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Caro Conte il tempo è tiranno

matteo renzi giuseppe conte 350 mindi Aldo Pirone - Conte 2, il tempo è tiranno. Prodi ha definito il nuovo partito personale di Renzi un yogurt scaduto, aggiungendo che per ora, secondo lui, il governo non corre pericoli. Sta di fatto che al Senato la maggioranza non è larghissima e, come temono in molti, sarà pur vero che l’interesse di Renzi non è quello di provocare elezioni a breve, però si accingerebbe, se non altro per visibilità personale, a far ballare il povero Conte.

L’intervento di Prodi richiama alla mente una situazione simile. Quella del suo governo del 2006. Allora il centrosinistra più tanti altri, la cosiddetta Unione, entrò con largo margine di vantaggio nella campagna elettorale. L’anno prima aveva vinto in quasi tutte le Regioni. Berlusconi per parare il colpo in arrivo fece essenzialmente tre cose: una riforma della Costituzione con al centro la devolution leghista e tante altre cosacce che gli fu bocciata nel referendum confermativo; la “porcata” di una nuova legge elettorale fatta apposta per far mancare la maggioranza ai suoi avversari almeno al Senato; infine, una rimonta fulminante in campagna elettorale approfittando delle impappinature sul “cuneo fiscale” e sulla patrimoniale (il livello da cui partire per la nuova tassa) di Prodi e di Bertinotti. Il programma ecumenico di circa 280 punti non se lo filò nessuno, mentre fece colpo l’abolizione della tassa sulla prima casa promessa da Berlusconi. Sta di fatto che il risultato risicatissimo (24 mila voti in più circa) mentre assicurava all’Unione una larga maggioranza alla Camera grazie al premio di maggioranza previsto dal “porcellum” – poi dichiarato incostituzionale molti anni dopo – al Senato la maggioranza fu ristrettissima e, eterogenesi dei fini, dovuta proprio al meccanismo inventato da Calderoli e alla legge sulla rappresentanza degli italiani all’estero del vecchio missino Tremaglia. Com’è noto il governo Prodi non resse e cadde dopo circa un anno e mezzo.

Quale fu l’errore strategico del centrosinistra? Fu quello di non considerare la precarietà della sua maggioranza al Senato dove da subito cominciarono i trasformismi dei De Gregorio (Di Pietro) e Mastella, le mattane dei vari Rossi (Comunisti italiani corrente Rizzo) e Turigliatto (Bertinotti Rif. Comunista). Avrebbe dovuto mettere nel conto un ritorno alle urne a breve e quindi agire di conseguenza. Invece, i nostri eroi agirono come se fossero in una botte di ferro e dovessero durare "für ewig". Inoltre, invece di allargare il consenso nel paese rimodulando i 7,5 miliardi dell’abbattimento del cuneo fiscale a favore dei lavoratori – avevano promesso in campagna un beneficio del 60% per questi ultimi e il 40% per le aziende – rovesciarono il rapporto. Poi ci fu la storia del “tesoretto”. Vincenzo Visco era riuscito nel 2007 a racimolare grazie alla lotta all’evasione fiscale – apposta è sempre stato odiato dalla destra berlusconiana e leghista - circa 10,7 miliardi. Una parte di questi poteva e doveva essere usata per un provvedimento di grande impatto psicologico: l’abolizione della tassa sulla prima casa escluse quelle di lusso e del ceto ricco. Invece ci fu un balletto su come e dove destinarli che durò qualche mese, giusto il tempo per veder cadere Prodi che, come si sa, capitolò anche per tanti altri motivi. Cominciò a evidenziarsi in quel momento la “disconnessione sentimentale” fra i dirigenti della sinistra e il loro popolo. Poi ritornò il Cavaliere “mascarato”.

Il governo Conte 2 dovrebbe far tesoro di quella vicenda. Non è un governo che può escludere a priori l’impaludamento nelle contese fra PD, M5s e Renzi; e neanche una caduta per un qualche incidente di percorso in un Parlamento dove il trasformismo delle persone, basato sull’egolatria, impera. Se vuole durare per fare le cose progressiste che complessivamente ha enunciato nel suo programma ecumenico e che richiedono tempo, deve saper fare subito le cose sociali che possono allargargli a breve il consenso nel paese. Sarebbero le famose priorità. Il neo ministro Gualtieri ha detto che la manovra economica sarà espansiva. Certo, bisogna espanderla verso i lavoratori e i ceti medio bassi. Tra le priorità ci sono i provvedimenti sul lavoro: cuneo fiscale a esclusivo beneficio dei lavoratori dipendenti (almeno 10 miliardi), salario orario minimo garantito, disboscamento dei contratti farlocchi finalizzati al dumping salariale, inizio della riduzione delle circa 40-47 forme contrattuali precarie, investimenti e sblocco delle opere pubbliche; anche grandi ma compatibili con quello che viene pomposamente chiamato green new deal. Poi ci sono anche altre cose che riguardano il rapporto con l’Europa: riforma del patto di stabilità, distribuzione su scale europea degli immigrati, riforma della giustizia, lotta senza quartiere all’evasione fiscale (rivolgersi a Visco per sapere come si fa) ecc. Anche qui urge segnare risultati a breve. L’altra cosa da fare subito in Parlamento è l’abolizione del “rosatellum” con una legge elettorale che allo stato delle cose non può che essere d'impianto proporzionale se si vuole mettere in sicurezza la Repubblica.

L’orizzonte politico su cui il governo può realisticamente lavorare, per aumentare nel paese il proprio consenso e impedire un ritorno della destra salviniana, è realisticamente la prossima primavera. Se riesce a produrre risultati tangibili, allora l’orizzonte potrà diventare più lungo. E’ possibile che qualcuno cerchi, come abbiamo già visto, non di mandare a casa Conte ma di segnalare la sua presenza condizionante (Renzi e altri) e annacquare qualche provvedimento sociale per favorire i suoi punti di riferimento economici (le imprese vogliose di deregulation più che di innovazione). Non bisogna avere paura. Bisogna andare giù decisi. Se i principali contraenti dell’accordo di governo (PD-M5s-Leu) saranno in grado di imboccare questo sentiero stretto lo si vedrà già con la prossima legge di stabilità o manovra economica o finanziaria che dir si voglia.

