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Una pandemia particolarmente violenta…per le donne

La CISL di Frosinone richiama il territorio al rinnovo del Protocollo provinciale contro la violenza di genere

cisl bandiera 225150Lo scorso primo luglio, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ha approvato il documento “La violenza di genere nel periodo dell'emergenza epidemiologica da Covid-19”, che conferma come durante il lockdown, a fronte di un calo complessivo dei reati contro la persona (dati Ministero dell’Interno), la violenza di genere non si sia affatto fermata, anzi sia aumentata, soprattutto in forma sommersa, per via delle maggiori difficoltà delle donne a denunciare.

Dal 9 marzo al 18 maggio 2020, dichiara Alessandra Romano, Segretario Generale Aggiunto della CISL di Frosinone, molte donne hanno trascorso un periodo di isolamento e di maggior esposizione alla violenza domestica, unita molto frequentemente alla violenza assistita dei minori, dovuta alla condivisione prolungata ed obbligata di spazi, alle preoccupazioni connesse all'incertezza del domani, tra cui l’instabilità economica, per il ricorso massiccio alla cassa integrazione causa Covid-19. Elementi che hanno contribuito ad esasperare le dinamiche violente nei rapporti di convivenza familiari, e che l’elaborazione ISTAT dei dati del Ministero dell’Interno, Direzione centrale della Polizia Criminale, confermano in maniera inequivocabile.

In quei 69 giorni di distanziamento sociale e con la prescrizione di rimanere a casa, decretate con il DPCM n.18 dell’8 marzoAlessandraRomano min 2020, gli episodi di violenza, esercitata da partner tra le mura domestiche sono cresciuti, come dimostrano le chiamate nazionali al numero 1522, aumentate del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019.

A partire dal 22 marzo, la crescita delle chiamate ai centri antiviolenza ha avuto un andamento esponenziale, fatta eccezione per la strutturale diminuzione delle telefonate nel fine settimana. Ad aumentare in misura vertiginosa sono state soprattutto le richieste di aiuto nel Lazio, tante telefonate, tanti messaggi, soprattutto nella fascia oraria 9:00 – 17:00, tuttavia poche querele. Spesso le telefonate si sono interrotte prima della conclusione del colloquio e in, molti casi, non si riescono ad imputare tali valori mancanti alla volontà o all’autodeterminazione di non proseguire il percorso. Nel periodo di riferimento le denunce dei reati “spia” (maltrattamenti contro familiari e conviventi art. 572 c.p. – atti persecutori art. 612 c.p. – violenza sessuale art. 609bis c.p.) sono dimunuite rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, per poi risalire in corrispondenza delle prime due riaperture del 4 e del 18 maggio, arrivando a superare i numeri registrati a fine maggio 2019.

L’andamento in provincia di Frosinone, precisa Alessandra Romano, ha ricalcato quanto verificato a livello regionale e le strutture del territorio, dei veri centri di eccellenza, hanno continuato a garantire l’assistenza alle donne che hanno avuto la forza di reagire. La CISL di Frosinone è stata tra i promotori del Protocollo di Intesa per l’istituzione della rete antiviolenza della provincia di Frosinone, sottoscritto il 25.06.2015 e che nel corso degli anni ha creato un baluardo assistenziale e culturale antiviolenza nel territorio, grazie alla coesione di intenti e di azioni dei 36 partner istituzionali.

È giunto il momento di rinverdire le sinergie, conclude il Segretario Generale Aggiunto della CISL di Frosinone e restituire un rinnovato, quanto atteso vigore a quella esemplare carovana antiviolenza della Provincia di Frosinone, affinchè nessuna donna possa restare condannata alla violenza, agli abusi, ai maltratatmenti, ai soprusi, alla sopraffazione, sia nelle relazioni, che nei luoghi di lavoro.

Ufficio Stampa e Comunicazione CISL di Frosinone

 

 

 

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Riflettendo sulla pandemia Covid 19

Le conseguenze del coronavirus

coronavirus pandemia 370 minNel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo.
Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.

Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli. In sostanza il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione.
Negli ultimi decenni alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a infezioni che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.

Dunque le origini di questo coronavirus e di questa pandemia sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Nel senso che, se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo, e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se, invece, si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo. La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere una linea nazionalista e sovranista che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”.

Se una cosa è evidente è che di fronte a queste emergenze la sola dimensione dello stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche gli stati più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli. Se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali; se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente. Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema che avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. Quante morti in più ha comportato tutto questo? Non credo lo sapremo mai.

Che lo si voglia o no la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nel brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc. Ad oggi i paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia e il Regno Unito, a dimostrazione della oggettiva difficoltà che hanno avuto le forze della destra ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza proprio perché rimaste chiuse in una logica nazionalista inconcludente e dannosa.

