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Primo maggio 2019 per un'Europa sociale del lavoro

lavoro protesta disoccupazione h260 mindi Donato Galeone - La Giornata di Liberazione Nazionale – il 25 aprile dell'Italia – non è passata e non passa per la democrazia italiana, perché è anche giornata vicina al 1°Maggio dei Lavoratori.

E nel 2019 dovrebbero essere due giornate e due date per un “messaggio unitario impegnativo civile e politico” - verso la terza giornata del 26 maggio prossimo - per la “ricostruzione di una Europa dai volti diversi e da una identità plurale democratica”.

Una Europa che deve rispettare le culture europee per farle convivere nel segno della unificante solidarietà sociale - quali premesse fondanti del Trattato di Roma 1957 - nel convenire e praticare “una armonizzazione delle condizioni di vita e di lavoro”.

E il 27 marzo 2017 - sempre a Roma in Campidoglio e dopo 60 anni - i 27 Stati membri dell'Unione Europea dichiaravano che “ insieme siamo determinanti ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità, con una istituzione pubblica in grado di produrre un insieme di beni e servizi sociali fondamentale nel quadro di una economia solidale”.

Il 26 aprile 2019 – a Bruxelles – la Confederazione Europea Sindacale (CES) che rappresenta milioni di lavoratori europei, con CGILCISL-UIL, hanno richiamato il contesto storico europeo che ho appena sintetizzato e, pubblicamente, manifestato e dichiarato che “ oggi l'Europa politica, sociale e contrattuale è l'unico sbocco per orientare in senso progressivo le grandi transazioni in atto, per stabilizzare e pacificare il contesto internazionale, con il garantire alle persone che lavorano sia dignità che tutele e diritti”. “Certamente – hanno sottolineato i sindacati del lavoratori – vi è un cammino da fare: ripartire, con un percorso verso l'integrazione, da rinvigorire, partendo dalle elezioni europee del prossimo maggio 2019”.

Quale Europa

Un'Europa - si disse due anni fa in Campidoglio - che dovrebbe poggiare su quattro pilastri portanti la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, avviata nel 1957:
• un'Europa sicura, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, oltre che determinata nel combattere il terrorismo e la criminalità organizzata;
• un'Europa sostenibile, che generi crescita e occupazione attraverso investimenti;
• un'Europa sociale, che favorisca il progresso economico sociale e che tenga in conto la diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali, lottando contro la disoccupazione, le discriminazioni e le povertà;
• un'Europa forte e pacifica nel mondo, che tenda a promuovere con le diversità culturali, sia stabilità che prosperità, nel suo immediato vicinato ad Est e a Sud ma, anche, in Medio Oriente, in tutta l'Africa e nel mondo.

Una Europa sociale con crescita e lavoro

Sui quattro pilastri - peraltro già conosciuti - mirando verso la “inclusione sociale con la istruzione e la formazione migliore per un lavoro, preservando i patrimoni culturali e promuovendo i valori delle diversità” si deve ristrutturare e mettere a nuovo la costruzione della casa comune degli europei, anche, con l'impegno primario del Parlamento che rinnoveremo il 26 maggio 2019.
Una ristrutturazione necessaria e adeguata per rispondere - quale “Europa Sociale con crescita e Lavoro” - perché non può morire, anzi, deve “assolutamente curarsi ricostituendosi”.
Deve essere l'Europa che mette al centro il LAVORO, lo SVILUPPO, la OCCUPABILTA' e la SICUREZZA SOCIALE dei cittadini europei nella sua voluta casa comune.

Pur rilevando che l'Unione Europea ha garantito la pace alle tre ultime generazioni, riemergono e ritornano rigurgiti erronei di “nazionalismi” che vanno combattuti, con il superarli non solo nell'idea di isolamento comunitario dei cittadini ma, innanzitutto, nella concretezza giornaliera con la disponibilità di “fondi o ammortizzatori sociali straordinari” per fronteggiare la estesa disoccupazione e la occupazione giovanile nei tempi di “transizione” verso la domanda di collocamento a lavoro vero.

Ugualmente e ragionevolmente, peraltro, va respinto ogni attacco sia interno che esterno – propagandato anche in questi giorni – con eccessi non compiutamente lungimiranti verso “sovranità nazionali” profittando del disagio sociale diffuso tra le persone e individuando nell'Europa - strumentalmente - “tutto il malessere sociale” e ignorando - volutamente - ogni documentazione e osservazione decennale, su Italia fanalino sociale di coda in Europa, conosciute e rese pubbliche - dal 2008 al 2017 - anche da me richiamate, in sintesi due settimane fa su questo stesso giornale.

Roma, 29 aprile 2019

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

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Primo maggio a Isola del Liri

1Maggio IsoladelLiri 460 minLe storie del corteo del primo maggio a Isola del Liri*, raccolte opportunamente in questo volume a cura di Paolo Ceccano, compongono in realtà il quadro di un’unica grande storia. Ricca e contraddittoria, fatta di vittorie e di sconfitte, comunque indispensabile per comprendere il mondo di oggi. Senza di che è impossibile cambiare la dura realtà in cui viviamo, nella quale rischiano di essere travolte le persone - uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti - che per vivere devono lavorare. Se non sai da dove vieni, è difficile imboccare la giusta via verso il futuro. E comunque tagliare le proprie radici nella speranza di crescere meglio è solo un clamoroso qui pro quo, se non «il gesto inutile di un idiota», come avevano preconizzato François Mitterrand ed Enrico Berlinguer.

 

Questo è un libro utile e necessario, che in me ha suscitato emozione e di cui consiglio la diffusione e la lettura. Isola del Liri e il primo maggio sono infatti il luogo e la data dove confluiscono e si mescolano tante vicende della storia lunga, tormentata e difficile, ma proprio per questo tanto più esaltante, della liberazione del lavoro. Una storia che non è finita, sebbene la prospettiva appaia quanto mai incerta in questa fase del capitalismo globale digitalizzato.

 

Ma non è vero che viviamo in un mondo governato da leggi “oggettive”, addirittura naturali e quindi immutabili, dal quale non si può uscire. Secondo Margaret Thatcher e i suoi epigoni non c’è alternativa («There is no alternative»), se non quella di soccombere di fronte alla dittatura del capitale, promossa dalla gentile signora e da Ronald Reagan sotto le bandiere del liberismo dilagante. E siccome in questa visione la società non esiste, ma a detta della medesima gentile signora esistono solo individui, con un formidabile testacoda del pensiero, negando la divisione della società in classi, si giunge alla negazione dell’esistenza stessa del capitale nella fase della sua dittatura generalizzata e illiberale.

