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Anna Falcone: “Né Pd né M5S, esiste un nuovo spazio politico”

AnnaFalcone 350 260intervista a Anna Falcone di Giacomo Russo Spena - Quando le si chiede del governo Gentiloni, scuote la testa. Incredula. “Sorprende l’autismo politico che promana la reiterazione di potere: nessuna presa di coscienza del significato del voto del 4 dicembre, nessun cambio di rotta, nessun tentativo di ricucire il rapporto di fiducia con i cittadini perché è quella la prima frattura democratica da colmare per rilanciare il Paese”. Avevamo lasciato Anna Falcone, la combattiva avvocata cassazionista, nella campagna elettorale per il No al referendum sulla Costituzione; la ritroviamo ancora in prima fila all’assemblea del prossimo 21 gennaio quando i “Comitati per il No” proveranno a lanciare una proposta nazionale: “Molti, se non tutti, ci chiedono di andare avanti per rilanciare l’azione politica su un doppio binario: attuazione della Costituzione e riaffermazione dei diritti sociali, a partire dal lavoro. Per questo abbiamo già annunciato il nostro impegno per il prossimo referendum sul Jobs Act”. Si intravede uno spazio politico tra il M5S e il Pd che nasce dal basso e dalla società civile. Anna Falcone non ha dubbi: “Se la Sinistra è ancora il luogo del futuro, della partecipazione, dell’orizzonte democratico del domani non può sottrarsi a questa sfida, ma deve abbandonare rigidità, frammentazioni e ritualità del passato che l’hanno portata a collassare su se stessa ed a perdere il contatto con buona parte della sua base elettorale”.

Partiamo dal 4 dicembre. Qual è il segnale principale che si evince da quel voto? Come si spiega una così alta affluenza?

I cittadini partecipano al voto quando hanno la possibilità di incidere realmente sulla res publica, così come è stato sulla Costituzione. Al contrario, l’astensione aumenta quando il consenso è direzionato verso opzioni chiuse e non soddisfacenti. Dal 4 dicembre giunge un messaggio di grande partecipazione unito al desiderio di libertà e “liberazione” dalle vecchie pratiche della politica politicante.

Una vittoria della Costituzione ma anche un chiaro segnale politico di sfiducia nei confronti del governo Renzi, il quale è stato costretto a dimettersi. E’ stato un voto politico?

Il contesto politico influenza sempre i referendum ma la motivazione principale che ha spinto i cittadini alle urne è stato il voto “per” la Costituzione e non “contro” il governo Renzi. Il nostro “Comitato per il No” ha rifiutato ogni tentativo di strumentalizzazione e personalizzazione politica del voto, respingendo al mittente la strategia renziana e puntando all’informazione sulla riforma e sui suoi effetti di indebolimento del sistema democratico. Ciò detto, è innegabile che il governo Renzi abbia deluso molti prima del voto, per il fallimento delle sue politiche sociali ed economiche, e continui a deludere adesso, per l’assoluta incapacità di fare un’analisi obiettiva e costruttiva della bocciatura referendaria.

Siamo al tramonto del renzismo o è ancora presto per sancire la sua fine?

Non so se siamo di fronte al suo definitivo declino, di certo la sua sconfitta non è stata un problema di comunicazione – come sostiene Renzi – ma di contenuti. Aggiungerei di umiltà e di coerenza con la matrice progressista a cui il Pd dice di ispirarsi. Invece di ascoltare la disperazione popolare, si è cercato prima di demolire, con le riforme sul Jobs Act o la “buona scuola”, quei diritti – appunto il lavoro, l’istruzione, la salute – che rendono i cittadini protagonisti e soggetti liberi di uno Stato di diritto, poi di approfittare di quella stessa disperazione per estorcere un voto su una riforma della Costituzione, su cui la propaganda renziana spostava la causa di tutti mali del Paese. Gli italiani non ci sono cascati e, con grande coraggio e dignità, hanno saputo dire No a questa riforma truffa e ne hanno approfittato per rilanciare quei valori costituzionali che rappresentano, al contrario, l’ultimo baluardo per la difesa dei loro diritti sociali, civili e di libertà. Il programma della nostra democrazia è scritto tutto lì.

Il governo Gentiloni è un Renzi bis? E, secondo lei, quanto durerà?

Lo è nei fatti e nella fonte da cui promana la sua legittimazione. Del resto, abbiamo sempre sostenuto, e i fatti ci danno ragione, che la vittoria del NO non avrebbe determinato alcun stravolgimento politico: viste le maggioranze in Parlamento e la solida supremazia renziana nel Pd, non sarebbe stato possibile aver alcun governo non sostenuto da Renzi. Siamo alla copia di un vecchio governo caratterizzato sempre dagli stessi limiti. La modernità e il futuro del Paese viaggiano su altre corde e non può che passare dalla progressiva attuazione di una democrazia partecipativa: quello di cui il governo ed i poteri che lo sostengono hanno più paura. Forse hanno ragione.

