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Quando nacque lo squadrismo

Squadristi 350 mindi Lucia Fabi e Angelino Loffredi - E’ probabile che in questo anno, in cui ricorre il centenario della costituzione dei Fasci di Combattimento (Milano, Piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919), ci possa essere un’attenzione particolare sull’esperienza fascista, a cominciare da quella realizzata in provincia di Frosinone.

Attraverso un caro amico abbiamo a disposizione un elenco di nominativi di squadristi della provincia. E’ una raccolta (non ben sistemata per le aggiunte, ripetizioni e correzioni che vi appaiono) denominata Carta Proveniente dall’Archivio della Federazione Fascista di Frosinone, predisposta il 12 maggio 1939. E’ nostra intenzione pertanto, ritenute le stesse come notizie inedite e di importanza documentale, farle conoscere al fine di metterle a disposizione di chi è interessato alla ricerca storica della nostra realtà provinciale.

Iniziamo la nostra ricognizione con la composizione del Fascio di Ceccano che viene costituito il 10 aprile del 1921 ed è composto da due squadre “La Volante” comandata da Stanislao Innico e “La Saetta “ comandata da Raffaele De Sio. Nell’elenco generale degli squadristi di Ceccano partecipanti alle azioni figurano 31 persone : Aversa Paolo, Bovieri Giuseppe, Bruni Romolo, Bruni Vincenzo, Bruni Angelo, Ceccacci Fernando, Colapietro Lorenzo, Colapietro Luigi, De Sio Raffaele, De Santis Ubaldo, Di Vico Paolo,Gallucci Nicola, Guerrucci Fiorino, Gizzi Salvatore, Gizzi Alfredo, Innico Stanislao, Innico Luigi, Innico Camillo, Malizia Giovanni, Marini Alessandro, Protani Paolo, Ronconi Ercole, Peruzzi Pasquale, Tanzini Giovanni, Terenzi Cesare, Terenzi Nicola, Pirri Vincenzo, Tiberia Salvatore, Pizzuti Agostino e altri due nominativi che risultano illeggibili. Il dato interessantissimo è costituito dal fatto che ogni nominativo indicato è accompagnato dalle azioni alle quali ha partecipato.. Gli squadristi di Ceccano sono protagonisti di 15 azioni. Non si conoscono i tempi ma vengono evidenziati i luoghi: Santa Marinella, Anagni, Morolo, Supino, Patrica, Giuliano di Roma, Ceprano, Priverno, Monte San Giovanni Campano, Ferentino, Sgurgola, Fiuggi, Alatri, Frosinone Ceccano. Di ogni spedizione manca un commento o una parziale descrizione. Quanto riportato è accompagnato dalle dichiarazioni sottoscritte da Stanislao Innico, Luigi Innico, Salvatore Gizzi. Ad un esame generale delle attività provinciali quella degli squadristi ceccanesi risulta essere più presente nel territorio, anche rispetto a quella di Frosinone e Cassino. Merita di essere rilevato che, sempre dalla Carta della Federazione Fascista, abbiamo trovato altri nominativi: Paolini Paolo, Ramandi Armando, Carbone Enrico, Colafrancesco Gregorio, Colucci Domenico, Gizzi Manfredo ma di quest’ultimi manca ogni riferimento a partecipazione ad azioni.

Per completare il quadro vanno aggiunte anche le fonti orali, tramandate ad esempio da Giuseppe Bovieri, squadrista (indicato nell’elenco) che ha sempre affermato che le Squadre erano tre indicando la terza con il nome “La Disperata“. Inoltre, sempre attraverso la storia orale, lo squadrista più “popolare“ sembrava essere un certo Luigi Bonanni, ritenuto il capo de “La Disperata“. Ora nell’elenco ufficiale predisposto dalla Federazione Provinciale Fascista non appare il nome della squadra né quello di Luigi Bonanni. Sempre nella memoria orale ceccanese si ricorda che il Bonanni, fascista della prima ora, fedele al Programma di San Sepolcro e quindi irriducibile repubblicano cadde in disgrazia nell’interno del partito, subì delle ritorsioni e fu costretto ad emigrare.

Se ne deduce che a fronte di questa documentazione ma anche di altre di varia provenienza, è necessario sempre attingere ma anche mettere a confronto con altre fonti e di nuovo verificare. Insomma “agitare prima dell’uso“.

Ceccano 27 Marzo 2019

 

 La foto che correda l'articolo proviene dall’Archivio dell’Avvocato i Davide Bruni

 

 

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Quando chiedere le dimissioni secondo il PD?

Ferentino municipio 350 260di Maurizio Berretta - Il PD vuole le dimissioni della Raggi ma dimentica di farle dare a Pompeo
Soltanto 79,5 km è la distanza tra le sedi dei Comuni di Ferentino e di Roma ma per il PD evidentemente sono distanti anni luce.

