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Il Dovere del Ricordo nel 77° dell'Eccidio alle Fosse Ardeatine

IL '900 ITALIANO

Fra i 335 martiri trucidati figura il nostro concittadino Luigi Mastrogiacomo.

di Valentino Bettinelli
1 tomba di Luigi Mastrogiacomo alle fosse Ardeatine 390 minIn occasione dell’anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine, l’Architetto Luigi Compagnoni ha voluto celebrare la memoria del suo concittadino Luigi Mastrogiacomo, martire dell’eccidio. Una celebrazione che l’architetto Compagnoni definisce come “dovere del ricordo” di un ceccanese trucidato alle fosse ardeatine, protagonista in prima linea della Resistenza Partigiana.
“A 77 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine riteniamo opportuno testimoniare, ancora una volta, il dovere del ricordo verso chi sacrificò la propria vita per la libertà del nostro Paese” - esordisce Compagnoni -. “Fra i 335 martiri trucidati figura il nostro concittadino Luigi Mastrogiacomo. Nella scelta delle vittime furono preferiti criteri di connessione con i partigiani: furono prelevate dal carcere romano di Regina Coeli, dove erano detenuti membri della Resistenza, prigionieri comuni e di origine ebraica”.

Luigi Compagnoni offre anche un approfondimento storico sul ruolo di Mastrogiacomo nella resistenza romana. Un compito centrale, in particolar modo per il coinvolgimento del partigiano ceccanese1 Foto di Luigi Mastrogiacomo 310 min in Radio Vittoria. “Alla memoria di Luigi Mastrogiacomo è stata apposta una lapide in Piazza Municipio nel 1947 ed è stata intitolato il complesso scolastico in via Matteotti, nel 1979. Tuttavia, credo che il suo ruolo nelle dinamiche della Resistenza, sia ancora troppo poco conosciuto, sebbene messo in evidenza da vari studi. Per conoscerlo meglio, dobbiamo rifarci alla storia di “Radio Vittoria”, ribattezzata nel dopoguerra “radio della libertà” (la radio clandestina dell’OSS, il servizio segreto americano) che svolse un ruolo fondamentale nell’organizzazione della Resistenza Romana dal settembre del ‘43 al marzo del 1944. Questa era nascosta e conservata, anche per merito di Luigi, nel barcone attraccato vicino Ponte Risorgimento: lui ne era il custode. I fatti che dimostrano in maniera inequivocabile la funzione svolta da Luigi Mastrogiacomo sono rintracciabili in numerose pubblicazioni storiche: Fulco Scarpellini, Alessandro Portelli , Massimiliano Griner, Peter Tompkins e Robert Katz tolgono ogni dubbio sul suo ruolo nella vicenda di Radio Vittoria, utilizzata dal colonnello Tompkins e dal tenente Maurizio Giglio. Purtroppo Giglio, a seguito di una delazione, fu catturato unitamente a Mastrogiacomo dagli agenti della banda Koch e trucidati alle Fosse Ardeatine con altri 14 collaboratori del colonnello Tompkins. Il Tenente Maurizio Giglio fu insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare nel 1945 per il ruolo svolto in quei drammatici mesi, con il tragico epilogo dell’eccidio, seguito fino all’ultimo dal suo fedele compagno Mastrogiacomo”.

Compagnoni sostiene, accompagnando la sua proposta dai dati storici appena citati, che la figura di Luigi Mastrogiacomo meriti riconoscimenti maggiori da parte della propria città. “Tutto questo, per dimostrare che Luigi Mastrogiacomo non era un sempliceC Fosse Ardeatine luglio 1944 scoperta del massacro 390 min cittadino, ma un protagonista importante ed attivo della Resistenza contro il nazi-fascismo. E allora, al di là delle commemorazioni, sempre importanti, credo che la nostra città possa dare il giusto tributo a questo martire per la libertà ed auspichiamo che ci si attivi – a 77 anni dal sacrificio del nostro concittadino – finalmente alla richiesta della Medaglia al Valore Civile. Inoltre, la nostra comunità non dovrebbe mai smettere di ricordare la sua figura. Come affermo spesso, il ricordo è un dovere e la memoria di fatti come questo ha bisogno di esercizio continuo. Dobbiamo conservarla, valorizzarla, liberi da dispute ideologiche varie. Questo è importante per le giovani generazioni e soprattutto in momenti storici come questo, in cui vediamo ancora una volta minacciata l’esistenza del mondo libero”.

