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E' proprio vero che la realtà supera la fantasia

Poldino14 foto 2 350 260di Antonella Necci - Poldino 14. “Certo che è proprio vero quando si dice che la realtà supera la fantasia”.
Le parole di Robert Geppò risuonarono nel silenzio che si era creato al termine del racconto, confermato da Poldino e Padre Rocco, che avevano visto personalmente l'ultima parte dell'evento poliziesco laggiù al pub. Geppò era sempre poco loquace.
Lasciava parlare Marinelle. E mentre lei parlava, lui la guardava come si guarda la regina della propria vita. Poldino non poté sopportare quello sguardo da bradipo ebete, rincitrullito dall'amore per una donna di cui anche lui era innamorato. Ma lì, con Padre Rocco presente, con tutti i confratelli che lo guardavano, dovette fare finta che le parole di Geppò fossero sagge, e non luogo comune da agricoltore per hobby che si riposava con il suo sigaro e la sua birra dopo una giornata di lavoro. Lui! Che era sempre stato allergico a qualsiasi forma di lavoro, sia fisico che mentale.
Tralasciando tutte le elucubrazioni sul suo presunto rivale in amore, la prima frase, ulteriore luogo comune, che gli uscì dalla bocca, a sostegno del discorso che si era bloccato dopo cotanta riflessione fu:
“Che fare?”. Cosa possiamo fare noi per salvare la situazione? Cioè intendo, per salvare capra e cavoli?”.
Lo guardarono tutti con aria per niente predisposta allo scherzo. Geppò sembrò più degno di stima di lui nelle sue quattro parole al vento. Eppure lui aveva espresso un pensiero ben più profondo: ”Lasciare marcire o riscattare la sua maggioranza insieme agli ignobili del progetto per la sua esclusione dalla scena politica,ai suoi avversari dichiarati nonché affiliati alla cosca pro-resurrezione del suo rivale che, considerato il peso, poteva essere il suo doppio, il suo circumnavigatore?”

Inutile. Anche nel nuovo mondo, nell'emisfero sud, aveva problemi a farsi capire. I casi erano due: o la gente aveva perso il più pallido senso della logica cerebrale, oppure lui si era talmente tanto distaccato dal mondo comune, da non riuscire più a percepirne i meccanismi contorti.
Oppure c'era la terza opzione. L'opportunismo stava assorbendo le ultime gocce di succo cerebrale degli esseri umani.
Non espresse nulla del suo Poldino-pensiero, per non venire rimproverato, o peggio ancora, deriso. Con un viso rassegnato e con l'espressione da santo martire che piaceva tanto a Marinelle perché le stimolava il sopito senso materno, si sedette in un angoletto, appoggiò la testa sul braccio e si posizionò in attesa degli eventi. Stavolta a parlare fu Padre Rocco.Poldino14 foto 1
“Dobbiamo salvarli. Non possiamo permettere che ad Anagnon-sur-la-mer si parli male di noi e si dica in giro che siamo dei cattivi cristiani. Sono stati degli sciocchi, va bene. Ma chi non lo è? La vita è fatta di errori. E l'essere umano sbaglia, cade, si rialza, cade ancora. Migliaia di volte. Nessuno osi scagliare la pietra contro un proprio simile.”

Marinelle decise che era giunto il momento di fermare l'omelia in action di Padre Rocco, che si era lanciato lungo sentieri ben conosciuti. Gettò, a bruciapelo, la frase:
”Serve un avvocato esperto in diritto internazionale. Qui la legge è piuttosto severa nei confronti dei cacciatori di frodo. Il cinghiale è una specie rigorosamente protetta, ma non rara come le lepri. Il grande problema sarà far capire che le pappardelle al sugo di lepre sono una specialità comune nel paese di provenienza dei peccatori!”.
Si interruppe. Le veniva da ridere. Strizzò l'occhio a Poldino e si girò fingendo di versarsi del succo di arancia. Poldino, a quello sguardo complice, si drizzò dritto come un serpente a sonagli prima di colpire. Guardò con aria superba Geppò, al quale nulla era sfuggito, ma che fingeva di non aver visto. Ciò che mentalmente i due si trasmisero fu cosa che Guglielmo Marconi non aveva previsto. Onde cerebrali che passarono da un capo all'altro della stanza senza alcuna interferenza. Bloccate solo da Davillé che se ne uscì con:
“Ci sarebbe Lanzisckyi. Piotr Lanzinsckyi. Quel ragazzetto sloveno. Sa il fatto suo. Non è esperto in diritto internazionale, ma se la cava bene con le leggi. Però è avido. I soldi dove li troviamo per pagarlo?” .
“Telefoniamo a Frank. Pagherà lui. Dopotutto l'allegra comitiva stava qui grazie ad un suo fantomatico piano.”

Le parole di Marinelle conclusero la discussione fatta di poche parole, tanti sguardi, qualche malvagio pensiero di gelosia, e tante, tante onde cerebrali disperse nell'etere. Di lì a poco sarebbero tutti andati a dormire. Stanchi, ma felici per la soluzione trovata. E con una speranza in più nel cuoricino.
“M’ama, non m’ama…..” come si fa a dormire dopo quello sguardo?” Poldino decise di contare le stelle e per ogni stella cadente, in quella tiepida notte di agosto, decise di esprimere il medesimo desiderio…..