Ieri mattina, dopo la notizia dell'arresto per tangenti di Michele De Vito, Presidente del Consiglio comunale di Roma, sono arrivate le prese di posizione dei dirigenti Pd:

• Bruno Astorre – Segretario regionale Pd: "La Raggi riferisca in aula. Garantismo e rispetto per il lavoro della magistratura cosi' come per chi e' coinvolto nei procedimenti messi in atto dagli inquirenti. Questi sono i binari su cui si muove e muovera' il Partito democratico che chiama pero' la sindaca Raggi alle responsabilita' politiche e amministrative pesanti e gravi per la citta' Capitale d'Italia” ;
• Mariano Angelucci Vice Segretario Pd Roma: “Noi garantisti sempre, ma Raggi si dimetta”
• Giulio Pelonzi Capogruppo Pd in Consiglio: "Se Raggi non accoglie il nostro invito a liberare Roma e a dimettersi, pensiamo a una mozione di sfiducia per lei” ;
• Comunicato Pd capitolino: “Possibile che tutto avvenga sempre a sua insaputa? Possibile che si fidi sempre di persone poi accusate di fatti cosi' gravi?... Per questo, chiediamo alla sindaca di fare un passo indietro e dimettersi… Non per le conseguenze dell'inchiesta, sui cui fara' luce la magistratura ma per la sua incapacita', politica e amministrativa, di scegliere i collaboratori”.

Quindi il PD del Lazio e di Roma ai suoi massimi livelli prende una chiara posizione, la Raggi deve dimettersi perché ha il dovere di assumersi la responsabilità pmaurizioberretta 350olitica e amministrativa del comportamento di un esponente della sua maggioranza. Il PD di Ferentino, di cui il nostro sindaco e Presidente della provincia Antonio Pompeo è il massimo esponente che fa? Antonio Pompeo, liquida la grave vicenda locale, cha ha portato all’arresto di un suo Consigliere comunale, il più votato della sua maggioranza e delegato al project del cimitero, come una "marachella" di un singolo... Eppure eppure sia Roma che Ferentino, condividono in questa vicenda, la corruzione con tangenti per lavori pubblici, a Ferentino l'accusa al più votato tra i consiglieri di Pompeo ha un'aggravante terribile: oltre alle tangenti stesse c'è l'accusa di presunte infiltrazioni malavitose/camorristiche.

A questo punto mi rivolgo ai vertici del PD: Pompeo e la Raggi si devono dimettere entrambi o restare in sella? Se la Raggi deve rispondere politicamente dei comportamenti di De Vito perché Pompeo non deve farlo per quelli di Riggi? Nel Pd sono bravissimi quando pensano di rimpossessarsi del potere, ma meno bravi quando lo devono cedere.
Se invece si preoccupassero delle istituzioni, della trasparenza amministrativa, dovrebbero avere lo stesso atteggiamento.
Visto che il sindaco Pompeo non vuole dimettersi io mi rivolgo a Astorre, Angelucci, Pelonzi, e a tutto il Pd del Lazio: spiegate a Pompeo che deve dimettersi per le stesse motivazioni per cui lo chiedete alla Raggi? Un iscritto al partito dovrebbe obbedire alle regole prima di altri.
Mi aspetto dal PD comportamenti coerenti in caso contrario dimostrerebbe di avere una doppia morale: quella di essere rigoroso con gli altri e indulgente con i suoi.
Maurizio Berretta
Capogruppo Lega Salvini al Consiglio comunale di Ferentino

 

 

 

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Quando si vota senza saper leggere

Dignità 350 260di Tiziano Ziroli - Si potrà cambiare un comma di una legge già votata sia in Parlamento e al Senato? Con questa richiesta ci siamo recati oggi pomeriggio (27 marzo 2017) alla provincia.
Ci chiedevamo anche se l'invito fatto dal Presidente della Provincia sarebbe stato recepito ed accolto dagli invitati.
Fuori la Provincia appena arrivato già c'erano parecchi lavoratori, era la prima volta che ciò accadeva, arrivano anche gli invitati e cioè la senatrice Maria Spilabotte, il deputato Luca Frusone, il deputato Nazzareno Pilozzi e per il senatore Scalia è venuto un collaboratore della sua segreteria.
Entriamo nella sala della Provincia, mi siedo, dopo qualche minuto giro lo sguardo e la sala era piena...erano arrivati altri lavoratori... eravamo tanti.
Si legge negli sguardi di molti l'ansia di sapere, il sapere se possono ancora sperare dopo il 14 giugno (quando perderanno ogni reddito) o se oramai non c'era più speranza.
Gino ed io spieghiamo agli eletti del territorio quello che è successo. Raccontiamo l'incontro avuto in regione il venerdì precedente (quando l’Assessora Lucia Valente ci ha comunicato che non avevamo diritto alla proroga della mobilità)... e gli facciamo la domanda...si può cambiare il comma?... se non si può cambiare si può aggiungere che anche la condizione di chi perderà la mobilità nella nostra provincia dove lo Stato spenderà neppure un centesimo per Cig straordinaria che qui non esiste?
Gli eletti leggono le carte, dalle loro facce capisco che avevano votato, sbagliando, un articolo di legge con un comma che non comprende le mobilità in deroga, fornendoci poi un’informazione errata quando ci rassicurarono che coloro che avrebbero perso la mobilità il prossimo 14 giugno avrebbero pi goduto della proroga della stessa per altri 12 mesi.
I Parlamentari presenti capiscono lo sbaglio e prendono l'impegno di verificare entro pochi giorni se sia possibile correggere l'errore.
Ora come lavoratori e come disoccupati aspettiamo mercoledì, giorno in cui dovrebbero arrivare risposte al quesito. Giovedì faremo una riunione per mettere tutti al corrente.
Noi speriamo che si possa correggere l'errore perché' dal 14 giugno migliaia di famiglie finiranno l'ammortizzatore sociale e si ritroveranno senza reddito, voglio ricordare che già molte famiglie nella nostra provincia si trovano senza reddito e senza ammortizzatore sociale. La povertà avanza senza sosta.
E’ ora che la politica si prenda a cuore questo problema, non possiamo più aspettare. Le famiglie non possono più aspettare. Le nostre famiglie non ce la fanno più.