Alla figura del martire Luigi Mastrogiacomo, l’architetto Compagnoni lega quella di Nicola D’Annibale, testimone dell’eccidio delle fosse ardeatine, anch’egli nativo di Ceccano e residente a Roma all’epoca dei fatti. Una testimonianza importante che consentì di portare alla luce la barbarie avvenuta nel marzo del ‘44, dopo mesi di silenzio sulla vicenda.
Un approfondimento, per cui ringraziamo l’architetto Compagnoni, che lega ancora di più la storia della città di Ceccano a quella della Resistenza Partigiana contro l’oppressione nazi-fascista, e che mette in risalto la figura del combattente Luigi Mastrogiacomo, che sicuramente merita dei riconoscimenti più importanti dalla propria città per il servizio offerto per la liberazione della patria.

 clicca sulle immagini sottostanti per ingrandirle (la lista dei condannati e Radio Vittoria dei servizi segreti alleati)

                                                   BLista del questore Caruso con i nomi dei Martiri destinate alle Fosse Ardeatine 450 min C Fosse Ardeatine luglio 1944 scoperta del massacro 390 min                                   

 

 

 

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In ricordo di un pilota acrobatico ciociaro

VILLA S. STEFANO. Comuni del Frusinate

Scompare uno dei pionieri del pilotaggio acrobatico nazionale

di Augusto Anticoli
Ennio Anticoli 350 minE’ venuto a mancare all’affetto dei suoi cari un personaggiio che ha dato lustro alla comunità ciociara, Ennio Anticoli, originario di Villa Santo Stefano.
E’ stato uno dei pionieri del pilotaggio acrobatico che hanno fatto la storia delle celebri frecce tricolori, autentico orgoglio nazionale. Ennio, 89 anni, viveva con la famiglia in provincia di Udine, a Bressa di Campoformido. In pensione dal 1994, nella sua carriera ha accomulato il ragguardevole traguardo di dodicimila ore di volo e negli ultimi anni di lavoro è stato anche comandante pilota dell’Alitalia. Anche il fratello Sergio, mancato 11 anni fa, è stato uno dei migliori top gun dell’Aereonautica Militare. Pilota del Sesto stormo Cacciabombardieri, Ennio entrò nei Diavoli rossi, tra le formazioni emergenti di pattuglia acrobatica italiana. Nel 1961, lo Stato Maggiore dell’Aereonautica fondò le Frecce Tricolori, dove nella formazione a sette, Ennio volò come primo gregario a destra. Fu l’inizio di un percorso iniziato dall’eroico padre, cui i figli Ennio e Sergio hanno contribuito a dare lustro alla storia del volo acrobatico!

Da villasantostefano.com, il racconto di Giovanni Bonomo e Pino Leo sulla vita e la carriera di Gaspare Anticoli. “Gasperino, nato nel 1902 a Villa Santo Stefano, era il primo di cinque figli di Zenobio Luigi e Margherita Maiella; dopo di lui vennero Luigino, Carolina, Duilio e Mario. La carriera militare di Gasperino iniziò a diciannove anni, prima nell’esercito, dopo nella Regia Guardia (Polizia di Stato), per approdare nel 1923, con tutto il suo entusiasmo alla neonata Aeronautica. Nel 1924, conseguì il brevetto di pilota ed entrò a far parte del 1° Stormo Caccia, costituito a Ghedi (Brescia) nel 1923. Nel 1927, lo Stormo venne trasferito a Campo Formido (Udine). Negli anni seguenti, sotto il comando del Ten. Col. Rino Corso Fuggè, lo Stormo iniziò a specializzarsi in acrobazie e " … Gaspare, divenuto un’abile pilota svolse queste attività insieme a manovre aeree combinate, diurne e notturne, crociere di addestramento, esercitazioni topografiche e di collegamento…". Fu impegnato nella Guerra d’Africa del 1936; nel 1940 il 1° Stormo fu distaccato in Sicilia.In tutti questi anni, Gasperino, fu apprezzato per la sua abilità di pilota sia dai suoi superiori che dai colleghi. All’inizio della guerra, per le sue capacità fu scelto, insieme a pochi altri piloti, per il trasferimento dall’aeroporto di Lonate Pozzolo (Varese), sede della ditta Macchi, a quello di Catania, del nuovissimo aereo Macchi 200 'Saetta'.

“La tranquillità di una serena mattina di prima estate del 1958 fu, improvvisamente, interrotta dal fragore di un tuono; un attimo dopo, preceduto da un sibilo, un jet militare apparso dalla cima del Siserno, picchiò con la velocità del suono, verso la valle dell’Amaseno per scomparire in risalita dietro la montagna di Pisterzo. Noi, sorpresi, con il naso all’insù, riuscimmo, appena in tempo, a vedere il leggero battito delle ali che i piloti usano fare, di solito, in segno di saluto. Qualche secondo dopo,frecce tricolori 1962 400 min l’aereo riapparve, questa volta, con percorso inverso, passò a bassa quota sul paese, "salutò con le ali" per scomparire definitivamente dietro monte Siserno. "Chiss’ iè Enio, Enio Anticol’, i’ figli’ d‘ Casperin’ !" esclamò, deciso, qualcuno tra le persone che, nel frattempo, sorprese, si erano raccolte, in capannello, tra Sant’ Uastian’ e la Porta, per commentare l’accaduto. Ennio Anticoli ripeteva lo stesso volo che, diciotto anni prima, il padre Gasperino aveva fatto con il suo Macchi 200 'Saetta', in quella fatale mattina del 10 agosto 1940, prima di morire, tragicamente dieci giorni dopo, presso l’Ospedale di Ceccano, per le gravi ferite riportate a seguito dello sfortunato atterraggio su un terreno coltivato a grano turco in località la Botte, nei pressi di Ceccano”.

Gaspare, Ennio e Sergio Anticoli hanno rappresentato un importante punto di riferimento e un fulgido esempio per i piloti di ogni epoca! Pertanto, la comunità di Villa Santo Stefano è onorata di annoverare, tra i suoi figli illustri, una famiglia di aviatori che con le loro imprese e nell’ambito di loro competenza, militare e civile, hanno scritto invero pagine di storia italiana!

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Memoria dimezzata

Ricordare

Per un “Giorno del ricordo” comune di Italia, Slovenia e Croazia

di Aldo Pirone
GiornoRicordo 350 minIeri è stato “Il giorno del ricordo” istituito per rammentare la tragedia delle Foibe e dell'esodo delle popolazioni italiane dall'Istria, dalla Dalmazia e da Fiume provocato dal nazionalismo comunista titino jugoslavo nel secondo dopoguerra.

Per ricordare quel dramma hanno parlato il Presidente Mattarella, la Presidente del Senato Casellati e quello della Camera Fico. Di solito la destra nazionalista e neofascista usa questa giornata per equipararla subliminalmente al “Giorno della memoria” che ci ricorda lo sterminio di sei milioni di ebrei fuori e dentro i lager nazisti e far dimenticare le responsabilità del fascismo nazionalista italiano nella feroce politica di snazionalizzazione contro le minoranze slovena e croata. E poi relegare nell'oblio la sua responsabilità nella guerra d’aggressione, assieme alla Germania di Hitler, contro la Jugoslavia, condotta a suon di stragi e deportazioni perpetrate dall’esercito italiano e dai nazisti contro partigiani e popolazioni civili sloveni e croati. I tempi in cui il generale Mario Robotti in quel di Lubiana rimproverava i suoi subalterni perché “Si ammazza troppo poco” e il suo superiore Mario Roatta intimava: “Il trattamento riservato ai ribelli non deve essere ‘dente per dente’, ma ‘testa per dente’ […] eccessi di reazione non verranno mai puniti”. Quest’anno la crisi di governo ha messo la sordina agli stridori nazionalisti e sovranisti degli anni scorsi. Ma il tentativo di imbrogliare le carte di quella tragedia storica e nazionale sul nostro confine orientale, non mancano. Le prime vittime di una memoria monca che non ha il coraggio di fare i conti con la storia integrale, sono proprio gli eredi degli infoibati dai titini e dei circa 300.000 esuli giuliano-istriano-dalmati costretti, nel dopoguerra, a lasciare le loro terre.

E quella storia integrale, in cui primeggia la responsabilità del nazionalismo fascista per aver creato il brodo di coltura della barbara vendetta del nazionalismo slavo e croato dell’esercito jugoslavo di Tito, bisognerebbe ricordarla, seppur per accenni. Non mi pare che stamane lo abbiano fatto il Presidente Mattarella, tanto meno la Casellati. Solo Fico ha ricordato che oggi “abbiamo tutti gli elementi per respingere senza esitazioni le tesi negazioniste o giustificatorie di quella persecuzione, purtroppo ancora presenti. Ciò non significa certo ignorare o sminuire le aberrazioni della politica di italianizzazione forzata delle popolazioni slave, condotta dal fascismo, e la ferocia criminale che ispirò la condotta delle forze nazifasciste in Jugoslavia. Verso di esse dobbiamo ribadire la più ferma condanna, in coerenza con la Costituzione che nasce sulla Resistenza e si fonda sui valori antifascisti". Malgrado questo giusto ricordo mi pare che si sia fatto un passo indietro rispetto a alla cerimonia comune del luglio scorso davanti alla Foiba di Basovizza e al monumento ai quattro giovani antifascisti slavi fucilati dai fascisti, quando Mattarella e il Presidente della Slovenia Pahor si tennero per mano in raccoglimento.

