fbpx
Menu
A+ A A-

Religione e Politica, si influenzano ancora?

 Il didattito aperto da Ivano Alteri

 Molto vasto è, nel mondo, il panorama delle religioni che influenzano istituzioni statuali e politichedi gopverno, ma...

Raffaello scuola di Atene 390 minAlleanze e conflitti tra politica e religione hanno scandito da millenni la storia dell'umanità.
La fede e il credo religioso fanno parte della sfera personale di ogni individuo e ne hanno condizionato anche comportamenti e scelte sociali, economiche e politiche.
Non sarei per una esclusiva considerazione della religione cristiana e della sua struttura organizzativa.
Il panorama delle religioni, che hanno una forte influenza sui comportamenti dei popoli e sulle strutture organizzative dello Stato, è molto vasto.

Il Cristianesimo con 2,2 miliardi di fedeli pari al 31,5% in rapporto alla popolazione mondiale, fa parte delle religioni Abramitiche ed è la religione più diffusa al mondo.

«Cristiano» e «cattolico» non sono sinonimi. In Italia è convenzione usarli come parole di uguale significato, poiché storicamente la stragrande maggioranza dei cristiani sono cattolici.
Ma è un uso improprio e bisogna utilizzare una terminologia più corretta.

La storia del cristianesimo è costellata di numerose divisioni che hanno dato vita a tanti “rami” nell’unica famiglia dei credenti in Gesù. Ci sono tre tipologie di comunità cristiane: quella Ortodossa, (260 milioni di fedeli, di cui solo 100 in Russia e 24 milioni in Grecia) il Cattolicesimo Romano (1.313 milioni di fedeli) e il Protestantesimo (suddiviso in diverse Chiese). Ogni sezione prevede credenze differenti, così come preghiere, liturgie e tradizioni.

L'Islam con 1,6 miliardi di fedeli, (22,3%) è stato fondato nel 610 d.C. dal profeta Maometto ed è una religione monoteista che, nei Paesi dove è particolarmente diffusa, non fa differenze tra culto e vita civile. Anche la vita politica è regolata dalla dottrina.

L'Induismo con 1 miliardo di fedeli, (13,9%) è la più antica religione al mondo e quasi la totalità della popolazione Indù vive nell'Asia del Sud oppure in India. L'aspetto interessante di questa religione è che non esiste nessun fondatore e quindi è nata dalla elaborazione e dalla fusione di antichi culti.

Il Buddhismo con 376 milioni di fedeli (5,2%) è stato fondato nel 600 a.C. da , che è conosciuto anche come "il Buddha".

L'Ebraismo con 14 milioni di fedeli (0,20%), nato nel 1300 a.C., è una delle religioni più antiche del mondo. Con il termine Ebraismo non si indica solo una religione ma anche uno stile di vita e una tradizione culturale a cui fa riferimento il popolo ebraico, presente in varie comunità in tutto il mondo.

Come si può rilevare ogni religione ha una sua funzione nella vita sociale, economica, politica e culturale e determina in maniera rilevante la storia dei popoli.

Non vedo perciò come la religione cristiana debba avere un primato per il solo fatto che abbia più seguaci e si è diffusa nei paesi un tempo più industrialmente avanzati.

E' inevitabile che il processo storico con peculiarità proprie per ogni paese, si è interfacciato con la questione religiosa.

Una particolarità che ha riguardato i paesi europei in cui il cristianesimo, che fu attraversato da aspri e sanguinosi conflitti, con residui ancora oggi presenti, riscontrabili nelle vicende irlandesi, è la religione prevalente.

Ed è bene che si sia distinta nei paesi democratici la religiosità dalla laicità dello Stato. Nella Costituzione italiana non è imposta nessuna religione, ma si riconosce come diritto la libertà di credo e di religione.

Una faticosa conquista del principio di tolleranza, di libertà religiosa e di laicità dello Stato.

Max Weber già un secolo fa affermò che la laicizzazione della politica è dovuta alla sua de-sacralizzazione.

E' famosa la frase di Cristo aveva: "Date a Cesare quel che è di Cesare. A Dio quel che è di Dio".
La presenza del cristianesimo ha permesso che il potere politico sia privato della sacralità che è invece riservata al trascendente.

Si è definita per opera del cristianesimo una separazione di norme concorrenti, quelle morali e quelle positive e una diversità di giudizio nelle azioni umane come quelle del peccato e il reato, come la disubbidienza alle leggi morali e alle leggi dello Stato.

Si è costituita una differenza netta tra il giudizio di Dio e il giudizio degli uomini, la giustizia divina e la giustizia umana.

Questa fondamentale differenza tra la sfera religiosa e quella civile non è stata, tuttavia, pacifica e lineare, ma ha dato luogo a molti conflitti.

Le modificazioni avvenute nella società italiana, ma direi anche in quella europea, hanno portato la Chiesa ad aggiornare la sua funzione nella società a iniziare dal Concilio Vaticano Secondo per arrivare a Papa Francesco.
«Mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse» afferma Bergoglio.
Il riconoscimento della fratellanza cambia la prospettiva e diventa un forte messaggio politico. Tutti siamo fratelli, e quindi tutti siamo cittadini con uguali diritti e doveri.
Si apre un orizzonte con questa impostazione e nel suo insieme l'intera Enciclica che porta a ritenere la religione come possibile interlocutore per migliorare la società e a considerare che le religioni, non solo quella cristiana, possano rappresentare una forte componente per la tutela dei diritti e delle liberta.
E in questi casi non mancano figure di prestigio che si prodigarono par la difesa dei diritti. Mahatma Ghandi, Martini Luther King, ShirinEbadi dimostrarono che si può fare, anzi si deve fare delle religioni uno strumento per raggiungere una maggiore integrazione ai fini del consolidamento e rafforzamento di essi.
Oggi si può considerare Papa Francesco per il suo coraggio nel costruire una Nuova Chiesa un riferimento del cattolicesimo cristiano e la sua ultima elaborazione rappresenta, senza dubbio la più avanzata delle sue precedenti Encicliche.
Il messaggio di Bergoglio è tanto più efficace quanto più è incisivo nella realtà della globalizzazione e della integrazione multiculturale e multireligiosa.

Questo comporta l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra la Chiesa e il potere politico.

I partiti cattolici sono stati fra il XIX e il XX secolo gli intermediari fra la Chiesa e il potere politico attraverso il condizionamento diretto del potere e in qualche caso la conquista di esso.

Oggi questa correlazione subisce dei cambiamenti in relazione ai sistemi politici che si ispirano alle posizione liberiste, che ne determinano il ridimensionamento delle mediazioni partitiche tradizionali, se non addirittura, spesso, una loro dissoluzione.

Si delinea, venuta meno la mediazione partitica, in modo sempre più marcato, un diretto intervento della Chiesa, e dei suoi stessi vertici nello scenario politico, un percorso per raggiungere obiettivi che si ritengono rilevanti e di valore universale.

Su questa nuova dimensione la sinistra, nella cui natura convivono diverse culture laiche e cristiane, deve assumere una sua autonoma configurazione politica

La sinistra italiana, come quella di altri paesi europei, ha perso la sua capacità di cogliere i mutamenti epocali della comunità inerte, incapace di dialogo e confronto e di assolvere alla sua funzione di rinnovamento.

La sinistra del XIX e XX secolo sembra aver concluso il suo ciclo storico come forza che si era posta in alternativa al sistema capitalistico di quei secoli e aveva impresso movimenti rivoluzionari talvolta armati e talvolta pacifici.

Essa, tuttavia, conserva ancora oggi, per sua tradizione, quei valori indispensabili a dare dignità agli uomini e necessari per rinnovare la sua capacità di incidere nella società in cui opera.

Non sarei per un parallelismo tra quanto fatto da Papa Francesco e quello che dovrebbe fare la sinistra.

Esso ci porterebbe fuori strada nella ricerca di costruire una nuova sinistra; ci farebbe commettere l'errore di entrare in una logica di contrapposizione e di sovrapposizione. Non sono adottabili né l'una né l'altra.

Si deve pensare una sinistra capace di comporre una nuova cultura rispetto ai problemi della globalizzazione e a quelli della società italiana in continua trasformazione.

In Italia questo non è avvenuto e quanto avrebbero perseguire, anche nell'azione di governo, i partiti che si richiamano alla sinistra, non si è realizzato.

E' impossibile immaginare un futuro senza un vigoroso apporto di nuove energie morali a una democrazia che rischia di chiudersi nella pura logica degli interessi costituiti.

Serve, quindi, rigenerare la sinistra per innescare processi di rivoluzione in grado di modificare a suo vantaggio i rapporti tra le forze dello sfruttamento di un liberalismo letale e quelle di progresso, giustizia sociale, diritti.

La convinzione che oggi è questo l'obiettivo vero e necessario, è piuttosto diffusa sia per la tradizione democratica che per le aspirazioni, non sopite, a condizioni di vita migliori.

Una sinistra ritrovata e rinnovata può svolgere un ruolo fecondo di crescita della vita sociale e di un rinvigorimento della democrazia.


