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Una discarica che non ha più ragione di esistere, ma...

discarica cerreto 350 260di Umberto ZimarriConferenza di Servizi circa l'ampliamento della Discarica di Cerreto. Una discarica che non ha più ragione di esistere, le solite “manine” che inseriscono emendamenti ad hoc sull’area, l’incapacità della politica regionale e romana nel trovare soluzione ad un problema ormai ventennale: così si può riassumere il quadro riguardo l’ampliamento della discarica di Roccasecca.

Mi auguro solamente che vengano rispettate le regole e le normative vigenti, perché se così sarà, non ci sarà nessun ampliamento. Può essere autorizzata una discarica in una zona franosa? No, certamente, no. Oltre al buon senso lo ribadiscono le norme giuridiche (D.Lgs. 36/03) che stabiliscono come non idonee le aree interessate da movimenti franosi. Alla luce, dunque, del recente evento franoso verificatosi nell’area (certificato da la discarica non risponde più a tali criteri. Semplice ed elementare. Invece abbiamo assistito a dei silenzi a dir poco preoccupanti o peggio ancora ai soliti “non è di mia competenza”, ma ovviamente non si capisce mai alla fine di chi è questa responsabilità.

Politicamente poi siamo al paradosso assoluto: da una parte la Regione Lazio vara un nuovo piano regionale che prevede cinque ambiti territoriali ottimali, uno per ogni Provincia, e dall’altro siamo costretti a discutere ancora di una discarica che è al servizio di Roma Capitale. Nello scenario peggiore, e sottolineo peggiore, nei prossimi 5 anni la Provincia di Frosinone avrà bisogno di 147.243 metri cubi, a luglio 2019, la discarica per rifiuti non pericolosi MAD Srl- località Cerreto, snc – Roccasecca (FR) ha una volumetria residua utile di mc 119.263 e il progetto ne prevede 1 milione!

Mi piacerebbe capire, inoltre, come sia possibile ragionare su un progetto già presentato e discusso nell’autunno di quattro anni fa mentre le nuove direttive europee sono state redatte nel Luglio 2018. Cosa prevedono queste norme? Tra i numerosi provvedimenti, ne sottolineo due. L’aumento della percentuale di rifiuti urbani riutilizzati e riciclati deve essere raggiungere almeno a 70% entro il 2030 ed il divieto verso il collocamento in discarica dei rifiuti riciclabili di plastica, metallo, vetro, carta e cartone e dei rifiuti biodegradabili entro il 2025 con la richiesta agli Stati membri di impegnarsi per abolire quasi completamente il collocamento in discarica entro il 2030.

Quindi come è possibile anche prendere in considerazione la costruzione del V Bacino?
Non possiamo essere considerati la terra di nessuno, la terra sulla quale scaricare le colpe e le inefficienze di altri, quelli che vivono la parte sbagliata della storia, destinati per l’eternità a soffrire e a subire. E’ ora di dire basta.
Personalmente sostengo attivamente la protesta del Comitato Ambiente e Salute di Colfelice, e ritengo ci sia il massimo sostegno possibile a questa iniziativa da parte delle amministrazioni, delle associazioni e dei residenti.

Ci siamo rotti i polmoni!

 

 

 

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Stavolta ha proprio ragione Piercamillo Davigo

PiercamilloDavigo 350 260di Elia Fiorillo - Politica e Magistratura, nessuna invasione di campo. Di frasi mitiche – e discutibili – Piercamillo Davigo ne ha pronunciate diverse. Da quella del 7 dicembre 1994 sul Corriere della sera: “Io invece vi dico: rivoltiamo questo paese come un calzino”. A quella in cui sostiene che “il segreto istruttorio è posto a tutela dell’attività investigativa, non dell’onorabilità dell’inquisito”. Siamo in pieno clima di Mani pulite e la voglia dei p.m. di fare pulizia a volte esorbita dalla tutela dei diritti degli indagati, come puntigliosamente documenta Matteo Feltri nel libro “Novantatré – L’anno del terrore di Mani pulite”.

Stavolta però come non dare ragione all’ex p.m. del pool Mani pulite, diventato nell’aprile di quest’anno presidente dell’Associazione nazionale magistrati, quando dichiara: “il potere politico compie un errore gravissimo quando, di fronte ad episodi di corruzione, si limita a dire che occorre attendere che la giustizia faccia il suo corso”. E, ancora, che questo atteggiamento “è una sorta di delega alla magistratura a compiere una selezione della classe dirigente. Ma la politica dovrebbe invece dimostrare una propria autonoma capacità di valutazione rispetto ai procedimenti giudiziari.”

E' la politica che deve autogestirsi sul fronte della legalità

A ventitré anni di distanza la questione rimane sempre la stessa: è la politica che deve autogestirsi sul fronte della legalità o ha bisogno di “aiutini” da parte della magistratura per fare pulizia nel suo interno? E la risposta resta unica anche alla luce degli eventi, non tutti dai chiari connotati legali, della stagione Tangentopoli. Nessuna delega palese o nascosta al potere giudiziario: è la politica, i partiti, che devono svolgere il proprio ruolo d’individuazione e, soprattutto, selezione della propria classe dirigente. Troppo comodo rifugiarsi nel legalismo ad oltranza del “solo dopo tutti i gradi di giudizio un soggetto può essere ritenuto colpevole.” Difronte a politici in odore di mafia, camorra, ‘ndrangheta, o corrotti e corruttori, aspettare i verdetti della magistratura significa essere conniventi. Significa dare un’immagine all’elettorato di “utilizzo” dei potentati dell’illegalità, della corruttela, della strumentalizzazione della politica per fini che con la gestione della polis non hanno nulla a che spartire. Si corre il rischio dei facili fraintendimenti e semplificazioni, che portano i populisti di professione a denigrare il sistema dei partiti che è alla base della democrazia. Ma si corre anche il rischio di spingere la magistratura, o pezzi di essa, a svolgere ruoli di surroga della politica che non gli competono e che si possono trasformare in boomerang.