Passiamo alla legge elettorale. Il Pd ha proposto il Mattarellum, un sistema maggioritario che favorisce le coalizioni. Che ne pensa? La convince la proposta?

Sicuramente visto l’esito referendario, il Parlamento ha il dovere di dare agli italiani una legge elettorale nuova che rappresenti un salto di qualità e una discontinuità rispetto al passato. Non più solo e prioritariamente la governabilità – il che sarebbe in contrasto con il principio sostenuto dalla Corte costituzionale nella ormai nota sentenza n. 1/2014 che dichiarato la parziale incostituzionalità del “Porcellum” – ma soprattutto una legge elettorale che responsabilizzi gli eletti nei confronti dell’elettorato, non che ne vincoli il mandato all’obbedienza verso il segretario/presidente del partito da cui dipende la rielezione. E andando oltre, una legge che consenta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti e partecipare alla selezione delle candidature. La governabilità passa, innanzitutto, dalla qualità dei nostri rappresentanti e dalla capacità di lavorare insieme per il bene dal Paese, al di là delle convenienze politiche e dai desideri del “capo”.

Il prossimo 21 gennaio si terrà a Roma un’assemblea pubblica nazionale a cui parteciperanno tutti i comitati territoriali del “No" alla riforma. Qual è la proposta politica in discussione?

Siamo un’organizzazione plurale e democratica: decideremo insieme su come proseguire e su quali priorità. Insisto: molti, se non tutti, ci chiedono di andare avanti per rilanciare l’azione politica su un doppio binario: attuazione della Costituzione e riaffermazione dei diritti sociali, a partire dal lavoro. Per questo abbiamo già annunciato il nostro impegno per il prossimo referendum sul Jobs Act promosso dalla Cgil.

Un bel salto per i comitati del No: dalla difesa della Costituzione alle questioni riguardanti il lavoro e la precarietà...

L’attuazione di un modello pienamente democratico passa dall’attuazione dei diritti fondamentali e dalla garanzia dei diritti sociali, prima ancora che dagli equilibri fra i poteri. Non è un caso che nella Costituzione la parte sul riconoscimento e la tutela di tali diritti, preceda quella sui poteri e l’organizzazione dello Stato: senza i primi non può esservi una declinazione democratica dei secondi.

E’ favorevole all’introduzione del reddito di cittadinanza?

Si può discutere sulle forme ma è innegabile che una società fondata, ormai, sulle diseguaglianze e sul tramonto del lavoro come fonte di reddito ed emancipazione sociale non possa fare a meno di misure redistributive della ricchezza, che garantiscano, almeno, la dignità, quando sia tanto pervicacemente inibito il diritto al futuro.

E per quando auspica il ritorno al voto? A settembre, dopo il referendum?

Non appena ci sarà una nuova legge elettorale, auspicabilmente ispirata ai principi di cui parlavo sopra, che dia cioè valore alle scelte popolari e spazio ai suoi migliori rappresentanti, non ai più servili vassalli del leader di turno o di altri poteri che ne siano espressione. Però, a meno di una vittoria del Sì al referendum sull’abrogazione del Jobs Act, o di altri scossoni politici, temo non si tornerà a votare prima del prossimo autunno, se non nel 2018.

A livello nazionale il Pd perde consensi e il M5S non sembra approfittare del governo Gentiloni vedendo come si è impantanato a Roma con la sindaca Virginia Raggi: sembrano due soggetti in forte crisi. Pensa che alle prossime elezioni nazionali ci sarà un alto tasso di astensionismo? La gente ormai non è del tutto sfiduciata nei confronti delle istituzioni?

Dipende da quanto i cittadini penseranno di poter contare con il prossimo voto politico: se si continuerà a reiterare modelli politici ed elettorali di mera ratifica o investitura di governi preconfezionati e candidati opachi, o che brillano solo per l’altissimo tasso di “fedeltà al capo”, ma il cui valore o passione civile e politica restano ignoti, l’astensionismo non potrà che aumentare.

Per Lei c’è spazio per la nascita di un nuovo soggetto, a sinistra, alternativo sia al Pd che al M5S capace di dare la speranza di cambiamento ai cittadini?

La politica non sopporta vuoti, e in questo momento, più che mai, un soggetto che sapesse interpretare la “fame” di diritti, la volontà di partecipazione attiva dei cittadini e selezionare una classe dirigente all’altezza del Paese, avrebbe praterie aperte davanti a sé.