Ermisio Mazzocchi
21 ottobre 2020

 

Bibliografia. Il testo trae spunto da molte lettura fra cui in modo particolare meritano di essere citate le seguenti:
1) Davide Hum: Dialoghi sulla religione naturale
2) G. Rousseau: Contratto sociale e L'Emilio
3) Benedetto Spinosa: Trattato teologico
4) Soeren Kierkegaard: Il concetto dell'angoscia
5) Bertrand Russell: Perché non sono cristiano
6) Giuseppe Barzaghi (n. 1956) filosofo e teologo
7) Giuseppe Colombo (n. 1950) Accademico - Università Cattolica.. Studi sulla filosofia cristiana
8) Il rasoio di Occam (principio di parsimonia - metodo di analisi) opera del filosofo e frate francescano Guglielmo di Occam (XIV secolo)

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

 

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Cambiamo la politica. Non la Costituzione

È tempo di preoccuparsi.

difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260In Italia, stretta tra l’epidemia con le sue pesanti ricadute in tutti i campi e la necessità pressante della ripresa economica e sociale, il referendum sul taglio dei parlamentari ha reso evidente l’involuzione e l’inconsistenza in cui si dibatte oggi la politica. Dato confermato dalle elezioni regionali, che con il risultato nettamente negativo dei 5 Stelle segnalano la persistente instabilità del sistema.

 

La maggioranza degli italiani sembra ritenere che lo stato del Paese sia da porre in relazione con il numero degli eletti, oltre che con il ruolo e gli intrighi del Parlamento descritto come un’adunanza di parassiti che campano occupando poltrone: una visione rozza e punitiva, pericolosamente falsificante lontana mille miglia dalla realtà dei rapporti sociali, da cui si trae la risibile conclusione che tagliando i rappresentanti di conseguenza si risolvono i problemi dei rappresentati e dell’intera società.

 

In realtà è stato inferto un colpo alla Costituzione, e i grillini applaudono in modo scompostamente infantile per quella che considerano una vittoria «storica», peraltro intrecciata alla altrettanto «storica» sconfitta da loro subita nel voto regionale con numeri quasi sempre al di sotto di due cifre. La spinta antistituzionale è diventata comunque più insistente e pericolosa, con la Lega e l’intera destra che puntano a una Repubblica di tipo presidenziale, fondata sul rapporto diretto capo-masse. Mentre Grillo vuole abolire il Parlamento scegliendo l’estrazione a sorte al posto delle elezioni.

 

La Repubblica presidenziale fa capolino da più parti, e sono in molti a volersi sbarazzare della Costituzione. Un obiettivo, questo, sempre perseguito dalla destra e pomposamente annunciato a suo tempo da Berlusconi, che ora coinvolge lo stesso Pd e le forze politiche presenti in Parlamento.

 

La cultura costituzionale non è mai stata molto diffusa in Italia, nell’opinione pubblica e anche nel ceto politico. Mentre, al contrario, ripetuti e insistiti sono i richiami alla democrazia liberale. Proprio quando la democrazia liberale è in crisi nel mondo per effetto delle condizioni imposte dal capitalismo dominante, che nella sua decadenza tende a distruggere non solo le istituzioni socio-politiche in cui sopravvive ma anche il pianeta Terra e gli esseri viventi che la abitano.

dirigenti politici provenienti dal Pci sono stati tra i più tenaci e perseveranti sostenitori della democrazia liberale. Ed è noto come il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer sia stato il fattore decisivo della guerra di liberazione dal fascismo e della conquista della Costituzione, e anche delle lotte democratiche di massa per la sua attuazione. Sembra un paradosso ma in realtà, senza il testardo impegno di quelli che avrebbero dovuto continuare l’opera costruttiva di una democrazia partecipata e progressiva, ben più difficile e complicata sarebbe l’inversione a U verso la democrazia liberale.

 

Non per l’attuazione della Costituzione, ma per la retrocessione verso la democrazia liberale hanno fieramente combattuto i fondatori del Pd Walter Veltroni e Goffredo Bettini. E se il sindaco di Roma è stato pubblicamente elogiato dal quotidiano della Confindustria per il suo deferente omaggio alla ricchezza innalzando al cielo «le virtù dei ricchi», il suo aiutante pensieroso, chiedendo il sostegno dei ricchi virtuosi, è stato ancora più chiaro. Occorre «una vera e propria rifondazione democratica» perché la Repubblica è stata costruita principalmente da due partiti che rispondevano a «poteri esterni»: «la Chiesa per la Dc, il mondo comunista per il Pci. Questo ha ritardato una vera rivoluzione liberale», che è l’obiettivo per cui nasce il Pd.

 

Ma cos’è questa benedetta democrazia liberale, per la quale i più ganzi chiedono addirittura una rivoluzione? In sintesi, è l’assetto socio-politico che consente la massima libertà e sovranità del mercato, condizione ideale per l’espansione e il dominio del capitale. E siccome la nostra Repubblica è fondata non sul capitale ma sul lavoro che al capitale impone dei vincoli, ciò comporta che la libertà del capitale si possa ottenere solo ignorando la Costituzione, o facendone strame con l’obiettivo di depositarla nel retrobottega della storia.

n questi anni i tentativi sono stati numerosi. Con il risultato di concentrare fortemente la ricchezza e diffondere la povertà, accrescere le disuguaglianze e la disoccupazione, generalizzare la precarietà penalizzando soprattutto le donne e i giovani. Nel contesto di un deterioramento grave della condizione ambientale e di quella del Mezzogiorno. E senza che nessuno dei tradizionali problemi storici del Pese, come quello della sburocratizzazione e dell’efficienza democratica, sia stato avviato a soluzione.

 

Problemi preesistenti alla pandemia, che da questa sono stati fortemente aggravati, cambiando il nostro modo di vita, le relazioni umane e degli stessi esseri umani con la natura. E mettendo al tempo stesso in evidenza, nelle avversità, le risorse e le capacità di cui dispongono l’Italia e gli italiani.

 

Il nostro punto forte è proprio la Costituzione, che fondando la Repubblica sul lavoro e stabilendo il principio dell’uguaglianza sostanziale secondo cui occorre rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà, impediscono lo sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», ci ha consentito con la gestione pubblica della sanità di limitare i danni e di assicurare maggiore sicurezza rispetto ad altri Paesi, soprattutto anglosassoni, che hanno operato secondo il principio del privatismo individualista.

 

L’Italia, facendo asse su quel che resta del pubblico, ha potuto reagire con maggiore efficacia proprio perché ha usato gli strumenti messi a disposizione da una Costituzione in cui il pubblico ha una funzione trainante. Da noi, infatti, secondo l’articolo 32 della nostra Carta, «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

 

Se dunque la Costituzione ha dato un’ottima prova di sé in un momento cruciale della storia come quello che stiamo attraversando non ha alcun senso cambiarla. Nel migliore dei casi si tratterebbe di una regressione culturale e politica, nel peggiore di una svolta reazionaria. Il vero problema di cui soffriamo non è la Costituzione, ma la sua mancata attuazione a causa della vittoria del capitale sul lavoro e del degrado dei partiti, che come tramite tra la società e le istituzioni dovrebbero essere il pilastro su cui si regge la Repubblica.

 

Tema cruciale già affrontato con grande lucidità da Enrico Berlinguer quando, denunciando la questione morale, sosteneva che «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia». Con una differenza sostanziale rispetto ad allora: che oggi non esiste un partito in grado di rappresentare la classe lavoratrice e il mondo del lavoro del nostro tempo. Tanto meno di organizzarla. Una parte fondamentale della società moderna non ha né rappresentazione né rappresentanza. Tanto meno organizzazione.

 

Questa è la ragione di fondo della crisi della democrazia, e dello sragionare sulla necessità di cambiare la Costituzione. La Costituzione non va cambiata rovesciando il principio dell’uguaglianza sostanziale. Va aggiornata, potenziando e perfezionando quel principio. C’è bisogno di un’adeguata “manutenzione”. Ma soprattutto c’è bisogno di forze politiche che facciano asse sul lavoro È tempo di preoccuparsi. Di ragionare e di lavorare per colmare un insostenibile e pericoloso vuoto politico.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Questa e’ la politica, bellezza!

Opinioni

Ci vorrebbero anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente

campanella getty questa fu la frattura definitiva 380 mindi Elia Fiorillo

Sorridente, con gli occhiali anni settanta, abbastanza in sovrappeso, andava ripetendo: «Come vuoi che io tagli il salame? A fettine sottili? A tocchetti? Insomma, dimmi come tu vuoi ed io eseguo».

Nel suo ragionamento il salame c’entrava come «i cavoli a merenda», era un esempio efficace per spiegare cos’era – per lui si capisce – la politica e come andava praticata. Insomma, se si volevano voti e consensi, bisognava stare a guardare con attenzione l’elettorato e fare solo quello che si aspettava da te. Ne più ne meno. Nessuna iniziativa, nessun pensiero proprio. La politica, per lui, era come mettersi davanti ad un televisore e ripetere i gesti, le parole, gli atteggiamenti che andava vedendo. Senza aggiungere niente di suo.

Il «salame» lo aveva sempre a portata di mano, ma mai una volta che lo tagliasse a suo piacimento, mai. Dal suo punto di vista il rischio che correva era quello di fare una brutta frittata; di perdere consensi. Erano gli altri, i suoi elettori, che gli comandavano il giusto taglio. E lui, senza batter ciglio, eseguiva anche quando il taglio «squartava»il delizioso insaccato, e lo rendeva immangiabile.

«Questa è la politica, bellezza!», secondo lui si capisce.

Da questo ragionamento appare che la «conservazione del posto di lavoro» è collocata al primo posto dai «tagliatori di salame». Per questo non bisogna prendere iniziative pericolose: bisogna solo e solamente seguire le volontà degli elettori! Anche le più strane, le più assurde dettate da fatti di cronaca o da altre imprevedibili emotività.

