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Il nuovo album di Marco Sonaglia, il cantautore partigiano

I LIBRI DI DIEGO PROTANI. Rubrica

Un album che conquista dal primo ascolto

di Diego Protani
copertina Ballate 360 minNon servivano conferme, chi ascolta e segue la musica d’autore sa bene che il miglior cantautore partigiano sia di fede che come personalità è Marco Sonaglia. Se fosse nato in un'altra epoca avrebbe riempito le feste dell’Unità e spopolato nelle classifiche.
Purtroppo oggi i valori comunisti sono davvero poco amati dalla massa e di riflesso ne risente. Ma la qualità è indubbia e nonostante la sua umiltà da anni porta avanti questa battaglia senza paura. E’ un disco davvero sensazionale, unico. Ballate dalla grande recessione ha conquistato tutti gli amanti della musica d’autore e sia sulle riviste specializzate che nei vari blog ne parlano in termini eccelsi.
Anche io che lo seguo da tempo non posso che ammettere che questo album mi ha conquistato dal primo ascolto e che se fosse stata un’edizione in vinile già sarebbe ben consumata.

Intervista:

Finalmente in Italia torna il cantautorato vero, da dove nasce l'esigenza di mettere in circolo "Ballate dalla Grande Recessione"?

Grazie davvero per considerarmi un “cantautore vero”, ma assicuro che, non essendo il solo, non è con me che la canzone d’autore sta provando a tornare in Italia. “Ballate dalla Grande Recessione” nasce da fattori diversi. La voglia di usare la canzone come strumento di sensibilizzazione e veicolo di informazione su temi che riguardano tutti e che spesso sono nascosti, come dice “Primavera a Lesbo”, sotto il grande tappeto dell’ipocrisia, della distrazione, della reticenza della stampa dominante. Quando anche certi accadimenti, come appunto il dramma dei rifugiati nelle isole greche, vengono raccontati dai mass-media, lo si fa di passata e non si dà il tempo di focalizzare e di riflettere. La celerità della news mordi-e-fuggi tipica da social network è una dinamica che può essere ancora contrastata dall’opera d’arte, la quale costringe a isolare un fenomeno, lo ritaglia, lo incornicia e te lo mostra nella sua nudità costringendoti alla meditazione, all’empatia, all’immedesimazione. Con internet oggi non si può dire che deficitiamo di informazioni. Si pone il problema di quali informazioni e di come si viene informati. Si arriva a scorrere da un secondo all’altro dai bombardamenti israeliani alla tiktoker che fa i balletti. Il nostro sistema cognitivo si abitua a distogliere l’attenzione da contenuti che turbano ad altri effimeri quasi da offendere l’intelligenza, e questo non è un bene. Per certi versi, la comunicazione della rete è peggiorativa rispetto a quella televisiva dove almeno hai la garanzia che un servizio giornalistico dura quei cinque minuti e ti concentra. Ma un altro motivo che ha fatto nascere il disco è la volontà di riportare la poesia nell’ambito della canzone. La regressione, la barbarie etica porta una barbarie anche della forma. Spopolano canzoni che non passerebbero la verifica del più generoso insegnante elementare. Una povertà comunicativa, un’imperizia retorica disarmante. Questo album è anche una sorta di battaglia a questo modo di concepire e percepire la canzone. I Cantacronache nacquero contro Sanremo. Io canto un po’ per amore, un po’ per odio verso tutto ciò che ritengo rovini le coscienze. Amore e odio sono sempre strettamente legati.

Un disco pieno di omaggi ma anche molto personale. Quanta intimità c'è in questo disco?

Gli omaggi, qui, sono anche racconti personali, intimi. Nel senso che tutto quello che il disco racconta ci tocca direttamente, riguarda la militanza politica e sociale dei suoi autori. Nel periodo in cui sono stati composti i testi, il periodo del governo giallo-verde, e quello in cui ho scritto le musiche, l’acme della pandemia, le terribili conseguenze del capitalismo che funestavano il mondo ci inducevano a una sofferenza e al tempo stesso a un senso di impotenza profondo. L’imperversare del salvinismo ci faceva sentire aggrediti in prima persona. Con la pandemia avevamo la sensazione di essere, per citare Gaber e Luporini, “al termine del mondo”. Del nostro mondo, il nostro universo di valori, la nostra cultura, la nostra etica. Oltre che mutilati materialmente nella nostra classe sociale, considerate tutte le morti per mare e per terra che affollavano le cronache per esclusiva causa di un modo di produzione malato, disumano, antropofagico, per dirla col Pottier tradotto nella “Ballata della vecchia Antropofaga”. Io non credo nella contrapposizione tra l’io e l’altro. Dobbiamo, secondo me, capire di quanti e quali altri è in realtà composto il nostro io. È così che parlare di sé è sempre in qualche misura parlare degli altri e quando si parla degli altri siamo sempre noi stessi a proiettarci in loro.