L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima del resto è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.

“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.

La salute degli esseri viventi e la salute del pianeta. È interessante ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (Prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020. Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.

In questo senso il problema del rapporto tra l’uomo e la natura porta con sé quello del rapporto tra pubblico e privato. Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora è più chiaro che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti. Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo di cui le posizioni del nuovo Presidente della Confindustria italiana ne sono un esempio. Il ruolo degli Stati tornerà a crescere e servirà una politica più determinata e più forte per riscrivere un patto per la ricostruzione in cui sia il pubblico a fissare gli obiettivi di benessere e di sostenibilità, e il privato a concorre al raggiungimento degli stessi.

Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Non sono più rinviabili la lotta al cambiamento climatico, alle disuguaglianze, alla povertà; la lotta per affermare il valore e la dignità del lavoro. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco. Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.

L’emergenza sanitaria mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universale, e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati. L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di pace, non c’era quasi più. Per questo in occidente si è smesso di realizzarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni e, magari, con l’occasione, compiere la scelta più impegnativa di tornare ad investire di più, non solo sui vari sistemi sanitari nazionali, ma per la ricostruzione su scale europea di una filiera produttiva che garantisca dotazioni di qualità e di eccellenza per ogni evenienza. Ma non dovremo fermarci qui. Perchè la vera opzione da compiere è la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.

Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di PIL, di sicurezza e di benessere. Per quanto riguarda l’Italia è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal MES. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui il Paese, non dico si sia abituato, ma sostanzialmente si è adagiato, nell’incapacità “storica” di cambiare e di innovarsi.

Il costo di questa operazione, per essere sostenibile, deve essere ripartito su una platea più larga di contribuenti pena il suo fallimento. Il che significa che non possiamo più permetterci sacche (ormai gigantesche) di economia sommersa e illegale. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale circa 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” in modo da garantire una più larga base imponibile, una più larga redistribuzione dei costi e una più ampia partecipazione alle responsabilità dello Stato da parte dei cittadini. Conosco già l’obiezione. E’ la solita sinistra delle tasse mentre il paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dal lockdown e alla parte più fragile della popolazione.

Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del paese. Certo per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee. E’ la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute e nuove reti di protezione sociale, impresa e lavoro. Quindi non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.

Se queste considerazioni hanno senso, allora in gioco non c’è una generica ripartenza. Né per l’Italia, né per l’Europa, né per il mondo. In gioco c’è appunto verso quale modello vogliamo riaprire e ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale. Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.

 

 

 

 

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I linguaggi pubblicitari dinanzi alla pandemia

Onnipresente è il carattere decisamente “parassitario” della pubblicità commerciale

spot Foxy durante il coronavirus mindi Fausto Pellecchia - 1. Revivals
L’attuale emergenza nazionale provocata dalla pandemia del Covid-19 può forse stimolare uno sguardo meno distratto o meno disincantato su un tema apparentemente marginale (e comunque rivelatore) del nostro sistema socio-economico: mi riferisco alle forme e alla diffusione della pubblicità negli attuali mezzi di comunicazione di massa.

Negli anni che accompagnarono il boom economico italiano, il paradigma della pubblicità televisiva è stato senz’altro il Carosello della Rai. Una recente mostra, intitolata Carosello. Pubblicità e Televisione 1957-1977, a cura di Dario Cimorelli e Stefano Roffi - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo vicino a Parma fino al l’8 dicembre 2019 - ne ha celebrato la memoria. Ma già nel 2017, per i più nostalgici o per i più curiosi, in occasione del loro quarantesimo, Repubblica ed Espresso hanno messo in vendita un gadget di 20 dvd che ne ripercorrono l’intera parabola. Del resto, la suddetta mostra fa seguito al remake del noto contenitore pubblicitario della Rai, trasmesso in forma sperimentale per alcuni mesi tra il 2013 e il 2014, e composto di spot commerciali di lungo formato (70 secondi) : un Carosello Reloaded , come un pezzo di modernariato iconografico, in formato riadattabile alla varietà dei media contemporanei (web, tv, cinema, social, radio).