Che pensa della prospettiva dell’ex sindaco di Milano, Pisapia, di un “campo progressista” capace di dialogare col Pd e far nascere un nuovo centrosinistra nel Paese? I Comitati del NO possono essere attratti da tale progetto?

Prima di parlare di progetti, bisogna guardare alla credibilità di chi li propone e agli obiettivi politici reali, quelli, ancora una volta, calibrati sulla riconquista dei diritti, più che sulle strategie di potere. Non è dalla sommatoria di tanti che può nascere una nuova sinistra larga, nei consensi, prima ancora che nel nome, ma dal coraggio di rilanciare battaglie innovative e decise contro un’ideologia – il “turboliberismo” – che ha decapitato libertà e diritti, in nome di un fantomatico progresso materiale, riuscendo solo a distribuire ricchezza per pochi e miseria per tanti. Il declino dello Stato democratico e di diritto è iniziato da lì. Non vedo in quel campo, ancora (forse), tale coraggio.

Infine, qual è il rapporto coi partiti e volti storici della sinistra classica? Non è giunta l’ora che emergano nuove forze dalla società civile?

E’ un rapporto di rispetto, ma critico. Siamo tutti consapevoli dei limiti del modello partito che si è sviluppato a dispetto del “metodo democratico” sancito in Costituzione, e delle responsabilità di chi quel modello minimo e ipocritamente insofferente a ogni regolamentazione conforme a Costituzione. Quanto alla società civile, il salto di qualità sta nell’annullare la separazione fra società civile e società politica: la democrazia partecipativa impone un impegno costante di tutti e la fine della delega di potere in bianco che metta nelle mani di pochi le decisioni sul futuro di tanti. Penso sia già emersa una forte volontà di partecipazione, che può convogliarsi in una nuova stagione di attivismo politico, ma serve, adesso, dimostrare di saperla coniugare con un altrettanto grande senso di responsabilità. Sono processi che richiedono tempo e impegno da parte di tutti. Eppure, mai come adesso, è necessario che questo salto di qualità si realizzi.

Adesso Lei è in procinto di partorire ma è proprio sicura che, nei prossimi mesi, non sarà interessata a “scendere in campo”? In molti sembrano volerla tirare per la giacchetta...

Sono già scesa in campo. E nel modo, credo, più libero e utile a quella res publica a cui teniamo in tanti, senza paura di definirci indomabili, quanto pragmatici, idealisti. Perché, vede, non c’è niente di più innovativo e rivoluzionario di un ideale, di un impegno condiviso e portato avanti da tanti per cambiare il corso degli eventi e – a volte – della Storia di un Paese. Questo referendum lo ha dimostrato contro ogni previsione. Noi cercheremo di trasformare questa vittoria in un nuovo inizio per la “discesa in campo” non di singoli leader, ma dei cittadini tutti, i veri protagonisti di questa vittoria e gli unici che possono animare, insieme, una nuova stagione politica. Saranno loro, devono essere loro a sceglierne i volti e gli obiettivi che vi daranno corpo e concretezza.

(28 dicembre 2016)

 
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Il Giubileo diventi l’anno di una misericordia reale e lanci un progetto politico

papa francesco al parlamentoeuropeo 2014 11 25 350 260Riproponiamo un articolo di Raniero La Valle che oscilla fascinosamente fra interpretazione del Giubileo di Papa Francesco e sogno che vorrebbere vedere realizzarsi.
di Raniero La Valle - Giubileo 2015. Con la misericordia vera, da fare nel mondo e non tra i fumi dell'incenso, il vescovo di Roma propone un altro paradigma di civiltà, che può diventare anche un progetto politico. Ci sono delle cose che papa Bergoglio ha detto fin dal principio, che sul momento non vennero capite, ma si sono capite dopo, o si stanno comprendendo solo ora.

Per esempio quando, presentandosi la prima sera al popolo sul balcone di san Pietro aveva detto: "Adesso vi benedico, ma prima chiedo a voi di benedirmi non si poteva capire, come adesso invece è chiaro, che lì c'era già l'idea di una riforma del papato: il papa non solo rientrava tra i vescovi, come aveva detto il Concilio Vaticano II, ma tornava in mezzo al popolo come uno dei fedeli, come un pastore che non solo sta in testa al gregge, ma anche sta in mezzo e "dietro al gregge, per chè le pecore hanno il fiuto per capire la strada e per indi care il cammino".

E così il gregge diventava un popolo, e il papa si riconosceva ministro di questo popolo, insieme agli altri ministri e primo tra loro, un papa non solo uscito dal conclave ma papa benedetto dal popolo.

Un'altra cosa che non si era capita era quella parola "misericordiare", che non esiste nè in italiano nè in spagnolo e che il papa usava come un neologismo, tratto dal suo motto episcopale, per definire il suo compito. Sicchè alla domanda: "Chi è Francesco? Che cosa è venuto a fare? che risuona anche in un miolibro uscito ora per Ponte alle grazie, la risposta era: "Sono venuto a misericordiare".