Hai dedicato una canzone a Claudio Lolli. Molti giovani però ascoltano altro, quanto sarebbe importante inserire nel programma scolastico la storia della canzone italiana?

Sarebbe fondamentale. A patto, però, che insieme alle canzoni di Lolli venga illustrato agli alunni il contesto generale che ha prodotto quelle canzoni. Altrimenti rischierebbero di non capire. Finirebbero per estasiarsi a questa immagine, a quella intuizione, a una grande capacità descrittiva, metaforica, citazionistica, perdendo di fondo l’elevata tensione lirica che induceva Lolli, e non solo Lolli, a scrivere in quel modo. La passione politica. È quella che manca a molti cantautori cosiddetti indie che dichiarano tra i propri riferimenti i cantautori della generazione di Lolli, ma mancano di qualcosa, sono altro, e infatti si sono dati una categoria a sé. Molti di loro hanno melodie buone, voci caratteristiche… I testi provano anche a essere originali, talvolta anche troppo: sembra che la voglia di essere “strani” scavalchi quella di dire qualcosa di netto. È il dramma centrale della postmodernità: la spoliticizzazione. La prevedeva intimorito, Pasolini e non sarebbe contento oggi di constatare che anche su questo ha avuto ragione. La canzone d’autore - e non solo italiana: dalla Francia agli Stati Uniti ai paesi dell’Est Sovietico abbiamo dei riferimenti, in materia di poesia e musica, cardinali e purtroppo misconosciuti – dovrebbe rientrare nei programmi scolastici, nella sezione “poesia”. Ma in assenza di una sua contestualizzazione storica, non aiuterebbe a ripopolare l’universo degli esempi da cui prendere le mosse per il futuro della canzone.

Hai parlato di Mimmo Lucano, perché quest'uomo mette così paura?

Mimmo Lucano ha apprezzato sia “Ballata dello zero”, la ballata a lui dedicata, per me tra le più fantasiose delle dieci tracce, Infastidiva il fascioleghismo perché è riuscito a costruire un modello sociale vivo e concreto che dimostrava che i migranti non sono altro che proletari, lavoratori e lavoratrici, famiglie che hanno bisogno di un tetto, di un letto, di una posizione nella società e che, se messi nelle condizioni, possono collaborare e trasformare il mondo. A partire da una piccola città. Ma come si dimostra, non esistono zone franche dal capitalismo. Quella piccola comunità è capitolata sotto l’assedio degli avvoltoi del profitto, intenzionati a riprendersi le case, le botteghe, i campi. In pieno regime salviniano il nemico era il migrante: bisognava odiarlo senza riserve, vedere in esso la termite del tessuto sociale, non l’uomo che avrebbe potuto ricucirlo. Riace sbugiardava il Mein Kumpf padano da cima a fondo. Mimmo Lucano e la sua piccola ma eroica resistenza dovevano essere cancellati. Ma come vent’anni di fascismo non sono riusciti a cancellare Antonio Gramsci, una legislatura giallo-verde non ha cancellato Lucano. Riace, per come era strutturata, non c’è più. È stata una solitaria Atlantide di civiltà. Vi sono bilanci da trarre, ma ne rimane l’esempio e Lucano ne è ancora il simbolo ed è bersaglio, ancora, della stampa reazionaria di tutta Italia. Lo considero un grande uomo e un compagno, a prescindere dalle ultime scelte politiche che non ho condiviso ma alle quali mi compiaccio che non abbia dato seguito.

“Ballata dell'articolo 18” è più un urlo disperato oppure un grido d'allarme?

