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Acciaierie d'Italia vuole aumentare i ritmi di produzione del carbon coke

ECOLOGIA-AMBIENTE

PeaceLink scrive al governo: "Inaccettabile, aumenteranno le emissioni cancerogene"

di Alessandro Marescotti
foto ilva con dedica 390 min(AGI) - Taranto, 6 dic. - Si riaccende lo scontro sull’Ilva di Taranto, ora Acciaierie d’Italia, a pochi giorni (il 13 dicembre) dal vertice convocato al Mise dal ministro Giancarlo Giorgetti con sindacati e azienda. Oggi l’associazione ambientalista Peacelink, molto attiva sul fronte dell’acciaieria, ha scritto al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, per opporsi alla richiesta inoltrata al ministero da Acciaierie d’Italia “volta a ottenere l'autorizzazione ad un maggior numero di sfornamenti di carbon coke dalle batterie attualmente in uso”. (AGI)
TA1/FLO

(AGI) - Taranto, 6 dic. - “E' una richiesta che ci ha lasciato allibiti - sostiene Alessandro Marescotti di Peacelink - in quanto è una evidente modifica peggiorativa dell'autorizzazione integrata ambientale dell'Ilva del 2012 che fissa a 24 ore il tempo di distillazione del coke. Acciaierie d'Italia chiede di essere autorizzata a ridurre i tempi di distillazione del carbon coke. Una riduzione dei tempi di distillazione porta necessariamente a far marciare più rapidamente i forni e questo provoca tecnicamente un incremento delle emissioni. Tale modifica richiesta da Acciaierie d'Italia - prosegue Peacelink - riguarda la cokeria, uno degli impianti più critici e inquinanti dello stabilimento Ilva, da cui fuoriescono sostanze notoriamente cancerogene come il benzene e gli idrocarburi policiclici aromatici”.

Peacelink sostiene che “nell’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2012 c'era una norma molto importante che, allungando il tempo di distillazione del coke a 24 ore, rallentava i ritmi di produzione della cokeria. Se venisse accettata la richiesta di Acciaierie d'Italia - si evidenzia - i ritmi di produzione ritornerebbero ad essere accelerati e le tre batterie della cokeria in funzione produrrebbero per quattro, aggirando il recente stop della batteria 12”. Inoltre, “riducendo le ore di cottura del coke, verrebbero aumentati gli sfornamenti e con essi le famigerate emissioni di sostanze cancerogene della cokeria”. Secondo Marescotti, “stiamo assistendo sbigottiti a questo tentativo di allentare i vincoli dell'Autorizzazione ambientale del 2012. L'ingresso dello Stato nell'azienda, così facendo, riduce le tutele ambientali invece di aumentarle, esponendo lavoratori e cittadini a ulteriori rischi sanitari inaccettabili”.

Pubblicato il 06/12/2021

 

 

 

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Produzione vaccini: quando sapremo tutta la verità?

SANITA' INCHIESTE LOFFREDI

"Circolano tante piccole notizie secondarie non rilevate, non approfondite e non raccordate mi inquietano, non mi convincono"

di Angelino Loffredi
Produzione vaccini 350 minQualche settimana fa il presidente Mario Draghi, utilizzando un Regolamento europeo, ha fermato la partenza verso l’Australia 250.000 dosi di vaccino AstraZeneca, prodotte in Italia. L’atto, giustamente, è stato pienamente condiviso dalla comunità nazionale. Per tale circostanza indirettamente abbiamo saputo, con una certa soddisfazione, che i vaccini vengono prodotti anche in Italia. Pur fra tante confuse e contraddittorie notizie ho letto che siti produttivi sono presenti a Pomezia ed Anagni. Sono notizie positive, tanto positive da meritare d’essere corredate di ulteriori importanti informazioni: piena conoscenza dei siti produttivi esistenti in tutta Italia, qualità del vaccino prodotto ( Pfizer, AstraZeneca, Moderna), quantità prodotta.

E’ troppo essere messi pienamente a conoscenza di tali notizie? Non credo. Dare la piena informazione è un dovere per chi ha responsabilità pubbliche ma anche per i media. Comunque così come ho fatto precedentemente https://www.unoetre.it/lavorosocieta/sanita/sanita-voci-dal-territorio/item/9465-vaccini-no-a-una-produzione-fai-da-te-delle-regioni.html seguiterò a individuare i limiti nella stessa e chiederla in modo esauriente.