 
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Non aveva scelta

Poldino 12 1di Antonella Necci – Poldino 12. Non aveva scelta.
Poldino non se ne sarebbe mai andato via. Non avrebbe mai abbandonato il suo dovere primario di Sceriffo di Anagnon-sur-la-mer. Bisognava spingerlo ad abbandonare. Metterlo alle strette.
Rojo Minsckji ripensava alle ultime frenetiche settimane. Un tam tam di colpi di scena, trovate pubblicitarie, interviste e smentite, interventi estemporanei in TV locali. Fuori onda mandati in onda in tempo reale. Sviste giornalistiche, trame piene di gossip che avevano infiammato il paesino che, sonnacchioso, sembrava non attendere altro per risvegliarsi. Tutto per creare il dubbio sulla onestà e sulle capacità di leader del buon Poldino.
Quei melliflui discorsi che partivano dal concetto basilare ”siamo qui non per crocifiggere quella Gran persona onesta di Poldino, ma per puntualizzare cose che fanno male alla popolazione intera”. Il buon Bruto non avrebbe saputo fare di meglio al funerale di Giulio Cesare. Il problema era l’inconsistenza delle recriminazioni. Di Minsckji, perché di Bruto qualche fatto concreto in più ce n’era all'epoca.
Tutto quell’escogitare scaturito dalla testa di Minsckji e condito dalla quiescenza dei giornalisti locali profumatamente pagati da Trippotto. Il quale, appena sentita aria di riscossa, aveva deciso di essere della partita. Aveva radunato la maggioranza nella sua modesta villetta di 100 ettari poco fuori Anagnon, e attorno alla piscina dove sguazzavano le Veline affittate per l'occasione, giocava a fare l’anfitrione. Generoso e sottomesso, perché ancora non era ora di mostrare le unghiette aguzze dello sciacallo.
“Continuiamo così. La strada si spianerà da sola. Non diffidate di me e della onesta volontà di sopprimere quel gran ruffiano.”

La grande rabbia

Sorseggiava il mojito con più rabbia quando la mente gli si soffermava sull'uomo che lo aveva spodestato.
“Frank, come facciamo a fidarci di te? La tua fede politica non ci …..”
“Fede politica? Non farmi ridere, Peppino. Di quale politica vai blaterando? Ma non capisci che se non lo annientiamo, lui renderà la politica un covo di onesti ePoldino 12 2 scrupolosi osservanti delle leggi? È questo che vuoi? Distruggere le basi su cui la politica è fondata? Distruggere il viscido acconsentire per poi pugnalare alle spalle? Distruggere tutti i giochi di intrighi e di futilità, di chiacchiere e disonestà?”
Guardò Peppino Lucariello con un'aria di tale rimprovero, che quello si fece piccolo piccolo e decise, voltando le spalle, di andare a fare due tuffi in piscina, proprio vicino a quella moretta procace che Trippotto chiamava Jenny. E sparí, rivolgendo le sue attenzioni sulle qualità che la ragazza gli mostrava in dimensioni più che abbondanti.
”La politica che realizza ciò che dice. Roba da pazzi. Ma quando mai si è visto un comportamento simile? Quando mai abbiamo realizzato qualcosa, noi tutti, quando eravamo al potere? Mi ribolle il sangue se ci penso.”
“Stai calmo Frank, che la pressione ti si alza troppo.“ Il mellifluo medico Rojo Minsckji si preoccupava più delle capacità di stratega politico che della pressione del “suo” Frank. Del resto anche lui aveva già posato l'occhio sulla signorina Moana, che somigliava vagamente alla moglie, senza avere quei tratti di volgarità.
La signorina Moana era una graziosa biondina dal viso da bambola. Era in lizza per la finale di Miss Universo. Le carte al posto giusto c'erano tutte. Qualche raccomandazione da parte di Frank, pure. Secondo lui, Moana ce la poteva fare.
Rojo decise, per stemperare l'atmosfera diventata pesante, di andare a scambiare qualche parolina con la ragazza.
Frank Trippotto fu lasciato solo con il resto dell compagnia, che lo guardava con sospetto, adorazione,senso di emulazione e desiderio di andare a dialogare con le altre ragazze in vetrina, più che sentire gli ordini del Frank inviperito.
Come fu e come non fu, ad un certo punto successe una gran confusione. Le ragazze entrarono tutte all'unisono nell'acqua e da li chiamarono il resto dell compagnia ad unirsi. La maggioranza progettò che non era educato far attendere le signore, soprattutto se in bikini ridottissimo e tanga inguinale annesso.
Povero Trippotto. La politica non aveva più la serietà di una volta. Per un secondo provó compassione per Poldino, costretto a manovrare questo materiale, reso disumano dalle esigenze primarie dell’accoppiamento. Per niente concentrato sul discorso, più di quanto lo fosse sulla fisicità delle ragazze affittate. Fu un solo secondo di compassione, però. Poldino 12 3
La vendetta bussava violentemente alla porta del suo cervello. Se questo è l’agglomerato umano da usare, lo useremo. Come e meglio di quel pupazzo incravattato. Il veleno che aveva in corpo era troppo, aveva stagnato a lungo. Si era invecchiato come il buon vino nelle botti piccole. Era pronto ad essere sparso come una pastoia sul terreno dove il povero Poldino camminava. E anche dove aveva cercato rifugio dopo gli ultimi negativi eventi della sua politica. Eventi dove lui, Frank Trippotto aveva dato un mano ad andare storti. La rivalsa gli stava costando, in termini economici, ma tutto ciò che avrebbe ottenuto non aveva prezzo.
Per tutto il resto c'era American Express Gold.

 
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Da Sceriffo a barman, con tanta rabbia

cap 11poldinodi Antonella Necci - Stava riponendo i boccali per la birra, che aveva appena prelevato dalla lavastoviglie, quando, guardando verso l'orizzonte, laggiù verso il cristallino di quel mare che tanto facilmente si gonfiava e ruggiva e si inerpicava sulle rocce, cambiando colore, forma, umore, vide una imbarcazione che si avvicinava alla riva. Rimase con un boccale tra le mani, fermo immobile, senza più asciugarlo.


Sentì un brivido attraversargli la schiena. Anche se la distanza non permetteva di certo di intuire chi fossero gli individui vestiti rigorosamente di nero che stavano scendendo dall'imbarcazione, il suo pensiero volò per un istante verso il suo amico Vescovo e i suoi confratelli. Ricacciò indietro l'intuizione. Stava diventando un sensitivo. Prevedeva gli eventi. Vedeva cose che si sarebbero realizzate entro poco tempo. Ci mancava solo che, con un tavolino a tre gambe, iniziasse ad organizzare sedute spiritiche.
Aveva intuito che i gaglioffi di Trippotto e quei beceri individui della cosiddetta maggioranza lo avrebbero raggiunto in questo angolo di paradiso per rovinargli la vita di nuovo. E così era stato. Detto, fatto. Se li era ritrovati dinanzi solo pochi giorni dopo l'intuizione. Si sentiva dentro un vuoto che non riusciva a colmare, e proprio quella sera aveva pensato che sarebbe stato bello avere vicino a lui Padre Rocco e i suoi confratelli. In un battibaleno loro si erano materializzati, provenendo dalle acque, come Nostro Signore. Doveva stare attento ai pensieri.
“Se riesco a concentrarmi solo su pensieri positivi, il gioco è fatto. Mi attirerò solo eventi lieti, e tutti i miei nemici si volatilizzeranno.” Ci provò. Chiuse gli occhi come i bambini quando esprimono un desiderio.