“Ballata dell’articolo 18” è il brano preferito da Salvo Lo Galbo, l’autore dei testi dell’album. È sia un grido di disperazione che di allarme. In questo paese la recessione in termini di diritti e di civiltà cui allude il titolo del disco ha come centro propulsore l’attacco padronale alla classe operaia, allo Statuto dei Lavoratori, a quello che veniva chiamato “il mondo del lavoro”, quando il lavoro faceva mondo. Quando viene colpita la classe operaia, tutti i baluardi della civiltà vengono giù come tessere di un domino: dai diritti delle donne e dalla cultura con cui una società guarda alla donna, ai diritti dei migranti, delle minoranze sessuali ed etniche, la questione ambientale, ecc. Sono tutti aspetti di un medesimo soggetto: il proletariato. Le donne borghesi non lottano per i diritti, godono dei privilegi. E se a spostarsi è un imprenditore, non è un migrante. Tutti i diritti sociali sono sempre diritti delle classi subalterne, della classe lavoratrice a traino di tutte. Quando si attacca al cuore questa classe, si deregolamenta il lavoro, la si spoglia dei diritti, la si priva delle organizzazioni politiche e sindacali di riferimento perché queste la tradiscono continuamente, ecco che avanza la controparte, la borghesia, il padronato, l’impietosa e cannibalica massimizzazione del profitto privato. La classe lavoratrice si passivizza o si illude addirittura di trovare nei populismi o nelle destre ciò che non ha trovato nelle “sinistre liberali”. Il fronte dei proletari si frammenta e la rabbia si distoglie dai vertici e si indirizza contro gli stessi proletari, innescando la guerra tra i poveri. La cultura politica, sociale e civile si sgretola. La fine del Novecento e con esso della “narrazione comunista”, nel mondo ha prodotto questo scenario. È dalla classe lavoratrice che bisogna ripartire. Bisogna capire che solo quando la classe lavoratrice tornerà ad esercitare una egemonia culturale nel mondo, tanti altri diritti potranno essere conquistati e salvaguardati. Non si distruggerà mai il razzismo nella società se non si distrugge il capitalismo perché è il sistema capitalistico a necessitare delle divisione tra poveri per preservare il proprio dominio e ricanalizzare la conflittualità. Vale lo stesso per il femminismo, per l’ambientalismo, per tutte le tematiche sociali, oggi quanto mai urgenti, che affondano le loro radici nella storia del movimento operaio e che, provando a lottare senza ritrovare quel collegamento, saranno destinate a fallimenti, corruzioni e delusioni. La centralità di classe sia per me che per Lo Galbo è fondamentale. Si può dire che il prossimo album sarà una prosecuzione del filo logico che “Ballata dell’articolo 18” svolge.

Inutile girarci intorno, sei un cantautore che non ha mai nascosto le sue idee politiche. Cosa pensi quando qualcuno dice "La politica deve rimanere fuori dalla musica"?

Chiederei ai sostenitori di questa tesi in quale momento storico risulta loro che la musica e l’arte in genere sia rimasta fuori dalla politica. Se non sapessi di parlare a emeriti ignoranti e disonesti. L’idea politica, sia quella dei dominanti che dei dominati, ha sempre ispirato l’arte. Anche l’arte cosiddetta “di evasione”, come tanta ne sforna il mainstream, reca un palese marchio politico. La mistificazione smaccata, il trionfalismo disperato, il disimpegno, la futilità, il vuoto eletto a sovranità; cosa ci testimonia tutto questo teatrino scrupolosamente impermeabilizzato alla realtà se non il terrore della realtà stessa? E perché la realtà terrorizza? Perché banalmente non si può parlare della realtà senza fare denuncia. C’è un sistema che non vuol essere denunciato. Il capitalismo si presenta come l’ultimo mondo che l’umanità abbia potuto sperimentare e quindi il migliore, il capolinea dell’evoluzione sociale. È una religione, una fede, bisogna crederci contro ogni evidenza, soffocando ogni tarlo critico. Certamente vi sono diversi volti, diverse fasi del capitalismo: il capitalismo in veste “democratica” non fa come il capitalismo in veste fascista e concede margini di libertà alla stampa critica, alle organizzazioni politiche e sindacali antagoniste, ecc. Ma questa libertà appunto è già troppo ed è tutto quello che il sistema intende sopportare. L’arte, possibilmente, deve rimanere la squillante tromba del paradiso dove dobbiamo convincerci di vivere. Propongo un esperimento: metti su la canzone più gettonata su Spotify e nel frattempo sfoglia un quotidiano, fai zapping tra i tg della sera, compila un curriculum, fai i conti della spesa, telefona a un amico e chiedi come se la passa, affacciati alla finestra e osserva il mondo... È così che, di sottofondo a quelle canzoni, io riesco a sentire il terrore di una realtà che urla, negata, mutilata, imprigionata. L’inferno cittadino dietro il paradiso caraibico, altro che “amore e capoeira”! La canzone disimpegnata è impegnatissima, invece, a nascondere l’evidenza. Agisce da partigiana dell’illusione, da squadrista contro il pensiero, da secondina della coscienza per impedire che si liberi. Un corso pluriennale di percezione di canzoni, film, letteratura in questo modo, in un modo in cui opera una vera e propria campagna di propaganda, ha ricadute pesantissime sulle nostre soggettività. Perciò l’arte fa sempre politica. Quella di sinistra, quella di destra e quella che si presume neutrale ma che, citando Brecht, è comunque di destra. Da che parte stanno, infatti, gli schiamazzi che recentemente hanno recriminato la apoliticità della musica? Ecco. Ci siamo risposti.

