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Patto per crescita e lavoro partendo dal mezzogiorno

copertina FB Assago 9ott 500 mindi Donato Galeone* - Milano ricordando Rimini. Anche l'Assemblea Nazionale CGIL, CISL, UIL delle rappresentanze sindacali unitarie di lavoratori associati - convocata a Milano il 9 ottobre 2019 - ha dimostrato che in Italia “non ci sono altri soggetti che abbiano quasi 12 milioni di persone che ogni mese pagano la tessera senza che nessuno costringe a farlo” - volutamente - sottolineato dal Segretario della CGIL Landini, concludendo il suo intervento e ribadendo che “non esistono governi amici o governi nemici, esistono governi che giudichiamo per quello che fanno”.

Ecco, una grande parte sociale democratica sindacale di lavoratori, liberamente e autonomamente associata, che ripropone l'esigenza di una “forte discontinuità nel rapporto col Governo e non solo cambiando clima nel confronto ma cambiando anche i numeri”.

Vale a dire - afferma il Segretario della CISL Furlan - che “non bastano i 2,5 miliardi per il taglio del cuneo fiscale, così come sono troppo pochi gli 1,7 miliardi per i contratti pubblici, a fronte di una promessa di 5,4 miliardi, oltre all'urgenza di sbloccare i cantieri e affrontare la piaga dei morti sul lavoro”.

E il Segretario della UIL, Barbagallo in apertura dei lavori dell'Assemblea - presenti oltre 10 mila delegati di lavoratori - invia un chiarissimo segnale al Governo dichiarando che “solo sul merito, riga per riga, daremo una valutazione al Documento di Economia e Finanza dello Stato”.

Da questi tre sintetici richiami e sollecitazioni sindacali unitari di Milano della CGIL.CISL,UIL rivolte al Governo - pur lontana nel tempo - mi fa ricordare quello di Rimini di fine maggio 1975: la Conferenza Nazionale degli oltre 1.200 Delegati e Rappresentanze Sindacali Unitarie della CGIL-CISL-UIL.
Rivolgendosi al Governo Carniti disse che tutti “dobbiamo comprendere la drammaticità di realtà esplosive nel Mezzogiorno laddove è concentrata la disoccupazione e la sottoccupazione legata a tutte le forme possibili di lavoro, così come non possiamo ignorare il dilagare in tutto il Paese dell'allarmante disoccupazione giovanile e femminile”.
E ancora Carniti, nella sua breve replica ad oltre 50 interventi nei due giorni riminesi del 28-30 maggio 1975 - compresi quelli di Lama, di Storti e di Ravenna per CGIL,CISL,UIL - non poteva non evidenziare i “RISCHI DA SUPERARE” congiunti alla possibilità di una divisione tra “OCCUPATI E DISOCCUPATI”; tra città, periferie e campagne, oltre che tra Nord e Sud che potevano condurre sia a disgregazioni che a disarticolazioni e, comunque, verso scelte auto difensive dei posti di lavoro e del salario e, conseguentemente, verso chiusure corporative.

E allora riflettendoci, ieri come oggi, con le nuove cresciute e forti rappresentanze sindacali generazionali e la generalità dei lavoratori - occupati e disoccupati - appare attualissimo il messaggio unitario lanciato da Milano il 9 ottobre 2019 dalla CGIL,CISL,UIL: “il sindacato dei lavoratori è stato ed è un soggetto e una numerosa parte sociale che vuole unire il Paese e non lo vuole dividere, perché lo è già abbastanza con le troppe e crescenti disuguaglianze sociali”.