Non sorprende, dunque, che la Sipra, la concessionaria di pubblicità Rai, in un sondaggio effettuato poco più di un anno fa, abbia registrato un risultato plebiscitario: quasi il 98% degli italiani tra i 26 e i 35 anni si augura il ritorno di Carosello; e si può scommettere che anche le fasce di età più mature, soprattutto in questa inattesa cesura storica che si presenta nelle vesti apocalittiche di una pandemia, siano percorse da una travolgente nostalgia “patriottica” che vede nel Carosello uno dei simboli dell’italianità. Questo unanimismo suscita non pochi interrogativi circa il protrarsi di questa tenace, sotterranea tonalità emotiva. Non tanto e non solo per il linguaggio pubblicitario ormai radicalmente obsoleto, definitivamente archiviato già nel 1977 (con la fine del boom economico, l’austerity della crisi petrolifera del 1973, e, soprattutto, con i conflitti sociali del 1977); quanto soprattutto per l’attuale moltiplicazione dei canali generalisti e per l’incontenibile velocizzazione dei tempi televisivi grazie anche all’infinita riproducibilità tecnica assicurata dal digitale terrestre e dalle piattaforme del web.

È appena il caso di rilevare come lo struggente amarcord del Carosello, attestato dal summenzionato sondaggio, ha rimosso nell’oblio la sconfitta subita dalla sinistra nel referendum del 1995, per contestare l’abuso delle interruzioni pubblicitarie durante la proiezione di film o di eventi sportivi, che era stato promosso dalle tv private negli anni ‘80. Lo slogan coniato da Federico Fellini - Non si interrompe un’emozione - e ripreso dal comitato referendario, non ottenne il consenso sperato: gli italiani si lasciarono sedurre dalle lusinghe berlusconiane, propagandate sulle reti Mediaset da personaggi televisivi di grande notorietà (da Mike Bongiorno alla coppia Vianello-Mondaini , da Rosario Fiorello a Michele Placido).

È superfluo rammentare i molteplici rilievi critici circa il conformismo ideologico e la rigida divisione dei ruoli sociali e familiari, nonché il “provincialismo” di sfondo -dovuto alla massiccia prevalenza degli spot sui prodotti made in Italy, non ancora sfiorati dalla globalizzazione dei semilavorati- che rendono irrimediabilmente datato il linguaggio pubblicitario di Carosello. Il mondo che costituiva il contesto storico di quel linguaggio è definitivamente tramontato. Così come perfettamente ininfluente è diventato il punto di forza di Carosello, legato alla precisa recinzione del suo spazio: un hortus conclusus in cui si potevano coltivare le ingenue fantasie e i desideri propri di un’Italia che, uscita dalle miserie del dopoguerra, festeggiava l’ingresso nel paradiso dei consumi di massa. “Dopo Carosello, tutti a nanna!” era lo slogan che imitava l’esortazione genitoriale rivolta ai figlioli della famiglia media italiana, prima di raccogliersi ogni sera dinanzi alla scatola magica del televisore.

Naturalmente questa delimitazione temporale ha inciso notevolmente sulla costruzione dei messaggi pubblicitari di allora. Non solo per la durata, che concedeva ben oltre i due minuti per ogni spot, ma anche per struttura bipartita del loro contenuto, suddiviso in uno sketch originale per ogni episodio e in una coda ripetuta ad libitum: una netta separazione tra la cornice-intrattenimento e la réclame, tra l’autonomia narrativa degli sketch e la focalizzazione pubblicitaria del prodotto, relegata nel finale del filmato (il famoso codino). Un mitico caleidoscopio emozionale di sequel pubblicitari, interpretati da quasi tutti i più noti protagonisti del cinema, del teatro e del mondo dello spettacolo italiani (uniche eccezioni: Anna Magnani e Marcello Mastroianni) e stranieri (Frank Sinatra, Jerry Lewis, Jayne Mansfield, Catherine Deneuve, ecc.) o raccontati da cartoons originali, scanditi da slogan entrati poi nel linguaggio corrente si affacciano nel ricordo come per effetto di una madeleine visionaria a partire dalla rievocazione celebrativa della mostra parmense.

 