 

 

 

 

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Ugo Forno: Il partigiano bambino

Libri di Diego

UGO FORNO 350 minAutore: Felice Cipriani

Editore: DIarkos

Questa è la storia di Ugo Forno, giovane studente romano che il 5 giugno del 1944, mentre Roma festeggiava la liberazione dall'occupazione nazifascista, si mobilitava con altri giovani per impedire a soldati tedeschi di distruggere il ponte sull'Aniene, essenziale per permettere l'avanzata degli Alleati. Egli, di appena dodici anni, assieme ai suoi compagni, predispose l'azione con le armi per impedire che i sabotatori portassero a compimento l'azione. Ciò che più colpisce nell'ultimo giorno di Ugo Forno è la perfetta comprensione dell'importanza e la presa di coscienza del momento storico che stava vivendo, e di cui diventa straordinario protagonista senza un attimo di esitazione. Se la capitale d'Italia venne liberata dall'occupazione nazista lo si deve quindi anche al puro eroismo di un ragazzo di dodici anni. In tempi in cui l'immaginario dei ragazzi si nutre di realtà virtuali e di fiction, la storia di Ugo rappresenta una testimonianza di vita e di morte autentiche. Un dono prezioso, per una autentica crescita civile delle nuove generazioni.

 

 

 

 

 

 

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Alatri intitola un largo comunale al Partigiano Cesare Baroni

anpi BANDIERA 350 260da Associazione Nazionale Partigiani d'Italia Comitato Provinciale di Frosinone - Su invito dei familiari e dell'Amministrazione comunale di Alatri, una delegazione dell'ANPI provinciale ha partecipato oggi pomeriggio alla cerimonia di intitolazione di un largo comunale al Partigiano Cesare Baroni, comunista e cattolico, maestro e intellettuale stimato e rispettato anche dai suoi avversari, costruttore del Comitato di Liberazione della Ciociaria, insieme a cattolici e militari ad Alatri dell'8 Settembre '43.


Già attenzionato e più volte arrestato per propaganda o semplice frequentazione di "elementi sovevrsivi" dal 1921-22, ristretto in cella ogni 30 Aprile per prevenire sue eventuali iniziative dimostrative per il 1° Maggio, fu elemento preziosissimo di collegamento fra il Centro del Partito comunista che lavorava per organizzare le sue forze anche in Ciociaria, e la Chiesa di Alatri, di cui diversi elementi operavano per la protezione e il sostegno alle forze antifasciste che si andavano organizzando, prime fra tutte ad Alatri l'Azione cattolica.
Lungimirante e fuori dagli schemi riduttivi della propaganda, seppe precorrere intuizioni e conquiste culturali di alto rilievo, collegando il mondo comunista con quello cattolico in un dialogo operativo fecondo e produttivo di rapporti di fiducia, saldi e capaci di guardare avanti.
Morirà il 3 Giugno del '45, di morte naturale anche se molto prematura (era del 1895).