Questa mattina abbiamo visto e letto con una impegnativa e giusta insistenza che ieri sera presso l’aeroporto di Pratica di Mare sono arrivati 685.000 dosi di vaccino Astrazeneca, che l’esercito distribuirà a tutte le Regioni italiane. Una notizia che ci da sollievo, positiva la quale purtroppo non è accompagnata da un’altra, forse secondaria ma utile per capire: da dove è arrivata ?
Confesso che tante piccole notizie secondarie non rilevate, non approfondite e non raccordate mi inquietano, non mi convincono.

E’ possibile che i tanti lettori e gli autori di questo giornale pongano più attenzione attorno a queste questioni e contribuiscano ad elevare la qualità dell’informazione? Me lo auguro, è senz’altro necessario.

Ceccano 9 Marzo 2021.

 

 

 

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UILTEC: un bioreattore per la produzione di vaccini nel Frusinate

UILTEC Frosinone. Sindacati

Il comparto farmaceutico della provincia ha il know-how e l’intelligenza produttiva

Mauro PiscitelliPISCITELLI (Uiltec Frosinone): “il distretto farmaceutico frusinate si candidi per la realizzazione di un bioreattore per la produzione di vaccini.
“Fondamentale anche vaccinare il personale per non mettere a rischio l’infialamento”
“Il comparto farmaceutico della provincia di Frosinone ha il know-how e l’intelligenza produttiva per candidarsi a realizzare ed ospitare sul proprio territorio un bioreattore per la produzione di vaccini. Ci auguriamo che lì dove verranno prese decisioni, ci sia qualcuno che faccia presente questa possibilità”. La proposta arriva dal Segretario Generale della UILTEC di Frosinone Mauro Piscitelli che, entrando nel dettaglio, spiega: “Oggi, grazie a Catalent di Anagni, l’industria farmaceutica della provincia di Frosinone si sta occupando dell’infialamento del vaccino anti-covid. È uno degli stabilimenti più attenzionati del mondo sul quale fanno affidamento Astrazeneca, Jhonson & Jhonson, e altri produttori. Servono bioreattori per la realizzazione dei vaccini e, a mio avviso, l’industria farmaceutica frusinate ha tutte le qualità per ospitarne uno. A quel punto si avrebbe un distretto farmaceutico vaccinale all’avanguardia per la realizzazione anche altre tipologie di vaccini contro virus che, secondo la scienza, inevitabilmente si svilupperanno anche in futuro e che l’umanità dovrà combattere”. Per il Segretario UILTEC occorre concertazione “tra il pubblico ed il privato, tra l’Italia e l’Unione Europea. La presenza di un bioreattore porterebbe, tra l’altro, l’aggiornamento culturale continuo di cui si ha bisogno per mantenere vivo il distretto di Frosinone”. Piscitelli ritiene anche indispensabile la vaccinazione dei lavoratori addetti alla messa a punto e alla produzione di vaccini: “E’ uno dei punti più importanti a cui dobbiamo dare risposta – sottolinea – sempre rispettando la volontà lavoratori. Occorre creare condizioni per la vaccinazione del personale. Non possiamo permetterci di rischiare che aziende importanti per l’umanità possano essere fermate da un focolaio. Vero che si tratta di industrie da sempre organizzate nel rispetto delle pratiche del distanziamento e di tutte le altre precauzioni, ma la prudenza non è mai troppa”.

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Vaccini: no a una produzione fai da te delle Regioni

 SANITA' e COVID

E’ dalla mancata consegna dei vaccini che nascono tentativi truffaldini: Solo autorizzazioni del Governo

di Angelino Loffredi
produz.vaccini 370 minLa Presidenza del professore Mario Draghi purtroppo non ha posto fine allo sport nazionale al quale si preferisce giocare: tutti contro tutti. Anche ora pur posti di fronte a gravi pericoli per cui tutti dovremmo avere un punto in comune e fare sistema: uniti contro la Pandemia.