 

Li riaprì un istante dopo per ritrovarsi di fronte Rojo Minscky che lo guardava con derisione.
”Se hai finito di dormire in piedi, vorrei una 3,60 Ale. Se non ti disturba, Sceriffo”. Si divertiva. Alle sue spalle. Rispose quasi gettandogli il boccale sul bancone. Quel Rojo. Il più viscido della compagnia. Della sua maggioranza. E come ci godeva nel farsi servire da lui.“ Che ti vada di traverso”, gli disse mentalmente, sperando che stavolta i suoi superpoteri intuitivi lo aiutassero. Macché. Niente da fare. Rojo bevve di gusto e ne ordinò un'altra. Si vede che quello non era né il luogo, né il momento per le magie. Magari era colpa di quel gufo di Davillè. Si certo. Doveva essere colpa sua se tutto non quadrava.
Accese il maxi schermo e sintonizzò su Telemondo, una emittente locale che ogni tanto, attanagliato dalla nostalgia, sentiva il desiderio di guardare. Era in onda il TG della sera. Già, pensò, era sera li. La sera del giorno prima. Il barbuto ed anziano giornalista stava introducendo un servizio su Anagnon-sue-la-mer. la prima cosa fu il primo piano della telecamera sulla faccia Rojo Minscky. Stava blaterando sulla mancanza di libera iniziativa. Si lamentava, quasi con le lacrime agli occhi, di non essere riuscito nei suoi intenti. “Vado via con l'animo di ritornare. Vado a rigenerarmi per vincere lo svilimento di non aver ottenuto i risultati sperati. Ma tornerò presto e annuncio, sin da ora, la mia candidatura a nuovo sceriffo di Anagnon. Mi presenterò con una lista civica, composta da gente pulita, fuori da schemi politici. Insieme faremo rinascere il nostro ridente paese. Ve lo prometto.”

 

Poldino volse lentamente il capo verso quella faccia di bronzo di Minscky. Molte furono le parole che gli si fermarono sulla punta della lingua. Serrò la bocca. Sentiva che se solo avesse lasciato aperto uno spiffero da un millimetro, se ne sarebbe poi pentito, per aver perso l'auto controllo. Lo fissò. Gettò lo straccio sul bancone. Uscì verso il mare, senza rendersi conto del temporale che si stava preparando. Maledetto il giorno in cui mi sono candidato. Restare nel limbo e credere che i suoi concittadini fossero gente perbene. Questo avrebbe dovuto fare. Non farsi trascinare nel mare pieno di squali.

 
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“Marinelle, tu sei un diavolo tentatore..."

cap10 amicoidiota 350 260di Antonella Necci - Poldino Cap. 10. Il discorso aveva diverse facce. Ognuna con le sue ragioni. Tuttavia non riusciva a mandare giù che Marinelle gli avesse nascosto la verità, sia pure per il suo bene.
Non era un bambino, e in fin dei conti era ancora lui lo sceriffo in carica di Anagnon -sue-la-mer. Chi avrebbe osato fargli del male?
“Marinelle, perché lo hai fatto? Questo tuo senso di protezione mi sembra eccessivo. E non mi piace nemmeno il fatto che tu mi abbia mentito.”
La fissò imbronciato, e lei ricambiò il broncio con un sorriso abbagliante. Lui vacillò per un istante. Il suo rigore si piegò di fronte al fascino della donna che ancora amava. Oggi più di ieri. Ne stava avendo la conferma in quel medesimo istante.
“Sarebbe servito a qualcosa dirti la verità prima che tu venissi a scoprirla per tuo conto? Almeno hai vissuto qualche ora in più lontano dai dolori di stomaco di cui adesso stai soffrendo. Ti ho evitato la mancanza di appetito che in questo momento hai e che non ti fa gustare il mio soufflé ai funghi porcini Vorlend che ti avevo preparato.” Si interruppe e lo fissò.
Poldino si sentì in colpa. I funghi gli piacevano. I piatti a base di funghi anche. Solo che dopo l'apparizione di quel pomeriggio di Peppino gli era passata fame e sete.

 

“Hai ragione. Beh, dammene una porzione piccola. Prima che il soufflé si sgonfi. Ha un aspetto invitante.”
Marinelle lo serví con un sorriso angelico. Lo guardò mangiare una prima porzioncina. Lo serví di nuovo e di nuovo, finché il soufflé non fu raso al suolo. Come la bottiglia di vino rosso e frizzante che lei e Robert avevano prodotto nella loro azienda agricola. O ranch, come qui si chiamava.
“Marinelle, tu sei un diavolo tentatore. Mi hai rimesso al mondo. Questo vinello scorre giù che è un piacere. E il soufflé, poi, che bontà. Avevo davvero fame. “
“Bene. Ora che ti senti più disponibile alla conversazione, ti racconterò quale piano avrei in mente per affrontare tutti i tuoi amici, si fa per dire, che in comitiva sono giunti qui. Intanto è chiaro che sapevano dove trovarti. Di sicuro Frank avrà indagato o ti avrà sguinzagliato dietro uno dei suoi fedelissimi. Non sei al sicuro quando ti muovi da solo. Qui non sei ad Anagnon e gli spazi sono sconfinati. Se ti dovesse accadere qualcosa, ci vorrebbero giorni prima di ritrovarti.
Da domani ti sposterai solo con Davillè. E non fare quella faccia. È un uomo fidato. Anche se non vi piacete, ciò non significa che ti farà del male. Lui è esperto di questi luoghi. Ci ha vissuto qualche anno della sua infanzia. È stato lui, infatti, che ci ha dato l'idea di stabilirci qui. Perciò da domani seguirai Davillè. La sera te ne andrai al pub. Anche se dovessi incontrare qualcuno della lieta comitiva, mi raccomando. Non accettare le loro provocazioni. Risolveremo tutto con il torneo, come abbiamo fatto due anni fa. Del resto gli scagnozzi di Frank, insieme agli indecisi della tua maggioranza, non mi sembra che costituiscano un problema così grande. E avevano un senso circoscritti dentro alle Mura Medioevali di Anagnon. Che importanza vuoi che rivestano in questa radura sterminata? “

