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Simiele: Taglio parlamentari. Le ragioni del SI

Riduzione dei parlamentari, occasione da non perdere

referendume si no 350 260Antonio Simiele - E’ ormai tanto tempo che si discute di riduzione del numero dei parlamentari, per motivi che solo marginalmente c’entrano con i costi. Sono circa quaranta anni che la politica promette di farlo e, quando la politica per anni promette cose e non le mantiene si alimenta la sfiducia tra la gente e la crescita dell’antipolitica.

La questione si è posta quando è mutata la realtà istituzionale e rappresentativa del Paese, a seguito della nascita delle Regioni e del Parlamento Europeo, cui sono stati trasferiti parti importanti dei poteri del nostro Stato Centrale; questi nuovi Enti hanno ampliato e arricchito la possibilità di partecipazione politica e le occasioni di rappresentanza dei cittadini, lì dove si decide e si fanno le leggi.

Già negli anni ottanta ci fu un proliferare di conferenze, convegni, iniziative varie, alla ricerca di una riforma capace di adeguare le nostre istituzioni alle nuove realtà che erano sorte, senza raggiungere risultati concreti. Si sono, poi, succedute tre commissioni bicamerali per le riforme che, a fronte di un copioso lavoro svolto, non sono giunte mai a compimento, ma tutte e tre proponevano la riduzione del numero dei parlamentari.

La situazione, che si è trascinata fino ad oggi, ha rimarcato che il nostro Parlamento fosse divenuto pletorico, così perdendo anche di autorevolezza. La sua riduzione numerica, allora, s’impone per rinvigorirlo, rilanciarlo e rendere più vera e reale la rappresentanza democratica. Rappresentanza, invéro, già duramente colpita dalle leggi elettorali degli ultimi venti anni che hanno reso irrilevante la volontà degli elettori, ai quali, è stato scippato il diritto-dovere di eleggere i parlamentari, trasformando Camera e Senato in assemblee di nominati dai vertici dei partiti.

Ha una sua rilevanza, da non sottovalutare, anche il risparmio che ne deriva e che potrebbe essere ancor più efficace se si adeguassero alla media europea le indennità parlamentari che, è cosa certa almeno per quanto si riferisce alla spesa lorda, sono ora le più alte del mondo.

So bene che il taglio dei parlamentari, per non creare problemi agli equilibri istituzionali, non può restare un provvedimento isolato, ma deve essere accompagnato con una serie di riforme. Serve la modifica degli articoli 57 e 83 della Costituzione in materia di base territoriale per l’elezione del Senato e di riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (è già iniziato l’iter con la proposta di legge Fornaro). Serve, poi, cambiare i regolamenti parlamentari e distinguere i compiti tra le due Camere. E, più urgente di tutto, s’impone una nuova legge elettorale con sistema proporzionale puro, perché è quello che garantisce, in modo giusto, la rappresentanza in Parlamento delle molteplici sensibilità esistenti nel Paese, la presenza dei territori e delle minoranze; una legge che faciliti, anche, un processo di selezione qualitativa dei parlamentari, oggi inesistente.

Se passasse il no, come l’esperienza insegna, tutto rimarrebbe fermo. L’auspicabile vittoria dei sì, invece, avvierebbe un processo inarrestabile, capace, dopo tanti tentativi a vuoto e tante tergiversazioni, di obbligare il Parlamento a fare presto le conseguenti, indispensabili riforme.

All’attenzione di quanti del PD si stanno esprimendo per votare no, voglio solo sottoporre due cose su cui riflettere. La prima è offerta dalle parole di Luigi Berlinguer che, in un'intervista a Il Riformista il 14 agosto scorso, dice al PD che “ci deve essere coerenza tra la decisione assunta in sede parlamentare e quella sostenuta in sede referendaria”, la coerenza in politica è un valore che quando manca dà, anch’essa, fiato all’antipolitica. La seconda, di sapore più tattico, riguarda quello che Pierluigi Bersani chiama “trappolone”, cioè “la campagna per un no insincero, mirato ad aprire un solco incolmabile tra 5stelle e sinistra e quindi a destabilizzare il governo”.

Lì 31 agosto 2020

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Referendum. Il SI del PD è condizionato. Davvero?