Invece vedo i comuni contro le regioni, le regioni contro il governo e ministri contro ministri e a cascata le stesse divisioni anche fra l’opinione pubblica.
E’ vero che viviamo in un periodo in cui i problemi sorgono senza preavviso ed a volte vengono compiuti errori nel fronteggiarli adeguatamente ma quello che ritengo essere la questione delle questioni non mi sembra costituire il punto centrale dell’attenzione e della critica, mi riferisco al mancato rispetto degli accordi contrattuali riguardanti i tempi e la quantità delle forniture dei vaccini prodotti da Pfizer, AstraZenega e Moderna. Confesso, e me ne scuso, di avere perso il conto, considerati i continui annunci di rinvio. Potrei sbagliarmi ma ho l’impressione che alla data odierna sono arrivate solo la metà delle consegne previste.

I vaccini, attraverso contratti stipulati durante l’estate 2020, vengono acquistati in modo centralizzato dalla Ue. E’ una scelta che per vari motivi condivido. Il punto invece che intendo rilevare riguarda la debole risposta esternata per tali inadempienze da parte della Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, soggetto principale dell’accordo, ma stupisce anche il silenzio generalizzato delle forze nazionali ed europee.

Forse perché è un momento in cui, dopo il periodo dell’austerità, tutti si sono convertiti all’europeismo, anzi ad un certo punto l’innamoramento è stato tale che per dare uno sbocco alla crisi post Conte si è arrivati a proporre addirittura un governo “Ursula”, riferito all’accordo fra tutte le forze politiche che avevano votato per l’elezione di Ursula Von der Leyen. Insomma ci troviamo di fronte alla parola d’ordine semi dichiarata di rispetto, ubbidienza e silenzio verso l’UE?

Premesso ciò, vorrei ricordare a chi legge che pur non disponendo di una cultura giuridico-amministrativa intendo sollevare una questione non secondaria: in ogni contratto di fornitura lo stesso si conclude indicando l’entità delle penalizzazioni per eventuali ritardi.
Per tale proposito a chi chiedeva di conoscere quanto era stato sottoscritto fra i contraenti sono state date due inquietanti risposte. La prima affermava che gli accordi erano segreti, per evitare distorsioni del mercato. Successivamente ne è stata aggiunta un’altra: non vengono indicate penalizzazioni per i ritardi ma da parte delle ditte fornitrici solo “ il massimo impegno”.
Senza allungarmi in altre considerazioni mi limito a dire che ci troviamo di fronte ad un pessimo accordo. Sbilanciato notevolmente a favore dei produttori!

E’ dalla mancata consegna dei vaccini che nascono tentativi truffaldini, quale quello riguardanti la possibilità di acquistare vaccini al di fuori di quanto stabilito dagli accordi in EU, così come ipotizzato, sciaguratamente, dal presidente della Regione Veneto, Zaia e da altri sodali. Anche se nel centro di tanta confusione mi permetto di pensare che fuori dall’accordo preso fra EU e governi nazionali si aprono rischi per l’apertura di un mercato nero privo di regole economiche, in balia di settori senza scrupoli e privo anche di garanzie a tutela della nostra salute.

Ceccano 24 Febbraio 2021

 

 

 

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I bambini di Taranto? Scarti di produzione, perdite di esercizio sopportabili

 Di ACCIAIO: c'è chi vive e chi MUORE

I “trivellatori di Stato”, come li chiamava Luigi Einaudi, sono ancora tra noi

di Massimo Castellana
genitori tarantini 390 minIntorno al 1915, il giovane economista Luigi Einaudi, che in seguito sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica italiana, indicò con il termine “trivellatori di Stato” tutti i soggetti che ottenevano benefici diretti (sussidi) ed indiretti (protezione doganale) a spese dello Stato e della collettività in generale. Primi tra questi “trivellatori”, egli pose i produttori di acciaio. In pratica, si trattava di raggiungere, pur restando all’interno della legge, benefici personali a scapito del popolo tutto.

Questa premessa ci serve per capire quanto, anche dopo più di un secolo, tutto appaia ancora fermo a quei tempi. Con una aggravante: oggi, queste licenze consentite dallo Stato pesano sulla salute e sulla vita di cittadini italiani, a cominciare dai bambini.

Così, questa volta, all’indomani dell’accordo tra Stato (Invitalia) e ArcelorMittal, scegliamo di non far parlare i tarantini e, attraverso alcune dichiarazioni, cerchiamo di capire perché l’ex Ilva di Taranto sia così importante. E, soprattutto, per chi.

L’accordo sottoscritto tra Invitalia e ArcelorMittal il 10 dicembre, tutto sbilanciato a favore della multinazionale franco-indiana, suona come una nuova sconfitta per lo Stato i cui costi verranno pagati da tutti gli italiani, in termini economici, e da decine di migliaia di tarantini, in termini di salute.