Alla cerimonia hanno preso parte cittadini e parenti, l'amministrazione comunale con il Sindaco e diversi Assessori, le Forze dell'Ordine, diverse Associazioni d'Arma e combattentistiche.
Il Dott. Fabio Colasanti, nipote del Partigiano Baroni, ha espresso il ringraziamento all'Amministrazione non solo come parente diretto del Partigiano, ma anche come cittadino di questa democrazia che nacque anche dal suo sacrificio.

Come lo hanno ricordato

il Presidente provinciale dell'ANPI ha ripercorso la biografia politica ed intellettuale di Cesare Baroni, rimarcando come si sia di fronte ad un personaggio di statura etica, culturale, intellettuale e politica di altissimo profilo. Non si tratta di un gregario, di qualcuno che si sia fatto guidare nella lotta partigiana, nella scelta di mettersi a rischio per qualcosa di immensamente grande ma altrettanto pericoloso; non attese che altri se ne incaricassero, ma fu lui protagonista, organizzatore e teorico di primo piano dell'ordine nuovo che doveva nascere sulle macerie del fascismo, dell'occupazione e della guerra.
LA prolusione del nostro presidente ha richiamato i presenti a far vivere la memoria di questi personaggi e di questi fatti nelle loro famiglie, nei loro affetti, nei loro comportamenti quotidiani, altrimenti le celebrazioni saranno sempre più formali, sterili, retoriche.
La delegazione ANPI, composta da quattro compagni, ha simbolicamente offerto una copia della Costituzione italiana edita dall'ANPI con la prefazione del Presidente Smuraglia al Dott. Colasanti, e per suo tramite alla famiglia ed alla comunità di Alatri,

Il Sindaco si è soffermato sull'attenzione che l'Amministrazione riserva ai valori di cui Baroni fu costruttore, e che egli stesso sente in prima persona come dovere istituzionale e personale.
Ha messo in luce l'importanza di mantenere aperti spazi di memoria critica e di trasmettere generazione dopo generazione la consapevolezza di quanto sia prezioso ciò che abbiamo avuto in dote dalla Resistenza.

La manifestazione è poi continuata nella piazza principale della cittadina.

L'ANPI rinnova il suo ringraziamento a quanti hanno lavorato alla realizzazione di questa celebrazione, e ribadisce il suo impegno e la sua disponibilità a collaborare con l'Amministrazione e con chiunque abbia interesse a costruire attraverso la memoria attiva una civiltà sempre più alta e nobile.

Fraterni saluti.

Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
Comitato Provinciale di Frosinone

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In memoria di Don Giuseppe Morosini, sacerdote e partigiano

MarcoCoppotelli 350 260a cura di Ambrogio Coppotelli, dall’archivio personale di suo padre Marco - In memoria del nostro illustre concittadino Don Giuseppe Morosini, sacerdote e partigiano. Profondamente convinto che la storia della città di Ferentino così come di ogni altra comunità, debba essere diffusa senza essere egoisticamente gelosi dei suoi atti, documenti e testimonianze, avendo trovato tra le carte di mio padre Marco alcuni di questi, li pubblico di buon grado perché riguardano la vita e la morte d’un nostro nobilissimo concittadino, sacerdote e partigiano: DON GIUSEPPE MOROSINI.
Prima di ricordare l’evento in parola, voglio riportare questa testimonianza del nostro grandissimo Presidente della Repubblica Sandro Pertini, allora detenuto nel carcere di Regina Coeli, quando lo incontrò dopo un interrogatorio della S(chutz) S(taffe): «Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini. Usciva da un interrogatorio della SS, il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà; egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva, la luce della sua fede. Benedisse il Plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: «Dio, perdona loro perché non sanno quello che fanno!», come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell'animo mio».
Era il 9 novembre del 1969, quindi quasi ben 47 anni fa, quando a mio padre Marco, allora ‘primo cittadino tra pari cittadini’, nella circostanza dell’inaugurazione del busto di Don Peppino - con questo affettuoso diminutivo ancor oggi molti di noi lo ricordano - toccò in sorte il gradito e nel contempo difficile compito di pronunciare il discorso per onorarne la memoria.
Ne ho ritrovato il testo tra le sue carte e volentieri lo rendo pubblico.
Segue la lettera di ringraziamento della Signora Vittoria, sorella di Don Peppino, inviata a titolo personale a papà, e anche di questa mi fa piacere dare pubblicazione.
Infine la lettera di risposta di papà alla Signora Vittoria che rendo parimenti nota.