2. Dal testimonial all’endorser

Un altro evidente coefficiente della trasformazione intervenuta dopo Carosello, è la radicale riduzione del numero e della qualità delle figure testimoniali. I grandi protagonisti (attori, registi, sceneggiatori) del cinema e del teatro, in grado di interpretare, pur all’interno dello specchio deformante del messaggio commerciale, situazioni e scene di vita, interazioni e modelli di comportamento largamente condivisi nel contesto sociale di riferimento, hanno ormai disertato la ribalta degli spot pubblicitari. Del resto, per la struttura bipartita del Carosello, le celebrità che fungevano da testimonial svolgevano il ruolo di complici “passivi”, il cui nesso con il prodotto reclamizzato appariva alquanto indeterminato, se non del tutto inesistente. Al loro posto, come veicolo “attivo” del messaggio pubblicitario, è subentrata, nel sec.XXI, la figura dell’endorser la cui identità, segnalata da connotazioni estrinseche (tipologie di abbigliamento -tuta da lavoro o camice bianco- e di ambientazione: laboratorio, spazio domestico ecc.), è relegata nell’anonimato del ruolo sociale, ma, proprio per questo, inseparabile dal prodottocoronavirusehotel 390 min pubblicizzato. Si tratta per lo più di personificazioni anonime che rimandano ad una specifica competenza nel settore merceologico al quale appartiene il prodotto reclamizzato (il “professionista”, l’ “esperto”, l’architetto, ecc.) oppure all’utilizzatore-tipo, presente nello spot come un consumatore soddisfatto ed entusiasta. Le residue presenze di “celebrità” del mondo dello spettacolo o dello sport o gli chef dell’arte culinaria, sono sensibilmente diminuite, anche per contenere il rischio di “sovraesposizione” del personaggio famoso. Anche la notorietà del personaggio viene selezionata in base ad un gradiente orientato verso la mediocrità. Alla figura dell’endorser – grazie all’ampia varietà dei canali audiovisivi replicabili in rete e accessibili individualmente attraverso smartphone, tablet e personal computer, nonché alla globalizzazione dei mercati- si affianca il ruolo dell’influencer o del blogger, che domina i linguaggi dei social network : si tratta di individui i cui pareri sono in grado di plasmare o condizionare a distanza l’opinione una moltitudine di “seguaci” (followers). Peraltro, la popolarità di un influencer non si misura solo con la quantità dei followers, ma anche in base alle interazioni, ovvero i like (l’assenso) e le visualizzazioni, i commenti e le condivisioni che suscitano le sue valutazioni.

Le più recenti ricerche di marketing suggeriscono un coinvolgimento preferenziale dell’influencer rispetto all’endorser tradizionale. Si ritiene, cioè, che l’eccessivo carisma mediatico dell’endoser potrebbe distogliere l’attenzione della platea dei consumatori dall’oggetto pubblicizzato. E, d’altra parte, l’endorsement mediante l’uso di celebrità, proprio per la riduzione del loro numero e della loro “credibilità”, presenta l’inconveniente che ciascun testimonial possa promuovere una serie di prodotti o di marche differenti, con una conseguente perdita di efficacia comunicazionale.

Lo sguardo comparativo con la pubblicità contemporanea conferma pertanto il tratto ‘antiquario’ di Carosello, che fu in grado di realizzare una combinazione, letteralmente straordinaria, della proposta pubblicitaria con la creatività artistica, il design e il linguaggio cinematografico e teatrale. La fascinazione che promana dalla sua epopea ha la sua fonte primaria nell’implicita accettazione di un patto di non-ingerenza (oggi improponibile) tra il mondo della creazione artistica e della tecnica cinematografica, e il management dell’industria italiana,. La sua ratifica presupponeva, del resto, il contesto del boom economico, ovvero l’apertura di un immenso territorio vergine e di un cambio di scala nei consumi di massa di enormi proporzioni: dall’alimentazione agli alcolici, dagli elettrodomestici ai mobili da cucina, dai cosmetici ai detersivi.

In un questo senso, non si può non concordare con la conclusione del saggio di Emmanuel Grossi - incluso nel catalogo della mostra parmense su Carosello. Pubblicità e Televisione 1957-1977, in riferimento al mutamento del paradigma culturale del linguaggio pubblicitario, concomitante con i nuovi parametri dello sviluppo socio-economico italiano: «E l’Italia dimostrerà finalmente a tutto il mondo – e soprattutto a se stessa – ciò che Carosello aveva tenuto celato per vent’anni sotto il cerone, i lustrini, i jingle, i testimonial, il nonsense e la follia, grazie al continuo, prezioso apporto del cinema e di tutte le altre discipline dello spettacolo: che non eravamo capaci (e, per certi versi, non lo siamo nemmeno oggi) di fare sul serio pubblicità». Giudizio indubbiamente condivisibile, a meno di una piccola variante: non eravamo capaci (e per certi versi, non lo siamo nemmeno oggi) di fare seriamente soltanto pubblicità, senza intrecciarvi motivi eccedenti e commercialmente incongrui, che sconfinano nel puro talento creativo.

 

3. Pandemia e nuovi paradigmi del linguaggio pubblicitario

Alla distanza culturale che separa i diversi contesti del linguaggio pubblicitario, si aggiunge, in questi momenti di drammatica sollecitazione del legame sociale causata dal propagarsi del Covid-19, un’istanza emotiva strettamente emergenziale che può, tuttavia, tradursi in un’occasione di conoscenza. Decisiva, in questo senso, è l’alternanza discordante tra la pubblicità commerciale e i messaggi della comunicazione istituzionale, che scandiscono i comportamenti virtuosi per contenere il contagio. La loro collisione e la loro sovrapposizione durante le interruzioni delle trasmissioni producono una scintilla che può attizzare persino una diversa cognizione e una più matura consapevolezza del nostro passato.