 

Poldino la fissava con sguardo ebete, intontito dalla grande abbuffata di soufflé e vinello fresco, e affascinato dalle parole che uscivano così delicatamente da quella bocca piccola e ben disegnata collocata in un punto strategico su quel visino d'angelo. Chi lo avrebbe detto che quella ragazza era stata un generale dell'armata russa? Almeno così i suoi informatori avevano scoperto, perché Marinelle non parlava mai del suo passato. E tantomeno con lui.
Il discorso quindi non faceva una piega. L'unica nota stonata sarebbe stata Davillè, che a confronto con l’allegra comitiva, gli sembra un grande amico. Il problema era dover diventare la sua ombra. Seguirlo in quel pub puzzolente di vino, birra, liquoroso, dai tavoli appiccicosi di tutte le schifezze che gli astanti rozzi mangiavano e bevevano. Ma questo suo senso di snobberia lo nascose abilmente a Marinelle.


Dopotutto non sarebbe servito a nulla. Stavolta toccava a lui obbedire agli ordini.
“In quanto tempo pensi di risolvere la questione?” Le chiese non appena riuscì a biascicare le parole.
“Entro fine Agosto se ne ritorneranno ad Anagnon per la festa del loro santo patrono. Quindi prima del loro rientro. Dobbiamo convincerli che se continuano ad opporsi e a minacciarti non fanno che il loro male e non il tuo. E che il loro santo patrono li punirà. Vedrai che non avranno scampo. Metteremo su un bel Torneo Santo. Li metteremo KO e li constringeremo a chiederti scusa. Ritornerai ad Anagnon da trionfatore. Oltre a rubare a Frank i suoi fidati collaboratori. Che ne pensi? “
“Che ne penso? Sembra coerente anche se non sono così sicuro che riuscirò in ciò che dici. “
“Gli scagnozzi di Frank stanno con lui per i soldi. Se riusciamo a convincerli che sei tu il più forte e il più potente, vedrai che si piegheranno ai tuoi voleri. Prezzolarli come faceva Frank non è un problema. Il problema è comprarne la fedeltà.”
Comprarli non era complicato? Ma che diceva Marinelle? E con quali soldi? Le casse dello Sceriffato di Anagnon erano ben vuote ora che erano stati investiti gli ultimi denari per la festa del santo patrono ed era stato chiamato quel cantante del Nord del paese, che nessuno conosceva e che parlava pure con un accento antipatico assai. Tutto per seguire quegli infedeli della maggioranza che adesso stavano in comunella con gli scagnozzi di Trippotto. Tutte queste riflessioni le tenne per sè. Annuí a Marinelle e le disse SI. Poi crollo nel sonno più profondo accasciandosi sul tavolo.

 
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Il Torneo Medioevale piace ovunque?

cap9 squadra poldinodi Antonella Necci, Capitolo 9 - "Che valore avrebbe un Torneo Medioevale in questi luoghi?"
Poldino lo fissò come chi fissa uno scarafaggio tra l'irta e ruvida erba del sottobosco. Come chi sa bene che non gli farà alcun male, perché consapevole di essere l'intruso nel paese dello scarafaggio, ma nel contempo sa che appena lo scarafaggio si avvicinerà alla sua magione, non avrà scampo.
"Davillè, che sciocchezza. Il Torneo Medioevale ha la sua funzione ovunque. Non esistono luoghi o genti più o meno ospitali verso una simile contesa. Ricorda che il nostro Medioevo ci ha reso famosi nel mondo. La nostra fede e il nostro papato ci hanno portato a combattere gli infedeli. Che la nostra è la culla di tutta la civiltà del mondo. Emisfero Nord e Sud." Si fermò. Non poté aggiungere altro. La voce gonfia d' orgoglio gli si era strozzata in gola.
Stavolta fu Davillè a guardarlo fisso. Con pietà, ma senza replicare.
Culla? Civiltà? Famosi nel mondo?
Quando Poldino farneticava sulla grandezza di Anagnon-sur-la-mer non sapeva se attaccarlo a male parole per le sciocchezze che stava enunciando, oppure ammutolire e fissarlo con compassione. Marinelle si era raccomandata. Poldino aveva vissuto un periodo di grande stress lavorativo ed emotivo. Doveva riposare. Niente stuzzicamenti. Niente attacchi frontali.
Optò per la posizione di neutralità. Lo guardò con la compassione che si ha per un povero demente allo stadio finale della sua malattia. Inutile accanirsi, tanto non sarebbe servito a modificare i suoi sentimenti verso l' ingenuo, borioso, superbo, mentitore ipocrita che aveva di fronte.

 