  • Pubblicato in Partiti

Zingaretti: «Ora la nuova legge elettorale. Le nostre condizioni per il Sì al referendum» Il segretario del Pd: «Per votare Sì al referendum abbiamo chiesto anche modifiche ai regolamenti parlamentari. Un modo per rispondere ai tanti dubbi originati dall’antipolitica» Ma il tempo c'è per fare tutto prima del 20 settembre, altrimenti?

nicolazingaretti 350 260di Maria Teresa Meli - Segretario Zingaretti, il Pd farà campagna elettorale per il sì al referendum sul taglio dei parlamentari?

«Sosteniamo da sempre la riduzione del numero dei parlamentari e per anni abbiamo presentato proposte di legge in questo senso. Tuttavia per votare Sì e far nascere il governo abbiamo chiesto modifiche circa i regolamenti parlamentari e una nuova legge elettorale, per scongiurare rischi di distorsioni nella rappresentanza e tutelare adeguatamente i territori, il pluralismo e le minoranze. Tutta la maggioranza ha sottoscritto questo accordo, ora faccio un appello a finché sia onorato. Questo permetterebbe anche di interloquire con i tanti dubbi e le perplessità che stanno crescendo; soprattutto in riferimento ad una insopportabile campagna in atto all’insegna dell’anti politica. Naturalmente il Sì va considerato solo un primo passo, in sé insufficiente di una riforma complessiva del bicameralismo e dell’insieme dell’attività legislativa. Come vede, pur nel pieno rispetto dell’autonomia di coscienza di ciascun cittadino, mi impegno a costruire le condizioni più ragionevoli alla scelta del Sì».

Approvare la riforma elettorale in un ramo del Parlamento come chiedevate sembra impossibile.

«Non è così. Se c’è la volontà politica si può fare molto. Quando si parla di democrazia e istituzioni tutti i momenti sono buoni. Naturalmente accanto a questo c’è la priorità del lavoro, della scuola, della crescita. Confido che si possa aprire tutti assieme una fase nuova dove la politica diriga i grandi processi di trasformazione in corso e non li subisca. Penso alla qualità dei progetti da realizzare con le risorse del Recovery fund, alla necessità di una nuova e coordinata politica industriale, alle priorità da indicare sul fisco, alla necessità di un intreccio equilibrato tra l’intervento pubblico e quello dei soggetti privati sul tema della rete unica. Con una ambizione, lasciare ai giovani un’Italia ed un Europa migliore di quella che abbiamo trovato».

Lei ha detto che il voto delle regionali sarà importante per i futuri scenari politici. Che cosa intende?

«Quando votano milioni di cittadini è sempre un fatto politico. Peserà sugli sviluppi della situazione italiana. Comunque, quello che cambierà sicuramente in meglio o peggio, sarà la vita dei cittadini delle Regioni investite dalla consultazione elettorale, per questo ovunque combattiamo per vincere».

Il Pd si è entusiasmato per il voto dei grillini sulla piattaforma Rousseau ma alle regionali, eccezion fatta per la Liguria, andrete ognuno per conto proprio, è una sconfitta della linea dem?

«Questa è una caricatura un po’ maliziosa. Per fortuna nella vita sono ben altre le cose che mi entusiasmano. È naturale, tuttavia, che la caduta di un veto pregiudiziale da parte del Movimento 5 Stelle su possibili alleanze nei territori è un fatto positivo, poi come hanno giustamente ricordato Sala, Nardella ed altri saranno i territori a decidere. Se al pronunciamento sono seguite rigidità e incoerenze, è un problema degli altri. Abbiamo, però, candidature e alleanze competitive ovunque. E nella società il Pd è il pilastro della battaglia contro la destra sovranista».

Se le regionali dovessero andare male si dimetterà?

«Come abbiamo annunciato da tempo apriremo un grande dibattito sul futuro dell’Italia, a prescindere dal risultato che riusciremo ad ottenere e che riguarda il Pd, l’insieme dell’alleanza ed anche il governo nazionale. Il Pd si candida a guidare con spirito unitario, la transizione ad un’altra Italia. Quando ci si chiede cos’è il Pd, io rispondo: il Pd è la garanzia ed il motore affinché le cose cambino in meglio. Quello che abbiamo fatto fin qui è stato importantissimo. Abbiamo gestito la pandemia e rafforzato il nostro rapporto con l’Europa che sta cambiando. Tutto questo lo abbiamo guadagnato sul campo. Ora occorre, se intendiamo continuare insieme a dare una guida alla Repubblica, mettere in campo una progettualità ed una visione più forte».