Come ammoniva Walter Benjamin nella VI tesi di filosofia della storia: «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo "come propriamente è stato". Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell'istante di un pericolo. Per il materialismo storico si tratta di fissare l'immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo». In questa Jetz-zeit, consegnata all’angoscia del #restiamoacasa, mentre le reti televisive sono stabilmente occupate da rubriche giornalistiche, talk show e interviste monotematiche sulla situazione medico-sanitaria e sulla catastrofe economica prossima ventura, le “imprescindibili” interruzioni pubblicitarie ci sono apparse, per la prima volta, immerse in un’aura irritante che incita, se non alla deplorazione, almeno ad un inquietante disagio. La consolidata, onnipotente intrusione delle strategie di marketing in ogni superstite anfratto lasciato al pensiero e alla riflessione pubblica dalla segregazione immunitaria che stiamo vivendo, sembra dismettere i connotati della “franca menzogna”, tipica del messaggio pubblicitario, per mostrare la crudezza della pura ricerca di profitto. Quasi che proprio questi momenti di eccezionale emergenza rendano possibile, per la prima volta, la percezione dello scarto tra la calcolata, ipocrita frivolezza degli spot pubblicitari – costellati di volti sorridenti, immersi in atmosfere oniriche e rarefatte o in effimere voluttà consumistiche- e la reale incombenza delle nostre paure. Paure del tutto simili a quelle che, nella quotidiana emergenza dell’epoca attuale, inquietano e assillano la nuda vita degli oppressi, dei disoccupati, dei migranti, degli sfruttati. covid19 lavoro min

In verità, nel tentativo di adeguarsi a questa straordinaria contingenza temporale, le attuali strategie di marketing hanno appreso a dissimulare il loro messaggio commerciale attraverso l’uso di formule stereotipate proprie della pubblicità sociale, producendo così un intreccio di connotazioni ambivalenti. Costretti all’alternanza con gli insistenti appelli della pubblicità istituzionale [#resta a casa, #usa le precauzioni anticontagio, ecc.], gli spot commerciali provano a mimetizzare la loro natura e le loro finalità, proponendosi con le sembianze del discorso dell’informazione on line e delle innovazioni tecnologiche dello smart working. Essi occultano l’autopromozione commerciale con la vacuità di uno pseudo-sapere che traveste l’imperativo del consumo con formule rassicuranti o consolatorie. Questa strutturale equivocità è dissimulata e, al contempo, enfatizzata dall’imperturbabile ossequio con il quale i conduttori televisivi - nel bel mezzo di un’intervista, di un dibattito o di un collegamento esterno- annunciano l’interruzione pubblicitaria come un atto di improrogabile deferenza all’ubiqua divinità del mercato. Dissonanza che non può essere giustificata - come pure accade di sentire da qualche epigono dei grandi teorici italiani del mid-cult (da Omar Calabrese a Umberto Eco) - come un estremo tentativo di normalizzazione, inteso a rassicurare gli spettatori sulla tenuta del sistema, con un abusatissimo the show (of goods) must go on.

Indubbiamente, una delle conseguenze più vistose della pandemia covid-19 è il rapido mutamento di registro della pubblicità commerciale nel tentativo di catturare il sentiment dei consumatori sottoposti ad un evento fortemente traumatico.

Le agenzie pubblicitarie sono state in breve tempo costrette ad analizzare le differenze introdotte dalla crisi nei diversi comparti economici e merceologici. In apparenza, quasi nulla è cambiato nella pubblicità dei prodotti distribuiti nei grandi centri commerciali, nei quali il flusso dei consumatori è persino aumentato a causa del panico per il temuto scarseggiare dei generi di prima necessità. Piccole ma significative variazioni sono intervenute nei punti vendita della telefonia o delle connessioni internet, dal momento che, per i cittadini sottoposti a confinamento sanitario, i dispositivi informatici rappresentano l’unica modalità di contatto interpersonale o per il lavoro da remoto. In quest’ultimo caso, la pubblicità tenta di riconvertire la necessità dell’emergenza in virtù di facilitazione tecnologica, se non addirittura in un incremento di comodità: il contatto in teleconferenza con l’amico che risiede nello stesso quartiere ha la stessa semplicità della conversazione con un parente che abita in un altro continente. Decisamente più difficile è la costruzione del messaggio pubblicitario se l’affare da reclamizzare è costituito dalla vendita di automobili, che in questo frangente gode di una estensione della domanda nettamente minore, quasi in concorrenza con la vendita di biciclette con pedalata assistita. Discorso analogo vale per la moda prêt-à-porter, per la cosmetica, la pelletteria o per le agenzie dei viaggi-vacanze, che scontano la sospensione commerciale di beni attualmente percepiti come superflui.