Una linea chiara e offensiva può servire anche per affrontare eventuali urne anticipate. Solo che senza cambiamenti profondi, strutturali e celeri nel campo della sinistra complessiva e anche all’interno del M5s – alcuni sono già avvenuti sul piano politico generale altrimenti il governo Conte 2 non nasceva - sarà difficile essere all’altezza della sfida. Ma su questo torneremo a breve.

In politica il fattore tempo, come ripeteva spesso il dirigente comunista Giorgio Amendola, è un elemento decisivo. Una proposta o un’iniziativa in astratto giuste in sé possono anche fallire o non andare in porto o manifestarsi, addirittura, come controproducenti se non sono avanzate e prese in tempo utile. Sempre che, ovviamente, si abbiano nella mente i destinatari, cioè milioni di lavoratori e di persone delle classi subalterne; e non la Lorenzin che con essi non c’entra un fico secco.
Nel caso del governo Conte 2 il tempo è tiranno.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Zingaretti: le mie sono domande che si fanno gli italiani

  • Pubblicato in Partiti

renzi zingaretti 400 minInfo curata da Antonella Necci - «PD, Zingaretti: 'Da Renzi un whatsapp a decisione presa'» (ansa.it)

«Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo non è una questione personale».

«Ovviamente no. Ho ricevuto un whatsapp quando la decisione era stata presa». Così il leader Pd Nicola Zingaretti, da Maria Latella a l'Intervista su Sky a chi gli chiede se Matteo Renzi lo avesse avvisato di voler compiere la scissione durante le trattative per la formazione del governo.

«Non pretendevo - dice Zingaretti - una telefonata. Il problema non è Zingaretti ma gli italiani. Spiegare agli italiani perchè è successo dopo il giuramento del governo. Non è una questione personale per me».

«La sfida - ha detto riguardo al possibile faccia a faccia tra Renzi e Salvini - non è il giochetto dello scontro tra i leader ma risolvere i problemi degli italiani. Priorità dell'Italia non è attendere il faccia a faccia di Tizio contro Caio».

«Salvini e Renzi - ha detto in un altro passaggio - sono persone con idee diverse cui conviene litigare per far parlare di sè. Ma la grande forza dell'alternativa si chiama Pd che è l'unica vera forza nazionale che intercetta cambiamento e giustizia sociale».

Zingaretti ha parlato anche del patto civico al quale M5s e Pd stanno lavorando per le regionali in Umbria. Sull'accordo con il M5S sull'Umbria - ha detto - «non c'è nessun automatismo per le Regionali, ogni Regione dovrà decidere sulla base delle proprie leadership, dei propri contenuti, ma c'è una vocazione unitaria a provarci, per un futuro del Paese non fondato sull'odio, ma sulla crescita, sullo sviluppo, il lavoro e il benessere. E' un fatto positivo che si stanno provando a verificare le condizioni per dare insieme una risposta ai cittadini, è utile per l'Italia».

 

 

 

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Renzi ieri e oggi

Renzi Renzetto ditopollice 350 260di Antonella Necci - Chi è Matteo Renzi. ''Renzi è complice dei disastri degli ultimi sette anni, quindi per dignità dovrebbe tacere, chiedere scusa e ritirarsi a vita privata''. Esattamente un anno fa, il 30 settembre del 2018, il segretario della Lega Matteo Salvini dava così politicamente per spacciato l'ex presidente della provincia di Firenze, ex sindaco, ex segretario del Pd ed ex premier, Matteo Renzi. Caduto in disgrazia per il fallimento del referendum costituzionale del 4 marzo e dopo la sconfitta elettorale del 2018, Renzi torna invece sulla scena della politica italiana da protagonista: è lui che ha reso possibile la nascita del Conte bis, che ha fondato la nuova forza politica 'Italia Nuova' ed è lui che ora potrebbe diventare l'ago della bilancia in Parlamento non solo per la creazione dei nuovi gruppi ai quali hanno aderito anche esponenti di Forza Italia, ma anche perché molti dei suoi fedelissimi sono rimasti dentro il Partito Democratico in ruoli chiave. Come Andrea Marcucci, che, nonostante la scissione, resta presidente del gruppo Dem a Palazzo Madama.

Nato a Firenze nel 1975, Renzi cresce e vive a Rignano sull’Arno. Ex scout, aderisce ai "Comitati per Prodi" e lavora come dirigente nell’azienda di famiglia. Da giovane partecipa e vince alla "Ruota della Fortuna" con Mike Bongiorno. Si sposa nel 1999 con Agnese Landini con la quale ha tre figli e si laurea in Giurispudenza con una tesi su Giorgio La Pira. Collabora a lungo con Lapo Pistelli e diventa segretario provinciale del Ppi e coordinatore de La Margherita fiorentina.

Nel 2004 viene eletto Presidente della Provincia di Firenze e nel giugno del 2009 diventa sindaco del capoluogo toscano. Nel 2010 lancia la sfida generazionale ai vertici del partito dalla vecchia stazione ferroviaria del Granduca Leopoldo di Firenze dove, da presidente provinciale, riuniva gli studenti per il ministro Beppe Fioroni. Ed è da allora che Renzi comincia a parlare di "rottamazione" contro quella che definisce una classe politica "ormai da decenni incollata alle poltrone". Per anni batterà sul punto, soprattutto contro i vertici del suo partito, tanto da conquistarsi nell'opinione pubblica il titolo di "rottamatore".

Nel 2012 Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie del centrosinistra e parte per tre mesi in giro per l'Italia a bordo di un camper. Ma il 2 dicembre le primarie le perde contro Pierluigi Bersani.

Nel 2013 ci riprova e stavolta le primarie del Partito Democratico le vince contro Gianni Cuperlo, Giuseppe Civati e Gianni Pittella.