Se Virginia Raggi facesse un passo indietro, voi e i 5 Stelle potreste trovare un candidato comune a Roma?

«Il futuro sindaco di Roma sarà, nei prossimi anni, una delle personalità politiche di maggiore rilevanza in Italia e a livello internazionale. La superficialità con la quale nel caldo agostano è stato affrontato questo tema è imbarazzante e ha rimosso la portata di questa sfida con un fiorire di nomi senza senso e slegati a qualsiasi progetto. Per questo le polemiche sui ritardi nell’indicazione dei nomi, sono prive di fondamento. Le candidature si avranno dopo le amministrative 2020. È quasi banale doverlo ricordare».

Nel Pd si ragiona su un’alleanza organica con i 5 Stelle: questa decisione andrà ratificata da un congresso?

«Il dibattito su un’alleanza “organica” o “non organica” appassiona pochi e per certi aspetti è incomprensibile. Abbiamo deciso con Italia Viva, Leu e 5 Stelle di governare l’Italia per tutta la legislatura. È dunque un’alleanza che ha delle ambizioni politiche e una missione da realizzare. Tale alleanza si verifica ogni giorno nei processi reali. Occorre una maggiore concordia e la rigorosa verifica della bontà delle nostre decisioni. D’altra parte noi l’abbiamo detto mille volte. Crediamo al governo, vogliamo collaborare meglio con i nostri alleati, ma restiamo convinti che è giusto assumersi responsabilità e gestire il potere solo fino a quando tutto questo risulta utile all’insieme della nostra comunità».

Mancano poche settimane alla riapertura delle scuole e vige ancora la massima incertezza, non ha nessuna critica da fare alla ministra Azzolina?

«Sono mesi che tutti i giorni stiamo ponendo questo tema. Da luglio abbiamo chiesto al governo un coordinamento interministeriale. Ritengo sbagliato ogni atteggiamento polemico o insofferente rispetto al mondo della scuola, che deve essere coprotagonista in questa prova difficile. Lo stesso calendario che si è costruito che prevede un’interruzione delle lezioni subito dopo l’apertura, mi appare problematico. Avevamo suggerito di organizzare in tempo luoghi alternativi per svolgere le elezioni e il referendum».

Teme che con la riapertura delle scuole possa esserci un’impennata del Covid?

«Ci sarà. È previsto. Il negazionismo è stata una propaganda sciagurata. Dobbiamo continuare a governare il problema nel delicato equilibrio tra aumento dei livelli di sicurezza e la necessità della ripresa delle attività sociali ed economiche».

A settembre riproporrete il tema del Mes?

«Non abbiamo mai smesso di porre questo tema. È parte del progetto che abbiamo per la crescita e il benessere che hanno assoluto bisogno di una linea di finanziamento enormemente più favorevole rispetto alle altre possibili».

Il «suo» Pd ha rinunciato alla vocazione maggioritaria?

«Semmai il contrario. Il Pd prende atto che il cammino di una nostra ripresa è in atto e che per non soffocare la vocazione maggioritaria in un isolamento borioso e stizzito occorre saperla esprimere, in un processo, seppure tumultuoso, che si realizza nel paese, che conta, influenza e allarga. Quando si dice che questa linea sarebbe la rinuncia ad una grande forza democratica e riformatrice e la subalternità agli altri, si dice una cosa non vera. Evidentemente non vera. Noi cresceremo se la nostra proposta politica al paese potrà marciare, anche con mille difficoltà, ma nella dimensione reale. Che allo stato attuale presuppone, non l’isolamento, piuttosto la sfida unitaria con gli altri. A livello nazionale e parlamentare con altri soggetti politici nei territori con tante forze civiche, associative o valorizzando la straordinaria forza dei Sindaci e amministratori».

Pubblicato dal Corriere della Sera il 26 agosto 2020 (modifica il 26 agosto 2020 | 08:50)

 

 

 

 

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Taglio dei parlamentari? Meglio di NO…

Tagliare è svuotare il Parlamento a tutto vantaggio dell’esecutivo...

