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Parità di genere. Ricorso VS Rai

Squilibrio di genere nelle posizioni apicali della RAI

paritàdigenere 390 minIn qualità di Consigliera di parità di Frosinone, ritengo utile, per l’importanza che rivestono oggi i mezzi di comunicazione, in primis un’azienda pubblica come la Rai, diffondere l'istanza che la Consigliera Nazionale di Parità Francesca Bagni Cipriani e la Consigliera di Parità supplente, Serenella Molendini, hanno esposto ai vertici Rai e alle Autorità competenti, relativa allo squilibrio di genere nelle posizioni apicali dell'azienda, ulteriormente peggiorata in seguito alle recenti nomine.

- ALL' AMMINISTRATORE DELEGATO DI RAI S.p.A;

Pec: raispa@postacertificata. rai.it
- AL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DI RAI S.p.A IN PERSONA DEL PRESIDENTE P.T.
Pec: raispa@postacertificata. rai.it
- ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L'INDIRIZZO GENERALE E LA VIGILANZA DEI SERVIZI RADIOTELEVISIVI;
Pec: vigilanzarai-accesso@pec. senato. it
e.p.c.
- ALLA MINISTRA DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI;
Pec: segreteriaministro@pec. lavoro.gov. it
- ALLA MINISTRA PER LE PARI OPPORTUNITA' E LA FAMIGLIA

Pec:
- AL DIRETTORE GENERALE DEI RAPPORTI DI LAVORO E DELLE RELAZIONI INDUSTRIALI
Pec: dgrapportilavoro@pec. lavoro.gov. it

Istanza

La Consigliera Nazionale di Parità dott.ssa Francesca Bagni Cipriani, nonché la Consigliera Nazionale di Parità supplente, dott.ssa Serenella Molendini, entrambe ai fini del presente atto elettivamente domiciliate in Lecce alla Via Augusto Imperatore n. 16 presso lo studio dell'Avv. Valeria Pellegrino (CF: PLLVLR65L55 H501S; pec: ), che le assiste, espongono

Premesso
- che di recente RAI spa ha provveduto alle nomine alle direzioni di Rete e Testate giornalistiche;

- che le stesse sono state effettuate nel dispregio delle norme e dei principi di parità di genere, sacrificando immotivatamente competenze e professionalità femminili, già fortemente sottodimensionate rispetto al complessivoassetto dirigenziale aziendale;

- che lo schema degli attuali organi direttivi, anche alla luce delle nuove designazioni, ha acuito il già preesistente divario uomo-donna, comportando uno squilibrio inaccettabile del complessivo quadro d'insieme;

- che in particolare, ad oggi, nella direzione delle testate televisive sono presenti 1O uomini a fronte di 3 donne; nelle direzioni dei canali radio il rapporto è pari a 8 uomini e 5 donne; ai vertici delle testate giornalistiche vi sono 7 uomini ed una sola donna, senza alcuna presenza femminile nelle testate giornalistiche televisive -così come nelle reti principali- che notoriamente risultano di maggior prestigio; mentre solo nelle direzioni delle strutture il rapporto risulta invertito con la presenza di 5 donne e 4 uomini;

Considerato
- che è immanente nella politica e nelle regole aziendali il rispetto e la promozione della parità di genere, non solo ai fini dell'offerta informativa, ma anche allo scopo di una corretta ed imparziale gestione della organizzazione interna e delle risorse umane;

- che in particolare, in virtù del Contratto di servizio stipulato con il Ministero dello Sviluppo Economico, RAI è tenuta a promuovere ed assicurare la parità tra uomini e donne (artt. 2 e 6);

- che anche in relazione al proprio Codice etico, RAI è onerata della garanzia e del rispetto delle pari opportunità, oltre che della attuazione d i condotte orientate a sostenere la crescita professionale (artt.1-5);

- che lo Statuto della società prevede espressamente una compos1z10ne del Consiglio di Amministrazione in cui sia favorita la presenza di entrambi i sessi (art.21.1); sì che non si vede il motivo per il quale, stante anche il complessivo indirizzo aziendale, i l medesim o principio di equilibrio non debba essere riconosciuto anche nelle diverse articolazi oni apicali;

- che nei bilanci sociali RAI ha manifestato sempre l'impegno del gruppo a porre attenzione sui temi della parità di genere, non solo in ambito editoriale, ma anche attraverso il coinvolgimento interno dell'Azienda;

- che pertanto, posta la complessiva mission della società, volta a garantire il raggiungimento di obiettivi di pubblica utilità, tra i quali lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico ricomprende la promozione della parità tra uomini e donne (cfr pagina web dedicata alla azienda ed alla concessione del servizio), lo squilibrio complessivo riveniente anche dalle nuove nomine viola, tradisce e confligge con le previsioni contrattuali, statutarie e di indirizzo aziendale;

Considerato altresì
- che a mente dell'art. 49 del D.lgs 198/06 (Codice delle Pari Opportunità tra uomo e donna) "la concessionaria pubblica e i concessionari privati per la radiodiffusione sonora e televisiva in ambito nazionale promuovono azioni positive volte ad eliminare condizioni di disparità tra i due sessi in sede di assunzioni, organizzazione e distrib uzione del lavoro, nonché di assegnazione di posti di responsabilità" e che tale norma costituisce applicazione di principi e valori costituzionali consacrati all'art. 3 e 51 Cost Rep.;