 

Per poter agire con efficacia nel presente è dunque indispensabile liberarsi di ogni ciarpame e falsificazione del liberismo, arrabbiato o mite che sia. E avere ben chiaro che il capitale non è semplicemente una cosa, un accumulo di mezzi finanziari, magari occultati in un ben protetto paradiso fiscale nel cuore dell’Europa. E neanche un insieme di strumenti di produzione e di comunicazione. Non è oggi un algoritmo, e tanto meno il cosiddetto capitale umano, vale a dire le persone in carne ed ossa che lavorano per generare un profitto a vantaggio di chi detiene gli strumenti di lavoro. Il capitale è diventato talmente dominante che nel suo linguaggio persino la forza-lavoro, fisica e intellettuale, contenuta in ogni corpo umano viene denominata capitale.

 

Ma al di là delle denominazioni - industriale, finanziario, bancario, digitale, fisico, umano, fisso, mobile, ecc. ecc. - il capitale, come ci ricorda Karl Marx, è prima di tutto un rapporto sociale, ossia un rapporto tra gli esseri umani mediato dalle cose, da un enorme accumulo di merci. In cui una parte - minoritaria - detiene i mezzi di produzione e di comunicazione, culturali e finanziari, indispensabili per ingaggiare la forza-lavoro umana al fine di ottenere un profitto. E un’altra parte - di gran lunga maggioritaria - non disponendo di null’altro se non delle capacità individuali, intellettuali e fisiche, vende la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Quindi, come tutte le relazioni umane, anche il capitale ha un inizio e una fine. In ogni caso la storia ci dice che si tratta di un rapporto sociale non cristallizzato in una forma immutabile bensì in continuo movimento e sempre in evoluzione, per effetto dello sviluppo delle forze produttive, del progredire della scienza e della tecnica, dei rapporti di forza tra le classi. Non solo sul terreno sindacale ma anche sul terreno politico.

 

Dalle pagine di questo libro emerge con chiarezza che il primo maggio a Isola del Liri come punto di raccolta della classe lavoratrice e operaia dell’intero comprensorio di Sora ne è la conferma e la dimostrazione evidente. A cominciare dalla industrializzazione dell’Ottocento intorno alle cartiere e ai lanifici, che per l’epoca hanno fatto di questa straordinaria cittadina un centro industriale di notevole rilievo già prima dell’unità d’Italia, si percorrono qui, nella media valle del Liri in bilico tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, tutte le tappe della formazione di una combattiva e solidale classe operaia. Fino alla crisi industriale del nostro tempo e alla sua estinzione.

 

Nel 1852 si ha un primo significativo episodio di luddismo, quando gli operai scaraventano nel fiume una macchina che avrebbe espulso soprattutto manodopera femminile addetta ai telai. Si fa fatica a configurare il conflitto di classe, individuando nella macchina, ossia nell’oggetto inanimato e non nel soggetto, ossia nel padrone ben vivo che la usa per ridurre salari e occupazione, la causa dello sfruttamento. In quello stesso anno, con il Manifesto degli oppressi lavorieri di Arpino, comincia tuttavia a farsi strada una prima forma di coscienza di classe.

 

Gli echi della rivoluzionaria analisi di classe proposta dal Manifesto di Marx ed Engels nel 1848 arriveranno nella nostra penisola molto più tardi. A Isola del Liri nel 1863 viene fondata la Società operaia di mutuo soccorso. Dalla carità al mutualismo e alla solidarietà il passo avanti è notevole e si compie sotto l’influenza delle idee di Mazzini e Garibaldi. Fino al significativo punto di approdo rappresentato dalla formazione della Camera del lavoro, istituita agli inizi del Novecento.

 

Al di là degli sprazzi di luce che la illuminano nelle pagine che seguono, sarebbe di grande interesse una ricostruzione sistematica della storia del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in provincia di Frosinone e in tutto il basso Lazio. L’Università di Cassino e anche i sindacati potrebbero aiutare. Se i giovani e le ragazze, a cominciare dalla scuola, conoscessero le lotte e i sacrifici delle generazioni che li hanno preceduti per la conquista del lavoro e della libertà, dei diritti e della dignità, fino alla conquista storica della Costituzione e oltre, sarebbero più sicuri del loro avvenire. E potrebbero attrezzarsi per disporre degli strumenti culturali e politici adatti a cambiare lo stato delle cose presente.

 

Dai primi albori del Partito socialista segnati dalla strage di Bava Beccaris nel 1898 al decennio giolittiano con la nascita della Cgil nel 1906, e poi al fascismo che cresce sulle macerie del movimento operaio e dei lavoratori, e distrugge le libertà sindacali e politiche annegando il primo maggio nella ricorrenza per il natale di Roma, il cammino per la rinascita e per nuove, più avanzate conquiste è stato lungo. Ricomincia nel 1943 con gli scioperi alla Fiat di Torino e con la guerra partigiana di liberazione. Nel 1944 rinasce il sindacato unitario Cgil e rinascono dopo la clandestinità i partiti antifascisti, che approvano la Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro quando il Pci era già stato escluso dal governo, dopo il viaggio di De Gasperi negli Usa.

 

Si fa sentire la «guerra fredda» e con essa la rottura del sindacato unitario: si costituisce la Cisl insieme ad altre sigle sindacali. Ma in pari tempo non cessano le lotte operaie e popolari per l’attuazione dei diritti costituzionali e gli scioperi al rovescio per il lavoro. Il «biennio rosso» del 1968-69 si conclude con grandi conquiste costituzionali, civili e sociali, che culminano con lo Statuto dei diritti dei lavoratori nel 1970. Poi la controffensiva e la vittoria planetaria del capitale. Finisce il Novecento e sul fronte orientale crolla il modello sovietico mentre sul fronte occidentale il modello socialdemocratico, convertito al pensiero liberale, diventa organico al sistema dominante e fornisce pezzi di ricambio al capitale.

 

Siamo arrivati ai nostri giorni e in Italia vengono messe in discussione le fondamentali conquiste del lavoro, vale a dire le basi stesse della nostra democrazia. La nuova destra del dopo Berlusconi individua nei migranti il nemico da battere alimentando una distruttiva guerra tra poveri, ma il bersaglio grosso è la Costituzione. Nel libro si ricordano i fatti di Isola del Liri del 17 febbraio 1949, quando carabinieri e poliziotti, in assetto di guerra e armati fino ai denti, danno l’assalto allo stabilimento delle Cartiere Meridionali occupato dagli operai per evitare 250 licenziamenti e aprono il fuoco. Si contano 38 feriti di cui 7 gravi. Non ci sono stati morti per puro caso, al contrario di quanto è accaduto in altre città d’Italia. Erano gli anni in cui il ministro degli Interni Mario Scelba dichiarava che la Costituzione «è una trappola».