ReferendumTaglioParlamentari_chidiceNO 370 mindi Fausto Pellecchia - La crisi che sta sgretolando i fondamenti della democrazia rappresentativa in Italia ha avuto un lungo periodo di incubazione. Lo svuotamento del Parlamento, che la nostra Costituzione ancora designa come organo legislativo, a tutto vantaggio dell’esecutivo, è in atto da alcuni decenni. Tangentopoli ne ha segnato il primo punto di svolta con il passaggio alla cosiddetta “seconda Repubblica”, costituita essenzialmente dalle macerie della prima, con i “piccoli padri” (di seconda e terza fila) dei partiti. Dopo la deflagrazione di Tangentopoli, non c’è stata alcuna riforma organica della struttura dello Stato; nessun serio progetto di superamento del bicameralismo perfetto; nessuna redistribuzione dei poteri tra governo centrale e regionale (riforma del famigerato titolo V della Costituzione), nessun tentativo di rafforzamento delle assemblee legislative, con una chiara limitazione del ricorso alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia.

Oggi, alla vigilia del referendum del 20-21 settembre, siamo di fronte alla svolta definitiva. Priva persino del sostegno certo di una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, la riduzione dei parlamentari contenuta nel quesito referendario ha come unica motivazione il presunto taglio di spesa, con evidenti sottintesi demagogici provenienti dalla più rozza antipolitica populista. La posta in gioco è infatti nulla di meno che la fine della democrazia rappresentativa. Come ha lucidamente spiegato Massimo Cacciari, si è passati «dalla crisi della democrazia alla quale si assisteva, magari ignorandone le cause e nulla combinando per uscirne, tuttavia deprecandola, all’azione, consapevole o no poco importa, per distruggerla definitivamente. Per costoro democrazia deve diventare l’universale chiacchiera in rete, organizzata, diretta e decisa nei suoi esiti dai padroni della stessa, senza partiti, senza corpi intermedi, senza sindacati che disturbino la linea diretta, in tempo reale e interattiva, come recita il loro verbo, tra il Popolo e il Capo, espressione della volontà generale».

Del resto, lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente italiano (imputabile ai Salvini o Di Maio di turno), il collasso della democrazia rappresentativa investe l’intero Occidente, con la crescente diffusione, nell’opinione pubblica, del luogo comune secondo il quale le istituzioni rappresentative sono un inutile ornamento, giacché ogni forma di rappresentanza alimenta una “casta di privilegiati”, indipendentemente dalle loro posizioni politiche, dalle funzioni esercitate e dalla valutazione del loro operato. Il dibattito e il confronto nelle assemblee legislative, perciò, può e deve essere surrogato dagli spot elettorali e dai like nei social network.
Anche il numero eccessivo dei parlamentari in Italia rispetto agli altri Paesi europei, sbandierato dalle classifiche populiste, è viziato da una clamorosa svista aritmetica: nel rapporto tra popolazione e numero di rappresentanti, l’Italia è al 23° posto, con un parlamentare ogni quasi 63mila abitanti. Fra i paesi più popolosi in UE, quindi, siamo quelli con il rapporto più elevato.

Da queste considerazioni discendono gli argomenti a sostegno di un voto contrario al taglio dei parlamentari così come proposto dalla riforma costituzionale.

a) In primo luogo, perché è dettata dalla logica del “taglio lineare” (peraltro con un risparmio alquanto modesto per le finanze pubbliche, specie se paragonato ai disastri economico-finanziari causati da un dilettantismo politico spinto fino all’improvvisazione delle competenze); si tratta di una riforma improntata semplicisticamente all’obiettivo del puro risparmio senza alcun riguardo per il funzionamento delle istituzioni , priva persino del tentativo di superamento del bicameralismo perfetto, prospettato, pur in maniera maldestra e abborracciata, dal precedente progetto di riforma Renzi-Boschi;

b) è una riforma che compromette la rappresentatività delle due Camere. In origine, la Costituzione prevedeva un numero di deputati e senatori variabile in dipendenza del variare della popolazione italiana. Nel 1963 una legge costituzionale determinò l’attuale numero di 630 deputati e 315 senatori a fronte di un numero di circa 51 milioni di abitanti; oggi la popolazione italiana supera i 60 milioni. Se passasse la riforma oggetto di referendum, la proporzione fra eletti ed elettori sarebbe una delle più basse rispetto a quelle relative alle assemblee parlamentari di altri Paesi europei (Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna) di dimensioni paragonabili a quelle dell’Italia;

c) la procedura per approvare una modifica costituzionale prevede maggioranze qualificate, superiori a quelle previste per l’approvazione delle leggi ordinarie (art. 138 Cost.), in quanto le revisioni della Costituzione devono essere il frutto di una larga condivisione da parte delle forze politiche presenti in Parlamento. Per la riforma in questione, pur essendo stata formalmente rispettata la procedura, la maggior parte dei parlamentari ha votato, almeno una volta, contro il disegno di legge di revisione sul taglio dei parlamentari: si è quindi ben lontani da quella necessaria ed ampia condivisione auspicata in sede costituente.