E ora si capisce che cosa volesse dire. "Fare misericordia": Il programma del suo pontificato.

Certo, ha intrapreso la riforma del papato, tanto che mai si era visto un papa così. Certo, ha intrapreso la riforma della Chiesa, che senza cominciare dal papato non si può fare. Certo, ha posto mano a una revisione e a un ripensamento della Curia a cui ha chiesto di conformarsi a un modello alto di Chiesa, e di non apparire, o essere, l'ultima Corte europea. Ma ancora più importante di tutto ciò è l'intento di rimettere nel mondo, che con la modernità l'ha rimossa, la misericordia di Dio. "Dio infatti, è non la Chiesa, che papa Francesco annuncia, il proselitismo gli sembra "una sciocchezza", mentre la misericordia gli sembra l'unica e ultima risorsa per la quale il mondo possa salvarsi e vivere. Nella persuasione che se si ritrova la misericordia di Dio, si può far nascere la misericordia anche nostra.

Per ciò, a cinquant'anni dal Concilio e come suo prolungamento dopo tanto deserto, egli indice il Giubileo, che vuol dire esattamente il tempo della misericordia, "l'anno della misericordia".

Non si tratta di incentivare i pellegrinaggi a Roma. Dove sarebbe la novità? Si tratta di proporre al mondo un nuovo paradigma. Intanto è chiaro che con i paradigmi in atto si va alla rovina, e in tempi brevi (c'è poco tempo, sembra dire il papa anche di sè); proviamo allora con un altro paradigma, quello della misericordia, che significa riconoscere il male, proprio ed altrui, chiedere perdono e perdonare, significa la riconciliazione. Ma la misericordia non sta solo nel perdono e nella remissione dei peccati, sta anche nella remissione dei debiti. Nell'antico Israele il Giubileo voleva dire anche la pacificazione del debitore, il rientrare in possesso delle terre perdute, riscattare beni dati in pegno o espropriati, voleva dire la libera zione degli schiavi.

Nel giudicare il mondo in cui viviamo papa Francesco usa il criterio della misericordia. E per questo lancia il Giubileo. L'economia che uccide, la società dell'esclusione, la globalizzazione dell'indifferenza, i poveri che invece di essere solamente sfruttati ed oppressi, oggi sono anche scartati e messi fuori per fino dalle periferie, sono tutti giudizi che papa Bergoglio da di un mondo che è senza misericordia.

Se avesse misericordia, rimetterebbe il debito alla Grecia, per mettendo alla gente di avere la luce per la notte e il gas per cucinare, e sarebbe restituita alla Grecia la libertà politica usurpata da poteri estranei e non responsabili di fronte a quel popolo.

Se avesse misericordia non lascerebbe che masse intere di uomini e donne, e una generazione intera di giovani, fossero escluse dal lavoro, disoccupati, licenziati, esuberi, precari. Se il lavoro fosse solo il mezzo per guadagnarsi da vivere, anche un minimo di reddito assicurato a tutti potrebbe essere una soluzione. Ma se il lavoro è la dignità stessa della persona, come dice papa Francesco, allora la misericordia oltre a garantire un minimo vitale, dovrebbe mobilitare tutte le risorse, pubbliche e private, perché il lavoro per tutti torni ad essere un'altissima priorità della politica.

Se la misericordia fosse all'opera, il mondo non starebbe a trastullarsi davanti agli eccidi in Medio Oriente e in Africa, sarebbe una priorità mettere fine con tutti i mezzi legittimi, a guerre e stermini sacrificali, magari mistificati con motivazioni religiose, a cui il papa ha definitivamente tolto ogni legittimazione annunciando un Dio nonviolento.

E cosa sarebbe un vero Giubileo della misericordia, un anno di vera liberazione e riconciliazione, di fronte alla tragedia dei migranti, di fronte a un'Europa senile, sterile, come Francesco l'ha definita, che ha finito per accettare di essere sponda di un mare diventato un cimitero?

Qui si potrebbe azzardare una proposta, un sogno, o più ancora un progetto politico perché il Giubileo diventi l'anno di una misericordia reale. E' la prospettiva politica di portare a compimento la marcia dei diritti inaugurata dall'illuminismo, e di abolire, a cominciare dall'Europa, l'ultima discriminazione che ancora divide gli esseri umani tra uomini e no: la discriminazione della cittadinanza. Deve finire il tempo in cui i diritti, anche i più fondamentali diritti umani, sono diritti del cittadino, gli altri, gli stranieri, gli extracomunitari, i profughi, i migranti, gli scarti ne sono esclusi. Come già avevano intuito i giuristi dopo la scoperta dell'America, il diritto di migrare, il diritto di stabilirsi in qualsiasi terra, dovunque si sia nati, è un diritto umano universale.

