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RAI 2021: la lottizzazione inceppata ed altre cose

 RINNOVO VERTICI RAI

 Che esiti potranno esserci?

di Stefano Balassone
marinella soldi Dagospia 350 minCamera e Senato hanno indicato quattro membri del Consiglio di Amministrazione Rai che s’aggiungono ai due indicati dal Capo del Governo d’intesa col Ministro dell’Economia e a quello eletto dai dipendenti dell’azienda. Rispetto alla volta precedente il meccanismo della lottizzazione s’è inceppato perché il Governo i suoi due nomi l’ha indicati senza, a differenza del Conte 1, darsi la pena di fungere da stanza di compensazione delle sofferenze spartitorie dei partiti. Gli esiti sono molteplici e qui proviamo ad elencarne solo alcuni:

1) Forza Italia e Lega, le destre nel Governo, avendo solo due posti da spartirsi, hanno lasciato fuori Fratelli d’Italia, destra anch’essa, ma all’opposizione. Quindi è possibile che gli esclusi chiedano che Barachini, l’uomo di Mediaset che presidia la Commissione Parlamentare di Vigilanza, si dimetta affinché l’opposizione possa, come è stato sempre garantito, prendere quel posto. Qualcuno in verità già mormora o s’aspetta che Fuortes sia chiamato a trovare il compenso a Fratelli d’Italia negli anfratti dell’azienda. Ma sarebbe ben strano che il drago una volta giunto nella grotta della “maggiore azienda culturale dell’Italia” (ipse dixit) si acconciasse a compiere il mestiere di mezzano al quale il Presidente Draghi si è sottratto.

2) La Presidente designata, Marinella Soldi, verrà bombardata di pressioni perché si faccia garante del “pluralismo”, cioè della lottizzazione partitica degli incarichi dirigenti dell’azienda. Minacciandola, in caso contrario, di respingerne la designazione in Commissione. Salvo che la sventurata se davvero temesse le minacce o cedesse alle lusinghe sarebbe fritta all’istante, innanzitutto sul piano dell’immagine che, a quanto capiamo dal curriculum, di certo non trascura. Per non dire che per garantire quel tipo lottizzato di “pluralismo”, metodo antico per gestire le carriere dall’esterno dell’azienda, serve la connivenza dell’Amministratore Delegato, cioè Fuortes. Il che rinvia alla conclusione del punto precedente.

3) Chi si trova al centro del tormento è certamente la Commissione di Vigilanza o meglio, in essa la Destra nel Governo che deve decidere se votare contro la candidata di Draghi alla Presidenza facendole mancare i due terzi di voti necessari alla conferma. Ma gli argomenti paiono o deboli o inconfessabili e, se il Marziano di Governo si tiene fuori dall’omertà consociativa, senza un minimo di ragione razionale non si va da alcuna parte.

4) È inoltre possibile, numeri alla mano, che in Consiglio si coaguli un blocco di voti disposti a far bella figura intestandosi la riforma radicale dell’azienda. Non vediamo perché i designati da M5S e PD debbano respingere questa tentazione. Tanto più che l’unico partito ostile fino in fondo è solo Forza Italia, che la Rai ha da sempre badato a congelarla al fine di tenere immobile il mercato italiano – dell’audience generalista e dei ricavi – su cui si basano le fortune monopolistiche del Biscione di famiglia.

5) La componente giornalistica dei lavoratori Rai ha già dato il suo malvenuto all’anti consociativismo lottizzatorio espresso dal Governo, rimbrottandolo per l’ardire di nominare consigliere Soldi e proporla nel contempo come Presidente. Il che, tradotto in spiccioli, sta a dire che da parte di quel gruppo di mestiere si preferiva una diversa Presidenza. Nella sostanza è ovvio che un’organizzazione informativa che trasuda lottizzazione da ogni poro si senta preoccupata per l’impatto che un esecutivo forte potrebbe avere su carriere e posti di lavoro. Questa del resto è, accanto a Forza Italia, l’altra componente che storicamente inchioda la Rai a un presente eterno, ma privo di futuro. Tuttavia la materia è friabile rispetto al divenire concreto dei bilanci dell’azienda e un’iniziativa di riorganizzazione editoriale e strutturale ben pensata potrebbe dinamizzare questo blocco a-storico, tanto più offrendogli prospettive meno scontate e assai migliori delle attuali.

6) Sarà il caso di tenere gli occhi addosso alla Commissione Lavori Pubblici del Senato che ha giurato di voler elaborare una nuova legge in cui fissare punto a punto la missione e il modello di governo del Servizio Pubblico Multimediale in questi tempi di social e piattaforme. Per ora, ogni Partito ha depositato un Disegno di legge tutto suo. Qualcuno se l’è dovuto scrivere da zero, qualche altro aveva un archivio più fornito. C’è da temere che siano tutti tentati di prenderla alle lunghe. Ma dovranno fare audizioni vere, compresa quella di questa Rai, che, se non sbagliamo, sarà meno propensa a reggere il sacco all’eterna voglia di rinvio, semplicemente dicendo i problemi dove stanno.

 pubblicato già su "DOMANI" del 16 luglio 2021

 

 

 

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Annotazioni per la riforma della Rai

 RAI: QUALE RIFORMA?

 La fatica dell’obiettività

di Stefano Balassone
rai logoL’informazione “obiettiva” è stretta parente della decisione “razionale”, libera dai ricatti dell’umore. Il punto è se i “decisori razionali” esistano davvero.
Se l’è chiesto Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’Economia, ma psicologo di formazione, che, a quanto riferisce il New York Times, ha studiato le decisioni di un bel numero (208) di professionisti della decisione: giudici federali americani, gente che decide se assegnarti alla sedia elettrica, alla galera o mandarti libero e giulivo.

Tutti hanno accettato di prendere parte a un esperimento che gli chiedeva di deliberare in merito a 16 casi inventati dai ricercatori e fissati in report privi di colori o artifici narrativi. Gli anni di galera sono fioccati nella misura di sette in media per ogni caso, ma si è trattato del classico pollo statistico di Trilussa (il lo mangio intero, tu digiuni e risulta che ce n’è mezzo per ciascuno). Nella realtà, sulla base di delitti e prove uguali in molti se la sarebbero cavata con tre anni e mezzo di prigione mentre altri avrebbero languito per dieci anni e oltre.

Messi insieme dati e osservazioni è emerso che la sentenza dipendeva dallo stato psicologico del giudice: allegro, triste, depresso, affaticato, meteoropatico oltre che propenso a detestare un tipo di reato più di un altro. In sostanza, la Giustizia è cieca sì, ma come la Fortuna. Uguale l’esito di esperimenti analoghi condotti con analisti finanziari, radiologi, cardiologi, lettori di impronte digitali, cacciatori di teste per le più importanti aziende.

La criticità della decisione razionale
La criticità della “decisione razionale” mette alle strette ogni mass medium che pretenda di essere obiettivo. L’informare è infatti nulla più che un processo decisionale che consiste nel classificare di ogni situazione gli aspetti sostanziali rispetto a quelli di contorno e nel comporre una narrazione popolata di caratteri distinti. L’esperienza di Kahneman sembra suggerire che ad un prodotto “obiettivo” sia possibile soltanto “tendere” asintoticamente, attraverso un costante accanimento, oppure come fanno i giudici dei concorsi di ginnastica, che attenuano i torti dei singoli nella media di giuria.