“La storia non è un racconto di parte: è testimonianza di ciò che è stato”, ha detto la Casellati, guardandosi bene dal ricordare quello che d’infame fece il nazionalismo fascista e italiano contro le popolazioni slovene e croate dell’Istria e della Dalmazia. Come se quella parte della memoria fosse separabile dalla storia integrale di ciò che successe a cominciare, quanto meno, da subito dopo la conclusione della Grande guerra quando Mussolini proclamava il 20 settembre del 1920 al Teatro Ciscutti di Pola: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola […] Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. […] Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche”. Un programma puntualmente e ferocemente attuato per oltre vent’anni.

Ben diverso fu il ricordo che il Presidente Ciampi fece alla prima celebrazione del “Giorno del ricordo” nel 2005. “Il mio pensiero – disse - è rivolto con commozione a coloro che perirono in condizioni atroci nelle Foibe, nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945; alle sofferenze di quanti si videro costretti ad abbandonare per sempre le loro case in Istria e in Dalmazia. Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nella nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono”.

Il fatto è che Italia, Slovenia e Croazia dovrebbero stabilire un “Giorno del ricordo” comune, per rammentare insieme tutte le vittime del fascismo e dei rispettivi nazionalismi e la storia che li produsse. Solo così si potrebbe parlare di memoria condivisa e solo così le vittime italiane sarebbero veramente onorate sottraendole alle strumentalizzazioni di chi vorrebbe rinfocolare quel nazionalismo che fu il loro carnefice.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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In ricordo di Franco Guerri

 

Poesie

Anna Elisa De Santis per Franco Guerri

FrancoGuerri 390 min

 

Il silenzio lo strappa da noi
che nel rumore ci siamo conosciuti,

tra i tamburi nella piazza
l’eco delle voci, il lavoro il lavoro,
noi tra loro,
studenti dalle mani bianche,

il fumo tra le dita,
l’idea,

forte di dubbi,
immensa tra i capelli,
di umanità futura
risplendeva.

 

Rovesciammo le stanze le liturgie,
gli altari senza incensi,

le ruote dei carri attaccate alle pareti.

 

Nella notte,
la luna illuminava
parole dense tra le radici delle vigne,
tra i pensieri,
di libertà fin sulla piazza antica,
fino al giorno lucente.
 

 

Fino al silenzio di oggi duro,
ti hanno seguito, si dilatano,
si piegano
mentre l’attimo scorre,
le parole di allora
cinte di rose rosse,
grate per il tempo avuto
con te.

 

 

(annalisa)

 

 

 

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Nel ricordo di un medico valente e di un politico onesto

 Antico gentiluomo, valente chirurgo ospedaliero, nondimeno esemplare fu il suo impegno politico

UgoBellusci_350qu-mindi Ambrogio Coppotelli - Sono trascorsi più di sei anni da quando, il 27 dicembre 2013, l’Amministrazione Comunale di Ferentino, guidata dal Sindaco Antonio Pompeo, nel corso di una bellissima e coinvolgente cerimonia tenutasi presso la Sala Conferenze della “Casa della Pace”, con animo grato intitolò la struttura al professor Ugo Bellusci, scomparso il 15 marzo 2011, presenti la moglie Giuliana Rotondo e i figli Giuseppe, Francesco e Paola, e numerosi concittadini.

Antico gentiluomo, valente chirurgo ospedaliero noto per le sue non comuni doti professionali in tutta la provincia di Frosinone, Consigliere e Presidente dell'Ordine Provinciale dei Medici, il compianto concittadino Ugo, durante tutta la sua attività di medico-chirurgo, si prodigò a mettere tutta la sua esperienza al servizio della Sanità Pubblica e, come primario, diede lustro e prestigio all’allora Ospedale Civico, una delle strutture della nostra città di cui a buon diritto vantarsi.