Discorso del Sindaco Marco Coppotelli

«Eminentissimo Signor Cardinale, Eccellentissimo Signor Vescovo, Onorevoli Parlamentari, Signor Prefetto, Signor Presidente del Consiglio Provinciale, Signori Consiglieri Provinciali, Signori Sindaci, Autorità Militari, Associazioni Combattentistiche, Cittadini tutti!
La ricorrenza che noi oggi celebriamo è di portata veramente eccezionale; perciò nessuno vorrà stupirsi della commozione profonda che pervade il mio animo nel porgere a tutti Voi il saluto più affettuoso dell’intero Consiglio Comunale e mio personale.
Lasciate che Vi dica subito come, unitamente alla commozione, altre sensazioni e altri sentimenti albergano oggi nell’animo mio e certamente anche in quello di tutti i cittadini di Ferentino: l’orgoglio e la fierezza di appartenere alla Città che ha dato i natali a Don Giuseppe Morosini.
A un uomo che con il ministero sacerdotale e con l’azione patriottica ha percorso tutti i sentieri di una vita sublime, completamente dedita a lenire le sofferenze dell’umanità dolorante e a infondere il coraggio necessario a combattere per la causa della libertà del popolo e per l’indipendenza della patria.
Ora, nell’inchinare il gonfalone della nostra Città davanti alle spoglie di Don Giuseppe Morosini, vogliamo esaltare il Suo eroico sacrificio rinnovando a noi stessi e a tutti il monito e l’impegno a lottare sempre per la libertà, contro la tirannide e contro ogni forma di totalitarismo, DOVUNQUE E IN OGNI MOMENTO.
Ieri la nostra generazione plasmò la nostra coscienza democratica nella lotta ideologica, politica e militare contro il nazi-fascismo; oggi i valori nazionali e il senso storico di quella lotta e di quegli avvenimenti noi dobbiamo trasmetterli alle nuove generazioni che già partecipano attivamente a un’opera di importanti trasformazioni sociali portate avanti dalle classi lavoratrici.Don Giuseppe Morosini
Perché la parola ‘libertà’ non abbia uno sterile e perciò inutile valore retorico ma acquisti sempre di più il senso di un costume morale e politico, perché essa rappresenti il più alto dei valori da difendere e da esaltare ogni giorno, così come ci insegna il luminoso esempio di Don Giuseppe Morosini, è necessario, oggi più che mai, che la società nazionale sia completamente pervasa dallo spirito e dalla lettera della Costituzione Repubblicana, cardine insostituibile di un’Italia rinnovata e protesa verso un continua trasformazione che corrisponda alle aspirazioni delle classi lavoratrici, sintesi politica questa della Resistenza e della Guerra di Liberazione.
LIBERTÀ, INDIPENDENZA, DEMOCRAZIA!
Questo è il programma ancora valido per gli uomini e gli schieramenti politici che combatterono contro la tirannide fascista e liberarono l’Italia dall’oppressione nazista;
questi sono gli ideali intorno ai quali si raccolgono le ansie di tutti coloro che lottano per il progresso dell’uomo in una società libera;
questi sono i capisaldi politici e morali di tutta l’azione che il nostro Civico Consesso è chiamato a svolgere per il bene della comunità amministrata.
LIBERTÀ, INDIPENDENZA, DEMOCRAZIA!
Questo è il messaggio che con senso di responsabilità e con spirito di viva partecipazione al travaglio dell’ora corrente, noi consegniamo alle giovani generazioni perché esse della libertà, della democrazia e della causa dell’indipendenza della patria non facciano soltanto feticci da adorare ma le sentano come autentici stimoli nella diuturna e infaticabile opera svolta in favore del progresso umano, talché esso abbia a compiersi nel rispetto dei diritti degli umili, nell’esercizio della civile solidarietà e nel culto della patria libera.
Ogni tensione di una società che si evolve ormai verso gradi sempre più elevati di prosperità non può e non deve offuscare il valore permanente di questi ideali, tanto più se sol si pensi che all’interno della cosiddetta società del benessere profonde ed estese sono ancora le sacche di indigenza e malessere che non sono inevitabili. Anzi esse possono e devono essere eliminate!
È nella partecipazione alle sofferenze degli umili che ha vissuto Don Giuseppe così come tutti coloro che hanno immolato se stessi alla causa della libertà: Bruno Buozzi, Don Giovanni Minzoni, Antonio Gramsci, Giorgio Amendola fino al nostro conterraneo Generale Simone Simoni.
Nessuna diversità ideologica, nessuna differenza di posizioni politiche hanno potuto dividere questi grandi spiriti ai quali si accompagnano i Martiri di Vallerotonda, di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine e di tante altre località italiane ed europee duramente provate dalla barbarie nazista.
SIGNORI!
A nome del Consiglio Comunale, del Comitato Onoranze e del popolo tutto, Vi esprimo la nostra gratitudine per la vostra partecipazione alla solenne celebrazione di questo grande figlio di Ferentino: DON GIUSEPPE MOROSINI».
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Lettera della signora Vittoria Morosini

