sistema dell'informazione mediatica, di cui controllavano una fetta consistente, contribuiscono ad accelerare il declino del sistema partitico, che di lì a poco verrà spazzato via dall'inchiesta giudiziaria "Mani Pulite". Il circo mediatico-giudiziario messo in campo condiziona e spinge l'opinione pubblica italiana a credere che tutti i mali della società di quel tempo fossero da attribuire a quella politica corrotta ed affarista. Finalmente, senza la mediazione dei partiti scomodi, quegli stessi partiti che per anni gli avevano riempito la pancia di denaro pubblico e che li avevano protetti sul mercato internazionale per coprire le loro fragilità, i "capitani" d'industria e di finanza ora sono liberi di lottizzare il nostro paese e di spartirsi quello che resta della gloriosa industria di stato.
Bel modo di cavarsela, ma adesso? Come si va avanti senza mamma politica che eroga sussidi a pioggia? Chi ci proteggerà dalla concorrenza ostile del libero mercato? Chi ci garantirà più commesse sicure? Chi darà la copertura alle "scalate" dei capitani coraggiosi? Semplice, basta bussare alla porta del nuovo potere costituito, quello che ha sostituito la "vecchia politica", quello che adesso conta: le banche finanziarie. Eccoci dunque arrivati al 2017, allo scandalo del debito miliardario del Monte dei Paschi di Siena. Gli attori sono diversi, ma i ruoli sono gli stessi, solo che questa volta al posto della partitocrazia c'è la finanza a coprire le magagne del capitalismo nostrano. Cattivo pagatore, debitore insolvente, sempre in affanno sui mercati internazionali, bisognoso di sostegno più di prima, in altre parole impresentabile. Ma soprattutto, almeno da quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche sulla lista dei debitori insolventi, a rappresentarlo ci sono gli stessi cognomi, quelli di sempre, nel rispetto della tradizione familistico-dinastica del capitalismo italiano. A pagarne le spese? Il bilancio già sofferente del nostro stato, che dovrà tappare per l'ennesima volta una voragine miliardaria, i piccoli risparmiatori, le migliaia di piccole e medie imprese e di famiglie che non riescono più a ottenere credito da parte delle banche, perché i soldi da prestare vanno agli amici "potenti".
Una vecchia storia, insomma, quella del capitalismo italiano, che come tutti i gattopardi d'Italia riesce sempre a rinnovarsi senza cambiare mai, e che, soprattutto, "tiene famiglia" e quindi deve essere aiutato. Basti ricordare il famoso "sistema Cuccia", che attraverso Mediobanca, considerata all'epoca il muro di Berlino del capitalismo italiano, teneva fuori migliaia di piccoli e medi imprenditori. Però, come direbbe Friedman, questa volta ce la farà a salvarsi? Se ci salveremo sarà solo grazie agli sforzi e ai sacrifici dei migliaia di piccoli e medi industriali eroi, che lottano ogni giorno per sopravvivere e per tornare a creare nuovi posti di lavoro. Non ci fidiamo più di chi, da sempre, cerca il credito facile grazie alla protezione dei politici o delle banche.
Frosinone, 12/01/2017

*Daniele Riggi, coordinatore FGS della provincia di Frosinone

 

 
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Quella del Lavoro oggi è la nostra questione epocale

  • Pubblicato in Partiti

Bandieraprc 350 260dall'Ufficio stampa del PRC Frosinone - Quella del lavoro oggi è la questione epocale di cui bisogna avere l’adeguata consapevolezza.
Per rendersene conto basta tenere presente che, come giustamente e per fortuna, l’articolo uno della nostra Costituzione recita, sul lavoro si fonda la ragion d’essere della Repubblica Italiana. Vale a dire: il lavoro costituisce il collante dell’aggregato sociale che ciascuno di noi vuole civile, equo e avanzato verso una modernità definita in maniera precisa.
Il dramma che stiamo attraversando è quello di una economia che non produce più lavoro. Si badi bene: le relazioni economiche oggi esistono in forme diverse dal passato, non esiste più il Fordismo e il taylorismo di cui i grandi aggregati manifatturieri erano l‘espressione con il lavoro umano che ne costituiva il motore. Ma queste relazioni economiche oggi producono accumulazione di ricchezza, di entità vieppiù maggiori, generando forti disparità sociali e non generano lavoro.
La nostra preoccupazione è che la disgregazione sociale diventa sempre più spinta in presenza di questa economia per pochi e quindi malata.
La forte opposizione alle politiche governative che noi esprimiamo discende proprio da questa preoccupazione. Il Jobs Act è deleterio proprio perché tende a gestire e a incentivare la marginalità del lavoro. Quindi foriero di disgregazione sociale e suggella in maniera definitiva la presa d’atto della presenza imperante dell’economia malata. Quella che crea solo profitto e nello stesso tempo disparità e disgregazione sociale.
Per noi il concetto di tutela del lavoro, non è una pretesa incompatibile con lo sviluppo dell’economia. No, ne costituisce invece la premessa allorquando noi rivendichiamo la funzione sociale dell’economia. La difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si inquadra in questa esigenza. Guai a consideraPaoloCeccano a RCS 350 260rla una difesa di un privilegio. Non può essere l’economia una questione privata di chi detiene il potere finanziario, come purtroppo oggi è! A forza di considerarla una questione privata, l’Italia con la delocalizzazione delle produzioni e con l’intervento della finanza straniera ha perso grandi capacità industriali, importanti knowhow e specificità produttive. Al punto che oggi, in molte realtà importanti estere, ritroviamo queste capacità che una volta erano italiane e traferite in loco in ragione dei tristemente famosi “salvataggi stranieri”.
Ecco che ritorna la funzione sociale dell’economia. Si deve produrre beni e servizi e quindi creare ricchezza da cui far discendere un assetto della società equa e giusta eche tuteli il lavoro per tutelare anche una idea di società che non sia avversa alle speranze di sviluppo di ogni giovane e più sicura per tutti. L’obiettivo del Jobs Act, della cancellazione dell’articolo 18, della precarietà consacrata dai voucher è l’antitesi di questo bisogno.