"Come vuoi tu Poldino. Sei tu l'organizzatore dei giochi. Se per te sembrano cosa inutile, si potrebbe provare un torneo di calcio. Oppure un torneo misto: Calcio ecap9 lottatore Rugby. Le squadre si possono facilmente formare con i turisti che stanno arrivando dall'emisfero Nord per le loro vacanze. Proprio ieri sera è giunta una comitiva al pub. Mi sono sembrati simpatici e disponibili a divertirsi. Non sarà difficile trovare adepti per trascorrere insieme la settimana dei Giochi Medioevali."
Un campanellino d'allarme suonò nella mente di Poldino. Fu un solo attimo. Ricacciò indietro il pensiero che quella comitiva fosse composta dagli scagnozzi di Trippotto. No, no. Non poteva essere. Marinelle aveva detto Sudafrica o Brasile. Non il paese del Signore degli Anelli.
"Una comitiva? Da dove proviene?"
Davillè si morse la lingua. E adesso? Decise di prendere l'argomento dal verso più distante.
"Non saprei. Parlano il nostro idioma, senza inflessioni dialettali. Non ho chiesto loro la provenienza. Se stasera tornano non mancherò di informarmi."
Poldino sembrò più rassicurato. No. Di certo non provenivano da Anagnon. Al diavolo le manie di persecuzione. Decise di portare al pascolo la mandria di bovini Bretoni. Con un guizzo felino montò a cavallo, indosso il cappello, posizionò la bisaccia, salutò Davillè con un semplice cenno del capo. Partì al galoppo verso la collina distante una ventina di miglia.
Solo. Voleva restare solo con i suoi pensieri. Voleva disintossicarsi da ciò che aveva subito stoicamente in questi tre anni di Sceriffato. Eppure sentiva che qualcosa di nuovo stava per capitare. Si sentiva insolitamente nervoso e il nervosismo, nonostante il contatto con la Natura incontaminata del luogo, non calava, ma anzi si alimentava. Tanto da fargli percepire di trovarsi vicino ad un pericolo.
Volse lo sguardo distrattamente, mentre seduto nel capanno pensava che tutto intorno a lui ci fosse solo deserto, cactus e bestiame, per trovarsi dritto spianato di fronte a Giuseppe Lucariello.
"Sceriffo! Voi? Qui?"

 

Credette in un miraggio. Chiuse gli occhi. Pensò che alla loro riapertura il brutto miraggio sarebbe svanito. Non fu così.
"Potrei farti la stessa domanda."
"Sceriffo, che piacevole coincidenza. Questo è vero amore! Pensi che siamo tutti qui, in questo posto sperduto, tra mare, montagne e cielo, solo per commemorare i luoghi che hanno reso celebre il film e il libro del Signore degli Anelli. Chi avrebbe mai immaginato che anche voi eravate qui, presumo per lo stesso motivo? Che emozione! Aspettate che lo dica a Rojo e agli altri. "
Pure Rojo Mirsckji. Quel fastidioso medico citrullo e presuntuoso. Ad occhio e croce c'erano quelli del Progetto nella comitiva. Decise che al ritorno al ranch, avrebbe sgozzato Davillè. Intanto doveva liberarsi dello scocciatore.
"Sono qui per dedicarmi alla meditazione e alla preghiera. Non posso comunicare con l'esterno. Pertanto Peppino, ti invito a dirigerti, per non farmi rompere il Voto." Concluse con una brillante aria mistica ad effetto scacciauomini.
Ottenne l'effetto voluto.
Peppino Lucariello si inchinò silenziosamente e si allontanò in punta di piedi, ottenendo l'effetto di un ballerino sulle punte in un prato sdirrupato di campagna. Ridicolo.

 
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Il nuovo mondo non era così male

cap 8ddi Antonella Necci, Capitolo 8 - Il nuovo mondo non era così male.
Oltre al cibo buono, che gli aveva fatto guadagnare qualche chilo in solo pochi giorni, c'era il discorso- amore che sembrava aver raggiunto un equilibrio. Rivedere Marinelle gli aveva fornito una rinnovata energia la cui natura gli era insospettata.
I Ragazzi del Campo si erano subito adeguati al nuovo stile di vita, e non mancavano i divertimenti.
Gli sembrò di aver raggiunto uno stato di grazia che non riteneva possibile, fino a poche settimane prima.

Restava, però, il fattore insoluto di come, quando e perché si sarebbe ripresentato il contenzioso tra lui e i cittadini di Anagnon-sue-la-mer.
Ma il solo pensarci gli dava i brividi. In definitiva si trovava dove si trovava proprio per dimenticare, per abbandonarsi a nuove esperienze. Si ricordò il motivo che lo aveva indotto a fuggire quella notte, attraversando le stanze del suo Appartamento Regale in punta di piedi, per non risvegliare il ronfare del turno della Gran Guardia Reale.
Si era sentito un ladro al suo primo colpo. Un imbranato, mosso solo dalla forza della disperazione.
Aveva dovuto anche abbandonare i suoi gatti alle cure della signora Pina. Una complice. Disponibile a prendersi cura sia di Powder che della sua principessa svizzera, conosciuta quando Poldino era stato ricoverato laggiù, nella clinica nei pressi di Zurigo, per riprendersi dalle ferite che Geppò gli aveva inferto durante il loro primo Torneo Medioevale.
I ricordi si affastellavano in ordine sparso nella sua testa, mentre disteso sul letto, nella sua camera multifunzionale nel ranch di Marinelle e Geppò, che era sempre più odioso, pensò in un istante, provava ad organizzare mentalmente cosa avrebbe avuto la priorità nello svolgimento delle azioni quotidiane.
"Sei sveglio?"
Si ricoprì all'istante, preso dalla vergogna di farsi vedere in pigiama a righe sottili e microscopiche macchinette fotografiche. Era un regalo della signora Pina, preso al mercatino della domenica in un paesino vicino ad Anagnon.cap8 b
"Si." "Entra pure."
"Ti volevo informare sulle novità giunte ora da Anagnon."
"Dimmi."
Replicò asciutto e disilluso. Per un istante aveva fanciullescamente sperato che Marinelle lo avesse cercato per lui stesso, e non per le negatività politiche provenienti dall'altro mondo, quello di cui voleva cancellare anche il ricordo.
"Pare che gli amici intimi di Trippotto siano spariti. Lui stesso passeggia per le viuzze di Anagnon senza i suoi scagnozzi. I miei informatori stanno cercando di capire cosa sia accaduto. Sembra che abbiano tutti avuto, all'unisono, l'idea di prendersi le ferie non godute.
Sandè ha dichiarato di aver notato un incredibile via vai verso l'aeroporto, ma non ha fatto in tempo a registrare la destinazione. Però di una frase detta da Giuseppe Lucariello ha percepito che l'intenzione fosse quella di dirigersi verso l'emisfero sud. In Africa, forse. In Brasile. Chissà."
Sandè De Angelis. Che bravo giovane, pensò intanto Poldino, che, come i bambini, mentre Marinelle parlava, si era soffermato a ragionare sulla sua bellezza e sulla forza del suo carattere. Infine i suoi pensieri si collocarono dentro al ricordo di come Sandè lo avesse aiutato, anche psicologicamente, a superare il dolore per il matrimonio tra Marinelle e Robert Geppò. Altre tristezze gli tornarono a galla. Le respinse giù con forza e replicò:
"Non riusciranno mai a trovarmi qui. Vadano pure in giro per il mondo."
Marinelle decise di non replicare a cotanta incrollabile certezza. Doveva dargli tempo di riprendersi dalla funzione di parafulmine che lo aveva impegnato negli ultimi tre anni alla guida di Anagnon-sue-la-mer.
Non gli rivelò, dunque, che erano tutti appassionati del Signore degli Anelli, e che in comitiva avevano deciso di spostare la contesa tra bene e male in quella parte del globo.
Non disse nulla. Poldino avrebbe scoperto presto la verità.