 
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Quando l'ascensore sociale funzionava

lettera di una madre al proprio figliodi Daniela Mastracci - Lettera ai mie figli - Italia umiliata ma anche Italia emancipatrice

Sono nata qua e qua ho potuto educarmi, formarmi, diventare madre e lavoratrice, curarmi, acquistare casa (con un mutuo) ...e tanto altro. Sono figlia di un impiegato e di una casalinga, ma anche con un solo stipendio in famiglia, ho potuto fare tante cose. Innanzitutto ho potuto laurearmi e oggi lavorare. Sono stata la sola in famiglia a laurearmi. Io sono passata dal dialetto di Ceprano, con cui tutti nella mia famiglia mi hanno parlato, escluso mio padre, che con me parlava in italiano, sono passata, dicevo, alla lingua dei filosofi: ho letto i poeti, i romanzieri, gli storici, i filosofi, ho studiato la Storia dell’arte e le lingue disinvoltamente dette “morte”. Ho imparato l’Inglese, almeno a leggerlo, e senza supporti elettronici, ma sopra ai libri, e scrivendoci sopra gli esercizi con la matita. Tra me, e mia madre e mio padre, c'è stato un salto culturale enorme: l’Italia con me ha dimostrato di essere un motore sociale.
Dal puto di vista sanitario, ho avuto tutte le cure di cui ho avuto bisogno: intendo ospedali e analisi varie. Anche la mia stessa vita e quella di mio figlio, perché in gravidanza sono stata molto male, le devo alla Sanità Pubblica, perché mi ha curata, e ha fatto nascere mio figlio.
Tutto questo è stato possibile perché mio padre aveva uno stipendio garantito, ed oggi ha una pensione che, seppur assottigliata da anni di politiche dei sacrifici, è stata, ed è, tale da garantire un livello di vita più che accettabile. E poi anche grazie al lavoro che il padre dei miei figli ha trovato nel “lontanissimo” 2000 (io non lavoravo ancora, a quel tempo...studiavo per il concorso del 1998/99: orale da farsi nel 2000). Ed è stato possibile perché la Sanità ha funzionato, ed io, senza alcuna assicurazione, ho potuto godere di un servizio che, con tante difficoltà, mi ha assicurato assistenza. E allora, ecco, io riconosco all’Italia un grande merito: alla democratica, pubblica, ed emancipatrice Italia.

 

Cosa vorrei per i miei figli? Ecco io vorrei che i miei figli domani possano dire lo stesso della "loro" Italia. Ma perché sia così, dobbiamo tornare ad essere qualcosa che siamo già stati: uno Stato che ha dato a mio padre lavoro e lo ha retribuito e tutelato; che ha dato a me la scuola pubblica e la sanità pubblica; che mi ha consentito di sostenere un concorso e di superarlo; mi consente, oggi, di lavorare e di educare i miei figli. Ma adesso mi sta sottraendo pezzetti di possibilità: mi toglie cure, mi toglie contrattazione, mi toglie capacità di spesa, mi chiede sacrifici, mi aumenta i prezzi, ma non mi equilibra lo stipendio. Mi fa pagare tutto, troppo; non mi consente di studiare ancora, mi costringe a ritmi sempre più estenuanti; mi rende difficile viaggiare sui mezzi pubblici; mi stressa con il libero mercato, che mi chiama di continuo per offrirmi le sue sempre più allettanti offerte, irrinunciabili, a sentir loro; non mi garantisce più i servizi essenziali per la scuola....questa è la mia generazione.
Dei più giovani di me si parla molto. Stanno peggio di me e tanto.
E i miei figli? Io ho potuto scegliere di avere figli e posso ancora pensare a loro. I miei figli potranno scegliere? Staranno ancor peggio della generazioni fra me e loro? Dei trentenni di oggi, così abbandonati a loro stessi? E delle donne e degli uomini un po’ più grandi di me, che possiamo dire? Quanti di loro possono scegliere come ho potuto fare io e ancora faccio, anche se sempre più stentatamente? Quanti di loro sono stati buttati fuori dal lavoro? Quanti non riescono più a trovarne uno? Quanti non hanno più tutele né reddito?
L'Italia ha saputo dare ai miei genitori, a me...e poi?