Il tema è vecchio come il mondo: educare l’elettore a rischio di brutte batoste o seguirlo anche nelle sue stranezze, sempre battendo le mani, anche di fronte a colossali stupidaggini?

Una premessa va fatta. Una volta non si diventava «politico» per caso, per combinazione, per bellezza; per magheggi strani. C’era un percorso da seguire che, anche se con qualche accelerazione, non si poteva assolutamente evitare pure se eri l’amico più caro del “capo” del momento. La linea tracciata per arrivare alla meta comprendeva una dura gavetta fatta, tra l’altro, di corsi di formazione di mesi, presso qualificate strutture formative. Poi c’era la partecipazione, quasi quotidiana, a convegni, seminari di studio, eventi vari, e via proseguendo.

Non va dimenticata l’attenta formazione che ti veniva – anche se non era di carattere politico – dalla partecipazione agli oratori parrocchiali, ma anche dalle scuole di partito.

Insomma, era proprio un percorso faticoso con tappe ben definite: attività di partito, formazione, eppoi consigliere comunale. E se tutto procedeva per il meglio si potevano ricoprire anche altri prestigiosi ruoli. No, non poteva capitare che da un momento all’altro, da quasi sconosciuto cittadino, arrivassi a ricoprire, per esempio, il ruolo di ministero degli Esteri. Diciamo che nella tanta vituperata prima Repubblica questa cosa era impossibile. E per fortuna! Quando non si ha una preparazione ad hoc il ministro, di qualunque dicastero sia, diventa un burattino nelle mani della burocrazia che lo muove a suo piacimento, glorificandolo strumentalmente per avere sempre maggior potere.

Amintore Fanfani, grande politico italiano delle Democrazia Cristiana, negli anni tra il 1954 al 1987, è stato per ben tre volte presidente del Senato e sei volte presidente del Consiglio dei ministri. Si racconta che la prima cosa che facesse quando ricopriva un incarico era quello di rivolgersi ai “burocrati” assicurando loro che non gli avrebbe cambiato ruolo, come avveniva ad ogni cambio di ministro, ad una condizione: lealtà assoluta. Era una tecnica raffinata che consentiva al ministro di non doversi inventare «esperti» in certi settori e contemporaneamente, ai sicuri epurati, di rimanere al loro posto.

Berlusconi riteneva che un bravo imprenditore, anche se non avesse mai fatto politica, proprio perché imprenditore sarebbe riuscito nell’impresa. Forse si sarà ricreduto di questa sua affermazione fatta ai primi tempi della sua attività politica. No, un politico non s’inventa dall’oggi al domani. C’è bisogno di tanta, ma proprio tanta gavetta eppoi di formazione, tanta formazione. Se questo vecchio detto napoletano: «nessuno nasce imparato», vale per i normali cittadini tanto più vale per i politici. No, nessun politico «nasce imparato». Ci vogliono anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente per essere un vero e buon politico. Sembra invece che queste vecchie regole non servano più. L’isolamento è vincente!

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

La politica come scelta di vita delle donne russe

Nell'acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra '800 e '900 occupano un posto particolare.

vera figner rivoluzionaria russa minFiorenza Taricone - Le elezioni in Bielorussia hanno riconfermato al potere per un sesto mandato Aleksandr Lukashenko, l'ex capo di una fattoria sovietica che ama farsi chiamare batka, padre, ma che in America chiamano l'ultimo dittatore d'Europa. In un Paese in cui sono vietati i sondaggi politici, la vittoria del leader uscente è stata schiacciante, almeno così pare, e solo una minima parte dei voti è andata alla sfidante Svetlana Tikhanovskaja, la vera sorpresa di questa tornata elettorale, appoggiata da altre due donne, il nuovo contro il vecchio anche in termini anagrafici. Di fronte a un sesto mandato, in qualunque modo si pensi, la sfidante rappresenta una novità, ma lo è meno rispetto alla tradizione ribellistica delle donne russe che il governo imperituro del maschilista Putin cerca in ogni modo di far dimenticare.

Moglie di un blogger e insegnante, Svetlana Tikhanovskaja ha goduto di un diritto all’istruzione per il quale le donne russe hanno lottato ben prima della rivoluzione del ‘17. L'educazione delle ragazze nell'impero russo zarista riguarda un’esigua minoranza. L'accesso all'educazione secondaria fino al 1858 avveniva ancora attraverso gli istituti creati al tempo di Caterina II, che oltre impartire nozioni per aspiranti mogli prevedono l'insegnamento del francese e tedesco, e in anni successivi economia, fisica e anatomia. Ma nella memoria delle frequentanti sono ricordati come luoghi di grande ristrettezza mentale, dove non è consentita nessuna lettura di libri al di fuori dei testi di studio, né esercizio fisico; il pane quotidiano sono soprattutto le composizioni di scrittura e di copiatura. Nel 1858 sono istituiti i licei femminili in piccola parte finanziati dallo stato, ma lo scopo non è la preparazione all'università ma semplicemente la formazione di un corpo insegnante delle scuole inferiori. Prima del 1863 le donne all'università di Pietroburgo sono accolte solo come uditrici. Quando l'università viene riaperta dopo i primi moti studenteschi alle donne viene vietata la partecipazione.

Il movimento studentesco russo di uomini e donne è legato anche alle riforme dello zar Alessandro II succeduto a Nicola I nel 1855: i giornali principali di Pietroburgo e Mosca non sono sottoposti alla censura preventiva, viene sospeso il divieto di viaggiare all'estero, è concessa l'amnistia ad alcuni prigionieri politici. Soprattutto nel 1861 si liberalizza la schiavitù e si abroga il cosiddetto possesso delle anime, tematica che ha dato vita a capolavori letterari tra cui il romanzo di Gogol, Anime morte. I contadini sono da allora in poi civilmente liberi e ottengono un pezzo di terreno di estensione variabile in usufrutto perpetuo, con diritto di acquisto attraverso compensi in natura o lavoro; le valutazioni costose nell'ammontare dei riscatti renderanno vano in realtà in parte questo decreto.

Il segnale di cambiamento inizia con la ribellione di Maria Kniaznina alla proibizione dell'Università di Pietroburgo di proseguire gli studi nelle scienze naturali; nel 1864 scrive una lettera al direttore responsabile del Politecnico di Zurigo in cui Maria spiega le sue ragioni. Ma è Nadezda Suslova l'iniziatrice ufficiale dei tentativi di esercitare la professione medica che tanta importanza avrà nel populismo che si proponeva tra le altre cose di curare le donne istruendole sull’igiene. Nel 1867 ottiene la promozione come prima dottoressa in medicina e come lei stessa scrive si prepara a una lotta per l'uguaglianza di diritti. È convinta di combattere per una giusta causa, perché non può abituarsi a essere schiava della casualità. La Suslova nasce nel 1843 e suo padre era stato un servo della gleba, che era riuscito poi ad amministrare gli affari della tenuta dove lavora; la madre ha una propria formazione culturale nonostante le origini modeste, che trasmette alla figlia, mentre la sorella è una famosa scrittrice russa molto legata allo scrittore Dostoevskij. Nel 1861 assieme ad un'amica inizia a frequentare come uditrice l'Accademia di medicina chirurgica di Pietroburgo, ma nel 1863 entra in vigore un nuovo statuto; l'anno seguente un ordinamento vieta l'ammissione delle donne, e la partenza per l'estero diventa una necessità. Le alternative possibili sono il College femminile in America, la Sorbonne, che fa pervenire una risposta negativa e infine Zurigo, dove formalmente non esiste alcun regolamento che impedisce l'immatricolazione a una donna, per cui la sua domanda viene accolta. L’ammissione consentita a Zurigo ha come effetto l'emigrazione di una prima colonia, negli anni dal 1870 al 1873, e si forma un primo nucleo di presenze molto attive politicamente e culturalmente, influenzate dalle figure di Lavrov e Bakunin. Nel frattempo in Russia nel 1868 una petizione sottoscritta da quattrocento donne rivendica il diritto alla fondazione di un'accademia universitaria; nel 1873 il governo russo emette un'ordinanza con la quale impedisce il proseguimento degli studi alle donne presso le università straniere causando il rientro forzato di molti di loro. La Svizzera con Zurigo continuano a rappresentare quindi un’oasi tranquilla dove si potevano coltivare i propri interessi, consentendo dal 1874 al 1913 a circa 6000 donne slave di studiare, anche come uditrici. Le studentesse non sono solo figlie di nobili, ma anche in minor numero di commercianti e in piccolissima parte di contadini. Numerose sono le studentesse di religione ebraica.

Nel processo di acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra ottocento e novecento occupano un posto particolare. Anche se tra i ceti medio-alti le cure materne fino all'adolescenza erano sostituite con quelle di una balia le donne continuano ad avere un ruolo decisivo nella vita delle loro figlie che condividono i loro ideali con le madri; sono loro ad aiutarle sia nello studio, sia nell'esilio e nella prigionia; a volte le seguono nella deportazione, e una volta diventate rivoluzionarie le sostengono comunque. Nella famiglia di Vera Figner, quattro sorelle danno un contributo all'attività rivoluzionaria, scontando anni di deportazione e di prigionia, mentre dei due fratelli, uno diventa direttore di una miniera e l'altro diventa celebre attore dell'opera russa. E’ invece grazie alla madre Varvara, che Sofia Perovskaia viaggia verso Pietroburgo per trovare una scuola in sostituzione dell’università. Sulla nave, Sofia conosce altre giovani ragazze che diventeranno volti noti del movimento rivoluzionario.