In tutti questi casi, il prodotto non è più il centro della comunicazione commerciale: al suo posto subentrano i significanti simbolici che vi si possono associare. Perciò la BMW, ad esempio, sceglie come influencer Alex Zanardi, pilota automobilistico e conduttore televisivo, mentre la KIA lancia il nuovo modello, invitando i clienti a prenotare l’auto online “senza uscire di casa”; ma non tralascia di pubblicizzare il proprio impegno nel mettere a disposizione dei volontari del CSV i propri autoveicoli per consegnare la spesa alle persone anziane o non autosufficienti nell’interland milanese. Ciò che unifica tutti i messaggi della pubblicità commerciale, in questo periodo di confinamento forzoso e di preannunciata catastrofe socio-economica, è non solo il tono rassicurante e paternalistico, quanto soprattutto l’accentuazione del carattere emozionale, ispirato ad una cultura rétro, vagamente nazional-popolare (se non romanticamente “patriottica”) che esalta le naturali doti di resilienza degli italiani. La voce fuoricampo - che accompagna le immagini del tricolore appese ai balconi, con le famiglie che si salutano da un palazzo all’altro, snocciola le massime di un ottimismo consolatorio: “Insieme ce la faremo”, “andrà tutto bene” ecc. La Barilla, ad esempio, ha scelto come testimonial Sofia Loren per la voce narrante di uno spot in cui si celebra l ‘“Italia che resiste”. L’intero video è basato sul dosaggio di stimoli emozionali: “A chi dà tutto senza chiedere nulla, a chi è stremato ma ci dà forza per sperare, a chi…”. In molti video pubblicitari è diventato ‘virale’ l’appello alla prossimità morale (come contraltare del distanziamento fisico), regolarmente preceduto dal ringraziamento a medici e infermieri, che affrontano l’emergenza in prima linea, ma anche a farmacisti, cassieri, operai, trasportatori e a tutta la filiera agroalimentare. Un festival dei “ buoni sentimenti”, intriso di luoghi comuni che esaltano l’orgoglio nazionale e la pretesa supremazia morale dell’ “italiano medio”. Influencer d’elezione in questi spot è, infatti, tanto il personale sanitario che accudisce i malati in ospedale, quanto chi si occupa della famiglia a casa; sia chi lavora in fabbrica, sia chi invece è a casa davanti ad un pc; sia gli scienziati impegnati nei laboratori a trovare una cura o il mitico vaccino (che porrà termine all’apocalisse), sia chi fa disegni da appendere al balcone o dipinge murales edificanti sulle pareti dei grattacieli; tutti accomunati dallo stesso desiderio di contribuire a superare insieme questo momento difficile.

Meno percepibile proprio perché onnipresente è il carattere decisamente “parassitario” della pubblicità commerciale, che sfrutta sapientemente la scia delle campagne istituzionali di comunicazione del Governo: come quella promossa dal Ministero della salute per l’uso della mascherina, con lo spot “Per tornare tutti insieme a sorridere”; o quella del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo con la campagna di comunicazione "Andrà tutto bene" ; quella del Ministero dell’Istruzione sulla didattica a distanza con lo slogan “Restando a casa #lascuolanonsiferma”; o la campagna “Libera puoi”, promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità a sostegno delle donne vittime di violenza durante l’emergenza coronavirus; o, infine, la campagna “sintetica”, denominata “GRAZIE”, promossa dal Governo sull’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, che esprime il ringraziamento ai medici, agli operatori della sanità e tutti gli altri lavoratori impegnati nella produzione e distribuzione dei prodotti e servizi indispensabili per i cittadini, in sintesi tutti coloro che, in questo periodo, stanno rischiando la loro salute per dare il loro contributo al nostro Paese, curando gli ammalati e garantendo agli altri cittadini i prodotti e servizi essenziali.

Per effetto del parassitismo comunicativo della pubblicità commerciale sulle campagne istituzionali si ha quasi l’impressione che nei video di queste ultime -proprio in virtù del carattere emozionale delle immagini e delle narrazioni opportunamente riconvertite dalla pubblicità commerciale- manchi, per una strana forma di amnesia, l’indicazione del prodotto da reclamizzare, sostituito dal salvataggio e dalla simbolica “ripartenza” dell’intero Paese. In questo senso, l’antica bipartizione della pubblicità di Carosello -composta da uno sketch originale e da una coda ripetibile riservata al prodotto di riferimento- sembra ritrovare un’inattesa rinascita: l’eliminazione della “coda” nella comunicazione istituzionale è stata prontamente ripresa e manipolata nel simbolismo sentimentale della merce.