Lo stesso discorso vale per le varie organizzazioni di rappresentanza della società civile. Proprio perché perni vitali del sistema democratico, non possono ignorare, come purtroppo avviene, basilari norme del vivere civile, al di là delle regole democratiche, premiando sempre e comunque i fedeli al potere del momento, quelli che si schierano sempre con il vincitore, anche se questi non sono proprio stinchi di santo. Certe superficialità interessate alla fine si pagano con la credibilità di tutto un sistema.

Quanto c’è da lavorare per voltare pagina!

Gli scandali di questi giorni danno la misura di quanto c’è da lavorare nel nostro Paese per voltare pagina. Per affrontare le questioni relative alla legalità non utilizzando due pesi e due misure. Se il problema riguarda il partito rivale, o l’avversario, tutto ok nell’invocare la trasparenza assoluta, il rispetto della legalità senza se e senza ma. Se, per converso, la questione tocca soggetti del proprio raggruppamento politico, allora tutte le scuse sono buone per giustificare, minimizzare, essere garantisti ad oltranza.

Certe botte e risposte tra partiti, registrate ultimamente sulle questioni relative alla legalità, non aiutano a fare chiarezza. Non autoassolvendosi e gridando a più non posso contro il cattivo, o presunto tale, di turno si risolvono i problemi. Anzi, si aggravano. Nell’opinione pubblica, proprio per l’interesse mediatico che le questioni attinenti alla gestione della cosa pubblica si portano dietro, lo scarico generalizzato delle responsabilità, e le accuse reciproche, fanno nascere sentimenti generalizzati di diffidenza e di qualunquismo verso tutti i partiti. Insomma, su certi argomenti “più spari sugli altri più puoi morire per fuoco amico”.

Sulle questioni concernenti la legalità ci vorrebbe un “patto di lealtà” fra tutti i partiti per evitare strumentalizzazioni ma, soprattutto, per allontanare chi non ha tutte le carte in regola, senza aspettare il timbro della magistratura.

Stavolta ha proprio ragione Piercamillo Davigo: nessuna delega dei partiti alla magistratura, né, dall’altra parte, nessuna ipotesi di rivoltare l’Italia come un calzino. Non servirebbe a niente. A ognuno il suo ruolo.

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Perché I'Anpi ha ragione a votare NO

Bandiera e  logo AnpiQuella che segue è la lettera che il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all'Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale. (http://www.unita.tv/opinioni/noi-favorevoli¬alle-riforme-non-siamo-in-dissenso-dallanpi/) La lettera di Smuraglia è stata pubblicata oggi sul quotidiano.
 

Come si è discusso e si è votato

 
Cari Senatori,
ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po' di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, inquesto caso, dall'altro lato della barricata. Capisco anche l'esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l'avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.
Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti "iscritti e sostenitori dell'ANPI"; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo — Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l'eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il "NO". Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente "schierata" sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi.
Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell'altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?
Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo "non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede", aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c'è una norma specifica ), non recar danno all'ANPI .Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d'essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest'ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l'anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un'Associazione come l'ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall'interno, ma addirittura dall'esterno, impartendoci autentiche "lezioni" (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all'ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).
Voi dite che "molto potremmo discutere sull'opportunità e sulle modalità della scelta". Discutete pure sull'opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.
Voi vi preoccupate che l'ANPI non diventi un partito; non c'è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate ("concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli"); e nessuno pensò che l'ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la "legge truffa", nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.
Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l'ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto — democraticamente — alla presa diposizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.
Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad "alzare i toni". Altri hanno provveduto a farlo, eccome.
Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l'ANPI.
Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l'invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c'è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.
In ogni caso, e per concludere: abbiate un po' di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l'unità dell'ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.
Cordialmente,
Carlo Smuraglia

21 Maggio 2016

 
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Mariem è libera: la gioia e la ragione

Mariem Cheikh 350 260dal web - Mariem Cheikh era rinchiusa, senza processo, nelle carceri di Nouakchott in Mauritania per aver pacificamente protestato contro gli arresti arbitrari dei militanti antischiavisti. La rete delle donne ha fatto la sua parte per liberare almeno lei.

Mariem Cheikh è uscita oggi dal carcere Nouakchott, Mauritania: la pressione decisa e costante, esercitata da donne e uomini di una rete diffusa, ha ottenuto questo meraviglioso risultato.
Ci ha dato gioia e ci ha inorgoglite una liberazione che però non sa ancora di libertà. La schiavitù, quella contro cui lotta Mariem in Mauritania, non è mai finita nel suo paese e nel mondo, in tutto il mondo: anche la parola sembra uscita dal vocabolario. Cancellando la parola, gli Stati si sentono liberi, loro sì, di trattare e commerciare, di importare umanità e merci ponendole sullo stesso piano.
Le ragioni degli Stati hanno deciso che non si deve parlare della schiavitù, perfino non si deve parlare della liberazione di Mariem, avvenuta forse per evitare che le voci ostinate e contrarie si facessero troppo alte.
Da parte nostra sappiamo di non poterci confinare nella grandissima gioia per la liberazione di questa nostra compagna di strada: la gioia avrebbe sapore amaro se ora ci fermassimo. E non possiamo fermarci.
Coordinamento nazionale dell'UDI (Unione donne in Italia), Donne in nero di Napoli, Assemblea delle donne per la restituzione

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