Dal 22 febbraio 2014, dopo essere passato alla storia con il celebre hashtag 'Stai sereno. Nessuno ti vuol fregare il posto' rivolto via twitter al collega di partito, allora premier, Enrico Letta, Renzi diventa presidente del Consiglio. Letta, infatti, si dimette il 14 febbraio 2014 dopo che, il giorno prima, la Direzione Nazionale del Partito Democratico aveva approvato un documento proposto dal 'rottamatore' in cui si rilevava "la necessità e l'urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo".

Da segretario del partito e da premier, Matteo Renzi, incassa, prima un ottimo risultato con le elezioni Europee del 25 maggio del 2014, dove il parttito batte il record del 41%, ma poi subisce la sconfitta con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che boccia la sua riforma costituzionale. Riforma che eliminava di fatto il bicameralismo perfetto e tagliava il numero dei parlamentari. Si dimette il 7 dicembre 2016.

E il 12 dicembre 2016 prende il suo posto a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni. A febbraio si dimette da segretario del Pd. Ma lo fa per ricandidarsi e, il 30 aprile del 2017, ridiventa segretario del Partito Democratico che riporta alle elezioni il 4 marzo del 2018.

Dopo la sconfitta elettorale si dimette di nuovo. Resta sino alla crisi del governo giallo-verde un "semplice senatore di Rignano", come lui chiede di essere considerato. Ma dall'inizio di settembre torna alla ribalta non solo perché è lui a scongiurare il ritorno al voto proponendo di allearsi con il M5S per far nascere il Conte bis, ma anche perché riesce a piazzare molti dei 'suoi' al governo, nonostante si lamenti l'assenza di un esponente toscano nell'Esecutivo, e dà vita ad una nuova formazione politica e a nuovi gruppi parlamentari ai quali aderisono numerosi esponenti del Pd. Il nome 'Italia Viva' lo mutua da Walter Veltroni che, allora segretario del Pd, lo scelse per la campagna elettorale del 2008: quella in cui vinse il Partito delle Libertà di Berlusconi.

 

 

 

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Zinga il fortunato

Matteo Renzi 350 260 mindi Aldo Pirone - Non era in questione il se ma solo il quando. Finalmente Renzi ha sgonfiato la crescente suspense e se n’è andato dal PD. Il capo delegazione dei dem al governo, Franceschini, ha commentato: “Nel 1921 e 22, la litigiosità e le divisioni dentro i partiti li resero deboli sino a far trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori”. Il paragone con l’oggi sembra azzardato, per non dire fuori luogo. Zingaretti, invece, ha invitato a guardare avanti: “Ci dispiace è un errore. Ma ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”. Il presidente Conte non è stato così serafico come Zingaretti; e si capisce. Il “bomba” ha cercato di rasserenarlo - il che visti i precedenti non lo ha per niente tranquillizzato -; gli ha detto che la sua “novità”, - pudicamente, non vuole chiamarla scissione - gli allargherà il consenso parlamentare. Ma il Presidente teme i Danai anche quando portano doni (timeo Danaos et dona ferentes). Infatti, ha fatto sapere “le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo. A tacer del merito dell’iniziativa, infatti, rimane singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo“. Non proprio un’alleluja!

Renzi ha spiegato oggi su “la Repubblica” in una lunga intervista dai toni “renzianissimi” le motivazioni della sua scelta. Un bel po’ di luoghi comuni a lui usuali, conditi di retorica futuristica e di qualche notevole bugia. Come quella, sommamente esilarante, di aver portato il PD al 41%. Ricorda l’effimero inizio della sua rovinosa leadership, dimenticando il baratro del 18,7% in cui ha lasciato i dem. Ma Renzi è così, non a caso a scuola, quando da giovani si mostra la propria indole, i suoi coetanei lo soprannominarono “il bomba”.

A guidare il Renzi politico sono sempre state due cose: un ego stratosferico che lo rende incapace di stare in un collettivo se non al comando di esso e, a esso connesso, il proprio interesse politico personale. Le sue mosse tattiche, anche le più spericolate e apparentemente contraddittorie, non si comprendono se non in quella sua ottica. Può accadere, come nell’operazione Conte 2, che l’interesse personale combaci incidentalmente con quello generale, ma può, col tempo, non essere più così. Nell’intervista a “la Repubblica” le motivazioni poco credibili della sua scelta, ridotte all’osso, sono: il PD, nato per essere una cosa all’ “americana capace – dice il nostro – di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”, non è decollato. E già, si è consunto fino allo sfinimento, balcanizzato in correnti e cordate, infettato dalla questione morale, ma americano non c’è diventato. Di danni storici, comunque, ne sono stati fatti a iosa. Per capire come gli innesti americani non funzionino nel nostro paese, non c’era tanto da elucubrare sul Lingotto di Veltroni, bastava andare al cinema a rivedere l’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Dell’intervista di Renzi ad Annalisa Cuzzocrea conviene rilevare le cose che possono incidere in negativo sul percorso del governo. Al fondo ve n’è una sola: “Non sono interessato a mettere il naso nelle nomine”, e questa è la bugia, seguita dall'inquietante verità: “ma voglio dire la mia sulla strategia”. E qui potrebbero nascere i dolori per Conte e gli altri partner, perché se le convenienze del rignanese dovessero cambiare, egli non tarderà a mettere i bastoni tra le ruote di provvedimenti di sinistra in economia e sul lavoro. E’ da prevedere, dunque, anche una lotta contro il tempo, perché, in fondo, se il governo riesce a sfornare celermente provvedimenti sociali – per esempio il cuneo fiscale, il salario minimo, il ripristino dei diritti sul lavoro ecc. – in grado di renderlo popolare, allora oltre a Salvini e al centrodestra si terrà a bada anche qualche “renzata”. Staremo a vedere.