Ecco che, personalmente, con l'occhio al passato del secolo scorso e agli ultimi 20 anni del terzo millennio, fino ai giorni nostri - dal basso Lazio al Mezzogiorno del Paese - nonostante l'impegno sindacale dei lavoratori guidato sia da Giuseppe Di Vittorio che da Giulio Pastore, primo Segretario della CISL dagli anni '50 al 1958 e, per un decennio, Ministro del Mezzogiorno, sia gli strumenti cogenti dei Governi che gli interventi del Comitato dei Ministri per gli insediamenti industriali pubblici e privati nel Sud - pur messi in ginocchio nel nostro Paese dalla crisi mondiale del 1973 - mancarono di azioni coordinate, peraltro, frammentate negli investimenti infrastrutturali destinati ad attrezzare i “poli di sviluppo industriale che furono oltre sessanta tra aree e nuclei industriali, annacquando le disponibilità e rinunciando a dare una configurazione avanzata del Sud italiano” .
Nei fatti - scrive Zoppi a 50 anni dalla scomparsa di Pastore sindacalista e ministro - “l'intervento ordinario dello Stato - quello in primo luogo dei Ministeri - “disertò l'impegno a favore del Mezzogiorno, concentrando la spesa nei territori dell'Italia centrale e settentrionale”.

Se è vero quanto, peraltro, verificato per oltre mezzo ultimo secolo e mentre oggi si dice di non parlare più di “questione meridionale ma di crescita e sviluppo nazionale nella dimensione europea e mondiale” dobbiamo constatare che - ancora - il Mezzogiorno, partendo dal basso Lazio, non riesce più a crescere.

Si dice molto su il rilancio del Sud ma poco su come e quando riattivare e - “provare con lungimiranza e graduale concretezza” - superare quel tasso di crescita media annua italiana che tra il 2013 e 2018 è stato il peggiore nella dimensione europea (0,41%) e con la previsione sul Prodotto Interno Lordo (Pil) del 2019-2020 che potrebbe raggiungere una “crescita zero” nonostante la modestissima ripresa italiana, iniziata soltanto nel 2014, con un tasso di crescita medio annuo del Pil tanto nell'area settentrionale pari all' 1,2% quanto, nel Mezzogiorno, di appena 0,80% medio annuo, differenziato marcatamente tra le stesse regioni.

Sappiamo - sperando io e noi di non dimenticare e ai governanti di volere ascoltare e favorire investimenti e lavoro produttivo – in presenza della nuova e drammatica qualitativa e quantitativa emigrazione giovanile dal Sud verso il Nord del nostro Paese e all'estero che, secondo i dati Svimez e negli ultimi sedici anni anni, è stata di oltre un milione di residenti nel Mezzogiorno, di cui un quinto laureati e la metà di giovani di età compresa tra i 15 ed i 34 anni di età.

Ecco la “positività” - così definita da CGIL,CISL,UIL - di oggi 17 ottobre 2019 con l'incontro costruttivo sul Mezzogiorno dal neo Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Giuseppe Provenzano. Incontro, positivo penso e avviato, per “definire un piano straordinario per il Sud (partendo dal basso Lazio come già dal secolo scorso) qualificato sugli obiettivi del lavoro, degli investimenti e delle politiche sociali”.

Urgente, quindi, ripartire con un “Patto per il Sud” - è stato ripetuto e formalmente comunicato anche in questi ultimi giorni al Governo da CGIL, CISL, UIL e Confindustria - per rilanciare investimenti e creare opportunità di lavoro programmati e, innanzitutto, rispettare la regola secondo cui “almeno il 34% del Bilancio Ordinario dello Stato”- oltre le risorse aggiuntive destinate alla convergenza - arrivino al Mezzogiorno, partendo dal Sud di Roma a Santa Maria di Leuca e alle Isole italiane - se è vero come appare possibile e sostenibile, che dalle potenzialità umane territoriali ambientali - lavoro e imprese - del Mezzogiorno può dipendere, non solo a parole, il futuro economico italiano nella dimensione europea e mediterranea nel mondo.