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La gente è strana

ritidi Antonella Necci - Capitolo 7.

La gente è strana. Perde tempo, fiato, occasioni a vedere la distruzione dei propri simili, quando potrebbe impegnare altrettanto a creare una solida felicità per se stessa.
Fu così che la sparizione di Poldino generò nel quieto ed assonnato paesino di Anagnon-sue-la-mer una implosione di sentimenti.
Mancava un capro espiatorio sul quale riversare le proprie frustrazioni. Mancava il parafulmine che inglobasse tutte le loro minute malefatte. Il paterno sorriso di chi prendeva sulle proprie spalle i problemi e con senso di fratellanza universale, li facesse propri.
"Poldino era un santo. La nostra cattiveria lo ha fatto fuggire inorridito. Noi tutti dovremmo fare un Mea Culpa."
Così dall'alto del suo pulpito recitava, una domenica si e l'altra pure, il Vescovo supremo di Anagnon. Lui che aveva contribuito alla sua elezione, ora contribuiva alla sua beatificazione.
I poveri concittadini temevano il giungere della domenica. Giorno di riposo e di delizia, che ora si era trasformato nel calvario programmato del fine settimana. Gli uomini cercavano di distrarre le proprie mogli proponendo loro gite al mare o viaggi in alberghi esclusivi. Speravano di solleticare la loro vanità, ma niente. Erano tutte diventate sostenitrici del povero San Poldino, come già qualcuno cominciava a chiamarlo lì in paese.
Così un giorno accadde un fatto strano.
L'operatore ecologico Giuseppe Lucariello si trovò nell'impedimento delle proprie funzioni. Cioè non riuscì a spazzare il marciapiede che costeggiava il Gran Palazzo a causa di Ceri, lumini, fiori sparsi, mazzi di orchidee, pupazzi peluche, carillon raffiguranti trenini e giostre.......una donnina dal fare devoto stava posizionando tutto in quello che lei riteneva fosse un ordine sparso.
"Buona donna, scusate, ma chi è morto?"
"Nessuno, almeno così voglia il cielo è così voglia anche il nostro Vescovo che ci comunica ogni giorno."
"E allora, mi sapreste spiegare, perché io non posso eseguire il mio lavoro in santa pace, se nessuno è ancora morto?"Romperto
L' anziana signora dallo sguardo gentile guardò Lucariello come se si trattasse di un insensibile, e con freddezza specificò:
"Da qui non si toglie niente. Lei vada a spazzare altrove. Tutto deve restare fermo come si trova ora. Questo diventerà l'altare di strada per venerare il nostro amato Gran Sceriffo. Il Vescovo ha già avviato le pratiche per la sua beatificazione."

Cosa?? Beatificazione??
Giuseppe Lucariello si apparto all'istante, ma non perché avesse rinunciato alla sua opera ecologica. No. Lo fece per chiamare il suo amato amico Trippotto.
"Frank, ma cos'è questa novità? Pensa che stanno avviando le pratiche per la beatificazione di quel Gran ipocrita di Poldino. E questa sarebbe l'opera denigratoria che tu, così abilmente, avresti messo in atto? E se lo fanno pure Santo?"
Le poche, rozze, sgrammaticate parole di risposta convinsero l'operatore ecologico al silenzio. Torno a spazzare, abilmente evitando la vecchia, i fiori e l'altare pagano, le comari che intanto si erano radunate sotto al portone serrato del Gran Palazzo.
Non era d'accordo con la nuova strategia di Franklin Trippotto, ma non aveva alternativa. O con lui o morte. Metaforica o fisica, questo era l'enigma del suo boss,ma nel dubbio, meglio salvarsi la pelle.
Continuò a spazzare,ma leggermente debilitato. Decise che fosse giunto il momento di usufruire di quelle ferie non godute che aveva maturato da due anni a questa parte.
Avrebbe cambiato aria per un po'.
Se ne sarebbe andato nell'emisfero Sud.

 
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L'estate è tornata

al mare e ai monti 350 260di Antonella Necci - Poldino cap. 5.  Guidava ascoltando la sua musica preferita e intanto stentava a credere che si trovava in prossimità del solstizio d'estate.

Nell'emisfero Sud del globo,dove si ritrovava, pur non essendoci nato, a condividere la decisione di viverci, si intravedevano i variegati colori dell'autunno.
Rossi accesi, giallo delle foglie, grigio intenso attraverso il quale si stagliava il blu cupo del cielo, con le sue nuvole colme di pioggia, e giù di sotto, ai piedi dell'autostrada che stava percorrendo, il cupo rumore del mare grosso.
Si stava preparando un violento temporale, pensò. Doveva trovare al più presto un rifugio dove fermarsi.
Da quelle parti la pioggia assomigliava al mare in tempesta. Si perdeva la cognizione delle cose e della natura. Non esisteva altro che acqua. Acqua ovunque. Niente più case o strade o auto. Solo il grigio intenso dell'acqua che scendeva dal cielo.

Trovò alla fine una sorta di pub. Parcheggiò davanti e scese dall'auto, appena in tempo per sentirsi addosso i pesanti goccioloni che cominciavano a cadere. Corse verso la porta ed entrò che era già zuppo.
All'interno la calda atmosfera dei pub di quel paese. Tante persone attorno ad un maxi schermo intente a seguire una finale di Rugby, lo sport nazionale da quelle parti. E tutti vestiti di nero.
Si girarono per un nano secondo a guardare l'intruso che entrava dalla porta: capelli rossi, viso pallido, bagnato fino al midollo.
Pensarono ad un indegno rappresentante del popolo che li aveva dominati qualche secolo prima. Come erano pallidi, pensarono tutti all'unisono, senza soffermarsi troppo a scambiare opinioni. "Come avranno fatto a dominarci cento anni fa? Dovevamo proprio essere alla frutta..... "
Lo guardarono con riprovevole commiserazione e volsero di nuovo lo sguardo verso il maxi schermo dove i loro forzuti beniamini se le stavano dando di santa ragione.