Nel caso del linguaggio audiovisivo il problema è parecchio complicato perché, a differenza che in un pezzo scritto, lo spettatore trova mille dettagli sui quali si sofferma e divaga rispetto al filo principale del racconto. Di questo fenomeno dal lato dell’ascolto chi fa tv è talmente consapevole che, quando gli scrupoli non gli fanno d’imbarazzo, punta per catturare l’attenzione proprio sugli elementi apparentemente di contorno, quali i capelli blu di Prussia dell’omone, la voce chioccia, l’ospite illustrato e accomodato come se invece fosse illustre.

La fatica dell’obiettività
La difficoltà di costruire un percorso informativo razionale ed obiettivo è un problema non da poco per un Servizio Pubblico che operi nel campo della comunicazione. La Rai, or è mezzo secolo, scantonò la questione moltiplicando le proprie voci in molteplici Testate. Il prodotto nasceva da TG che inalberavano orgogliose bandiere di Partito, senza lo sforzo di aumentare lo spessore di quanto si narrava. Lo spettatore – e vagli a dare torto – non perdeva certo tempo a metterli a confronto e, com’era naturale, anticipò alla grande il fenomeno delle bolle social dove domina l’affiliazione precostituita tra la fonte e il ricevente nella misura in cui già si somigliano.
Una strada sbagliata. Lo sospettavamo da tempo, ma ora anche Kahneman lo ha certificato. Lo segnaliamo ai valorosi parlamentari che hanno giurato di porre mano per davvero a una Riforma, affinché non prestino il fianco al sospetto che poco gli interessi una Rai che sudi per essere obiettiva.

pubblicato su "DOMANI" 1 luglio 2021

 

 

 

 

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Un CdA non basta per cambiare la RAI

RAI DA RINNOVARE

I CdA del secolo XXI

di Stefano Balassone
foto cavallo viale mazzini Polisemantica 350 minLa Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano news e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanto un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’Amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del Cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di lettere, filosofia, comunicazione. Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che comunque sia composto nessun Consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al Parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. E per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi
Il primo tipo di CdA di cui torna conto di parlare era quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei dc, quattro PSI, tre PCI –assortiti per correnti – 1 PSDI, 1 PRI, 1 PLI). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni ‘70 il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima Repubblica del Cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo diciassette anni, all’alba dei ’90, la Prima Repubblica crollò sotto il Muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Vespa dixit). In quattro e quattr’otto nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di Consigloi snello di cinque unità, perché quando i posti sono pochi si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria e a metterci del suo. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione Parlamentare di Vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i Presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose.

Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia, dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione. Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal Direttore Generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai.

A rendere vulnerabile quel cinque+1 stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un CdA dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel Consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.

Confessa di un Consigliere
A inizio ’98 ne prese il posto quello in cui anche noi - che c’eravamo dimessi dall’azienda un paio d’anni prima perché ci pareva avviata allo sbaraglio – fummo nominati, senza che l’avessimo mai chiesto, anche se siete padroni di non crederci, dall’Ulivo esteso a comprendere la stessa Rifondazione Comunista. Fu lì che, onorati di una considerazione tanto estesa, accesi di entusiasmo temerario, vogliosi di porre mano al rilancio dell’azienda, accettammo la proposta, fin dimettendoci, a scanso di conflitto d’interessi, dal ruolo e dal ben maggior stipendio che ci eravamo trovati nel privato. Insieme agli altri quattro e al Direttore Generale ci gettammo tutti a lavorare, tanto più che Mediaset, alias Forza Italia, aveva appena perso le elezioni e pareva meno in grado di condizionare, di riffa o di raffa, le sorti della Rai, tanto che proprio allora Berlusconi stava tentando di rifilare a Murdoch il suo Biscione.

Lo spazio pareva dunque sgombro per articolare in modo chiaro le funzioni dell’azienda, eliminare ridondanze e sovrapposizioni, riqualificare le strutture informative regionali, lanciarsi sulle piattaforme, allora nuove, del satellite, separare la commistione velenosa fra la risorsa pubblica e la pubblicità assegnandole a canali ben distinti e separati. In sei mesi era pronto e deliberato ogni disegno ed ebbe inizio la fase d’attuazione della “Divisionalizzazione” della Rai, che non era farla a pezzi, ma, al contrario, ricomporla per missioni: prendi questa struttura e spostala per intero, scindine un’altra, cancella quella e inventane una nuova. Un intenso lavoro cuci e scuci, condotto dai dirigenti stessi dell’azienda con la necessaria competenza. Ma campato, purtroppo, molto in aria perché la mappa vera dell’azienda non è quella formale, ma l’altra che, allora come oggi, guarda ai poteri esterni che non passano e per davvero lanciano o stroncano carriere.

La lezione
Perché la Rai cambi non basta (questa è la lezione che rapidamente apparve chiara) - operare solo su di essa se prima non l’hai resa autonoma e sovrana, capace di perseguire a modo proprio i fini che la politica (dal Governo al Parlamento) le assegna. Mentre è ovvio che se la politica bada solo ad avere i propri amici nelle stalle del Cavallo, il CdA diviene, ben che vada, un soggiorno di manager in vacanza, di anime belle e di simpatiche canaglie. Mentre chi dall’azienda attende lo stipendio vede il vertice aziendale come un meteorite di passaggio, bada a fare il suo lavoro, ma non sarà mai così incauto da rescindere i rapporti con il personale politico della maggioranza del momento o della minoranza che attende il turno proprio.

Ecco perché la grande impresa di riorganizzazione che auspicammo ed impostammo nell’invidiato ruolo di membri del CdA Rai si dissolse come neve al sole non appena il Centro Destra, vinte le elezioni designò nel 2002 un ulteriore quintetto di Consiglio, consociativo con le Opposizioni, ma diviso da confini politici più netti e per di più pressato, dall’interno e dall’esterno, dagli emissari dell’azienda di proprietà del Capo del Governo, che era, per chi non lo ricordi, Berlusconi.

Nel contempo era venuta tramontando, anche presso gli avversari più accaniti del Duopolio, l’idea che questo fosse un male e che andasse in ogni modo superato. A metterci un pietra sopra provvide il buon Gasparri, Ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, che completò la marcia indietro portando a partire dal 2005, da cinque a nove i membri del Consiglio e riaffidando le nomine alla Commissione di Vigilanza per lottizzarli più di prima. Fossero, anzi, più agevolmente lottizzabili. Così i partiti di nuovo conio, vuoti di progetto e tutti presi dal far contento Tizio anziché Caio, trovavano in questa potestà la sola ragione per assecondare le sorti della Rai, ognuno avendoci dentro una sua cosa, ma non fino al punto da considerarla tutti insieme Cosa Nostra.

Noi nel frattempo, come capita a chi si fa educare dalle proprie Waterloo, spremevamo in qualche libro l’esperienza condotta a spese degli utenti. A ripensarci a distanza di decenni, la foga riformatrice che ci aveva spinto era giustificata, tant’è che nei vent’anni successivi la posizione del Servizio Pubblico non è di certo migliorata. Ma per intraprendere le sfide occorre che le circostanze siano coerenti e, quando così non è, occorre la prudenza di rinunciare a un’azione scapestrata.