 

In realtà, la nostra Carta fondamentale, su cui si regge il patto tra gli italiani, è sempre stata un terreno di lotta. E lo è maggiormente oggi, in presenza di una rivoluzione tecnica e scientifica fondata sul digitale, che consentirebbe di accrescere il benessere di tutti ridefinendo i principi di libertà e uguaglianza attraverso la tutela del lavoro e dell’ambiente. Invece di usare scienza e tecnica per concentrare ricchezza e proprietà a vantaggio di pochi. La Costituzione antifascista, entrata in vigore nel 1948, non è la codificazione di un regime retrogrado da abbattere, al contrario è un progetto di più alta civiltà che guarda al futuro, aperto all’affermazione di nuovi diritti a vantaggio soprattutto delle generazioni che verranno. Come emerge con chiarezza dall’articolo tre (seconda parte), che sancisce l’uguaglianza sostanziale ben oltre le cosiddette pari opportunità.

 

Emblematico è il caso del diritto alla conoscenza reso possibile da Internet, che però resta vano se la condizione materiale e culturale dei soggetti crea discriminazioni ed esclusioni. Ecco perché a mio parere il primo maggio, ancora ben presente nell’immaginario di Isola del Liri - come del resto questo volume testimonia - e inteso come simbolo delle storiche conquiste del lavoro, non è semplicemente un testamento culturale al quale guardare con devozione come a un santino. È invece il riferimento simbolico di un progetto di nuova società incarnato nella Costituzione. Di cui riappropriarsi liberandone tutte le potenzialità, e ricostruendo su questa base l’unità della classe lavoratrice del XXI secolo, di tutte le persone che per vivere devono lavorare.

 

La riconquistata unità d’azione tra Cgil, Cisl e Uil sulla base di un programma di rivendicazioni concordato e la dichiarata autonomia dal quadro politico sono fatti positivi, ai quali guardare con interesse e da agevolare. Ma non bastano. Non si può ignorare la contraddizione lacerante in cui vive il Paese, e che non può durare a lungo. Da una parte, la Costituzione che fonda sul lavoro (non sul capitale) la Repubblica democratica, e pertanto «tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», imponendo dei limiti all’iniziativa economica e alla proprietà privata e imbastendo una fitta trama di diritti sociali ben oltre la visione liberale dei diritti civili. Dall’altra, la sostanziale affermazione di un regime istituzionale monoclasse, che di fatto esclude le lavoratrici e lavoratori del nostro tempo dalla rappresentanza e dalla organizzazione politica.

 

È questo vuoto che bisogna colmare. E il primo, ma fondamentale, passo da compiere è impugnare con coraggio la bandiera della Costituzione come progetto del cambiamento. Innalziamola questa bandiera. Facciamolo già in questo primo maggio. Facciamo conoscere ovunque un progetto di cambiamento che rivoluziona lo stato di cose presente ponendo l’economia al servizio degli esseri umani, e non viceversa come oggi accade. Non per rinchiuderci nel recinto nazionale, e tanto meno per spezzare l’unità del Paese. Ma per portare in Europa i principi universali della nostra Carta.

 

Diciamolo con chiarezza ai nuovi proletari del nostro tempo: ai giovani, disoccupati e precari, lavoratori e poveri; alle donne oppresse da doppio e triplo lavoro e dalla mancanza di servizi; agli operatori della ricerca, della comunicazione e del pubblico impiego. A tutti coloro che in un modo o nell’altro, italiani e stranieri, sono sfruttati. Voi non dovete chiedere niente a nessuno. Tanto meno al politicante di turno, che calpesta regole e principi esponendo la politica al pubblico ludibrio. Voi siete i portatori di diritti che vi spettano. E dovete essere voi i protagonisti del cambiamento della politica per cambiare la società. Mettetevi insieme, associatevi liberamente. E lottate per un mondo nuovo in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti.
Buon primo maggio a tutte e a tutti. E buon lavoro!

 Paolo Ciofi

 https;//www.paolociofi.it

 

*Introduzione al libro dI Paolo Ceccano, IL primo maggio a sinistra del fiume. Storie del corteo di Isola del Liri

 

 

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Cgil: Per il Primo Maggio "un patto territoriale"

Cgil 4apr17da L'Inchiesta-quotidiano del 5 aprile 2016 (video) - «Questa è una provincia esplosa, con un tasso di disoccupazione che è il più alto del Lazio, dove i giovani prendono la valigia e vanno via, all'estero. Ultimamente è tornata di moda perfino l'Australia. E' una provincia stretta fra due emergenze: quella ambientale e quella della legalita»: sono parole dure quelle che scandisce Anselmo Briganti, segretario generale della Cgil di Frosinone e Latina, nel corso del convegno "No ai voucher, si alla solidarieta negli appalti" promosso dall'organizzazione sindacale ieri mattina nel salone della Provincia.
Di fronte ai relatori una platea di lavoratori e, soprattutto, lavoratrici del settore pulizie delle scuole. Una quantità di facce segnate da fatica pesante ma anche da precarieta e bassi salari se non, perfino, dai soprusi e dai ritardi infiniti nel pagamento delle magre buste paga. Un uditorio che applaude convinto quando la segretaria nazionale Filcams-Cgil, Elisa Camellini, denuncia l'insostenibile equiparazione tra appalti e corruzione perche la pubblica amministrazione «affida le gare a societa guidate da delinquenti e non provvede nè ai controlli e meno che mai alla risoluzione contrattuale».
E' Giovanni Gioia, segretario Filcams-Cgil di Frosinone e Latina, ad aprire i lavori soffermandosi sulla situazione della vertenza relativa all'appalto delle pulizie scolastiche e chiedendo un lavoro più equo e la responsabilita solidale della pubblica amministrazione nel caso in cui il privato sparisca o fallisca.

Un mondo di precari

La segretaria nazionale Camellini ha parlato di «un mondo precario. I lavoratori in appalto della Filcams sono tanti, in particolare nel comparto dei servizi, e le difficolta enormi, soprattutto per la carenza di regole chiare e condivise. Il lavoro invisibile e quello degli addetti alle pulizie che garantiscono la salubrità di ambienti sensibili come quelli delle scuole o degli ospedali e delle sale operatorie, c'e la professionaliti delle lavoratrici delle mense che assicurano la giusta alimentazi one a bambini, anziani o ammalati. I lavoratori che operano in appalto sono tanti e ricoprono ruoli e incarichi strategici per la società. Avviene sulla scorta della tendenza ad esternalizzare i servizi sia nel privato che nel pubblico. Tant'è vero che da invisibili diventiamo visibili solo quando scioperiamo. Allora ci viene contestato che non possiamo bloccare servizi pubblici essenziali. Ma, o lo siamo sempre visibili, anche quando parliamo di diritti e di garanzie, o non lo siamo mai».
La segretaria nazionale denuncia una «mancanza di trasparenza determinata in parte da una giungla di leggi e regolamentazioni nelle diverse fasi di gara, e dal mancato rispetto delle clausole sociali contenute nelle norme contrattuali nel cambio appalto, violando la tutela occupazionale».