 

 

 

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Nessun male viene solo per nuocere

Covid 19

altro mondo 350 mindi Ivano Alteri . Non tutti i mali vengono per nuocere. Anzi, meglio: nessun male viene solo per nuocere. La pandemia non fa eccezione. È vero, di fronte a tante morti e tanta paura è difficile stare allegri e pensare a qualcosa di buono. Ma dalla nostra quarantena ci pare di scorgere più di qualche antidoto, allo sconforto che ci infetta e cerca di opprimerci. Sarà l’angustia del recluso, che ingigantisce i desideri di libertà; sarà la voglia di riscatto delle tante speranze deluse; sarà l’orgoglio che reclama il suo “io l’avevo detto”… ma da qui ci sembra proprio di scorgere un virus rivoluzionario, che sta trasformando radicalmente il mondo di ieri.

Nel mondo di ieri, sembravamo tutti analfabeti funzionali, incapaci di fare anche solo un bonifico online. Nel mondo di oggi, molti già lavorano in remoto da casa, gestiscono i propri conti, le proprie spedizioni, le proprie domande agli enti, i propri acquisti direttamente sul web. E anche gli anziani (che sono anziani, mica cretini…), fanno quello sforzo in più, che l’età gli consentirebbe di scansare, per incontrare figli e nipoti nelle videochiamate e attraverso tutte quelle diavolerie tecnologiche che ieri sembrava relegarli ineluttabilmente nel mondo che fu.

Nel mondo di ieri, non conoscevamo neanche il vicino di pianerottolo. In quello di oggi, cantiamo l’inno nazionale al balcone con quello del palazzo di fronte, che mai avevamo visto e incontrato, né mai avremmo sospettato avesse quella gran voce…

Nel mondo di ieri, gli italiani erano derisi e sbeffeggiati da ogni parte. In quello di oggi, tutte le capitali del mondo solidarizzano con noi e illuminano i loro monumenti coi colori della nostra bandiera, imitano il “modello italiano”… E può persino accadere che una tivù inglese (inglese!) elogi i cittadini e le autorità italiane, mentre deplora le scelte e i comportamenti delle autorità proprie e dei propri concittadini.

Nel mondo di ieri, la signora Merkel imponeva a tutti gli altri paesi europei d’introdurre nelle rispettive Costituzioni (costate ai nostri nonni fiumi di lacrime e sangue) il famigerato pareggio di bilancio, che subordinava i servizi sociali, il welfare, la spesa pubblica, insomma la vita dei cittadini, ai conti dello stato assurti a feticcio. In quello di oggi, la stessa signora Merkel è costretta a decretare investimenti per centinaia di miliardi di euro in deficit, in violazione della propria stessa costituzione, evidentemente inadeguata alla realtà della vita, secondo il suo stesso parere.

Nel mondo di ieri, la “privatizzazione” dei servizi pubblici era l’orizzonte da perseguire ad ogni costo e in ogni campo dell’attività umana, dall’acqua alla sanità. Nel mondo di oggi, ci accorgiamo che il sistema privato non è stato capace neanche di produrre qualche mascherina e respiratore, ma solo di piangere per i quattrini che non guadagnerà. E, soprattutto, che se non ci fosse stato un sistema pubblico a sostenerci saremmo già tutti spacciati.

Nel mondo di ieri, il sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti era destinato solo ad alcuni, e il Reddito di Cittadinanza faceva indignare molti che sbraitavano contro i fannulloni stravaccati sul divano. In quello di oggi, il sostegno al reddito è previsto per tutti i dipendenti e anche per le partite iva, e gli stessi soggetti che ieri sbraitavano contro il RdC oggi chiedono al Governo mille euro per tutti, senza controlli e con un solo clic.

Nel mondo di ieri, l’industria serviva a fare soldi, i servizi servivano a fare soldi, il lavoro serviva a fare soldi, l’acqua serviva a fare soldi, la sanità serviva a fare soldi, la scuola serviva a fare soldi… ogni attività umana serviva a fare soldi. Insomma, nel mondo di ieri i soldi non “servivano”, ma venivano serviti. In quello di oggi sappiamo, molto più realisticamente, che essi ci servono, ma che noi non li dobbiamo mai più servire.

Quel che nelle nostre quarantene ci fa stare in pena, dunque, è il timore che la pandemia si porti via noi e le persone a noi care, i nostri amici, i nostri vicini, i nostri concittadini; non certo la nostalgia per il mondo di ieri. Anzi, ora sappiamo che così come può portarci all’altro mondo, la pandemia può portarci anche in un altro mondo. Senz’altro migliore di quello di ieri.

Frosinone 29 marzo 2020

 

 

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Quando finirà?