- -che tale obbligo risulta di fatto obliterato, risolvendosi le scelte effettuate, al contrario, in un nuovo concreto ostacolo al raggiungimento della parità, e ciò pur in presenza di autorevoli professionalità femminili, meritevoli della medesima considerazione riservata ai colleghi;

- che l 'assetto della complessiva nuova governance sacrifica illegittimamente la parità di genere, diritto che anche alla luce della complessiva evoluzione normativa, nazionale ed europea, non può risolversi in una mera enunciazione di principio, svuotata di contenuti concreti e tangibili;
- che peraltro, in virtù del servizio pubblico di cui RAI è concessionaria, la stessa dovrebbe svolgere una funzione esemplare proprio con riferimento ai modelli di governance , anche al fine di favorire virtuosi fenomeni emulativi e non sperequativi.

Tutto ciò premesso e considerato le Consigliere di Parità nazionali effettiva e - supplente, come in epigrafe domiciliate ed assistite

- Chiedono

- Agli organi in indirizzo, ciascuno per le rispettive competenze, di provvedere all 'immediato riequilibrio di genere dei vertici di reti, canali e testate, si da rimuovere anche i recenti atti a contenuto sostanzialmente discriminatorio, invitando altresì i medesimi organi a considerare, nel corso di tale nuovo procedimento, il peso ed il valore attribuibile alle direzioni delle principali reti e testate giornalistiche, ad oggi, come noto, appannaggio di soli uomini.

- Lecce-Roma 22.5.2020

- La Consigliera di Parità Nazionale Dott.ssa Francesca Bagni Cipriani
- La Consigliera di Parità Nazionale supplente
- Dott.ssa Serenella Molendini

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Coronavirus: Pupi Avati scrive alla RAI

Bellissima lettera alla Rai di Pupi Avati

PupiAvati 350 minRiflessione e proposta

E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi ,che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga. Fra i tanti che se ne sono andati un mio amico, Bruno Longhi, grande clarinettista milanese, che il coronavirus ha portato via senza tener conto della sua bravura, di come suonava Memories of you, meglio di Benny Goodman . E’ il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato. Mi manca persino quella specie di bacio notturno con il quale auguro la buonanotte a mia moglie e che lei giustamente mi ha vietato. Dormo di più la mattina, nel silenzio profondo ,cimiteriale di una città morta , appartengo anagraficamente alla categoria di quelli più svelti a morire.

Ma in questo sterminato silenzio , che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria , ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci.
E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore , di ogni senso del limite. Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto , soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione.

Quello che provo somiglia a quando al cinematografo negli anni cinquanta si rompeva la pellicola e accadeva che venivi scaraventato fuori da quella storia che era stata capace di sottrarti allo squallore del tuo quotidiano. Rottura accolta da un boato di delusione simultaneo all’accensione improvvisa di luci fastidiose. Me ne restavo seduto, stretto in me stesso, cercando di tenermi dentro il film , “ dimmi quando ricomincia “ dicevo a mia madre tenendo gli occhi chiusi e pregando perché quelli su in cabina si sbrigassero a riattaccare la pellicola. Perché fossi restituito al più presto a quel magico altrove. . Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente , è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire

E quel mondo che si sta allontanando, che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia.
E allora mi chiedo perché In questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la RAI, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza alll’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente.

Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittorii, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro ,al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare , quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.

Pupi Avati

 fonte: corriere.it

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Modulo di autocertificazioine. Mininterno 26 marzo 2020

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Un'occasione persa dalla RAI

tina lagostena apprezzatissima avvocata di quel processo per stuprodi Antonella Necci - Il grande giornalista e scrittore Gian Antonio Stella ha scritto un articolo sul Corriere della Sera in cui ricorda la storia travagliata di un documentario del 1979, 'Processo per stupro' di sei giovani registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti, Loredana Rotondo), che mostrava il vero processo a quattro giovani di Latina accusati di aver violentato per ore una diciottenne di Nettuno.

Stella ricorda come all'epoca, il documentario ebbe un enorme successo, tanto che dopo la prima messa in onda, in tarda serata, che fece ben tre milioni di spetattori, la Rai mandò in onda in prima serata il documentario che triplicò gli ascolti. Si tratta di un documento storico importantissimo, persino conservato al MoMa di New York, su come lo stupro veniva inteso dalla giustizia nell'Italia dei primi anni '80.

Ma, si chiede Stella, come mai proprio in queste giornate dove sarebbe opportuno dare la possibilità a tutte le nuove generazioni di vedere questo documentario, la Rai non lo ripropone? Presto detto: "A quanto pare, gli avvocati ancora vivi e perfino i parenti degli avvocati defunti protagonisti di quel processo, imbarazzatissimi sia pure con decenni di ritardo per certi interrogatori di pruriginosa invadenza, certe allusioni voyeuriste, certe arringhe beceramente machiste, hanno preteso l’oblio su quello sfoggio di spiritosaggini da bordello scagliate contro la vittima e a favore dei violentatori, poi condannati a pene leggere e con la condizionale".