"Sceriffo! Ma siete proprio voi? Cosa ci fate qui?"

" Siamo i più forti al mondo! Nessuno ci può battere!"
Il proprietario del pub si avvicinò al nuovo arrivato con aria di sfida e proferendo queste parole.
Ma nel guardarlo meglio capi che non solo quel signore distinto non apparteneva alla razza degli oppressori, ma che aveva uno sguardo così mite ed indifeso che di certo non meritava tanta cattiveria. Si quietò di botto.
Quell'uomo aveva un volto conosciuto. Il volto della sua terra d'origine.
"Sceriffo! Ma siete proprio voi? Cosa ci fate qui?"
Solo nel sentirsi apostrofato da qualcuno che parlava la sua stessa lingua, Poldino alzò lo sguardo e riconobbe Davillè, il fido Scudiero di Marinelle.
" Davillè, sono io a porti la domanda. Che ci fai nell'emisfero Sud?"
" Noi viviamo qui da sei mesi ormai. Pensavo lo sapeste. Robert e Marinelle hanno comprato un ranch e allevano bestiame. Io, insieme ai Ragazzi gestiamo gli esercizi commerciali della zona. Qui la gente ci ha accolto come fratelli. Si sta bene. Ma voi non ne sapevate niente?"
" Nessuno si è degnato di informarmi." Risposte Poldino. Asciutto e piccato come un peperoncino fresco.
" Eppure vi abbiamo mandato parecchie email per informarvi. Voi non ci avete mai risposto."
Davillè odiava Poldino fin nel midollo, ma in quel momento gli fece pena. Pensò che non era il caso di insistere.
" Sono giunto fin qui in cerca di pace, dopo gli ultimi fatti che tu ben sai. Avevo bisogno di cambiare libro e non di voltare solo pagina. Ho chiuso lo Sceriffato e sono partito. Alla cieca. Senza chiedermi dove sarei giunto."
Ebbe la sensazione di essere giunto, finalmente, in porto.
" E poi? Come siamo i più forti del mondo? Ma tu non appartieni a questa parte del mondo!"
Poldino considerava, con queste parole, come lo spirito di adattamento della sua gente raggiungesse livelli di parossismo tale che nessun altro popolo sarebbe mai stato in grado di eguagliare.
L'istinto di sopravvivenza unito al vago insegnamento della fede religiosa, forniva quel viscido senso di cosmica fratellanza che aiutava a restare a galla, fosse pure in mezzo al deserto più impervio.
Per un attimo ammirò la dote che lui non possedeva. Si sentì troppo rigoroso. Forse era proprio tale rigore che gli impediva l'afflato cosmico con i suoi concittadini?

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Chiuso per ferie

chiuso per ferie fino adi Antonella Necci - Quarto episodio.
Quella mattina, a voler dare ascolto ai vari quanto impercettibili segnali, si sarebbe da subito compreso che l'unica azione davvero sensata sarebbe stata quella di infilarsi sotto alle coperte per qualche ora in più di sonno e poi, una volta in piedi, invece di dirigersi verso il solito percorso che avrebbe condotto verso il solito posto di lavoro, l'unica sarebbe stata fare quella necessaria ed improvvisa deviazione, spostandosi verso sud. Verso quelle spiagge sabbiose che si intravvedevano a volte da lassù, da quelle colline a tratti impervie che circondavano il paesino fatato di Anagnon sur la mer.
E su quelle spiagge distendersi per un tempo infinito ad ascoltare le leggere onde marine.
Giuseppe Lucariello, il rinomato operatore ecologico del centro storico così saggiamente aveva meditato, prima di decidere di far vincere ancora una volta il dovere sul piacere.
A malincuore si era recato, dunque, verso il posto di lavoro, a spazzare e ripulire le viuzze che circondavano il Gran Palazzo sito nel bel mezzo del centro storico.
Ora che il nuovo stemma era stato deliberato, pensava, ci cambieranno e le divise e di sicuro le adegueranno ai colori ed ai disegni dello stemma.
Che era di una gran raffinatezza, tanto da non generare in lui alcuna forma di pentimento nell' averlo votato.
Mentalmente ripassava il discorsetto ipocrita che avrebbe snocciolato semmai il Gran Sceriffo si fosse affacciato dalle finestre delle sue stanze, dell'appartamento reale nel quale risiedeva.
"Sceriffo vi porto i miei rispetti per la scelta di buon gusto che vi ha condotto a selezionare lo stemma disegnato dall'architetto Le Martelle-Scappellité. È nota la bellezza della sua arte. Come dite? Non lo hanno votato? Questo posto non è fatto per stemmi raffinati. Non vi angustiate. Vedrete che arriveranno giorni migliori."

 

Così gli avrebbe detto. E avrebbe assunto lo sguardo partecipe di chi era davvero partecipe del bruciare della sconfitta.
Avrebbe guardato Poldino dritto negli occhi e alla fine, gli avrebbe anche stretto la mano in segno di stima e rispetto. Salvo poi girarsi e continuare, gongolando felice come una pasqua, a spazzare le viuzze e a pensare che stavolta a quel presuntuoso dello Sceriffo era andato di traverso un intero stemma.
Una sconfitta consistente e spigolosa da ingoiare.
Così meditando felice non si accorse della stranezza delle porte chiuse del Gran Palazzo. Non si accorse nemmeno del rosso cartello appeso sul portone d'ingresso. Non se ne accorse finché non si accinse a spazzare lungo il marciapiede che costeggiava le mura del Palazzo.

Un vociare sempre più forte gli giungeva alle orecchie, ma il capo chino e gli occhi attenti a non farsi sfuggire nemmeno la più piccola briciola di sporco, non gli permisero di udire sin da subito i discorsi smarriti, irritati, offesi e inviperiti che la Gran Guardia Reale stava convogliando prima tra i propri accoliti e poi tra le genti accorse e che non credevano a quanto stavano vedendo.

