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Io e i racconti in Tv

rai mediasetdi Daniela Mastracci - Ho scoperto che le serie tv mi sanno fare compagnia. Sono un’occasione di svago della mente, di riposo, di tregua, forse. Sono disponibili e accoglienti, sono come una coperta calda, una tazza di caffè bollente. E con la tazza di caffè io le guardo. Seguo i personaggi, ascolto le loro voci, vedo i loro volti, le rughe di chi è più anziano e la pelle bella liscia di chi è più giovane. Vedo i sorrisi di quando scherzano, le lacrime di quando stanno soffrendo, quando è capitato un incidente, un amore finito, un tradimento; una risata improvvisa di quando a qualcuno torni in mente un ricordo buffo; un’alzata di spalle di quando “in fondo non importa, c’è di peggio nella vita” …

All’inizio mi affascinavano i dialoghi, le belle parole che si dicevano i protagonisti. Mi dicevo che sanno essere dei bravi insegnanti visto che sanno usare così belle parole e così bene, sanno parlare, sanno capirsi, sanno intendersi. E poi quelle belle parole, quel vocabolario ricco di tante sfumature lessicali, si accompagnava all’espressione dei volti, ai toni di voce, ai movimenti impercettibili delle sopracciglia, degli angoli delle labbra, del collo che un poco si voltava, di piedi che sembravano muoversi quasi di proprio volere, e di tanti altri piccoli movimenti che, insieme alle belle parole, mi facevano da guida per comprendere un poco meglio, per andare oltre la sola semantica: i dialoghi visti e ascoltati, quando si accompagnano all’interpretazione degli attori, fanno intendere il non detto, le intenzioni, le paure, le speranze, i legami, la sfumatura dei significati …

Poi mi affascinavano le storie raccontate, quelle che si snodano di puntata in puntata, quella storia di sottofondo che lega i personaggi, che ce li fa conoscere pian piano, ce li fa scoprire e amare. Certo, sì, qualcuno non si amerà, qualcuno ci resterà antipatico, qualcuno ci sembrerà ambiguo, inaffidabile, insomma un po’ il “cattivo” della situazione, o la “cattiva”. E sì, perché le serie ci fanno vedere la gamma umana, la commedia umana, si potrebbe dire, ma nel suo significato alto di palcoscenico ove l’umano si mette in scena per l’umano, dove si fa conoscere, si fa apprezzare oppure disprezzare, dove accade il riconoscimento, dove un po’ ci specchiamo in noi stessi, ci ritroviamo nel carattere, nella timidezza, nella spavalderia, nel coraggio, nel timore, nella ritrosia, nella audacia, nel fare le cose buone, oppure nel fare un poco di cose meno buone. Però ecco, qui devo riconoscere che le serie non mi piacciono più: se c’è del male, della violenza, se c’è l’omicidio esposto ai miei occhi, i miei occhi si abbassano, tendo a non vedere, in fondo perché vedere il male? perché dar ad esso “adienza”, si direbbe in napoletano? perché dar ad esso lo spazio della vista? preferisco essere guercia a un occhio, preferisco non vedere, perché così lo ignoro, ed esso allora perde forza, non si impone; alla lunga forse si stufa di apparire se nessuno gli dà importanza, se nessuno gli conferisce esistenza perché non lo guarda, non lo considera, si mostra piuttosto indifferente.

Quando le scene sono cruente io faccio finta di niente, chiudo un occhio, ma non nel senso di assentire, di assecondare l’atto, non vedendolo per non doverlo denunciare, oppure addirittura perché lo avalli. No, non è questo il modo mio di chiudere un occhio: è un po’ come il modo del Vangelo di Matteo quando Gesù dice che piuttosto che vedere, ed essere forse attratti dal male, è meglio non vedere, fare come si fosse ciechi. Aristotele lo sapeva quanto il male potesse avere forza attraente, potesse lusingare, e anche lui ci diceva di guardare al solo bene, guardare al centro del bersaglio come un eccellente arciere, e ignorare tutto ciò che ci si facesse intorno, perché quell’intorno poteva essere male, brutte azioni, pessime scelte, vizi e delitti. In fondo lo sappiamo quanto il male sia potente, quanto allora si tratti di resistere, quanto ci si debba frenare: quella spinta sembra così forte! E invece le cose buone e belle sono disarmate, non sanno agganciare, non sanno lusingare: loro sono proprio all’altro canto della lusinga, perché la lusinga è proprio l’incantamento che ci inganna, allora come potrebbe accompagnarsi l’inganno alle cose buone e belle? Ma nelle serie c’è tanto di buono e bello perché ci sono gli abbracci, la solidarietà, l’amicizia, il volersi bene; ci sono visi buoni che sai che sono buoni perché sono distesi e sereni, non sono tesi e arcigni, chiusi in espressioni che ti fanno vedere come dentro di loro: là dove combatte il conflitto delle opposte tensioni, e dove le brutte cose sembrano vincere.