L'interrogativo di tutti

sanificazionesuoli 350 mindi Elia Fiorillo - L’interrogativo che in questi giorni ci rintrona in testa come un leitmotiv è: «Quando finirà? Un altro mese? Altri due? Quando?». Gli occhi puntati sono sulla Cina. Da lì è tutto cominciato con il Coronavirus e pare che, dalle notizie che ci vengono, proprio in Cina si registrano risultati positivi. Ovvero la fine della pandemia.

È finita in Cina com’è cominciata, senza alcun segno premonitore dell’inizio del disastro virale. Al di là della quarantena, senza vaccini ancora da trovare. Sarà così anche nel nostro Paese? Probabilmente sì. Come, speriamo, al di là delle polemiche, l’Italia possa regalare al mondo un vaccino contro questo terribile e temibile virus.

Chi ne sta facendo più le spese dell’esiziale virus sono gli anziani, in special modo quelli che vivono da soli o che sono ospitati in case di riposo. Se ne vanno senza neanche poter avere vicino i loro cari. Senza una benedizione alle bare in cui sono stati deposti. È sicuramente terribile per un familiare non avere la possibilità d’accompagnare al cimitero e piangere il proprio caro defunto. Ma la prudenza in questi casi non è mai troppa. I rischi di contagio sono spaventosi e ha fatto bene il nostro Governo a emanare norme molto, ma molto restrittive.

Nella disgrazia atroce che ha colpito il nostro Paese un elemento positivo. Il riconoscimento unanime all’Italia della capacità di affrontare il virus in modo efficiente ed efficace. Insomma, in questo caso non siamo secondi a nessuno. Per lo spirito d’abnegazione che abbiamo messo nell’affrontare il pericolo. Per le scelte drastiche messe in atto dal nostro Governo. Ma, soprattutto, per la capacità dei nostri infermieri, dei nostri medici nello sfidare - senza alcun timore - un «male oscuro» che, più che ad altri, per loro poteva essere estremamente esiziale. E i numeri dei decessi del personale medico ed infermieristico dimostrano come questa categoria si è opposta, senza preoccupazioni per le proprie vite, al funesto virus.

Ci sono poi atti eroici che non potranno mai essere dimenticati. Come quello compiuto da un medico affetto dal virus, con gravi difficoltà respiratorie, che non esita a dare il respiratore che lo teneva in vita ad un giovane degente. Pur sapendo che quel gesto gli poteva costare la vita, com’è stato. E di casi del genere, di pura generosità, se ne potrebbero elencare altri.

E pensare che il nostro Paese è stato spesso visto all’estero – ma anche da noi italici, in verità - come terra del qualunquismo. Una realtà che come «squadra» puntualmente fa autogol. Stavolta, in caso di necessità come spesso avviene, ci siamo dimostrati altruisti, anche oltremisura.

Nell’analizzare certe situazioni, come quella testé descritta, ma anche pensando alle varie calamità che il nostro Paese ha dovuto sopportare – terremoti, alluvioni, ecc -, una domanda viene spontanea: «Perché solo nelle grandi avversità diventiamo una squadra eccezionale, superiore a tutte le altre?».

Se certi valori non li hai dentro, se non li conosci, non li possiedi, nemmeno nel momento del bisogno assoluto essi possono uscir fuori. Non ci sono e basta! Ciò significa che, al di là della nostra immagine nel mondo, spesso centrata sul qualunquismo, sull’egoismo, sul disinteresse, sulla svogliatezza, e chi più ne ha più ne metta, siamo un popolo di grande generosità. È un vero peccato che la nostra indole positiva debba venir fuori solo nel momento dell’assoluto bisogno, quando altri, con molta probabilità e anche con qualche giustificazione, difronte a situazioni estreme avrebbero, come si dice, «cambiato strada». No, noi italiani certe strade, in caso di necessità, non le cambiamo, anzi ci affrettiamo a percorrerle.

Pensate un po’ se la tecnica del battere strade difficili, tortuose, impraticabili, noi italiani l’applicassimo per le normali vie lastricate e senza buche o fossi. Pensate un po’ se facessimo squadra anche nei momenti non eccezionali, ma sempre. Con le nostre materie prime «magnifiche», ma anche con i nostri «cervelli» non secondi a nessuno, potremmo essere in molti campi i primissimi nel mondo.

Già oggi il nostro «made in Italy» mette i brividi alla concorrenza nel mondo. Si sono inventati di tutto per creare problemi a questo marchio. Lo hanno denigrato, copiato. Ma, al di là di tutto, anche dei nostri «carachiri», non c’è proprio niente da fare, anche divisi, riusciamo a mantenere primati mondiali. E se fossimo fortemente uniti…?

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