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Certosa di Trisulti: qualcuno non ha controllato

Certosa di Trisulti: qualcuno non ha controllato. Il commento di Antonia Pasqua Recchia, ex Segretario Generale del Mibact (di P. Rolletta)

Certosa de Trisulti 390 mindi Paola Rolletta - Non si sorprende alla nostra richiesta di intervista, Antonia Pasqua Recchia. Toccata nel vivo da personali ricordi giovanili e dalla intricata vicenda della Certosa di Trisulti, l’architetto Recchia – ciociara di Casalvieri – era Segretario generale del Mibact quando tutto è cominciato.

“Tutti noi ciociari abbiamo un ricordo legato al monastero incastonato nei Monti Ernici”, commenta al telefono la Recchia. Ci scambiamo memorie che hanno segnato l’immaginario della comunità locale, come i liquori dei monaci; l’aquila nella voliera – decise lei stessa di stabilire la sua dimora nell’antico monumento dopo che, ferita, venne curata amorevolmente dai monaci -; i serpenti conservati nella formalina, oltre allo splendido giardino all’italiana di bosso e palme, a ricordare i punti cardinali della Gerusalemme celeste che prese il posto dell’hortus conclusus originario. L’architetto Recchia ricorda come la Certosa sia sempre stato luogo di passeggiata domenicale, per la messa e per la contemplazione della bellezza fino a quando ci sono stati i monaci cistercensi, dell’abbazia di Casamari. Ma la conversazione subito prende altra forma quando arriviamo al ricordo di febbraio 2018, quando, cioè, il Mibact ha dato in concessione la Certosa di Trisulti all’associazione ultracattolica Dignitatis Humanae Institute (DHI). Allora, l’ex Segretario generale mostra tutto il suo rammarico: non immaginava che quel monumento potesse diventare oggetto di attenzione della stampa mondiale per piani eversivi contro la stessa mission del Mibact, da quando cioè, il presidente della DHI, Benjamin Harnwell, braccio italiano di Steve Bannon, ha annunciato ai quattro venti di voler fare nella Certosa un’accademia di sovranismo per la salvezza dell’occidente giudaico-cristiano. A questo punto, Antonia Pasqua Recchia vuole dire la sua versione dei fatti.

“I monaci erano anziani e erano stati richiamati a Casamari”, ci racconta l’ex Segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia. “Ricevevo continue lettere perché volevano lasciare la Certosa. Li ho pregati di resistere almeno un altro anno per fare in modo di trovare le risorse umane e finanziarie per il recupero e la valorizzazione. Abbiamo allocato fondi per alcuni restauri, coinvolto il tessuto imprenditoriale, la Regione Lazio ha contribuito. Certo non era sufficiente per tutti i lavori da fare in Certosa. Si dovevano trovare altre soluzioni, però ci voleva del tempo. Ma l’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, è stato irremovibile”.

“Seguendo la Convezione di Faro (2005) – che l’Italia ha ratificato nel 2013 – il Ministero ha riflettuto sulla possibilità di trovare soluzioni soddisfacenti per almeno alcuni dei numerosi beni che si erano trovati orfani di gestori. Per la maggior parte, monumenti che erano stati dati in concessione dallo Stato italiano a congregazioni religiose. Il Mibact non aveva le risorse umane né economiche per poterli prendere in carico”, ci dice Antonia Recchia. La soluzione trovata è stata la messa a bando di 13 beni, fra cui la Certosa di Trisulti per trovare un nuovo inquilino che si occupasse di attività di tutela, di promozione, di valorizzazione e di conoscenza del patrimonio culturale. A onore del vero, la soluzione trovata è stata un flop, visto che solo due dei 13 beni sono stati in concessione, e uno di questi, la Certosa di Trisulti, è diventata una “patata bollente” per lo stesso Mibact.

“Al bando pubblico, con una base d’asta di 14 mila euro, hanno partecipato solo due associazioni. Non abbiamo ricevuto nessun interesse da parte di associazioni del territorio né da parte di enti locali”, ricorda l’ex Segretario.

Ricordiamo che nonostante ci fosse interesse popolare – vennero organizzate manifestazioni di vario genere, una lettera-petizione al papa e richiesta di incontri con il ministro Franceschini – il Mibact procedette alla stesura del bando, dai tempi brevissimi: tre mesi, a cavallo delle feste di Natale del 2016.

“Ho formato una commissione multidisciplinare che ha svolto il suo lavoro di raccolta della documentazione richiesta dal bando. Soltanto la DHI – che ha offerto 100 mila euro l’anno – ha risposto ai solleciti per l’integrazione dei documenti, divenendo, di fatto, l’unica associazione a partecipare la bando”.