Allora la rivoluzione cominciata da papa Francesco quando per prima cosa è andato a gettare una corona di fiori nel mare di Lampedusa, dovrebbe continuare e giungere fino alla caduta di tutte le frontiere, all'apertura di tutti i confini. Certo, allora andrebbe potenziata l'economia privata e pubblica per man te nere i livelli di vita già raggiunti dai residenti e permettere ai sopraggiunti di trovare spazio e vivere, e in tal modo la politica dovrebbe assumere veramente il compito di far crescere tutta la società.

Ma sarebbe davvero un'altra società, e un altro mondo, se per una scelta di misericordia, cioè di reciproca accoglienza tra tutti, oltre ogni barriera, per l'anno del Giubileo arrivassero a Roma non solo migliaia di pellegrini, ma tutti potessero muoversi da un Paese all'altro, viaggiando non sui barconi della morte e delle mafie, ma su treni, navi e aerei di linea.

Altrimenti la misericordia la togliamo dal mondo e la lasciamo tra i fumi degli incensi.

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Documenterò il vissuto politico come testimone personale

Marcia delle donnedi Donato Galeone* - Non ho letto, ancora, i due libri di Ermisio Mazzocchi e di Tommaso Baris commentati dal direttore di Ignazio Mazzoli mentre leggo, con interesse, il pezzo di "Storia vissuta per una futura umanità" - scritto da Giuseppe Grillo - a commento di parte del libro "Partiti e Società nel Lazio Meridionale" 1964-1994. I due commenti alimentano curiosità, pur se riferite a parti politiche distinte e distanti, anche e non solo in questi giorni estivi disagiati e di scarsa mobilità vacanziera.

Io penso (nel rispetto reciproco di ogni commento, parlando o scrivendo di storia, guardando al futuro del nostro Paese, del Basso Lazio e della Provincia di Frosinone nel contesto globale e socioeconomico europeo) che il commento di Ignazio Mazzoli e di Giuseppe Grillo meritano una più articolata ed ampia riflessione storica non solo nazionale, regionale laziale e provinciale ciociara.

Riflessione, a mio avviso, che va oltre i "rapporti politici" intercorsi e rilevati nelle scelte più vere, discutibili e critiche – tra i maggiori Partiti e Sindacati democratici e/o aggregazioni sociali, quali essenziali strumenti basilari di democrazia attiva e non solo formale.

Così come realisticamente, ad oggi, se vogliamo parlare di un " nuovo sviluppo vero" non possiamo non riferirci - innanzitutto - alle insufficienze di persistenti "capacità produttive" che si compongono di "lavoro"; di capitali e tecnologie; di imprenditorialità che organizza la produzione e di banche che la finanziano, nonché, di istituzioni che non rapidamente forniscono "servizi efficienti" per raggiungere mercati globali "sregolati" difficilmente accessibili alle piccole e medie imprese.

Nel concreto, per comprendere il presente di prevalente"capitalismo finanziario" - guardando al passato di "socialismo reale" - appare utile quanto indispensabile convenire per conoscere - confrontandoci - sul come e perché il "sistema produttivo" tanto nel Paese quanto nell'area laziale meridionale ha avuto – in assenza di programmata politica industriale - una prima forte espansione, poi inceppatasi, con la crisi energetica degli anni 1973, fino alla impennata inflazionistica vissuta verso la metà degli anni ottanta.

Così come dobbiamo, oggettivamente, rilevare - dal 1992 - il crollo dei nostri conti con l'estero; quello della lira e della crescita del debito pubblico che già, nel corso dell'ultimo decennio del secolo , con fatica, l'Italia cercò di avvicinarsi alla Unione Europea e alla moneta unica, con prelievi straordinari e con chiusura di imprese decotte dal "mordi e fuggi".

Per competere, poi, con l'arrivo dell'euro ad inizio del nuovo millennio, tra la caduta del 2001 e la recessione del 2008-2013, del "sistema produttivo" che non è più cresciuto, esporta poco e si investe pochissimo.

Sono questi, indubbiamente, le "cornici o scenari" socio-economici di gran parte degli anni 1964-1994, raccontati da Ermisio Mazzocchi, nel contesto di una "società di laziale meridionale" entro cui collocare, storicamente, "nuovi e vecchi insediamenti produttivi" della nostra Provincia, prevalentemente, lungo l'asse autostradale Roma-Napoli e verso le aree tradizionali manifatturiere interne di Sora-Isola del Liri.