Quanto al PD, è naturale che sul momento vi siano esponenti che cerchino di ridurre le conseguenze della fuoriuscita renziana parlando d'ingiustificabile divisione, di uscita non indolore, di grave danno ecc. C’è da evitare, fra l’altro, che nei gruppi parlamentari siano lasciate le “quinte colonne” renziane. Tuttavia la sinistra tutta, non solo il PD, dovrebbe accogliere l’evento come un’occasione liberatoria per procedere a una rifondazione comune e di un nuovo soggetto unitario di sinistra e progressista che coinvolga in prima persona le forze partecipative e associative della società civile progressista. Già il fatto che in alcune regioni gravide di elezioni amministrative si stiano sperimentando le cosiddette liste civiche, dice che la strada obbligata del rinnovamento rifondativo è quella. E non solo per creare le condizioni per una convergenza col M5s a livello locale. Zingaretti appena eletto segretario disse che bisognava cambiare tutto. Il 13 luglio affermò: “La riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Non ce ne siamo occupati perché c’erano le elezioni ma sul partito dobbiamo cambiare tutto perché tutti sappiamo che cosi non si va più avanti […] perché troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere, c’è gruppo dirigente nazionale attorno a leader ma poi c’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate che si collocano da una parte o dall’altra, con un leader o un altro a prescindere dalle idee”. Naturalmente a questo imputridimento lui non è stato del tutto estraneo, ma tant’è.

La questione, dunque, non può essere ridotta al ritorno nel PD dei fuoriusciti Bersani, D’Alema, Speranza e compagnia bella. La “discontinuità” rifondativa, nelle persone e nelle politiche, da praticare nel paese e non solo nel parlamento, è ben più profonda; risale non solo al PD di Veltroni, ma molto più indietro: risale almeno al blairismo. E con essa deve fare i conti tutta la sinistra, comunque configurata e dislocata, non solo i dem; e lo deve fare stando immersi nel corpo sociale, a contatto anche con le sue parti più lontane e ostiche.

Zingaretti non è un fulmine ma è fortunato. In pochi giorni Salvini ha tolto il disturbo dal governo e Renzi dal PD.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Cuore di mamma

toglieremo iva alla zanicchi 350 260 mindi Aldo Pirone - La cronaca politica, ormai priva di pensieri lunghi, è traboccante di quelli corti, cortissimi e anche un po’ confusi. Ogni tanto c’è qualche accadimento minore che viene a ricordarci che siamo messi male. Come se, per la bisogna, non bastassero quelli maggiori e ufficiali ancora ruotanti attorno al quotidiano gioco delle tre carte – che poi, visti i giocatori, si potrebbe definire anche un tressette (Di Maio, Salvini e Berlusconi) col morto (PD) - di chi dovrebbe formare uno straccio di governo.

Ieri (mercoledì 2 maggio) a farci sorridere, amaramente, è stata Iva Zanicchi, detta anche “L’aquila di Ligonchio” quando, negli anni ’60, a competere con lei in bravura c’erano altrettante ugole d’oro come “La tigre di Cremona”, Mina, e “La pantera di Goro”, Milva. La pennuta signora, qualcuno lo ricorderà, è stata fin dall’inizio una fan sfegatata di Silvio Berlusconi. C’è chi dice che in questa sua infatuazione politica molto contarono le sue lunghe performance nelle TV dell’ex cavaliere, ma sarebbe fare torto a chi, essendo nomata aquila, aveva uno sguardo così acuto da individuare nello statista di Arcore un prodigio politico.
Nel 2001, alla vigilia delle elezioni politiche che videro il signore di Mediaset surclassare una sinistra già abbastanza scombussolata, sostenne, in rappresentanza della gente di spettacolo pro Forza Italia, un immemorabile confronto con Sabrina Ferilli icona della sinistra d’antan. La sua argomentazione principale: per sapere se Berlusconi è capace o meno, bisogna, come il budino, provarlo e quindi votarlo. Come se non fosse già ampiamente chiaro che il dolce era guasto ab origine. Fu ricompensata per tanta dedizione. Divenne deputata al Parlamento europeo per FI nel 2008 (subentrata) e per il Pdl dal 2009 al 2014. Candidata per conto di Berlusconi lo è stata più volte. Sebbene assidua alle sedute a Strasburgo non si ricordano sue significative iniziative legislative. Poi, qualcosa con il cavaliere deve essersi rotto nel tempo.

Ospite ieri di un “giorno da pecora”, la Zanicchi, certamente molto meglio come cantante che come politica, ha confessato di aver votato PD il 4 marzo scorso. Il motivo? “Perché li vedevo in difficoltà. Io sono una mamma, una nonna, e vado sempre coi più deboli”. Per questo andò con il Berlusconi dei tempi d’oro. Da nonna ha dato un suggerimento a Renzi: “Dovrebbe tornare ad Arcore, parlare con Berlusconi e diventare lui il leader di Forza Italia, così almeno scappa da quel 10% che ha”.

La vista non è più quella dell’aquila ma il fiuto è quello del segugio.

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Ma perchè intervistare Renzi in prima serata?

FabioFazio MatteoRenzi 350 260 mindi Ignazio Mazzoli - È iniziata la fase due. Ho seguito, come tanti che seguono gli avvenimenti della politica la trasmissione di Fabio Fazio per ascoltare quanto avrebbe dichiarato Matteo Renzi. Si era creato un clima di attesa con la solita maestria che il mondo dell’informazione riserva alle occasioni sulle quali vuole puntare. Attesa di cosa? Che Renzi avrebbe fatto annunci che gli avrebbero garantito di gestire in prima persona il rapporto con il M5S. Eravamo in molti a ritenere che la novità non sarebbe stata questa.