 
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Quando non si sa a chi rivolgersi

aiutodi Tiziano Ziroli - Molte volte ti chiedi...ma quello che faccio puo' servire? Sto facendo la cosa giusta? ... Poi un giorno, su facebook, ti arriva un messaggio in privato in cui una signora lontana, del nord italia, dell'italia benestante, cosi si dice, ti scrive: "Ciao Tiziano ho visto che ti interessi per la tutela sul lavoro o cose simili, vorrei chiederti un informazione..."
Tu rimani stupito e rispondi quasi imbarazzato...si dimmi.. la signora ti racconta la sua vita, il suo problema lavorativo e ti chiede un consiglio su come sarebbe giusto comportarsi. Lei lavora per una cooperativa che sta per cambiare denominazione sociale e vuole che i dipendenti si licenzino e che poi accettino una nuova assunzione a tempo determinato. La mia risposta è sincera, le racconto chi sono e cosa faccio, ma cerco di darle comunque dei consigli a chi rivolgersi per sapere come comportarsi.

Il problema? Non sapere a chi rivolgersi

Il suo problema non è tanto sapere se accettare o no l'offerta lavorativa, anche se peggiore, il suo problema è che non sa a chi rivolgersi per capire come risolvere il problema, per capire come deve comportarsi, lo capisco dal suo modo di rispondere che accetterà purtroppo quel contratto a tempo determinato perchè, mi dice, poi trovare un'altro lavoro e impossibile alla mia età.
Le chiedo della sua azienda, quanti dipendenti ci sono, se c'e un sindacato...la sua risposta e che non c'e sindacato che sono circa 50 lavoratrici, ma la maggior parte rumene, che non si lamentano degli orari che fanno, a volte insostenibili.
La chiacchierata va avanti con altri dettagli...io mi scuso con lei perche da qui posso solo darle dei consigli e non posso fare di piu, la sua risposta è "scherzi ..sei stato gentilissimo ti faro' sapere come va a finire".
Ora ho capito che cio' che faccio viene apprezzato, viene notato, ma non tanto conta l'apprezzamento, che pure personalmente non è poco, ma per il fatto di capire che si puo' essere utili e lo si puo' essere anche da lontano.
Vado avanti anche perche ora la mia è diventata una missione, quella che dovrebbe essere per chi fa politica e sindacato.

 
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Quando la parola trasparenza diventa una bestemmia

murales Sesto S.Giovanni MI 1970.Murales realizzato sui muri della fabbrica Osva 350 260di Ignazio Mazzoli - Che cos’è una vertenza? E’ una denuncia di controversia di lavoro ed è l’iniziativa che intraprende chi lavora per veder riconosciuti i propri diritti qualora non vengano rispettati. Oggi la controversia diventa per il lavoro. Si, per riconquistare il lavoro a chi l’ha perso perché le aziende hanno fallito, sono state chiuse o trasferite e manca un qualsiasi piano per assicurare nuova occupazione in tempi che non siano biblici.
La Vertenza Frusinate questo vuole essere. Sulla pagina FB del Comitato che la vuole promuovere si può leggere “la disoccupazione e salita a 124.000 unita nel giro di 6 mesi...a fine dicembre 2014 eravamo a 115.000 unita'...ricordiamocelo quando un gruppo forse di "sognatori" ha girato quasi tutta la provincia a far volantinaggio per i mercati per parlare della vertenza frusinate e far conoscere il problema disoccupazione a tutti, chiedendo adesioni al comitato”. Chi scrive è Tiziano Ziroli, uno dei promotori che così conclude il suo post: “alla prossima manifestazione che si svolgerà in provincia spero di vedere la stessa gente che domenica era allo stadio...cosi tanta...e cosi fiera di essere frusinate”.
Appare chiara la volontà di andare in piazza per protestare contro le dimenticanze e le trascuratezze (di tanti che dovrebbero) di cui sono vittime così tanti disoccupati. Iniziata in sordina, l’azione di informazione e di denuncia, i disoccupati impegnati nella mobilitazione, hanno raggiunto alcuni risultati importanti: l’ottenimento del Tavolo Interistituzionale deciso dall’Amministrazione Provinciale su impulso del Presidente Antonio Pompeo; la costituzione del “Comitato promotore della Vertenza Frusinate contro la disoccupazione e la precarietà”; hanno incontrato decine di sindaci, sono stati ricevuti anche dal Vescovo di Frosinone Monsignor Ambrogio Spreafico, hanno avviato confronti con diverse forze politiche come il PdCI, il Psi e Sel provinciali e con esponenti del PD e del M5S, hanno trovato significativi punti di condivisione con la Caritas provinciale. Il prossimo 8 Settembrefinitaeraconigli ritaglio parteciperanno con un rappresentante ad un tavolo regionale sul lavoro con Zingaretti. La loro presenza è diventata familiare nei mercati di molte città dove vanno per far conoscere le proposte indispensabili ad uscire dal disagio in cui migliaia di persone e le loro famiglie si trovano.
Non c’è stato silenzio neppure durante questo caldissimo agosto, anche alla luce della firma, che il 3 scorso ha sancito il Contratto di Sviluppo per ampliare e potenziare lo stabilimento Sanofi di Anagni fra l’azienda farmaceutica e Invitalia nel quadro dell’Accordo di Programma Anagni-Frosinone e che consentirà 60 nuovi posti di lavoro. “Pochi a fronte dei circa 124.000 disoccupati (fino ad ora) di questa provincia, ma meglio di niente - dichiara il segretario del Pcdi, Oreste della Posta – affrontando l’annosa questione del rapporto fra Accordo di Programma e solidarietà verso gli ex-Videocon. Una fra le tante questioni anche se carica di significati simbolici. Infatti a fronte di impegni finanziari non meglio precisati, ma oscillanti fra i 64 milioni di euro di una tabella MISE del novembre '14 e 47,3 milioni dei comunicati agostani, c'è un incremento di occupazione di 60 unità. Un posto di lavoro verrà a costare da 788.333 a 1.060.881 di euro circa. Esattamente? Boohhh. Porre il problema ci pare che sia stato doveroso.
Ma affronta anche un’altra questione di ordine un po' diverso ma forse più importante, che tuttavia non ci pare sia stata ripresa con lotte operaie fame lavorola dovuta attenzione, anzi, quasi esorcizzata. Della Posta – afferma – «siamo di fronte a cifre (di posti ndr) assai esigue, certo non da rifiutare, ma che sicuramente richiedono una gestione particolare. I comunisti credono che prima di ogni altra iniziativa vada assicurata trasparenza delle decisioni che si andranno ad assumere sin da settembre. Chiediamo che l’intera platea dei disoccupati frusinati sappia in quali sedi si decide, chi decide e soprattutto con quali criteri ci si accinge decidere? E, soprattutto vogliamo sapere come verrà assegnato il 25% (cioè appena 15 lavoratori,) che si dice previsto nella voce solidarietà verso gli ex-Videocon che con le loro lotte conquistarono l’Accordo di Programma ed il diritto alla riassunzione.
Nei mesi scorsi seguendo lo sviluppo delle iniziative dei disoccupati abbiamo avuto modo di chiedere in più occasioni in quale sedi questo genere di problemi si sarebbe affrontato. Abbiamo ricevuto risposte a mezza bocca che rinviavano tutto alle autonome decisioni aziendali. Pensiamo che questo atteggiamento debba cambiare. Il treno della solidarietà prevista può deragliare. Alcune questioni: quale formazione è richiesta per assumere chi ha lavorato sui televisori, chi assicura questa formazione e a quanti o a tutti, chi stila le graduatorie e le rende pubbliche, quali altri criteri di emergenza sociale ed esistenziali vengono aggiunti ai criteri di selezione? In queste materie l’autonomia dell’azienda non c’entra. Qui c’entra la capacità di contrattazione di chi ha il compito statutario di difendere il lavoro dipendente e i lavoratori.