I CdA del secolo XXI
Reso il mea culpa doveroso, era impossibile per noi non tenere d’occhio le imprese dei successivi CdA Rai, così come un ex alcolizzato non evita di sbirciare nel bicchiere del vicino.

Gli affollati Consigli voluti da Gasparri più che lasciare un segno sull’azienda le infliggevano ferite, con l’aiuto (a Roma si dice “aiuti per la scesa”) di Direttori Generali poco sensibili alla gloria. Poi sull’onda della crisi finanziaria arrivarono i “tecnici” di Monti che nel 2012 piazzò in Rai un vero Direttore Generale mentre i partiti, incalzati dalle chiacchiere di Grillo (allora in grande spolvero), auto certificavano purezza nominando qualche stimabile individuo. Gubitosi, il suddetto Direttore, fece cose rilevanti e serie, ma solo rispondendo a successive direttive del Governo e senza correre il rischio dell’audacia. Di suo ci aggiunse il progetto di ridurre le tante Testate giornalistiche a una sola, come accade del resto per ogni azienda tv in tutto il mondo. Per la Rai si tratta di una, forse “della”, questione capitale per emanciparsi dal passato. Ma l’astuto Gubitosi promulgò il progetto “in limine”, cioè quando era già con un piede fuori dall’azienda e diretto ad altri incarichi. Evidentemente, o i tre anni in Rai gli erano occorsi tutti interi per accorgersi di quel problema gigantesco oppure gli parve meglio lasciare un bel progetto ai Consigli successivi che parevano più idonei perché di nuovo snelliti nel 2015 da Renzi, che li ridusse a sette membri con il più dei poteri consegnati all’Amministratore Delegato. Sembrava il trionfo della politica del fare, ma invece l’inerzia prudenziale l’ebbe vinta anche stavolta e il progetto fu riposto in un cassetto, esposto alla rodente critica dei topi, come disse Marx di un suo possente e a lungo ignorato manoscritto.

Divenire soggetto
L’ultimo Consiglio, proprio quello che oggi giorno dopo giorno va svanendo, anziché correre rischi incontrollabili, ha tirato fuori dal cappello la trovata della “Società di consulenza”. Gente esperta del latinorum che imbelletta le piaghe dell’impresa, pronta a fornirti qualsiasi Piano, anche Industriale e perfino doppio, denso di dati e di prospettive mondiali, ricche e ben descritte. Opere ornamentali e ben pagate con le quali il triennio del mandato è stato ammazzato a suon di chiacchiere essendo tutti ormai scaltriti quanto basta a evitare le fughe in avanti e stare ben fermi per scansare le insidie d'ogni fare.

È possibile che i prossimi consiglieri (4) nominati dal Parlamento con voto consociato, insieme con il rappresentante dei dipendenti Rai e con l’aggiunta del Presidente e del Direttore Generale indicati dal Governo, debbano affrontare stavolta una sfida più incalzante. La tv tradizionale, di cui la Rai tuttora è parte, è infatti sotto attacco da parte dei giganti tecnologici, dei social, delle piattaforme sull’on line. Può dunque essere che la trippa del Duopolio sia finita e che gli stessi che ieri volevano tutto conservare oggi siano disposti a qualche rivoluzione, almeno mezza se non tutta intera. Sarebbe quindi gran cosa che anche i quattro nomi che emergeranno dagli accordi in Parlamento non siano pellegrini pieni di meraviglia a naso alzato, ma capaci di saldarsi con il resto del Consiglio e con l’azienda, per svolgere pedagogia riformatrice nei confronti degli stessi mondi politici che li avranno designati. Perché, mezza o completa, qualsiasi rivoluzione nella Rai deve essere accompagnata da un sommovimento delle volontà politiche e degli interessi economici che finora dall’esterno l’hanno resa impossibile a priori.

A dirla in breve, si tratta di premere il legislatore da ogni parte, come hanno fatto da ultimo i Sindacati Confederali della comunicazione e le 120 firme del Manifesto Nuova RAI, affinché con poche norme ben assestate l’azienda passi dallo stato di oggetto a quello di soggetto, capace in quanto tale di assumere la forma adatta alle tempeste del presente e del futuro e a generare sviluppo per chi ci lavora e per l’insieme della produzione nazionale.

 

Consiglieri da evitare
Il problema è che gli animali adatti a questo tipo di “fatiche da Consiglio” sono rari. Alcune specie, secondo quanto abbiamo visto e conosciuto, sono in particolare da evitare: gli scudieri politici di rincalzo, i profughi della tv commerciale, i commis di stato membri di cordata, specie nel ruolo di Direttori Generali nel quale si ricordano almeno un paio di tristissimi esperienze; lo sbriga faccende di provincia catapultato a Viale Mazzini per intrecciare relazioni che lo proiettino in un altrove più lucroso; l’esperto di finanza bravo a comprare invece che a produrre perché detesta la creatività industriale con tutte le sue rogne; il moralista che vede la televisione come un pulpito; quello che vuoto d’idee sul Servizio Pubblico si rifa al Maestro Manzi di cui ha sentito dire; il giurista convinto che la realtà si scolpisce con la legge mentre sovente è meglio che avvenga esattamente l’incontrario; l’infatuato della cultura e degli artisti, ma con un occhio attento alle modelle. Tutti costoro sarebbe bene che la tv se la guardassero da casa.

E mai possibile che da tante sabbie mobili prenda il volo una Riforma Strutturale della Rai? Può pensarlo solo un folle. Se non fosse che pareva impossibile anche avere in gestione 200 miliardi e passa di Fondi Europei, che fosse sospeso il Patto di Maastricht e che tutto avvenisse sulla spinta dei tedeschi che fino allora l’avevano impedito. È vero che a convincere i tedeschi c’è voluto il Covid19 e che solo questa pressione e il bisogno di quei soldi produrrà, vale sperarlo, lo sblocco di ben altre riforme strutturali: Fisco, Giustizia, Burocrazia. Con tempeste di problemi a fronte delle quali quella della Rai sarebbe un venticello.

 

 

 

 

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Il senso di un futuro per la RAI

I VIDEO DI UNOeTRE.it 

Il Prof. Stefano Balassone risponde alle domande di Valentino Bettinelli

RAI min 1Le domande poste da Valentino Bettinelli e in fondo la registrazione della video intervista svolta in diretta on line

A pochi giorni dall’avvio della discussione in Senato sul ddl di riforma della Rai, previsto per il prossimo 25 maggio, UNOeTRE.it ospita il Prof. Stefano Balassone, professore universitario, docente in materia di comunicazione e linguaggi, e già componente del consiglio di amministrazione Rai dal 1998 al 2002.
Tra le persone che hanno portato in Rai un nuovo metodo comunicativo, definito “Tv verità”. Un periodo florido dal quale nascono trasmissioni come “Quelli che il calcio”, “Avanzi”, “Un giorno in pretura” e “Chi l’ha visto”.

Con il Prof. Balassone vogliamo affrontare le prospettive future per la tv di Stato, anche e soprattutto alla luce delle imminenti novità riformatrici della stessa.
- A tal proposito inizierei con un quesito che riguarda il ruolo che una tv come la Rai può e deve rivestire in un mercato sempre più globale, dove i social network e i contenuti in streaming la fanno sempre più da padroni. Come crede che la Rai possa entrare a pieno titolo nella sfera più alta tra i network internazionali?