Roma 26-11-69

Carissimo Marco,
ti prego anzitutto di volermi scusare il tono confidenziale della presente, ma non poteva essere diversamente dal momento che la nostra conoscenza è di vecchia data. Premetto che non mi rivolgo al Sindaco ma all’uomo, con la sua bontà, all’amico fraterno, se mi è permesso esprimermi così.
Con la presente vorrei ringraziarti, unitamente alla mia famiglia, per quanto hai fatto per la commemorazione di mio fratello D. Giuseppe.Sullo sfondo il documento della condanna aMorte
Non trovo parole adatte per esprimerti la mia più viva riconoscenza.
Sono rimasta veramente commossa, anche perché non mi aspettavo una cerimonia così grandiosa.
Anche a nome della mia famiglia faccio i miei più vivi e sentiti ringraziamenti con i più cordiali saluti ed auguri di un sempre ottimo lavoro.

Vittoria Morosini

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Lettera di risposta del Sindaco Marco Coppotelli

Ferentino, 29 novembre 1969

Carissima Vittoria,
ho ricevuto la tua lettera e sono sinceramente commosso e nello stesso tempo lusingato dalle gentili espressioni e dal tono confidenziale usati nei miei confronti; ciò mi incoraggia e autorizza, spero, a comportarmi nella stessa maniera nei tuoi confronti.
Tengo a precisare, innanzitutto, che tu e la tua famiglia non dovete ringraziare alcuno; siamo noi, il Popolo di Ferentino e la Nazione tutta che dobbiamo ringraziare Voi per il dolore sopportato a seguito dell’inestimabile perdita del caro Don Peppino.
Il sacrificio di Tuo fratello costituisce un debito per il Popolo Italiano che nessuna cerimonia, nessun riconoscimento e nessun monumento in Suo onore potranno mai compensare; perché i principi che ha inteso difendere con la Sua azione e con il Suo supremo sacrificio, non hanno prezzo per chi ama la GIUSTIZIA, la LIBERTÀ e la PACE.
Ciò che è stato fatto in onore del Vostro e Nostro Eroe è ben poca cosa; è solo servito a dimostrare che il Suo ricordo è sempre vivo in noi e che il Popolo non dimentica mai quanti hanno dato la propria vita per un mondo migliore.
Tanti cari saluti a te e alla tua famiglia.

Marco Coppotelli

 

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Marco Viscogliosi. Un grande uomo dimenticato

MarcoViscogliosi documenti foto 350 260L'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Comitato Provinciale di Frosinone ricorda Marco Viscogliosi.

«Cari tutti e tutte,
con estrema sofferenza vi comunichiamo che questa mattina è morto il nostro carissimo Partigiano Marco Viscogliosi, nome di battaglia "Totò".