Infine, che lo sfondo implicito di questo progetto di riforma sia determinato dal nodo essenzialmente ideologico del M5S, che la destra leghista utilizza come grimaldello per manomettere l’alleanza con il PD e provocare una crisi di governo, rende ancora più urgente una forte opposizione popolare alle manovre politiche in corso.

Quale che sia la prospettiva dalla quale si valuti il testo di riforma in questione, esso appare il prodotto di una sub-cultura istituzionale che tende a sovvertire le regole della rappresentanza democratica al solo scopo di esibire almeno uno “scalpo” vittorioso per forze politiche che hanno perso, progressivamente, consensi e interesse da parte dei loro elettori.

 

 

 

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6 marzo a Latina si presenta il comitato per il NO al taglio parlamentari

MA ANCHE NO (Comitato per il no-Latina)

maancheno mindi Stefano Vanzini - La costituzione cambia e a nessuno sembra importare. Il 29 marzo è sempre più vicino ma di un dibattito pubblico sul tema non c'è traccia. Il Parlamento, la casa delle idee degli italiani, viene tagliato di un terzo dei suoi membri. Le problematiche derivanti da questo taglio irrazionale sono innumerevole.

La decisione di abbandonare definitivamente un giusto rapporto tra numero degli elettori e numero dei rappresentanti. Provincie che perderanno la loro voce. La creazione di cittadini, in alcune regioni, di seria A e in altre, come la nostra, di serie B. La formazione di un senato con numerose criticità, in primo piano la presenza di mini commissioni. Le tanto decantate promesse di riequilibrio sembrano se non inesistenti del tutto irrisorie.

Chi vuole questo taglio addice motivazioni fantasiose; in primis un risparmio considerevole per le casse dello stato, ma se questo fosse il vero motivo perché tagliare 1/3 e non metà o ancora di più dei parlamentari, e poi quale è stato il criterio sulla riduzione? Ancora oggi non è dato saperlo. La verità è che il risparmio sara ridicolo lo 0,007% della spesa nazionale, molto meno di quello che i fautori della riforma predicano.

Questa rimane una riforma figlia dell’antipolitica, l’ ultima bandiera di un vento che soffia in Italia da ormai 30 anni, il numero dei parlamentari non è un tabù su cui non discutere, ma da inserire in un ragionamento complessivo su una riforma dell’assetto istituzionale.

Il nome del comitato deriva anche da questo: MA ANCHE NO. Non un no perentorio, ma la voglia di ricominciare a parlare delle nostre isituzioni su un piano costruttivo per evolverle in simultaneità con il cambiamento dellla società. Per tutto cio il 6 marzo a Latina in viale XVIII Dicembre n 124 (presso il Gabbiano) presentiamo il comitato per il NO.

Sarà dura, ma alcune battaglie si combattono perché giuste, per quanto possano apparire impopolari. Con questo spirito rivolgiamo un invito a cittadini, associazioni e partiti politici nella speranza che questa battaglia possa diventare una battaglia di tutti.
MA ANCHE NO (Comitato per il no-Latina)

3 marzo 2020
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Iniziative Comitato No al taglio dei parlamentari

Comitato NOTAGLIO

notaglioparlamentari 350 min1) La mattina del 7 marzo molto probabilmente a Ceprano presentazione ufficiale del Comitato No al taglio dei parlamentari. In quella sede si distribuiranno volantini e manifesti ovviamente dopo sottoscrizione.

2) In questa pagina è reperibile materiale propagandistico e documentazione informativa. La campagna elettorale inizia il 28 febbraio e si conclude il venerdì 27 marzo, mentre il 29 si vota.

3) Entro domattina chiederemo formalmente tutti gli spazi di propaganda diretta ai comuni della provincia di Frosinone.

Qualsiasi cosa da sottolineare, proporre, cambiare COMUNICATELO.

Salute a tutti

Paolo Iafrate

domenica 23 feb 20

 

 

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La poltrona che resta è del capo politico

Una poltrona in parlamentoDopo il taglio dei parlamentari, il capo politico del M5S è andato in piazza a tagliare poltrone di carta con forbici di cartone. L’ennesima ridicola manifestazione di un vacuo esibizionismo gestuale, rivolto ad attirare attenzione in cerca di consensi. Il Parlamento - massima espressione della democrazia costituzionale - equiparato a un poltronificio, e la politica degradata al livello della invadente e stucchevole presenza del capo dichiarante. Il quale, dopo aver abolito la povertà, ci ha fatto sapere che si tratta - ovviamente - di una svolta «storica».

 

In realtà, questo provvedimento di riduzione del numero di deputati e senatori non dà risposta al problema cruciale della rappresentanza e dell’efficienza della democrazia. Al contrario, lo aggrava perché in sostanza lo traduce nella pratica antidemocratica della riduzione dei poteri del Parlamento. La crisi democratica che stiamo attraversando dipende infatti non dal numero dei parlamentari, che a determinate condizioni si possono anche ridurre. Ma dal degrado del sistema politico e dalla degenerazioni dei partiti, che non sono più lo strumento costituzionalmente riconosciuto attraverso il quale i cittadini concorrono «con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).

 

Questo è il punto, da cui tutto il resto dipende. I partiti invece di promuovere l’elevazione sociale e culturale delle classi subalterne, la partecipazione popolare e l’incivilimento del Paese, sono diventati pure macchine di potere al servizio di capi, capetti e capettini, di boss e sottoboss, di correnti e sottocorrenti, che occupano lo Stato, il Parlamento e le istituzioni pubbliche in cerca del consenso per la realizzazione dei loro fini privati. Con il risultato che i detentori del potere economico fanno il bello e il cattivo tempo.

 

La ricchezza si concentra, la povertà si diffonde. L’ambiente degrada, i diritti sociali e il lavoro vengono duramente penalizzati in dispregio dei principi costituzionali. Il disagio è tale che ormai circa la metà degli italiani in condizioni di voto non va a votare e non si riconosce nei partiti esistenti. Le donne e gli uomini che vivono del proprio lavoro non hanno più una loro organizzazione e rappresentanza politica. In queste condizioni il Parlamento non è lo specchio del Paese e la democrazia è dimezzata. Ma una democrazia dimezzata non può essere né partecipata né efficiente.

 

Se questa è la realtà, la svolta «storica» annunciata dal capo del M5S non è neanche un pannicello caldo. È un diversivo che aggrava i problemi reali. Già, ma ci dicono che i risparmi della spesa saranno straordinari. E ovviamente ancora maggiori se abolissero il Parlamento. Per ora però, secondo i calcoli più seri, non vanno oltre lo zero virgola della spesa pubblica totale. E allora qualche domanda s’impone. Perché non si tagliano le spese militari e gli eccessivi emolumenti dei parlamentari in carica? Perché, per aumentare le entrate, non si tassano in modo adeguato i grandi patrimoni e le rendite finanziarie?

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

Articolo scritto per Jobsnews. it

 

 

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Taglio dei parlamentari. Ma perché?

camera dei deputati 350 mindi Aldo Pirone - "NO, senza se e senza ma". Domani la Camera voterà, in quarta lettura costituzionale, la riduzione dei parlamentari. 345 in meno fra Montecitorio e il Senato di Palazzo Madama. La questione, purtroppo, è diventata dirimente per la sopravvivenza del governo Conte 2. La destra, ovviamente, voterà a favore - salvo sorprese che se ci saranno non saranno per amore della democrazia - di questa grave riduzione della rappresentanza politica slegata da qualsiasi riforma equilibrata delle Istituzioni parlamentari. Il M5s, dal canto suo, la considera da sempre una sua battaglia identitaria motivata con la becera motivazione del populismo e della demagogia più deteriore: il taglio delle poltrone della casta.

In ciò favorito da un lungo decadimento della classe parlamentare e politica, da scandali e da privilegi che ne hanno punteggiato il declino. La bassa qualità dei rappresentati politici parlamentari – ma la stessa cosa è accaduta nei Comuni e nelle Regioni – coinvolge un po’ tutti. Anche i cosiddetti “portavoce” del popolo “grillini” che, stando agli ultimi abbandoni trasformistici subìti e a quelli di cui si vocifera che seguiranno, paiono dei miracolati, frutto di una selezione operata con la “pesca a strascico”. Non a caso anche tra le loro file abbondano delle “cozze” attaccate agli scranni, veri e propri ignoranti saccenti.