A raccogliere l'appello di Stella affinché la Rai si decida a rispolverare questo prezioso documento ci pensa Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza Rai, che scrive su Facebook: "Nel giorno della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne la Rai non ha voluto riproporre il film. I presidenti delle Camere valutino di intervenire, secondo le proprie competenze e l’autorevolezza del loro ruolo. Dopo la diffusione dell’agghiacciante sondaggio dell’Istat, secondo cui una persona ogni quattro pensa che le donne possano provocare violenza sessuale con il loro modo di vestire e addirittura il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo voglia, sarebbe ancora più doveroso, se non un obbligo morale, fare vedere 'Processo per stupro' ".

 

 

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Rai Storia e dintorni

raistoria 350di Aldo Pirone - La politica di “sicurezza collettiva” dell’Urss. L’appeasement di Chamberlain, Alifax e Daladier con la Germania nazista; Monaco e il patto Hitler-Stalin. Alcune conseguenze.

Venerdì scorso su Rai Storia è andata in onda una trasmissione intitolata “Il patto Hitler Stalin”. Non so se sia stata una coincidenza voluta, ma la mente non poteva non riandare alla recente risoluzione dell’europarlamento che, nel quadro d' una fallace equiparazione storica fra nazismo e comunismo, dice che quel patto, siglato il 23 agosto del ’39, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”.

La trasmissione ha ricostruito rigorosamente il tentativo dell’Urss di Stalin, protrattosi per più anni dopo l’ascesa di Hitler in Germania, di fare un accordo con Francia e Gran Bretagna, nel solco di una politica di “sicurezza collettiva”, per sbarrare la strada in Europa alle voglie guerrafondaie nazifasciste. Una correzione di politica estera sovietica profonda, che fece uscire l’Urss dall’isolamento e dall’autoisolamento portandola ad aderire perfino alla poco efficace se non imbelle Società delle Nazioni. Un cambiamento che influenzò anche l’Internazionale comunista (Komintern) che rovesciò la sua politica passando dal “socialfascimo” alla “promozione dei fronti popolari” per difendere la “democrazia borghese” là dove era minacciata dalla marea montante del fascismo in Europa. I sovietici avevano letto il Mein kampf di Hitler e conoscevano le sue intenzioni strategiche: sterminare gli ebrei e gli slavi sulle cui terre, considerate “spazio vitale” per i tedeschi, avrebbero dovuto insediarsi i germanici. Non a caso la guerra contro l’Urss fu poi di sterminio e costò ai sovietici tra i 25 e i 26 milioni di morti.

Due furono i diplomatici sovietici incaricati di raggiungere quest'obiettivo: Ivan Maijski ambasciatore a Londra e Anatoly Litvinov ministro degli esteri sovietico. Nonostante la loro bravura non ci riuscirono. Si scontrarono con il conservatorismo britannico cui si adeguò anche la Francia dopo l’assassinio del suo ministro degli esteri Louis Barthou il 9 ottobre del 1934. Le cose peggiorarono con l’arrivo di Chamberlain a premier britannico e di lord Halifax a ministro degli esteri in sostituzione di Anthony Eden che dette le dimissioni proprio perché non condivideva la politica di appeasement con Hitler. Con lui non la condivideva Churchill che guidò la pattuglia di conservatori ribelli a quella politica di cedimenti, perorando, al contrario, l’alleanza con l’Urss di Stalin.

La puntata di Rai Storia non è arrivata al capitolo del patto di Monaco considerato il vero momento in cui Hitler verificò l’impotenza della politica anglo francese interpretandola come il permesso a proseguire la sua azione revancista e aggressiva verso est. Dopo la Cecoslovacchia fu la Polonia e con essa la guerra mondiale. Chamberlain tornò da Monaco sventolando il foglio firmato con Hitler dicendo che quel patto sciagurato significava “la pace per il nostro tempo”.

Quando quell’accordo fu discusso alla Camera dei comuni, Churchill fece un discorso memorabile. Indicò puntigliosamente tutti i fatti che costituivano “un disastro di prima grandezza che si è abbattuto sulla Gran Bretagna e la Francia […] Il sistema di alleanze in Europa centrale, cui la Francia aveva affidato la sua sicurezza è stato smantellato. E’ stata spianata la strada [a Hitler] che porta lungo il Danubio al Mar Nero, alle risorse di grano e di petrolio, la strada che arriva fino alla Turchia. […] vedrete giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’espropriazione di quelle regioni. Molti di quei paesi, temendo l’ascesa del potere nazista, hanno già scelto politici, ministri, governi filotedeschi, ma c’è sempre stato in Polonia, Romania, Bulgaria e Jugoslavia un vastissimo movimento popolare che guardava alle democrazie occidentali, aborriva l’idea di vedersi imporre il dominio arbitrario del sistema totalitario e sperava che gli si sarebbe opposta resistenza. Ora tutto è perduto”. Poi, rivolgendosi a Chamberlain gli disse: “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”.