Al Politecnico di Zurigo, dove le studentesse slave si guadagnano il diritto all’istruzione, partecipano regolarmente a riunioni in circoli improvvisati di autoeducazione, dove si discute anche delle cosiddette decabriste, cioè delle compagne dei decabristi, parola russa, dekabr, con cui si indicano i partecipanti agli avvenimenti del dicembre 1826 a Pietroburgo e nella Russia meridionale. La società segreta lotta contro l’organizzazione sociale arretrata, l’esistenza di una servitù della gleba e gli abusi dell’aristocrazia. Convinti che il cambiamento possa venire solo da un rivolgimento violento, compresa l’uccisione dello zar, il giorno dell’incoronazione di Nicola alcuni reparti di truppa si sollevano, ma la ribellione è soffocata e seguita da arresti numerosissimi. 120 persone sono processate, cinque condannati all’impiccagione, gli altri ai lavori forzati nelle colonie punitive. Per non abbandonare mariti e compagni le decabriste abbandonano esistenze agiate, partendo con loro. A qualcuna di loro è vietato portare i figli in esilio, e a causa delle condizioni di vita e climatiche in Siberia alcune di loro perdono molti figli. Poiché i genitori sono giudicati delinquenti di Stato, i figli sono condannati alla perdita dei diritti civili e politici, mentre i figli e le figlie che sopravvivono in Siberia vengono riconosciuti dallo Stato solo come contadini, con il divieto di visitare i padri in prigione. Tra le donne che vivono insieme, separate inizialmente dai mariti, si crea uno spirito di condivisione e un profondo legame; addirittura in una località viene concesso loro di costruirsi una sorta di casa e la via in cui abitano viene da loro nominata ‘via delle donne’. Dostoevskij le definisce grandi martiri, la cui grandezza consente loro per venticinque anni di sostenere la durezza della prigionia. Anche se la ribellione non è alla radice della loro partenza, poiché sono spesso all'oscuro dell'attività dei loro uomini, fa molta impressione la scelta radicale che le condanna alla fatica, alla povertà e alla sofferenza.

A Zurigo, le numerose studentesse slave vengono definite anche cavalline cosacche. Pagano con la povertà e i sacrifici il diritto alla formazione, nutrendosi poco e male, e non di rado ammalandosi. Per alcune loro colleghe, come Franziska Tiburtius, sono fanatiche, imbevute di nichilismo e seguaci di Bakunin. Le ragazze sono passate alla storia anche per il loro modo di vestire controcorrente, che esprime da solo la critica al conformismo e l’aspirazione all’uguaglianza fra i sessi. Fumatrici dai capelli corti, portano cappelli e occhiali rotondi e scelgono un abbigliamento che può essere anche quello di un ragazzo, la cui austerità sta a significare la poca importanza dell’esteriorità.

Anticipando i collettivi femministi europei degli anni Settanta del ‘900, molte ragazze slave di Zurigo si riuniscono in circoli di sole donne, per esprimersi liberamente senza l’ingombrante presenza dei ragazzi. Il collante è la politica, la rivoluzione sociale, l’evoluzione umana, e non necessariamente tematiche solo femminili. A un circolo di cultura politica dei fratelli Zebunov partecipa anche Anna Rozenstejn, in futuro Anna Kuliscioff. I testi dei circoli sono quelli del socialismo francese, e quelli di Marx ed Engels, ma le donne propagandano anche le teorie comuniste sul libero amore; il pericolo della diffusione delle loro idee si nasconde nei viaggi ripetuti da Zurigo alla Russia e viceversa, portando con sé testi rivoluzionari; si cercano fondi per ristamparli, e per impegnarsi nella cosiddetta ‘andata al popolo’; dopo il 1873, si gettano le fondamenta di uno dei primi partiti rivoluzionari russi, Zemlja i volja. Il ruolo delle donne è fondamentale, come quello di Hessa Helfman, di origine ebraica, cucitrice di Kiev, che si occupa della corrispondenza rivoluzionaria; trasporta in gran numero, per i condannati all’esilio in casa propria, proclami e stampa clandestina. La repressione non si fa attendere: alla fine del 1875 centinaia di persone fra cui molte donne sono arrestate; alcune sono studentesse di Zurigo, condannate ai lavori forzati.

Esponente di primo piano del movimento populista è Vera Nikolaevna Figner; per la sua bellezza è stata chiamata la Venere della rivoluzione e appartiene ad una agiata famiglia della nobiltà russa; il padre dopo la liberazione dei servi diventa giudice di pace. E’ la prima di sei figli e nei primi anni della sua vita Vera vive in una casa completamente isolata da ogni altra abitazione ai margini di un vastissimo bosco. Il padre, spesso assente per lavoro, ha un carattere duro, con i figli maschi usa punizioni corporali; per completare l’istruzione, Vera entra all'istituto di Pietroburgo dove rimane per sei anni: pur riconoscendo di aver appreso il valore del cameratismo, il senso della disciplina e dell'abitudine al lavoro intellettuale non contribuisce molto alla sua crescita spirituale. Dopo aver terminato il ginnasio, nel 1869, Vera torna a casa e apprende la notizia che per la prima volta nella storia una donna russa, Nadezda Suslova, si era laureata in medicina all'Università di Zurigo. Chiede al padre il permesso di stabilirsi all'estero ma le viene negato; preparano invece il suo debutto in società per trovare marito. Poco tempo dopo la reciproca conoscenza, il giovane magistrato Aleksej Filippov, diventa suo marito.

Decisa a studiare medicina all'Università di Zurigo convince il marito a lasciare la magistratura e a trasferirsi con lei in Svizzera; per prepararsi Vera studia il tedesco e matematica e si fa ammettere con la sorella Lidija alle lezioni di anatomia; nell'estate del 1873, come già ricordato, il governo russo ordina alle studentesse di lasciare l'Università di Zurigo, pena il disconoscimento della laurea ottenuta. Alcuni di loro ignorano l'ingiunzione, altre si limitano a cambiare università, trasferendosi a Parigi, Ginevra, Berna; Vera ha ormai scoperto la passione per la politica e quindi comprende di non avere nulla in comune con il marito, di idee conservatrici, che nel 1874 ritorna Russia divorzia e riprende la carriera di magistrato; la sorella le rivela di aver organizzato con il suo compagno un gruppo clandestino rivoluzionario, con un programma socialista, per educare i lavoratori alla rivolta contro il regime zarista. Nel 1875 l'organizzazione viene smantellata dalla polizia russa e le due sorelle esiliate in Siberia. Vera è indecisa se riorganizzare il gruppo a Mosca perché questo significa abbandonare la tesi di laurea per completare gli studi. Lascia comunque la Svizzera nel 1875, per non tradire i suoi ideali, si stabilisce a Mosca e riesce comunque a Pietroburgo a superare l'esame di assistente medico presso l'accademia medico chirurgica. Nell'organizzazione dove lavora, Zemlja i Volja si ritiene che la terra debba appartenere alla comunità che lavora e i rivoluzionari debbano vivere a contatto della gente, condividendone i bisogni e tutelandone gli interessi, difendendo la dignità dei contadini contro ogni sopruso. Vera si sposta perciò da un villaggio all'altro fermandosi all'interno di baracche dove riceve pazienti di ogni età; la maggior parte delle malattie è conseguenza della miseria, della mancanza d’igiene e della sifilide.

Per le sue capacità di cura, Vera è soprannominata ‘la guaritrice’ e insieme alla sorella apre anche una scuola elementare che viene però chiusa dalle autorità; poco tempo dopo il gruppo più radicale dell'organizzazione si pone come obiettivo di rovesciare l'autocrazia e di uccidere lo zar, anche se secondo Vera il terrorismo non è stato mai l'obiettivo del partito, ma un mezzo di protezione; appena le viene affidato l'incarico di organizzare un attentato contro Alessandro II in occasione del suo arrivo in Crimea per le vacanze estive, porta con sé la dinamite da Pietroburgo a Odessa; il piano prevede di affittare un negozio nella via dove presumibilmente sarebbe passato l'imperatore; nel retro del negozio sarebbe stato scavato un tunnel fino al centro della strada dove sarebbe stata deposta una carica; all'impresa collabora anche Vera che conserva l'esplosivo in casa e trasporta la terra estratta dallo scavo; anche questo lavoro si rivela inutile perché lo zar giunge in Crimea prima del previsto; alla fine del 1880 il comitato esecutivo mette in atto un nuovo piano, affittando un negozio di rivendita di formaggi davanti al quale lo zar è solito passare ogni domenica; si comincia a scavare un cunicolo che dal retrobottega deve raggiungere la strada; se l'esplosione del piano stradale non fosse riuscita, sarebbero intervenuti altri quattro terroristi armati di altrettante bombe; di nuovo arriva la notizia che l'imperatore ha cambiato strada e interviene a salvare la situazione il suggerimento di Sofia Perovskaja. Certa che il corteo imperiale al ritorno dal maneggio avrebbe costeggiato il canale Caterina, sposta i quattro attentatori; ferito a morte dalla bomba, Alessandro II muore poco dopo e la sua morte viene salutata come la fine di grandi violenze, sopraffazioni e atrocità; successivamente, Vera Figner viene tradita da un infiltrato; nel 1883 è arrestata poco dopo essere uscita da casa e nell'ufficio del commissario si rifiuta di rivelare la sua identità; la mattina dopo viene portata a Pietroburgo nella fortezza di Pietro e Paolo dove rimane 20 mesi in attesa del processo; durante la detenzione riceve la visita della madre e della sorella Olga. Scrive di essere obbligata a vivere fino al processo, l'atto finale dell'attività di un rivoluzionario militante; il processo si svolge rapidamente, la sentenza è la condanna a morte mediante impiccagione, ma la sera del 20 ottobre il comandante della fortezza le annuncia che Sua maestà l'imperatore ha commutato la sentenza di morte nel carcere a vita.