Bene, lasciamo, quindi, la parola a chi dalla realtà tarantina è abbastanza lontano, ma che ha contribuito significativamente a disegnarla. A cominciare, naturalmente, dal ministro dello Sviluppo Economico che nel 2017 ha chiuso l’accordo con ArcelorMittal, Carlo Calenda.

Un significativo passo, nelle sue parole alla trasmissione Report del 4 dicembre 2017. Seguendo questo link (https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Venduti-bdb41395-846b-404f-94e2-8c3ae96b194f.html) potrete ritrovare, dal minuto 10:30, la dichiarazione qui sotto.

Sul perché la gara non fosse stata aggiudicata a Jindal (multinazionale concorrente), Carlo Calenda risponde: «C’è un piccolo dettaglio: se il differenziale di prezzo fosse stato di 200 milioni di euro, avrebbero vinto, ma con un differenziale di prezzo di 600 milioni che, badi bene, serve a pagare i soldi dello Stato, i prestiti delle banche e i fornitori…»

La ragione di tali parole, forse, si può ritrovare nello stesso servizio, dal minuto 23:46.

Ricapitolando, per onorare banche e creditori, Taranto e i tarantini vengono consegnati dallo Stato ad una multinazionale che non aveva (e non ha) alcuna intenzione di ridurre l’inquinamento.

Spingendoci un po’ più a Nord, ecco un articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo, in data 19 maggio 2018 (qui il link per leggere l’articolo completo: https://www.ecodibergamo.it/stories/Editoriale/se-chiude-lilvapaghiamo-tutti_1279339_11/).

Due passaggi dell’articolo intitolato: Se chiude l’Ilva paghiamo tutti

La Puglia dell’Ilva dal destino incerto e del mai risolto conflitto tra sviluppo e salute, è lontana dalle nostre Prealpi lombarde, ma per la rilevante presenza qui della siderurgia, e per il futuro di un’economia prevalentemente manifatturiera, quel che succede a Taranto succede davvero sull’uscio di casa.

Le acciaierie di Taranto sono tra i più importanti impianti del mondo, molto appetibili per i nuovi signori internazionali dell’acciaio. Fermare l’area a caldo significherebbe mettere a rischio il reddito di 14 mila famiglie e di un indotto ancor più rilevante sul piano sociale ed economico, che riguarda mezza Italia.

Così, veniamo a sapere che Taranto è fuori dall’uscio di Casa Italia (!) e che la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva-Taranto metterebbe a rischio, socialmente ed economicamente mezza Italia (probabilmente, quella mezza Italia che sta a Nord).

Francesco Caiazzo, nel suo articolo apparso su Jacobin Italia in data 11 dicembre 2020, attribuisce a Gianfranco Tosini (docente di Analisi di strategie di internazionalizzazione imprese bresciane nella sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore -università privata-, oltre che responsabile del settore economia nell’Associazione Industriale Bresciana), queste parole: «All’Ilva si possono chiedere prodotti con dieci giorni di anticipo, da un produttore indiano o cinese servirebbero realisticamente almeno 90 giorni».

L’articolo, che si consiglia di leggere fino alla fine (consultabile al seguente link: https://jacobinitalia.it/ex-ilva-cosa-succede-in-citta/?fbclid=IwAR1IVLAHvPAMXNGqp-0ckt_wG0bCGZBPIvxOXK0v4cX2lzAg7yt-fu0dsMM), è ricco di spunti interessanti, che vanno dai costi per il trasporto verso il Nord ai tempi maggiormente flessibili per il pagamento e che rendono, quindi, Taranto un asset strategico per le aziende del settentrione. E’ nelle cose che anche le istituzioni e i lavoratori del Nord vogliono che all’ex Ilva-Taranto si continui produrre in un certo modo.

Nell’accordo del 10 dicembre tra Stato e ArcelorMittal è previsto anche l’utilizzo, previa costruzione, di forni elettrici (meno inquinanti dell’attuale produzione a carbone), ma, sempre nell’articolo su citato, Francesco Caiazzo ci fa sapere che Alessandro Banzato (presidente e proprietario delle Acciaierie Venete, azienda che produce acciaio a Padova, in provincia di Brescia e Trento, utilizzando forni elettrici e cioè il preridotto (molto richiesto e quindi costoso rispetto al carbone di Taranto) ha specificato che un eventuale forno elettrico a Taranto non deve creare squilibri per gli altri produttori nazionali di acciaio proveniente da forni elettrici.