Marco era soldato di cavalleria di stanza a Lione durante l'occupazione italiana della Francia quando l'8 Settembre portò allo sbandamento dell'esercito italiano. Si diede alla macchia e dopo una rocambolesca traversata del confine e un viaggio altrettanto incredibile riuscì a raggiungere Savona, dove viveva una sua sorella.
Da lì prese contatto con una banda partigiana garibaldina e entrò nella lotta armata di liberazione. Per dieci mesi combatté con le formazioni partigiane di montagna (Divisione Gino Bevilacqua - IV Brigata) con frequenti azioni anche nel litorale ed in città.
Partecipò alla liberazione di Savona, dove fu incaricato con altri del compito più rischioso: stanare i cecchini fascisti rimasti a retroguardia dei nazisti in fuga.
Ebbe il dipolma di onorificenza firmato dal Generale Alexander in persona.
Fu inquadrato come agente ausiliario della Questura di Savona da cui si congedò due mesi dopo su sua richiesta per fare ritorno ad Arpino.
Qui tornò alla sua vita di piccolo contadino, e fu completamente dimenticato da tutti, istituzioni comprese, che in settant'anni non hanno mai sentito il dovere di dirgli grazie.

Noi lo abbiamo conosciuto qualche mese prima del suo novantesimo compleanno, e lo abbiamo onorato degnamente con un a commovente e sentitissima manifestazione di festa e di ringraziamento in una sede istituzionale del suo Comune. Alla cerimonia partecipò una qualificata delegazione dell'ANPI di Savona, che non mancò di ripercorrere le vicende del suo eroico contributo alla liberazione dell'Italia.

Oggi inchiniamo le nostre bandiere di fronte alla grandezza di un uomo che seppe rischiare sé stesso a vent'anni per la libertà di tutti coloro che vennero dopo, e poi non chiese in cambio nemmeno un ringraziamento.viscogliosi documenti 1

Siamo onorati e fieri di averlo conosciuto in tempo per rendergli gli onori che meritava.
Non lo dimenticheremo.

Le esequie si svolgeranno domani alle ore 15:30 ad Arpino presso la contrada Colle Carino.
Una delegazione dell'ANPI, con il Presidente ed il Segretario provinciali, ha reso omaggio alla salma e rinnoverà domani la sua presenza.

Alleghiamo copia del suo tesserino di Partigiano rilasciatagli dal CLN di Savona.

Fraterni saluti.»

Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Comitato Provinciale di Frosinone

 

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L'Anpi annuncia la morte del Partigiano Collalti

SergioCollalti e Retedeglistudentimedi 350 260di Giovanni Morsillo - Cari compagni e care compagne,
è con tristezza infinita ed indomabile che vi informo della morte del nostro carissimo compagno Partigiano Sergio Collalti di Ferentino.
Al dolore per la scomparsa di un testimone lucido e sempre energico della Resistenza, uno dei figli più degni della terra di Ciociaria, si aggiunge per me un inconsolabile dolore fisico, che provo per aver conosciuto e rispettato con affetto filiale questo grande uomo.
Mi ha insegnato molte cose, con il suo rigore che non perdonava non dico cedimenti, ma nemmeno pigrizie, sfilacciamenti, indolenze anche leggere. Uomo di altri tempi, di altra tempra, maturata nella scelta della lotta estrema per cancellare dalla storia la vergogna più bassa nella quale l'Italia era stata scaraventata.
Nessun disagio fisico gli ha impedito di essere sempre presente a tutte le occasioni di lotta e di riflessione sulla democrazia, sull'antifascismo, sulla costruzione della libertà. Soprattutto gli incontri con i giovani, lo entusiasmavano, ogni volta che lo coinvolgevamo ne rimaneva felice, mi richiamava nei giorni successivi per esprimere la sua soddisfazione, per commentare, per incitarmi a proseguire, a fare di più.
L'ultima presenza, come ogni anno, l'ha prestata il 6 gennaio al curvone di Frosinone, dove lo stesso giorno, nel 1944, fu testimone impotente della fucilazione dei giovani toscani in fuga dal fronte di Cassino, catturati dai fascisti e assassinati in combutta con gli occupanti nazisti.
La sua integrità morale, politica, civile, mi mancherà per sempre.
Sono orgoglioso di averlo conosciuto e di essergli stato fedele compagno.
Giovanni Morsillo

La salma è alla camera ardente di Frosinone, i funerali si svolgeranno oggi pomeriggio alle ore 16 a Ferentino, dove risiedeva, nella chiesa di San Valentino.
L'ANPI sarà presente con una delegazione guidata dal presidente provinciale.

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