Come prigioniera politica, Vera iniziò una nuova vita avvolta nel silenzio, senza possibilità di ricevere visite e tenere corrispondenza; ogni detenuto non conosce l'edificio che lo ospita e ignora chi siano i prigionieri che vivono sotto lo stesso tetto. Anche le guardie identificano i detenuti secondo un numero e Vera è sempre il numero 11; nel 1880 ottiene per la prima volta il permesso di uscire dalla propria cella e le viene assegnata afferma con un'altra prigioniera la cura dei piccoli orti. Punita per aver protestato contro il trattamento disumano di un detenuto, è trasportata in una piccola cella con il pavimento asfaltato. L'arredamento è costituito da un tavolo, una sedia e un banco di ferro senza materasso; vestita di una camicia, di una gonna e di un mantello di lino, Vera dorme per terra avvolgendosi la testa per il freddo con le calze; solo dopo vari giorni le portano un materasso e quando ritorna nella vecchia cella, si scopre allo specchio improvvisamente invecchiata di molti anni.

Nel 1902 una sua lettera alla madre non viene inoltrata dall'amministrazione del carcere e protesta contro il sovrintendente al quale in un momento di rabbia strappa le spalline da ufficiale; inaspettatamente però nel 1903 le viene comunicato che il carcere a vita era commutato in una pena di 20 anni e la prigionia sarebbe quindi scaduta nel 1904; Vera rimane prima sbalordita e indignata poiché vent'anni prima si era fatta promettere dalla madre di non chiedere la grazia; tre giorni dopo però una lettera della madre la informa di essere malata di cancro e di volerla rivedere prima di morire. Muore però senza riuscirci.

In prossimità della liberazione, Vera distrugge i suoi quaderni perché sa di non poterli portare con sé e dopo 22 anni, nel 1903, lascia il carcere, per una residenza obbligata con relativa sorveglianza. Sorvegliata dalle due sorelle anche per timore di crisi depressive, Vera non migliora e riesce ad ottenere un passaporto con cui lascia la Russia, alla volta di Capri dove viene ricevuta da Gorkij nella sua villa. Tornata, inizia a occuparsi della storia del movimento rivoluzionario, scrivendo le biografie dei suoi vecchi compagni e compagne. Dal materiale ricevuto dagli esiliati in Siberia, contadini, operai e soldati, ricava un articolo; sono circa 100.000 in condizione di inattività e depressione. Nel 1909 va a Londra per la propaganda in favore dei detenuti politici russi. A Liegi scrive in francese Les prisons russe tradotto poi in molte lingue, anche in italiano; inizia a scrivere le sue memorie e poco dopo scoppia la guerra; allo scoppio della rivoluzione è a Pietrogrado; il 21 marzo il governo provvisorio emette il decreto di amnistia per tutti i condannati di reati politici e viene costituita la Società degli ex detenuti ed esuli politici, presieduta da Vera Figner.

Il Comitato esecutivo centrale del Soviet di Pietroburgo la nomina membro del cosiddetto Pre Parlamento, un organismo privo di potere e voluto dalle forze che appoggiano il governo provvisorio. È definito da lei stessa una fabbrica di chiacchiere degna di essere eliminata; è sciolto con la rivoluzione di ottobre. Rimane contraria alla rivoluzione bolscevica, ma non si oppone apertamente per non combattere altri partiti socialisti fratelli. Ritiene come gran parte dei socialisti rivoluzionari che prima del passaggio al socialismo sia necessario un periodo di libertà parlamentare per l'educazione politica e civica delle masse popolari; nel 1921 viene pubblicato il primo volume delle sue memorie terminate con il terzo volume nel 1924; Vera continua a spostarsi spesso in provincia e nel distretto di Kazan promuove la nascita di una fattoria collettiva; visita scuole, orfanotrofi e biblioteche, sostiene materialmente iniziative culturali e narra in conferenze pubbliche, nelle scuole, nelle fabbriche, la storia politica di cui è stata protagonista, ricordando figure del movimento rivoluzionario; negli anni dello stalinismo protesta contro le persecuzioni politiche indirizzando lettere allo stesso Stalin, al presidente del Soviet supremo, Kalinin, all'ultimo presidente della società degli ex detenuti ed esuli politici; conserva la speranza nel trionfo della giustizia. Muore novantenne, nel 1942.

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

UGL. Enzo Valente invita la politica frusinate all’unità

La politica frusinate si disunisce dietro battaglie territoriali e personalismi a scapito della concretezza

UGL logoellissi 350 min"La provincia di Frosinone in questo momento ha bisogno di condivisione, di unità d’intenti e non certamente di ingaggiare battaglie tra i territori. L’emergenza sanitaria ha devastato un’economia già in difficoltà e sta cambiando la società nel suo profondo. I nostri comportamenti, il nostro modo di fare economia sicuramente sarà rimodellato dopo quanto accaduto, i cittadini lo hanno capito ma, evidentemente, non la politica che continua ad agire alla vecchia maniera pensando più al proprio orticello che all’interesse generale”.

Il Segretario Generale dell’UGL Frosinone Enzo Valente chiede alla politica di fare squadra dopo le polemiche arrivate da più parti, in merito all’istituzione della fermata della Tav nel territorio frusinate: “Si è aperto uno scontro tra territori – spiega Valente – una rincorsa a chi la spara più grossa. Sembra che ogni politico abbia un proprio progetto, porti avanti studi di fattibilità per dimostrare che la propria area sia la migliore per fermare i treni Tav. A corredo di questo si stanno facendo raccolte firme che, sappiamo bene, rimarranno all’interno di un cassetto e non sortiranno effetto alcuno. Le debolezze politiche non si superano calando sul campo mezzi della 'Prima Repubblica' ma facendo proposte concrete. Gli esponenti che ci rappresentano all’interno dei palazzi di potere dovrebbero, semmai volessero rendersi utili, chiedere al governo una presa di posizione forte affinché le nostre industrie, a cominciare da quelle che ruotano attorno all’automotive, rafforzino la propria presenza sul territorio e in Italia, così come gli altri settori industriali fondamentali per il tessuto economico. L’invito è quello di lavorare, fare sistema e creare un progetto di sviluppo integrato per rilanciare l’economia. Agitare le piazze con raccolte firme inutili, è gettare polvere negli occhi della gente, illuderla e poi lasciarla con un pugno di mosche in mano. Stiamo affrontando un’emergenza senza precedenti che amplierà in modo esponenziale la platea di disoccupati e poveri, e la straordinarietà del momento non può non essere affrontata con la coesione e l’impegno di tutti.”. Valente si rivolge al Presidente della Provincia Antonio Pompeo e al Prefetto di Frosinone: “Sarebbe auspicabile un intervento dei due massimi rappresentanti del nostro territorio per riportare ordine nella politica frusinate. L’istituzione di una cabina di regia dove si lavori per creare una visione comune potrebbe essere la soluzione ideale per superare i territorialismi e lavorare in una direzione unica per il bene dell’intera provincia”.

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento

Storie di donne politiche, rivoluzionarie, attiviste, maestre....

libro Taricone 350 minPassione, umanità, sofferenza, speranza. Il recente libro di Fiorenza Taricone "Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento" editore Franco Angeli, pubblicato nella collana della Fondazione "Filippo Turati", racchiude i sentimenti che animarono l'impegno di donne, che furono protagoniste di durissime lotte per il riconoscimento dei loro diritti.

Il libro colma un vuoto nella ricerca storica del movimento femminile e non è solo un racconto sull'emancipazione.
E' soprattutto una "riscrittura" della storia, che è stata sempre quella dei maschi e, in senso più ampio, quella dei più forti e dei vincenti, unici legittimati a rappresentare l'umanità.
Senza quel fecondo processo di lotte, di sconfitte, di conquiste, non potrebbe essere compresa l'evoluzione del paese Italia, rimanendo inalterati gli obiettivi di quelle lotte che si sono sedimentati nella coscienza di molte e di molti.
Taricone getta una luce che illumina una storia di donne, se non rimasta sconosciuta, quanto meno trattata in modo superficiale e alza il sipario su una scena affollata di personaggi che interpretano cruciali momenti dell'Italia post-unitaria.

Scava nel vissuto per ricostruire un mosaico di tasselli di vita personale di donne protagoniste della politica e della cultura del primo '900.
L'itinerario rappresentato di quegli anni si mostra diversificato e movimentato, segnato da vite ricche di impegno e di intrecci culturali e politici, che si innestano, con le loro adesioni, nel processo di affermazione del Partito socialista italiano.
E' evidente l'esigenza di rispondere a una pressante richiesta storico-culturale, perseguita dalla Taricone con costanza professionale con le sue copiose produzioni, per venire incontro a una necessità di completare la storia del nostro Paese.

Il libro è il risultato lampante di una sua maturazione nella ricostruzione di un'epoca feconda di movimenti culturali, politici e sociali.
Taricone scopre e rivela una fonte di energia insita in quelle donne, che si propaga come un'onda lunga sino ad arrivare alla Resistenza, alle madri della Costituzione, ai grandi movimenti femministi, alla conquista di diritti, come il divorzio, l'aborto, l'accesso alle carriere dello Stato giuridiche e militari.
L'originalità di inserire nella struttura del libro relazioni a convegni, articoli per giornali di propaganda, lettere, consente al lettore di immergersi totalmente in quel determinato momento storico, immedesimarsi nelle protagoniste di quegli eventi e ricavarne un vissuto di alto spessore culturale.