Renzi da Fabio Fazio è stata una invadente manifestazione di dumping dei poteri forti che vogliono riproporre agli italiani Matteo Renzi. Infatti perché ha dovuto parlare prima del 3 maggio, quando si riunirà la direzione del suo partito?
E’ stato il primo ospite della serata. Ripetutamente annunciato come il portatore di un verbo utile e necessario alla formazione di un nuovo governo per questo Paese, mentre si moltiplicano le occasioni per ricordare come sia indispensabile dare un esecutivo a questo Paese.
Lo spettacolo si è sviluppato come da copione dell’intervistato. La sua prima dichiarazione politicamente rilevante è stata: “Nessuno ha vinto”. Incredibile! Se è vero che nessuno ha superato il 50% e nemmeno il 40% è certamente vero che qualcuno è arrivato primo, che qualche altro è arrivato secondo e un altro invece è arrivato terzo. E guarda un po’, questo terzo è proprio il Renzi, il leader assolutamente convinto di aver governato bene, lui e il suo partito e che dichiara contemporaneamente, ad onore del vero, di aver perso. Cosa che conferma in questo quadro di non vincitori che c’è sicuramente chi ha certamente perso e quindi qualcun’altro ha vinto.
Fermo restando il silenzio sulle ragioni per cui il PD ha perso e sui motivi per i quali qualche altro ha vinto l’intervista procede alla ricerca di quali soluzioni si possano dare allo stallo nella formazione di governo.

Un partito che ancora non ha trovato una versione comune su cosa sia successo il 4 dicembre 2016 quando fu sconfitto nel referendum e il 4 marzo 2018 quando nelle elezioni nazionali è diventato il terzo partito italiano che oggi ha un segretario dimissionario ma ancora non riesce a sostituirlo (l'assemblea che doveva decidere sulla successione il 21 di questo mese è stata spostata a data da definire), obbliga ad avere una curiosità: come fa un partito quale è questo PD a poter decidere addirittura su una alleanza di peso quale quella che gli verrebbe richiesta in questo momento?
Va ri-precisato che nessuno gli ha richiesto un’alleanza. Il M5S ha proposto di dialogare per definire un “contratto” per legiferare e decidere su alcuni punti irrinunciabili condivisi.
Continuo a stupirmi che l’informazione abbia concentrato tutta la sua elaborazione sulla presunta alleanza. C’è da ritenere, come scrive Lucia Annunziata, che «non ci crede, sotto sotto, nemmeno lo stesso presidente che ha dato a Roberto Fico, per esplorare la possibilità di fare un Governo fra i 5 Stelle e il Pd, sole 72 ore».

Allora perché questa esibizione così ampollosa dell’ex segretario del PD? Perché questo bisogno di riportarlo in evidenza? Perché non avere la pazienza di aspettare la direzione del PD? Non appare anche a te, caro lettore, una indebita interferenza nella vita interna del PD? Un'iniziativa totalmente irrispettosa degli organi dirigenti del PD? Non si intervista compiutamente il Segretario reggente Maurizio Martina e si intervista Matteo Renzi. Tutt’al più gli si sarebbe potuto chiedere un commento dei lavori della Direzione una volta che si fosse conclusa dopo il 3 maggio.
Tutto mi spinge a pensare che nell’intervistare Renzi, Fabio Fazio non abbia provveduto a fornire solo un’informazione (non credo che ci fosse un così esteso interesse di massa di sapere l’opinione dell’ex segretario del PD), ma abbia voluto gestire un intervento di orientamento di opinioni prima della Direzione del PD (forse anche per rassicurare qualcuno).

Quale poterbbe essere la verità?
Non è il primo, Fazio, né sarà l’ultimo. Sin dal 5 marzo è iniziato il tentativo di vanificare il voto, di impedire ogni tentativo di aprire la strada ad ogni più piccolo cambiamento. Il ruolo di TV e grandi organi di stampa in questa ricerca di formazione del nuovo governo è stato svolto con grance meticolosità: prediche a Di Maio e tanta nostalgia di PD e di Renzi. Sono stati la voce dei poteri forti?!?!

Illuminante è stato ascoltare il secondo e decisivo punto politico di Matteo Renzi: il riconoscimento che in politica il dialogo con tutti è la norma per poter dire, poi, che l’incontro con il M5S, oggi, dovrebbe essere funzionale ad un governo di tutti, a tempo, con compiti limitati (nuova legge elettorale).
La verità ormai è sul tappeto. Governo istituzionale che né Salvini né Di Maio vogliono votare, ma che più volte è “stata voce dal sen fuggita” a Berlusconi. I due del Nazareno gratta gratta si ritrovano.

Oggi sappiamo come si è concluso anche l'ultimo appuntamento elettorale, quello del Friuli. Matteo Salvini esulta, Silvio Berlusconi senza Renzi è ormai il nulla e… Luigi Di Maio sembra aver pagato un prezzo molto alto per accreditarsi presso l’establishment. Salvini ora, potrà conquistare il centrodestra e rilanciare un governo con i 5stelle. Di Maio e Salvini hanno vinto il voto popolare, hanno programmi con alcuni punti significativi sufficientemente compatibili l'uno con l'altro. È questa in fondo l'unica vera soluzione, sostenibile nei numeri e coerente con il risultato delle urne. Questo può esser l’unico modo di rispettare il voto popolare e la sua richiesta di discontinuità augurandoci che in primo luogo si correggano le mortificanti politiche di austerità, di privazione dei diritti sul lavoro, sulla scuola pubblica e sulla difesa della sanità per tutti.

Questo governo, se nascerà, piacerà e si farà apprezzare? Chi lo sa? Il voto però certamente rimarrà sovrano. Siamo un Paese molto travagliato, ma non dobbiamo perdere un’occasione come il voto del 4 marzo, per tentare di arrestare il declino dei nostri diritti costituzionali nella convinta certezza che sapremo continuare a difenderli contro chiunque cerchi di conculcarli.

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Ugo Sposetti: "la base del partito processi Renzi"

ugosposetti 350 260 minDall'intervista rilasciata il 6 marzo '18 a Tommaso Labate del Corriere della Sera. Il senatore dem Ugo Sposetti, storico tesoriere dei Ds, sostiene senza troppi giri di parole che il segretario del Pd andrebbe processato dalla base del partito: "Renzi e l’attuale direzione del Pd non sono degni di affrontare il dibattito su quello che dovrà fare da ora il partito. Sono indegni. Lui e la sua cerchia sono delinquenti seriali che hanno distrutto la sinistra e rotto l’idea di comunità. Proporrò la costituzione di Comitati 5 marzo per la rinascita del Pd. I circoli devono autoconvocarsi per esaminare il risultato elettorale ed elaborare proposte per tornare a essere un partito vero. Renzi va processato. Ha capito bene, pro-ces-sa-to", ha dichiarato al Corriere della Sera. "Ci ha portati in una situazione peggiore a quella del ’48. Qua non è rimasto nulla. Lui ha distrutto tutto", ha aggiunto Sposetti.