L’architetto Recchia ci tiene a “salvare” la sua commissione che, secondo lei, “non poteva né doveva fare il controllo della veridicità della documentazione” perché – sottolinea – “questo compito spettava alla Direzione Generale dei Musei che ha ricevuto dalla commissione tutta la documentazione a luglio 2017”. La Recchia spiega con un esempio. “Non ha mai fatto una compravendita di una casa? Si firma il compromesso, anche senza la documentazione necessaria, e solo prima della firma dell’atto notarile si procede al controllo della veridicità della documentazione…”

A ben vedere, dopo l’approvazione della graduatoria, che vedeva la DHI aggiudicataria della concessione – intervenuta con decreto del 16.6.2017 a firma dell’Architetto Antonia Pasqua Recchia – il Ministero richiedeva alla DHI la documentazione a comprova dei requisiti dichiarati in fase di partecipazione.

L’ex Segretario generale del Mibact ci tiene molto a prendere le distanze dalle “distrazioni” dell’altra parte del Mibact. Insomma, prima della firma del contratto di concessione, avvenuto il 14 febbraio del 2018, sono passati sei mesi in cui un altro pezzo dell’apparato ministeriale avrebbe dovuto controllare la veridicità della documentazione. “Non ero più in carica, in quel periodo, quindi posso commentare soltanto come cittadino”, afferma la Recchia che è stata richiamata al Mibact da Dario Franceschini con altri incarichi, a titolo gratuito.

Antonia Pasqua Recchia è andata in pensione, per raggiunti limiti di età il 1 ottobre del 2017. Poco prima di lei, è andato in pensione anche Ugo Soragni, che aveva ricoperto l’incarico di Direttore generale dei Musei. Il contratto di concessione è stato firmato da Edith Gabrielli, la direttrice del Polo Museale del Lazio, organo sotto la competenza della Direzione generale dei Musei.

Numerose inchieste giornalistiche hanno denunciato fin da subito le incongruenze e la falsità della documentazione presentata dalla DHI, come la mancanza della personalità giuridica. Ma soprattutto il requisito principe del bando: aver gestito per un quinquennio prima del bando un bene pubblico o privato, aperto al pubblico e di competenza della Sovrintendenza dei Beni Culturali. Al sollecito inviato dalla commissione, la DHI ha presentato il contratto di gestione, a firma dell’abate di Casamari, del piccolo museo di Civita di Collepardo. Ma il museo non è mai esistito. L’abate di Casamari, dom Eugenio Romagnuolo, era stato vicepresidente della DHI, alla data della sua costituzione in Italia nel 2008, e successivamente membro del board dell’associazione. Questo aspetto è stato oggetto di indagini da parte della Procura della Repubblica di Frosinone e sucessivamente di Roma. Di questo dovrà risponderne in tribunale solo Benjamin Harnwell poiché l’abate di Casamari, Eugenio Romagnuolo, è deceduto ad aprile di quest’anno, vittima del Covid.

I legami della DHI con la frangia anti papa Francesco, con i Cardinali Renato Martino, Raymond Burke, Robert Sarah; la presenza di politici come Rocco Buttiglione e Luca Volonté; e soprattutto la presenza del suprematista Steve Bannon – l’ex stratega del presidente americano Donald Trump – hanno fatto marciare migliaia di cittadini e hanno spinto deputati, tra i quali Nicola Fratoianni di LeU, a fare un’interrogazione parlamentare. Ma il Polo Museale del Lazio il 29 di gennaio del 2019 ha firmato il verbale di consegna del bene monumentale della Certosa di Trisulti alla DHI. Nel frattempo, la maggior parte dei soci si sono allontanati dalla DHI, rimanendo solo Benjamin Harnwell e Steve Bannon. Almeno ufficialmente.

Senza il verbale di consegna, ma con solo la firma del contratto di concessione, nella primavera del 2018, la DHI aveva cominciato la sua attività commerciale, vendendo biglietti a 5 euro l’uno, contro anche le chiare disposizioni del bando che prevedeva un costo inferiore.

Il complesso della Certosa di Trisulti è formato dall’edificio per secoli abitato dai monaci e dalla Biblioteca statale, ricca di incunaboli e preziosi libri. A marzo del 2019, il Polo Museale del Lazio, ora Direzione Regionale dei Musei, ha nominato dom Eugenio Romagnuolo, membro della DHI, come conservatore della Biblioteca statale. “Non lo sapevo, non posso commentare”, risponde laconica la Recchia.

