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Università oggi

assemblea1dic17 350 minTesto dell'intervento per l'assemblea del 1° dicembre "Meno Individualismo PIU' SOLIDARIETA'" nell'ambito del Progetto per "la Democrazie e l'Uguaglianza" .

di Fausto Pellecchia - Per offrire un’immagine sintetica dello stato di sofferenza attuale dell'università, si può cominciare dai problemi denunciati dai docenti universitari con l'inedita astensione dal lavoro relativamente al primo appello di verifiche della sessione autunnale.
I docenti universitari non si limitato a rivendicazioni inerenti al trattamento giuridico ed economico, ma pongono la questione più generale dell’evidente tendenza alla dismissione del sistema universitario italiano, della drammatica insufficienza degli stanziamenti pianificati dai governi per la ricerca scientifica [siamo da molti anni al penultimo posto tra i Paesi dell’Ue], del conseguente svilimento per il ruolo sociale del docente universitario e per la qualità della formazione della classe dirigente. (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Inerzie ed errori
  2. Scontenti e...

Inerzie ed errori

In una parola, la crisi dell’università italiana è diventata il paradigma negativo della valutazione sociale del pensiero critico e delle connesse prospettive di innovazione scientifica e tecnologica del nostro sistema produttivo. Lunghissima è la sequenza d'inerzie e di errori, non esenti da vere e proprie ingiustizie. Non è necessario ripercorrerla, quanto semmai ricordare sinteticamente a quale situazione questo impasto di atteggiamenti ha condotto.
L'università italiana si trova in un tornante in cui si manifesta un’accelerazione inaudita della crisi storica che fa impallidire la denuncia, ormai vecchia di alcuni decenni, circa il degrado e il declino dell'università allora sagomata sul modello "di massa" degli anni ’70 e ‘80. Partiamo dalle problematiche più squisitamente "sindacali": il docente universitario ha pagato più di ogni altra categoria pubblica la crisi di questi anni. Agganciato da sempre nel trattamento ai magistrati per la comune natura di argine verso ogni rigurgito settario, corporativo, autoritario (più ancora che con le garanzie giurisdizionali, con la preservazione del libero pensiero), si è visto poi, per decisione politica e con l'avallo dei tribunali, di soppiatto sganciato da questo collegamento non solo “simbolico”.

Come dipendente pubblico, il docente "non contrattualizzato" soffre come e più degli altri dipendenti pubblici della lunga stagione del mancato rinnovo del contratto, che ancora non si è concretizzata nei modesti aumenti concordati. In più il docente universitario ha perso con un trattamento ingiustificatamente discriminatorio e quasi punitivo (esplicito con la destra al potere, e forse più frutto di “riformismo” astratto e scarsa conoscenza delle situazioni reali, per i governi di centro-sinistra) gli scatti di carriera che, peraltro, sarebbero diventati triennali e non più biennali. Di fatto gli stipendi sono assolutamente fermi da molti anni, mentre quelli dei magistrati per esempio sono stati regolarmente sbloccati in termini reali si sono ridotti in modo non impercettibile. Non esiste tra l'altro un'adeguata consapevolezza sociale sul livello stipendiale dei docenti universitari, frutto di una percezione che lo ricollega in modo tralatizio ad certo status sociale e alla condizione (più che altro teorica) di dirigente dello stato: è un trattamento economico analogo o di poco superiore a quello di una figura preziosa ma non certo parte per definizione della ruling élite quale è un operaio specializzato. Con tutto il rispetto, quale idea di paese c'è dietro la realtà di una equiparazione della tecnica e della scienza? O che dire del fatto, incontrovertibile, che in sostanza lo stipendio è una retribuzione della didattica (limitatamente all'impegno minimo richiesto: le supplenze spesso non sono più pagate) ma non della ricerca, dal momento che passano poche centinaia di euro tra la retribuzione di professore universitario ed uno di scuola? Non richiede, la scienza, investimento personale, infinita pazienza, sacrificio, studio, e il dovere istituzionale dell'originalità?

Ma non è tutto. Molti docenti universitari sono abilitati e non ancora chiamati e questo è, pur in assenza di una pretesa giuridica, un danno giuridico ed economico non da poco (anni di differenza di stipendio e trattamento pensionistico andati in fumo).
In più c'è la precarizzazione della docenza universitaria. In particolare i ricercatori, la cui età media supera i 40 anni e che, per la maggior parte, hanno un contratto a termine). Inoltre il pensionamento del 50% dei docenti universitari (2007-2013) è avvenuto senza turn over, prima bloccato per anni, poi sbloccato in misura del tutto insufficiente, con il conseguente rischio di chiusura di molti corsi di laurea. Molti docenti universitari vivono con estrema ansia il proprio futuro che è divenuto uno slalom tra ostacoli di ogni tipo e soggetto al realizzarsi di condizioni imperscrutabili. Le regole concorsuali cambiano quasi a ogni cambio del governo e il reclutamento non riesce ad essere continuo e fluido. L’attuale dispositivo delle “abilitazioni nazionali a termine”, subordinate all’eventualità della chiamata entro il triennio successivo– unitamente all’aggravarsi della situazione di bilancio di molte università- determinano incertezza e precarietà tra i neo-abilitati, costringendoli a perseguire logiche clientelari per non vedere vanificato il loro titolo.

Le carenze di risorse degli Atenei, soprattutto nell’Italia meridionale, per i tagli dei trasferimenti pubblici, creano infatti lunghe code per le chiamate, con effetti deprimenti sulla serenità del lavoro e sulle prospettive di carriera. Si sono perciò introdotti sempre più esplicitamente canali di finanziamento privatistico che disturbano il dispiegarsi di logiche istituzionali orientate alle scelte migliori nell'interesse pubblico.
Se guardiamo ai giovani, i posti di dottorato si sono drasticamente contratti e la formazione dottorale è diventata spesso irrilevante, per la chiusura di molti corsi di dottorato pregevoli e il confluire dei docenti in calderoni senza identità, sotto la sovrintendenza delle scuole di dottorato con nomi ecumenici, che comprendono le aree più disparate senza alcuna possibilità di seria formazione. E ciò per un titolo, ricordiamo che invece all'estero gode, dalla Germania agli Stati Uniti, di grande prestigio. Ma è dopo il dottorato che la situazione diventa ancora più dolente. Molti Atenei non bandiscono più assegni di ricerca con fondi pubblici e pertanto si limitano a bandire con risorse che provengono dal privato. Risorse che sono auspicabili se aggiuntive ma non sostitutive di quelle pubbliche, e che se non adeguatamente inquadrate creano situazioni opache. Il che è ancora più grave quando l'assegno di ricerca, reiterato per un certo tempo, è divenuto una condizione imprescindibile per partecipare ai concorsi di seconda fascia (professore associato). A tale proposito, la docenza continua ad essere articolata, a differenza di molti paesi simili a noi, in ben tre fasce (ricercatore, associato, ordinario) ciascuna delle quali prevede la conferma triennale, con la conseguenza che la fascia più ambita si consegue spessissimo dopo il cinquant'anni (sei ordinari under 40 censiti nel 2015!), spesso dopo i sessanta, e talora mai. In altri paesi dopo selezioni severe si diventa professori a tutti gli effetti (senza specificazioni) in giovane età o si entra in posti di prestigio nelle strutture dello stato, quando si è ancora assistiti da grandi energie e non quando si è sfibrati da una lunghissima, e spesso, avara e poco dignitosa, gavetta.

In questo contesto invogliare un giovane a intraprendere il sentiero della ricerca può diventare un atto di irresponsabilità, almeno quanto invitarlo a farsi un futuro fuori dall'Italia (nei settori in cui è più possibile) - dove non mancano le soddisfazioni - un atto a dir poco fallimentare per lo Stato. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo

Scontenti e qualche volta frustrati o demotivati,

Docenti e giovani hanno più di qualche ragione per essere scontenti e qualche volta frustrati o demotivati, mentre vengono bombardati di convocazioni per commissioni, mail con scadenze e infinite schede da compilare di valutazioni e autovalutazione (affidate alla sovraintendenza dell’ANVUR) che tolgono tempo prezioso e, nella migliore tradizione italiana, non approdano quasi mai a nulla. A tale proposito, si ha la sensazione che la cultura della valutazione di tipo anglosassone, apprezzabilmente introdotta, non ha forse raggiunto ancora quella soglia critica da lasciar intravedere i suoi grandi benefici, mentre se ne scorgono molti difetti. Tra questi è indubbio un percepibile peggioramento della qualità media delle pubblicazioni scientifiche e una certa crescita delle frodi scientifiche. La ricerca italiana nonostante ciò, è bene ribadirlo, resta ad un livello decisamente alto per le pubblicazioni e a un livello discreto per i brevetti, e si colloca, anche se in mancanza di cambiamenti è verosimile che avvenga ancora per poco, nel gruppo di testa mondiale. Ciò rappresenta un miracolo nelle condizioni date e qui illustrate. Basti dire che i docenti dei grandi paesi con i quali ci confrontiamo guadagnano, negli atenei pubblici, generalmente il doppio, se non il triplo, per non dire della Germania dove, per avere il senso delle abissali differenze, ogni professore ordinario è messo in condizione di fare al meglio il proprio lavoro didattico e di ricerca grazie alla preziosa disponibilità di una segretaria. Si paragoni la situazione con l'Italia, dove una segretaria di dipartimento fa i salti mortali per essere utile anche a cento e più professori costituenti il dipartimento, che ovviamente evitano di disturbarla se non per il minino necessario. Così il professore universitario perde ore a compilare moduli, prepararsi itinerari, diffondersi via posta i prodotti della ricerca e così via.

Se dalle "risorse umane" passiamo alle strutture, non va meglio. Le biblioteche universitarie fanno estrema fatica, e la gran parte in pratica non acquista più se non, con ritardo, lo stretto necessario per non aprire lacune, anzi voragini, incolmabili. Le riviste cartacee sono spesso in dismissione con rottura di continuità di serie in genere prestigiose. Si sopravvive con il pregresso, gli invii tra colleghi, i prestiti interbibliotecari e con l'online. Ma non può essere tutto. Spesso i docenti, anche per la passione genuina che nutrono per i testi, ma pure per ovviare a procedure burocratiche poco snelle, preferiscono acquistare volumi con risorse proprie, sottraendo ulteriori risorse alla famiglia. Tra l'altro i fondi di ricerca a disposizione dei docenti sono ben poca cosa, spesso insufficienti anche per andare a un paio di convegni all'anno (quelli dell'associazione scientifica di riferimento...), e quindi vengono utilizzati per comprare toner, cartucce, stampanti, risme di carta e, ancora, qualche libro.
Lo stato delle sedi è, naturalmente, molto variabile ma in linea con l'edilizia pubblica italiana, ma la manutenzione è, come in generale per il patrimonio pubblico, carente. Le tasse, è vero, non sono particolarmente alte ma i servizi complementari (residenze, borse di studio, assistenza ai disabili, aule studio, etc.), al netto della formazione di un titolo di laurea che regge, e piuttosto bene, il confronto all'estero hanno spesso punte critiche e palesi irrazionalità, dovute anche al nostro Welfare State che, come noto, funziona al rovescio a causa di un’evasione fiscale da record, del lavoro nero e delle dichiarazioni mendaci.

È noto peraltro che un meccanismo squilibrato (oggi in parte riequilibrato, se non erro) ha portato molte risorse dagli Atenei del Centro-Sud a quelli del Centro-Nord, impoverendo la parte meridionale del paese di docenti, studenti e corsi di laurea per lo più specialistici, che insieme a tutto il post-laurea, dovrebbero accompagnare la transizione dallo studio al lavoro dei giovani.
Il meccanismo del finanziamento tarato sugli studenti, lungi da una cultura del risultato, ha portato (con altri fattori) a una concorrenza al ribasso per il conferimento di un titolo che pure avrebbe valore legale, e la situazione si è aggravata con la comparsa di nuovi Atenei (telematici e non), non sempre dotati di strutture e di personale rispettabili.

Dell'emigrazione di un numero enorme di giovani ogni anno, per parte significativa laureati, è tema troppo risaputo, anche nei costi economici e sociali, per dire qui altro.
A questo quadro complessivo, decisamente poco esaltante, dell’Università italiana, l’Università di Cassino e del Lazio meridionale aggiunge criticità peculiari, dovute ad alcune congiunture della gestione amministrativa che sono ancora (o dovrebbero essere) oggetto di indagine da parte della magistratura. Per molti anni, fino al 2015, con un’operazione di bilancio a dir poco disinvolta, sono stati stornati i contributi INPS del personale amministrativo e del personale docente, per far fronte agli investimenti destinati all’edilizia del Campus Folcara, in attesa dei fondi ministeriali. Ma, in forza dei tagli intercorsi, si è creato un buco di bilancio di alcune decine di milioni di euro, per il quale l’attuale Rettore è riuscito a strappare al Miur la concessione di una procedura “rottamazione”. Tuttavia, questa situazione di deficit di bilancio impedirà, fino al 2023, la possibilità di chiamare docenti neo-abilitati, con evidenti gravi ripercussioni sul turn-over e sulla regolare didattica dei corsi di laurea. Inoltre, per fronteggiare il debito contratto negli anni precedenti, oltre alla drastica decurtazione dei fondi di Ateneo è stata introdotta – caso quasi unico in Italia- una tassazione sui compensi per le attività extra-accademiche dei docenti (conferenze, collaborazioni editoriali, articoli su riviste, partecipazione a commissioni ecc.) per le quali sia stato concesso il nulla osta dell’Università. Praticamente una ulteriore misura punitiva per scoraggiare la ricerca e la diffusione della cultura che colpisce i docenti più apprezzati nel panorama nazionale. Ce n’è abbastanza per comprendere come molti docenti, ed in particolare i neo-abilitati stiano cercando disperatamente di essere chiamati in altre Università, avviando così una inesorabile “eutanasia” strisciante dei corsi di laurea dell’UNICLAM.

Né va sottaciuto che il bilancio positivo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2017-2018, dopo anni di recessione, ha cause contingenti che non possono essere trascurate: da un lato l’acquiescenza dei giovani laureati alla prospettiva di emigrazione nei Paesi dell’Ue, che promettono maggiori probabilità di sbocchi occupazionali; dall’altro l’aumento di immatricolati già occupati che si iscrivono per migliorare la loro posizione lavorativa, e che usufruiscono di percorsi accademici agevolati (secondo il progetto “laureare l’esperienza), con età media (tra i 40 e i 50 anni) decisamente superiore agli studenti in possesso di un diploma di scuola media superiore.
Di fronte a questa situazione la recente protesta dei docenti universitari impone una decisione che vada oltre le retoriche e, direi, le stucchevoli precisazioni. E che non esclude, naturalmente, anche un impietoso esame di coscienza. Ma non c'è dubbio che è la politica la maggiore responsabile di questo stato, tra ristrettezze di bilancio, incertezza normative e di modelli.

 

 
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“Guardare tutti verso domani, non verso oggi”

opinioni 350 260di Daniela Mastracci - Cosa penso di D’Alema? Bersani? Pisapia? Cosa penso dell’esperienza del Brancaccio? L’idea è che prima o poi all’interno del PD rovesceranno i rapporti di forza? Che qualche esperto uomo politico capisca che Renzi porterebbe tutti a sbattere? E che perciò non conviene più stargli dietro? Quindi lo abbandonerebbero al suo personale fallimento politico e raddrizzerebbero il PD verso posizioni che lo risolleverebbero?
Io non so cosa accada dentro al PD. Non potrei esprimere né pregiudiziali verso questa speranzosa visione, né potrei sostenerla. Dico che il PD, esattamente come altri partiti di centro e di destra, non sono entro il mio orizzonte di pensiero. Sono qualcosa che non mi riguarda, perché ne avverto una distanza che me li rende estranei.
Detto questo, riservo le mie attenzioni e riflessioni al mio partito, Sinistra Italiana e, a quei partiti che sento affini per radicale critica antiliberista. Credo che il punto di convergenza stia qui.

Che mondo vogliamo?

Quale mondo vorremmo? Un mondo dove siano equità in distribuzione della ricchezza, in giustizia, amore per la cultura, attenzione e cura del paesaggio e dell’ambiente, pieno diritto alla salute, libertà di essere e poter essere. Ovvero un mondo ove al centro vi fosse il Valore essere umano. Ove non si rincorresse più il profitto, a scapito dell’essere umano e del mondo in cui tutti abitiamo. Ove non si metta a valore (cioè a costi e ricavi - ndr) tutti e tutti.
Questo mondo con l’uomo al centro è però esattamente l’opposto del mondo che stiamo vivendo: ciò che vale per questo mondo è il profitto, il denaro, le posizioni sociali di prestigio perché rese tali dalla ricchezza, dalla capacità economica. Se libertà c’è in questo mondo contemporaneo, è la libertà dei flussi finanziari che hanno assoggettato tutto al loro dominio. E’ una politica che li asseconda e che rende sempre più deboli i suoi avversari perché non ne vuole impaccio: ad essi, capitali finanziari, occorre lavoro, ma questo deve essere povero e ricattabile, pena una diminuzione dei profitti, perché appunto se ne richiederebbe la redistribuzione. Ciò che conta è invece l’accumulazione indiscussa, rispetto alla quale l’essere umano povero è strumento.
Quando sento le punte altissime ove si spinge l’accumulazione, in pochissime mani, nel contesto largo dell’intero mondo, io inorridisco: a me sembra una piramide indegna. Ove al vertice troviamo una manciata di uomini e mano a mano che scendiamo migliaia, milioni, miliardi di essere umani poveri che, qual vertice, sono costretti a tenere in piedi. Non rassomiglia forse alle piramidi sociali con cui vengono esemplificate le società antiche? Tutti i libri di storia sono pieni di queste piramidi. Oggi non è uguale a ieri se guardiamo da questa angolazione?

Occorre un rovesciamento

Allora cosa occorre se non un rovesciamento? Una battaglia contro tale ingiustizia? Allora le mezze misure, i posizionamenti, le rendite di posizione, le paure di non posizionarsi e perciò di restare fuori dai giochi, mi appaiono come ridicole. Un gesticolare e azzuffarsi per una briciola, e forse nemmeno quella.
Una volta ho scritto una riflessione sulla capacità di vedere le cose umane dall’alto, come da una sorta di scala che si alzi al di sopra delle nuvole e ancora più su: non sembrano ridicoli gli uomini visti da lassù? Si affannano per cosucce piccole piccole, ma non vedono all’orizzonte l’approssimarsi di uno tsunami che li polverizzerà tutti. Il loro sguardo fermo su piccole cosucce non permette loro di alzarlo a guardare oltre, a guardare le conseguenze nefaste che certe meschinità porteranno. Ecco, io vorrei che la politica guardasse fin laggiù, avesse il coraggio di non essere più di questo o quel politico, più di questo o quell’altro posticino assicurato, e vedesse oltre l’immediato presente.
E se la politica riuscisse a guardare oltre l’immediato presente forse capirebbe che sigle e siglette sono piccinerie che, anziché impattare i drammi, spostano attenzione ed energie, che andrebbero spese per vedere il problema e tentarne una coraggiosa soluzione.
Allora vedrei con favore l’unità della sinistra se portasse in quella direzione: tutti dovremmo avere il coraggio di andare oltre le posizioni che oggi abbiamo, chi ce le ha, e guardare tutti verso domani, non verso oggi. Interroghiamoci sulle conseguenze di lungo periodo, non soltanto su quelle di oggi e immediato domani. Interroghiamoci sul mondo che stiamo per lasciare. Su quello che stiamo lasciando ai nostri figli e nipoti. Se non facciamo così, non solo perderemo le elezioni, ma saremo complici delle ingiustizie perché non avremmo il necessario coraggio di affrontarle: occorre un radicale pensiero e altrettanto radicale agire, di contro e in faccia alle diseguaglianze che hanno prodotto una piramide che va rovesciata. A partire ciascuno dal proprio Paese. Ma poi con lo sguardo aperto e rivolto a tutti gli altri Paesi. La concentrazione della ricchezza e l’assoggettamento ad essa della politica vanno combattuti, e gli indugi, i piccoli timori elettoralistici, la ricorsa alle sommatorie di modestissime percentuali, ostacola questa battaglia.

"Vorrei punti di convergenza politica di lungo periodo"

Allora io auspicherei che la si smettesse di pensare a Tizio o a Caio, a chi dice cosa, oggi. Auspicherei che ci si sedesse attorno ad un tavolo (Sinistra Italiana, Possibile, Prc, Pci –ma dovrebbero almeno loro saper essere una cosa sola- associazioni, comitati, centri sociali, vertenze, cittadini pronti al servizio politico e chiunque senta di potercisi sedere) e a questo tavolo uscissero punti di convergenza politica di lungo periodo. Forse le mediazioni sono il sale della politica, però circoscrivere il terreno delle mediazioni stesse cosa è? Non è già mediazione politica?
Ecco, di quel terreno io non vedo essere parte quelle forze che stanno tentennando tra centro e destra, perché ritengo che quella piramide non vogliano combatterla, ma ne siano avvinti, tutto sommato facendone parte, a diverso titolo e misura, ma facendone parte.
E questo lo si vede se andiamo a scandagliare le classi sciali di appartenenza: non sono la parte debole e chi sta dalla parte debole, ma sono dalla parte forte del sistema, tesi quindi a mantenere deboli i deboli, a scacciarli, a eliminarli dalla visuale, ma mantenerli in vita perché servono così come sono.
(credo che la Flat tax possa essere un chiaro esempio di quali interessi voglia farsi portavoce l’attuale pd)
Se voglio abbattere un sistema iniquo e ingiusto, devo dire chiaro a me stessa, in primis, e a chi mi è vicino in questa battaglia, devo dire con chi sto e perché. Devo prendere una parte e portare avanti la battaglia in cui credo. Essa sarà frutto di mediazioni che ho già elaborato. E devo cercare chi, queste mediazioni altrettanto come me, le abbia già elaborate. C’è stato tempo per elaborarle, perciò tentarle adesso è già tardivo, a mio parere.

 
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Ora, ritrovare il Lavoro e pensare a tutti i disoccupati di oggi e domani

Il lavoro prima di tuttoIgnazio Mazzoli - Attenti e concentrati, ma sereni. Proprio il comportamento di chi non vuole perdere una parola delle informazioni che ha atteso da tanto tempo. Per capirle e verificarle, anche.
Sono i disoccupati e in particolare quelli organizzati in Vertenza Frusinate Disoccupati Uniti ad affollare la saletta della Cisl in Via Marco Tullio Cicerone. 70 a Frosinone, che ospita la conferenza stampa di Cgil, Cisl, Uil e Ugl convocata a tambur battente ieri pomeriggio dopo la firma alla Regione Lazio dell’Accordo Quadro Ammorizzatori Sociali per l’Area di Crisi Complessa.
E’ presente una nutrita rappresentanza degli organi di stampa e d’informazione come nelle grandi occasioni. Notiamo anche la Consigliera regionale Daniela Bianchi.
Questo incontro deve essere proprio importante. Enrico Coppotelli, segretario generale della Cisl lo rende subito evidente: «ieri, con la Regione Lazio, abbiamo firmato il primo accordo in Italia, unico nel suo genere, che si regge sulla saldatura di politiche passive (di sostegno al reddito) a quelle attive per la ricollocazione al lavoro di chi l’ha perso, in questo caso attraverso tirocini extracurriculari. Ha un valore nazionale.»

La novità non è di poco conto visto che sulla contrapposizione fra le “due politiche” si è retta l’incomprensione e, addirittura, si è sviluppato il conflitto che rendeva impossibile l’ascolto da parte dell’Istituzione regionale delle sofferenze sociali in cui si trovavano e si trovano i 380.000 disoccupati del Lazio. È certamente un passaggio non di poco conto che apre forse nuove prospettive nella lotta al disagio sociale ed economico, non solo nel Lazio ma forse in Italia come tutti i sindacalisti hanno richiamato.

Sulle facce dei lavoratori e dei sindacalisti si legge anche molto realismo. Gabriele Stamegna dichiara che le misure illustrate oggi sono “terapia intensiva” e Enzo Valente della Ugl rammenta all’interlocutore politico (Consiglio regionale e partiti ndr) «non ci deve vedere come ostili. Occorre ridisegnare un nuovo modello di sviluppo se si vuol far rinascere una nuova amicizia fra territorio e imprese. È urgente proprio in questa area meridionale dove i territori di Frosinone e Latina tardano ancora ad agganciare la ripresa». (Purtroppo non sono in soli in Italia ndr)

L’occhio al domani era d’obbligo, perché, come è stato ripetutamente ricordato, quella annunciata oggi è solo una “boccata d’ossigeno” di 12 mesi, forse 24, ma senza alcuna certezza oggi, anzi è meglio non contarci. Anselmo Briganti della Cgil con molto realismo gela ogni distrazione: “la mobilità finirà”. Non solo, molto correttamente viene ricordato che non tutti saranno beneficiari dai tirocini, solo la firma del “patto di servizio” darà diritto al sostegno. Poi è necessaria l’iniziativa, indispensabile di comuni e imprenditori, da “0 a 1000 dipendenti, per dare senso e concreti risultati ai tirocini extracurriculari”.

 Ora, con determinazione, ritrovare il Lavoro e pensare a tutti i disoccupati di oggi e domani

Di fronte ad una platea smaliziata o meglio, ripetutamente delusa, passa come lieve onda sullo scoglio la sottolineatura che la Regione Lazio “ci ha messo del suo”, perché senza un’anticipazione di 21 milioni si sarebbe dovuta attendere la fine del 2017 per utilizzare le somme utili alla proroga della mobilità. Il mormorio è immediato: «e sai che sforzo, a fine d’anno, fra 5 mesi se li riprende!?!! La Giunta regionale non si smentisce mai.»
Le domande si potranno fare per via telematica attraverso i CAF di appartenenza dopo aver firmato il “patto di servizio” presso il Centro per l’impiego. Ci viene detto che questa pratica superan vecchi metodi “borbonici”. Speriamo che le novità siano anche trasparenti quanto serve.

È chiaro a tutti. È un panino. abbondante certo, ma un panino. Qui bisogna raggiungere le certezze di pranzi e cene per vivere. Briganti, torna su un tema che gli è caro, questo è: «un primo accordo in Italia, coerente e virtuoso. Riguarda una platea enorme. Ora, però, bisogna riprogettare questo territorio perché dopo la stagione della Cassa del Mezzogiorno c’è stato il vuoto progettuale e programmatico. Non solo industrializzazione nel senso più tradizionale del termine, ma saper utilizzare gli strumenti che già esistono: la Legge sui parchi non pensando solo a gestori privati. Programmare un ciclo dei rifiuti che nel riutilizzo trovi molte nuove occasioni di lavoro. Mentre si assicura una sopravvivenza anche per alcuni LSU e si dà un aiuto agli ultrasessantenni per arrivare alla pensione, bisogna immaginare e costruire il futuro anche utilizzando la “Riconversione delle aree produttive in Aree produttive ecologicamente attrezzate (APEA)”. A Cassino ci saranno molte assunzioni.»
Molto bene indicare prospettive anche se da costruire. Intanto entrare in Fca è molto complicato con Marchionne che sfugge a ogni negoziato con le istituzioni e con le quali mai si è incontrato se non per le cerimonie come è già avvenuto in passato con la Regione Lazio e con il Governo. FCA, uno stato nella Stato.
Come sono sembrati lontani, stamattina, gli anni e i mesi dell’ostracismo come in particolare fu il 2015. Sindacati mai presenti alle riunioni del tavolo InterIstituzionale convocato dal Presidente della Provincia Antonio Pompeo e concordato con i disoccupati. L’agosto e il settembre di quell’anno con le promesse d’incontri andate a vuoto fino al quello del 23 settembre in cui la Regione per bocca dell’Assessora Lucia Valente lasciò balenare la possibilità di una proposta di legge per un Reddito minimo mai venuta alla luce. Ora Vertenza Frusinate e alcuni partiti: Sinistra italiana, Possibile, PRC e PCI nelle prossime settimane avvieranno la raccolta di firme per presentare e sostenere la loro proposta d’iniziativa popolare.

 

Recuperato il dialogo con i sindacati si rilancia una nuova dialettica sociale, indispensabile ad affrontare e risolvere le criticità che dalla Giunta Polverini si sono aggiunte a quelle create della maggioranza Zingaretti per il lavoro, la sanità, l’acqua, pubblica e l’ambiente. Il frusinate ne è l’esempio per eccellenza.
Un promemoria ai sindacati. Il 28 maggio a Ceccano fu dichiarato che fra gli impegni prioritari dei sindacati avrebbe dovuto esserci quello verso i disoccupati. Lo affermò il Segretario della Cisl Enrico Coppotelli, nel concludere la cerimonia del cinquantenario dell’assassinio di Luigi Mastrogiacomo, operaio del saponificio Annunziata.
Da qui vogliamo far conoscere una richiesta che viene da questo popolo di senza lavoro: i Sindacati si doteranno di una struttura permanente che organizzi queste genti? La disoccupazione richiede un’attenzione quotidiana e specifica alla ricerca di ogni misura di sopravvivenza perché ormai la mancanza di occupazione lavorativa è cronica. Tutte le statistiche mondiali segnalano questo fenomeno in crescita prodotto dalla tenaglia congiunta dell’automazione avanzante e dalla disoccupazione organica voluta dalle scelte liberiste per tenere bassi i salari.

18 luglio 2017

 
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Che resta oggi della Rivoluzione Francese?

rivoluzione francesedi Daniela Mastracci - 14 luglio 1789 - 14 luglio 2017. Correva l'anno di Liberté, Egalitè, Fraternitè ...
Quando spiego la Rivoluzione Francese faccio sempre un passaggio sul titolo della “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino”, sottolineando che c'è l'Uomo e non, che so, il Francese, e c'è il Cittadino e non , di nuovo, il cittadino francese. E questo mi sembra essere il punto saliente per parlare dell'ampliamento di prospettiva, che la dichiarazione porta con sé, rispetto allo Stato Nazione, rispetto a diritti concepiti all'interno dei suoi angusti confini.


Non pretendo, quando lo racconto ai miei ragazzi, di essere super scientifica, no. Io lo dico con passione umana, a parte la scientificità (semmai fosse possibile) della mia spiegazione. Lo dico credendoci. Perché a me interessa che il messaggio della "fu" Rivoluzione Francese sia vissuto dai ragazzi come un momento in cui la storia nazionale si apre al mondo intero. E mi assumo la responsabilità delle contraddizioni implicite in tale lettura: come ad esempio la schiavitù delle colonie francesi, oppure di quelle inglesi. Ma arrischio le contraddizioni confidando, in verità, che la ragione e il cuore dei ragazzi si apra alla stessa presa di coscienza di una umanità intera, che travalichi gli abitanti di una sola Nazione, e che possa fare delle stesse contraddizioni proprio il momento di frizione che porti alla lotta affinché quella umanità intera sia il loro obiettivo, la loro visione, il loro approccio al mondo: la consapevolezza delle contraddizioni come punto di partenza onde rafforzare l'universalismo del messaggio rivoluzionario di libertà, uguaglianza,fratellanza. E ciò si può studiare anche in seno all'espansione a ovest dei neonati (al tempo della rivoluzione francese, ovviamente) Stati uniti d'America: una corsa che ha significato l'eccidio dei Nativi americani, nonché, anche in quel paese che narrava già di se stesso la democrazia, la schiavitù di Africani condotti là in catene, venduti e acquistati per lavorare nelle loro fiorenti piantagioni.
Sottolineiamo insieme, io e miei studenti, i lati universali di queste contraddizioni, ne vediamo lo sviluppo nel tempo, l'ampliarsi della sfera dei diritti a diritti mondiali, fino ad arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.


Ma ad un certo punto le contraddizioni vengono di nuovo al pettine, in verità mai davvero sciolte nei due secoli e rotti che ci separano dalla Rivoluzione Francese, o dalla Dichiarazione di Indipendenza Americana.
Ecco, il lato universale non pare aver davvero vinto la partita. Oggi dobbiamo cambiare prospettiva e svelare il lato nascosto del presunto sviluppo e ampliamento dei diritti umani. Oggi dobbiamo saper riconoscere che dietro la marcia trionfale dei diritti c'è in verità la mondializzazione del potere economico, piuttosto che politico, che fa del liberalismo dei diritti solo una schermata di superficie, al di sotto della quale troviamo l'esatto contrario dei diritti stessi: troviamo sfruttamento, lavoro poverissimo, nuove schiavitù, bambini, donne e uomini usati e abusati, fatti essere pedine di giochi di guerra e di potere. Troviamo che di diritti ci si riempie la bocca ma poi, proprio quella Francia che l'Occidente vanta come terra di libertà e uguaglianza, sia stata colonizzatrice e tremenda sfruttatrice, la Francia, come la gran parte del cosiddetto mondo libero occidentale. E che adesso chiude i porti, mai aperti in verità, ai migranti detti economici: un distinguo che evidenzia la spregiudicatezza e arroganza di Stati che hanno ridotto alla fame interi popoli e che però non sono disposti ad accoglierli, adesso che migrano in condizioni di totale miseria. Oggi che assistiamo all’innalzamento di muri ovunque, di frontiere invalicabili e presidiate da militari pronti ad usare le armi.


Oggi che l’Europa, terra madre dei diritti, terra che vanta la sua civiltà come più avanzata, è governata da chi induce a stringere la cinghia ai lavoratori, ai pensionati, a tutti coloro che stanno soffrendo l’austerità, ma che dall’altra parte protegge capitali e accumulazioni di ricchezza che ampliano una forbice indegna tra mondo ricco e mondo povero. Insomma dentro queste lacerazioni odierne cosa ci dice oggi il 14 luglio 1789? A mio giudizio ci dice che dobbiamo leggere attraverso, sempre. Dobbiamo cogliere le contraddizioni oggi, senza credere che fatta la rivoluzione allora, noi siamo protetti e immunizzati da modi oltraggiosi rispetto ai diritti, e che non è poi così vero che il lato universale delle contraddizioni di due secoli fa si sia andato sciogliendo realizzandosi, e portandoci fuori da barbarie, razzismo, nazionalismo, xenofobia. Dovremmo saperci dire che sta ancora a noi operare in questa direzione, perché essa non si è compiuta affatto. E dovremmo uscire fuori da narrazioni che, al contrario, vorrebbero farci credere che la storia è finita, perché si è compiuta la sua grande conquista della libertà. Dovremmo prendere coscienza che la lotta sta a noi, oggi. E non soltanto per i diritti civili, ma anche, e direi soprattutto, per i diritti sociali: anche perché l'ampliamento fittizio di quelli civili ha nascosto una vera e propria inversione di tendenza rispetto a quelli sociali; il liberalismo e il neoliberismo hanno fermato la spinta propulsiva delle conquiste sociali, per poi riprendere terreno ed eroderle, viste come freni verso cui liberalismo-liberismo sentivano e sentono una feroce insofferenza. Allora se le date devono significare qualcosa, che significhino questo: consapevolezza che la lotta non finisce mai, che mai dobbiamo considerarci al sicuro. Forse anche la consapevolezza che lottare sta intanto nel Resistere al "nuovo che avanza", a domandarsi cosa mai voglia dire ed essere quel "nuovo", difendere le conquiste, esigerne ancora di ulteriori, anziché accomodarci su uno stile di vita che vorrebbe già tutto compiuto per sempre. Distrarsi? qualche volta, non sempre. Resistere? Sempre

 
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Papa Francesco, il Lavoro e la Cisl

papa francesco 350 260 29giu17di Donato Galeone - La Cisl e Papa Francesco oggi a Roma.

“....la vita sociale e la persona fiorisce nel lavoro che è una forma di amore civile, un amore vero, autentico che ci fa vivere e porta avanti il mondo”.

Sono le parole di Papa Francesco rivolte ai Delegati della CISL all'udienza di questa mattina, richiamandosi al tema del XVIII Congresso della CISL “per la persona e per il lavoro” che inizia oggi a Roma.

Queste due parole “PERSONA E LAVORO” sono state approfondite in questi ultimi mesi, tra gli oltre 4 milioni di associati alla CISL – SINDACATO DEI LAVORATORI - fondato 67 anni da Giulio Pastore, sulla base di valori universali della dignità della “persona e del lavoro” che sono valori cristiani universali di uguaglianza e, pertanto, di inclusione sociale unitaria che Papa Francesco ha voluto sottolineare dicendo che “persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme, perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, diciamo qualcosa di parziale e di incompleto.

Papa Francesco ha confermato, inequivocabilmente, che : “la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore e lavoratrice”.

Un riconoscimento, chiaro, al Sindacato dei lavoratori che per essere un ”buon sindacato deve rinascere ogni giorno nelle periferie per trasformare le pietre scartate dell'economia in pietre angolari”.

Una similitudine che deve caratterizzare la natura e la finalità di un sindacato: “bella parola – dice il Papa - che proviene dal greco “dike”, cioè, GIUSTIZIA e”syn” INSIEME agli esclusi di oggi” che sono i lavoratori in mobilità, i disoccupati.

Mi permetto aggiungere che sono quelle - pietre scartate - quelle persone da sostenere con un “reddito di inclusione sociale” che è “patto per il lavoro” contestuale alla riduzione delle ore di lavoro per favorire la creazione di lavoro e non solo per gli effetti delle innovazioni tecnologiche.

“Il l capitalismo del nostro tempo non comprende il valore del Sindacato – dice il Papa – perché la bella parola di “GIUSTIZIAINSIEME”- tra persone che già lavorano, tra chi perde il lavoro e tra quel 40% di giovani da 25 anni in giù che attendono lavoro “ha dimenticato la natura sociale dell'economia e dell'impresa”.

E l'incontro con Papa Francesco dei mille delegati della CISL ha richiamato il “LAVORO” quale fondamento essenziale della realizzazione di ognuno di noi, quale valore economico e fonte principale per soddisfare i nostri bisogni oltre che valore sociale con il quale contribuire a cumulare il “bene comune”.

Il “LAVORO” - oggi - assunto da un capitalismo che dimentica la natura sociale dell'economia e dell'impresa - richiamata dal Papa – ha introdotto anche nuove forme: flessibilità e precarietà, lavoro flessibile, lavoro precario in costante aumento nella dimensione europea, contrapposto al lavoro a tempo indeterminato o anche variabile a tempo determinato, congiunto alla opportunità - si dice – di cambiare lavoro nel corso della vita.

E nel contempo si constata, anche, la ridotta “crescita dei salari e degli stipendi” giustificandola con la crisi che proibisce la crescita del potere di acquistcisl bandierao dei salari.

Penso che il XXVIII Congresso della CISL e i loro delegati accolti oggi da Papa Francesco possono ricordare che, quando non si era in crisi, l'Eurostat indicava: fatta 100 la retribuzione reale media di un lavoratore a tempo pieno nel 1995, nel 2006, l'indice aveva raggiunto il valore di 101,5, anche se nel frattempo l'indice del reddito lordo prodotto dall'economia era passato da 100 a 118,3.
Il risultato,quindi, era ed è 'evidente: il lavoratore a tempo indeterminato, non toccato dalla crescita del lavoro flessibile guadagna - oggi - in termini reali reali più o meno quello che guadagnava nel 1995 (L.Tronti in Isril del 13.4.2017)

E alla domanda, conseguente, sul perché in Italia non crescono le retribuzioni, la risposta coinvolge il vigente modello contrattuale nazionale che è proprio demandato al prioritario “mestiere del sindacato” e della CISL, sostenitrice sin dal 1953, del decentramento della contrattazione collettiva ai livelli territoriali e aziendali che, ancora, si estende in appena il 30% dei lavoratori dipendenti delle imprese e con una modesta crescita salariale, mentre il restante 70% delle imprese private resta ancorato al modello contrattuale del 1993.

Tornando a Papa Francesco sia sulla funzione sociale dell'economia e dell'impresa, prevista anche dalla nostra Costituzione e sia su quanto si sostiene a gran voce (i datori di lavoro e non tutti): che in situazioni di crisi le retribuzioni non possono aumentare perché non si può distribuire ricchezza se non la si è creata (ritengo, peraltro, che i compensi orari dei lavori occasionali dovrebbero avere un costo complessivo maggiore) - ebbene - concordo con L. Tronti che è vero proprio il contrario: la ricchezza non si crea perché i salari sono bloccati o i trattamenti pensionistici sono bassi, anzi, i salari bloccati e le pensioni al minimo di sopravvivenza - lo dovremmo sapere tutti - fanno fallire le imprese e bloccano gli investimenti (ben pochi investono in un paese che non cresce).

Si tratta, quindi, di rilanciare e definire con la CISL una “politica salariale e del lavoro che cambia” e che richieda la crescita delle retribuzioni reali nella misura della “produttività del lavoro” collegato alla evoluzione tecnologica, secondo “partecipati obiettivi di sviluppo”.

Roma, 28 giugno 2017

 
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25 aprile, oggi

25aprile 350 260di Daniela Mastracci - “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.” (Piero Calamandrei)

 

Me lo riesco ad immaginare, ma soltanto un pochetto. La potenza della mia immaginazione non riesce a marcare le linee, a colorare i colori, ad accendere sorrisi che sicuramente brillavano sulle bocche delle donne e degli uomini che quel giorno, a fine giornata, e alla fine di centinaia di giornate, hanno potuto tirare un sospiro di sollievo, hanno respirato, quella lenta agonia che li attanagliava era finita. Quel giorno si sono potuti chiamare Liberi, non c’era più oppressione, violenza, brutta e cieca e rozza occhiataccia a zittire, trattenere, bruciare l’anima. Non c’erano più ordini impartiti col terrore, a suon di botte, di arresti, carcere, fucilate, impiccagioni... quel giorno la Repubblica di Salò era sconfitta, il nazifascismo sconfitto, il terrore sconfitto. Quel giorno si poteva parlare, gridare, urlare tutto quel triste nodo che aveva serrato le bocche e le gole, una liberazione di fiato, di voce imprigionata dentro ai cuori, che però non battevano per altra ragione, se non per esplodere di libertà, ancora, finalmente. Come si può immaginare quei volti, quelle braccia alzate a dire Vittoria, a dire sono Libera/o? Qualche fotografia ci aiuta un po’, immagini ormai un po’ sbiadite, sfocate, dai contorni sbrindellati, smangiucchiati dal tempo. E mi fa tenerezza provare a toccare, con le mani della mente, quelle fotografie che solo nella mente stanno, in questo momento. Ma mi piacerebbe che le mani potessero toccare quei corpi sfigurati dalla fatica, e poi trasfigurati dalla felicità.

Una lunga inesauribile Notte, finisce

Un passaggio epocale. La fine del buio pesto e fitto che faceva di quell’Italia e di quell’Europa soltanto una lunga inesauribile Notte, come Eli Wiesel l’ha raccontata. UnaFesta della Liberazione notte eterna. Dello spirito e del corpo. La notte di un pensiero che aveva dovuto zittire se stesso. Che aveva dovuto fermare ciò che non si può fermare, perché il pensiero è, di per sé, movimento, flusso e riflusso, esso va e torna, viene e si allontana, percorre chilometri e chilometri di momenti che, quasi come un che di miracoloso, stanno però tutti là, fermi e racchiusi, dentro le nostre ragioni, la nostra mente. E racconta di sé a quell’altro strano caso di natura che è il cuore: mica solo un muscolo... Mi viene da sorridere a pensare al cuore, perché s’affanna così tanto e però sa amare così tanto .. E insomma tra ragione e cuore, dentro un uomo libero vive la più pura delle magie: un dialogo libero e ribelle per definizione, perché già tra loro due stentano a darsi ragione, figuriamoci con le ragioni e i cuori degli altri (???) sta lì il difficile! Saper trascendere sé e andare incontro all’altro, e viceversa. Ma con la dittatura non si può. Anche dentro di noi quel botta e risposta deve restare taciuto...fino a spegnersi del tutto e a mutare natura, diventando struttura molle e preformata dall’esterno: come delle marionette di argilla, plasmate a misura di un terribile plasmatore, e fatte asciugare al sole a indurirsi per bene, a sclerotizzare ogni fibra.
Quel giorno le donne e gli uomini hanno detto No ad ogni possibile marionetta. Sono diventati i protagonisti della loro vita. Ma non hanno dimenticato i Compagni, con cui per settimane, mesi, anni, avevano condiviso pezzetti di pane e di vita alla macchia, nascosti e nascondenti, dai cui cespugli spinosi e taglienti venivano fuori col cuore gonfio di coraggio, ma anche con tanta paura. Sapevano che potevano morire in ogni istante, ma non si sono tirati indietro. Esperienza che nessuno di noi, italiani di oggi, fa mai, nemmeno per un attimo, in questa nostra vita comoda, ma solo apparentemente libera. Credo che la liberta sia indissolubilmente legata alla sua opposta: solo se si avverte la mancanza della libertà allora ci si preoccupa della libertà. Come diceva Calamandrei la libertà è quella cosa che ti viene a mancare quando l’hai già persa, e non ti sei accorto che la stavi perdendo.

Attenti a noi, oggi

Noi non siamo messi diversamente. Noi oggi non ci stiamo accorgendo di essere di nuovo marionette di un sistema che ci ha inquadrati e organizzati a suo uso e consumo.
Ma non ci accorgiamo nemmeno che intorno a noi, fuori, ma anche dentro questa nostra Italia, ancora troppo piccola, troppo poco matura, perché s’è sentita forte anagraficamente, s’è sentita adulta senza essere passata per l’interiorizzazione della Resistenza, dell’esser partigiano, dell’essere un combattente per la libertà; in questa Italia, e fuori, si sta di nuovo consumando una deriva a destra fascista, razzista, xenofoba, violenta...cosa ci vuole per farci prendere coscienza? Ieri nella metro ho parlato di Marine Le Pen a mia figlia. Le ho raccontato, come si può raccontare ad una ragazzina, il rischio che Parigi, quella città che l’affascina e di cui adesso ha una tracolla con il disegno della Tour Eiffel, quella Parigi di cui studia la lingua a scuola, rischia di diventare uno Stato con una donna presidente fascista. Per lei che è nata nel 2004 cosa può essere arrivato davvero delle mie parole? Ecco: la famiglia, ma soprattutto la Scuola, la storia e l’Anpi e tutti gli antifascisti se lo ricordino: senza i nostri racconti, senza le parole, che pur con grande dolore ci si formano nella bocca, noi quelle parole le dobbiamo sempre dire. Quelle crepe le dobbiamo lasciare aperte, mai suturare, mai pulire questo sangue. Don’t clean up this blood. Perché la Libertà e i Diritti non sono irreversibili. Sono sempre in pericolo, sempre da custodire, da difendere, da ri-fondare ogni giorno. E per fare questo occorre consapevolezza, informazione, attenzione, sensibilità. Occorre che sappiamo guardarci intorno e dentro. Perché non c’è peggior fascista di chi dica “non mi riguarda, non sono fatti miei”. L’Italia mi riguarda. La Francia mi riguarda. La Turchia. La Russia. Gli Usa. La Cina e le due Coree. E tutti i Paesi del mondo dove i manovratori spietati giocano al Potere usando noi come pedine. E dove si consuma l’odio e la guerra invece che la Pace. Dove si è tornati a pensare che l’uomo forte al potere sia meglio della democrazia partecipata e della Libertà.

 
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Proroga della "mobilità": Perchè oggi si dice di no, ma lo scorso anno è stata fatta?

disoccupati in più 350 260Intervista a Tiziano Ziroli di Daniela Mastracci - Buongiorno Tiziano. Io e te ci siamo incontrati a dicembre e abbiamo fatto una prima intervista. Ti ho conosciuto agguerrito e temprato alle tue sofferenze. Oggi ti trovo dimagrito e stanco: cosa è successo a peggiorarti il fisico e l’umore?
Si comincia a sentire molta stanchezza e anche problemi in famiglia perché la situazione grave non si risolve. Inoltre ascolto sempre le vicissitudini degli altri disoccupati e, per aiutare loro, io mi faccio forza, però dovrei avere chi fa forza a me. Tu sai che siamo in pochi a presenziare alle nostre iniziative e assemblee, incontri, tavoli...Molti di noi non hanno più neanche i soldi per pagare l’assicurazione, mettere benzina, pagarsi un biglietto del treno. Molti hanno preso la fiducia... (continua a leggere completata una pagina. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2

Mi sai ricostruire le vicende accadute da quando abbiamo presentato la proposta di legge sul Reddito minimo garantito In provincia il 3 febbraio?

È iniziato il percorso con i partiti SI, Possibile, PCI, PRC per avviarci insieme al percorso verso la proposta di legge regionale di iniziativa popolare sul reddito minimo, un sostegno imprescindibile per tutti noi disoccupati e senza reddito. Nei giorni seguenti ci siamo dichiarati Assemblea Permanente presso il palazzo della Provincia ed abbiamo insistito con il Presidente della Provincia Pompeo per poter incontrare l’Assessore Valente e capire se si potesse e volesse prorogare la scadenza della mobilità prevista per giugno prossimo. Tra l’altro abbiamo saputo che ad alcuni disoccupati dell’azienda Man-made la scadenza è anticipata al 30 aprile prossimo.

Avete poi incontrato l’Assessore Lucia Valente?

Si. Il 13 marzo Vertenza Frusinate ha incontrato l’Assessore Valente che dichiara che non ha intenzione di prorogare gli ammortizzatori sociali in deroga. Mortifica i disoccupati dicendo che alla nostra età non siamo più ricollocabili. La Valente si è appellata al Milleproroghe articolo 44 comma 11 bis della legge 148 del 2015, dove si parla solo di cassa integrazione straordinaria e non di deroghe. Ha poi aggiunto che siccome è una normativa di legge si dovrebbero convocare gli eletti del territorio e chiedere a loro cosa possono fare per modificare quel comma.

Avete quindi incontrato gli eletti del nostro territorio?

Si, il 20 marzo C’erano la senatrice Spilabotte, Frusone, Pilozzi, un collaboratore di Scalia. Era presente anche il presidente Pompeo. I presenti si sono resi conto che il comma 11 bis non risponde alle esigenze del territorio e la senatrice Spilabotte si è presa l’impegno di parlare con il sottosegretario al lavoro Biondelli per organizzare un incontro, al fine di discutere del comma in questione (in provincia di Frosinone i disoccupati, nella maggioranza dei casi, sono in mobilità, perché le aziende sono state chiuse o sono fallite, quindi il comma su cassa integrazione straordinaria non ci riguarda. E su questo si appellano i politici che sostengono che non si possono utilizzare fondi per la mobilità)

Il 12 aprile vertenza incontra il Sottosegretario Franca Biondelli. Che cosa succede?

Il sottosegretario era stata messa al corrente della situazione. Ci ha detto che il comma è immodificabile perché la legge è diventata esecutiva, quindi occorreva fare un’altra norma di legge per modificare la norma di legge in questione

È un gioco di parole o è la verità? Possibile che la burocrazia sia così avviluppata e contraddittoria?

Quello che sto dicendo è assolutamente vero. Non dico che la Biondelli abbia detto che è impossibile modificare il comma 11, ma che sarebbe cosa assai difficile, perché bisognerebbe trovare il momento propizio per poter infilare la modifica, ad esempio nella prossima legge di bilancio a luglio 2017

Ma nel frattempo?

Le mobilità sono in scadenza e a luglio saranno tutte terminate.lavorochenoncepiu 350 260

Torniamo all’incontro con la Biondelli

Risp: Ha aggiunto che avrebbe provato a contattare l’Anpal e convocare, lei, la Regione Lazio, e organizzare un tavolo fra Anpal, Ministero del lavoro, Regione Lazio, Vertenza Frusinate e gli eletti del territorio, al fine di studiare la fattibilità del finanziamento per eventuali lavori di pubblica utilità o servizi.

Questa ipotesi è in linea con il documento dei 74 sindaci consegnato da Vertenza al sottosegretario?

Si infatti. In quel documento, 74 sindaci del frusinate chiedevano alla Regione Lazio di sbloccare finanziamenti, per l’appunto, per un reddito di dignità legato a lavori di pubblica utilità. Noi di Vertenza stiamo sempre ulteriormente sollecitando i Sindaci a portare avanti la loro richiesta.
Comunque allo stato attuale non sappiamo se si aprirà o meno il tavolo promesso dalla Biondelli, ma la regione Lazio è stata comunque contattata dal Ministero del Lavoro.

Ho letto da qualche giorno di una cifra destinata alle aree di crisi complessa (Rieti e Frosinone) che ammonta a 19 milioni di euro: siete coinvolti in questo finanziamento?

Dopo l’incontro con la Biondelli scopriamo infatti che era stato fatto un decreto dal Ministero del lavoro e dal Ministero dello sviluppo economico che suddivideva i 117 milioni di euro stanziati per l’integrazione salariale nel decreto Milleproroghe e, in base alla richiesta della Regione Lazio, a questa sarebbero toccati i 19 milioni di cui tu mi chiedi.

Bene! quindi ci sono speranze?

No. La Biondelli non ha accennato ai questi 19 milioni, nonostante il decreto in questione fosse stato fatto prima del nostro incontro. Una volta venuti a conoscenza di questa cifra, lo abbiamo fatto presente al Consigliere Regionale Abbruzzese perché sapevamo che stava per fare un’interrogazione alla Regione Lazio in proposito. Stiamo parlando di due giorni fa, il 19 aprile.  (per leggere tutto vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Dunque il consigliere ha fatto l’interpellanza? Come è andata?

Intanto l’Assessore Valente non era presente all’interrogazione. Il consigliere Abbruzzese è stato molto preciso e dettagliato nella sua interpellanza, ed ha accennato appunto ai 19 milioni di cui stiamo parlando, chiedendo a cosa sono destinati, visto che il finanziamento riguarda la cassa integrazione straordinaria e non la mobilità. Su questo punto il consigliere ha insistito sottolineando che alla Regione pare non si conoscesse bene la specificità della situazione del frusinate ove, come già abbiamo detto, abbiamo un problema di mobilità e non di cassa integrazione straordinaria. Dunque la domanda sulla destinazione è opportuna.

Quindi se quei soldi sono destinati ad altro ma non alla mobilità, come si risponde a questo dramma, visto che sono ormai tutte in scadenza? Inoltre sorge un’altra questione: se non erogati quei soldi tornano allo stato? Oppure verranno spostati su altri capitoli?

Da quanto ci è stato detto, i 19 milioni sono destinati esclusivamente alla cassa integrazione straordinaria, ma la domanda sorge spontanea anche a noi: sappiamo con certezza che le casse straordinarie dello scorso anno erano destinate soltanto a 5 aziende, con un ammontare di circa 4, 5 milioni di euro: ci chiediamo, se la cifra rimanesse questa, dove andranno a finire gli altri circa 13 milioni di euro? Finirebbero tutti sulla Provincia di Rieti? E comunque resta il problema delle mobilità in scadenza e nessuna risposta in proposito. Questo vuol dire che migliaia di famiglie resteranno prive di reddito entro la fine dell’anno.

Al consigliere cosa è stato risposto?

Gli è stato risposto attraverso una lettera dell’Assessore Valente, letta dall’assessore Visini, dove si elenca tutto ciò che la Regione Lazio avrebbe fatto in questi tre anni per il territorio di Frosinone

E cioé che cosa?

Contratto di ricollocazione, bonus assunzionale, deroga della mobilità, riconoscimento dell’area di crisi complessa, tavoli di interlocuzione. Ma sui 19 milioni non è stata data alcuna risposta.

A tuo dire, le cose in elenco hanno dato qualche riscontro concreto?

Pochissimo, quasi niente, perché queste sono tutte "politiche attive" (?), ma se le aziende stanno chiudendo, queste pseudo soluzioni non portano risultati visto che, ad esempio, non ci sono assunzioni, né tantomeno ricollocazioni.

E per l’area di crisi complessa che la Valente dice di aver riconosciuto?

Torniamo al punto di partenza, perché si tratta di una scatola che poi però dovrebbe essere riempita con le cose concrete che riguardano nello specifico il territorio con la convergenza di Provincia, Regione, Ministero. Ma al momento, oltre qualche incontro al Ministero, non ci è dato sapere di concreta progettualità circa la nostra provincia.

Restano in piedi tutte le domande ma di risposte non se ne vedono. Mi viene da sottolineare con te l’impegno che ultimamente avrebbe preso il Sindacato a cominciare da una autocritica della Cgil in data 4 aprile durante l’incontro in Provincia sulla presentazione del referendum su voucher a appalti

Sì la Cgil si è avvicinata, e poi insieme a Cisl e Uil hanno risposto ad una nostra richiesta di incontro visto che noi, il 12 avevamo incontrato il Sottosegretario, e loro il 13 hanno avuto un tavolo tecnico con la Regione Lazio sull’area di crisi complessa, quindi vorremmo mettere insieme le nostre e loro informazioni per portare avanti la nostra causa insieme. Alla richiesta i sindacati hanno risposto dando la disponibilità all’incontro che si dovrebbe tenere il 2 maggio prossimo. Primo Maggio 2017

Allora aspettiamo il 2 maggio e l’appoggio che speriamo arrivi dai Sindacati. Ma sulle questioni raccontate a proposito dei 19 milioni, del comma 11 da modificare e quindi l’operato di Regione e Governo restiamo col fiato sospeso, mi pare?

E’ così. Voglio concludere raccontandoti un’ultima scoperta: abbiamo riscontrato che il decreto del 5 aprile fra i Ministeri del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico è identico allo stesso decreto ministeriale fatto a dicembre del 2016, cambiano solo le cifre: quello del 2016 ammontava a 216 milioni di euro, l’ultimo del 2017 ammonta a 117 milioni. Con il decreto di dicembre c’è stata la volontà politica di fare le deroghe alla mobilità, in quello di quest’anno non stanno operando nella stessa direzione: perché? Dove sta la differenza per cui oggi si dice di no, ma lo scorso anno è stato fatto?

 

Restiamo appesi ad un debole filo di speranza, ma consapevoli che le forze intanto messesi a disposizione ci sono e prima non c’erano. Prendiamo questo intanto come dato positivo ma ovviamente non è sufficiente. Aggiorniamoci a dopo il 2 maggio e speriamo in risposte a breve.
Intanto sottoscriviamo con voi il motto per il 1 maggio prossimo: Festa del Lavoro
Vertenza sostiene: SOPRAVVIVENZA SUBITO, LAVORO SEMPRE!

 

21 aprile 2017

 

 

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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

Auschwitz memoria 350 260di Daniela Mastracci - “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. In verità le giornate della memoria non mi piacciono. Ci conferiscono l’alibi dell’assenza del ricordo. Ci sollevano l’animo dalla responsabilità di ricordare ogni giorno.
Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

Auschwitz memoria 350 260di Daniela Mastracci - “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. In verità le giornate della memoria non mi piacciono. Ci conferiscono l’alibi dell’assenza del ricordo. Ci sollevano l’animo dalla responsabilità di ricordare ogni giorno.
Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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Oggi come ieri. I cognomi di sempre delle dinastie del capitalismo italiano.

MPS Siena 350 260di Daniele Riggi* - Il capitalismo "familista" italiano e la vicenda Monte dei Paschi di Siena: una storia che si ripete.
Alla fine degli anni '80 il noto giornalista americano Alan Friedman scrisse due libri, a mio avviso, molto importanti, ovvero "Tutto in famiglia" e "Ce la farà il capitalismo italiano?". Perché importanti? Perché svelarono, come solamente l'occhio di un osservatore esterno avrebbe potuto fare, la vera natura del capitalismo italiano: un sistema fondato sul familismo amorale, capace di autoriprodursi senza alcuno scrupolo, allergico a qualsiasi gerarchia fondata sul merito e sul valore della competenza. Un capitalismo furbo e arraffone, che vuole fare profitto investendo poco e rischiando nulla, e che grazie ad una estesa rete di legami familiari e di potere, evita sempre la concorrenza, puntando al monopolio. Questa è la sintesi di un modus operandi che purtroppo, da sempre, ha reso profondamente fragile la grande industria e la grande finanza del nostro paese al cospetto dei mercati internazionali, dove la concorrenza è spietata.
Fragilità che, però, è stata abilmente nascosta, in passato, dal sistema politico italiano; alcune volte in funzione degli interessi strategici dello stato, in altri casi per finalità meno nobili. Come? Coprendo di denaro pubblico e di commesse statali la nostra grande industria, a cui, tra l'altro, molte volte è stato consentito di agire indisturbata in condizioni di monopolio assoluto. Una scelta voluta, per permettere a questi giganti dai piedi d'argilla di poter competere, grazie al sostegno statale, con le grandi realtà industriali del capitalismo internazionale. Un sistema "dopato" che è durato quasi un cinquantennio, ovvero tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra alla fine della Prima Repubblica. A fare da "cuscino protettivo" furono i partiti politici che avevano ricostruito l'Italia del dopoguerra. Per mantenere i loro mastodontici apparati organizzativi e burocratici e, quindi, indirettamente, il "costo" del sistema democratico italiano, cercavano molto spesso finanziamenti irregolari da diversi "fonti", tra cui la grande industria, a cui, in cambio, era consentito operare in condizioni vantaggiose, a patto che assecondasse le politiche occupazionali e industriali intraprese dai governi (vedasi il caso FIAT nel Mezzogiorno d'Italia).
Un sistema che certamente dava forte potere contrattuale ai partiti, dato che gli consentiva di sostenere i costi della democrazia e allo stesso tempo di imporre agli industriali politiche di redistribuzione del reddito attraverso i posti di lavoro generati dai grandi siti produttivi. Un sistema che però aveva anche un grande difetto: aumentare considerevolmente la spesa pubblica e il debito dello stato. Va detto che in un paese come l'Italia, che all'epoca, dal punto di vista geopolitico si trovava al centro dello scontro tra i due blocchi ideologici della "guerra fredda", ovvero quello occidentale e quello del comunismo sovietico, questo modello, seppur discutibile, consentì, tutto sommato, di trovare un compromesso tra gli interessi del capitalismo privato e quelli del movimento operaio, ponendo fine al periodo di tensione provocato dagli "anni di piombo". Un equilibrio complesso che, però, ebbe vita breve, infatti, con la caduta del muro di Berlino, il trionfante neo capitalismo mondiale, legittimato dalla sconfitta del comunismo, suo rivale ideologico, decise che quel sistema politico e sociale di mediazione, oramai divenuto troppo "ingombrante" e democratico, non serviva più. Se, infatti, prima esso era servito a frenare il "pericolo comunista", adesso costituiva una sorta di ostacolo ai suoi appetiti liberisti.

Tutti via, ma restano gli immortali di sempre

Per far cadere un potere bisogna colpirlo nel suo punto debole. In Italia il punto debole del potere politico era proprio quel sistema di finanziamenti irregolari, all'ombra del quale, nel frattempo, erano proliferati comportamenti al limite della legalità, come, ad esempio, il sistema delle "tangenti". Ecco, dunque, che i poteri forti della finanza e dell'industria, stufi di dover sottostare alle condizioni di una politica che gli imponeva certi "limiti", facendogli addirittura pagare il "pizzo", fiutano l'occasione. Utilizzando strumentalmente il sistema dell'informazione mediatica, di cui controllavano una fetta consistente, contribuiscono ad accelerare il declino del sistema partitico, che di lì a poco verrà spazzato via dall'inchiesta giudiziaria "Mani Pulite". Il circo mediatico-giudiziario messo in campo condiziona e spinge l'opinione pubblica italiana a credere che tutti i mali della società di quel tempo fossero da attribuire a quella politica corrotta ed affarista. Finalmente, senza la mediazione dei partiti scomodi, quegli stessi partiti che per anni gli avevano riempito la pancia di denaro pubblico e che li avevano protetti sul mercato internazionale per coprire le loro fragilità, i "capitani" d'industria e di finanza ora sono liberi di lottizzare il nostro paese e di spartirsi quello che resta della gloriosa industria di stato.
Bel modo di cavarsela, ma adesso? Come si va avanti senza mamma politica che eroga sussidi a pioggia? Chi ci proteggerà dalla concorrenza ostile del libero mercato? Chi ci garantirà più commesse sicure? Chi darà la copertura alle "scalate" dei capitani coraggiosi? Semplice, basta bussare alla porta del nuovo potere costituito, quello che ha sostituito la "vecchia politica", quello che adesso conta: le banche finanziarie. Eccoci dunque arrivati al 2017, allo scandalo del debito miliardario del Monte dei Paschi di Siena. Gli attori sono diversi, ma i ruoli sono gli stessi, solo che questa volta al posto della partitocrazia c'è la finanza a coprire le magagne del capitalismo nostrano. Cattivo pagatore, debitore insolvente, sempre in affanno sui mercati internazionali, bisognoso di sostegno più di prima, in altre parole impresentabile. Ma soprattutto, almeno da quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche sulla lista dei debitori insolventi, a rappresentarlo ci sono gli stessi cognomi, quelli di sempre, nel rispetto della tradizione familistico-dinastica del capitalismo italiano. A pagarne le spese? Il bilancio già sofferente del nostro stato, che dovrà tappare per l'ennesima volta una voragine miliardaria, i piccoli risparmiatori, le migliaia di piccole e medie imprese e di famiglie che non riescono più a ottenere credito da parte delle banche, perché i soldi da prestare vanno agli amici "potenti".
Una vecchia storia, insomma, quella del capitalismo italiano, che come tutti i gattopardi d'Italia riesce sempre a rinnovarsi senza cambiare mai, e che, soprattutto, "tiene famiglia" e quindi deve essere aiutato. Basti ricordare il famoso "sistema Cuccia", che attraverso Mediobanca, considerata all'epoca il muro di Berlino del capitalismo italiano, teneva fuori migliaia di piccoli e medi imprenditori. Però, come direbbe Friedman, questa volta ce la farà a salvarsi? Se ci salveremo sarà solo grazie agli sforzi e ai sacrifici dei migliaia di piccoli e medi industriali eroi, che lottano ogni giorno per sopravvivere e per tornare a creare nuovi posti di lavoro. Non ci fidiamo più di chi, da sempre, cerca il credito facile grazie alla protezione dei politici o delle banche.
Frosinone, 12/01/2017

*Daniele Riggi, coordinatore FGS della provincia di Frosinone

 

 
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