L'esposizione del vero e del reale rappresentato in modo plastico consente di assegnare un valore straordinario al libro.
L'intento di ritrarre l'intera scala sociale della realtà italiana, dagli umili, impegnati nei più svariati e duri mestieri, agli operai, ai ceti medi, alle classi colte e aristocratiche, raggiunge una completa composizione nella struttura narrativa del libro.
La lettura di "Politica e cittadinanza..." consente alle generazioni contemporanee di avere il privilegio di apprendere la vita di donne impegnate e coraggiose, dalle grandi passioni, nel ruolo di protagoniste in un momento in cui non era loro consentito di esserlo. Donne di tutte le estrazioni, ma anche appartenenti, in molti casi, all'alta borghesia, che avevano rinunciato agli agi e ai privilegi offerti dalla loro condizione sociale per perseguire gli ideali in cui credevano e per i quali lottavano profondendo tutte le loro energie.

Donne che, partecipi degli eventi della loro epoca in modo appassionato, hanno sostenuto con razionalità e concretezza le loro scelte ideali e le loro proposte, anche tra le rivoluzioni e le violenze della guerra.
Emerge chiaramente da queste intense pagine una continua tensione rivolta al bisogno di ricostruire una identità delle donne, che rivendicano diritti e parità sociale, non in contrapposizione e in alternativa agli uomini, ma come persone che sono parte integrante della società.
Un obiettivo ambizioso quello di decostruire solide e secolari categorie sociali, che avevano relegato le donne, prive di riconoscimenti, in una funzione subordinata, a procreare e allevare i figli, a svolgere le mansioni domestiche e, a seconda delle necessità, a eseguire i lavori più massacranti nel campi e nelle fabbriche.

La lettura di relazioni ai convegni dei diversi comitati a favore della donna e di alcuni articoli, come quelli pubblicati su "La Difesa delle lavoratrici" o sul periodico socialista "Uguaglianza" sono sufficienti a far comprendere quale fosse il campo di lotte e di confronti durissimi che dovevano essere affrontati da donne pronte a spendere la loro vita per i propri diritti. Elisa Lollini Agnini ben individua la condizione di subalternità della donna in una società di cultura maschilista: "io mi rivolgo alle donne proletarie che con il loro assenteismo dalla vita sociale, contribuiscono a eternare uno stato di cose create soltanto da una metà del genere umano".

Le immagini descritte nel libro hanno il merito di portare alla luce condizioni e rivendicazioni che hanno comportato uno smottamento della struttura organizzativa delle classi privilegiate e dei detentori del potere assoluto, gli uomini.
E sembrerebbe inverosimile, ma i fatti sono incontestabili, che ci fosse una grande diffidenza, da parte di iscritti e di dirigenti del Partito socialista, nei confronti delle donne attiviste del movimento femminista perché non ritenute all'altezza del loro compito di propagandiste politiche, e delle loro modalità organizzative. E' a questo proposito significativamente interessante lo scritto di Cristina Bacci dal titolo "Organizzazione socialista femminile" (1917) che denuncia la posizione del partito socialista, chiuso e ancora imbevuto di una cultura millenaria ostile a un riconoscimento a pieno titolo delle donne.

Suscita meraviglia, leggendo questa pagine, scoprire quante fossero le donne che scelsero di aderire al Partito socialista e si impegnarono nella propaganda e, soprattutto, nella rivendicazione dei loro diritti.
Taricone dedica a esse pagine di una analisi utile e cruda, che produce conoscenza e sapere, come lo può essere ogni sguardo al passato finalizzato alla conoscenza del presente, e che ha un comune denominatore per oggi e per domani, quello di indicare la via per la conquista dei diritti.
In questa prospettiva non ci si deve soffermare sul percorso di quanto avvenne per la emancipazione rivendicata dalle donne. Occorre andare oltre, e il libro ci è di strumento, verso il processo evolutivo di una cultura di parità dei diritti.
Taricone in modo asciutto e stringato presenta una interpretazione del ruolo della donna nei periodi della guerra, come fu quella del '15-'18, che esce dagli schemi tradizionali.
Sistemi culturali che hanno sempre esaltato il grande contributo delle donne, ma la Taricone ne rivela gli aspetti più brutali e meno retorici.

Se la guerra ha permesso di fare svolgere alle donne lavori in sostituzione degli uomini chiamati alle armi, questo non ha significato una completa e riconosciuta emancipazione, tanto che, finita la guerra, venne riportato tutto allo "status quo ".
Le aspettative furono deluse, indebolendo il fronte dell'emancipazione, che tentò di continuare la sua lotta. Gli eventi successivi però favorirono quelle spinte reazionarie nell'alveo della cultura del fascismo, che produssero una politica di vecchio stampo nei confronti della donna, ridotta a madre e moglie e custode del focolare domestico.

Bisognerà attendere la Resistenza con i gruppi di partigiane come "Gruppi di difesa della donna", eredi di quel fermento culturale degli inizi del '900 che non si era mai sopito, per giungere a una nuova stagione delle rivendicazioni delle donne ad iniziare dal diritto al voto per arrivare, ma non è ancora il traguardo finale, a una donna italiana in orbita nello spazio.
Senza dubbio il trattato di questo libro si colloca in un'epoca ben definita tra '800 e '900, che sarà la più sanguinoso della storia dell'umanità per guerre e genocidi.

Ma è proprio da quelle storie di donne politiche, rivoluzionarie, attiviste, maestre - bellissimo il capitolo dedicato a queste ultime - dei primi venti anni del '900, che si evince la fine del loro secolare isolamento e il raggiungimento della loro emancipazione.
Si diffonde una coscienza che si espande e impianta le radici di un più robusto albero dei diritti per tutte e per tutti.
Cosa ci dicono quelle relazioni, quegli articoli, quelle lettere - anche quelle di amori e passioni, come descritto nel capitolo "Le donne e Mussolini..." - se non una crescita della presenza delle donne nel campo della cultura e delle politica, che ha permesso una evoluzione del diritto sociale e l'allargamento della sfera femminile pubblica?

Si delinea per il lettore una geografia dell'universo femminile molto composita, che favorisce considerazioni e valutazioni sul presente e sul futuro.
Non deve trarre in inganno la storia di donne scritta da una donna, Fiorenza Taricone, appunto, che potrebbe indurre a una valutazione di corresponsabilità tra donne.
L'originalità di questo libro risiede nel criterio di analisi del passato e del presente, nell'utilizzare un metodo di indagine tale che i fatti vengono presentati al lettore in modo che sia lasciata a lui la libertà di esprimere il suo giudizio.
La storia delle donne, in questo caso quelle del XX secolo, non è storia a sé, ma è essenziale e indispensabile parte dei complessi processi sociali dell'intera umanità.

Taricone consegna ai lettori un veicolo su cui intraprendere un viaggio rivolto a raggiungere la democrazia, i diritti, l'uguaglianza per tutti, indipendentemente dal sesso.
La sua opera contribuisce ad ampliare l'orizzonte dei fermenti, tutt'ora in corso, che hanno segnato la storia degli uomini e delle donne della società italiana.
Ermisio Mazzocchi
lì 5 giugno 2020

 

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Amicizia e Politica

Per il ventennale di un dialogo politico tra amici, di Fausto Pellecchia docente unversitario di filosofia ha insegnato ermeneutica

FaustoPellecchia 350 minL’esperienza del giornale Unoetre.it, di cui quest’anno ricorre il ventennale, rappresenta un unicum nel panorama del Lazio meridionale. Non solo per la sua capacità di affrontare e dibattere nel suo spazio virtuale le problematiche emergenti che, di volta in volta, attraversano i diversi ambiti del territorio (istituzionale, socio-economico, politico-culturale); ma anche per la prospettiva critica che riesce a declinarli all’interno del perimetro più vasto e articolato delle vicende nazionali ed internazionali. L’intelligenza del progetto di Unoetre si deve, a mio parere, alla feconda saldatura tra le ragioni dell’amicizia che legano i componenti del nucleo redazionale e l’apertura senza pregiudiziali a una pluralità di voci e di punti di vista sulle questioni nodali che solcano la vita, le speranze e i drammi, delle nostre comunità.
In questo senso, Unoetre ha avuto il merito di recuperare e rilanciare il modello antico, eminentemente politico, dell’amicizia, come forma specifica delle relazioni umane, in grado di racchiudere pratiche di pensiero e di azione condivise. L’idea di amicizia che ha alimentato l’esperienza di Unoetre vuol essere dunque la ripresa di una categoria idealtipica attraverso cui poter indagare qualità e limiti della socievolezza umana. Essa comprende pertanto tipologie molteplici della relazione umana: oltre a quella comunemente intesa – la relazione amicale tra due o più amici – anche e soprattutto i legami sociali tra “cittadino” e “concittadino”, contribuendo a garantire, in seno al corpo sociale e alla sua organizzazione politica, un effettivo sentimento di appartenenza e di condivisione.
È con questo spirito che, nel formulare l’auspicio di lunga vita a Unoetre, ho voluto dedicare una breve nota sulla connotazione politica dell’amicizia nella filosofia di Aristotele.