*già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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La Lista Marzi che fa con il PD? Stipula almeno un patto federativo?

frosinone possibile 350 260da Armando Mirabella e Anna Rosa Frate riceviamo e pubblichiamo - Ci deve essere un errore, debbono aver scambiato il segretario del circolo del Partito Democratico, dottor Norberto Venturi, per un gastroenterologo. Solo così si può spiegare l'intenso dibattito che si è avviato per l'ingresso nel Partito Democratico dell'avvocato Domenico Marzi. Un dibattito che potrebbe fare due volte la felicità di Riccardo Mastrangeli, che, nella sua farmacia, un via vai di compratori e contemporaneamente ex sindaci di centrosinistra mutuamente insultanti tra loro forse non lo avrebbe, non diciamo sognato, ma forse neanche mai auspicato.
Il Partito Democratico è ormai un contenitore senza anima in cui al suo interno, senza difficoltà, possono individuarsi dei gruppi organizzati come sotto partiti. Questo in Europa, in Italia, nel Lazio, in provincia e, nonostante l'impegno del segretario Venturi, anche a Frosinone. Un dibattito e le reazioni a corredo che hanno lasciato stupiti. Tutto rivolto al passato nei toni e nelle modalità con cui, ancora una volta, una parte è corsa ad accaparrarsi un altro grande elettore, come si fa in tutti gli angoli della nostra provincia. E' questo l'unico modo in cui si può/deve fare politica nella nostra provincia in generale e a Frosinone in particolare? Noi speriamo di no e a questo lavoriamo.
Le reazioni all'ingresso dell'avvocato Domenico Marzi, a cui diamo il nostro benvenuto nel Partito Democratico, lasciano stupefatti e aprono qualche altro interrogativo. Il primo: ma noi, nella prossima tornata elettorale cittadina, puntiamo ad essere l'unica forza di opposizione o vogliamo diventare il pezzo più grande della maggioranza? Noi vorremmo che il Partito Democratico costruisca la prospettiva per essere una forza, anzi la più grande forza di maggioranza della città. Ed in questo senso noi crediamo che sia arrivato davvero il momento di realizzare una strategia che porti per prima cosa a costruire un programma di governo ambizioso ed innovatore per metodi e strumenti; per seconda a radunare attorno a questo programma tutte le forze di centro sinistra che per storia e tradizione operano da sempre nella nostra citta: PSI in primis, tanto per essere chiari. E per terzo individuare i criteri di selezione del candidato a sindaco.
Tutto questo processo si deve iniziare a costruire da domani mattina. Ed un elemento di tutto ciò è la chiarezza. Il nuovo iscritto al Partito Democratico Domenico Marzi, per esempio, che non è una figura qualsiasi all'interno della nostra città, intende riconoscere il capogruppo del Partito Democratico Michele Marini come suo capogruppo? Noi la risposta la conosciamo già ed allora, in sub ordine, poniamo un altro quesito: la Lista Marzi, almeno un patto federativo, con il Partito Democratico intende stipularlo, o neanche questo? Viviamo sul pianeta Terra, ed a Frosinone in particolare, quindi neanche lo domandiamo se gli esponenti della Lista Marzi si iscriveranno al Partito Democratico...
Non ci sembra di chiedere nulla di speciale: questi, crediamo, legittimi interrogativi sono degli indicatori attraverso cui misurare se questo esperimento di politica che verrà presentato in "pompissima magnissima" il 9 aprile sarà una cosa nuovissima, oppure la solita cosa "nuova" di stampo renziano in cui personalità si sommano algebricamente ad altre personalità passando per nuovo semplicemente gridando: "Viva il nuovo!"
Credo che questi elementi di chiarezza siano dovuti agli iscritti del Partito Democratico e agli elettori. Elementi che sono la base per evitare che alla fine di questa consiliatura, Il dottor Riccardo Mastrangeli sia nuovamente contento, ma stavolta non per l'impennata di vendite di lassativi e clisteri....
Armando Mirabella, Assemblea Nazionale Partito Democratico
Anna Rosa Frate, Direzione Regionale Partito Democratico