- Le ultime vicende relative alle polemiche del post concerto del Primo Maggio hanno riaperto una questione forse mai del tutto chiarita, ovvero quella della libertà di informazione delle tre reti nazionali. Partendo dalla sua esperienza diretta, può fornirci qualche spunto di riflessione sul ruolo che la politica riveste all’interno della gestione della Rai? Non crede che il diritto di informazione dei cittadini, che annualmente pagano il canone, vada garantito con pluralismo e senza interferenze politiche di qualsiasi genere da parte di chi fa servizio pubblico?

- Troppo spesso i contenuti della tv contemporanea sono dettati esclusivamente dai dati di audience e dallo share, a scapito della qualità degli stessi. Non trova opportuno che la televisione pubblica sia la prima a fornire una inversione di tendenza, tornando ad offrire format dalla qualità più alta e, quindi, un servizio maggiore al cittadino?

- Con l’avvento dell’era digitale l’offerta della Rai è cresciuta a livello di canali, ma personalmente trovo che tanti contenuti, soprattutto quelli prettamente culturali e di approfondimento artistico, trovino poco spazio nelle tre reti principali. Le chiedo se è d’accordo con questa mia visione, e se pensa che si possa fare di più anche su questo fronte?

 

 La registrazione della diretta video

 

 

 

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Il senso di un futuro per la RAI

LA TV DI STEFANO BALASSONE

In vista della nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione Rai

Stefano Balassone ha contribuito al testo che segue

rai logoSono in corso le procedure di nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione Rai. Un semplice adempimento, accompagnato come sempre da varie emozioni sia nell’azienda sia nel mondo che le ruota intorno.

Al di là di questi prossimi momenti, incombe al Parlamento e al Governo la responsabilità di scelte che siano all’altezza della sfida di sistema, tecnologica, di mercato e di impresa che impegna l’intero sistema nazionale delle TLC. In questo ambito, in particolare, l’industria della comunicazione audiovisiva è colpita dalla crisi della tv nazionale, cui internet e social progressivamente sottraggono i ricavi, spingendo gli operatori privati verso nuove strade e dimensioni e mettendo a rischio la stessa presenza pubblica nella radiotelevisione. Per questo è auspicabile, in misura lancinante, che il Parlamento e il Governo non si limitino alle nomine del CdA richieste dalla legge, ma pongano mano a un’iniziativa organica che ridefinisca l’orizzonte della Rai su: 1) Specificità del soggetto pubblico rispetto alla tv commerciale e riequilibrio delle fonti di ricavo; 2) Informazione; 3) Coesione sociale; 4) Rapporto con la produzione nazionale; 5) Governo della RAI.

1 - Funzione del soggetto pubblico

La Rai, terzo gruppo per fatturatoin Italia (dopo Sky-Comcast, globale, e Mediaset italo-spagnola) mischia ricavi per due terzi pubblici (pari ai tre quarti del canone pagato dagli utenti, per il resto distolto dal Governo a favore di altri beneficiari) e per un terzo pubblicitari. Invece BBC-Channel Four, ARD-ZDF, France TV hanno un solo tipo di ricavo. Channel Four, pubblica, ma finanziata solo dalla pubblicità, grazie a questa spinta trasgredisce il mainstream di BBC e privati. Le tv pubbliche di Germania e Francia conferiscono al ricavo pubblicitario un ruolo marginale rispetto ai proventi del canone e delle vendite.

La Rai per contro si trova ad inseguire l’inserzionista pubblicitario, in sé più volatile, e utilizza il canone a compenso del minore affollamento imposto dalla legge. In sostanza, non è supplementare alla tv commerciale, ma non può neppure esserne vera concorrente.

I due antichi fondatori del Duopolio sono coinvolti dalla stessa crisi, ma possono uscirne solo da vie opposte: la Rai puntando sulle risorse pubbliche, a partire da un canone che le venga trasferito per intero; Mediaset in una dimensione internazionale.

2 - Informazione

Il diritto del cittadino ad essere informato è oggi garantito dall’assetto plurale delle imprese e dei mercati radiotelevisivi. Tanto più nella esplosione di fonti e fatti alternativi legata ai social network e all’offerta televisiva internazionale sugli schermi mobili e domestici.

Il ruolo del Servizio Pubblico può e deve concentrarsi nell’assicurare al grande pubblico nazionale un’informazione di qualità per varietà e completezza di formati e prodotti, anche nei canali internazionali. Quest’obbligo incorpora in se stesso il pluralismo culturale e il confronto dei punti di vista e delle voci e implica il superamento dell’attuale “pluralismo” politico-burocratico.

3 - Coesione sociale.

La comunicazione commerciale seleziona e coltiva target, fino all’estremo dei singoli individui contattati a mezzo social media. Il pubblico si frantuma di conseguenza in zolle separate che reciprocamente si voltano le spalle e/o confliggono quotidianamente.

La funzione specifica, complementare e supplementare, del Servizio Pubblico consiste nel rompere il chiuso delle cerchie, calarsi nelle visioni contrapposte e offrire una sorta di traduzione simultanea tra i diversi grumi. È un mestiere in parte nuovo e sconosciuto, reso attuale dall’impronta “separatista” che, a partire dai social, tende a dominare anche nei mass media ed a caratterizzare la vita pubblica nazionale, intellettuale e sociale, prim’ancora che politica. Per contro, la lunga evoluzione della crisi sanitaria e sociale, ha attivato dinamiche psicologiche più sensibili verso una comunicazione mirata oltre ogni discriminazione di razza, genere o cultura, alla reciproca attenzione critica e considerazione.

4 - Produzione Nazionale.

Nel contesto dell’unificazione del mercato audiovisivo continentale guidata dalle nuove piattaforme digitali internazionali, in tutti i maggiori Paesi europei (e nell’ultimo decennio, in qualche misura, anche in Italia) le imprese televisive in mano pubblica fungono da editore/committente strategico per la filiera della produzione nazionale, compensando, grazie alla disponibilità di un canone più o meno rilevante, le angustie strutturali del mercato nazionale e la pressione degli operatori globali sul pubblico nazionale. Il punto sta nel garantire alla produzione nazionale indipendente (di fiction, cinema, cartoon, documentari, format originali) budget di produzione competitivi nei mercati internazionali.

5 - Governo della RAI.

L’esperienza estera, e sopra tutte quella inglese, dimostra che non è utopico conciliare vertici nominati dalla politica con una sostanziale stabilità ed autonomia di conduzione dell’impresa in mano pubblica. Punti essenziali sono la separazione fra le fonti di nomina e le funzioni di controllo e rendicontazione, insieme con l’adozione di banali accorgimenti nella turnazione del “Collegio” cui siano conferiti i poteri proprietari. Funziona altrove, funzionerebbe, volendolo, da noi.

A partire da queste osservazioni ribadiamo la nostra richiesta al Parlamento affinché, superata al meglio l'incombenza delle nomine previste dalla legge, passi alla riforma strutturale del Servizio Pubblico. Contro la fatalità della lottizzazione.