Proprio in quegli anni va rilevato l'estendersi e l'acuirsi del disagio sciale di famiglie coinvolte dalle crescenti "crisi aziendali" che già nei primi mesi del 1975, la stessa Chiesa Diocesana di Veroli-Frosinone approvava alla unanimità la promozione - nella 2^ Domenica di Quaresima – di una colletta da devolvere ai disoccupati, nei modi più opportuni, quale segno di "solidarietà umana" e di sostegno del "LAVORO" anche con l'azione sindacale unitaria dei lavoratori

Ed il 3 marzo 1975, la Federazione Provinciale della CGIL-CISL-UIL, valutando positivamente l'iniziativa del Vescovo Michele Federici e del Clero Diocesano verso gli operai - uniti - per salvaguardare i posti di lavoro mentre si sollecitavano ulteriori momenti di "confronto e di impegno" sia istituzionali che tra rappresentanze delle parti politiche-partitiche, mirati a bloccare e superare il crescente disagio sociale, segnalato giorno dopo giorno anche dalle comunità de Lazio meridionale.

E nell'autunno del 1975, la Camera di Commercio-Industria-Agricoltura promosse un confronto istituzionale per approfondire lo "stato delle cose" entrando nel merito dello sviluppo territoriale frusinate e del basso Lazio (Periodico n. 1 di ottobre-novembre 1975).

Personalmente, sia quale rappresentante della Cisl che della Federazione CGIL-CISL-UIL, evidenziai le positività e le incompiutezze, tra luci e ombre, degli interventi incentivati dello Stato nella economia locale - non programmata né funzionali per tipologie settoriali trainanti - verso una equilibrata trasformazione territoriale congiunta a visibile crescita sociale, per elevare a dignità il lavoro professionalizzato continuo, contrattato e partecipato.

A mio avviso, ieri come oggi, con il riconoscimento di "crisi industriale complessa" (Legge 7 agosto 2012 n.134) - pur appesantita dai circa 100.000 disoccupati – riemerge il "Parlare del passato guardando al futuro".

Necessario, nei prossimi mesi, avviare la traduzione quantificata degli investimenti "incentivati"programmabili in "coerenze innovative"- verificabili in almeno tre punti da condividere e se:
1- funzionali all'armonizzazione dello sviluppo territoriale provinciale e laziale;
2- funzionali al nuovo modo di lavorare nelle imprese tecnologicamente avanzate;
3- disponibili alla partecipazione del lavoro, contrattata, in relazione ai risultati di produttività.
E' riconosciuto, ormai, che le crisi dei vari modelli di sviluppo "non sono neutrali" ed ecco, quindi, l'appello da condividere verso la "Armonizzazione e Partecipazione" alle scelte di sviluppo territoriale con il "LAVORO" e non solo auspicando crescita a capitalismo globale e selvaggio.

Ciò significa, tanto ieri quanto oggi, che il soggetto economico impresa - tecnologicamente avanzata per competere nel mercato mondiale - dovrà condividere e convenire sul "come usare il territorio e cosa fare nell'agglomerato da ristrutturare e rilanciare" valutando, certamente, i costi di tutti i fattori e le componenti tipologiche-produttive dimensionate agli investimenti ed ai posti di lavoro organici professionalmente necessari e le quote di profitto, indispensabili, da reinvestire.

Anch'io leggerò volentieri i due libri di Ermisio Mazzocchi e di Tommaso Baris per conoscere sia i racconti altrui che, per maggiore conoscenza, dei contributi propositivi di un passato "storico del PCI e della DC" laziale e ciociara – nei rispettivi ruoli istituzionali - svolti tanto nel governo della Regione Lazio (1975-1979) quanto (1976-1979) nel Parlamento.

E, volentieri, volta a volta, documenterò il vissuto politico – non solo PCI e DC – ma anche di testimone personale nella gestione del Consorzio ASI della Provincia di Frosinone, nella funzione di Consigliere capo gruppoDC, che si concluse mediante mie dimissioni motivate nell'ottobre 1981.

(*) ex Segretario Provinciale Cisl di Frosinone e Regionale Lazio
16 luglio 2013

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#DirittiDemocratici: un manifesto politico

gaypride roma2014 350Riceviamo da Gianmarco Capogna e pubblichiamo. #DirittiDemocratici, un manifesto politico per chiedere al PD di impegnarsi concretamente a sostegno della comunità LGBTQI*

Nel mese dell'orgoglio LGBTQI* (lesbico, gay, bisex, trans gender, queer, intersex e *), che ricorda quanto sia bello essere se stessi indipendentemente dall'orientamento sessuale e dalla propria identità di genere, sono stato contattato da alcuni militanti democratici che volevano scrivere un documento politico per riportare nell'agenda politica del PD i temi della parità dei diritti e delle opportunità. Un gruppetto di uomini e donne, giovani e meno giovani, eterosessuali e omosessuali, che hanno sentito l'esigenza di scrivere una volta per tutte un manifesto che potesse essere per il PD una vera e propria road map per i diritti civili. Non potevo che accettare e mettere a disposizione le mie conoscenze e le mie esperienze associazionistiche e politiche per contribuire a qualcosa che mi è sembrato davvero importante. Ci abbiamo lavorato più di qualche giorno ininterrottamente anche grazie all'apertura di un gruppo FB per confrontarci non solo tra noi ma anche con un numero maggiore di militanti. Il lavoro finale è un documento che abbiamo chiamato #DirittiDemocratici articolato per punti che tocca tanti temi importanti (lo potete consultare sul nostro blog http://dirittidemocratici.blogspot.it/ o su Facebook https://www.facebook.com/dirittidemocratici ), che porta le firme, oltre alla mia, di Dario Ballini, Filippo Rossi, Matteo Cervi, Dario Davanzo, Francesco Dell'Acqua, Michele Albiani, Federica Reale, Gabriele Antonio Mariani e che è stato pubblicato in anteprima su L'Espresso (http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/06/05/news/caro-matteo-c-e-posto-per-i-gay-nel-tuo-pd-dai-militanti-un-documento-per-renzi-1.168330)
Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi si era impegnato a portare a casa nei primi 100 giorni di Governo anche delle riforme sociali tra cui una legge che istituisse l'aggravante di omotransfobia, proposta che al momento è arenata al Senato e che contiene una serie di criticità legate al subemendamento Gitti che lasciano insoddisfatti tutti, specialmente la comunità LGBTQI*, e un provvedimento per inserire nell'ordinamento italiano le Unioni Civili secondo il modello tedesco con possibilità di stepchild adoption aperte anche a partner dello stesso sesso. Nessuno dei due impegni è stato ancora rispettato ma anzi si nota come questi temi siano sempre più accantonati nel Partito Democratico, dove all'interno della segreteria esiste una delega al Welfare ma nessun incarico in merito di Diritti Civili, così come nel Governo dove le larghe intese obbligano il primo partito del PSE a situazioni di compromesso con forze moderate e conservatrici che non permettono alcun tipo di slancio a sostegno delle persone discriminate.
#DirittiDemocratici è un documento politico che vuole riaccendere il dibattito dentro e fuori il PD su questi temi facendo si che si apra una discussione e si dia il via ad un processo bottom/up (dal basso verso l'altro) che partendo dalla società civile e dai circoli arrivi ad influenzare tramite l'Assemblea Nazionale del Partito Democratico non solo la Direzione PD e la Segreteria ma anche il Segretario e Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Quello che chiediamo è semplice:
• una legge seria che contrasti le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere che sia finalmente al pari con le direttive europee e le legislazioni più avanzate in merito;
• l'approvazione delle unioni civili con stepchild adoption in attesa di una riforma completa del diritto di famiglia con l'approvazione del matrimonio egualitario come successo negli altri Paesi europei;
• ripensare la scuola come laboratorio della diversità attraverso la reintroduzione dell'insegnamento dell'educazione civica con l'aggiunta di corsi di educazione alla sessualità e all'affettività in modo da combattere i fenomeni crescenti di violenza di genere e omotransfobica;
• un impegno del Governo nel riformare le norme riguardanti l'adeguamento anagrafico per le persone transessuali e nel prevedere strategie specifiche per l'ingresso nel mondo del lavoro e il mantenimento dello stesso per le persone transgender;
• un PD che diventi attore non solo politico-istituzionale ma anche delle dinamiche sociali, capace di interloquire con le realtà associative e che ritorni ad essere il collante tra la società e le stanze del policy making, capace di trasformare le richieste in progettualità ed azione politica anche grazie al lavoro congiunto con le Istituzioni e gli uffici preposti (Dipartimento Pari Opportunità e UNAR);
• un impegno del PD ad essere più coraggioso su questi temi dichiarando che le battaglie per una società più giusta ed egualitaria devono essere la sfida del futuro prossimo e non più del futuro lontano e nebuloso che sembra essere più vicino solo in periodo elettorale.
Lo chiediamo perché siamo convinti che il PD lo debba fare dando prova di essere un partito progressista e socialista, nel senso europeo del termine, capace di adoperarsi per ricostruire lo stato sociale che da venti anni a questa parte non esiste più in questo Paese. Lo chiediamo perché viviamo una nazione che assiste quotidianamente all'aggravarsi di un'emergenza sociale che colpisce i più deboli, discriminandoli ed estromettendoli dal beneficiare dai diritti che spettano loro in quanto cittadini.
Nel 2014 la sfida dei Diritti Civili non è più qualcosa di lontano e irraggiungibile, ma qualcosa che in Italia è irrealizzato da troppo tempo. E' qualcosa che ci relega ad essere fanalino di coda nell'Unione europea, fermi almeno ad un decennio fa. Sui diritti civili, caro PD, inizia a fare il Partito non è solo il nostro slogan ma la profonda convinzione che in questo Paese una rivoluzione sociale e politica su questi temi può essere portata avanti solo dal nostro partito insieme con le altre forze politiche e sociali che si battono quotidianamente per questi temi.
Vogliamo una società che sia giusta, egualitaria e paritaria e ci batteremo per realizzarla. Quello che chiediamo ad ognuno di voi è di aderire a questo manifesto mandando una mail a diritti con il vostro nominativo, il circolo PD/GD di appartenenza e l'eventuale ruolo che ricoprite (accettiamo adesioni anche da singoli militanti ed elettori non tesserati così come dalle realtà politiche ed associative del mondo progressista – FGS, Federazione degli Studenti ecc ecc), di condividere e far conoscere #DirittiDemocratici ai vostri amici e di aprire una discussione in merito nei vostri circoli. Siamo convinti che tutti insieme potremmo cambiare questo Paese.