Cassino 28/12/2016 Il Segretario Prc-Se Paolo Ceccano

 
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C’è una tensione evidente contro chi rappresenta il potere oggi

frosinone pilonidi Ignazio Mazzoli - Ho letto e pubblicato sul giornale online UNOeTRE.it l’appello che chiede una “Costituente cittadina per un raggruppamento civico delle forze democratiche e progressiste” (Frosinonebenecomune) in vista del voto amministrativo a Frosinone nel 2017. Sono stato consultato e mi è stata chiesta un’opinione. Volentieri esprimo il mio personale pensiero su questa iniziativa.
La mia attenzione è rivolta soprattutto ad una impegnativa e identitaria affermazione: «Chi in questi anni si è impegnato in prima persona, dalla sanità all’acqua, dal lavoro ai rifiuti, cittadino tra i cittadini, a difesa dei diritti delle persone e con l’idea di una città finalmente a misura d’uomo; chi in questi anni si è scontrato con il muro di gomma di istituzioni sorde ai diritti ed ai bisogni dei cittadini, non può che auspicare che nel 2017 non si ripeta, come una sorta di castigo divino, quanto avvenuto nel passato.»

Non solo condivido questa affermazione, ma la sento mia come idea guida di quale debba essere la partecipazione civica e democratica nelle vicende sociali e politiche che interessano tutti i cittadini.
Ho constatato e letto dei «fermenti “civici” in via di strutturazione – come li chiama Ivano Alteri -, sulla spinta di volontà innovatrici» che si stanno manifestando, come la lista Frosinone in Comune, la posizione assunta dal Psi che ha indicato, quale candidato a sindaco, il segretario politico Iacovissi, la dichiarazione del Prc, resa nota domenica 18 settembre, ma altre sono in gestazione, la presenza del M5S con le sue posizioni note e determinate, che hanno alcuni connotati in comune: l’individuazione nella necessità inderogabile di differenziarsi dalla «sostanziale uguaglianza d'intenti e di riferimenti valoriali tra il centro destra di Ottaviani e il Pd (completamente isolato nell'ambito del centro sinistra), nel rappresentare gli interessi forti, e ristrettissimi, presenti in città».
Questa esigenza dunque si è fatta così impellente e diffusa? Sembra proprio di si: e a me pare di sostanziale importanza in un quadro politico paralizzato da un falso bipartitismo impegnato esclusivamente nella permanente sistemazione dei propri equilibri interni e perciò ormai sterile. Impotente a produrre risultati sociali utili a fronteggiare la crisi economica ed il disagio delle condizioni di vita (lavoro, acqua, sanità, scuola).

C’è una tensione evidente contro chi rappresenta il potere oggi

Che tutto ciò accada nel capoluogo è assai importante perché raccoglie e rilancia quanto già si è andato rendendo evidente nei risultati delle elezioni del giugno scorso. Anche se in forme discontinue e forse contraddittorie, un po’ confuse e disordinate, c’è una tensione evidente contro chi rappresenta il potere oggi ed appare egoista, inerte a fronte non solo delle sofferenze e dei disagi che la più gran parte delle popolazioni subisce, ma anche di legittime esigenze di una migliore qualità della vita in comunità.

Non so dire ora come nelle prossime settimane si potrà consolidare traducendosi in organizzazione e liste questa voglia di presenza nuova e neppure oggi riesco ad immaginare che volti assumerà. In questo momento l’aspetto elettorale in me è sopravanzato da quello della qualità di ciò che si muove nella domanda di un nuovo e trasparente modo di fare politica, generoso e disponibile alle richieste della società. Nella prospettiva elettorale mi preme che tutti i soggetti che aspirano ad un cambiamento profondo e fanno proprie liste, sappiano evitare di elidersi perché altrimenti favorirebbero proprio chi vogliono sconfiggere.

L’appello del quale parlo, affronta un aspetto che considero prioritario: «Le elezioni di Frosinone, per il ruolo che ha o che dovrebbe avere il Capoluogo, hanno un rilevante valore politico provinciale e regionale. Basta pensare alla gestione del Servizio idrico Integrato, alla sanità, ai rifiuti, ecc. Una gestione democratica, partecipata e condivisa, sarà un messaggio di rinnovamento della politica e del modo di gestire la cosa pubblica per tutti i comuni. Senza unità tutto ciò sarà vano» .... «a cominciare da coloro che, cittadini tra i cittadini, sono impegnati nel concreto delle mille battaglie che segnano le facce della qualità della vita, si assumano il compito di costruire un’alternativa fondata sulla partecipazione diretta dei cittadini al governo della città. Governare una Città non è cosa facile per nessuno. E tanto meno ci si può illudere di farcela con qualche persona esperta o con professionisti pur validi e onesti. Serve costruire un sistema di partecipazione popolare, articolata nei quartieri e nei luoghi di lavoro che discuta, decida e sostenga le scelte decisive del nuovo governo locale.»

Leggo in queste parole, in particolare, tutta la grande novità di questo appello che rende unico e particolare il tentativo dei suoi autori. È una visione che travalica una singola occasione di voto, per diventare obiettivo e traguardo permanente. Modo di essere “politica corretta” al servizio di tutti.

19 settembre 2016

 
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