Il ministro sovietico Litvinov, il 21 settembre, pochi giorni prima di Monaco, aveva dichiarato alla Società delle Nazioni che l’Urss era pronta a intervenire a difesa della Cecoslovacchia. A Monaco la Russia non fu invitata e pure i cecoslovacchi furono tenuti fuori della porta. Il tentativo di creare un fronte antinazista con Gran Bretagna e Francia si trascinò ancora per qualche mese. Poiché Hitler non era affatto placato dal sacrificio della Cecoslovacchia e che ora voleva Danzica e la Polonia, Chamberlain e Daladier cercarono, nel giugno ’39, di riallacciare i rapporti con Stalin. Ma lo fecero svogliatamente, mandando a Mosca uno sconosciuto funzionario, Strang, preferito a Eden che si era offerto e che godeva di molto più credito. Ad agosto i sovietici chiesero di portare i colloqui sul piano militare. La Gran Bretagna mandò l’ammiraglio Dax privo, però, dei poteri necessari, e la Francia il generale Doumenc che non aveva deleghe per concludere alcunché. Li fecero viaggiare per cinque giorni su un cargo mercantile con l’indicazione, per Dax da parte di Halifax, di tirare le cose per le lunghe. A quel punto Stalin prese atto che gli anglo francesi non facevano sul serio e accettò l’offerta tedesca di avviare negoziati per un patto di non aggressione. Ne approfittò per inglobare gli stati baltici e spostare più a ovest le frontiere dell’Urss a spese della Polonia che, inoltre, si era rifiutata di far passare l’Armata rossa sul suo territorio per un eventuale soccorso alla Cecoslovacchia; mentre, insieme all’Ungheria, aveva richiesto la sua libra di carne ceka al momento della dissoluzione di quello stato.

La scelta di Stalin era anche la conseguenza del fatto che in Oriente l’Armata rossa stava fronteggiando il Giappone che aveva invaso la Manciuria e premeva alle frontiere sovietiche. La sindrome dell’accerchiamento non era solo una paranoia del dittatore sovietico.

Errori e crimini di Stalin

Se il “patto” con Hitler fu considerato, anche da Stalin, uno stato di necessità, dopo Monaco e le prove di fellonia susseguenti d'inglesi e francesi, quali furono gli errori e i crimini compiuti dal dittatore sovietico in seguito? Furono diversi. Il primo fu di piegare il Komintern alle scelte statali sovietiche spiazzando i comunisti europei costretti da un giorno all’altro a non considerare più il nazifascismo come il nemico principale, rinnegando d’ambleé tutta la politica scaturita dal VII Congresso del Komintern e dei “fronti popolari”. Pochi giorni dopo il patto con Hitler, lo scoppio della guerra fu giudicato uno scontro fra “briganti imperialisti”, riecheggiando il giudizio di Lenin sulla prima guerra mondiale che era del tutto fuorviante se applicato allo scontro con i nazifascisti. Stalin non colse, l’anno dopo, il mutamento avvenuto in Gran Bretagna con l’avvento di Churchill a primo ministro e la sua determinazione a non cedere a Hitler e al sopraggiunto Mussolini anche nell’ “ora più buia” del giugno del ’40, dopo la disfatta della Francia. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre Stalin a uscire, magari gradualmente, dall’iniziale “stato di necessità” che, invece, per lui era diventato virtù.

Inoltre, c’è da rilevare che la più grande contraddizione con la politica estera staliniana della sicurezza collettiva, consistette proprio nelle “purghe” che il dittatore georgiano aveva avviato in quegli anni in Urss, tra il ’36 e il ‘38. Quella politica criminale, oltre a indebolire fortemente il Pcus e la stessa società sovietica, si era abbattuta, decapitandolo, proprio sullo strumento militare principe: l’Armata rossa. Furono eliminati 3 marescialli su 5, 8 ammiragli su 8, i 9 decimi dei comandanti di corpo d'armata e 35.000 ufficiali su 144.300; tra cui il mitico maresciallo Tuchačevskij.

Il sospetto e la diffidenza congeniti di Stalin non salvarono l’Urss dall’aggressione hitleriana. Anzi, il dittatore fu sorpreso e fece trovare il paese dei soviet impreparato e indebolito dalle sue “purghe”. Sospetti e diffidenze staliniani, stranamente, non riguardarono Hitler. Inossidabile rimase la fede del capo comunista nel patto stretto con il furher. Sospetti e diffidenze si riversarono, invece, su chi andava informando il dittatore russo dell’imminente attacco nazista; per altro più che evidente visto l’ammassamento di truppe tedesche ai confini dell’Urss in corso da molti mesi. Ciò causò i disastri iniziali, le distruzioni, le stragi e i molti milioni di morti e prigionieri, civili e militari, subìti dall’Unione sovietica nei primi sei mesi dell’aggressione.

Poi, la guerra vittoriosa nella grande alleanza antinazista e la mano ferma con cui Stalin condusse la guerra, relegò sullo sfondo i suoi crimini ed errori; che però ci furono, comportando prezzi dolorosi e tragici che si potevano e dovevano evitare.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La RAI d'assalto

rai logodi Vincenzo Vita da ilmanifesto.it - Attenzione al linguaggio. Ciò che sta avvenendo sulle nomine dei vertici della Rai non è una lottizzazione. Con tale termine si indicava, con qualche giusto disprezzo, la pratica dei partiti (in particolare quelli del centrosinistra degli anni settanta-ottanta) di spartirsi le postazioni di comando. Tuttavia, a parte la qualità delle persone indicate, quel metodo deprecabile seguiva un percorso: sedi di partito, commissione di vigilanza, consiglio di amministrazione. E nel tragitto succedeva pure che un nome cambiasse perché considerato inadeguato o inopportuno. Nostalgia? Niente affatto. Nel 1993 con fatica passò una legge innovativa, che toglieva lo scettro alle forze politiche per consegnarlo ai presidenti di camera e senato. Ma la legge dell’ex ministro Gasparri del 2004 abrogò il tutto. Fino al pasticcio del 2015 voluto dalla maggioranza di Matteo Renzi, che ha dato il potere tout court al governo. E, infatti, ciò che sta accadendo è figlio proprio dell’attribuzione all’esecutivo di funzioni abnormi. Contro una consolidata giurisprudenza costituzionale. Ecco perché è improprio evocare la lottizzazione. L’attuale forma del potere è un vero e proprio assalto guerresco, deciso sì e no da quattro persone e, forse, con qualche suggerimento arrivato da altri luoghi. Dopo la vicenda di Cambridge Analytica e i soprassalti filo-putiniani testi e sottotesti si complicano.

Intendiamoci, finora la decisione proveniente da palazzo Chigi riguarda i due consiglieri mancanti, dei quali uno –Fabrizio Salini, ex Fox, La7, Stand by me società che lavora con la Rai- è indicato come il nuovo amministratore delegato, e l’altro –Marcello Foa, ex de il Giornale e della società che edita il Corriere del Ticino- al momento è solo un componente del cda di viale Mazzini. Come hanno fatto notare la federazione della stampa e il sindacato dei giornalisti della Rai. Il designato Foa sarà pure proposto dai suoi colleghi come presidente, ma dovrà ottenere il gradimento dei due terzi della commissione parlamentare. Non sarà affatto una passeggiata e per lo meno intempestiva è la sicurezza esibita dalla biografia che si leggeva su Wikipedia già nel primo pomeriggio di venerdì. Il conclamato sovranismo, il giudizio sul presidente Mattarella, un certo leghismo da tifoseria come emerge da twitter non giovano certamente al profilo di una presidenza teoricamente di garanzia. Diventerà davvero presidente?

E’ sicuro, invece, che il servizio pubblico cambierà seccamente e neppure resisteranno le tradizionali rose di nomi per reti e telegiornali, costruite con troppe analogie con il passato. Ci sarà un colpo di spugna e ne vedremo delle belle. E sì, la Rai sarà non più un territorio di compensazione e di compromesso, bensì la prima fila della lotta gialloverde per l’egemonia e per il controllo sull’informazione.
Il vecchio “partito rai” è devastato e i riti del servizio pubblico cambieranno i loro breviari. Una rottura “epistemologica”, direbbe la filosofia.

 

 

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Canone Rai si o no? Chi ci guadagna e chi ci perde?

rai mediasetdi Stefano Balassone - Durante una campagna elettorale esistono solo segnali e non proposte. Tanto più col proporzionale che, a differenza del maggioritario, non dovrebbe dare il Governo a uno schieramento pre-definito. E dunque libera tutti, negandogliene il potere, dall’incombenza di adempiere perentoriamente e tempestivamente alle “promesse” acchiappavoti.
Sicché le “promesse” vanno considerate tutt’al più “premesse”, posizioni di partenza nella trattativa con i futuri colleghi della futura maggioranza che governerà.
Di cosa è premessa la “promessa” di Renzi di togliere il canone dalla bolletta? Di molte cose diverse, anche opposte, a seconda dei dettagli a contorno. E qui conterà moltissimo chi farà parte della maggioranza e con quali rapporti di forza interni e nei confronti dell’opposizione.
Trascuriamo per il momento l’ipotesi che dopo il 4 marzo Renzi con le sue promesse e premesse venga semplicemente spedito in qualche isola di Sant’Elena a scontare inginocchiato sui ceci la scostumatezza verso gli antichi monarchi (Banca d’Italia, Testate prestigiose, zatterone dei giornalisti, intellettuali inascoltati, etc etc). In quel caso, semplicemente, per la Rai e il canone non cambierebbe nulla, mentre, in caso diverso i due corni opposti tra i quali si determinerebbe un qualche politico equilibrio andrebbero dal trasformismo alla rivoluzione.
Trasformista sarebbe mantenere il finanziamento pubblico, ma cambiandone la sorgente: non più dazione ad hoc, ma mancetta annuale estratta dal monte della spesa statale. È vero che finanziando la Rai con le tasse verrebbe evitata l’ingiustizia di far pagare gli stessi 90 euro al povero e al riccone. Ma gli evasori fiscali, appena messi alle corde dal canone in bolletta, tornerebbero a scamparla, visto che l’IRPEF e le altre tasse, per definizione, non la pagano. Altrimenti che evasori sarebbero! Insomma, saremmo al gioco delle tre carte, con un premio ai truffatori di professione
Rivoluzionario sarebbe abolire totalmente il finanziamento pubblico scoperchiando nel contempo i tetti alla trasmissione di spot, che oggi imbrigliano le potenzialità di ricavo commercial della Rai rispetto alle audience che raccoglie. Ma siccome, ben che vada, la Rai perderebbe 2 miliardi di finanziamento pubblico mentre l’aumento dei suoi ricavi pubblicitari non supererebbe, ragionevolmente, i 700 milioni, l’azienda di Stato dovrebbe per forza cambiare corpo e stazza, a partire dal grasso delle testate giornalistiche. Last not least, quei settecento milioncini sarebbero, almeno nei primi anni, tolti essenzialmente a Mediaset, che cesserebbe di godere dei benefici del duopolio (dove il Cavallo è sì grande, ma –complici i plafond alla sua pubblicità- è impossibile che calpesti il Biscione). E qui, altro che rivoluzione, saremmo alla tregenda dell’industria dei media perché, come è sempre avvenuto nel passato, gli editori di giornali più o meno on-line, farebbero scudo ai privilegi strutturali di Mediaset pur di tenersi i vantaggi per quanto avari dello statu quo. E saremmo pronti a scommettere che gli stessi investitori pubblicitari, che apparentemente avrebbero solo da guadagnarci, si metterebbero le mani nei capelli a causa dello sconvolgimento dei loro consolidatissimi intrecci con il mondo dei media, quale si è fondato con la cavalcata rapinosa di fine anni ’70.
Comunque, dopo le elezioni ognuno potrà divertirsi con le mille soluzioni intermedie che fioccheranno per portare l’acqua a questo o quel mulino. Nel frattempo converrà non affannarsi per lo sventolio del le bandiere mosse dal vento di stagione che, come nel film, "non sa leggere.

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Hic Gabanelli, hic salta

Milena Gabanellidi Stefano Balassone - Per Left Wing 9 settembre 2017 - Milena Gabanelli, come è noto, si è detta non disponibile ad assumere l’incarico cui l’aveva destinata il CdA. E lo stesso CdA –individuo plurimo, ma unitissimo per l’occasione- ha manifestato la propria costernazione per l’accaduto. Di fatto, se non capiamo male, il vertice aziendale ha provato a forzare una contrarietà già accertata, predisponendo la minestra da trangugiare a fronte di finestre sgradevoli come le dimissioni o lo starsene sfaccendati. Per non dire che qualcuno –dentro o fuori il CdA- avrebbe di certo reclamato il licenziamento giacché il ruolo di dirigente è incompatibile con il rifiuto di un incarico formalmente assegnato.
Ma siccome in questo caso non si era ancora arrivati a una formale lettera di incarico, Gabanelli in contropiede ha inoltrato richiesta di aspettativa, che implica la scomparsa di funzioni e stipendio, anche se il legame con l’azienda persiste, tant’è che non si può, nel frattempo, lavorare per la concorrenza. È vero che l’aspettativa non è un diritto ma deve essere comunque “concessa” dall’azienda. Tuttavia, trattandosi della Rai è inimmaginabile che venga rifiutata a chi, nell’era della centralità degli scontrini, addirittura “rinuncia allo stipendio”. E nel contempo si smonta in anticipo il ghigno di chi volesse relegarti nel girone dell’insaziabile casta.
Da parte di Gabanelli, l’impostazione sul piano giuridico, accorta e astuta quanto basta, si associa, nei confronti del CdA, a una comunicazione priva di asperità declamatorie, tutta improntata al “fate voi e. se volete, fatemi sapere”.
Se dalle schermaglie formali si passa al piano del contenuto la comunicazione di Gabanelli è invece dirompente perché senza toni da gazzetta sciorina le dettagliato e concatenate ragioni per cui l’attività prevista è tanto indispensabile alla RAI, quanto inattuabile nelle condizioni organizzative prefigurate dal CdA. Indispensabile perché, come RAI ha dichiarato in ogni sede, è necessario colmare l’assenza dell’azienda nella informazione 2.0. Inattuabile senza una testata a ciò appositamente dedicata perché le pur moltissime - testate già esistenti, avendo già il loro da fare, non hanno in testa la dimensione del “web”. E siccome quelle moltissime testate pare bastino o avanzino, l’azienda riferisce di non potergliene aggiungere una.
Qui la comunicazione, sempre in punta di forchetta, di Gabanelli arriva a inforcare il punto strategico e cioè che il suo presente impedisce alla Rai di cercarsi un proprio futuro. Ergo, è la Rai stessa che piuttosto che infilare un po’ di web, tanto per fare, sotto il tappeto di qualche testata già esistente, dovrebbe rovesciare il tavolo del passato e condensare le risorse informative finite a testate, in funzione del mondo che già c’è invece di quello che c’era.
Certo che l’impresa è titanica (immaginata un’ATAC moltiplicata per dieci) e che per concepirla e realizzarla serve un buon mix di conoscenze di mestiere, di accortezza comunicativa e di passione civile. Oltre che parecchia autostima. In Rai, volendo, ce n’è. Tipo Gabanelli, a quanto pare.

 
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PiGi Battista e la sua furia sul canone Rai

canoneRai 350 260di Stefano Balassone - “Balzello odioso che si copre dietro le nobili bandiere del servizio pubblico”; “tassa detestabile, ingiustificata e medioevale”; “tassa che non si vuole nemmeno chiamare tassa”. Queste, sul Corriere della Sera di ieri, le definizioni che Pierluigi Battista, uomo peraltro garbato, affibbia al canone. La ragione della furia è che il canone fa esistere la Rai perché i politici minori possano parlarne e sparlarne e farsi notare. Del resto, neanche a noi che il promo di Riina Iunior non lo avremmo confezionato, è piaciuto che le Commissione di Vigilanza e Antimafia convocassero l’Amministratore e il Direttore Editoriale della Rai per rampognarli sull’accaduto. Distogliendoli dal tanto lavoro che gli resta da fare.
Ma poi Battista emula lui stesso quel che critica inanellando una serie di affermazioni sommarie.

A che serve il canone Rai?

La prima affermazione è che il canone serve a ”favorire la Rai a scapito dei concorrenti –e che- la libera competizione tra soggetti che legittimamente si contendono il servizio pubblico viene alterata”. E qui trascura che da trenta anni beneficiario del canone è il duopolio a trazione Mediaset, e non la Rai, che è stata tenuta lì a ostruire l’ingresso agli estranei e con la pubblicità in misura astutamente ridotta, giusto per non interferire col dominio di mercato del Biscione. Detto questo, è obbligatorio e urgente, ora che il Duopolio politico-aziendale ha perso finalmente il primo corno, che nelle casse Rai si faccia chiarezza e si evitino le sovvenzioni improprie.
La seconda affermazione, è che “non si vede perché le altre aziende televisive che trasmettono gli stessi programmi della Rai e che fanno servizio pubblico come e anche più della Rai, debbano essere escluse dalla regalia di Stato”. Tanto più, soggiunge Battista, che questo “servizio pubblico” nessuno, nemmeno la Rai, sa definirlo. Ma la notizia, per Battista e per i tanti che lo condividono, è che invece i grandi paesi europei, a partire dalla mitica Gran Bretagna, cos’è e a cosa serve il Servizio Pubblico e il canone lo sanno benissimo, nonostante che anche lì i programmi dei canali pubblici e privati si assomiglino fortemente. Perché, questo è il punto, il “Servizio Pubblico” non è una linea di contenuti editoriali, ma il regista strategico della industria creativa nazionale; e il canone non è una sovvenzione ma l’investimento indispensabile per dare al mercato interno quel tanto di dimensione che gli permetta di affacciarsi all’estero e allargare l’occupazione. E a questa funzione va recuperato, anche da noi, a duopolio sotterrato.
Se anche Battista ci terrà sopra l’occhio, lasciando a Salvini le vecchie solfe, magari tutti questi cambiamenti avverranno davvero e con la fretta che serve, mentre tutti stiamo qui ad aspettare.

 
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Rai: il nuovo direttore editoriale per l’informazione

rai logodi Elia Fiorillo - Un sospiro di sollievo in Rai per lo scampato pericolo l’hanno tirato in molti. La nomina di Carlo Verdelli a nuovo “direttore editoriale della offerta informativa della Rai” in altri tempi avrebbe suscitato polemiche e levate di scudi al limite della rivolta per lesa maestà. I giornalisti e i direttori delle testate avrebbero visto nella nomina del direttore editoriale un freno alla loro libertà d’azione e d’informazione. Una longa manus dall’azienda (leggi potere politico imperante) per “uniformare” il pensiero delle testate giornalistiche. E invece non è successo niente, tranne un comunicato dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti della Rai, che lamenta la scelta di un giornalista esterno all’azienda, che non ha competenze radio-televisive. Difronte all’ipotesi del piano di aggregazione delle sei attuali testate giornalistiche in due sole New-room integrate, piano già approvato dal vecchio Cda e dalla Commissione di vigilanza, la nomina di Verdelli è un passo indietro significativo.

Non voglia di discontinuità

Non è stata la voglia di discontinuità con il vecchio Cda a far cambiare rotta al nuovo Consiglio presieduto da Monica Maggioni e a Antonio Campo dell’Orto che dovrebbe essere, appena varata la riforma della Rai, il primo amministratore delegato della Tv di Stato. Solo la prudenza acquisita dopo una lunga esperienza in campo televisivo ha, probabilmente, spinto Campo dell’Orto a volare basso. In un’azienda complessa come la Rai, dalle varie ed imperanti anime politiche, un’operazione drastica di accorpamento avrebbe sollevato problemi di non facile gestione, per usare un eufemismo. Meglio, allora, della fusione un direttore editoriale alle sue dirette dipendenze, che ha comunque l’ultima parola sul varo di “nuovi prodotti di informazione” nonché sulla “gestione delle priorità editoriali, anche di tipo straordinario” Sarà lui, insomma, che sceglierà se lanciare un’edizione straordinaria o meno. Certo, il contratto dei direttori delle testate non si tocca, sono fatte salve “le prerogative e le facoltà garantite nel contratto”. E come poteva essere diversamente? Ma la “sana” (sic) – tenuto ovviamente conto del contesto di cui stiamo parlando - competizione tra le testate ne potrebbe risentire.

Negli anni novanta la lottizzazione partitica dell’informazione alla Rai era un dato di fatto. Quasi una sorta di “pluralismo” partitico dell’informazione. C’era il Tg3 diretto da Sandro Curzi ribattezzato Telekabul, accusato di essere troppo filo Pci-Pds. Però gli ascolti positivi facevano capire che il Tg3 era seguito anche da ascoltatori che poi non votavano Pci-Pds. Il Tg3, all’epoca, fu anche denominato TeleOchetto dal nome del segretario del Pds, mentre il Tg2 diretto da Alberto la Volpe era detto TeleCraxi dal nome del leader del Psi. C’era poi il Tg1 la corazzata ammiraglia dell’informazione televisiva italiana diretta da Bruno Vespa, che con grande naturalezza aveva dichiarato che il suo “azionista di riferimento” era il segretario della DC Arnaldo Forlani. Altri tempi che ci si augura di non dover rimpiangere.

No a Tv dei partiti, ma si a Tv di Renzi

Con i suoi ottantotto anni, Gianni Bisiach, che di televisione s’intende, ha ricordato in un recente convegno organizzato dalla Federazione unitaria degli scrittori italiani che ai tempi di Benito Mussolini, quando c’era l’Eiar, l'Ente italiano per le audizioni radiofoniche, i partiti in quella struttura non c’erano. C’era il governo dell’epoca, meglio c’era il duce Benito Mussolini. Ogni riferimento a Matteo Renzi pare fosse voluto.

Le ingerenze partitiche e governative è difficile evitarle nella gestione della Tv di Stato, però limitarle con qualche accorgimento si potrebbe. Ad esempio, utilizzare lo strumento del “sorteggio” potrebbe eliminare “padrinaggi” di vario genere. Dopo la selezione dei candidati alle varie cariche di vertice - attraverso valutazioni di curricula e audizioni – tra i primi tre classificati ci sarebbe il sorteggio.
Una vera rivoluzione democratica. La nomina di Carlo Verdelli con un sistema simile avrebbe assunto un ben altro significato, smentendo certe supposizioni alla Gianni Bisiach. Ma una Rai così sarebbe sulla buona strada per assolvere al mandato di Servizio Pubblico che secondo Roberto Zaccaria, ex presidente Rai, è indicato nell’art. 3, comma 2, della Costituzione: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

 
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Rai, parlare di finanziamenti fa bene a tutti

rai logodi Stefano Balassone - All'ordine del giorno nel dibattito non c'è solo un discorso economico ma anche quello dei fini dell'azienda, un'occasione da non perdere per riflettere e decidere al meglio come essere servizio pubblico. C'è da pensare che il tema Rai, con tutto quel che ne segue per l'intero sistema dei media e delle industrie audiovisive in Italia, sia effettivamente all'ordine del giorno.
È vero che sul canone se ne stanno sentendo e inventando di tutti i tipi, dalla modulazione secondo fasce di reddito, all'aggancio alla bolletta elettrica (e a qualsiasi casa uno possieda), oppure agli aggeggi per comunicare che ci troviamo a possedere (in tal caso l'esattore sarebbero le compagnie telefoniche).
La verità è che se vuoi che tutti contribuiscano, devi per forza agganciarti a qualcosa di universalmente diffuso (l'elettricità e cioè la casa; la comunicazione, e cioè gli aggeggi per effettuarla/riceverla) oppure a un consumo che derivi da passioni "irrefrenabili", come il gioco d'azzardo (lotto, macchinette mangiasoldi etc) sulle quali puoi spalmare tasse stando tranquillo che il consumo non si contrarrà.
Alla fin fine la decisione di imboccare l'una o l'altra strada oppure un cocktail di tutte) dipenderà dal grado di reattività populistica connesso ad ogni ipotesi (Tocchi la casa?: ahi! ahi! Intercetti la bolletta elettrica? Oppure quella telefonica? Il rumore populista si abbassa, ma insorgono gli azzeccagarbugli delle compagnie costrette ad analitici rendiconti. Spremi qualcosa dalla mania del gioco? Non sia mai che si mischi il sacro del Servizio pubblico col profano tintinnare dei Jackpot).
La sensazione è che, comunque, l'aver posto all'ordine del giorno il tema del finanziamento del Servizio pubblico dia automaticamente la stura alle domande collegate: perché un Servizio pubblico? Chi lo guida? Come se ne valutano i risultati?
Domande nuove non perché anche ieri non avessero senso, ma perché invece di porsele e di dare risposte, si recitavano vuote litanie sulla "qualità" dei programmi, la "cultura" e via orecchiando, ma si partiva nella sostanza dal sistema del Duopolio (parliamo degli ultimi trenta anni!) che riproduceva se stesso come epifenomeno dell'equilibrio politico (questo è stato il capolavoro di Berlusconi: collocare gli oppositori come puntelli. Giacché i puntelli è così che funzionano, controllate in qualsiasi cantiere: più si "oppongono" più puntellano. E così pur sentendosi soggettivamente oppositori svolgono nella sostanza la funzione di sostenitori. E naturalmente qui ci riferiamo a quelli con la testa di legno. Perché se invece avessero una testa vera non starebbero lì a opporre/sostenere quel che c'è, ma cercherebbero di cambiarlo per davvero).
Oggi l'occasione del cambiamento c'è perché il Duopolio gode di pessima salute per molteplici e strutturali ragioni, a partire dal fatto che si basa sul controllo dei media (le frequenze, i canali) mentre il protagonista è diventato e ancor più diventerà il prodotto, che si rende disponibile attraverso le mille strade di internet. Così Biscione e Cavallo, se non si svegliano, o se non vengono svegliati, rischiano la fine delle repubbliche marinare italiane, spiazzate dalla scoperta delle rotte oceaniche.
Se tanto ci da tanto, il tira e molla e il pensa e ripensa sulle formule di finanziamento, apre necessariamente il discorso complessivo sulle finalità e gli assetti dell'attuale "mondo Rai" e, di riflesso, dell'attuale "mondo Mediaset". Insomma, è difficile che i parlamentari diano il via libera a un finanziamento senza aver discusso di come lo si guida, e per andare dove.
Finanziamento e fini sono facce della stessa medaglia. E quando guardi l'una, non puoi evitare di pensare all'altra.
Pubblicato in Odiens, Europa 26 novembre 2014

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