“La recente sentenza del Tar di Latina – che ha favorito la presenza della DHI alla Certosa – è opinabile. Il Ministero ha tutto il diritto di decretare l’annullamento della concessione e agire in autotutela, soprattutto alla luce dell’inchiesta della Procura della Repubblica che ha ravvisato il falso da parte della DHI”.

“Oltre a non aver pagato il canone, la DHI non ha fatto nessun restauro e vuole fare del monumento qualcosa che non era previsto dal bando. Vedere la degradazione della Certosa di Trisulti divenuta oggetto di una contesa così brutta, fa male al cuore”, commenta l’ex Segretario generale.

Intanto, in questo ‘gioco’ perverso e in barba alla Convenzione di Faro, i cittadini sono esclusi da ogni decisione sul bene pubblico. Dopo l’emergenza sanitaria, la Certosa rimane chiusa ai pellegrini, non viene celebrata la messa, e i bossi del giardino stanno morendo. Dagli esponenti politici locali arrivano solo laconiche parole di circostanza. Non rimane che confidare nella decisione del Consiglio di Stato per salvare la Certosa, patrimonio di tutti. A fine luglio.

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Occhi aperti: dove si soffre qualcuno s'arricchisce

 Quando l'illegalità prospera?

mafia investe 350 minNadeia De Gasperis - Da sempre le mafie vedono nella tragedia non il dolore ma una occasione per rafforzarsi, riorganizzarsi e quando il momento è maturo, arricchirsi. Perché quando l’ordine sociale è scardinato le mafie trovano nuove opportunità di sviluppo. È successo dopo terremoti importanti, e succederà anche stavolta, quando, finalmente, saremo usciti da questa immane tragedia. Il post terremoto dell’80, ha ricordato il Sostituto Procuratore di Napoli dell’antimafia, Catello Maresca, ha visto nascere il clan dei Casalesi, ma anche più recentemente, aggiungerei, la ricostruzione dell’Aquila, ha visto accaparrarsi gli appalti più lucrosi da parte della camorra, della ’ndrangheta e di cosa nostra.

Non si trattava di criminalità abruzzese ma di società saldamente impiantate nell’Italia settentrionale, attirate dagli appalti e dunque presenti in Abruzzo solo fino a quando erano prospettabili lucrosi guadagni. Tutto questo perché non si è voluto lavorare nella prevenzione di questi fenomeni, mettendo in campo quegli strumenti che avrebbero permesso di monitorare dinamiche così delicate, garantire che tutto procedesse nella trasparenza come con l’istituzione di un osservatorio della legalità.

Oggi le mafie hanno il tempo di organizzare e programmare le azioni future, si cementano le alleanze e si affermano i rapporti di forza e soprattutto, dove lo Stato manca e la gente è disperata, e lo scenario presente lascia presagire un futuro di forte disagio, economico e lavorativo, oltre che umano e sociale, la criminalità fa proseliti, tiene in scacco le attività commerciali. Lo abbiamo visto sui nostri territori, quando in momenti molto meno drammatici, almeno universalmente parlando, ma di forte contrazione economica, il proliferare delle infiltrazioni mafiose ha preso in mano risollevandole per poi tenerle sotto scacco, molte attività destinate a fallire.

Nell’ attuale panorama, così inquietante, di disagio sociale ed economico, le mafie esercitano prima un controllo sociale, divenendo riferimento per le comunità più piccole, magari quelle rurali che faticano a resistere, poi saranno le aziende e le attività minori a essere vittime dell’usura, perché ricordiamole, le mafie sono quelle che detengono il più grande capitale. Ma è ipotizzabile che ad essere “infettati” saranno nuovi settori, come quelli assicurativi, ad esempio, perché questa inaspettata situazione ridisegna anche le dinamiche del mondo del lavoro, dove datori di lavoro, pubblici e privati, che si trovano a gestire giorni di malattia e assenza, avranno bisogno dell’aiuto di assicuratori, un settore che sarà appetibile alla criminalità. Per non parlare del commercio di quelli che sono diventati beni di prima necessità, come mascherine e prodotti sanitari, saranno di certo motivo della nascita di nuovi nuclei criminali di nicchia.

Che sia questo il momento di guardare al futuro con quel sospetto necessario per mettersi al riparo da questi scenari?! Come dopo una guerra il Paese avrà voglia di ripartire, di scrollarsi di dosso il dramma e il dolore e forse nel farlo sarà più determinato che mai, lo Stato garantisca che tutto ciò possa avvenire in totale sicurezza.

 

 

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