Gianmarco Capogna – Responsabile Diritti, Non Discriminazione e Uguaglianza GD Frosinone – Co-Autore del documento #DirittiDemocratici
Per semplificare la comunicazione del documento abbiamo realizzato anche delle slides riassuntive che potete tranquillamente scaricare da questo indirizzo web http://www.slideshare.net/darioballini1/dirittidemocratici-le-slide-del-documento

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Si evidenzia una bocciatura netta dell'operato politico della seconda repubblica

Primarie PDdi Roberto Giannetti - E' sicuramente apprezzabile il lavoro di ricerca fatto da C&LS sulle primarie dell'8 dicembre scorso per eleggere il segretario del PD.
Prima di esprimere una mia lettura circa i dati in esso riportati premetto che:
a) Ho votato alle primarie del pd, sono un iscritto con il rinnovo della tessera allo stesso partito ed ho votato per Gianni Cuperlo.
b) Ritenevo e ritengo ancora, anche dopo il buon esito della partecipazione avuta, che la scelta per il segretario del partito sarebbe dovuta essere fatta dagli iscritti, nella forma più aperta possibile ma sempre dagli iscritti del partito.
Entrando nell'analisi del voto: Il risultato sia del primo che del secondo turno, è apparso sin dall'inizio abbastanza scontato. In esso, va evidenziato che nel corso della campagna elettorale, il dato è stato caratterizzato da un forte e lungo intervento dei media spostando l'attenzione dei cittadini più per la scelta sul futuro premier che per la elezione del segretario del PD.
I risultati della ricerca esposti nelle varie tabelle, confermano che da parte dell'elettorato c'è stata una grande volontà per il cambiamento a tutti i costi penalizzando un confronto più generoso e aperto sui contenuti.
D'altra parte questa volontà di rinnovamento, era già stata espressa nell'ultima tornata elettorale in quanto il PD e la coalizione di centrosinistra sono riusciti a portare in parlamento, una notevole quantità di giovani già con una buona percentuale di donne.
Ritengo poco significativo il mix delle percentuali riportato nei vari profili, anche apprezzando molto il lavoro di dettaglio svolto, in quanto gli scostamenti fra loro sono minimi e non mi sembra che nei dati appaiono forti tendenze da rilevare.
Mi trovo d'accordo con il giudizio riportato da parte dei votanti sul governo, che fa pendere la bilancia a favore di esso di pochi punti ,52 a 48,
mi auguro però che Renzi, oggi segretario del PD, partito più grande del centrosinistra italiano e partito di maggioranza relativa sia in parlamento che nel governo attuale, sappia valorizzare il risultato straordinario riportato in suo favore.
Mi astengo oggi dal dare giudizi affrettati sul risultato che vede eletto Renzi a segretario e ancor più non mi sembra giusto un giudizio affrettato sul suo operato a solo dopo poche settimane di lavoro.
Il dato che mi ha sorpreso di più è stato quello di scoprire che la maggioranza dei votanti, cioè di quelli che hanno partecipato al voto determinando la suddetta volontà di cambiamento è fatta dalle persone dai 50 anni in su. (Tab n° 2. profilo sociopolitico: L'età)
Mi viene da pensare, e chiudo, che ancora una volta a partecipare in maggioranza sono gli ex giovani della prima repubblica mentre la percentuale di partecipazione ridotta da parte dei giovani di oggi, evidenzia una bocciatura netta dell'operato politico della seconda, a cui va tutto il demerito di aver allontanato gli stessi alla politica e quindi non aver saputo costruire una nuova classe dirigente.

13-01-2013

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