Vittorio Pezzotti, segretario generale della Filcams di Roma e del Lazio, ha denunciato l'imprinting elettoralistico riconoscibile negli annunci che stanno venendo sia dal governo nazionale - come sulla revisione dei ticket da parte del ministro alla Salute Lorenzin - sia da quello regionale, con le assunzioni che deriverebbero dall'uscita dal commissariamento della Sanita. Accuse al governo per le analisi trionfalistiche sui dati Istat sul lavoro: «Vero che come dati sull' occupabilita siamo tomati al 2004 - ha spiegato - ma allora l'80% dei contratti era a tempo indeterminato e c'era anche l'articolo 18. Adesso la stesse percentuali vengono raggiunte coi contratti a tempo de-terminato e col precariato, senza articolo 18». Pezzotti ha invocato un ritomo sulla scena a pieno titolo della politica ed ha additato il rischio del leaderismo che si può riscontrare nei successi del trumpismo come del lepenismo, nelle istanze di Salvini come nel consenso crescente di Grillo. «Ad esempio dai Cinquestelle non siamo riusciti a capire quale vision abbiamo sul mondo del lavoro. La verità è, probabilmente, quella profilata a suo tempo da Epifani sul rischio di un diciannovismo di ritorno».

Basta con gli appalti di esternalizzazioni

Elisabetta Piccolotti, della segreteria nazionale di Sinistra Italiana, giunta in sostituzione del segretario nazionale Nicola Fratoianni trattenuto in Puglia per le evoluzioni sul contestato gasdotto, ha insistito sui dati occupazionali: «In realta - ha spiegato - leggendo le tabelle si scopre che all'aumento dei giovani occupati di 68mila unità fa riscontro un aumento anche degli inattivi, dei ragazzi che non cercano più il lavoro e sono esattamente 68mila. Quindi siamo a cifre a saldo zero». Quanto alla sinista «bisogna costruire un luogo di programmazione vero e non un pronto soccorso politico. La Sinistra ha un senso se si rapporta con le cose. Nella Pubblica Amministrazione, ad esempio, noi chiediamo meno appalti e piu assunzioni. Perchè l'Italia con i suoi 3 milioni di dipendenti pubblici è uno dei Paesi che ne ha meno in Europa e il blocco delle assunzioni finisce per creare invecchiamento ed inefficienze».
Camellini ha spiegato che il sindacato non certo contrario all'internalizzazione ma a patto the riguardi tutti i lavoratori interessati e non i soli servizi: «Perchè internalizzare significa che l'amministrazione si fa da sola certe cose. Il mio compito e invece di tutelare tutti i lavoratori e non solo alcuni, i piu fortunati che eventualmente verrebbero assunti. Quindi noi siamo disposti a confrontarci su un nuovo modello che metta in discussione l'estemalizzazione e l'avanzamento del privato anche nel pubblico. Ma nel progetto vanno contemplati, lo ripeto, tutti i lavoratori».
Anselmo Briganti, dopo l'accenno alla campagna referendaria, con l'appuntamento di Roma davanti a Montecitorio il 16 aprile, a partire della 14.30, in occasione della discussione alla Camera per la conversione in legge del decreto del Governo che abroga l'istituto dei voucher, si è soffermato sulla situazione economica della provincia di Frosinone. «Bisogna capire come fare a coprire l'esigenza di lavoratori che già da tempo sono rimasti senza ammortizzatori sociali, soprattutto nella parte nord della provincia. Ci sono Comuni in difficoltàa che non possono certo far fronte a questa emergenza occupazionale e siamo molto critici con la Regione Lazio per una situazione che nessuno affronta. Quanto all'area di crisi complessa, ad esempio, se finirà con l'essere gestita da Invitalia è chiaro che sara affidata a chi non conosce il tenitorio e le sue esigenze. Anche per la legge sui parchi non si riesce a fare granchè forse perche i cacciatori sono piu forti del milione e passa dei residenti. Grazie al patrimonio naturale e ambientale tante persone potrebbero trovare un'occupazione».

La crisi avanza e la Regione scappa. Ora un patto territoriale

Briganti ha annunciato che l'ufficio studi della Cgil sta analizzando la situazione delle 14 aree di crisi complessa, quindi incluso il sistema lavoro Frosinone/Anagni: «C'e la necessità di realizzare un patto generazionale e territoriale. Noi siamo disponibili a metterlo in atto. Perchè dobbiamo costruire le condizioni di una nuova crescita».
Il segretario Cgil Frosinone/Latina ha ricordato i punti di forza del manifatturiero, sottolineando come FCA continui ad assumere con contratti interinali: «C'è un partito che mi risulta avere buoni rapporti con Marchionne - ha chiosato alludendo al Pd di Renzi - allora perche non chiamiamo FCA a discutere anche di queste cose? A Colleferro abbiamo Gaia che aveva 1300 dipendenti e adesso ne ha 400: anche sul ciclo dei rifiuti bisogna discutere, anche in questo settore si può creare occupazione. Ma perchè la Regione scappa? Perche scappa anche l'assessore che pure è di questo territorio - si a chiesto polemicamente riferendosi a Buschini - ? Molta occupazione può venire dall'ambiente, dal contratto di fiume come per il Sacco».
Briganti ha parlato del "patto" con l'obiettivo di mettere in piedi un progetto forte: «Ci sono i lavoratori dal 55 al 60 anni the devono essere accompagnati alla pensione, c'è tanta gente vicina alla povertà the bisogna aiutare: insomma il nostro Primo Maggio ad Isola del Lin sarà fortemente segnato da questa urgenza. In questa sala vedo i lavoratori di Vertenza Frusinate, gente che sta soffrendo». In platea Gino Rossi, Tiziano Ziroli e Ignazio Mazzoli attendevano queste parole dopo mesi di incomprensione anche con la Cgil. E alla fine Briganti le pronuncia: «Questi lavoratori vanno riportati dentro l'azione sindacale perche è giusto che le loro istanze abbiano sbocchi sindacali». Brutta notizia per la giunta regionale e per il presidente Zingaretti. Che, probabilmente, sull'isolamento di Rossi e amici hanno contato per mettere la sordina ad un vasto malcontento.

 

Le dichiarazioni integrali di Anselmo Briganti

 

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Primo Maggio a Ceccano

1maggio Ceccano 350 260di Adiano Papetti - Si è svolta oggi 1 maggio, presso il Piazzale Bachelet, una toccante e riflessiva commemorazione ai caduti sul lavoro, organizzata dall'Associazione A.N.P.I. di Ceccano.
Presenti erano i tre ex sindaci Loffredi, Cerroni e Ciotoli, il consigliere Compagnoni, membri dell'Associazione Culturale Pequod, membri del Comitato Promotore Vertenza Frusinate ( che un lavoro lo stanno rivendicando non con poche fatiche ed ostacoli).
Inoltre tra i partecipanti c'era anche qualche vecchio lavoratore, ormai in pensione, magari con il bastone e le rughe sul volto, segnato da più di qualche fatica che con il tempo ha potuto accumulare, c'era qualche giovane, con la speranza e la forza che un lavoro si possa avere e si possa difendere, e anche qualche bambino che giustamente non può ancora sapere e comprendere quale sarà il suo domani.

Lavorare per vivere, ma non bisogna morire per lavorare

Perché oltre a commemorare si è parlato di una cosa, che va al di là delle ideologie politiche, perché i lavoratori non hanno nessun colore, e va oltre i dati anagrafici, perché i lavoratori non hanno età, cioè del fatto che il lavoro sia necessario ieri come oggi nel legame tra uomo e società, che l'uomo ha bisogno di lavorare per vivere ma che non bisogna morire per lavorare.
Per non contare le malattie di vario genere che le persone risentiranno con gli anni o in breve tempo, causate dalle scarse condizioni igienico - sanitarie in determinati ambienti lavorativi dove i dipendenti sono costretti a lavorare, soltanto l'anno scorso sono morte circa 1500 persone sui posti di lavoro, ben 4 persone al giorno per le cause che sono le stesse di cento anni fa, ovvero: scarse protezioni, inadeguatezze strutturali, disattenzioni tecniche e stanchezza dovute all'eccessivo carico lavorativo.
Questo succede perché spesso lo Stato e i datori di lavoro preferiscono investire il loro capitale in altre forme di economia e non sulla sicurezze e le prevenzione, vedendo queste cose come un costo, un onere da sostenere e non come una forma di investimento.
Bisogna stare lontani dai semplici appelli di cordoglio che siamo ormai tristemente abituati a sentire a tragedia ormai consumata, ma bisogna lottare tutti assieme che ciò non accada, e che il lavoro torni ad essere il perno di questa società.

 
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Alla vigilia del Primo maggio 2016

1maggio15 isolaliri 350 260Donato Galeone* - Ricevo e leggo due comunicazioni per il 1° maggio 2016 che si festeggerà a Isola del Liri col segno di” PIU' VALORE AL LAVORO”. Sia la prima della CGIL-CISL-UIL che la seconda comunicazione della CISL annunciano il “programma” della manifestazione e invitano a partecipare.

La CISL integra e comunica a tutta l'Organizzazione Sindacale - dalla dirigenza nazionale e regionale ai rappresentanti nei luoghi di lavoro - le articolate iniziative programmate che si svolgeranno con il “corteo” inizio dalle ore 9.00 e dalle ore 17.00 con il “concertone” che durerà fino a tarda notte.

E il Segretario della CISL, Pietro Maceroni - aggiunge nella seconda comunicazione - entrando nel merito della crisi economica che sta privando le persone di una vita dignitosa che “ più valore al lavoro non deve essere uno slogan ma un obiettivo da raggiungere, per continuare a credere nel valore del 1° maggio, per avere fiducia e impegnarsi ogni giorno in una Provincia che deve continuare a dare futuro alle persone”.

Penso subito che è interessante richiamare in questo primo maggio 2016 - quale messaggio universale - l'affermazione dell'operaio e prete Giovanni Paolo II che, a 100 anni della Rerum Novarum, scriveva che: “ il lavoro è la dimensione fondamentale dell'uomo sulla terra e come tale esprime la sua stessa essenza”.

I valori del lavoro

Se è o dovrebbe essere questo il significato umano del lavoro, quale fulcro della vita di ogni essere umano, sia per se stesso che per la società in cui vive, sappiamo anche che avere un lavoro è indispensabile per la vita e la sopravvivenza della persona giorno dopo giorno. E i giovani che quasi da due generazioni non trovano un regolare lavoro subiscono emarginazioni che sono gravissime per la loro personalità e per la loro partecipazione sociale attiva mentre le persone che perdono il lavoro provano sentimenti simili del lutto famigliare per la perdita di una persona cara.

E' dimostrato, non da oggi, che la disoccupazione incide notevolmente sullo stato di salute delle persone e favorisce o aggrava l'insorgere di disturbi di vario genere che sono non solo costosi per la società ma spingono - se non affrontati subito e concretamente - verso un circolo vizioso di isolamento e perdita di speranza che, peraltro, privata di un “reddito minimo di inclusione sociale ” quella persona si sente collocata al punto più basso della scala sociale e nella comunità in cui vive.

Ed ecco interessante anche il sostegno dei Vescovi italiani col recente appello CEI per il 1°maggio 2016 sulla “necessità di uno strumento di contrasto alla povertà che poggi su basi universalistiche e supporti le persone che hanno perso il lavoro, sopratutto gli adulti tra i 40 e 60 anni che non riescono a trovare una ricollocazione”.

Questi richiami di circostanza alla vigilia del 1° maggio 2016 non sono una novità ma dovrebbero indurci a riflettere - a mio avviso - sul come, negli ultimi decenni, il “LAVORO” è apparso più quale “mezzo di sopravvivenza” o come “costo” e non come “diritto o dovere” di una repubblica italiana fondata sul lavoro.

Si continua a dire e si ritiene - nel XXI secolo - che la “centralità” nel mondo industrializzato e globalizzato non è più il “LAVORO” ma il “mercato, il denaro e l'organizzazione tecnologicamente avanzata dell'impresa” - in quanto - il lavoro industrializzato richiede, comunque, un capitale e il denaro sia per acquistare sul mercato i mezzi di produzione e le materie prime e sia .- quale ricavo in denaro su altro mercato - per la vendita delle merci trasformate nel processo produttivo organizzato nella fabbrica entro cui entrava, già nel 1865 ed entra anche oggi, la “merce lavoro” pur in presenza - negli ultimi 150 anni - delle nuove forme di lavoro acquisite non più chiamate “forza lavoro” ma ”risorse umane” in “flessibilità e precarietà” o in “lavoro flessibile e precario” e col Jobs Act a “tutele crescenti”.

Queste nuove forme di lavoro nei piani di investimento produttivo sono e saranno sempre più variabili dipendenti delle “tecnologie produttive” e il lavoro rappresenta e sarà valutato un rozzo “costo” quale componente del conto economico d'impresa.

Costo umano indifferenziato di oggetto che è un qualcosa da limitare o ridurre in “disoccupazione tecnologica” che non è stato neppure una novità di cambiamento già avvenuto nella terza industrializzazione moderna e fino alla metà del secolo scorso.

“Quarta rivoluzione industriale”. Quali conseguenze?

E' la previsione di una “quarta rivoluzione industriale” dalle possibili conseguenze future del lavoro che potrebbero derivare dalla più estesa applicazione ai processi produttivi delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni con il lavoro e la sua natura che subirebbero un cambiamento epocale come già avvenuto in altre fasi storiche: dalla fine del lavoro schiavistico e servile al drastico lavoro e alla fatica ridotta, con la meccanizzazione, in agricoltura e nell'artigianato.

E sembra già avviato il passaggio - dalla terza alla quarta rivoluzione del lavoro salariato - nei comparti manifatturieri e nei servizi, nonché, del lavoro professionale retribuito in un ampio settore del sapere, da rappresentare sindacalmente e contrattare, nel suo giusto “valore” e nelle diverse forme ed articolazioni – perchè – essendo “lavoro di persone” è anche ricchezza per la società, non può e non deve ridursi, meccanicamente e unicamente, a profittevole costo nel conto economico dell'impresa produttiva di beni e servizi.
Ed ecco giunto l'autorevole appello di Papa Francesco all'ultimo meeting annuale dei leaders mondiali riuniti a Davos (Svizzera) dal tema su come “padroneggiare la quarta rivoluzione industriale”. Papa Francesco così scrive nel suo messaggio: “gli effetti della robotica e delle innovazioni scientifiche non conducano alla distruzione della persona umana a essere rimpiazzata da una macchina senz'anima o alla trasformazione del nostro pianeta in un giardino vuoto per il diletto di pochi scelti ma è l'essere umano che deve guidare lo sviluppo tecnologico, senza lasciarsi dominare da esso. La tecnologia serva a sviluppo, lavoro e natura”.
Si tratta, quindi, con il 1° maggio 2016 a Isola del Liri di esaltare ed elevare a dignità il “valore personale del lavoro” e, insieme, del lavoro differenziato, specializzato e organizzato anche nella forma cooperativistica che è la tipologia di valore che la nostra costituzione repubblicana riconosce quale grande “capitale sociale” oltre che economico che può esprimersi nel lavoro.
Appare evidente - a mio avviso - ma va ribadito anche in questo 1° maggio 2016 che le organizzazioni sindacali della CGIL-CISL-UIL nell'essere già rappresentanza unitaria per dare “PIU' VALORE AL LAVORO” con la contrattazione delle condizioni di lavoro presenti e future degli occupati sono, per loro stessa natura e finalità, altrettanto solidali nella guida delle migliaia di lavoratori disoccupati e liberamente organizzati anche in comitati locali, con i propri Sindaci e Presidenza dell'Amministrazione Provinciale, già riconosciuti e rappresentati nel rilanciato Comitato per il Lavoro e lo Sviluppo Economico e, per la reindustrializzazione annunciata, mediante il Consorzio per l'Area Industriale della Provincia di Frosinone.
(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Roma 23 aprile 2016

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Il primo maggio di Giorgio e Francesco

  • Pubblicato in Corsivi

Il primo maggio di Giorgio e Francesco

Celebrando la festa del lavoratori, Napolitano ha dichiarato che «è un dovere politico e morale concentrarsi sulle questioni del lavoro». Già, ma da quale punto di vista? Del salario, o del profitto? Essendo il garante della Costituzione, il presidente avrebbe dovuto dire chiaro e tondo che il lavoro, prima di tutto, è un diritto. Articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto». Il papa, cui non compete l’obbligo di vigilare sull’applicazione della Costituzione, ha affermato che una società senza lavoro è ingiusta. E che una società giusta non può essere fondata su una concezione «che cerca il profitto egoista». Chi ha ragione? E dov’è la sinistra? Fate voi. Noi avremmo preferito che Giorgio avesse pronunciato le parole di Francesco.

nuvola rossa

fonte paolociofi.it

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Il Primo Maggio 2015 a Isola del Liri

cgil cisl uil Fr 350 260di Donato Galeone* - Il primo maggio a Isola del Liri, con mia moglie, incontro Rodolfo Damiani e ci informa che il corteo è di ritorno.
Rodolfo inizia a ricordare i suoi 40 anni della stessa giornata - Festa del Lavoro - a Isola del Liri sin dal 1975 e ci richiama e richiamiamo avvenimenti sindacali passati evidenziando perplessità e coraggio per il futuro.
Ci salutiamo e mi regala, firmata, una non recente quanto antica cartolina "Saluti da ISOLA del LIRI" con panoroma del piccolo paese circondato dal fiume e foto in bianco-nero della cascata verticale e del lanificio Ippolito Pisani, antico simbolo della industria tessile e cartatecnica alimentata dall'energia idroelettrica ottocentesca.
E' stato per me un gradito ricordo di Isola del Liri a distanza di oltre 40 anni – indimenticabili – perchè con Gianfranco Casali, nostro delegato di zona Cisl, proponemmo a CGIL e UIL che il 1° Maggio - Festa Del Lavoro – doveva festeggiarsi unitariamente tra CGIL-CISL-UIL, con saluto ai lavoratori del Sindaco e l'invito alle rappresentanze politiche e istituzionali, così come numerosa è stata anche la partecipazione - nel 2015 – che abbiamo osservato con il mio caro amico direttore del giornale on-line www.unoetre.it Ignazio Mazzoli.

Oltre ai ricordi e agli ascolti di anziani e compagni di vissute azioni sindacali nella seconda metà del secolo scorso anche nella media valle ddel Liri - il 1° maggio del 2015 – ci ha detto che il "lavoro non ha fatto festa " perchè da sette anni - in crescendo - continua a imperversare il disagio sociale e le misure delle disuguaglianze nel mondo, in Europa e nel nostro Paese.D.Galeone 1

Gli annunci e le ambiguità internazionali ( Thomas Piketty con il "Capitale nel XXI secolo; il masimo esperto in materia di diseguaglianze Anthony Atkinson; il premio nobel Joseph Stiglitz, autore di "Il prezzo della disuguaglianza") verso le disuguaglianze che vanno riducendosi nel pianeta mondo (considerando il mondo come un'unica economia) può apparire anche possibile - tra i cittadini del mondo - una riduzione delle disuguaglianze ma in Europa e tra i 28 Paesi persistono declini socioeconomici e crescite interne disuguali - notevolmente differenziate - (Italia del Sud e Italia del Centronord) con milioni di esclusi disoccupati + inattivi + lavoro in nero.

Così in Paesi, come il Giappone, gli esclusi ufficiali dai processi produttivi sono il 9,6% in Grecia raggiungono il 36,6% e in Italia il 28,8% - quasi il doppio della Francia con il 14,9% - mentre Olanda, Regno Unito e Danimarca si fermano attorno al 13%, la Germania e Austria all'11%. E' riscontrabile, poi, che ogni crisi alimenta incontrollate – volute o meno - divaricazioni nella distribuzione delle ricchezze in funzione sociale. Si dovrebbe, invece, molto pensare e riflettere ancor di più in questo primo maggio 2015 che poiché "ricchezza e lavoro" dovrebbero andare insieme è necessario concentrarci sull'evoluzione professionalizzante certa del valore lavoro - nel XXI secolo - in ogni suo nuovo processo produttivo.

Così come ha annunciato la ex Fiat-FCA di Cassino tanto per l'indotto innovativo e non solo nel comparto metalmeccanico quanto per il chimico-farmaceutico e dell'informatica appplicata, già presente, da estendere da Cassino verso Anagni, lungo l'Autostrada Roma-Napoli, coinvolgendo la media Valle del Liri, con la ristrutturazione e conversione possibile dei tradizionali siti del tessile-abbigliamento e cartotecnica mediante investimenti certi e occupazione riqualificabile e quantificabile di giovani e meno giovani.

Queste a mio avviso – senza girare intorno inconcludentemente – dovrebbero essere le tematiche fondamentali territoriali - discutendo e definendo – mezzi e fini se disponibili su cui reimpiantare un diversificato rilancio produttivo con una programmata ripresa degli investimenti pubblici e privati, incentivanti lo sviluppo, già su aree in declino colpite dalla crisi ma in parte attrezzate, da adeguare in servizi consortili ASI alle imprese e sostenibili da valore umano di lavoro – con riqualificazione mirata alla occupazione vera - di migliaia di persone che attendono da 7 anni, partendo dai Comuni e convolgendo la Regione Lazio con CGIL-CISL-UIL in almeno tre aree della CIOCIARIA – capifila territoriale il Comune di Anagni; i Comuni di Sora-Isola del Liri e il Comune di Cassino-Piedimonte San Germano.

Il fallimentare consuntivo degli ultimi 7 anni di disagio e di esclusisone sociale - dal 2007 - in questo primo maggio 2015 ci ha dato - in Italia - meno momenti di festa e più momenti di sconforti dalla elencazione dei dati Istat sulla occupazione e disoccupazione, dei quali dati la prima - nel 2007 - con 23 milioni pari al 58,66% di occupati e 1,5 milioni di disoccupati pari al 6,17% per raggiungere a fine anno 2014 – anche con l'avvio del decreto Poletti-Renzi Jobs Act - la riduzione a 22,1 milioni pari al 55,50% di occupati e il raddoppio a 3,3 milioni di disoccupati pari al 13% nei primi due mesi del 2015 e quella giovanile salita al 43,1%.

La CGIL-CISL-UIL Ciociara, congiunta alla indignazione dei disoccupati di lunga durata, hanno evidenziato ancora una volta a Isola del Liri - anche dalle conclusioni del Segretaio Regionale CISL, Andrea Cuccello - il dramma umano e famigliare del disagio sociale in crescita che ha superato le indicazioni Istat nazionale e regionale, con il più alto indice - pari al 18,5% - tra le 5 Province del Lazio, con oltre 115.000 persone iscritte - che attendono lavoro - nei 4 Centri per l'Impiego della Provincia di Frosinone.

Ed ecco che con il 1°maggio 2015 - nel segno della SOLIDARIETA' - si è festeggiato il "LAVORO" con la CGIL-CISL-UIL sia in Italia che nella Provincia di Frosinone. Con il segno della SOLIDARIETA' - quindi - si è voluto richiamare anche a Isola del Liri ogni realtà territoriale e tutti - quali persone - all'impegno attivo nei mondi vitali locali mediante "aggregazione partecipata" con aperture verso azioni unitarie articolate e condivise - propositive - sia verso la Regione Lazio che il Governo per il "LAVORO" senza il quale tanto l'Italia quanto la Ciociaria non potranno riprendersi dal declino sociale crescente, disuguale e drammatico, cumulato negli ultimi decenni.
(*) ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Roma, 5 maggio 2015

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Corteo del Primo Maggio 2015 a Isola del Liri e appello dei disoccupati e precari

1maggio15 isolaliri 350 260(video) Il Primo Maggio 2015 organizzato da Cgil, Cisl e Uil a Isola Liri è importante perchè ha portato due novità: la prima è stata una evidente maggiore partecipazione al corteo e al comizio finale in piazza Boncompagni come non se ne vedeva da qualche tempo; la seconda è rappresentata dalla presenza, sul palco, di un rappresentante di tutti i disoccupati e precari della provincia di Frosinone che ha potuto prendere la parola e lanciare un appello alla società ciociara, alle istituzioni ed ai partiti sulla situazione allarmante di 115000 disoccupati nel frusinate, oltre un terzo di tutti quelli del Lazio, in un quadro nazionale in cui il lavoro in Italia, negli anni della crisi, paga il conto con una disoccupazione che è cresciuta del 108%, la disoccupazione giovanile nel Lazio meridionale è al 46% mentre quella nazionale al 42,6% e il tasso di disoccupazione generale è al 13%.
I disoccupati nel corteto, facilmente individuabili, dallo striscione che portavano, sono stati oggetto durante tutto il percorso di tanta attenzione dimostrata da voci di solidarietà e d'incoraggiamento con un invito continuo a resistere.

Il video del corteo e dell'appello di disoccupati e precari.

 

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Primo maggio oggi più amaro che mai

bandiera sel 350 260da Sinistra Ecologia Libertà Anagni - La festa dei lavoratori è una ricorrenza oggi più amara che mai. Il nostro pensiero va a quei lavoratori delle industrie locali vittime di una politica industriale meschina, asservita alle logiche di mercato che li ha resi orfani di un ruolo, di una funzione sociale essenziale, della dignità. Pensiamo ai lavoratori Videocon ad esempio, del cui sacrificio noi siamo figli grati. I diritti dei lavoratori, laddove il lavoro non è più un diritto ma un privilegio, laddove il lavoro non è più funzionale allo sviluppo sociale ma soltanto agli interessi di pochi, diventano scomodi, sfociano nell'obsolescenza in modo pericoloso. Non si può parlare di diritto al lavoro se non esiste una politica economica lungimirante che non tiene conto della necessità di sostenibilità. Non è il Jobs Act la panacea di tutti i mali. Il Jobs Act è una trappola. La soluzione è una rivoluzione culturale ed economica, appunto. E' per questo motivo che SEL Anagni vuole oggi volgere la sua attenzione ad una categoria specifica di lavoratori: quella del comparto scuola. Sono gli insegnanti ai quali affidiamo l'educazione dei nostri figli, sono loro a dover offrire loro un grande dono: quello dello spirito critico, quello del sapere per autodeterminarsi, per essere LIBERI! Sono loro che avranno il privilegio di formare le nuove classi dirigenti, quelle che dovranno pianificare ex novo la politica economica locale e globale. L'attacco sistematico alla scuola pubblica da parte del governo targato PD è voluto. E' un governo asservito alle lobby, ai poteri forti, quelli che necessitano di schiavi, non di persone libere. Agli insegnanti va il nostro appoggio incondizionato nella lotta perché la formazione delle nuove generazioni è nelle loro mani. Invece di ridurre le risorse alla scuola, come stabilito dall'ultimo Def presentato e approvato in Parlamento, si riducano all'osso le risorse militari: abbiamo bisogno di menti libere, di progresso, non di guerre. La buona scuola è soltanto uno spot elettorale. La VERA SCUOLA è quella più volte scesa in piazza inascoltata e che il 5 maggio protesterà ancora. Insegnanti e studenti, noi saremo al vostro fianco!
Viviana Cacciatori, coordinatrice circolo cittadino SEL

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Primo maggio? Senza lotta non c'è più festa

1maggio2015di Federica Staccone - Primo maggio, festa del lavoro. Sfortunatamente non ci sarà molto da festeggiare nel Bel Paese. I dati ufficiali parlano di una disoccupazione totale che supera il 12% e di un tasso di disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 40%*, senza contare il numero di aziende che chiudono ogni giorno ed i gesti estremi di chi vede nel suicidio l'unica via d'uscita.
L'OCSE ha previsto che per il nostro Paese si potrà iniziare a parlare di lenta ripresa solamente a partire da metà 2015, quando il PIL italiano dovrebbe tornare a crescere dello 0,2%, mentre per veder scendere il tasso di disoccupazione totale di alcuni punti decimali bisognerà attendere il 2016.
E' indubbio che anche l'Italia stia pagando le conseguenze della globalizzazione e della recente crisi economica; tuttavia, a queste cause si aggiungono la poca lungimiranza, la scarsa capacità di pensare a lungo termine e l'inadeguatezza nel creare occupazione da parte dei Governi che si sono susseguiti alla guida del nostro Paese.
Attualmente risulta fondamentale un cambiamento nelle modalità di gestione delle questioni legate al lavoro. Non è più possibile continuare a pensare che sia sufficiente intervenire con gli ammortizzatori sociali ogni qualvolta la situazione divenga irrecuperabile; queste forme di sostegno al reddito dei lavoratori possono essere utili ad alleviare il bisogno che si viene a creare nell'immediato, dopodiché serve altro per consentire ai disoccupati di ricollocarsi nel mondo del lavoro oppure di entrarvi per la prima volta.
Certamente, non è smantellando l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che si riusciranno a creare nuove opportunità di occupazione; i colpi inferti a questa storica tutela del lavoro appaiono piuttosto come un rischio di aumento dell'incertezza occupazionale.
Occorrerebbe insistere su aspetti tradizionalmente deboli nel nostro Paese come la riduzione del cuneo fiscale (vedremo a cosa porteranno le novità in materia introdotte lo scorso mese dall'attuale Governo). Sarebbe utile consentire una maggiore facilità di accesso al credito per le imprese, permettendo a molte di esse di tornare a respirare dopo un lungo periodo di apnea. Sarebbe opportuno aumentare la spesa pubblica in ricerca, sviluppo ed innovazione per evitare la cosiddetta "fuga dei cervelli" verso altri Paesi, mantenendo così quelle menti, con il loro bagaglio di conoscenza e competenza, in Italia. Bisognerebbe favorire l'aumento del tasso di occupazione femminile, potenziare i servizi per l' impiego che si occupano del collocamento, gestire in maniera migliore i fondi europei per creare nuove opportunità. Nel complesso, dunque, servirebbe una politica nazionale efficace, in grado di restituire competitività all'Italia in un'economia globalizzata e messa a dura prova dalla crisi economica.
Non festeggeranno questo primo maggio i disoccupati della cosiddetta "Vertenza Frusinate", una idea che punta ad unire tutti gli ex lavoratori di quelle aziende un tempo fiori all'occhiello della provincia di Frosinone (Marangoni, Videocon, Ilva, Michelangelo e altre). L'obbiettivo principale di questa iniziativa è quello di arrestare la deindustrializzazione che da anni sta investendo la nostra provincia, dando così una seconda possibilità al nostro territorio.
Parlando con questi disoccupati emerge chiaramente come non si sentano gratificati né valorizzati nel percepire quei sussidi frutto di una logica assistenzialista ormai logora; ciò che queste persone vogliono e meritano è la certezza del posto di lavoro: solo garantendo occupazione, coloro che governano possono dimostrare di riconoscere e rispettare la dignità di questi disoccupati, innanzitutto come persone, prima ancora che come lavoratori.
Questa giornata sarà per tutti loro l'ennesima occasione di lotta per tenere accesi i riflettori sui loro diritti, sulla loro condizione quotidiana di incertezza riguardo il proprio futuro e quello delle loro famiglie, sulla necessità di intervenire al più presto per trovare una soluzione di politica industriale efficace.
Non ci sarà molto per cui festeggiare neanche per quei giovani che non sono mai entrati nel mondo del lavoro e che vedono come unica via di uscita l'abbandono del nostro Paese, nella maggior parte dei casi in direzione Nord Europa. Rischiano di essere ricordati come la generazione con il trolley sempre pronto, in bilico tra il giudizio di chi li addita come codardi e chi li considera coraggiosi per lo stesso motivo, perché scelgono di andare via.

* Il lavoro negli anni della crisi: l'Italia paga il conto, la disoccupazione è cresciuta del 108%, la disoccupazione giovanile nel Lazio meridionale è al 46% quella nazionale al 42,6% e il tasso di disoccupazione generale è ormai al 13%

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