"La sconfitta di domenica è figlia di arroganza politica, boria, pressappochismo, visione miope. Questa sconfitta non è ‘ogni sconfitta'. Dietro questa c’è anche l’insano gusto del potere che pervade ogni azione di Renzi. Tutto quello che sta facendo in questi giorni e in queste ore è dettato da un vero e disgustoso attaccamento alla poltrona. Per questo non esiste altra via che quella di un vero e proprio processo politico a Renzi da parte della nostra gente, è solo uno a cui bisogna ribellarsi subito".

Parlando di un appoggio ai 5 Stelle, Sposetti spiega che il Paese ha bisogno di un governo e che il Movimento 5 Stelle non è pericoloso e negli ultimi 5 anni gli esponenti sono migliorati molto: Ricordo trent’anni fa quando osservavo in Senato Bossi, da solo, il primo leghista piombato a Roma. Perché io osservo, sa? Ho osservato anche i Cinque Stelle. Sono migliorati molto negli ultimi cinque anni. Non sono pericolosi né li ho mai considerati un pericolo.

Clicca sul link che sefue e vai all'intervista integrale
https://www.unoetre.it/politica-e-economia/elezioni/2018-il-voto/item/5525-il-nebbioso-scenario-del-dopo-4-marzo.html

 
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Ieri a Ferentino. Arroganza e codardia

polizia schierata mindi Daniela Mastracci - Ieri a Ferentino
L'evento del mese! L'evento politico cui questa provincia è avvezza: la politica passa e va!
La politica cieca e sorda che vive di sé stessa, che guarda il popolo dall'alto in basso, e letteralmente, se pensiamo ai finestrini del treno di Renzi
Un treno blindato. Fa strano a scriversi. Ieri è passato un treno blindato dal di dentro.

Ieri è passato un treno blindato dal di dentro

E fuori hanno blindato la stazione di Ferentino, il parcheggio, tutta la zona nelle immediate vicinanze
E hanno anche interdetto l'avvicinamento dei disoccupati Frusinati: chiusi anche loro dentro transenne da cui non potevano muoversi. Quasi criminali, quasi non più legittimati ad esprimere le loro ragioni.
Come è accaduto che i politici si siano rinchiusi essi stessi di fronte al popolo? Cosa è diventata la politica quando da tale immagine di se stessa? Una separazione degna di altri secoli, addirittura! Non del secolo ventesimo.

È’ vero che è stato il secolo terribile. Ma è stato anche il secolo delle lotte del popolo, affinché fossero riconosciuti i diritti fondamentali. E noi ne abbiamo un esempio magistrale nella Carta Costituzionale. E’ stato il secolo delle rivendicazioni dei diritti del Lavoro: e i lavoratori italiani avevano conquistato lo Statuto dei Lavoratori. Il secolo in cui la voce del popolo poteva esprimersi in referendum fondamentali, in richieste di spazi di democrazia sempre più ampi e perciò giusti.

Poi le cose sono cambiate, e oggi quando passa il treno con a bordo il segretario di un partito, che ancora osa appellarsi partito di sinistra, il segretario si trincera e blinda se stesso, mettendo fuori gioco il popolo, chiudendo ad esso la bocca, per non sentire più la voce della libertà, della rivendicazione di diritti. Il segretario non vuole sentire. Vuole sentire solo la sua voce: egli dice a se stesso che va tutto sempre bene, che il popolo lo ama, che l'Italia si avvia a stagioni piene di meraviglie. Certo! meraviglie per una parte piccolissima di popolo, quello a cui la sinistra di governo si è riferita, e di cui ha portato avanti una lotta infima, e in tutto contraria a quanto la sinistra avrebbe dovuto fare.

Gli interessi dei padroni sono più forti e consolidati che mai

Il segretario passa, il popolo tace, irretito e irreggimentato. Gli interessi dei padroni sono più forti e consolidati che mai. Gli interessi del popolo sono vanificati, calpestati, zittiti, e portati talmente in basso da indurre alla rassegnazione la gran parte di noi. E coloro che ancora provano, sono deboli perché divisi. Se il capitale vince è proprio perché ci ha disgregati, e siamo caduti nella sua trappola. Adesso che si avvicinano le elezioni, diamo l'ennesima prova di disintegrazione. Di nuovo, come se il popolo avesse tempo, potesse ancora aspettare, potesse ancora avere fiducia. Non può aspettare. Non può avere nessuna fiducia. Se non accadrà che la sofferenza vera e le difficoltà di ogni giorno finalmente vengano viste e comprese, non credo sia pessimismo sentimentaleggiante o, peggio, disfattismo, il sostenere il dubbio sulla possibilità di cambiare lo stato delle cose.

L'allontanamento dalla politica è esattamente ciò che vuole il capitale, esso continuerà ad avere campo libero perché davanti non gli si para nessun popolo. Il capitalismo nasce senza quella cosa che si chiama diritto di voto: in fondo, credo, che là stia tornando.