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Il patto degli apostoli per una "coalizione dei diritti e del lavoro"

art18--390x280di Daniela Preziosi* - Un patto, quello «degli Apo­stoli» (il copy­right è di Pippo Civati) con­tro quello del Naza­reno, e pazienza se nei van­geli la sto­ria andava in un altro verso; un tour in giro per il paese a rac­con­tare che gli ita­liani non sono solo i fol­lo­wer di Renzi; un pro­gramma (per Civati è quello del cen­tro­si­ni­stra abban­do­nato dal Pd per allearsi con le destre, ma su que­sto ci sono opi­nioni diverse). E innan­zi­tutto un impe­gno: quello di «andare fino in fondo». Almeno sta­volta: lo chiede chiaro alla poli­tica, ma anche alla 'sua' Cgil, Mau­ri­zio Lan­dini dal palco di piazza Santi Apo­stoli a Roma. Dove ieri pome­rig­gio Nichi Ven­dola lan­cia la pro­po­sta di una «coa­li­zione dei diritti e del lavoro». «È il momento della coe­renza, di quando si fa quello che si dice», dice il lea­der Fiom e a qual­cuno della sini­stra Pd fischiano le orec­chie, «mi sono stan­cato di chi che ci dà la soli­da­rietà poi allarga le brac­cia», «noi fac­ciamo sul serio. E dopo il 25 otto­bre non ci fermiamo».

Lan­dini parla dell'art.18 e della mani­fe­sta­zione della Cgil del 25 otto­bre, per­ché «il dot­tor Renzi sta impe­dendo di essere cit­ta­dini liberi nel luogo del lavoro». Ma non solo di que­sto: chiede al pre­mier di non rispet­tare il vin­colo euro­peo del 3 per cento, «se si fanno i com­pli­menti alla Fran­cia poi biso­gna essere con­se­guenti». Il lea­der sin­da­cale — applau­di­tis­simo, per­so­nag­gio cult osti­na­ta­mente cor­teg­giato da que­sta sini­stra — ce l'ha con la poli­tica, ma anche con il suo sin­da­cato, per­ché «con­ti­nuare a dire che le cose non vanno bene e poi accom­pa­gnare que­sti prov­ve­di­menti è come quando Cgil, Cisl e Uil dis­sero che la riforma For­nero sulle pen­sioni non andava bene e poi abbiamo fatto tre ore di scio­pero. Una cavo­lata». Prima del 25 però c'è il 10 otto­bre, la mobi­li­ta­zione degli stu­denti, avver­tono Danilo Lam­pis dell'Uds e Mapi Piz­zo­lante di Tilt, rete di asso­cia­zioni gio­va­nili, che si sca­tena con­tro la «pre­ca­rietà, una scelta poli­tica: que­sto governo vuole ren­dere tutti ricattabili».
La piazza romana, che fu già quella dell'Ulivo di Prodi e del cen­tro­si­ni­stra, non è tutta piena: per con­vin­cere lo sbal­lot­tato e sfi­du­ciato popolo delle sini­stre che è la volta buona, in senso non ren­ziano, ce ne vorrà. Per strap­par­gli un sor­riso, dal palco, c'è la satira di Fran­ce­sca For­na­rio. Civati si prende un impe­gno: «Vi pro­pongo un patto degli Apo­stoli, laico tra­spa­rente e demo­cra­tico che ci fac­cia ripren­dere valori e prin­cipi. Un patto che si con­so­lidi subito nelle bat­ta­glie par­la­men­tari». E nel paese: «Ci vuole una mobi­li­ta­zione sociale: giriamo insieme l'Italia, spie­ghiamo le nostre posi­zioni, e fac­cia­molo insieme». Anche lui batte il tasto della coe­renza: «Per­ché qui siamo i soli che rispet­tano il patto con gli elet­tori che, nel 2013, ci hanno por­tato in par­la­mento». Ancora a pro­po­sito di coe­renza, Ven­dola attac­cherà il pre­mier e le sue «parole ad Assisi. Ma come si fa a citare San Fran­ce­sco», ieri era il santo del giorno, « e con­tem­po­ra­nea­mente a non met­tere al bando gli F35, un pes­simo con­tri­buto a tutte le guerre?».