 

Jacques Derrida ha scelto come leitmotiv del suo libro sull’amicizia (Politiche dell’amicizia) un motto sibillino che la tradizione attribuisce ad Aristotele e che nega l’amicizia nello stesso gesto con cui sembra invocarla: ‘o philoi, oudeis philos’, “o amici, non vi sono amici”. Questa apostrofe, trattenuta sul filo di una contraddizione performativa, sarebbe stata pronunciata da Aristotele sul letto di morte, circondato dai suoi allievi. L’esclamazione del “saggio morente” si trova riportata, tra gli altri in Montaigne e in Nietzsche che le affianca, in una paradossale complementarità, quella del “folle vivente”: “O nemici, non ci sono nemici!” (Umano, troppo umano). La fonte comune si trova nella biografia di Aristotele contenuta nelle Vite dei filosofi (V, 21) di Diogene Laerzio. Ma le edizioni moderne dell’opera recano un emendamento: al posto della frase in questione è riportata un’esclamazione in apparenza simile, ma il cui significato è nettamente diverso e assai meno paradossale: “Oi [omega con iota sottoscritto] philoi, oudeis philos”, “colui che ha (molti) amici, non ha nessun amico”. Peraltro, venuta meno la forma dell’invocazione, l’enunciato esprime un’affermazione che richiama espressamente le conclusioni del libro X dell’Etica Nicomachea. 20anni1e3it min
Se la frase – apocrifa secondo i filologi moderni – figura in Derrida nella sua forma originaria, non è certo per una negligenza linguistica, bensì perché è essenziale, alla strategia del suo libro, che l’amicizia sia, insieme, affermata e revocata in dubbio.
In questo senso, il gesto di Derrida rende possibile una ripresa e un approfondimento dell’intenzione di Nietzsche che tenta di coniugare il bisogno dell’amicizia con la sfiducia verso gli amici, per interrogare le radici politiche di un’amicizia senza comunità, indefinitamente aperta all’eventualità dell’ostilità e del conflitto.

In verità, Aristotele dedica all’amicizia un vero e proprio trattato, che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Qui compaiono una serie di tesi che sono state variamente rielaborate nella tradizione classica, da Cicerone a Seneca, da Petrarca a Montaigne, come, ad esempio, che non si può vivere senza amici, che occorre distinguere l’amicizia fondata sull’utilità o sul piacere dall’amicizia virtuosa, in cui l’amico è amato come tale, che non è possibile avere molti amici, che l’amicizia a distanza tende a produrre oblio, ecc.
Ma ben più significativo è un passo del trattato che contiene la base ontologica della teoria e ne dispiega le implicazioni politiche. A conclusione del libro IX (1170a 28-1171b 35), si legge:
«Colui che vede sente (aisthanetai) di vedere, colui che ascolta sente di ascoltare, colui che cammina sente di camminare e così per tutte le altre attività vi è qualcosa che sente che stiamo esercitandole, in modo che, se sentiamo, ci sentiamo sentire, e, se pensiamo, ci sentiamo pensare, e questo è la stessa cosa che sentirsi esistere: esistere (tò èinai) significa infatti sentire e pensare.
Sentire che viviamo è di per sé dolce, poiché la vita è per natura un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene.
Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce. Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l’uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all’amico: l’amico è infatti un altro sé stesso (heteros autos). E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere (to auton einai) è desiderabile, così – o quasi – è per l’amico.
L’esistenza è desiderabile perchè si sente che essa è una cosa buona e questa sensazione (aisthesis) è in sé dolce. Anche per l’amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell’avere in comune (koinonein) azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non, come per il bestiame, che condividono il pascolo. […] L’amicizia è, infatti, una comunità e, come avviene rispetto a se stessi, così anche per l’amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere (aisthesis oti estin) è desiderabile, così sarà anche per l’amico».

Aristotele enuncia in questa densa pagina le sue tesi di ontologia in modo più succinto e perentorio che altrove.

a) Vi è una sensazione dell’essere puro, una aisthesis dell’esistenza.
Aristotele lo ripete più volte, mobilitando il vocabolario tecnico dell’ontologia: aisthanometha oti esmen, aisthesis oti estin: l’oti estin è l’esistenza il quod est – in quanto opposta all’essenza (quid est, ti estin). È una decisa anticipazione della tesi nietzschiana secondo cui: “Essere: noi non ne abbiamo altra esperienza che vivere”.
Un’affermazione analoga, ma più generica si può leggere anche in De An. 415b 13: “Essere, per i viventi, è vivere”.)

b) In questa sensazione di esistere, insiste un’altra sensazione, specificamente umana, che ha la forma di un con-sentire (synaisthanesthai) l’esistenza dell’amico. L’amicizia è l’istanza di questo con-sentimento dell’esistenza dell’amico nel sentimento dell’esistenza propria.

c) Ma questo significa che l’amicizia ha un rango ontologico e, insieme, politico.

La sensazione dell’essere è, infatti, già sempre divisa e con-divisa e l’amicizia nomina questa condivisione. Non si tratta di intersoggettività, intesa come relazione fra soggetti. Si dovrebbe parlare piuttosto di un’empatia originaria: l’essere stesso è diviso, è non-identico a sé, e l’io e l’amico sono le due facce – o i due poli – di questa con-divisione. L’amico è, per questo, un altro sé, un heteros autos. La traduzione latina – alter ego- per quanto ormai consolidata nella tradizione, può essere fuorviante.

Il greco – come il latino – ha due termini per dire l’alterità: allos (lat. alius) è l’alterità generica, heteros (lat. alter) è l’alterità come opposizione fra due, l’eterogeneità. Ma il latino ego non traduce esattamente autòs, che significa “se stesso”.L’amico non è un altro io, ma una alterità immanente alla ipseità, un divenir altro dello stesso. Nel punto in cui io percepisco la mia esistenza come dolce, la mia sensazione è attraversata da un con-sentire che la disloca e deporta verso l’amico, verso l’altro stesso.
Si comprende perciò come “amico” non possa essere un predicato reale, che si aggiunge a un concetto per iscriverlo in una certa classe. In termini moderni: “amico” è un esistenziale e non un categoriale.
Ma questo esistenziale – che come tale non è concettualizzabile – è attraversato tuttavia da un’intensità che lo carica di qualcosa come una potenza politica. Questa intensità è espressa dal syn, il “con” che divide, dissemina e rende condivisibile – anzi, già sempre condivisa – la stessa sensazione, la stessa dolcezza di esistere.

d) Che questa condivisione abbia, per Aristotele, un significato politico, è implicito in un passo del testo che abbiamo appena commentato: «Ma allora anche per l’amico si dovrà con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere (syzen) e nell’avere in comune (koinonein) azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non, come per il bestiame, che condividono il pascolo».
Il verbo nemo è ricco di implicazioni politiche, basti pensare al sostantivo derivato: nomos. Esso significa al medio anche “aver parte”, e l’espressione aristotelica potrebbe valere semplicemente “aver parte allo stesso”.
Essenziale è, in ogni caso, che la comunità umana venga qui definita, rispetto a quella animale, attraverso un convivere (syzen acquista qui un significato tecnico) che non è definito dalla partecipazione a una sostanza comune, ma da una condivisione puramente esistenziale e, per così dire, senza oggetto: l’amicizia, come con-sentimento del puro fatto di essere. Gli amici non condividono qualcosa (una nascita, una legge, un luogo, un gusto): essi sono con-divisi dal sentimento partecipe dell’esistenza dell’altro. Per questo, ’amicizia è una condivisione che precede ogni divisione, perché per essa che si spartisce è il fatto stesso di esistere, la vita stessa. Ed è appunto questa spartizione senza oggetto, questo con-sentire originale che costituisce la politica.
Come questa essenziale sinestesia politica sia divenuta nel corso del tempo il consenso a cui affidano oggi le loro sorti le democrazie nell’ultima, stremata fase della loro evoluzione, appartiene alla storia che stiamo ancora vivendo.

 

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Politica e Cittadinanza

DONNE, Storia e Futuro

libro Taricone 350 min

 

"Politica e Cittadinanza" è il libro più recente della Prof. Fiorenza Taricone, dell'Universita di Cassino e del Lazio Meridionale, che lo illustra in questo video intervistata da Ermisio Mazzocchi. video

 

 

 

 

 

 

 

 

 Video. Ermisio Mazzocchi intervista la Prof. Fiorenza Taricone

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Vita di partito e militanza politica

Storie di militanza e di bandiere, quelle belle, le difficoltà del presente e il bisogno di futuro. L’analisi politica di Maurizio Cerroni.

1maggiocerroni 350 minNegli anni 70 lavoravo nelle squadre operative Enel della zona di Frosinone. L'esperienza lavorativa, quella sindacale e la politica, per i militanti del PCI come me era tutt’uno. Ricordo in particolare il Compagno Piero Ciofi, sindacalista, che più volte manifestò solidarietà alla mia famiglia per la tragica morte di mio padre, avvenuta sul lavoro, nel maggio del 1972 e la Compagna Gianna Pieragostina che dirigeva con determinazione le assemblee operaie degli elettrici, figlia di un Partigiano caduto nella Resistenza e di Lina, deputata PCI. Il mondo del sindacato è stato per me e per molti della mia generazione uno strumento di partecipazione; ci confrontavamo per migliorare le condizioni del lavoro e affermarne i diritti. La passione vera che sentivo con più forza era la militanza nel PCI. Organizzammo la cellula del PCI Enel e celebrammo il congresso nei locali della sezione di Ceprano. I lavori erano seguiti per conto della Federazione da Colafranceschi, responsabile lavoro della federazione di Frosinone. Con mia sorpresa fui eletto responsabile della cellula PCI ENEL di Frosinone, avevo appena compiuto 18 anni, e questo fu il mio primo incarico politico; lo accettai tra mille preoccupazioni.