Ma qui non è in discussione la qualità della rappresentanza parlamentare perché, se lo fosse, il Parlamento bisognerebbe solo che chiuderlo. Qui è in gioco un principio democratico, per cui ridurre così drasticamente e senza criterio il rapporto fra eletti ed elettori già di per sé riduce gli spazi di democrazia portando l’Italia all’ultimo posto nella graduatoria europea. Quanto alla qualità della rappresentanza, essa non dipende dal numero degli asini che la compongono; essa dipende dalla selezione che non c’è da parte dei partiti, diventati taxi - contenitori su cui si sale e si scende a piacimento – si chiama trasformismo - solo in base a rigorose convenienze personali. E ciò non si combatte – altro cavallo di battaglia grillino – con il vincolo di mandato, con i contratti e le penali incostituzionali ecc., si combatte facendo ridiventare la politica e i partiti, che la democrazia partecipativa la dovrebbero organizzare, il luogo d'idealità forti e di etica condivisa. Senza di questo non c’è neanche concretezza di programmi e di progetti. Le motivazioni antiparlamentari e loscamente antidemocratiche che hanno accompagnato la campagna massmediatica dei pentastellati, sono ributtanti.

Pertanto al referendum confermativo della “schiforma”, per usare un termine travagliesco, io voterò no.
Senza se e senza ma.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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I parlamentari M5S e il malaffare a Ferentino

M5S logo minI deputati del Movimento 5 Stelle Luca Frusone, Enrica Segneri e Ilaria Fontana intervengono sul caso di malaffare che sta travolgendo il Comune di Ferentino e che ha portato agli arresti domiciliari dell'ex assessore allo sport della giunta Pompeo, Luca Bacchi dopo che era stato già arrestato, nell’ambito della stessa inchiesta, il consigliere comunale dell’attuale maggioranza, Pio Riggi.

«Le accuse e i fatti gravissimi che gli inquirenti stanno accertando (si parla di estorsione aggravata dal metodo mafioso per ottenere una tangente da un imprenditore che doveva effettuare lavori pubblici), evidenziano gli errori di chi ha amministrato e sta amministrando il Comune – rilevano i tre deputati M5S – ma Ferentino non è un caso isolato. Purtroppo il sistema marcio che danneggia i cittadini e gli imprenditori onesti è collegato al modo nefasto con cui si affrontano le elezioni amministrative, caratterizzate dalla presenza di decine di liste piene di candidati che spesso nascondono, consapevolmente o inconsapevolmente, manovre di personaggi pericolosi che, se da un lato portano voti, dall’altro non vedono l’ora di bussare alla porta dei sindaci per chiedere favori o muoversi “dietro le quinte” per interessi personali». I parlamentari M5S ribadiscono il massimo impegno per contrastare il malaffare ricordando i passi in avanti fatti con il nuovo governo: «Con lo “Spazzacorrotti”, provvedimento che combatte sul serio la corruzione e che i cittadini aspettavano da 20 anni, e la legge che inasprisce le pene sul voto di scambio politico-mafioso, già votata alla Camera, stiamo facendo capire a corrotti e mafiosi che rubare dalle opere pubbliche e infiltrarsi nelle istituzioni non conviene più. Ma adesso occorre un cambio di passo anche nella vita pubblica dei Comuni».

I deputati Frusone, Segneri e Fontana rivendicano con orgoglio le scelte relative alle elezioni comunali fatte dal MoVimento 5 Stelle «Dopo le tornate elettorali degli enti locali, la maggior parte dei media ci critica perché non eguagliamo i risultati delle elezioni politiche. Poi però, di fronte alla gravità di questi fatti, gli stessi media tacciono sulle conseguenze nefaste del sistema che favorisce le ammucchiate di liste contro di noi». I portavoce del M5S alla Camera Frusone, Segneri e Fontana concludono «Noi siamo fieri di andare da soli contro le ammucchiate come accade nei Comuni di Cassino, Ceprano e Veroli. I nostri candidati quando decidono di candidarsi con il MoVimento 5 Stelle sanno che ci mettono la faccia e non lo fanno immischiandosi ad altre centinaia di candidati, ma lo fanno perché ci credono. Questa è la nostra strada, sappiamo che è lunga ed ostacolata, ma stiamo vedendo che è l’unica strada giusta».