Alla prossima ….

 

 

 

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Paternità

paternitàdi Irene Panici* - All'improvviso la porta si aprì, e il tempo accelerò. Non ebbi nemmeno il tempo di formulare nella mia mente falze speranze, perché il volto del medico diceva già quello che per ore ho pregato non succedesse.
"Signore, mi dispiace, ma.."
No, no, per favore, no. Fermate il tempo, mandatelo indietro, non voglio sentire nulla.
"Il bambino si è salvato, ma sua moglie purtroppo non ce l'ha fatta."
Mente. Sta mentendo. È tutto uno scherzo. Mia moglie è viva, torneremo a casa insieme a crescere nostro figlio. Insieme, come le avevo promesso.
"L'emorragia è stata troppo fatale, abbiamo fatto il possibile."
Ti prego fermati, non continuare a parlare, ridammi solo mia moglie.
Le lacrime arrivarono come un'ondata di lava bollente e gli occhi pizzicavano, ma non ebbi la forza di sbattere le palpebre. Restai in piedi, davanti al medico. Sapevo che se avesse fatto il possibile sarebbe stata viva.
"La lascio solo." Disse il medico, con quella sua espressione di finto rammarico.
Non le importa di lei, non le importa di Amanda e del fatto che sia morta.
Non proferii parola. Fissai il vuoto, senza forze.
Passò molto tempo, non so esattamente quanto, ma passò. In piedi, con le gambe indolenzite, a guardare la stanza dove giaceva mia moglie e il mio bambino. Lo stesso bambino che aveva fatto morire Amanda.
Lo odiai, per un attimo.
Dopo molto tempo mossi le gambe, con una forza che credevo impossibile. La vidi, sotto un telo bianco, immobile, con vicino il mio bambino in una culla rigorosamente blu. Ho sempre voluto un maschietto. Ma non così, cavolo, non così.
Amanda svegliati, ti prego, non ce la faccio da solo. Eri tu quella coraggiosa, non io. tu prendevi le decisioni. Io ero la tua spalla, eravamo una squadra. Entrai nella stanza, impotente e sfinito. Mi avvicinai a lei ma non mossi il telo, non ne ebbi né il coraggio né la forza. Mi sedetti su una sedia e piansi, piansi come non avevo mai fatto. I singhiozzi si facevano sempre più forti, avevo finito le lacrime, ma continuavo. Fatemi morire qui, vicino a lei. Non chiedo altro, voglio raggiungerla, vi prego.
Sentii i dottori parlare fuori la porta e li odiai ancora di più. Come avevano la forza di parlare?
Fu un verso a distrarmi.
Mi girai di scatto e lo vidi di nuovo. Lo avevo completamente dimenticato. Piangeva anche lui.
Lo avevo fatto io. era mio figlio, e non ero sicuro che sarei riuscito a crescerlo da solo. Come avrei trovato le forze per dirgli che sua madre è morta?
Mi avvicinai. Lo presi in braccio senza pensarci, mi sembrava la cosa giusta da fare. Smise di piangere.
"Ehi, piccolino." Gemette, e lo strinsi ancora di più. Notai che lo avevano cambiato, dovevo essere stato molto tempo a piangere. Aprì gli occhi, e riconobbi subito il colore. Verdi. Come i suoi.
Scese un'altra lacrima, forse di felicità, questa volta. Non avevamo nemmeno deciso il nome. Ad Amanda piacevano le sorprese. Lo cullai, e si mise subito a dormire.
"Adesso siamo noi due, una squadra."

*Irene Panici 1°B

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