E’ doveroso procedere così, tanto che prendiamo in prestito da Oreste Della Posta un suo allarme: «Fare arbitrio e terribili ingiustizie è assolutamente facile. ... Se questo avvenisse sarebbe un colpo mortale alla credibilità delle sedi dove si decide, istituzionali e non, e alla fiducia di superare questa crisi».
L’Accordo di Programma si apre affermando che la “crisi industriale che colpisce attualmente il sistema territoriale che ha come epicentro Anagni e Frosinone può trovare soluzione solo in un profondo processo di riorganizzazione e riconversione produttiva. Questo ricorda e chiarisce che non è l’accordo del polo farmaceutico. Assicurare che l’Accordo dia tutti i frutti previsti è possibile solo se ci sarà “tanta gente” - come dice Ziroli – a sostenerlo e a difenderlo.

articolo pubblicato anche su L'Inchiesta del 27 agosto 2015 con il titolo «"Vertenza Frusinate" arriva in Regione. Adp, trasparenza cercasi»

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Quando chi amministra non da il buon esempio

spaziodisabili occupatoabusivamente 360 260di Marco Maddalena* - "Perché l' auto del Comune si trovava in un posto per diversamente abili?".
Assistiamo, spesso, ad uso improprio degli spazi riservati a persone diversamente abili da persone pienamente "abili" e dunque prive di autorizzazioni e la pubblica amministrazione deve contrastare questo atteggiamento incivile.
Un cittadino su un importante social network, il 14 maggio, ha pubblicato un foto dove segnalava l'occupazione, proprio, di un posto per diversamente abili, da parte di un' automobile con evidente scritta "Comune di Ferentino" presso il Palazzo della Provincia di Frosinone, che fa presuppore trattarsi di un auto di servizio dell'ente comunale .
Una presenza "anomala" che può rappresentare non solo una violazione e un atto di maleducazione, ma un atteggiamento aggravato proprio perché fatto da parte di un ente pubblico, addetto proprio al controllo di tali atti di inciviltà. Inoltre, perché occupare un tale posteggio riservato, privandolo a chi ne ha Diritto, vista anche la presenza nel Palazzo della Provincia di un parcheggio di servizio "riservato" e delimitato con tanto di cancello per chi ricopre ruoli istituzionali(!)
Per fugare ogni dubbio, ho formulato un'interrogazione al sindaco per sapere, in quel giorno, a quale uso sia stata adibita l'auto di servizio comunale e da quale personale o soggetto istituzionale sia stata utilizzata , in particolare, se l'auto in questione era adibita al trasporto di persone diversamente abili.

*Marco Maddalena - Capogruppo Consiliare di Sinistra Ecologia e Libertà di Ferentino.

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Maurizio Crozza, quando in tv ha successo la brevità

mauriziocrozza 350 260di Stefano Balassone - Crozza è, nel panorama della tv italiana, l'unico intrattenimento serale che, rapportato alle nostrane usanze di palinsesto, possa definirsi "breve": inizia alle 21.15 e alle 22.30 già volge al termine. In compenso, e proprio grazie alla sua brevità, è "denso" di lavoro: degli autori, dei tecnici e, va da sé, di Crozza e degli altri che vanno in scena attorno a lui. Una eccezione assoluta in un universo televisivo generalista che invece allunga e stiracchia a dismisura i programmi di prima serata e del pomeriggio. Insomma, da Crozza si addensa quel che gli altri sbrodolano.
È probabile che sia questo il segreto della tenuta degli ascolti di anno in anno, indipendentemente dalle maree auditel che hanno riguardato La7. Sì, nel 2010 e 2011 c'è stato anche per Crozza l'effetto "TG di Mentana" che metteva in evidenza al grande pubblico una rete fino allora poco osservata. Ed è da allora che gli ascolti hanno raggiunto la consistenza attuale, salvo fasi ancora più elevate all'epoca del Berlusconi pencolante Ma anche quando il TG di La7 ha smesso di trainare la rete per assestarsi su valori meno glamour, la platea di Crozza è restata pressoché invariati per quantità e composizione (salvo una certa accentuazione della componente maschile). Così, per esempio, a novembre del 2012 raccoglieva fra l'8% e il 9%. Esattamente come nell'ultimo venerdì. Ed entro le 22.30, mica a notte tarda dove i passeri dell'auditel tentano di passare per aquile.
Naturalmente un'ora di prodotto "di peso", tra testi, musiche, balli, orchestrali, capocomico e comprimari costa all'editore più che farne tre ore diluite. Ecco perché in Italia si finisce regolarmente a notte tarda. Ma l'attuale venerdì di La7 mostra che, sapendoci fare col palinsesto, la contraddizione si risolve. Perché lì, dopo lo show costoso, arriva Mentana a far tornare i conti economici della serata piazzando la chiacchiera d'attualità politica di Bersaglio Mobile, dove il tema è sufficientemente contiguo alla satira politica di Crozza da trattenere una discreta parte dei fan delle questioni di Renzi, Salvini etc, e gli offre una vera seconda serata, di quelle di una volta (parliamo degli anni '80 e dei primi '90) e non delle attuali destinate agli insonni.
Morale: se anziché puntare su programmi XXL per abbracciare lo spettatore dalla cena al sonno, si concentrano le risorse nella prima parte della serata, quando la concorrenza è maggiore, e si gioca d'astuzia nella parte seconda, i conti non sballano e il pubblico si fidelizza. Non da ultimo, si evita di ritrovarsi con una serqua di programmi "too big to fail", troppo lunghi ed invasivi per essere avvicendati, anche quando meriterebbero un lungo, senza voler dire eterno, riposo.

per Sciò Business, Il Fatto 24 marzo 2015

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Dona la vita anche se la uccidi, una donna

Reyhaneh-Jabbari 350-260di Nadeia de Gasperis - É necessario armarsi di una affilata lucidità mentale, per uccidere il proprio aguzzino. Un colpo di spugna che cancelli le tracce di un retaggio culturale retrivo, per sottrarsi a quello che pensavamo, o ci hanno fatto credere, un destino ineluttabile.
Nelle rare occasioni in cui la verità della nostra libertà individuale venga a galla, con il corpo tutto intero e in grado ancora di respirarla, questa libertà, occorre che ci sia una mano che disarmi il nostro rancore e ci conduca, attaverso i percorsi della giustizia, alla salvezza, e a una implacabile pena per il carnefice. Ci vorranno anni per ripristinare, anzi, allestire ex novo, una rete di sostegno che ci trattenga dal baratro. Nella migliore delle ipotesi dobbiamo confidare nel nostro coraggio.
Quanto è stato frainteso, lo slogan femminista che gridava "il corpo è mio, e lo gestisco io"! Tacciate di egosimo, disamore per la vita, con la vocazione di un destino di solitudine. Ma quanta vita, c'era dietro quelle parole. Perchè solo un corpo libero, affrancato dalla schiavitù della grettezza, dalla violenza, è in grado di pro_creare vita. Ecco perchè una donna può morire prima ancora di abbandonare per sempre il proprio corpo, e anche nella estrema condizione in cui versa, essere capace di profondo altruismo, nel lasciare germogli di vita, proprio in virtù di quel profondo connubio tra corpo e anima che la arma di coraggio. La giovane donna, offesa a morte nel corpo e nel pensiero, è stata punita con l'atto estremo di essere cancellata dalla faccia della terra, per essersi ribellata alla violenza, per se stessa e per il destino a cui ha sottratto altre donne, che avrebbero subito la violenza di quell'uomo che voleva sturparla.

Reyhaneh Jabbari, giovanissima donna iraniana, commette l'ultimo estremo atto di altruismo, depositando la sua volontà di rinascere in ogni parte di se a una nuova vita, come un albero dopo il passaggio del fuoco. Questo è il coraggio, questo è il riscatto dal male, lasciare che da ogni parte di noi, ogni pezzetto offeso a morte, nasca la speranza di una nuova vita. Così ci moltiplichiamo, lasciando tracce di noi negli altri, non solo dando alla luce nuova vita, ma restituendo alla luce chi vive nell'ombra di un destino che sembrava ineluttabile. Con esempi di coraggio, con la generosità, con l'amore per la vita. Nella lettera che la giovane donna iraniana scrive alla madre, ricorda quanto lei le abbia insegnato a lottare per i propri valori, "anche fino alla morte". Ma Reyhaneh Jabbari, Reyhaneh Jabbari - Ritratto di Dario Foscrivendo nel suo testamento la volontà di donare gli organi dopo la sua morte, ci ha lasciato l'eredità di un estremo esempio di altruismo: "concepire" la vita oltre la propria esistenza, anche quando questa sia stata offesa, vituperata, violentata nel corpo e nell'anima, da un mondo incapace di concepire la bellezza.Ma non barrichiamoci, dietro quella cortina che chiamiamo "democrazia occidentale", baluardo di fortificazione delle nostre ragioni, della religione, della nostra cultura, sugli altri, se poi non partecipiamo attivamente alla guerra di indifferenza, armando primi fra tutti, i nostri uomini, degli strumenti adatti a combattere una delle più cruente battaglie del genere umano ai danni del genere umano: la violenza sulle donne. Che non ha colore politico, religioso, culturale, sociale, è viola, viola di vergogna e lividi.
Le manifestazioni contro la violenza, sono prerogativa delle donne per le donne, talvolta in discutibili esibizioni della femminilità, serate in rosa con sfumature di superficialità di cui potremmo francamente fare a meno. Il lavoro duro e serio è portato avanti da molti, certo, ma troppo poche le voci fuori dal coro, maschili, che dovrebbero manifestarsi, piuttosto, in orchestrate forme di condanna.
Non parliamo di solidarietà, la violenza sulle donne è un problema degli uomini, le donne sono le vittime, così come la violenza sugli uomini, è un problema delle donne e le donne dovrebbero farsene carico. Ristabilita la dovuta parità di genere, lasciatemi dire che la bilancia del crimine pende da un lato e tra le pendenze vorrei pesare il fatto che meno di un mese fa la sentenza della Cassazione non escludeva la possibilità di applicare l'attenuante di minore gravità ad un marito che ha più volte stuprato la consorte, a pochi giorni dall'entrata in vigore della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, andando così in senso diametralmente opposto a quanto questa stabilisce.
Ma non è necessario risalire a qualche anno fa, quando si discuteva se una violenza perpetrata ai danni di una donna fosse più o meno grave in base alla facilità con cui le si potessero sfilare i jeans attillati. In dicembre, tanto per citarne in giudizio uno, la corte d'Appello di Catanzaro ha annullato il processo contro un uomo di 60 anni trovato a letto con una bambina di 11 anni che gli era stata assegnata in tutela dai servizi sociali, perché non è stata esaminata l'ipotesi dell'attenuante dell'accondiscendenza della vittima, in "relazione d'amore", con l'imputato.
Quando la violenza è condannata dagli uomini ha un effetto devastante sul male. In quale misura potete fare qualcosa? nella misura in cui, metro alla mano, prendete le distanze, dal cavallo dei pantaloni di un criminale a voi.
ci sono molti modi di condannare la violenza, l'azione concreta nella direzione ostinata e contraria al "malamore", coltivando la bellezza in ogni espressione, che sia arte, musica, poesia, un piatto prelibato, un muretto a secco.
Ma la condanna alla violenza ha bisogno di parole asciutte, chiare, perchè non rimanga nulla nell'ombra, e dure, lapidarie, senza panegirici, se non quelli che accerchino i violenti.
La cura, l'abnegazione, senza negazione di se stessi, ma come negazione di quella condizione di solitudine o abbandono, tra tutte quelle percettibili, a costo di forzare la percezione, sono forme di condanna della violenza. L'attenzione, e l'esaltazione del genio femminile, dimenticando il genere, anzi del genere esaltare l'esclusività, sono forme di condanna della violenza.
Insomma, non abbiamo bisogno di essere salvate, ma salvaguardate, perchè la violenza non se la va a cercare nessuno. Insomma, caro uomo, dì soltanto una parola e tu sarai salvato.

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Quando "uomini e donne liberi" si ribellano

ilconfronto 20set14 350-260di Ignazio Mazzoli - Un "inedito" sullo scenario della politica frusinate si è svolto sabato 20 pomeriggio presso la saletta ELLETI, vicino al largo Norberto Turriziani a Frosinone. Un elegante invito de "il confronto", spazio promosso e animato da Stefano Vona e da sua moglie Sonia Sirizzotti, ha chiamato l'informazione locale scritta e online a raccogliere la testimonianza diretta del malessere profondo sviluppato nel Partito Democratico frusinate.
Diciamo correttamente che destinataria del messaggio dell'iniziativa è stata l'informazione. Ci è apparsa una scelta opportuna nata dal bisogno e dal senso di dovere di far conoscere che cosa accade ai tentativi di confronto nel PD. Che fine fa la voglia di partecipare, come è mortificata la militanza, come si ostacolano la ricerca di soluzioni e la voglia di confrontarle, sempre inevitabilmente destinate ad infrangersi addosso al muro delle posizioni precostituite sostenute dalla più acritica fedeltà di corrente. L'opposizione in queste condizioni pur se parla non ha voce, non può aspirare a portare alcun contributo, figurarsi se può pensare di concorrere a determinare un nuovo gruppo dirigente.
Abbiamo scritto "inedito". Non è un'esagerazione, perché mai prima di ora esponenti di un partito, in questa realtà, erano stati obbligati a denunciare pubblicamente l'impossibilità di contare con le proprie idee nell'organizzazione politica dove hanno liberamente scelto di impegnarsi attratti sicuramente dall'aggettivo "democratico" e da regole statutarie condivisibili, ma che ignoravano fossero costantemente disattese.
La formulazione che si legge nell'invito: "Uomini e donne liberi del PD ciociaro contro un'idea proprietaria del partito" è innegabilmente di grande impatto. Non solo mediatico, è un vero e proprio grido di dolore e di rivendicazione di diritti offesi e conculcati.
La forza dell'iniziativa svolta sabato nasce da com'è stata testimoniata la diffusione del malessere. C'erano iscritti e dirigenti di partito provenienti da nord a sud, donne e uomini, giovani e meno giovani. Stefano Vona, che ha presentato con un intervento l'incontro, ha saputo raccogliere la sofferenza d'intere aree di partito che sabato si sono rappresentate con i volti di Gaetano Ambrosiano, Valerio Ascenzi, Emilia Bianco, Filippo Calcagni, Riccardo Greco, Giuseppe Grilli, Stefania Martini, Armando Mirabella, Giuseppe Sarracino, Norberto Venturi (sperando di avere annotato tutti diligentemente) che sapevano con determinazione di parlare a giornalisti perché riferissero queste opinioni troppo spesso offuscate. Testimonianze davvero rappresentative delle opinioni politiche circolanti in questo PD delle posizioni più diverse, da "non toccare l'articolo 18 e la reintegra" a chi chiede "valori liberale nella sinistra", a chi denuncia di essersi dimessa dalla segreteria perché impossibilitata a svolgere il proprio ruolo come ha raccontato Emilia Bianco. Sono tutti impazziti? Tutti invidiosi? Tutti pronti a trovarsi un nuovo protettore? Nulla di tutto questo ci è parso credibile. Tutti convinti, questo si, che nessun congresso ha eletto gli attuali organismi dirigenti.
Quest'autentica sofferenza ci è parsa non solo vera ma covata da tempo. Ci chiediamo perché non è venuta alla luce davanti alle disfatte del 2012 a Frosinone e Ceccano? Due anni per maturare sono lunghi. Perché si è giunti a questa situazione di aperta denuncia? Che cosa chiedono coloro che si sono assunti il compito di tentare di aprire una fase nuova? Due valori essenzialmente rivendicano: una condotta eticamente corretta nel rispetto delle regole interne e il riconoscimento dei diritti dell'opposizione come avviene in ogni organismo in cui si vive un regime democratico senza aggettivi. Ripetutamente chi ha parlato ha denunciato l'ingabbiamento della vita di partito nel binomio Francesco De Angeli-Francesco Scalia in permanente competizione. E' vero? Perché si è giunti a questo? Alcuni intervenuti hanno rilevato che le colpe sono anche di non essersi fatti sentire. Qualcosa del genere c'è sicuramente.
Ci sono almeno due aspetti che sulla base di quello che abbiamo ascoltato andrebbero sondati e approfonditi: perché vincono gli egoismi dei capicorrente, non c'è forse qualcosa di più profondo che riguarda la convivenza di ispirazioni che non potranno mai ritrovarsi in uno stesso contenitore o meglio in uno stesso partito?
Il secondo, drammaticamente esploso nello stesso pomeriggio di sabato è quello che per comodità chiameremo "trasversalismo". Mentre seguivamo con altri colleghi questa conferenza stampa ci giungeva la notizia che Gianfranco Schietroma stava ritirando la sua candidatura a presiedente della Provincia di Frosinone che era stata definita in uno spezzone del PD ciociaro. Perché? Questa scelta si reggeva, se non su un accordo, certo sulla "valutazione" che sarebbe stata sostenuta dalla compiacenza di una parte di Forza Italia, stessa parte che in quel pomeriggio annunciava di essere interessata ad un altro candidato, ma non a Schietroma. Un partito può mai definire le sue scelte in base alla compiacenza di presunti alleati? Non ha una sua valutazione autonoma basata su programmi e giudizi certi? Questi metodi nel PD frusinate sono datati da molto tempo e non appartengono a uno solo dei contendenti chiamati in causa. Sempre più si ha l'idea che la politica ciociara sia in mano ad una cupola.
Chi vuole cambiare sappia che ha davanti una dura fatica. Non ci sono facili soluzioni. L'autonomia di giudizio di un organismo come si assicura? Un'idea come si sostiene, con quali regole ci s'impegna? Non ci sono rimedi miracolistici, crediamo, l'unica strada è la tenacia costante a lottare per il rispetto delle decisioni dentro le regole date chiamando uomini e cose con il loro nome e cognome. Un codice etico reclama di conoscere responsabili e critici. Chi critica deve sapere e volere metterci la faccia. La battaglia delle idee e delle scelte politiche non ha surrogati.

22 settembre 2014

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