Inizio così a frequentare assiduamente la federazione di Frosinone del PCI, in via Garibaldi; all’epoca diretta da Ignazio Mazzoli. Il rapporto con i funzionari del PCI è stato determinante e molto utile per la mia formazione e la crescita politica. L'attività lavorativa, l'impegno politico, mi porta a rafforzare i legami con la mia sezione del Partito Comunista di Ceccano. Il segretario del comitato cittadino era Angelino Loffredi, quello della mia Sezione Francesco Compagnone e della sezione di Colle Leo Luciano Natalizi.

Io opero con un gruppo di giovani nella sezione FGCI di Ceccano, eravamo attivi e radicati nel territorio, guardavamo al futuro, la voglia di cambiare le cose era forte; tra le battaglie importanti quella per il voto ai diciottenni, le lotte per l’affermazione dei diritti civili, divorzio e Legge 194. Tante iniziative, eravamo anche creativi e con strumenti poveri demmo vita a un giornalino cittadino. Ricordo il rumore del ciclostile, strumento indispensabile per la propaganda della Sezione, riuscimmo così a far sentire la nostra voce, vivevamo il sogno del cambiamento della generazione del post 68.

La sezione del PCI di Ceccano era quella dell’antifascista Bovieri, primo Sindaco di Ceccano, del Senatore, Angelo Compagnoni, e dei Sindaci Aldo Papetti e di Angelino Loffredi. Io mi sento onorato di aver condiviso con loro una lunga militanza in Sezione oltre all’esperienza amministrativa e umana che è stata determinante per la mia formazione.

Era l’epoca in cui erano attive anche le scuole di partito, ricordo i miei 40 giorni a Fageto Lario sul lago di Como all’istituto per la formazione giovanile Eugenio Curiel, e più tardi, i miei 10 mesi alla mitica scuola di formazione pcerroni 300 minolitica Frattocchie.

La Sezione era lo strumento principe per l’elaborazione della nostra proposta politica, non c’era nessuna paura della discussione. Il gruppo dirigente del PCI Ceccanese era apprezzato e riconosciuto per la sua autorevolezza anche a livello provinciale, tanti i Compagni militanti della sezione PCI che sono diventati negli anni dirigenti provinciali. Anche il tessuto associativo era presente nel nostro territorio, ricordo le tante iniziative promosse dal circolo Arci e dal Presidente Gerardo Masocco, su tutte il concerto con gli Inti Illimani dopo il Golpe di stato in Cile; e ancora, le Feste di Partito, importante grande e partecipata era la Festa de L’Unita. Sono ancora indelebili le tante riunioni fatte in tutte le zone di Ceccano, le tante persone che ho avuto la possibilità di incontrare per parlare e per lavorare insieme per migliorare le condizioni della nostra comunità. Ci si sentiva di appartenere al Partito di cui si faceva parte e in cui ci si riconosceva, e attraverso questo era forte il senso di vivere la comunità Cittadina. Era forte il Noi, il valore di unità e l'impegno politico mirava veramente al bene comune.

Non è retorico dire che la Politica si deve fare tra la gente. Perché o è così oppure è niente. Credo nel primato della Politica e in quello dei Partiti che sono strumento per elaborarla, rappresentarla e tradurla in azione.
Il ruolo dei Partiti politici è fondamentale per la ricostruzione e il rilancio del Paese all’insegna di un nuovo modello di sviluppo economico e per il benessere dei molti. Purtroppo, negli ultimi anni la crisi della Politica con la conseguente sfiducia dei cittadini verso le istituzioni è stata forte e i vuoti sono stati in parte colmati da movimenti e da personalità che rapidamente conquistano il proprio consenso e che, in assenza della capacità di programmare sul lungo orizzonte e di predisporre le risposte e le soluzioni ai problemi che sollevano, con la stessa velocità e voracità vengono essi stessi consumati.

A livello locale i movimenti, le liste civiche, il trasversalismo e il trasformismo sono ancora più forti; questo non assicura buon governo e spesso molti comuni vengono commissariati prima della scadenza naturale del mandato amministrativo.

Sono convinto che dopo l’esperienza pandemica niente sarà come prima. Si torna già a parlare della centralità dello Stato che sarà determinante alla gestione delle politiche e degli investimenti per il rilancio del Paese e per indurre un nuovo sviluppo, e torneranno nuovamente centrali le forze politiche, sociali e sindacali interlocutori imprescindibili nell’elaborazione della linea e dell’azione.

La Politica e i partiti saranno sempre più determinanti per tutti i livelli di governo: Enti locali, Regione,
Provincia e Comuni e per ricostruire, o meglio, rilanciare ci sarà davvero bisogno di tutti, del Noi; non è più il momento del “particolare”!

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

{jd_file file==21}

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...

Il Presidente Conte e la politica

A proposito di un caduta di stile

giuseppe conte 350 mindi Elia Fiorillo - Chissà se il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte si è realmente reso conto di quello che ha fatto. In un delicato momento in cui vive il Paese a causa del Coronavirus è giusto che lui faccia conferenze stampa a gogò per spiegare agli italiani, chiusi in casa, come va il flagello del Covid-19. Anche se c’è chi pensa che più del virus maledetto lui, il presidente Conte, pensa alla sua immagine. E, quindi, più appare in televisione e sui media meglio è per lui.

Però non è per niente legittimo che in quei delicati messaggi lui, il Primo ministro, scagli bordate a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Può avere tutte le ragioni del mondo per avercela con il duo “destrosso” ad oltranza e pianta grane, ma non era quello né il momento, né il luogo per tirarli in ballo. Non solamente per motivi istituzionali, ma anche per motivi pratici. Non credo che Conte volesse fare pubblicità ai due, anzi voleva proprio l’incontrario. E, invece, Meloni e Salvini lo devono proprio ringraziare. È riuscito a farli apparire ripetutamente in tv per chiarire, difendersi, attaccare, ecc. Un vero regalo inaspettato per la Santa Pasqua.

Ma pensate un poco se i tanti vituperati presidenti del Consiglio della prima Repubblica avessero fatto una cosa simile. Sarebbe crollato il mondo. Sarebbero stati espulsi, all’unanimità, dalla vita politica del Paese. Ve l’immaginate Fanfani, Andreotti, Moro, Spadolini e via proseguendo se, da presidenti del Consiglio in carica, in un discorso istituzionale, avessero inzuppato il pane della polemica politica? La verità è che un fatto del genere era inimmaginabile per quei tempi. Periodo quello che spesso viene criticato da chi, con molta probabilità, pedissequamente vede la prima Repubblica come qualcosa da cancellare. E, invece, per certi versi, non è proprio così. Anzi, messi da parte certi fatti e misfatti, un approfondimento di quei tempi per chi vuol far politica è d’obbligo.

Non è che quelli della Prima Repubblica fossero stinchi di Santi, anzi. Ma allora c’era un codice non scritto da rispettare e guai a non attenersi, si rischiava l’impopolarità, il biasimo da destra, sinistra e centro. Insomma, non si poteva sgarrare.

Se il presidente Conte, ai tempi tanto contestati della prima Repubblica, si fosse permesso di fare quello che ha fatto in tv contro i suoi avversari, un attimo dopo non sarebbe stato più Primo ministro. Probabilmente oltre i partiti e i cittadini si sarebbe scatenato anche il Capo dello Stato. Non sappiamo se Mattarella abbia alzato il telefono ed abbia rimproverato il Primo ministro. Certo si sarà incavolato non poco e avrà forse pensato che prima di arrivare a Palazzo Chigi, ai presidenti nominati, sarebbe importante fare un piccolo corso di formazione sulle cose che si debbono fare nel ruolo di presidente del Consiglio e sulle altre cose, quelle che non vanno nemmeno immaginate.

Ma vi figurate un Moro, un Berlinguer, uno Spadolini, o qualsiasi altro esponente della prima Repubblica, che si rivolge agli italiani come capo di partito o nella sua veste istituzionale di presidente del Consiglio dei ministri eppoi, ad un certo punto, fa un inciso per colpire uno dei suoi avversari? No, non ce lo figuriamo proprio. Eppure, Conte non si è posto minimamente il problema del suo ruolo istituzionale, del fatto che stava parlando agli italiani di problemi serissimi; che nella storia della Repubblica il Coronavirus è uno dei più grandi flagelli che hanno colpito gli italiani. Tutto è passato in second’ordine. Prima di tutto la politica. Ma questi comportamenti possono definirsi politici? O non si avvicinano di più alla schizofrenia?

Si può essere un grande professore universitario, un importante imprenditore….. ma non è automatico manifestarsi come un buon politico. Anzi, a volte, è peggio. Perché si ha la presunzione di conoscere tutto e tutti e, quindi, sentirsi ottimi politici. Il politico prima di tutto è un soggetto che deve essere attentissimo al prossimo, ai suoi bisogni, ai suoi problemi. Li deve saper leggere ma deve anche saper trovare risposte a certi problemi, a certi bisogni, sempre nell’interesse della collettività.

Una cosa è certa, non si diventa politici da un giorno ad un altro. Ed anche in questo caso la Prima Repubblica ci può aiutare. Allora la gavetta era importante: azione cattolica, boy scout per i cattolici, iniziative sociali varie per i comunisti. I politici non s’inventano dall’oggi al domani!

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

{jd_file file==21}

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

 

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/uu98r6be/domains/unoetre.it/public_html/templates/gk_news/html/com_k2/templates/default/tag.php on line 56 Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici