fbpx

E fu la Repubblica

 2 GIUGNO 2021

Referendum. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne 

di Aldo Pirone
vittoria repubblica abitare a Roma 390 minLa cronaca politica di quei giorni tratta dal mio libro "I cinque anni che sconvolsero l'Italia 1943-1948. La rivoluzione democratica" di prossima pubblicazione, edito da Bordeaux

«Il 2 giugno 1946 il meteo dice che l’Italia è divisa. Tempo incerto con temporali al Centro-nord e primo caldo africano nel Sud. Anche le urne riveleranno un paese diviso lungo la stessa linea di demarcazione. Fin dal primo mattino la rivoluzione democratica prende forma davanti ai seggi. Lunghe file di uomini e di donne aspettano pazienti di dire la loro sul futuro dell’Italia. Per le donne, che fra gli aventi diritto al voto sopravanzano gli uomini di un milione, è la prima volta in una votazione politica nazionale. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne. Lo scrutinio inizia il pomeriggio del 3, perché si è votato anche il lunedì mattina. I primi risultati referendari arrivano dal Sud e dicono monarchia. Al Viminale c’è il ministro dell’Interno, il socialista Romita, a dirigere la macchina elettorale. Nella notte la monarchia è avanti, tanto che la mattina presto del 4 De Gasperi comunica al ministro della Real casa Falcone Lucifero che si prospetta una loro vittoria. Poi l’andamento si rovescia, arriva la valanga repubblicana del Centro-nord e nel pomeriggio del giorno successivo Romita annuncia il risultato: è Repubblica. Ma l’Italia è spaccata. Da metà Lazio in su la vittoria repubblicana è schiacciante. Viceversa, nel Sud e nelle isole, è la monarchia a prevalere nettamente.

L'ultima fellonia. Il re sembra accogliere il verdetto come aveva promesso e si prepara a partire per l’esilio. Sennonché ci ripensa. Un gruppo di giuristi padovani ha fatto osservare che il decreto elettorale luogotenenziale n. 98 assegna la vittoria all’opzione espressa dalla «maggioranza degli elettori votanti». Perciò i monarchici vogliono far entrare nel conto anche le schede nulle e bianche di cui ancora non c’è un dato definitivo. Alla fine saranno un milione e mezzo e anche volendole surrettiziamente conteggiare nel quorum, non muterebbero il risultato finale. Lo renderebbero solo più risicato e soggetto a richieste di riconteggi con querelle e recriminazioni infinite da parte monarchica. A dar man forte alla resistenza savoiarda ci si mette anche la Corte di cassazione chiamata a proclamare il risultato definitivo. Il 10 giugno il presidente Pagano legge i voti che hanno preso repubblica e monarchia, non dà il numero di quelli non validi e rimette a un’udienza successiva il giudizio finale L’ostinato e capzioso rifiuto di Umberto di prendere atto del risultato, scatena nel Paese manifestazioni contrapposte: antimonarchiche e antirepubblicane. A Roma, il pomeriggio dell’11, Romita celebra la vittoria della Repubblica con un grandioso comizio a piazza del Popolo. A Napoli, invece, si contano sette morti e molti feriti tra la folla di monarchici che assalta la federazione del Pci in via Medina, colpevole di aver esposto il tricolore senza la “ranocchia”, come viene sprezzantemente chiamato dai repubblicani lo stemma sabaudo. La Cgil mobilita i lavoratori a sostegno del governo. De Gasperi, intanto, fa la spola con il Quirinale cercando di convincere con le buone il re ad accettare il responso delle urne. È un lavoro estenuante, con momenti drammatici. In uno di questi, a Falcone Lucifero che inveisce contro di lui, De Gasperi risponde irato: "E sta bene: domattina o verrà lei a trovare me a Regina Coeli o verrò io a trovare lei". Alla fine, di fronte a un rifiuto che si fa via via più pervicace, cui si aggiunge l’intenzione di volere la ripetizione del referendum, nella notte fra il 12 e 13 il governo decide di far assumere a De Gasperi le funzioni di capo dello Stato ope legis, riducendo il re a semplice cittadino. A far decidere anche i titubanti è un “tintinnar di sciabole” golpista che si sente in alcuni ambienti militari monarchici, avvisaglia della guerra civile. Il governo è compatto nel fronteggiare il monarca. Le posizioni più lucide e intransigenti le ha Togliatti, ma anche il liberale Cattani, pur sostenendo le ragioni del re, non si oppone alle prese di posizione e alle decisioni governative. A propendere, invece, per le ragioni della Corona sono, in via personale, l’ammiraglio Stone e l’ambasciatore inglese Noel Charles. Il 13 Umberto II cede e nel pomeriggio vola da Ciampino verso Cascais in Portogallo. Se ne va irato, lanciando un proclama incendiario al Paese in cui accusa il governo di avere «in spregio alle leggi [...] compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano». De Gasperi, a nome del governo, respinge nella ricostruzione umbertina "quanto di fazioso e mendace" c’è, affermando che il regno dei Savoia "si conclude con una pagina indegna". La fellonia di Umberto l’ha privato del cordiale scambio di saluti che, all’atto della partenza, aveva immaginato di fare con il monarca.

La costituente. Ad aiutare l’isolamento della monarchia nelle sue velleità golpiste, è anche il risultato del voto per l’Assemblea costituente. Per le sinistre è una mezza delusione. I comunisti avevano due obiettivi: diventare primo partito a sinistra e ottenere insieme ai socialisti il 50% dei seggi. Invece, arrivano terzi, dopo il Psiup, e, insieme, non superano il 40%. Sempre a sinistra, chi esce distrutto dal voto è il Partito d’Azione che rimane sotto l’1,5% con due seggi, nonostante sia stato la seconda forza partigiana nella Resistenza. Prevedibilmente, invece, spariscono i demolaburisti, mentre riappare la tradizione storica del Partito repubblicano che conquista 23 seggi. A vincere è, indiscutibilmente, la Dc moderata con il 35% dei voti. Insieme ai liberali supera di poco il blocco socialcomunista. Ma a destra deve fare i conti con la presenza dell’Uomo qualunque che, essenzialmente nel Meridione, ha preso il 5,7% e i monarchici con il loro, più che deludente, 2,3% circa. Appare evidente che l’elettorato cattolico ha votato a maggioranza per la monarchia, in sintonia con il Vaticano che spinge a destra, in senso intransigentemente anticomunista, il partito di De Gasperi. Il panorama politico subisce qualche modificazione che mette irrevocabilmente da parte la vecchia “esarchia” del Cln e riassesta al centro la geografia politica del Paese rispetto al Centro-nord resistenziale. Tramontano, definitivamente, le vecchie personalità liberali prefasciste. Subito dopo i risultati, De Gasperi forma il suo secondo governo. È un quadripartito Dc-Pci-Psiup-Pri. Senza il Pli, che però lascia il ministro Corbino, trasformato in indipendente per l’occasione, a far da sentinella liberista al Tesoro e all’Economia. De Gasperi tiene anche gli Interni e, ad interim, gli Esteri. A capo provvisorio dello Stato i costituenti eleggono Enrico De Nicola, meridionale e monarchico. Lo propone Togliatti e ottiene rapidamente l’accordo unanime. È una figura perfetta per conquistare alla nascente Repubblica il consenso del Sud monarchico e isolare il revanscismo sabaudo».

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari che s'impegnano gratuitamente. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

 

 

Leggi tutto...

75 anni di Repubblica nata dalla Resistenza

 2 GIUGNO 2021

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

di Ermisio Mazzocchi
2giugno46 minSono nato il 7 agosto del 1946, due mesi dopo la vittoriosa proclamazione della Repubblica. Mi sento perciò doppiamente suo figlio, sia perché sono Italiano, sia perché sono venuto alla luce nello stesso anno della sua nascita e ho avuto il privilegio di nutrirmi di quei principi che sono il cardine della sua Costituzione.
Ero adolescente e sentii il bisogno di partecipare attivamente alla vita politica del mio Paese e avendo fatti propri i valori e le istanze della sinistra mi iscrissi al PCI, che meglio di altre formazioni politiche rappresentava quegli ideali di cui anche io volevo farmi portavoce.
Da allora ho prodigato il mio impegno per quel partito e la società italiana. Sono sempre stato un uomo della sinistra, lo sono tutt'ora e lo sarò sempre. Vivo questo momento e questo 2 giugno con l'adesione convinta a quelle idee e a quella cultura che consentono di costruire una Repubblica indispensabile per cambiare sempre in meglio il nostro paese e salvaguardare la democrazia.

Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani hanno scelto la Repubblica. L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
La vittoria repubblicana rappresentò una rinascita dell'intera nazione e concluse in tal modo le lotte per la democrazia e la libertà in linea con la Resistenza, prendendo l'ispirazione da quella parte del Risorgimento che si era battuta per una "Repubblica una e indivisibile".

Una Repubblica che in questi 75 anni, grazie alla Costituzione, nel rigore e nel dinamismo, ha saputo respingere tentativi interessati a tradirne la sostanza democratica: due falliti colpi di Stato, il terrorismo, gli attentati della mafia, le Logge segrete della P2 e le molteplici iniziative per svuotare i suoi valori di progresso, di solidarietà, di libertà. Essa ha consentito la trasformazione economica e sociale del paese e ha permesso una sua revisione adeguata al cambiamento dei tempi: 71 referendum, 16 modifiche.

La Repubblica Italiana mantiene la sua forza per tenere unito il paese. Scrivo in prima persona perchè sento oggi, come non mai, di dover esprimere la mia convinta scelta perché in quanto stiamo vivendo un periodo di profondi cambiamenti che richiede a tutti noi uno straordinario impegno e un proprio contributo in grado di affrontare e risolvere i problemi della società italiana.

Credo che si debba, oggi, per quanto è avvenuto con la pandemia, aprire una riflessione su quel che rappresenti e possa rappresentare una repubblica costituzionale. Sono convinto che la costruzione di un sistema democratico fondato sul pieno riconoscimento delle libertà e dei diritti costituisca ancora un problema.
Lo dimostra il fatto che sia aperta la discussione su come giungere a una sua soluzione.

La Costituzione repubblicana sancisce libertà e uguaglianza per garantire il pieno sviluppo della persona umana ed è rivolta aicostituzione italiana 350 mincostituzione italiana 350 min diritti civili quale irrinunciabile condizione di parità. Il benessere e la ricchezza dell'intera società dipendono dal lavoro intelligente, produttivo, qualificato che deve essere garantito contro lo sfruttamento e la precarietà.
Su tale impianto si sarebbe dovuta estendere l'area dei diritti e dell'uguaglianza.
A questo punto sorgono delle domande.
Il processo di attuazione della Costituzione per quanto riguarda i diritti della persona ha ottenuto risultati? Le uguaglianze sociali sono state garantite?

I fatti dicono che il percorso non si è compiuto.
Siamo molto lontani, nonostante alcuni traguardi raggiunti, da quella parità sancita dalla Costituzione.
Mi sento di affermare che la Repubblica italiana con la sua Costituzione permette di superare condizioni di forte criticità a salvaguardia dei diritti dei cittadini.
I valori della Repubblica insiti in un sistema democratico, in cui il popolo è sovrano, dovrebbero rimanere il baluardo contro le derive autoritarie e antidemocratiche.
La pandemia in una democrazia debole, priva di solidi riferimenti costituzionali, potrebbe favorire tali spinte.
Non si può considerare che la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure populiste e sovraniste, il persistere di rigurgiti della cultura fascista, la necessità di rigettare una sudditanza rispetto all'ideologia neoliberista e dare alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico, rendono sempre più urgente la definizione di uno schieramento di forze della sinistra, progressiste, democratiche.

La Repubblica fu una scelta sostenuta da un'ampia coalizione di partiti che raccoglievano e rappresentavano la grande maggioranza del popolo italiano per garantire la rinascita del paese devastato dalla guerra e per chiudere con il fascismo e la monarchia.
Una condizione che non è mai venuta meno nel momento in cui si è trattato di difendere lo Stato democratico come avvenne quando si trattò di sconfiggere il terrorismo e di salvare il paese dalla crisi economica con l'intesa Berlinguer - Moro.
La pandemia ha riproposto la stessa necessità a tutte le forze politiche, unite nel governo Draghi, con l'esclusione di FdI. Tuttavia questa convergenza non elimina le differenze tra i partiti né le loro culture politiche.

All'orizzonte si delinea uno scontro durissimo tra il PD insieme ad altri schieramenti della sinistra e la destra di Salvini e della Meloni sul rispetto e sulla realizzazione dei valori repubblicani, incardinati nella Costituzione, quali la giustizia sociale, l'uguaglianza, il sostegno agli strati sottoprivilegiati della società.
Ritengo che le proposte di Enrico Letta, come lo ius soli, il voto ai sedicenni, la legge Zen, la dote ai diciottenni finanziata dall'1% dei ricchi dalla tassa di successione, rappresentino la nuova tendenza di un pensiero e di una politica propria della sinistra, riposizionata nel solco del riformismo. Un'identità politica di cui il PD ha bisogno, riconoscibile e caratterizzata da elementi di equità nel rispetto del sistema democratico repubblicano. Ne ha bisogno tutta la sinistra italiana.
Non si tratta del trionfo di un'economia statale, di un ritorno dei "comunisti". Affermazione fuorviante e provocatoria, maldestramente usata nei confronti di Letta dai denigratori di destra, i quali denunciano pericoli di "esproprio" ricorrendo al linguaggio dei tempi berlusconiani.

Non si tratta del trionfo di un'economia statale, di un ritorno dei "comunisti". Affermazione fuorviante e provocatoria, maldestramente usata nei confronti di Letta dai denigratori di destra, i quali denunciano pericoli di "esproprio" ricorrendo al linguaggio dei tempi berlusconiani.

Credo che si debba assumere una posizione che rivendichi fortemente quanto rappresenti la Repubblica,
Siamo entrati in una "nova era" post pandemia in cui non si può sfuggire alle proprie responsabilità e rimanere indifferenti.

Siamo entrati in una nova era post pandemia in cui non si può sfuggire alle proprie responsabilità e rimanere indifferenti. Dobbiamo per noi e per i nostri figli edificare una società equa, rafforzare e difendere la democrazia.
Io sono per i diritti e le uguaglianze nell'osservanza della Costituzione della Repubblica Italiana.

lì 1 giugno 2021

 

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari che s'impegnano gratuitamente. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

“La Repubblica non potrebbe vivere senza lavoro”

 LAVORO E LAVORATORI

Per una progettazione complessiva chiara e condivisa dalle parti sociali e territoriali

di Donato Galeone*
PNRR 370 minDal 25 aprile - Festa della Liberazione al 1° maggio Festa del Lavoro - abbiamo vissuto, molti di noi sia la presa del vaccino che, tra le due domeniche, una “settimana speciale” da tenere presente per i prossimi dieci anni, dal 2021 al 2027-30, con la presentazione al Parlamento del PNRR che “richiede uno sforzo corale delle diverse istituzioni coinvolte e un dialogo aperto e costruttivo”.

Con questo appello, il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha voluto sottolineare che “sbaglieremo tutti a pensare che il Piano di Ripresa e Resilienza sia solo un insieme di progetti tanto necessari quanto ambiziosi, di numeri, obiettivi e scadenze. Va letto, anche, in altro modo, mettendoci dentro le vite degli italiani e, sopratutto, quelle dei giovani, delle donne e dei cittadini che verranno”.

Siamo certi che al Presidente Draghi e al Governo sono chiare ed evidenti - come a tutti noi - “tanto gli effetti devastanti della pandemia e le giuste rivendicazioni di chi un lavoro non ce l'ha, lo ha perso o lo perderà, quanto l'ansia dei territori svantaggiati di affrancarsi dai disagi e dalle povertà”.

Festeggiando il 1° maggio - al Quirinale - il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha dichiarato, solennemente, che “la Festa del Lavoro è festa della democrazia, perché il lavoro è fondamento della Repubblica e la Repubblica non potrebbe vivere senza il lavoro. La battaglia per il lavoro è una priorità che deve unire gli sforzi di tutti: lavoratori e imprenditori, istituzioni e forze sociali, mondo delle professioni, della ricerca e della cultura”.

E nella mattinata di sabato - secondo anno di condizionamento dalle misure di sicurezza contagio - nel festeggiare la Festa del Lavoro: la CGIL con Landini, alle Acciaierie di Terni; la CISL con Sbarra, all'Ospedale dei Castelli in provincia di Roma e la UIL con Bombardieri davanti allo Stabilimento Amazon di Passo Correse in provincia di Rieti, hanno sottolineato l'impegno sindacale delle prossime settimane e mesi – nel confronto con il Governo – ribadendo unitariamente che “non si cambia il Paese senza il coinvolgimento del mondo del lavoro e che con un nuovo e moderno 'PATTO SOCIALE' - da negoziare e concertare - si riprende la crescita economica, lo sviluppo e il lavoro”.

E' questa - non solo a mio avviso - la sintesi unitaria sociale e politica della CGIL-CISL-UIL con il 1° Maggio 2021 sulla “ITALIA CHE SI CURA CON IL LAVORO” considerando gli ultimi decenni a lavoro ridotto con casse integrazioni e le sofferenze di queste settimane, sperando nella protezione dei vaccini che, peraltro, hanno accelerato una diffusa riflessione sul grande “valore del lavoro di ogni persona”.

Osservo, anche, che nel corso dei secoli le trasformazioni promosse sia da movimenti popolari sociali che da rivoluzioni o innovazioni nel modo di lavorare e produrre beni e servizi - non escluso le inattese ed estese antiche pandemie - sono state introdotte e validate esaltanti conquiste del lavoro tecnologicamente avanzate nel mondo industrializzato ma – anche – tanti profittevoli sfruttamenti e tante offese alla dignità del lavoro umano.

Ecco che, oggi, respingendo ogni “mano invisibile di neo liberismo” tutte le risorse che sostengono il proposto “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza 2021-2027” lanciano una esaltante e “nuova grande sfida nel campo delle imprese e del lavoro” che presenta la duplice dimensione: quella “oggettiva dell'impresa” che comprende l'insieme delle necessarie risorse, sia dirette che indirette, e gli strumenti di cui gli operatori, persone, si servono per riprendere e intraprendere le nuove attività programmate e quella “soggettiva del lavoro che è l'agire dell'uomo” nella persona e con la sua dignità.

Penso e ritengo che in questa duplice dimensione - nelle ultime settimane di aprile 2021 - sia le varie “Associazioni dei Datori di Lavoro che dei Lavoratori, rappresentati dalla CGIL-CISL-UIL del Lazio” hanno voluto elaborare e definire un documento programmatico concretamente mirato al superamento della critica fase attuale dell'economia e del lavoro regionale sollecitando un “confronto continuo con la Regione Lazio” articolato in cinque linee di azione sulle quali hanno raggiunto “condivisione e convergenze forze sociali e imprenditoriali”.

Una prioritaria azione centrale sul lavoro dei giovani e donne con piani di investimenti infrastrutturali mediante le riforme, necessarie e indispensabili tanto attese, per gestire agevolmente le sei missioni programmate e indicate nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nei tempi della “transizione ecologica quanto quella digitale” che coinvolgeranno popolazioni locali, imprese e pubbliche amministrazioni nella profonda trasformazione di settori produttivi e dei territori, riducendo costi e favorendo il sistema con benessere sociale che dovrebbero costruire la dovuta efficienza nei “rapporti tra cittadini e istituzioni” e nei luoghi di lavoro rafforzando ed estendendo “relazioni continue tra rappresentanti degli imprenditori e rappresentanti sindacali dei lavoratori”.

Il Presidente Mario Draghi, sia alla Camera che al Senato della Repubblica, ha ribadito quanto “è fondamentale il ruolo delle Regioni e delle Autonomie locali che dovranno svolgere per l'attuazione del PNRR e per le necessario sinergie da attivare sui territori per massificare l'efficacia” e le Regioni, con le loro Conferenze di cui l'ultima del 21 aprile 202, hanno confermato al Governo la loro massima collaborazione e sottolineato “la necessità di procedere in tempi rapidi ad un approfondito confronto, complessivo e settoriale, per condividere gli obiettivi e le declinazioni delle priorità contenuti nel PNRR”.

Nella dimensione regionale Lazio la “transizione 2021-2027-30 con una progettazione complessiva chiara e condivisa dalle parti sociali e territoriali” dovrebbe essere altrettanto rapida nelle prossime settimane con gli incontri CGIL-CISL-UIL e REGIONE LAZIO per avviare, a breve, il consolidamento e la ripresa graduale delle attività imprenditoriali presenti nelle province.

In massima sicurezza, quindi, a tutela della salute oltre a pensare di avviare “modelli di produzione circolare e ambientali sostenibili” e iniziare a promuovere anche interesse verso investimenti - in aree produttive dismesse ecologicamente da attrezzare - per superare gradualmente le crisi aziendali, incentivando la ricollocazione dei lavoratori dalle casse integrazioni e la ripresa del lavoro.

*ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

 

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari che s'impegnano gratuitamente. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Francesco Maura, Alfiere della Repubblica

GIOVANI STRAORDINARI

"per le sue spiccate qualità digitali, per le capacità di progettazione e..."

di Valentino Bettinelli
Francesco Maura di fronte al Liceo di Ceccano 360 minA Ceccano, nei giorni scorsi, una notizia positiva ha acceso curiosità, fermento e soddisfazione nella comunità. Il giovane Francesco Maura, residente a Frosinone ma studente del liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano, è stato insignito del titolo di Alfiere della Repubblica dal presidente Sergio Mattarella, “per le sue spiccate qualità digitali, per le capacità di progettazione e di realizzazione di strumenti innovativi volti anche a superare divari e problemi sociali”.

Per conoscere meglio i progetti e le ambizioni del giovane alfiere, UNOeTRE.it ha deciso di proporre una intervista scritta allo stesso Maura, che ha accettato di buon grado l’invito della nostra redazione.

Un titolo prestigioso quello di Alfiere della Repubblica, ottenuto grazie alle tue doti digitali. Parlaci della tua esperienza nel campo della progettazione e del lavoro con il tuo team.
La mia esperienza nella progettazione di soluzioni e innovazioni tecnologiche nasce nel 2016, con l’iscrizione al Liceo di Ceccano. Nel corso degli anni poi ho fondato un team, Engine4You, così con altri 4 miei compagni abbiamo portato avanti questo nostro sogno che speriamo un giorno diventi il nostro lavoro.

Altro aspetto fondamentale quello dell’impegno sociale dei tuoi progetti. Come affronti lo sviluppo di nuove tecnologie, soprattutto per le categorie più fragili, come, ad esempio, quella dei bracciali per non vedenti?
Certamente, noi seguiamo molto l’innovazione tecnologica e cerchiamo di starle dietro. L’idea dei bracciali per non vedenti è stata la soluzione ad un problema molto grave. Volevamo aiutare tutte quelle persone affette da questa disabilità visiva, per far sì che potessero muoversi autonomamente. Stessa cosa per il progetto dei bracciali per le informazioni mediche, ArmillaR. L’ho realizzato insieme ad alcuni miei compagni di classe e anche lì avevamo necessità di aiutare qualcuno.

La scuola sicuramente è stata ed è parte integrante della tua vita da sviluppatore. Come è il rapporto con i tuoi docenti? Pensi che il Liceo di Ceccano, da sempre centro didattico di eccellenza, abbia contribuito nel tuo percorso di crescita?
Il Liceo è e sarà sempre un punto di riferimento. Grazie a questa fantastica scuola, al Professor Pietro Alviti, alla precedente preside Concetta Senese, a quella attuale, la Preside Francesca Ardolino sono riuscito ad essere quello che sono oggi, perché mi hanno sempre aiutato in tutto quello che volessi fare, puntando tutto sugli studenti.

Tra pochi mesi partirà la tua esperienza universitaria. Quali sono le tue aspirazioni e come intendi realizzarle?
Il mio sogno è di entrare alla Scuola Sant’Anna di Pisa alla facoltà di Ingegneria Informatica, una delle scuole d’eccellenza in Italia. Il mio sogno è questo e per realizzarlo mi sto preparando da oltre un anno e ce la sto mettendo tutta.

In conclusione vorrei chiederti come hanno reagito i tuoi compagni di scuola alla notizia e come tu stai vivendo queste giornate frenetiche, dense di impegni, interviste e sicuramente piene di attestati di stima.
I miei amici all’inizio non capivano e credevano fosse uno scherzo, poi quando hanno letto erano increduli e allo stesso tempo felicissimi per me.

Nel ringraziare Francesco Maura per la disponibilità, come redazione porgiamo le più sentite congratulazioni per il risultato ottenuto e un buon augurio per il prossimo futuro.

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari che s'impegnano gratuitamente. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Alla Bolognina si è chiusa la Repubblica

PCI centanni

Manca la vergogna, quella sorta di ira che si rivolge contro se stessi

di Michele Prospero

la bolognina dove la giraffa morì minProfondo rosso. La generazione dei quadri post ’68 non ha assorbito il nucleo del togliattismo, ha tenuto il realismo politico e ha rinunciato alla strategia di cambiamento. La svolta ha alzato un’onda che alla lunga ha lesionato le stesse istituzioni. Prima ancora che i pezzi di muro lo graffiassero, il Pci aveva già subito una mutazione.

L’inizio anagrafico del partito risale al gennaio del ’21. E al mito dell’ottobre è connessa la formazione del suo primo gruppo dirigente, per tanti versi eroico. Ma la nascita, per così dire, logica del soggetto politico è databile solo 1944. Il congresso di Lione e altre fantasiose ricostruzioni di oggi, suggerite pigramente dal Gramsci, c’entrano ben poco. Un partito clandestino in dottrina non è infatti considerato un vero partito, o lo è in un senso molto sui generis. Un organismo deve partecipare al voto competitivo, svolgere attività pubblica per essere una forma-partito.

È quindi il ’44, ovvero la lotta armata contro il nazifascismo e la ricostruzione dello Stato in virtù del moderno Principe, che segna la genesi reale del Pci da avanguardia combattente a partito con vocazione maggioritaria. Le categorie politiche del nuovo partito sono quelle messe a punto da Togliatti: rinnovato mito sovietico, che si proietta dalla epica trincea di Stalingrado all’armata rossa liberatrice che alza la bandiera con la falce e martello sopra Berlino, partito di massa, democrazia rappresentativa, elementi di socialismo graduali. Il realismo politico e il radicamento nella società, l’insediamento nella cultura alta e in quella di massa: questi sono gli ingredienti della giraffa. Capace di pubblicare Rinascita e Vie nuove, Società e il Calendario del popolo, il Pci sapeva come calibrare alto e basso, élite e massa, propaganda e pensiero.

Questo modello di partito, ideato nel ’44 per saldare classe dirigente e popolo, ha retto per quarant’anni e ha espresso un ceto politico di prim’ordine. La assorbente sintesi togliattiana, entro cui si distinguevano sensibilità plurali con differenziazioni anche accentuate come quelle sorte tra Ingrao e Amendola, che si affrontavano sul piano dell’analisi e però lo facevano nella condivisione dei pilastri di una stessa enciclopedia teorica, esplode negli anni Ottanta.

Più che con la morte di Berlinguer è con l’elezione di Occhetto alla segreteria che il Pci subisce una irreversibile alterazione del marchio identitario delle origini.
Di recente Occhetto ha dichiarato che egli apparteneva, per cultura politica, a un filone molto eccentrico, eterodosso rispetto al ceppo togliattiano. E, in effetti, come leader ha rivoltato per intero il paradigma togliattiano, cercandone un altro. Da Togliatti a Flores, dal partito di integrazione alla cosa-carovana, dalle sezioni ai club, dalla democrazia che si organizza alla società civile che invia fax: ha tentato, da leader della discontinuità, una metamorfosi che va oltre la riarticolazione degli scopi, evoca una sostituzione dei fini, un altro sistema di credenze.

Quando Veltroni ha asserito che non è mai stato comunista in effetti, sia pure con il ricorso all’assurdo sotto il profilo della certificazione dell’itinerario biografico, diceva a suo modo una verità. Toccava anche a lui celebrare i sessant’anni dell’Ottobre al teatro Adriano o mostrare quanto meno di condividere gli altri riti dell’ortodossia rossa che andavano rappresentati in pubblico.
Ma la generazione politica dei quadri del dopo ’68 non ha mai compreso o assorbito il nucleo del togliattismo, che poi è l’anima autentica del Pci. Il canone del realismo politico, secondo una retorica della svolta di Salerno concepita sempre più come un accomodamento furbesco, è stato recepito ma esso, depurato dalla strategia togliattiana di un cambiamento radicale della società, si riduce a semplice ambizione di carriera, a gioco tattico per alimentare incentivi di status.

Con la conquista del comando a Botteghe Oscure, questo nuovo gruppo dirigente non ha cambiato soltanto simbolo, nome, organizzazione. Ha destrutturato anche le «cose» che il Pci ha edificato lungo la storia repubblicana. Quando Occhetto ha inaugurato la «fuoriuscita dal sistema politico» ha intrecciato la rinuncia all’orizzonte del comunismo con la critica alla democrazia «consociativa» togliattiana in una miscela di elementi rivelatasi da subito, con il trionfo annunciato di Berlusconi, micidiale.

La Bolognina non ha soltanto spezzato il mito salvifico del grande salto, per cui ai militanti spaesati, e senza più la meta ultima promessa a chi viene da lontano e va lontano, tocca percepire che "sanza speme vivemo in disio". La svolta ha avviato un’onda lunga che ha lesionato le strutture dell’organizzazione statale. A compimento della sua impresa Occhetto non a caso invocò la necessaria «rivolta profonda contro la società politica».
Con la sua candidatura a dirigere «una alternativa al regime, non solo alla Dc» aveva appiccato la miccia per far deflagrare ogni cosa.
Lo scioglimento del Pci, unito alla decapitazione giudiziaria e referendaria dei partiti storici, è stato l’elemento più traumatico dell’Italia repubblicana che ha finito per travolgere l’ordinamento, le culture, la società civile.
Senza Partito, è ovvio, niente democrazia dei partiti, puro conteggio delle schede. E quindi, a conclusione della nefasta parabola discendente, da un sistema di partito in cui nei tempi migliori la sinistra alle elezioni aveva il volto di Berlinguer, De Martino, Magri e il centro moderato contava su Zaccagnini, La Malfa, Saragat, Zanone, oggi tocca scegliere tra Conte, Renzi, Salvini, Meloni.

Una tragedia che affonda le radici anche nel sacrificio del Pci ordinato in nome della rimozione della democrazia bloccata.
Più che la nostalgia di ciò che è venuto a mancare, il sentimento di oggi dovrebbe essere ispirato a un senso di vergogna, nella accezione marxiana del concetto. «La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. Chi si vergogna realmente è come il leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso».

Per ricominciare un giorno a spiccare il balzo serve ritrarsi in un principio di vergogna per ciò che la chiusura del Pci ha provocato in una repubblica senza più una striscia di rosso e perciò sfregiata e irriconoscibile.

 

Michele Prospero, 21.01.2021
© 2021 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari che s'impegnano gratuitamente. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Mala Tempora Currunt per la Repubblica Italiana?

Un libero cittadino di Ceccano si chiedeva e chiedeva se sappiamo raccontare una strage...?

Ceccanoasinistra 350 minQualche giorno fa un libero cittadino di Ceccano si chiedeva e ci chiedeva se sappiamo raccontare una strage, un intervento appassionato contro le cose orribili che si dicono e scrivono oggi Anno 74° della Repubblica Italiana.

A ben vedere queste cose orribili, si ripetono quasi quotidianamente dalle bocche e dalla penna dei nostri politici di centro destra (così si definiscono) in una gara a chi è più reazionario dell’altro/a, a chi è più razzista dell’altro/a, in un crescendo che ha ben poco di rossiniana memoria bensì piuttosto di disgustosa e becera memoria.

In questo presente così poco vivibile, si distinguono per cattivo gusto e malcelata ignoranza (?) le dichiarazioni del Senatore Ruspandini da Ceccano.
Il Senatore ha la fissa per i rigurgiti nazisti e fascisti e passa dai falò dei libri in piazza alla ripresa e rilancio sui social delle strofe degli pseudo-gruppi musicali naziskin.

Egli si permette il gusto macabro di “sfottere” le vittime innocenti della più grande strage perpetrata in Italia contro civili inermi.
Sappia il Senatore Ruspandini che oltre al giudizio della Magistratura italiana sugli esecutori e sui mandanti della strage alla Stazione di Bologna (lo invitiamo ad andare a leggere le sentenze se ne è capace), anche la Repubblica Italiana e il Popolo Italiano hanno espresso il loro giusto e inappellabile giudizio contro il fascismo, sconfiggendolo sul campo con una sollevazione popolare che ha visto il nostro Paese riconquistare dignità e stima di fronte a tutto il mondo.

Ci piace ricordare la frase con cui il compagno Pajetta apostrofò in Parlamento il deputato Almirante “con voi i conti li abbiamo chiusi a Piazzale Loreto”.
Siamo molto soddisfatti delle reazioni che ci sono state a tutti i livelli di fronte a queste dichiarazioni, ma apprezziamo come gruppo politico la reazione della candidata Sindaco Piroli e di tutta la sua coalizione, nonché la presa di posizione congiunta del PD-PSI di Ceccano, a testimonianza del comune sentire democratico che ci accomuna e ci unisce, in questa battaglia fondamentale.
Aspettiamo comunque, con trepidante curiosità, che si esprimano gli altri due candidati a Sindaco Caligiore e Corsi.
Come tutta Ceccano sa, insieme a Ruspandini pessimi amministratori del nostro Comune per oltre 4 anni.
Sappiano Caligiore e Corsi che i cittadini democratici di Ceccano li giudicheranno anche per i loro silenzi.

Ceccano, 09 Agosto 2020
Ceccano a Sinistra

 

 

 

Articoli e news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui
aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

12 dicembre 1969. La Repubblica fu più forte

Strage piazza Fontana 460 mindi Aldo Pirone - Il 12 dicembre di cinquant’anni fa ero un giovane e inesperto segretario della sezione del Pci di Cinecittà. Appena ascoltata la notizia della strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano e della bomba all’Altare della Patria a Roma, andai a via dei Frentani, dove c’era la federazione comunista romana, per saperne di più. Ma anche lì le notizie erano quelle che aveva trasmesso la TV di Stato.

Nei giorni seguenti apparve subito il tentativo, da parte della questura di Milano, di scaricare sugli anarchici la colpa dell’eccidio. Il “suicidio” dell’anarchico Pinelli, volato da una finestra della Questura, già diceva di quale scelleratezza fosse in atto. Cominciava l’era dei depistaggi sulle stragi e gli assassini che avrebbero insanguinato l’Italia.

L’era degli apparati di sicurezza dello Stato deviati, e delle scorrerie dei servizi segreti esteri nel nostro Paese. Il clima politico in quei mesi era incandescente. Si era nel pieno dell’“autunno caldo” con il contratto dei metalmeccanici ancora aperto. Qualche settimana prima c’era stato un grandioso sciopero generale per la casa, dove, in uno scontro con i dimostranti appartenenti a gruppi extraparlamentari, l’agente di polizia Annarumma era stato ucciso in via Larga a Milano. L’allora Presidente Saragat aveva stigmatizzato con parole durissime l’accaduto, suscitando molte polemiche a sinistra.

Girò voce che il Capo dello Stato volesse dimettersi per significare la drammaticità della situazione e i pericoli che correva la democrazia, causati, secondo lui, dai disordini delle manifestazioni operaie e studentesche. Il governo in carica era un monocolore democristiano diretto da Rumor, in attesa di ricostituire il centrosinistra andato in frantumi nel luglio precedente a seguito della scissione fra socialisti e socialdemocratici. A dirigere la Questura di Milano c’era Marcello Guida, al quale il Presidente della Camera Pertini si rifiutò di stringere la mano perché lo aveva avuto come occhiuto custode del regime al confino di Ponza e Ventotene durante il ventennio fascista. Le bombe terroristiche in cerca di strage erano già iniziate a deflagrare – ben otto - nell’agosto precedente sui treni. Per fortuna senza vittime ma con 12 feriti e molti danni. Furono solo un preavviso.

A capire subito la natura antidemocratica dell’attentato fu la classe operaia milanese che il 15 dicembre fece massicciamente ala al passaggio dei feretri delle vittime in Piazza del Duomo, in una giornata tanto plumbea e nebbiosa che il Comune aveva acceso perfino i lampioni.

Come ho detto, da giovane segretario di sezione mi posi subito il problema del che fare? Allora le sezioni comuniste non erano comitati elettorali alla corte di questo o quel candidato, erano organismi il cui compito, considerato ovvio, era quello di fare politica sul territorio su qualsiasi problema, grande o piccolo, che potesse interessare gli abitanti del quartiere. Mi venne in aiuto, un aiuto che ricordo determinante, l’amico e compagno Massimo Prasca, ex segretario di zona del partito. Prendemmo subito contatto con le altre sezioni dei partiti antifascisti: quelle socialiste del Psi, del Psiup e del Psu, quella del Pri e, con poca fiducia, anche della DC per fare un manifesto insieme.

Invece la DC, allora guidata, se non erro, da una persona seria, di cognome Lo Bosco aderì prontamente all’intento unitario. Negli anni a seguire, Lo Bosco, divenuto consigliere di Circoscrizione, si dimostrò sempre aperto verso il Pci anche se sempre orgogliosamente democristiano. Tanto da subire gli attacchi e i sarcasmi di alcuni suoi amici di partito che lo chiamavano “comunistello da sagrestia”.

Ci ritrovammo tutti la domenica mattina del 14 dicembre nella sede del Psi di via Messala Corvino. Fummo d’accordo che il testo del manifesto dovesse essere breve, fermo nel respingere l’aggressione alla democrazia repubblicana, invitante i cittadini a vigilare, a mobilitarsi e a stringersi attorno alla Repubblica. Dopo qualche polemica, condita da qualche battibecco fra i compagni socialisti del Psi e del Psu, rimasuglio della separazione da poco avvenuta, il testo fu definito.

Dovevamo scegliere il titolo. Un titolo, però, e anche qui fummo tutti consenzienti, che non trasmettesse paura ma fiducia nella Repubblica e nella democrazia. Alla fine decidemmo. E il giorno dopo sui muri di Cinecittà, per la prima volta apparve un manifesto firmato da tutti i partiti antifascisti (meno il liberale che non avevamo trovato perché non aveva una sede nel quartiere) il cui titolo principale a tutto campo era: LA REPUBBLICA E’ PIU’ FORTE.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

Articoli e  news di questo giornale online direttamente sul tuo Messanger  clicca qui

aspetta che appaia tutto il testo - 6 righe

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Fosse Ardeatine. Il vergognoso oblio di “Repubblica” e del “Fatto Quotidiano”.

fosseardeatine sacrariogifdi Aldo Pirone - Domenica scorsa è stato il 75° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Verso sera del 24 marzo 1944 la strage, diretta e organizzata da Herbert Kappler, volgeva al termine. Il colonnello delle SS e capo della Gestapo di Roma ha distribuito molto cognac ai suoi soldati. Sotto l’effetto dell’alcol, i carnefici sono diventati sempre più inetti, le teste vengono maciullate e staccate dai corpi, i proiettili cavano occhi e nasi. Alcuni degli italiani assassinati - “comunisti-badogliani” li definiscono i nazisti - non muoiono subito, ma dopo una lunga agonia sotto il peso dei compagni trucidati. E’ un orrore indicibile.

Il crimine di guerra nazista non è il solo compiuto dai nazisti in Italia. Certo è il più grande di quelli compiuti durante i nove mesi di occupazione tedesca a Roma. Ci si aspetterebbe, perciò, che la data fosse ricordata degnamente e con un certo rilievo soprattutto da chi si professa costituzionalmente progressista e antifascista e che ogni giorno, giustamente, eleva la sua indignazione contro gli innumerevoli episodi di rigurgiti fascisti. Un materiale fecale che, notoriamente, è solito tornare a galla dalle fogne quando sono intasate. E oggi lo sono dal salvinismo sovranista, xenofobo e nazionalista.

“la Repubblica”, direttore Carlo Verdelli, che del progressismo antifascista fa il suo codice genetico, domenica 24 aveva una foliazione di ben 86 pagine, compreso l’inserto culturale di “Robinson”. Inoltre, come sempre, vi era un lungo editoriale del fondatore Eugenio Scalfari che si diffonde proprio sul tema fascismo-antifascismo. Ebbene in tutto questo mare d’inchiostro, dove in cronaca ha trovato posto anche la tripletta di tal Parolo della Lazio, non c’è una riga, dicesi una, sulla ricorrenza. Idem nelle 24 pagine del “Fatto Quotidiano”, direttore Marco Travaglio. Eppure gli editorialisti dell’uno e dell’altro quotidiano non fanno che lamentarsi sulla perdita della memoria storica nell’opinione pubblica del paese.

Tuttavia, si poteva avere il dubbio, visto il tanto strombazzato antifascismo dei due quotidiani, che i loro direttori fossero incorsi nel classico, seppur ingiustificabile, “buco giornalistico” come viene chiamato in gergo.

Invece no. Ieri, lunedì, i due giornali non fanno ammenda; e non riportano nessuna notizia o annuncio della cerimonia che si sarebbe svolta in mattinata al sacrario dei martiri ardeatini.

Oggi, martedì 26 marzo, “la Repubblica” mette una piccola foto, corredata da una striminzita didascalia, per dare conto della cerimonia alla quale è intervenuto, tra le altre cariche dello Stato (Conte, Fico e Casellati), anche il Presidente Sergio Mattarella. “Il Fatto Quotidiano” manco quella.

Il comportamento avuto in questi tre giorni dai due quotidiani cartacei non è stato, perciò, un incidente; è stata una grandissima vergogna.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Il biennio 1848-49 e le donne della Repubblica romana

di Fiorenza Taricone - Il 201legiardiniere min9 sarà un anno ricco di date memorabili per la storia della questione femminile, come lo è stato il 2018, anno del varo della Costituzione italiana, ma anche anno della pubblicazione della Dichiarazione dei Sentimenti, su cui ho scritto precedentemente su UnoeTre un articolo-ricordo.

(Note 3, a fondo delle pagine in cui sono indicate.  Per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo.)

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

Quest’anno la Rivoluzione francese compirà 220 anni e sarà argomento di un prossimo articolo, ma ancora prima non possono passare sotto silenzio le donne che hanno lottato in ogni modo nella Repubblica romana; nata il 9 febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848 ebbe una vita breve; finì infatti il 4 luglio 1849 a causa dell'intervento militare della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, il nipote di Napoleone, che nonostante l’opposizione repubblicana, fece votare l’intervento in deroga ad un articolo della costituzione francese.

Tuttavia quella che sembrava una parentesi diede vita a una costituzione moderna, quasi anticipatrice di quella nata dopo la Resistenza, meno di un secolo dopo. Lo stato pontificio che era tra i più arretrati d'Europa, sperimentò nella Costituzione una teoria e prassi democratiche, di ispirazione mazziniana, come il principio del alledonneromane minsuffragio universale maschile; quello femminile non era vietato dalla Costituzione, ma non c’era alcun cenno, mentre faceva la sua comparsa l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto.
Già dal 1848 le testimonianze hanno tramandato la memoria di un forte coinvolgimento delle donne nelle rivolte contro l’Austria e nelle esperienze repubblicane che ne seguirono: "popolane" sono sulle barricate di Milano e di Brescia a combattere e a soccorrere a feriti, "signore" formano gruppi e comitati di assistenza e lavorano attivamente alla raccolta di offerte di ogni genere per proseguire la guerra.
A Roma, la pubblicazione tra l’aprile e il novembre 1848 di un giornale unico nel panorama nazionale dal significativo titolo «La donna italiana» attesta come le donne siano considerate parte integrante o comunque necessaria da una comunità nazionale faticosamente in corso di costruzione. Il giornale dedica un’attenzione particolare all’educazione patriottica delle donne italiane e le sollecita a farsi parte attiva nella lotta contro l’Austria, non solo incoraggiando gli uomini a combattere per l’indipendenza italiana, ma collaborando attivamente con loro. Fin dai primi numeri del giornale, si susseguono appelli e resoconti che segnalano gli atti di generosità delle donne italiane per la causa dell’indipendenza, oltre che le notizie della raccolta di fasce e medicinali per i combattenti della Lombardia e del Veneto. Un gruppo di donne venete, Antonietta Del Cerè Benvenuti, Teresa Mosconi Papadopoli ed Elisabetta Michel Giustinian promuove la costituzione all’interno della guardia civica veneziana di un battaglione di donne: “Ufficio delle cittadine inscritte in questo battaglione deve essere di curare i militi che cadessero feriti, preparare le cartucce e fare quant’altro la carità di patria può domandare da noi”; è considerato comunque un ruolo non facile, se ci si premura di precisare che “il battaglione che sarà posto sotto gli ordini di un capo, eletto dal Comandante generale, adempierà la sua missione evitando qualunque comparsa in pubblico”. Comparsa che invece le donne non sempre eviteranno, nel corso degli eventi, se si segnalano le gesta eroiche di Luigia Battistotti, combattente sulle barricate milanesi, o l’ardore di Cristina di Belgioioso che recluta e conduce i volontari napoletani in Lombardia, di Isabella Luzzatti, Carolina Percoto, Giulia Modena, che sono sui campi di battaglia del Veneto e addirittura si mettono alla testa di centinaia di "crociati", come vengono definiti i volontari combattenti della "santa" guerra contro lo straniero. Il termine di partecipazione appare infatti insufficiente a connotare l’esperienza femminile e rischia di essere ancora una volta una "formula che presenta le donne come ospiti occasionali in una storia non loro, dove la normalità e la norma è l’azione degli uomini: partecipare non equivale a far parte, anzi marca il divario fra appartenenza e convergenza momentanea¹.

1 - A. BRAVO, Introduzione, in Donne e uomini nelle guerre mondiali, Roma- Bari 1991, p.VI.

(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)


La presenza delle donne non fu solo quantitativamente rilevante in questa fase, che fu un momento cardine del processo di unificazione, e produsse significati ben oltre il 1848. Le donne, lungi dal restare escluse, sono chiamate in causa attraverso il legame familiare, in quanto madri, figli, consorti di patrioti, ma anche come sorelle in quanto figlie della stessa madre Italia, e dunque come patriote esse stesse, secondo una interpretazione estensiva e di genere dell’idea di fratellanza.
Nella primavera del 1848, mentre scoppiano i moti rivoluzionari e la guerra contro l’Austria, la situazione di Roma è ancora fluida, la città è lontana non soloCristina Trivulzio Belgiojoso by Henri Lehmann min geograficamente dal teatro di guerra. Pochi mesi dopo, il moto rivoluzionario tocca anche Roma; la guerra coinvolgerà uomini e donne giungendo sulla soglia e oltre delle loro case e le donne romane saranno le prime a rispondere alle necessità di sacrificarsi per le esigenze della patria. In una seduta dell’Assemblea mentre Mazzini accennava a queste urgenze, dalla tribuna riservata alle donne iniziava come ricordano le cronache, una pioggia d’oro, fatta di fermagli e d’anelli. Nell’aprile del 1849 l’intervento francese contro la Repubblica romana è ormai deciso e l’assemblea repubblicana vota la resistenza ad oltranza. Subito dopo lo sbarco dell’esercito francese a Civitavecchia in attesa dell’attacco imminente, il triumvirato da un lato conta le forze militari disponibili, dall’altro allerta la popolazione e ne organizza la resistenza attraverso l’istituzione di una Commissione Centrale delle barricate; si nominano i rappresentanti del popolo che, rione per rione, daranno istruzioni per la costruzione delle barricate, con l’obiettivo di difendere palmo a palmo il terreno: "le milizie d’ogni genere fanno e faranno il loro dovere. Tocca al popolo fare il suo”. La mobilitazione non esclude le donne: "Fino da oggi si è pensato di comporre un’Associazione di Donne allo scopo di assistere i feriti, e di fornirli di filacce e delle biancherie necessarie. Le donne romane accorreranno, non v'ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità"².
Le donne romane effettivamente accorrono in gran numero: centinaia rispondono all’appello del Comitato di soccorso ai feriti fra cui Enrichetta Pisacane, Cristina Trivulzio di Belgiojoso e Giulia Bovio Paulucci, donne di diversa estrazione, e mogli per lo più di alcuni dei protagonisti delle vicende rivoluzionarie. Cristina di Belgioioso è stata in prima fila nelle giornate milanesi, poi è attratta anche se non convinta dagli esperimenti politici del Governo provvisorio toscano e della Repubblica Romana. Enrichetta Di Lorenzo è la compagna di Carlo Pisacane: già sposata al conte Dionisio Lazzari, madre di tre bambini, fuggita con Pisacane da Napoli nel 1847, è stata con lui per due anni in Inghilterra, in Francia, in Svizzera e infine in Italia sui campi di battaglia lombardi; nel marzo 1849 è a Roma con Pisacane, che provvede, con lo stesso Mazzini, alla riorganizzazione delle forze militari. Giulia Bovio Silvestri, bolognese, è la moglie di Vittorio Paulucci de’ Calboli, già comandante della piazza di Bologna e dei giovani volontari bolognesi, il cosiddetto Battaglione della Speranza. Nei giorni immediatamente successivi, lo stesso Comitato di soccorso ai feriti si costituisce in Amministrazione delle ambulanze con un significativo ampliamento della sfera d’azione. Ai precedenti componenti del comitato di soccorso si aggiungono alcuni "cittadini", in maggioranza personale sanitario già in forze negli ospedali romani. Il Comitato comunica coll’Amministrazione di Sanità militare, col Municipio e coi Ministeri della Guerra e dell’Interno.

2 - «Monitore Romano», 27 aprile 1849. 

(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)


Le ambulanze, cioè i punti di soccorso ai feriti, vengono collocati in parte presso ospedali e ospizi, in parte presso conventi più o meno prossimi ai luoghi di combattimento. A fine aprile, come sedi di ambulanze vengono approntati la Trinità dei Pellegrini, antico ospizio fondato nel `500 da Filippo Neri, gli ospedali di S. Giovanni in Laterano, Fatebenefratelli, S. Spirito, S. Giacomo, il convento della SS. Annunziata delle Turchine a Monti, il convento di S. Pietro in Montorio, a ridosso del Gianicolo, S. Teresa a Porta Pia, e, in un secondo momento, il Palazzo del S. Uffizio, il Convento della Scala (dove peraltro i frati non consentiranno mai l’ingresso alle donne assistenti), l’Ospedale di S. Giovanni de’ Fiorentini, la Canonica di S. Maria Maggiore. A ognuno di essi è preposta una delle componenti il Comitato di soccorso. All’Ospedale della Trinità dei Pellegrini, l’assistenza è affidata a Giulia Paolucci e a Dina Galletti, bolognese, moglie di Giuseppe Galletti, presidente dell’Assembleaenrichettapisacane min costituente; dell’ospedale di S. Spirito è "regolatrice" Giulia Calame Modena, svizzera di Berna, moglie di Gustavo Modena, combattente con il marito nel Veneto e responsabile di un ospedale da campo a Palmanova, dove è ferita; imprigionata dagli austriaci poi liberata, raggiunge Firenze e di qui Roma; a S. Giacomo è Malvina Costabili, ferrarese, moglie di uno dei componenti della Commissione di finanze, a San Gallicano Adele Baroffio, moglie di Felice Baroffio, milanese, medico e chirurgo militare, combattente contro l’Austria e poi esule in Piemonte; a S. Giovanni, Paolina Lupi, a San Pietro in Montorio Enrichetta Pisacane, al Fatebenefratelli è "regolatrice" Margaret Fuller, giornalista americana appassionata sostenitrice della causa italiana, a Santa Teresa, Enrichetta Filopanti, moglie di Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli), deputato di Bologna all'Assemblea costituente, a Monti, Olimpia Razzani.
Il ruolo svolto da Cristina di Belgiojoso nell'organizzazione delle ambulanze è di primo piano, come ha modo di notare una delle sue collaboratrici, Enrica Filopanti che insiste sulle capacità organizzative e l’attiva determinazione di Cristina di Belgiojoso. E sottolinea come con "uguale zelo" vengano accolti e curati nelle ambulanze tutti i feriti, sia italiani sia francesi.
Se nelle organizzatrici dell’assistenza è motivo di particolare orgoglio trattare tutti i feriti "con uguale zelo", senza riguardi per la divisa che portano, la loro opera non è a questo riguardo universalmente apprezzata. Ai riconoscimenti tributati alle infermiere da Ferdinand de Lesseps, inviato nell’aprile a Roma in missione diplomatica come mediatore, per aver prestato ai ventisei feriti francesi dei combattimenti del 30 aprile tutte le cure del caso, fanno da contrappunto altri giudizi di parte francese tutt’altro che benevoli: c’è chi getta su di loro il sospetto più infamante, descrivendole come signore dalle "nude spalle e seducentemente adorne" che solo apparentemente si dedicavano alla cura dei soldati; in realtà si sedevano al capezzale dei malati francesi “per far proseliti colla voluttà” tant’è che Cristina di Belgiojoso sarebbe stata soprannominata, tra i francesi, Bellejoyeuse. Ma Alphonse Balleydier, autore di queste note, non è e non sarà il solo: è rimasta famosa la testimonianza di Antonio Bresciani, letterato gesuita. Falsificando i reali motivi delle visite compiute dalla Belgiojoso nei conventi alla ricerca di luoghi adatti ad accogliere ambulanze, immagina che la Belgiojoso si rechi invece ad annunciare alle suore il decreto del 27 aprile con il quale il triumvirato non riconoscendo la perpetuità di voti, dà facoltà di sciogliersi dalle regole a tutti i religiosi e religiose che ne abbiano l’intenzione, proteggendoli contro ogni violenza e accogliendo i religiosi che ne facciano richiesta nelle milizie della Repubblica.

(per continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Nella scena dipinta dal Bresciani la Principessa, accompagnata da altre “profetesse” con modi arroganti, legge il decreto e incita le suore a sciogliersi dai voti, ma di fronte alla fermezza delle suore, deve battere in ritirata. E non è questa l’unica forma di prevaricazione compiuta ai danni delle religiose: di ben più gravi attentati al pudore si sarebbero resi colpevoli gli studenti della Sapienza. Bresciani lamenta che i conventi siano stati ridotti ad alloggiamenti militari, a magazzini, a ospedali: "E fosse stato soltanto per riporvi i feriti; ma nel brutale comunismo repubblicano, cacciavano di casa le monache per empire i monasteri della plebe sfrenata e ingorda, sotto sembiante di sottrarla al pericolo delle bombe. Indi i religiosi si vedevano inondare di femmine i collegi e i conventi ... Infermierine, le quali s’avvolgevano snelle e leggere intorno ai letti in grembiulino di seta a ventaglio; colle maniche riboccate assai sopra il gomito; con gli scialli appiccati agli arpioni dell’antisala, perché il caldo e l’afa le opprimeva; coi capi ben acconci, per non aver sembiante di suore, e non metter tedio e nausea agli eroi d’Italia, ai martiri della libertà; con certi risolini in bocca, con certe parole dolciate, da mandarli all’altro mondo in ben altra guisa che non fanno i preti in cotta e stola"³.
Anche i medici non mostrano di apprezzare l’ingresso di queste figure irregolari nell’ambiente sanitario, sia pure in situazione d’emergenza; molti di loro protestano controgiardiniere min1 “l’invasione muliebre" e il "dispotismo delle femmine”.
In realtà Cristina di Belgiojoso non si limita a organizzare l’opera di soccorso momentaneo. Il suo ruolo le dà modo di rendersi conto della situazione complessiva dell’assistenza sanitaria a Roma, e di concepirne un progetto di riassetto che nel maggio 1849 espone ai triumviri. Il progetto prevede l’allargamento delle competenze del Comitato di soccorso a una sorta di sovrintendenza a tutti gli ospedali romani, la trasformazione dell’ospedale della Trinità dei Pellegrini in ospedale militare nonchè convalescenziario per malati dimissionati ospedali e sede di scuola infermieristica per le donne assistenti; al comitato, inoltre, sarebbero spettate l’amministrazione del patrimonio della Trinità dei Pellegrini, la direzione dell’ospedale militare, la direzione dell’istituto delle donne assistenti. A questo proposito non manca di mettere l’accento sulla necessità che alle infermiere venga richiesta "molta severità di costumi e regolarità di vita quasi monastica”, una risposta preventiva alle accuse di immoralità che da più parti pioveranno sulla stessa Belgiojoso e sulle altre volontarie; un segnale che il contatto e la cura del corpo sono considerati motivo di attrazione e al tempo stesso di pericolo per le donne.
Alle pendici del Gianicolo gli uomini si difendono fino allo stremo, e negli ospedali si è combattuta la battaglia delle donne per la patria: un duplice fronte che Carlo Rusconi, ministro degli Esteri della Repubblica e protagonista delle trattative con il generale Oudinot che precedettero l’intervento francese, ricorda con accenti commossi: "Molte donne gareggiavano in egual modo in Roma col sesso più forte nel difendere la patria loro e le istituzioni che dovevano ravvivarla. Molte altre ancora la carità loro dimostravano assistendo i feriti, vegliando le notti al capezzale dei moribondi. Non mai il compito della donna era stato più nobile di quello che si mostrasse in quei momenti. Per quegli uffici pietosi doveva essere poi vilipesa; tanta abnegazione, tanto amore, tanto affetto di patria dovevano essere segnalati al mondo come una libidine scellerata; e le angeliche donne furono stigmatizzate come meretrici abbiette.

 

3 - A. BRESCIANI, Della Repubblica romana Fatti storici dall’anno 1848 al 1849, appendice all’Ebreo di Verona, Napoli 1858, pp.13-9.

 

 

 

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

mattarella e quadro centro autismo 350 260 minCare concittadine e cari concittadini,
siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.
Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento - nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi - non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.
Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.
Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.
Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.
Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.
Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.
So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.
Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.
Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.
La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.
La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.
Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

 

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.
Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.
In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.
Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.
Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.
Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.
I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia.
Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà.
Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.
Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.
È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.
Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.
Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.
Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.
Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.
Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati. Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche.
Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.
Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.
Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.
E’ stato – ed è - un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia. Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.
Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.
La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.
Mi auguro – vivamente - che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.
La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei.
Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta. È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.
Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.
Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.
Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.
Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.
La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso – le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.
Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.
Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.
Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.
Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.
Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.
Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno.

 

 

 fonte: LaStampa

youtube logo red hd 13 Iscriviti al nostro canale Youtube di UNOeTRE.it 

 

Sottoscrivi abbonamento gratuito all'aggiornamento delle notizie di https://www.unoetre.it - Home

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

 

Sostieni UNOeTRE.it

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

La riproduzione di quest'articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l'autore. E' vietato il "copia e incolla" del solo testo sui socialnetwork perchè questo metodo priva l'articolo del suo specifico contesto grafico menomando gravemente l'insieme della pubblicazione. L'utilizzo sui socialnetwork può avvenire soltanto utilizzando il link originale di questo specifico articolo presente nella barra degli indirizzi del browser e originato da https://www.unoetre.it

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici