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UGL: "Oltre l’emergenza covid-19”

“Italiani, lavoro ed economia oltre l’emergenza covid-19”: ecco il rapporto Censis-Ugl

UGL logoellissi 350 minCome gli italiani stanno affrontando l’emergenza sanitaria e quali sono le aspettative per il futuro. Questi i temi del primo Rapporto Censis-UGL dal titolo “Italiani, lavoro ed economia oltre l’emergenza Covid-19” realizzato per il 70esimo anniversario del sindacato.

Dal rapporto emerge come ci sia preoccupazione per la salute e incertezza riguardo il futuro e il lavoro. Il 57,1% degli italiani giudica il futuro piuttosto nebuloso, il 25,5% crede nella ripresa e il 17,4% si dimostra confuso. Sul fronte del lavoro il 50% degli intervistati teme la disoccupazione e il 62% è convinto che ci sarà l’inevitabile aumento della stessa. I diffusi dall’Istat, che indicano come gli inattivi tra i 15 e i 64 anni siano a marzo in forte crescita di 301mila unità, con un tasso di 0,8 punti che lo attesta al 35,7% aumentano i timori. Tra le paure anche quella di perdere i propri risparmi.

Se per l’occupazione il decennio post-crisi è stato segnato dal lento ritorno ai livelli occupazionali pre-crisi (la variazione percentuale del numero di occupati segna +2,9%, pari a +661.149 unità nel 2009-2019) il mercato del lavoro ha visto la crescita di tempo determinato e part-time con la conseguente diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie. I dati relativi al bimestre gennaio-febbraio 2020 (rispetto allo stesso periodo del 2019) non mutano il profilo: occupati stabili (+0,1%), tempo determinato a +1,8%, tempo indeterminato +0,4%. Il 51,5% del totale dei lavoratori riguarda i settori essenziali e il rimanente 48,5% quelli dei settori bloccati pari a circa 7,1 milioni di lavoratori (tra cui giovani, contratti precari, più bassi redditi e microimprese con un solo addetto, a cui vanno aggiunti gli operatori delle varie forme della gig-economy).

Per quasi 9 italiani su 10 (l’88,6%) lo Stato è considerato non presente come dovrebbe. Una convinzione più radicata tra le persone con un basso titolo di studio (34,4%), i redditi bassi (32,4%), e i disoccupati (30,9%). In tale contesto, emerge una rinnovata attenzione ad organismi intermedi, come il sindacato, nel quale ha fiducia il 34,9% degli italiani, con percentuali più alte tra laureati (38,3%), operai ed esecutivi (37,3%).

 

 

 

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Dipendenti senza stipendio da oltre 2 anni

Falvaterra dipendenti da 2 anni senza stipendio 350 minUnione dei comuni antica terra di lavoro: dipendenti senza stipendio da oltre 2 anni. pronta la mobilitazione
Non ricevono lo stipendio da oltre due anni i dipendenti dell’Unione dei Comuni “Antica Terra di Lavoro” che ha sede nel Comune di Falvaterra e, composta anche dai Comuni di Rocca d’Arce e San Giovanni Incarico, è da tempo in liquidazione. L’ultimo stipendio ricevuto dalle 4 impiegate e 2 operaie, tutte assunte a tempo indeterminato, risale al Novembre del 2017, da quel momento il nulla, neanche attraverso i decreti ingiuntivi, i quali, non hanno determinato effetti. Dal Gennaio 2019, poi, le lavoratrici non hanno ricevuto più neppure le buste paga e il versamento dei contributi Inps. Nonostante tutto continuano a recarsi giornalmente sul posto di lavoro per non perdere le tutele in caso di licenziamento, ma l’ente non svolge più alcuna attività e dunque non c’è nulla da fare. Una situazione imbarazzante per la quale è intervenuto più volte il consigliere del gruppo “Progetto Falvaterra” Daniele Ricci che sta seguendo da vicino la vertenza. Lo stesso gruppo consiliare, recentemente, ha chiesto un incontro con il liquidatore, in carica da luglio scorso, senza ottenere risposta. L’Ugl, sindacato di riferimento diIl paese di Falvaterra da monte Calvario 350 min parte del corpo dipendente, ha annunciato una giornata di mobilitazione: “E’ fondamentale tenere i riflettori accesi sulla vicenda perché le sei lavoratrici hanno il sacrosanto diritto di ottenere gli stipendi arretrati e conoscere il proprio destino. La nostra organizzazione sindacale è pronta a sostenere le lavoratrici e ad organizzare un sit-in di protesta davanti la sede di Piazza Sigismondo Amati 1”. Le dipendenti speravano di risolvere il 31 Dicembre con la liquidazione dell’ente ma così non è stato: “A nessuno interessa la situazione – spiegano – non si sta facendo nulla per risolverla, ci sentiamo abbandonate”.

 

 

 

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Uniti oltre la cabina elettorale, a sinistra

DanielaMastracci 350 260Dichiarazione. Ma come stiamo conducendo questa campagna elettorale?
Abbiamo il dovere di comprendere e non lasciare che lingua e metodi violenti, razzisti, fascisti siano sdoganati nella e dalla indifferenza. Ma abbiamo anche il dovere di non far diventare questa campagna elettorale il terreno di scontro tra forze che hanno tanti motivi di convergenza anziché di divisione. Credo che dovremmo sforzarci di riconoscere i motivi che uniscono, piuttosto che gli apparenti e, secondo me, contingenti motivi di divisione. Parlo della Sinistra tutta, che oggi si trova divisa in liste elettorali differenti, ma che ha tentato un percorso unitario, dove ci siamo trovati assieme e entusiasti di parteciparvi. E’ vero che quel percorso si è interrotto, ma sono più vere le ragioni che lo avevano mosso, perché sono più profonde delle motivazioni contingenti che lo hanno interrotto. Allora torniamo a parlarci, sinistra tutta, piuttosto che a scontrarci. Torniamo su quel terreno che ci vede uniti.

Cosa sta dominando in Italia in queste settimane? Quale problema è più grande di altri? Oppure quali problemi sono così drammatici da meritare il primo posto per l’attenzione, per l’analisi, per l’impegno nel cercare soluzioni al più presto?

Secondo me ciò che deve essere messo al primo posto è una relazione che la storia ci ha già insegnato, purtroppo. Ed è la relazione fra disoccupazione, disagio socio economico e la immediata rappresentazione della presunta causa di tale disagio nella presenza intorno a noi dello straniero, di quello che non appartiene al nostro presunto gruppo etnico, razziale, nazionale. La relazione fra impoverimento e l’ "altro", quello che con noi non c’entra, quello che ci toglie il lavoro, ci deruba, ci invade…. Ci sono le guerre, ma non soltanto quelle, perché c’è la fame, c’è la desertificazione, c’è il prosciugamento di pozzi d’acqua, ci sono mandrie che muoiono di sete. Ci sono armi, prodotte e vendute dall’occidente. Ci sono risorse naturali, specie petrolifere, ambite dall’occidente. Ci sono miniere sfruttate oltre la dignità umana. Ci sono rapporti di forza.

Non possiamo e non dobbiamo fermarci alla superficie e inasprire l’odio, fomentare violenza. Al contrario, dobbiamo interrogarci e analizzare i contesti entro cui sta ritrovando vigore un mai sopito fascismo. Le destre europee che stanno avanzando. La destra in Italia che usa linguaggi e metodi che muovono sentimenti xenofobi non può essere dimenticata e lasciata fare.

 
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Vietato sbirciare oltre con l’immaginazione

Concorso docenti 2016 360 260di Daniela Mastracci - È tutto un test e tutta un griglia.
C’è un libro che farei leggere ad ogni membro di ogni collegio dei docenti delle scuole italiane e si chiama “L’epoca delle passioni tristi” di Miguel Benasayag.
Ecco, “tristi” mi sembra proprio appropriato per dire quanto la scuola sia diventato l’opposto di quelle passioni gioiose ed espansive di cui ci raccontava Spinoza. Perché se gioisci, ti espandi per ogni dove: puoi anche varcare le soglie dell’infinito. Puoi avere la tua personalissima “siepe” e sbirciare oltre con l’immaginazione, che ti fa fare una nuotata negli “interminati spazi e sovrumani silenzi”. Puoi nuotare nelle acque azzurre di un “naufragar” dolce e sentirti tutt’uno con l’infinito. E’ la bellezza, bellezza! Ma non quella propagandata dai cultori del nuovismo ad ogni costo, che ti fanno stare davanti ad un pc ad apprendere, e fare tue tutte le nuove super tecnologie. No, è la bellezza dell’essere, del divenire, del mutare e ritornare. Di uno sguardo, di un sorriso, di un suono e di un colore… Solo esperienza del bello, solo emozioni e commozione, solo la metamorfosi che ti accade dentro quando sei al suo cospetto. E là ti si apre il mondo. Ti si svelano tutti i misteri dell’universo. E perché se non è questo, una poesia, un passo di Dante, un passaggio di un filosofo, una melodia, un dipinto, che cosa devono mai essere? Cosa devono insegnare? Devono insegnare che l’animo dell’uomo può varcare i confini del suo corpo, ecco cosa. Insegnare che il cuore ha delle ragioni che la ragione non può comprendere. Il cuore prova sentimenti che la ragione non potrà mai dire con le sue regole logiche e perciò la poesia è simbolica. La musica ti fa muovere e ondeggiare e volare anche stando lì, ferma immobile ad ascoltarla. E il latino e il greco e la storia dell’arte e tutte le sfumature dell’umano, cosa insegnano se non l’umano? Perché ci dovrebbe essere la scuola nel mondo, se non per farci sentire l’umano e conoscere le sue funamboliche prodezze espressive, intellettuali, e certo anche scientifiche?!

La realtà

Ma questo è solo un sogno! Non è la realtà. Perché la realtà mi dice freddezza. La realtà mi dice: stai lì ferma e immobile e impara quanto ti sarà utile domani. Stai lì seduta alla tua scrivania e impara, leggi e studia e impara le regole di tutto. Si perché la scuola crede che ci siano regole da imparare dappertutto: finanche nella poesia. E classificazioni. E tutto si legge secondo schemi, e pure prefissati. Tutto è ingabbiato in griglie, schemi, mappe, slides, presentazioni…Tutto è da imparare per applicare poi gli stessi schemi ad altri esercizi, altri brani, altre informazioni. Inquadrare e predisporre; cercare informazioni e allinearle in presentazioni. Fare test su tutto. Esercitarsi su tutto. E poi ancora Invalsi. E poi le crocette. E le risposte chiuse e quelle aperte. Quelle con vero o falso e quelle con i distrattori.
Cervelli che friggono dietro alle crocette da apporre qua e là. Per poi passare al vaglio dei correttori automatici delle piattaforme. Per finire poi con una valutazione. E anche a questo punto dell’accidentato percorso a X, tutto è altrettanto ingabbiato dentro schemi di valutazione. La griglia impera, unica sovrana. E tutti noi ossequiosi osservanti: guai a non starci dentro! Si conta, si misura, si somma e si divide. Numeri. Tutto è solo numeri. E poi alla fine di tanti conteggi esce fuori ancora un altro numero: ecco, questo elaborato vale tot. Questo esercizio vale tot. Tutto è un tot.


Nulla è più eccedente. Perché l’eccedente è fuori norma, non si può ammettere, devi fare di tutto per farlo rientrare nella norma. E come si fa? Semplice: i corsi di recupero riportano gli studenti eccedenti nella norma. Come malati da curare: si fa la diagnosi e si propone la cura. Tutti però rigorosamente nelle caselle predisposte. Come se fossero, tutti gli alunni, inquadrabili entro tali caselle, tutti cioè uniformi, conformi, senza eccezioni, senza personalità, senza identità. Numeri e griglie all’insegna della agognata obiettività della valutazione. Numeri e griglie entro cui far stare tutto il mondo di tutti i mondi degli studenti.
Allora da una parte togli incanto, perché fai passare il messaggio che si studia ciò che è utile domani, magari per entrare nel fantomatico mercato del lavoro. E poi questo “ciò che è utile” lo immetti in casellame vario. Dall’altra parte le perfomances degli studenti (perché così si chiamano: performance) vengono a loro volta incasellate nelle griglie, e cosa hai come risultato? Lo ha detto bene un prof che è bravo davvero, e che lo scrive proprio bene a proposito dell’ ”organo deputato al godimento di ciò che studiano”:
«E se invece cominciassimo a sospettare che nella scuola italiana, salvo lodevolissime eccezioni, si pratica una violenta e misconosciuta “infibulazione spirituale” che priva gli studenti dell’organo deputato al godimento di ciò che studiano? Non è forse l’incapacità di apprezzare il fascino intellettuale e di riflettere sul valore delle materie di studio la carenza più grave che affligge il loro disperato disincanto? Non è forse questa la tara segreta che sta travolgendo la civiltà e la cultura delle giovani generazioni?(Fausto Pellecchia in "La scuola dell’antitaliano. A proposito delle tracce degli esami di maturità")»

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La vita rimane indifferente e tutta intera oltre la vita che si spezza

a Mare 350 260di Nadeia De Gasperis - Il dolore più lacerante non è abbastanza forte da spostare l'asse terrestre. Il mondo ha continuato a girare come ogni giorno. L'odore di morte non ha sovrastato il profumo della primavera. La vita rimane indifferente e tutta intera oltre la vita che si spezza.
Ricordo che l'11 settembre 2001, stavo studiando e improvvisamente mi sono diretta alla televisione e l'ho accesa, come mai avevo fatto prima nel pomeriggio, mentre studiavo, e mi sono trovata immobile a guardare le immagini delle torri gemelle, reiterata come in un giochino di guerra bloccato sullo stesso passaggio. Qualcuno dall'altra parte dell'oceano, entro i confini del mondo occidentale, si sfregava le mani.
Mi ricordo la notte tra il 5 e il 6 aprile, in macchina a cercare di sintonizzarmi sulla verità della tragedia dell'aquila. Qualcuno dall'altra parte del confine con la comune decenza, qualcuno con la coscienza minuscola, rideva.
Tra un anno, Non mi ricorderò neppure di questo profondo desiderio di colpire forte al muso di questa femmina immonda che bestemmia sulla morte di esseri umani, effettivamente poco simili a essa.
Non mi ricorderò di questa giornata, di domenica di primavera, se non per aver riso, scherzato, passeggiato, amato.
Ci hanno comandato di "amare il prossimo" e "a mare il prossimo", come sempre, abbiamo frainteso.
Ma non ci ricorderemo cosa stavamo facendo ieri, se non per un elemento della nostra memoria personale.
Tra un anno, quando si celebrerà l'anniversario di una delle più grandi tragedie della storia umana, non cercheremo neppure tra i ricordi mentre qualcuno si scoprirà a soffrire lo stesso dolore.
"Stiamo diventando come degli insetti, simili agli insetti"

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Crisi, aumenta il disagio sociale. Oltre 9 milioni quelli che non ce la fanno

avvoltoi 350 260di Redazione - ''Cresce di quasi mezzo milione il numero degli italiani che non ce la fa. Complessivamente, adesso superano quota 9 milioni le persone in difficoltà in Italia: ai 'semplici' disoccupati vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Molti di più, comunque, di quanto dice "informalmente" il Governo che per bocca del ministro Martina parla di 6 milioni di poveri.
Un'enorme 'area di disagio': ai 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (677mila persone) sia quelli a orario pieno (1,74 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (813mila), i collaboratori (375mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,5 milioni). Questo gruppo di persone occupate - ma con prospettive incerte circa la stabilità dell'impiego o con retribuzioni contenute - ammonta complessivamente a 6,2 milioni di unità''. Il totale dell'area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, oggi comprende dunque 9,21 milioni di persone.
''Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Di qui l'estendersi del bacino dei "deboli". Il dato sui 9,21 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2014 e complessivamente risulta in aumento del 5,3% rispetto al terzo trimestre del 2013, quando l'asticella si era fermata a 8,74 milioni di unità: in un anno quindi 466mila persone sono entrate nell'area di disagio sociale'', continua Unimpresa. ''Nel terzo trimestre dello scorso anno i disoccupati erano in totale 2,84 milioni: 1,48 milioni di ex occupati, 596mila ex inattivi e 763mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2014 i disoccupati risultano in aumento del 5,8% rispetto all'anno precedente (+166mila persone). In calo gli inattivi: -19mila unità (-3,2%) da 596mila a 577mila. In aumento di 51mila unità gli ex occupati da 1,48 milioni a 1,53 milioni (+3,4%). Salgono anche le persone in cerca di prima occupazione, in aumento di 134mila unità da 763mila a 897mila (+17,6%)'', aggiunge Unimpresa.
''In forte aumento anche il dato degli occupati in difficoltà: erano 5,9 milioni a settembre 2013 e sono risultati 6,2 milioni a settembre scorso. Una crescita dell'area di difficoltà che rappresenta un'ulteriore spia della grave situazione in cui versa l'economia italiana: anche le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno pagano il conto della recessione, complice anche uno spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati. I contratti a temine part time sono aumentati di 60mila unità da 617mila a 677mila (+9,7%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 92mila unità da 1,65 milioni a 1,74 milioni (+5,6%).
Salgono anche i contratti di collaborazione (+18mila unità) da 357mila a 375mila (+5,0%). Risultano in aumento anche i contratti a tempo indeterminato part time (+4,.%) da 2,49 milioni a 2,59 milioni (+99mila) e gli autonomi part time (+4,0%) da 782mila a 813mila (+31mila)'', prosegue la nota.
 
fonte controlacrisi.org

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<div style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 5px 2px 2px; border: 1px solid #336699; float: left;" src="http://static.controlacrisi.org/images/auto/ff/ff0476127645332586312231e29c881debc85f0c830320fbd74d4844.jpg" alt="Avvoltoi" width="160" />di Fabrizio Salvatori da controlacrisi.org - ''Cresce di quasi mezzo milione il numero degli italiani che non ce la fa. Complessivamente, adesso superano quota 9 milioni le persone in difficoltà in Italia: ai 'semplici' disoccupati vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Molti di più, comunque, di quanto dice "informalmente" il Governo che per bocca del ministro Martina parla di 6 milioni di poveri.</div>
<div style="text-align: justify;">Un'enorme 'area di disagio': ai 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (677mila persone) sia quelli a orario pieno (1,74 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (813mila), i collaboratori (375mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,5 milioni). Questo gruppo di persone occupate - ma con prospettive incerte circa la stabilità dell'impiego o con retribuzioni contenute - ammonta complessivamente a 6,2 milioni di unità''. Il totale dell'area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, oggi comprende dunque 9,21 milioni di persone.</div>
<div style="text-align: justify;">''Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Di qui l'estendersi del bacino dei "deboli". Il dato sui 9,21 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2014 e complessivamente risulta in aumento del 5,3% rispetto al terzo trimestre del 2013, quando l'asticella si era fermata a 8,74 milioni di unità: in un anno quindi 466mila persone sono entrate nell'area di disagio sociale'', continua Unimpresa. ''Nel terzo trimestre dello scorso anno i disoccupati erano in totale 2,84 milioni: 1,48 milioni di ex occupati, 596mila ex inattivi e 763mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2014 i disoccupati risultano in aumento del 5,8% rispetto all'anno precedente (+166mila persone). In calo gli inattivi: -19mila unità (-3,2%) da 596mila a 577mila. In aumento di 51mila unità gli ex occupati da 1,48 milioni a 1,53 milioni (+3,4%). Salgono anche le persone in cerca di prima occupazione, in aumento di 134mila unità da 763mila a 897mila (+17,6%)'', aggiunge Unimpresa.</div>
<div style="text-align: justify;">''In forte aumento anche il dato degli occupati in difficoltà: erano 5,9 milioni a settembre 2013 e sono risultati 6,2 milioni a settembre scorso. Una crescita dell'area di difficoltà che rappresenta un'ulteriore spia della grave situazione in cui versa l'economia italiana: anche le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno pagano il conto della recessione, complice anche uno spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati. I contratti a temine part time sono aumentati di 60mila unità da 617mila a 677mila (+9,7%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 92mila unità da 1,65 milioni a 1,74 milioni (+5,6%).</div>
<div style="text-align: justify;">Salgono anche i contratti di collaborazione (+18mila unità) da 357mila a 375mila (+5,0%). Risultano in aumento anche i contratti a tempo indeterminato part time (+4,.%) da 2,49 milioni a 2,59 milioni (+99mila) e gli autonomi part time (+4,0%) da 782mila a 813mila (+31mila)'', prosegue la nota.</div>

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Oltre il bicameralismo perfetto assicurando la rappresentanza

camera-dei-deputatidi Angelino Loffredi - Giovedi 24 aprile ho assitito presso la Biblioteca comunale di Ceccano ad un interessante e (sicuramente) necessaria iniziativa. Il tema riguardava quello che viene chiamato il superamento del bipolarismo perfetto e la Riforma del Titolo V della Costituzione. Temi non facili da affrontare. Forum Democratico, associazione che si prefigge lo scopo di mantenere aperto il confronto politico e di buttare, come ha detto Rosalia Mattone "un sassolino nello stagno", mi sembra abbia superato brillantemente tale impegnativo appuntamento.
Sento di dirlo dopo aver visto le numerose presenze giovanili, sentito l'introduzione di Vincenzo Iacovissi e la qualità degli interventi e avvertito un clima di grande apertura e disponibilità. In particolar modo ho apprezzato la mancanza di aspetti elettoralistici. Insomma la approfondita discussione politica è stata unica rispetto alla propaganda e agli slogan elettorali.
L'illustrazione fatta da Vincenzo Iacovissi è stata pertinente sotto ogni aspetto, in grado di entrare, anche nell'intervento finale, nei dettagli.
Se si approfondisce il merito qualcosa però non mi ha convinto.
Non aver messo, per esempio, al centro delle proposte gli aspetti valorali, i principi ispiratori di tali impegnativi provvedimenti legislativi: secondo me governabilità e rappresentanza. Due valori che dovrebbero procedere insieme e alimentarsi, senza che uno prevalga sull'altro. Anche se il termine non è stato mai usato dal relatore il tema della governabilità, implicitamente, è stato prevalente mentre il tema della rappresentanza inesistente cosi come quello del controllo.
Sono d'accordo nel superare il bipolarismo perfetto ma mantenendo la sovranità popolare, ovvero la elezione diretta dei membri del senato, o almeno della gran parte. Se proprio si vuole dare una rappresentatività non elettiva e minoritaria la scelta può andare a favore dei rappresentanti delle regioni e delle autonomie locali. Tutto in un contesto simultaneo di riduzione del numero di deputati e senatori.
La discussione e il conseguente giudizio non può andare avanti separando l'esame della proposta di legge elettorale da quella del bipolarismo perfetto e ancora da quella di un nuovo senato e della riforma del Titolo V della Costituzione. Esame e scelte debbono procedere contemporaneamente perché il nostro ordinamento è fatto di pesi e contrappesi, in un delicato sistema di equilibri che si intrecciano e si connettono.
Se dovesse essere approvata la legge per la elezione per la camera avremmo milioni di cittadini senza rappresentanti nella Istituzione per lo sbarramento posto ai perdenti, ma anche alle liste che fanno parte della coalizione dei vincitori e che non superano il 4% dei voti.
Cose peggiori ben più avverrebbero per la composizione del senato riformato. Il dottor Antonio Donvito intervenendo nella discussione ha illustrato le proiezioni del futuro senato con il sistema proposto. Le attuali opposizioni otterrebbero l'8% mentre la maggioranza il 92%. Il Presedente della repubblica nominerebbe 21 senatori più quelli a vita, Non so se chiamarlo parlamento bulgaro o vero mostro giuridico.
La Riforma del Titolo V sembra non mostrare problemi. E' giusto assicurare certezze per evitare sovrapposizioni e scontri fra Stato centrale e regioni. Nel momento in cui si deve rimuovere il donno procurato in tanti anni di velleitarismo e inconcludenza vorrei puntualizzare alcune questioni: le regioni vennero create per spostare il potere dai ministeri alla periferia. Negli anni settanta parlavamo e sognavamo la repubblica delle autonomie. Purtroppo abbiamo visto realizzare una nuova centralizzazione anzi una doppia centralizzazione, non solo quella attorno alla regione istituzione a danno degli enti locali ma la centralizzazione delle giunte regionali rispetto ai consigli.
Tutti dimenticano che le regioni debbono assicurare il controllo, dare indirizzi e aggiungo assicurare linee programmatiche. Non debbono infatti gestire.
Si vuole semplificare lo Stato, a parole si afferma di volere eliminare il groviglio di enti che si sovrappongono, ostacolano la macchina amministrativa e sprecano ricchezza. Il parlamento ha cominciato con le Province. Una scelta che non mi ha convinto. Sono state decapitate con un modo discutibile e contradditorio. Il motivo dichiarato è quello del risparmio, perché così non si dovranno pagare tremila amministratori. Ma ancor oggi rimangono in piedi le prefetture, le camere di commercio, le comunità montane e un insieme di enti di discutibile utilità. Nella nostra provincia ricordo inoltre che rimangono in piedi l'Anagni sud e il Cosilam.
Riepilogo: la governabilità deve procedere di pari passo con la rappresentanza. La rappresentanza deve servire per governare ma anche per controllare chi governa.
L'alternativa a questo equilibrio è un uomo solo al comando.

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