 

 

 

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Il PCI frusinate a tutti i parlamentari del territorio

  • Pubblicato in Partiti

Bandiera pci 350 260Lettera aperta ai rappresentati della nostra provincia in Parlamento.
Dall'analisi dei dati dell'ultima pubblicazione del Sole 24 ore sulla situazione socio-economica della nostra provincia si evidenzia la drammatica situazione nella quale versa. Basta elencarne solo alcuni per rendersi conto che la provincia di Frosinone sta assumendo caratteri sempre più simili alle aree depresse delle province del meridione.

Dal 2008 ad oggi, le retribuzioni dei lavoratori sono diminuite dell'1,92% con una conseguente perdita del potere d'acquisto dei salari. Ma se analizziamo le dichiarazioni dei redditi relativi al 2017, la situazione è ancora più drammatica in quanto gli stessi registrano una diminuzione del 2,89% attestandosi su una media di 22.242 euro a dimostrazione che anche i redditi da lavoro autonomo sono in netta diminuzione. A ciò vanno aggiunti i dati relativi agli iscritti ai centri per l'impiego che risultano essere 122.000 con un tasso di disoccupazione che si attesta al 16,6%, 6 punti in più della media nazionale e, all'interno di questo, il dato più drammatico è il tasso relativo alla disoccupazione giovanile che nella nostra provincia si attesta al 47%. Un dato che non offre nessuna prospettiva di futuro ai nostri giovani e ai quali non resta altro da fare che emigrare; siamo tornati agli anni cinquanta!

Con un tasso di inattività del 41% uno dei più alti d'Italia, e la registrazione di un aumento record dei contratti a intermittenza balzati a +164% dimostrano che nella nostra provincia la precarietà è esplosa con riflessi devastanti dal punto di vista della tenuta sociale. Noi comunisti chiediamo a tutti i rappresentanti della nostra provincia in Parlamento di farsi carico di questa situazione in virtù del risultato elettorale conseguito alle elezioni del 4 marzo.I cittadini ciociari hanno diritto di sapere cosa e quali istanze avete rappresentato in Parlamento considerato che la maggioranza di voi, tranne qualcuno, si trova a condividere esperienze di governo. Ci aspettiamo da ognuno di voi un report sulla vostra attività parlamentare, perché abbiamo come la sensazione che dopo il 4 marzo siate spariti.Noi comunisti proponiamo,proprio in virtù del fatto che molti di voi siete stati eletti in formazioni politiche oggi al governo del paese, una piattaforma per il rilancio sociale ed economico della nostra provincia. Per non perdere la faccia, bisogna mettercela la faccia!
Aspettiamo con ansia una vostra risposta.

Bruno Barbona Oreste Della Posta

 

 

 

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Sei i parlamentari 'ciociari' eletti

camera dei deputati 350 minLa squadra dei parlamentari eletti in Ciociaria sale quindi a sei. Cinque sono i ciociari. Luca Frusone di Alatri, Ilaria Fontana ed Enrica Segneri di Frosinone saranno i deputati del Movimento 5 Stelle. Il ceccanese Massimo Ruspandini sarà senatore per Fratelli d'Italia. Francesca Gerardi di Pontecorvo e Francesco Zicchieri ("forestiero" di Terracina) saranno deputati per la Lega.
Si allarga, così, la pattuglia ciociara in Parlamento con altri due deputati provenienti dal Frusinate e dal Cassinate. Quindi, dopo i conteggi relativi alla dinamica dei resti, nella notte il numero dei parlamentari eletti in Ciociaria è salito dai 4 già certi a 6. Le novità sono due donne. Enrica Segneri del Movimento 5 Stelle viene eletta alla Camera dei deputati. Era in quarta posizione nel listino proporzionale per le province di Frosinone e Latina. L'elezione di Ilaria Fontana (seconda nel listino) nel collegio uninominale Cassinate con Abbruzzese ha pemesso di farla salire al terzo posto, l'ultimo eleggibile grazie al grande risultato (oltre il 35%) del M5S in Ciociaria.
Nella speranza che il territorio del frusinate e le sue criticità siano al primo posto nei pensieri di questi eletti: Buon lavoro a tutte e a tutti da UNOeTRE.it

 
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