 

Mario ABIS, Chicco AGNESE, p. Giulio ALBANESE, Antonella ANSELMO, Piero BADALONI, Stefano BALASSONE, Antonio BALDASSARRE, Guido BARLOZZETTI, Sergio BELLUCCI, Massimo BERNARDINI, Marcello BERNASSOLA, Antonio BETTANINI, Carlo BRANCALEONE, Angela BUTTIGLIONE, Anna CAMMARANO, Giovanni CAMPEOL, Claudio CAPPON, Paolo CARMIGNANI, Gennaro CARILLO, Salvatore CATALANO, Marco CAUSI, Liliana CAVANI, Pier Luigi CELLI, Enzo CHELI, Innocenzo CIPOLLETTA, Domenico CIRUZZI, Carla COLLICELLI, Licia CONTE, Alberto CONTRI, Massimiliano COSTA, Pier Virgilio DASTOLI, Paolo DE ANDREIS, Paola DE BENEDETTI, Piero DE CHIARA, Francesco DE DOMENICO, Domenico DE MASI, Francesco DE VESCOVI, Vittorio EMILIANI, Adriano FABRIS, Nuccio FAVA, Federico FAZZUOLI, Luciano FLUSSI, Andreas FORMICONI, Claudio FRACASSI, Carlo FRECCERO, Massimo FUSILLO, Piero GAFFURI, Gianpiero GAMALERI, Gloria GIORGIANNI, Giorgio GOBBO, Fabrizia GIULIANI, Fabrizio GIULIANI, Giuseppe GIULIETTI, Giampiero GRAMAGLIA, Alfredo GUARDIANO, Angelo GUGLIELMI, Massimiliano GUSBERTI, Luciano HINNA, Francesca IZZO, Erik LAMBERT, Giancarlo LEONE, Nicolò LIPARI, Raffaele LORUSSO, Andrea LORUSSO CAPUTI, Eugenio LUCREZI, Mario MAFFUCCI, Nino MARAZZITA, Giuseppe MARCHETTI TRICAMO, Simona MARCHINI, Gianfranco MARRONE, Donatella MARTINI, Sonia MARZETTI, Aldo MATERIA, Giacomo MAZZONE, Marco MELE, Andrea MELODIA, Emmanuele MILANO, Sergio MOCCIA, Raffaele MORESE, Massimo MUCCHETTI, Marino NIOLA, Gianluigi PEZZA, Francesco PINTO, Rosanna OLIVA DE CONCILIIS, Otello ONORATO, Matteo PALUMBO, Renato PARASCANDOLO, Antonio PARISELLA, Angelo Maria PETRONI, Sergio PISCITELLO, Pieraugusto POZZI, Massimo PRAMPOLINI, Angela RADESI METRO, Giuseppe RICHERI, Nino RIZZO NERVO, Carlo ROGNONI, Stefano ROLANDO, Patrizio ROSSANO, Francesco SAGNA, Barbara SCARAMUCCI, Bruno SOMALVICO, Michele SORICE, Celestino SPADA, Antonella STEFANUCCI, Giuseppe STRANIERO, Giancarlo TARTAGLIA, Annamaria TESTA, Riccardo TOZZI, Giuseppe VACCA, Pietro Antonio VALENTINO, Anne Sophie VANHOLLEBEKE, Carlo VERNA, Gianluca VERONESI, Vincenzo VITA, Bruno VOGLINO.

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La Rai nella stretta, fra politica e funzione

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Pubblicato su "DOMANI" 3 maggio 2021

di Stefano Balassone
Fedez 380 minC’è sicuramente scritto da qualche parte nel contratto stipulato con il produttore dell’evento Primo Maggio che la Rai può metter becco nei contenuti che vanno sui propri palinsesti. Quindi c’è poco da meravigliarsi se apprendendo che Fedez alla Lega le avrebbe cantate molto chiare (e con uso di cognomi) il funzionario competente l’abbia invitato ad acconciarsi a quel tanto di autocensura che serve a evitare alla Rai guai politici e legali. Il punto è che quello che per la RAI è un guaio per Fedez è invece una fortuna.

La Rai, finché resta una cosa lottizzata, ha in testa innanzitutto gli umori dei politici di ringhio e di rango che ricordano ad ogni piè sospinto che sono loro a decidere le nomine, gli stipendi, il capitale della video esposizione. Nel vecchio mondo che ha preceduto l’arrivo della social comunicazione in Rete il funzionario Rai aveva un gran potere nei confronti dell’artista perché era la tv che ne decideva la carriera. E se qualcuno sgarrava la punizione seguiva con certezza come sa chi ricorda di Dario Fo e Franca Rame, espulsi dalla loro Canzonissima del 1962 (senza che facessero un sol nome, perché bastava che fossero ruvidi nei confronti dei “padroni”). Oppure il buon Lelio Luttazzi, genio musicale, che scomparì dai programmi a causa di questioni di polvere bianca mai chiarite. O anche lo stesso Enzo Tortora che col suo “Portobello” su Rai 2, matrice di tutto l’info trattenimento successivo, sconvolgeva gli equilibri del video potere e fu di conseguenza azzoppato dalla camorra e da qualche magistrato. In tutti questi casi, e qui sta il punto, la posta era sempre e comunque la medesima: apparire o meno nel più potente, e per di più a lungo in monopolio, mass medium di quel tempo, cacciati dal quale si precipitava, come l’Angelo Superbo, dal Cielo nell’Inferno.

Con Fedez e i pari suoi la faccenda è di tutt’altra pasta: le pop star, da quando la loro carriera si costruisce sui social, non arrivano alla tv sperando nel successo, ma perché nella celebrità già ci sguazzano alla grande. E quindi non è la tv che li fa e li usa, ma sono essi che possono piegarla alla propria immagine nel mondo, ai propri interessi politici, sociali, culturali, loro business.

Avendo a che fare con personaggi di tal fatta, il meschinello funzionario Rai dovrebbe ragionare in modo inverso a quanto si è finora fatto. Non chiedere a Fedez di conformarsi al costume della Rai, ma chiedersi se alla Rai, o per meglio dire se al Direttore di rete e al CdA cui protempore risponde, conviene accomodarsi alle regole del gioco di una pop star/influencer che vive traendo forza momento per momento dai suoi milioni di follower e seguaci.

A occhio e croce diremmo che la Rai non ha alternative rispetto al rassegnarsi alle nuove regole del gioco e a tenere conto della forza delle cose piuttosto che alle raccomandazioni cautelose dei legali. Può la Rai tagliarsi fuori dai “nuovi” circuiti della popolarità che prescindono dal potere dell’azienda? Ovviamente no, per non ridursi a un deserto privo di interesse. Può la Rai, così com’è combinata nei rapporti con la politica, lanciarsi all’avventura, rendersi complice delle nuove vie del “popolare”, correre rischi e magari subire un ulteriore scippo del canone, oltre ai 250 mln che già oggi le sono distolti dal bilancio? Ovviamente no, perché è costretta dalla sua natura e storia ad essere grande, cioè costosa, o insignificante.

Fedez, a parere nostro, ha molto chiaro con chi ha a che fare e, soprattutto ciò che per lui stesso è prima di tutto irrinunciabile: confermarsi la figura di riferimento del mondo che lo segue come “politico” ed artista. Esattamente come, in altri tempi (1986) Celentano, quando guidò Fantastico a suo modo, tra silenzi carichi d’attesa e parole buttate un poco a caso.

La differenza fra i due sta nella direzione dello sguardo. Celentano ci teneva a volgersi all’indietro, a dire che i valori o sono eterni oppure sono assenti, che la veracità si nutre di nostalgia (via Gluck) e di salde distinzioni fra lo scansafatiche e l’uomo realizzato (che in cambio del lavoro ottiene il premio dell’amore).

Fedez guarda invece al costume mentre evolve e se ne fa bandiera lui per primo dipingendosi il corpo con i colori del guerriero. E attento al mondo dove va e non a dove si trova. Un tipo di tal fatta si spegnerebbe come star se non vivesse in collegamento perenne con i suoi fan, se non mostrasse ogni istante del suo vivere da offrire a garanzia e testimonianza, se non registrasse, oltre alla pappa del bambino, anche, e tanto più, la telefonata con una tizia che lo chiama dalla Rai, dopo essere stato messo sull’avviso che poteva esserci voglia di censura.

 

 

 

 

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Parità di genere. Ricorso VS Rai

Squilibrio di genere nelle posizioni apicali della RAI

paritàdigenere 390 minIn qualità di Consigliera di parità di Frosinone, ritengo utile, per l’importanza che rivestono oggi i mezzi di comunicazione, in primis un’azienda pubblica come la Rai, diffondere l'istanza che la Consigliera Nazionale di Parità Francesca Bagni Cipriani e la Consigliera di Parità supplente, Serenella Molendini, hanno esposto ai vertici Rai e alle Autorità competenti, relativa allo squilibrio di genere nelle posizioni apicali dell'azienda, ulteriormente peggiorata in seguito alle recenti nomine.

- ALL' AMMINISTRATORE DELEGATO DI RAI S.p.A;

Pec: raispa@postacertificata. rai.it
- AL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DI RAI S.p.A IN PERSONA DEL PRESIDENTE P.T.
Pec: raispa@postacertificata. rai.it
- ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L'INDIRIZZO GENERALE E LA VIGILANZA DEI SERVIZI RADIOTELEVISIVI;
Pec: vigilanzarai-accesso@pec. senato. it
e.p.c.
- ALLA MINISTRA DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI;
Pec: segreteriaministro@pec. lavoro.gov. it
- ALLA MINISTRA PER LE PARI OPPORTUNITA' E LA FAMIGLIA

Pec:
- AL DIRETTORE GENERALE DEI RAPPORTI DI LAVORO E DELLE RELAZIONI INDUSTRIALI
Pec: dgrapportilavoro@pec. lavoro.gov. it

Istanza

La Consigliera Nazionale di Parità dott.ssa Francesca Bagni Cipriani, nonché la Consigliera Nazionale di Parità supplente, dott.ssa Serenella Molendini, entrambe ai fini del presente atto elettivamente domiciliate in Lecce alla Via Augusto Imperatore n. 16 presso lo studio dell'Avv. Valeria Pellegrino (CF: PLLVLR65L55 H501S; pec: ), che le assiste, espongono

Premesso
- che di recente RAI spa ha provveduto alle nomine alle direzioni di Rete e Testate giornalistiche;

- che le stesse sono state effettuate nel dispregio delle norme e dei principi di parità di genere, sacrificando immotivatamente competenze e professionalità femminili, già fortemente sottodimensionate rispetto al complessivoassetto dirigenziale aziendale;

- che lo schema degli attuali organi direttivi, anche alla luce delle nuove designazioni, ha acuito il già preesistente divario uomo-donna, comportando uno squilibrio inaccettabile del complessivo quadro d'insieme;

- che in particolare, ad oggi, nella direzione delle testate televisive sono presenti 1O uomini a fronte di 3 donne; nelle direzioni dei canali radio il rapporto è pari a 8 uomini e 5 donne; ai vertici delle testate giornalistiche vi sono 7 uomini ed una sola donna, senza alcuna presenza femminile nelle testate giornalistiche televisive -così come nelle reti principali- che notoriamente risultano di maggior prestigio; mentre solo nelle direzioni delle strutture il rapporto risulta invertito con la presenza di 5 donne e 4 uomini;

Considerato
- che è immanente nella politica e nelle regole aziendali il rispetto e la promozione della parità di genere, non solo ai fini dell'offerta informativa, ma anche allo scopo di una corretta ed imparziale gestione della organizzazione interna e delle risorse umane;

- che in particolare, in virtù del Contratto di servizio stipulato con il Ministero dello Sviluppo Economico, RAI è tenuta a promuovere ed assicurare la parità tra uomini e donne (artt. 2 e 6);

- che anche in relazione al proprio Codice etico, RAI è onerata della garanzia e del rispetto delle pari opportunità, oltre che della attuazione d i condotte orientate a sostenere la crescita professionale (artt.1-5);

- che lo Statuto della società prevede espressamente una compos1z10ne del Consiglio di Amministrazione in cui sia favorita la presenza di entrambi i sessi (art.21.1); sì che non si vede il motivo per il quale, stante anche il complessivo indirizzo aziendale, i l medesim o principio di equilibrio non debba essere riconosciuto anche nelle diverse articolazi oni apicali;

- che nei bilanci sociali RAI ha manifestato sempre l'impegno del gruppo a porre attenzione sui temi della parità di genere, non solo in ambito editoriale, ma anche attraverso il coinvolgimento interno dell'Azienda;

- che pertanto, posta la complessiva mission della società, volta a garantire il raggiungimento di obiettivi di pubblica utilità, tra i quali lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico ricomprende la promozione della parità tra uomini e donne (cfr pagina web dedicata alla azienda ed alla concessione del servizio), lo squilibrio complessivo riveniente anche dalle nuove nomine viola, tradisce e confligge con le previsioni contrattuali, statutarie e di indirizzo aziendale;

Considerato altresì
- che a mente dell'art. 49 del D.lgs 198/06 (Codice delle Pari Opportunità tra uomo e donna) "la concessionaria pubblica e i concessionari privati per la radiodiffusione sonora e televisiva in ambito nazionale promuovono azioni positive volte ad eliminare condizioni di disparità tra i due sessi in sede di assunzioni, organizzazione e distrib uzione del lavoro, nonché di assegnazione di posti di responsabilità" e che tale norma costituisce applicazione di principi e valori costituzionali consacrati all'art. 3 e 51 Cost Rep.;

- -che tale obbligo risulta di fatto obliterato, risolvendosi le scelte effettuate, al contrario, in un nuovo concreto ostacolo al raggiungimento della parità, e ciò pur in presenza di autorevoli professionalità femminili, meritevoli della medesima considerazione riservata ai colleghi;

- che l 'assetto della complessiva nuova governance sacrifica illegittimamente la parità di genere, diritto che anche alla luce della complessiva evoluzione normativa, nazionale ed europea, non può risolversi in una mera enunciazione di principio, svuotata di contenuti concreti e tangibili;
- che peraltro, in virtù del servizio pubblico di cui RAI è concessionaria, la stessa dovrebbe svolgere una funzione esemplare proprio con riferimento ai modelli di governance , anche al fine di favorire virtuosi fenomeni emulativi e non sperequativi.

Tutto ciò premesso e considerato le Consigliere di Parità nazionali effettiva e - supplente, come in epigrafe domiciliate ed assistite

- Chiedono

- Agli organi in indirizzo, ciascuno per le rispettive competenze, di provvedere all 'immediato riequilibrio di genere dei vertici di reti, canali e testate, si da rimuovere anche i recenti atti a contenuto sostanzialmente discriminatorio, invitando altresì i medesimi organi a considerare, nel corso di tale nuovo procedimento, il peso ed il valore attribuibile alle direzioni delle principali reti e testate giornalistiche, ad oggi, come noto, appannaggio di soli uomini.

- Lecce-Roma 22.5.2020

- La Consigliera di Parità Nazionale Dott.ssa Francesca Bagni Cipriani
- La Consigliera di Parità Nazionale supplente
- Dott.ssa Serenella Molendini

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Coronavirus: Pupi Avati scrive alla RAI

Bellissima lettera alla Rai di Pupi Avati

PupiAvati 350 minRiflessione e proposta

E piango e rido davanti alla televisione come piangono e ridono i vecchi ,che è poi come piangono e ridono i bambini, cercando di fare in modo che mia moglie non se ne accorga. Fra i tanti che se ne sono andati un mio amico, Bruno Longhi, grande clarinettista milanese, che il coronavirus ha portato via senza tener conto della sua bravura, di come suonava Memories of you, meglio di Benny Goodman . E’ il primo periodo della mia vita in cui anziché abbracciare vorrei essere abbracciato. Mi manca persino quella specie di bacio notturno con il quale auguro la buonanotte a mia moglie e che lei giustamente mi ha vietato. Dormo di più la mattina, nel silenzio profondo ,cimiteriale di una città morta , appartengo anagraficamente alla categoria di quelli più svelti a morire.

Ma in questo sterminato silenzio , che è sacro e misterioso e che ci fa comprendere la nostra pochezza, la nostra vigliaccheria , ci commuove la consapevolezza dei tanti che stanno mettendo a repentaglio le loro vite per salvarci.
E questo stesso silenzio sarebbe opportuno per i tanti che destituiti di ogni competenza specifica continuano a sproloquiare saltapicchiando da un programma all’altro privi di ogni pudore , di ogni senso del limite. Coloro che con tanta solerzia, con tanta supponenza, ci hanno accompagnato nel corso degli ultimi decenni appartengono al Prima del Coronavirus, quando era possibile il cazzeggio. Ora, se usciremo da questa esperienza, dovremo farne tesoro, dovremo trovare un senso a quello che è accaduto , soccorrendo le tante famiglie di chi ha pagato con la vita, aiutando a superare le difficoltà enormi, spesso insormontabili, nelle quali si troveranno i più, impegnandoci tutti a sostituire il dire con il fare, come accadde dopo la liberazione.

Quello che provo somiglia a quando al cinematografo negli anni cinquanta si rompeva la pellicola e accadeva che venivi scaraventato fuori da quella storia che era stata capace di sottrarti allo squallore del tuo quotidiano. Rottura accolta da un boato di delusione simultaneo all’accensione improvvisa di luci fastidiose. Me ne restavo seduto, stretto in me stesso, cercando di tenermi dentro il film , “ dimmi quando ricomincia “ dicevo a mia madre tenendo gli occhi chiusi e pregando perché quelli su in cabina si sbrigassero a riattaccare la pellicola. Perché fossi restituito al più presto a quel magico altrove. . Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente , è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire

E quel mondo che si sta allontanando, che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia.
E allora mi chiedo perché In questo tempo sospeso, fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la RAI, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza alll’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente.

Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittorii, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro ,al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare , quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.

Pupi Avati

 fonte: corriere.it

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Un'occasione persa dalla RAI

tina lagostena apprezzatissima avvocata di quel processo per stuprodi Antonella Necci - Il grande giornalista e scrittore Gian Antonio Stella ha scritto un articolo sul Corriere della Sera in cui ricorda la storia travagliata di un documentario del 1979, 'Processo per stupro' di sei giovani registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti, Loredana Rotondo), che mostrava il vero processo a quattro giovani di Latina accusati di aver violentato per ore una diciottenne di Nettuno.

Stella ricorda come all'epoca, il documentario ebbe un enorme successo, tanto che dopo la prima messa in onda, in tarda serata, che fece ben tre milioni di spetattori, la Rai mandò in onda in prima serata il documentario che triplicò gli ascolti. Si tratta di un documento storico importantissimo, persino conservato al MoMa di New York, su come lo stupro veniva inteso dalla giustizia nell'Italia dei primi anni '80.

Ma, si chiede Stella, come mai proprio in queste giornate dove sarebbe opportuno dare la possibilità a tutte le nuove generazioni di vedere questo documentario, la Rai non lo ripropone? Presto detto: "A quanto pare, gli avvocati ancora vivi e perfino i parenti degli avvocati defunti protagonisti di quel processo, imbarazzatissimi sia pure con decenni di ritardo per certi interrogatori di pruriginosa invadenza, certe allusioni voyeuriste, certe arringhe beceramente machiste, hanno preteso l’oblio su quello sfoggio di spiritosaggini da bordello scagliate contro la vittima e a favore dei violentatori, poi condannati a pene leggere e con la condizionale".

A raccogliere l'appello di Stella affinché la Rai si decida a rispolverare questo prezioso documento ci pensa Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza Rai, che scrive su Facebook: "Nel giorno della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne la Rai non ha voluto riproporre il film. I presidenti delle Camere valutino di intervenire, secondo le proprie competenze e l’autorevolezza del loro ruolo. Dopo la diffusione dell’agghiacciante sondaggio dell’Istat, secondo cui una persona ogni quattro pensa che le donne possano provocare violenza sessuale con il loro modo di vestire e addirittura il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo voglia, sarebbe ancora più doveroso, se non un obbligo morale, fare vedere 'Processo per stupro' ".

 

 

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Rai Storia e dintorni

raistoria 350di Aldo Pirone - La politica di “sicurezza collettiva” dell’Urss. L’appeasement di Chamberlain, Alifax e Daladier con la Germania nazista; Monaco e il patto Hitler-Stalin. Alcune conseguenze.

Venerdì scorso su Rai Storia è andata in onda una trasmissione intitolata “Il patto Hitler Stalin”. Non so se sia stata una coincidenza voluta, ma la mente non poteva non riandare alla recente risoluzione dell’europarlamento che, nel quadro d' una fallace equiparazione storica fra nazismo e comunismo, dice che quel patto, siglato il 23 agosto del ’39, “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”.

La trasmissione ha ricostruito rigorosamente il tentativo dell’Urss di Stalin, protrattosi per più anni dopo l’ascesa di Hitler in Germania, di fare un accordo con Francia e Gran Bretagna, nel solco di una politica di “sicurezza collettiva”, per sbarrare la strada in Europa alle voglie guerrafondaie nazifasciste. Una correzione di politica estera sovietica profonda, che fece uscire l’Urss dall’isolamento e dall’autoisolamento portandola ad aderire perfino alla poco efficace se non imbelle Società delle Nazioni. Un cambiamento che influenzò anche l’Internazionale comunista (Komintern) che rovesciò la sua politica passando dal “socialfascimo” alla “promozione dei fronti popolari” per difendere la “democrazia borghese” là dove era minacciata dalla marea montante del fascismo in Europa. I sovietici avevano letto il Mein kampf di Hitler e conoscevano le sue intenzioni strategiche: sterminare gli ebrei e gli slavi sulle cui terre, considerate “spazio vitale” per i tedeschi, avrebbero dovuto insediarsi i germanici. Non a caso la guerra contro l’Urss fu poi di sterminio e costò ai sovietici tra i 25 e i 26 milioni di morti.

Due furono i diplomatici sovietici incaricati di raggiungere quest'obiettivo: Ivan Maijski ambasciatore a Londra e Anatoly Litvinov ministro degli esteri sovietico. Nonostante la loro bravura non ci riuscirono. Si scontrarono con il conservatorismo britannico cui si adeguò anche la Francia dopo l’assassinio del suo ministro degli esteri Louis Barthou il 9 ottobre del 1934. Le cose peggiorarono con l’arrivo di Chamberlain a premier britannico e di lord Halifax a ministro degli esteri in sostituzione di Anthony Eden che dette le dimissioni proprio perché non condivideva la politica di appeasement con Hitler. Con lui non la condivideva Churchill che guidò la pattuglia di conservatori ribelli a quella politica di cedimenti, perorando, al contrario, l’alleanza con l’Urss di Stalin.

La puntata di Rai Storia non è arrivata al capitolo del patto di Monaco considerato il vero momento in cui Hitler verificò l’impotenza della politica anglo francese interpretandola come il permesso a proseguire la sua azione revancista e aggressiva verso est. Dopo la Cecoslovacchia fu la Polonia e con essa la guerra mondiale. Chamberlain tornò da Monaco sventolando il foglio firmato con Hitler dicendo che quel patto sciagurato significava “la pace per il nostro tempo”.

Quando quell’accordo fu discusso alla Camera dei comuni, Churchill fece un discorso memorabile. Indicò puntigliosamente tutti i fatti che costituivano “un disastro di prima grandezza che si è abbattuto sulla Gran Bretagna e la Francia […] Il sistema di alleanze in Europa centrale, cui la Francia aveva affidato la sua sicurezza è stato smantellato. E’ stata spianata la strada [a Hitler] che porta lungo il Danubio al Mar Nero, alle risorse di grano e di petrolio, la strada che arriva fino alla Turchia. […] vedrete giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’espropriazione di quelle regioni. Molti di quei paesi, temendo l’ascesa del potere nazista, hanno già scelto politici, ministri, governi filotedeschi, ma c’è sempre stato in Polonia, Romania, Bulgaria e Jugoslavia un vastissimo movimento popolare che guardava alle democrazie occidentali, aborriva l’idea di vedersi imporre il dominio arbitrario del sistema totalitario e sperava che gli si sarebbe opposta resistenza. Ora tutto è perduto”. Poi, rivolgendosi a Chamberlain gli disse: “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”.

Il ministro sovietico Litvinov, il 21 settembre, pochi giorni prima di Monaco, aveva dichiarato alla Società delle Nazioni che l’Urss era pronta a intervenire a difesa della Cecoslovacchia. A Monaco la Russia non fu invitata e pure i cecoslovacchi furono tenuti fuori della porta. Il tentativo di creare un fronte antinazista con Gran Bretagna e Francia si trascinò ancora per qualche mese. Poiché Hitler non era affatto placato dal sacrificio della Cecoslovacchia e che ora voleva Danzica e la Polonia, Chamberlain e Daladier cercarono, nel giugno ’39, di riallacciare i rapporti con Stalin. Ma lo fecero svogliatamente, mandando a Mosca uno sconosciuto funzionario, Strang, preferito a Eden che si era offerto e che godeva di molto più credito. Ad agosto i sovietici chiesero di portare i colloqui sul piano militare. La Gran Bretagna mandò l’ammiraglio Dax privo, però, dei poteri necessari, e la Francia il generale Doumenc che non aveva deleghe per concludere alcunché. Li fecero viaggiare per cinque giorni su un cargo mercantile con l’indicazione, per Dax da parte di Halifax, di tirare le cose per le lunghe. A quel punto Stalin prese atto che gli anglo francesi non facevano sul serio e accettò l’offerta tedesca di avviare negoziati per un patto di non aggressione. Ne approfittò per inglobare gli stati baltici e spostare più a ovest le frontiere dell’Urss a spese della Polonia che, inoltre, si era rifiutata di far passare l’Armata rossa sul suo territorio per un eventuale soccorso alla Cecoslovacchia; mentre, insieme all’Ungheria, aveva richiesto la sua libra di carne ceka al momento della dissoluzione di quello stato.

La scelta di Stalin era anche la conseguenza del fatto che in Oriente l’Armata rossa stava fronteggiando il Giappone che aveva invaso la Manciuria e premeva alle frontiere sovietiche. La sindrome dell’accerchiamento non era solo una paranoia del dittatore sovietico.

Errori e crimini di Stalin

Se il “patto” con Hitler fu considerato, anche da Stalin, uno stato di necessità, dopo Monaco e le prove di fellonia susseguenti d'inglesi e francesi, quali furono gli errori e i crimini compiuti dal dittatore sovietico in seguito? Furono diversi. Il primo fu di piegare il Komintern alle scelte statali sovietiche spiazzando i comunisti europei costretti da un giorno all’altro a non considerare più il nazifascismo come il nemico principale, rinnegando d’ambleé tutta la politica scaturita dal VII Congresso del Komintern e dei “fronti popolari”. Pochi giorni dopo il patto con Hitler, lo scoppio della guerra fu giudicato uno scontro fra “briganti imperialisti”, riecheggiando il giudizio di Lenin sulla prima guerra mondiale che era del tutto fuorviante se applicato allo scontro con i nazifascisti. Stalin non colse, l’anno dopo, il mutamento avvenuto in Gran Bretagna con l’avvento di Churchill a primo ministro e la sua determinazione a non cedere a Hitler e al sopraggiunto Mussolini anche nell’ “ora più buia” del giugno del ’40, dopo la disfatta della Francia. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre Stalin a uscire, magari gradualmente, dall’iniziale “stato di necessità” che, invece, per lui era diventato virtù.

Inoltre, c’è da rilevare che la più grande contraddizione con la politica estera staliniana della sicurezza collettiva, consistette proprio nelle “purghe” che il dittatore georgiano aveva avviato in quegli anni in Urss, tra il ’36 e il ‘38. Quella politica criminale, oltre a indebolire fortemente il Pcus e la stessa società sovietica, si era abbattuta, decapitandolo, proprio sullo strumento militare principe: l’Armata rossa. Furono eliminati 3 marescialli su 5, 8 ammiragli su 8, i 9 decimi dei comandanti di corpo d'armata e 35.000 ufficiali su 144.300; tra cui il mitico maresciallo Tuchačevskij.

Il sospetto e la diffidenza congeniti di Stalin non salvarono l’Urss dall’aggressione hitleriana. Anzi, il dittatore fu sorpreso e fece trovare il paese dei soviet impreparato e indebolito dalle sue “purghe”. Sospetti e diffidenze staliniani, stranamente, non riguardarono Hitler. Inossidabile rimase la fede del capo comunista nel patto stretto con il furher. Sospetti e diffidenze si riversarono, invece, su chi andava informando il dittatore russo dell’imminente attacco nazista; per altro più che evidente visto l’ammassamento di truppe tedesche ai confini dell’Urss in corso da molti mesi. Ciò causò i disastri iniziali, le distruzioni, le stragi e i molti milioni di morti e prigionieri, civili e militari, subìti dall’Unione sovietica nei primi sei mesi dell’aggressione.

Poi, la guerra vittoriosa nella grande alleanza antinazista e la mano ferma con cui Stalin condusse la guerra, relegò sullo sfondo i suoi crimini ed errori; che però ci furono, comportando prezzi dolorosi e tragici che si potevano e dovevano evitare.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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