Dentro un treno, su un aereo, dentro tutte le stanze dei bottoni dove si rinchiude, il capitalismo si trincera dal mondo e dai popoli, non li fa parlare, muoversi, agire. Di più: se proviamo a pensare alle nuove generazioni e alla scuola pubblica che i governi, dagli anni ’90 ad oggi, hanno prodotto, allineati alle imposizioni dell’Europa di Maastricht e di Lisbona, della BCE e delle sue lettere ai nostri Primi Ministri, questi governi, negando cultura, assottigliando sempre di più le ore curriculari e obbligando alla formazioni di classi con numeri sempre maggiori di alunni, (ormai è normale trovare classi con 30 studenti), e proponendo nell’ultima legge di riforma della scuola pubblica l’obbligatorietà della Alternanza scuola lavoro, ovvero il modello del lavoro gratuito, hanno fatto sì che il capitalismo entrasse nella scuola italiana. Esso ha colonizzato la scuola e dal di dentro educa generazioni alla perpetuazione di sé stesso. Perché il capitalismo non ha soltanto messo a valore la scuola pubblica, come ha fatto in ogni altro servizio pubblico dove ha messo le sue lunghe mani artigliate. No, la scuola pubblica lo serve perché è stata fatta diventare la palestra dove vige la sua sola legge. Messa a valore e, insieme, educazione ed addestramento forzoso al sistema capitalistico. Così non avrà più nessun avversario, nessuna resistenza. Le nuove generazioni conosceranno soltanto il Mercato e la sua legge del profitto.
Però quei treni sono pur sempre treni. E gli uomini e le donne del capitale sono pur sempre uomini e donne. Non sono entità metafisiche. Non sono leggi naturali. Si possono ancora fermare se soltanto capiamo che dobbiamo unirci e smettiamo di pensare soltanto a non perdere occasione di occupare seggi in Parlamento. Semmai fosse ancora possibile, si chiede uno sforzo maggiore, perché di disillusione ne abbiamo già vissuta troppa.


 

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Accordone perfetto che soddisfa tutti, dal Quirinale alla Lega

patto renzi berlusconi 350 260di Alessandro De Angelis, L'Huffington Post 10 ott '17 - Forzatura di Sistema. Accordone perfetto che soddisfa tutti, dal Quirinale alla Lega. Un modo con cui il Sistema perpetua se stesso.

L'accordone, anzi la forzatura del Sistema, viene sancita quando, prima del consiglio dei ministri, i capigruppo di Forza Italia chiamano Paolo Gentiloni: "Puoi mettere la fiducia – questo il senso del messaggio - noi non ci opponiamo e accompagneremo il percorso della legge fino alla fine". È una svolta che matura nelle ultime 48 ore, fortemente voluta da Renzi. Il quale, solo qualche giorno fa, confidava ai suoi: "C'è un unico modo per far passare la legge, con tutti questi voti segreti: la fiducia. Ma Brunetta non è d'accordo...". A convincere Silvio Berlusconi, mai entusiasta di questa legge, c'è innanzitutto un ragionamento, spietato e lineare, che ha a che fare le liste, le teste da tagliare e le facce da cambiare: "Renzi – dice una fonte di casa ad Arcore – ci ha recapitato questo messaggio: il Rosatellum, conviene sia a voi che a noi, perché ci consente di far fuori quelli che vogliamo fare fuori", che nella fattispecie sarebbero per uno la sinistra degli odiati D'Alema e Bersani, per l'altro quella nomenklatura che resisterebbe con le preferenze, per plasmare liste di obbedienti ai voleri del Capo. In Senato fonti solitamente attendibili parlano anche di contatti diretti tra Renzi e Berlusconi che però le fonti ufficiali negano.

Ma non c'è solo questo, c'è qualcosa di più e più grande. C'è un Sistema che si tutela e autoriproduce, escludendo dalla prospettiva del governo quelle che una volta si sarebbero chiamate "ali" e oggi si potrebbero chiamare "turbolenze", mutuando un termine del mercato. I Cinque Stelle, la sinistra fuori dal Pd: turbolenze per la stabilità immaginata. Il dato politico è che, su quest'ultima forzatura della legislatura, si realizza l'accordo perfetto, politico e istituzionale, come neanche ai tempi del Nazareno, che si ruppe sull'elezione di Sergio Mattarella. Proprio dal Quirinale arriva il via libera sostanziale al patto che, al tempo stesso, configura un unicum assoluto nella storia repubblicana: due fiducie, sempre sulla legge elettorale, nello stesso settennato, prima sull'Italicum ora sul Rosatellum (leggi qui il via libera di Mattarella). Con la stessa tensione fuori e dentro il Parlamento, con opposizioni che chiamano i militanti a manifestare fuori, con una nuova, drammatica spaccatura a sinistra. Certo con Mdp, ma anche nel corpaccione del Pd: "Sono scosso", diceva Cuperlo in Transatlantico.

Detta in modo un po' tranchant. Il cuore dell'accordo è certo il prima (liste di nominati e ognuno che torna padrone a casa sua) ma è soprattutto il dopo, ovvero il minuto dopo quelle elezioni su cui circolano già delle date, a sentire i renziani che hanno accesso nelle stanze dei bottoni: "Scioglimento il 23 dicembre, voto il 4 marzo". La legge agevola e fotografa una doppia opzione che, presumibilmente, il capo dello Stato si troverà di fronte: se il centrodestra raggiunge il 40, un governo di centrodestra, altrimenti le larghe intese. Due opzioni che il Sistema ha già sperimentato, sia pur con diversi rapporti di forza quando la Lega era più debole.

E torna Renzi. Perché la dinamica maggioritaria, anche se la legge sul punto è pasticciata, a livello politico e mediatico risuscita la figura del candidato premier, con una coalizione. Col Consultellum votavi Pd non sapendo chi sarebbe andato a palazzo Chigi, con questa voti Renzi per mandarlo a palazzo Chigi. Cambia la dinamica. Torna la centralità dei leader e del voto utile. Ecco perché il segretario del Pd ha imposto la forzatura che, per esempio, non volle ai tempi della legge tedesca, di impianto proporzionale, affossata dal Parlamento. Le perplessità di Gentiloni (leggi qui) rivelano il senso di una operazione win win per Renzi, tutta giocata sulla pelle del governo: se il tentativo va a buon fine, ha vinto e incassa un'arma; se va male sono tutti povero Gentiloni, costretto a fare una legge di stabilità in un quadro terremotato e col governo che ha perso forza e faccia.

Quella vecchia volpe di Casini diceva a qualche collega a Palazzo Madama: "Vedrete che, al dunque, Silvio non avrà problemi a fare l'accordo con Renzi, con lui a palazzo Chigi. Non si impiccherà per Gentiloni o altri. Tanto sarà un governo di coalizione. Avrà i numeri per tiralo giù se l'altro non sta ai patti". Saranno anche ricette per l'osteria dell'avvenire, ma gli ingredienti si vedono tutti. Come anche l'oggettivo vantaggio di Salvini su una legge che gli consente di stare nel gioco e di lanciare, al tempo stesso, un'Opa su Forza Italia al Nord destinata a farlo crescere in modo rilevante in termini di consenso e forza parlamentare. È il timore di Gianni Letta, la "salvinizzazione del centrodestra", messo agli atti in tempi non sospetti. Un parlamentare azzurro, critico, spiega: "Certo che conviene a Salvini. Al Nord fa il pieno e condiziona anche noi. Facciamo un esempio, tanto per capirci: nei collegi c'è da scegliere i candidati comuni. Berlusconi dice Tajani. Quello dice: i miei Tajani non lo reggono, voglio Toti. Così ci costruiamo la quinta colonna in casa". Insomma, l'accordo è perfetto, nella misura in cui ognuno incassa qualcosa. E tutti disegnano un nuovo perimetro politico di Sistema nel quale giocare la partita del governo. Manca solo un voto segreto, dopo la fiducia. Uno solo, invece dei novanta previsti se si fosse data al Parlamento la possibilità di esprimersi.

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Renzi e Berlusconi, duo vincente? Segreta speranza o incubo?

renzi berlusconi 350 260di Elia Fiorillo - E chi lo avrebbe mai detto, e soprattutto pensato, che Silvio Berlusconi potesse diventare un punto di riferimento, un ispiratore per quelli che lo volevano morto, politicamente s’intende. A sbirciare nel partito di Renzi sembra proprio così. Proprio quelli che hanno brindato quando il Cavaliere è stato fatto cadere da cavallo, oggi sperano che lui possa ritornare sui banchi del Parlamento italiano. Forza Italia con Sua Emittenza candidato potrebbe fare un balzo in avanti bloccando le aspirazioni di leader “duro e autosufficiente”, in tutti i sensi, quale vorrebbe essere Salvini.

Insomma, si scongiurerebbe l’avanzata del Matteo di destra, che più di destra non si può. Ma anche il pericolo che in caso di vittoria del trio Berlusconi-Salvini-Meloni la sorella – fratello - d’Italia Giorgia potesse sedersi a Palazzo Chigi come soggetto di mediazione tra i due super maschi, Matteo e Silvio.

Dopo anni di attacchi all’uomo di Arcore, quello del bunga-bunga, delle Olgettine, di Ruby Rubacuori, e chi più ne ha più ne metta, Silvio potrebbe essere l’uomo che può scongiurare, da una parte la salita al potere (leggi Palazzo Chigi) dei 5Stelle e dall’altra quella della Destra-centro, dove c’è pure lui all'interno. Ciò, però, nel caso che non il suo partito ma la Lega, diventata italiana, faccia l’en plein. Insomma, una seconda edizione riveduta e corretta del Patto del Nazareno. Allora si parlava di riforma del titolo V della Costituzione, della fine del bicameralismo perfetto con la trasformazione di Palazzo Madama in una "Camera delle autonomie", senza elezione diretta dei rappresentanti, e modifica della legge elettorale. Oggi è in ballo il governo del Paese. Chi ruppe l’intesa allora fu il Matteo gigliato che non volle mediare con Berlusconi su chi doveva salire al Quirinale come presidente della Repubblica.

Si sentiva forte, allora, l’ex sindaco di Firenze e non poteva accettare il candidato di Silvio quel socialista, Giuliano Amato, che in fatto di gestione del potere non si sentiva, né era, secondo a nessuno. Era stato il fido furiere di Bettino Caxi, poi presidente del Consiglio dei ministri, ministro del Tesoro, ministro delle Riforme Istituzionali, Ministro dell’Interno, ecc.. Uno così al Quirinale, dopo Re Giorgio Napolitano, per un decisionista-assolutista come lui, Matteo, c’era da temere. Non ci possono essere due galli a cantare. E il solista non poteva che essere lui. Meglio allora Sergio Mattarella, che pure era stato vicepresidente del Consiglio e più volte ministro, ma la pasta sembrava diversa. Eppoi, doveva essere lui a decidere e non Silvio. Questione soprattutto d’immagine.

Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti. Il referendum che doveva essere l’atto dell’incoronazione di Matteo a capo assoluto d’Italia si è trasformato in una sconfitta epica. Comunque, la voglia di ritornare inquilino di Palazzo Chigi a Renzi è rimasta. Anzi, ogni volta che vede Gentiloni che si muove come una trottola a destra e a manca vorrebbe ripetergli un benaugurale “stai sereno”, ma i tempi sono cambiati.

Il Rosatellum, la nuova legge elettorale che sta per essere approvata, può essere paragonata ad una mistura di vino bianco con del rosso, con l’aggiunta di un bel po’ d’acqua di rubinetto. Un Rosato super annacquato, per capirci.

La notte delle elezioni non sapremo chi governerà il Paese. Potremo solo immaginare le possibili coalizioni. C’è allora bisogno di preparativi necessari ed opportuni per gli accordi post elezioni, visto che dalle urne non uscirà un vincitore. Se poi per Silvio dovesse andar bene con la sua Forza Italia, all’interno del trio Meloni-Salvini-Berlusconi, con la maggioranza assoluta presa dai tre, allora tutto cambia. Ma questa è un’utopia che nemmeno il più ottimista degli ottimisti berlusconiani ipotizza. In caso di accordo tra Fi e Pd è chiaro che il presidente del Consiglio lo farebbe Renzi, proprio per la maggiore forza elettorale. Da buon imprenditore Berluskaiser, come lo chiamava l’Umberto, si farà ricompensare alla grande.

E Speranza, D’Alema, Bersani e compagni con il loro Art.1? E Giuliano Pisapia con il suo Campo progressista? Dopo i saluti e baci dell’ex sindaco di Milano al giovane Speranza che pensa alla grande ma in fatto di numeri pare si sia fermato a tre, lui con Massimo e Pier Luigi, i giochi cambiano. Pisapia è sempre convinto di poter fare un nuovo Ulivo. Illusione? Chissà.

 
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