Al pros­simo giro «mi voglio pre­sen­tare con Ven­dola, non con Ver­dini», chiosa alla fine Pippo Civati. L'interpretazione auten­tica della frase sarà il gos­sip poli­tico dei pros­simi giorni. Del resto è un fatto che Civati è l'unico del Pd a sca­lare il palco degli Apo­stoli (in piazza ci sono anche Cor­ra­dino Mineo e Vin­cenzo Vita). Ste­fano Fas­sina era stato invi­tato: ma ha pre­fe­rito essere a Bolo­gna all'appuntamento della cor­rente di Gianni Cuperlo (dove in mat­ti­nata è andato anche Lan­dini), «per evi­tare stru­men­ta­liz­za­zioni». Quella sini­stra Pd — si con­si­glia di pren­derne atto — la bat­ta­glia sulla legge delega la farà rigo­ro­sa­mente den­tro il par­tito. Quanto invece ai mili­tanti dem, è cro­naca di que­sti giorni la fuga dai cir­coli e il crollo delle tes­sere. Il premier-segretario non se ne pre­oc­cupa, riven­di­cando il suo sma­gliante 40,8 delle europee.

Dun­que sulla carta la «svolta a destra di Renzi», così la defi­ni­sce Ven­dola, («una sini­stra che dima­gri­sce i diritti si chiama destra» e con­tro l'accusa di essere vec­chi arnesi rossi risponde che «la moder­nità è ini­ziata quando la povera gente ha capito che poteva pro­nun­ciare la parola libertà»), insomma la «svolta a destra di Renzi» in teo­ria dovrebbe spa­lan­care pra­te­rie a sini­stra. Que­sta è la scom­messa, almeno. E però Ven­dola sem­bra aver fatto tesoro delle tante scon­fitte, e anche delle poche vit­to­rie della sua parte. Dal palco la Lista Tsi­pras, di cui Sel con­ti­nua a essere azio­ni­sta, non viene nomi­nata. Sul mani­fe­sto l'ha defi­nita «una semina». Cur­zio Mal­tese, unico dei tre eletti a Bru­xel­les pre­sente in piazza, alla fine non inter­viene (è arri­vato in ritardo, viene spiegato).

La novità di gior­nata, quindi, è che Sel pro­pone un nuovo «per­corso». In fondo è lo stesso ten­ta­tivo lan­ciato nel 2009 con la nascita del «par­tito che ria­pre la par­tita a sini­stra», dopo i disa­stri dell'arcobaleno e quelli seguenti; e mai andato in porto fin qui. Ven­dola però giura che «non siamo venuti a met­tere un cap­pello, non ci met­tiamo alla testa di nes­sun can­tiere». «Non vogliamo morire di gover­ni­smo ma nean­che di estre­mi­smo». Oggi per esem­pio in Cala­bria Sel par­te­cipa le pri­ma­rie di coa­li­zione con Gianni Spe­ranza. E infatti il pas­sag­gio, all'orecchio alle­nato, spiega che la pro­po­sta è aperta a chi «non vuole guar­dare indie­tro e non vuole gio­care la par­tita che Renzi ha pen­sato per noi», quella della sini­stra incoa­liz­za­bile e d'antan (que­sto lo sot­to­li­nea Simone Oggionni, capo dei gio­vani comu­ni­sti del Prc, pre­senza signi­fi­ca­tiva sul palco: nella sini­stra radi­cale qual­cosa si muove, e infatti nella piazza c'è anche Clau­dio Grassi, capo­fila di una mino­ranza rifon­da­rola). La pro­po­sta di Ven­dola «una rete orga­niz­zata di quelli che non accet­tano le poli­ti­che eco­no­mi­che con­ser­va­trici di Renzi, per rimet­tere in piedi la sini­stra del futuro». E se Renzi non è — come sosten­gono i suoi spin — l'ultima occa­sione per l'Italia, que­sta invece ha tutta l'aria di essere l'ultima chia­mata per que­sta sinistra.

*Daniela Preziosi da Il Manifesto

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