Da questo si deduce che i forni elettrici, a Taranto, resteranno solo sulla carta di un accordo già in partenza fallimentare esclusivamente per lo Stato.

C’è davvero molto altro di interessante, nell’articolo, ma già bastano le dichiarazioni fin qui riportate per comprendere che i bambini di Taranto, alla fine, non sono altro che scarti di produzione, perdite di esercizio sopportabili. E, con loro, l’intera popolazione tarantina.

I “trivellatori di Stato” sono ancora tra noi.

 

manifesto comitato GenitoriTaranto min

*Massimo Castellana, Portavoce dell’Associazione Genitori tarantini - ets

 

 

 

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Premio di produzione tagliato all’Agc Automotive di Roccasecca

La protesta dell’UGL Chimici di Frsosinone

UGL logoellissi 350 minPremio produzione decurtato all’AGC Automotive di Roccasecca, l’UGL Chimici non firma l’accordo che penalizza i lavoratori.

Rispetto al precedente, mancherebbero circa 100 euro al mese in busta paga e ciò non può certo soddisfare. L’organizzazione sindacale ha tentato di promuovere un referendum all’interno della fabbrica, a voto segreto, per rimettere la decisione nelle mani dei dipendenti ma la proposta è stata respinta dalle altre sigle sindacali: “La decisione – spiegano il dirigente provinciale dell’UGL Chimici comparto vetro Antonio Moscatiello e Giorgio Giacomobono Rsu – è giunta al termine di un un’assemblea sindacale dove erano presenti circa 80 operai a fronte di un organico che ne conta 320. La maggior parte di loro è infatti in cassa integrazione. Dunque sarebbe opportuno rinviare ogni decisione ad una nuova assemblea che veda la partecipazione di un numero più congruo di dipendenti perché in ballo c’è una decisione che riguarda il futuro di tutti”.

L’AGC di Roccasecca ha annunciato che la cassa integrazione per due settimane al mese continuerà anche per il 2021: “Siamo consapevoli delle difficoltà del comparto – sottolinea il Segretario Provinciale UGL Chimici Enzo Valente – che inevitabilmente investono anche il sito di Roccasecca, ma da qualche anno chiediamo con forza di conoscere il futuro dello stabilimento, alla luce delle scelte globali fatte dal management. Abbiamo chiesto ad Unindustria di organizzare un incontro sulla questione, vogliamo vederci chiaro, e auspicavamo che prima di mandare in porto questo accordo ci fosse stato un confronto allargato con le segreterie provinciali e nazionali per capire le strategie del gruppo ed il futuro del sito di Roccasecca. Le esperienze passate ci insegnano che con il solo sacrificio dei lavoratori non si salvano gli stabilimenti, per questo motivo è indispensabile capire quale sia la strategia dell’azienda per far fronte alle eventuali perdite dell’attività e alle difficoltà del mercato”.

 

 

 

 

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Una produzione feconda per un ampio dibattito politico e culturale

Una occasione di riflessione su quello che ha rappresentato un giornale democratico, progressista, libero e autonomo

e.mazzocchi 260h ridimensionatodi Ermisio Mazzocchi - I venti anni di pubblicazione del giornale online www.unoetre.it devono rappresentare una occasione di riflessione su quello che ha rappresentato un giornale democratico, progressista, libero e autonomo nel panorama dell'informazione prodotta in questa provincia.

Sarà utile presentare con un numero speciale di questi primi vent'anni di lavoro che coincidono con l'inizio del XXI secolo, carico di speranze e di incognite.
Alla sua affermazione, con l'instancabile Editore e Direttore Ignazio Mazzoli, hanno contribuito moltissimi collaboratori che a titolo gratuito hanno dedicato il loro tempo a informare, a discutere, a creare un giornale.

Una produzione feconda, che ha consentito un ampio dibattito politico e culturale di ottimo livello e che oggi consente a unoetre.it di assumere un più marcato ed esteso ruolo nella pubblicistica giornalistica.
Nella provincia di Frosinone si è ridotta notevolmente la produzione di giornali cartacei - delle storiche testate riamane solo Ciociaria Oggi - e non ci sono giornali online di robusta consistenza e di antica tradizione e consolidata esperienza., come lo è unoetre.it.20anni1e3it min
Si apre un orizzonte di ampie possibilità per unoetre.it di assumere un compito che colmi questo vuoto nell'informazione democratica, libera rivolta con cura alle questioni sociali.

Se nel passato unoetre.it è stato pioniere nel suo genere, oggi rappresenta una possibilità e una speranza per quanti vogliono avere un riferimento per coltivare la loro conoscenza dei fatti sociali, per avere un confronto di idee, per avere una tribuna politica libera da condizionamenti di ogni sorta, per dare un contributo con le loro convinzioni e opinioni.
Auguri a unoetre.it

giovedì 21 maggio 2020

 

 

 

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M5S Veroli: ridurre i rifiuti da imballaggio

M5S Veroli 350 260da M5S Veroli - In data 09/01/2018 gli attivisti del meetup “Amici del Movimento 5 stelle” di Veroli hanno presentato, all’ufficio protocollo del Comune di Veroli, una proposta indirizzata al sindaco e all’assessore all’ambiente avente ad oggetto azioni volte alla promozione della pratica del vuoto a rendere.
Tale pratica è disposta al fine di diminuire la produzione dei rifiuti da imballaggio ed il loro stesso riutilizzo, già prevista da parecchi anni a questa parte. Il nostro intento è incentivare iniziative di questo genere nella prospettiva del raggiungimento di una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti, tema assai delicato e più attuale che mai. Ad oggi tale pratica non prevede incentivi economici di nessun genere per i commercianti che intendano aderire a questo sistema di restituzione di specifiche tipologie di imballaggi destinati all’uso alimentare.
Chiediamo, quindi, all’amministrazione comunale, di sensibilizzare e informare a dovere gli esercenti al fine di aumentarne l’adesione e di valutare l’opportunità di previsione di sgravi di natura economica, quali la riduzione della tassa sui rifiuti, sicura misura di incentivazione.
Ennesima proposta elaborata dal gruppo degli attivisti 5 stelle di Veroli volta a migliorare le condizioni ambientali ed anche economiche di tutta la cittadinanza verolana, consci dell’importanza di tale proposta confidiamo in una risposta propositiva dell’Ente.

 
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Ceccano '62. Una tragedia assurda per un premio di produzione negato

archivio Galeone 350Donato Galeone* - Quel mese di maggio 1962 ero impegnato con i lavoratori chimici dell'ANIC e della POZZI nella Valle del Basento lucana e tra gli operai del nuovo stabilimento petrolchimico del gruppo Montecatini costruito a Brindisi, incentivati dalla Cassa per il Mezzogiorno che partiva dal basso Lazio.

I fatti sindacali e gli scontri di Ceccano, a meno cento chilometri da Roma, destarono ribellione e sgomento sia tra noi che nella generalità dei lavoratori e cittadini italiani. (per leggere tutto, completata la pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Inaccettabile
  2. I metodi feudali di Annunziata

Inaccettabile

Inaccettabile, si disse già 55 anni fa, che per garantire l'ordine pubblico nelle azioni sindacali e lo svolgersi di uno sciopero, sia i carabinieri che la polizia, debbano presentarsi visibilmente armati, tra i lavoratori che manifestano liberamente, durante controversie sindacali, nell'esercizio legittimo di un loro diritto al “lavoro contrattato e partecipato”. La “Tragedia assurda di Ceccano” del 28 maggio fu dettagliatamente descritta su Conquiste del Lavoro - periodico della CISL - con foto storiche che, peraltro, mi furono personalmente testimoniate - a fine anni '60 - tanto da Nicola Sferrazza che dagli stessi operai di Ceccano, negli anni 1967-68, allorquando accettai, sostituendo Sferrazza, la responsabilità di Segretario Reggente della CISL di Frosinone. Mi furono raccontate anche da tante persone, amici e parenti che, direttamente, vissero quelle 34 giornate sofferte di azione sindacale vertenziale di lavoro largamente partecipata e che, ragionevolmente, proponeva di istituire un “premio di produzione aziendale” per il lavoro svolto da anni in quella fabbrica.

Nel concreto i lavoratori chiedevano il riconoscimento di un equo indennizzo integrativo al salario giornaliero contrattuale del comparto chimico, quale “premio di partecipazione” - collegato ai risultati produttivi - in presenza di produzioni giornaliere di prodotto aumentato da 2.500 a 5.000 quintali e con un fatturato annuale al 31 dicembre 1961 di 30 miliardi e 7 miliardi di utili (dati pubblicati da Lucia Fabi e Angelo Loffredi).

A mio avviso erano dati - quelli conosciuti da Fabi e Loffredi - probabilmente minimali del bilancio sulle attività produttive chimiche e sugli utili d'impresa Annunziata, con sede legale a Ceccano.

Perché, proprio in quegli stessi anni, sia i lavoratori chimici lucani che brindisini della CISL, da me rappresentati e impegnati anche loro a proporre sia “istituzioni che rinnovi dei premi di produzione” richiamavano l'andamento strutturale e congiunturale dell'industria italiana e del comparto chimico, in particolare, che continuava ad avere - rispetto all'indice generale della produzione industriale pari a 100 del 1953 - una crescita e un positivo andamento rispetto all'indice generale dell'industria per gli anni 1960-1961, rispettivamente del 243,3% e del 293,0%.

E proprio, ragionevolmente ripeto, in quegli stessi anni e alla vigilia del rinnovo contrattuale nazionale di lavoro per l'industria chimica e affini - scadenza febbraio 1963 - i Sindacati chiedevano “la istituzione o i rinnovi dei premi aziendali di produzione”.Ceccano 1962

Ma all'Annunziata di Ceccano che erano stati riconosciuti in ritardo, dopo anni, sia le norme che le retribuzioni contrattuali differenziate e neppure collegate alle mansioni che si svolgevano in fabbrica e ignorate dalla Commissione Interna, forzatamente accettata e superata dal paternalismo feudale del Signor Commendatore - “se lavori bene, come dico io, ti pago bene” - era proprio fuori ragionevolezza nella sua logica di “potere padronale” dimostratosi, peraltro, provocatorio in quei 34 giorni di sciopero.

E l'avviare o condividere relazioni industriali contrattuali o far conoscere ai Sindacati l'andamento produttivo aziendale per concordare ed erogare un “equopremio” dovuto al positivo raddoppio della produzione e ai profitti annuali, per l'industria chimica e affini di Ceccano, veniva negato.

Mentre a Brindisi - profondo Sud - nel nuovo grande stabilimento, esteso su oltre 800 ettari, del gruppo industriale Montecatini, avviato in produzione, andava applicato l'Accordo Sindacale che al dicembre 1962 stabiliva l'erogazione massima del 12% del premio di produzione e per il rinnovo di quell'Accordo Aziendale chiedevamo che “il premio di produzione doveva essere collegato all'effettivo andamento produttivo aziendale” e nelle altre due aziende chimiche lucane veniva riconosciuto di comunicare alle rappresentanze di Commissione Interna il graduale andamento produttivo aziendale, congiunto alla classificazione contrattuale degli addetti ai reparti, per mansioni che svolgevano, così come pattuito con le Organizzazioni Sindacali categoriali e territoriali dei lavoratori, proposte dalla Federchimici-CISL e in forma unitaria con la CGIL e UIL.

A Ceccano si rispondeva “rifiutando” di trattare con i Sindacati dei lavoratori sia in sede di Confindustria locale che all'Ufficio del Lavoro e, ripetutamente, invitando gli operai a non seguire l'azione sindacale - come fatto per anni - garantendo direttamente e individualmente ai loro bisogni ogni forma di assistenza e di miglioramento retributivo.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

I metodi feudali di Annunziata

E si volle dimostrare subito e immediatamente con il favorire “l'accantonamento dei reparti nei locali dello stabilimento e l'uso abituale dei telefoni di questo da parte della forza pubblica” - come dichiarava il 14 giugno 1962 alla Camera dei Deputati il Ministro dell'Interno Taviani che aggiungeva: “il fatto rilevato ha potuto ingenerare nella popolazione l'errata impressione che le forze dell'ordine non fossero ivi presenti, come erano, per la tutela dell'ordine e della libertà di lavoro, ma quasi per una difesa di parte”.

Nei fatti, si raccontò, che era ed è stato proprio così e, proseguendo gli scioperi, al gruppo dei 54-57 non scioperanti - entrati per lavorare - e trattenuti giorno e notte nello stabilimento, si aggiunsero illegalmente durante lo sciopero, altri 6 nuovi assunti operai ai quali veniva assicurato, per tutti, vitto e alloggio pur in condizioni di oggettive precarietà igieniche sanitarie incontrollate.

Si osservò, con attenzione e ragionevolezza, fuori dai cancelli della fabbrica l'evidenza di un forzato strumento di crumiraggio - offensivo anche della coscienza di quei pochi lavoratori precettati e servili per esasperare i tanti altri lavoratori e famiglie - utilissimo al costante rifiuto a trattare con i Sindacati, assunta dal Commendatore Annunziata, chiaramente e visibilmente garantito anche dall'imponente presenza armata di carabinieri e polizia (60 carabinieri + 45 guardie di pubblica sicurezza) comandati da un Ufficiale e da un Commissario, sotto la guida e responsabilità del Questore di Frosinone (come dichiarato dal Ministro dell'Interno Taviani il 14 giugno 1962 alle interpellanze e interrogazioni dei Deputati: Storti, Scalia e altri CISL; Novella, Lama, Compagnoni e altri CGIL).Ceccano 1962

E lo stesso Ministro dell'Interno rispose alle interpellanze parlamentari che “solamente alle ore 20,30 del 28 maggio il Questore e il Comandante del Gruppo dei Carabinieri, poterono arrivare da Frosinone con un rinforzo di guardie di pubblica sicurezza e di militare dell'arma che consentivano il riordino dei reparti” e aggiunse che “nessun ordine di sparare venne dato e i colpi d'arma da fuoco da parte della forza pubblica furono sparati da carabinieri isolati o accerchiati, a protezione della loro incolumità”.

E fu proprio la richiesta CISL sia di Macario ai funerali di Luigi Mastrogiacomo, colpito a morte dalle armi della polizia e carabinieri, che le interpellanze al Governo dei Deputati Storti, Novella, Lama, Vecchietti, Compagnoni e di altri Parlamentari “sull'uso della forza armata nei conflitti di lavoro non significava disarmo dei carabinieri e polizia ma dotazione alle forze dell'ordine di ogni altro mezzo e non quello che uccide e, quindi, si chiedeva non il disarmo generale ma solo il divieto dell'uso delle armi nelle vertenze di lavoro e manifestazioni di sciopero perché rappresentano il modo di esercizio di un diritto costituzionale”.

I fatti tragici di Ceccano richiamarono, in Italia, anche una modificazione sostanziale dell'atteggiamento dello Stato democratico e dei suoi organi rappresentativi periferici nelle vertenze di lavoro che non avrebbero mai trovato soluzioni con i mitra e le pistole.

Ceccano 1962Il mantenimento dell'ordine pubblico, nei conflitti di lavoro, era ed è possibile non con l'uso delle armi, ma con mezzi moderni - efficaci e innocui - evitando il ricorso alle armi che provocano sempre esplosioni assurde e tragedie, come quella consumata la sera del 28 maggio nella comunità di Ceccano.

Il giornalista Lorenzo Mattioli, ripeto, che raccontò su Conquiste del Lavoro della CISL in un lungo articolo i 34 giorni di sciopero, scrisse che” il pubblico potere, nonostante le mille sollecitazioni ha atteso un morto e feriti per chiudere per tre giorni lo stabilimento; per far salire i crumiri su un autobus e portarli lontano, chissà dove; per imporre al Signor Annunziata di recarsi al Ministero del Lavoro a Roma e indurlo a fare solo ciò che spetta per diritto ai suoi dipendenti”.

Una parte di tutto ciò avvenne – concluse il giornalista - solo alle ore ore 18 del giorno successivo alla folle sparatoria, con la decisione della Giunta Comunale di Ceccano, che “deliberò il sequestro della fabbrica” e alle ore 11 il Sindaco, con la fascia tricolore, insieme ai componenti la Giunta si recò allo stabilimento per la notifica della ordinanza, presenti un migliaio di persone e molti operai dell'Annunziata in assoluto silenzio.

Penso che quella assurda tragedia di 55 anni fa - ieri come oggi - per un premio di produzione negato, debba rientrare nella riflessione comune verso il superamento degli orgogli individuali senza senso che, oltre ad essere socialmente provocatori, sono illusori di potere e disumanizzanti nei rapporti di lavoro e necessitano, quindi, di “partecipazione sindacale” e di attive relazioni industriali nei luoghi di lavoro e nelle imprese produttive, costituzionalmente, in funzione sociale.

(*) ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
Roma, 24 maggio 2017


 

 
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