CHIUSO PER FERIE
APERTURA A DATA DA DESTINARSI.

Ma come? Che stava a significare? Chiuso per ferie! Questa si che era bella. Poldino non poteva certo continuare a fare di testa propria. Aveva avuto la brillante idea di bloccare la vita pubblica del ridente paesino.
Era impazzito.
E gli uffici? E i servizi pubblici? Poldino capiva che avrebbe combinato un gran guaio? Non poteva aver fatto di testa sua.
E anche l'operatore ecologico Giuseppe Lucariello si accorse che la vendetta di Poldino era eccessiva.
Che grasse risate si sarebbe fatto Trippotto se solo qualcuno avesse pensato ad informarlo.

Se qualcuno. Ma ci dovette pensare lui a farlo, visto che a nessuno era ancora venuta in mente tanta cattiveria.

 
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E lo stemma non piacque a Poldino

Alta uniforme e medagliere 350 260di Antonella Necci - Giunse il giorno del referendum popolare. Poldino in Gran divisa da Gran Sceriffo stava fermo, davanti all'ingresso del Palazzo e si inchinava davanti ad ogni lieta famigliola che ivi entrava, lieta di poter esprimere, per la prima volta, il proprio giudizio su un argomento di cotanta importanza.
Uno stemma era sempre un simbolo e di prestigio per il paesino sonnacchioso che quella mattina si stava risvegliando al suono dei cinguettii e delle campane.
Ad occhio e croce, da quando aveva aperto il portone del Palazzo, Poldino si era già inchinato un centinaio di volte. Aveva baciato la mano compito alle signore che lo guardavano estasiate per tanta gentilezza. Aveva stretto le mani ad altrettanti mariti gelosi, che lo vedevano nella sfarzosa divisa da Gran Sceriffo. Aveva salutato con altrettanti cenni del capo i membri del Gran consiglio che si divertivano a passare lì davanti senza entrare. Chi lanciava scuse, chi si dichiarava intento a seguire i figli, chi passeggiava e prometteva di entrare quanto prima. Tutti con sorrisi deliziati. Tutti con serietà d'intenti.

A tutti Poldino rispondeva con gentilezza, anche se aveva già capito che qualcosa bolliva in pentola.
Perché quei ribaldi sfrontati non gli si avvicinavano? Perché nessuno veniva per dargli il cambio? Erano quasi quattro ore che si piegava e baciava e salutava e che indossava quella divisa pesante di medaglie, stretta sul giro vita, per colpa del nuovo chef francese appena assunto. Il caldo di quella limpida giornata di sole primaverile rischiava di dargli il colpo di grazia.
Pensò, per rallegrarsi in tanta pena, che almeno la vittoria del suo stemma era sicura.

Proprio la sera prima i suoi concittadini si erano radunati tutti sotto le sue finestre, chiamandolo ad alta voce e ridendo, cantando gli avevano lanciato baci e promesse.
“Sei il nostro eroe. Che faremmo senza di te? Lo stemma? Mai se ne era visto uno più raffinato. Che uomo e che eleganza! Poldino siamo qui per giurarti eterna fedeltà! Ci hai liberato da Trippotto. Ti ripagheremo domani scegliendo il tuo stemma!”
“Buonanotte miei cari concittadini! Ora andate a dormire. Domani ci attende un gran giorno. Sono commosso dalle vostre parole.”

E commosso lo era sinceramente. Andò a dormire nel suo solitario lettone, versando calde lacrime di gioia.

Ed eccolo il domani. Era giunto. Era lì in corso e lo stava già facendo soffrire. Se non fosse stato per l'intima gioia che pregustava di fronte alla vittoria certa. E che gli faceva sopportare anche quei provocatori dei gran consiglieri.
“Stasera riderò io al vostro posto. La finirete di fare i furbetti. Il popolo mi ama e sta con il mio stemma”.

Così pensando e meditando passarono ben dieci ore. Senza cibo, stremato dal caldo e dal peso della divisa ma ormai deciso a restare fino allo spoglio delle schede, Poldino chiuse il portone e sali la scalinata che lo conduceva nella Sala Elettorale.
La Commissione elettorale lo attendeva per avviare lo spoglio delle schede. I consiglieri erano tutti seduti dal lato opppsto della sala. Freschi di riposo pomeridiano, e lavati e lindi. Profumati come tante roselline di Maggio. Si senti a disagio. Una giornata a fare da paggio servente pesava sulle sue spalle. Anche il digiuno si cominciava a far sentire nella fiacchezza delle gambe.
Si sedette sul suo trono e tentò di schiacciare un pisolino ad occhi aperti. Stava davvero per rilassarsi quando senti dall'altra parte della sala le urla di gioia dei consiglieri all'unisono.

Il loro leone! Aveva stravinto! Popolo di Anagnon avanti alla riscossa!
Il leone con la corona a tre palle fu il netto vincitore. Lo stemma di Poldino prese poche decine di voti. Lo stemma della guardia reale addirittura poche unità di voti.

Abbandonato furente il Gran Palazzo decise che stavolta l'affronto era troppo evidente. Il popolo di Anagnon sur la mer si era dimostrato infido e meschino.
E lui senti ancora di più la mancanza dei suoi fidi amici. E di Marinelle che avrebbe saputo cosa dirgli per consolarlo e che ora era lontana chissà dove. E magari non sapeva nemmeno di quanto stava accadendo.
Che tristezza. Ma qualcosa andava fatta. Stavolta la vendetta gli apparteneva.
Si, ma cosa?
Non era di indole vendicativa e la rabbia per il tradimento gli annebbiava il cervello.
Ma tanto meditò che alla fine gli venne un'idea arguta. “Si, perché no? Se lo meritano proprio.“

Riguadagnò d’incanto il suo sorriso. “Domani è un altro giorno.“
Si pentì per quel pensiero prosaico e femminile, ma dopo tanta stanchezza la fantasia si era assopita. Decise di festeggiare la futura vendetta con una lauta cena. E al diavolo la Gran divisa!

 
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