Nondimeno esemplare fu il suo impegno politico.
Contribuì alla diffusione del PSI di Nenni, Pertini e Lombardi. In gioventù fu orgoglioso antifascista, come anche il padre Giuseppe Salvatore, professore di Materie Umanistiche nei Licei Classici, già deputato della Costituente e uno dei Padri della Costituzione della nostra Repubblica, eletto all'Assemblea Costituente nelle file del PRI.

Fu inoltre consigliere comunale, provinciale e regionale del PSI (e nell’Ente Regionale anche assessore) e in tali ruoli fu sempre al fianco delle fasce più deboli della comunità, mai disdegnando, anzi sempre cercando […] nell’avversario un prezioso interlocutore al fine di rendere l’esercizio della democrazia sempre più vivo e concreto […].
Del medico mi è gradito ricordare altresì questa testimonianza resa dal compianto Sergio Collalti nel suo “PARTIGIANI A FERENTINO”:
“Anche la nostra città ebbe la sua ‘banda’ di partigiani durante l’ultimo conflitto mondiale. […]
Un’altra figura degna di ricordo per le sue straordinarie doti, umana e professionale, è il prof. Ugo Bellusci

Egli operava nel nostro ospedale per dare assistenza sanitaria ai feriti. Nella sua camera aveva due camici bianchi. Sulla manica di uno, tutta insanguinata, era disegnata la svastica, sulla manica dell’altro, tutta pulita, compariva il simbolo della C[roce] R[ossa] I[taliana].
Quale la ragione? Quando talvolta l’ospedale era oggetto di ispezioni da parte dei tedeschi, il dottore indossava immancabilmente il secondo camice. E a quel soldato tedesco che eventualmente lo rimproverava per non indossare il primo camice, quello con su raffigurata la svastica, egli prontamente rispondeva che "non poteva se prima, per ragioni igieniche, non si fosse provveduto a lavarlo”.

Ricorda sua figlia Paola che l’onorevole missino Giorgio Almirante trascinò suo padre in tribunale a Cassino con l’accusa di diffamazione per aver, come segretario provinciale del PSI, fatto diffondere un manifesto sulle di lui malefatte durante la Resistenza. Il dottore, difeso dal partigiano, giurista e politico Giuliano Vassalli, vinse la causa perché le malefatte che aveva denunciato erano vere.

 

 

 

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Nel ricordo delle vittime innocenti di mafia

 Studenti Medi

rete degli studenti medi 350 260Rete degli Studenti Medi Latina - In occasione della “Giornata della Memoria e dell’Impegno nel ricordo delle vittime innocenti di mafia” giornata nella quale saremmo dovuti scendere in piazza a Latina con le altre provincie della Regione, ci teniamo a mantenere vivo l’impegno nella lotta alla criminalità organizzata che, nel nostro territorio, è ben radicata.

Non possiamo rimanere indifferenti davanti al dilagare di questa vergogna che ancora oggi, malgrado gli ingenti sforzi delle forze dell’ordine il cui ottimo lavoro ha portato a decine di arresti, imperversa nel nostro territorio. Ormai da anni i nostri gruppi si battono per sensibilizzare la popolazione sulla tematica delle mafie e per diffondere la cultura della legalità tra le studentesse e gli studenti, anche raccontando delle mafie locali per quanto a noi possibile.

Teniamo ad appellarci alla coscienza civile di ogni cittadino, che in questo giorno, in un paese provato da molteplici emergenze, ricordi che la mafia è un male che si può e si deve combattere, che la mafia si può e si deve sconfiggere. E che rappresenta un’emergenza permanente. Teniamo a ricordare l’impegno di chi ogni giorno è in prima linea per contrastare questo orribile fenomeno ed esprimiamo anche oggi la nostra assoluta vicinanza alle famiglie di coloro che hanno perso la vita combattendolo, o che si son trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ogni cittadino è parte di qualcosa di più grande. Oggi ricordiamo ma rilanciamo anche il nostro impegno quotidiano. Siamo certi che il sacrificio di donne e uomini per questa lotta non sia stato vano e che riusciremo uniti a sconfiggerlo. La mafia, per chiudere, è una montagna di merda. E non dobbiamo avere paura nel dirlo e nel ribadirlo. Oggi più che mai.

*Rete degli Studenti Medi Latina: Primavera di Legalità.

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Ricordo integrale

La giornata di un ricordo parzialeIl Giorno della Memoria

di Aldo Pirone - Ieri è stata la giornata del ricordo. Ci ha rammentato la tragedia di tanti italiani del confine orientale. Sia quelli, circa settemila, vittime del nazionalismo jugoslavo uccisi e gettati nelle foibe nel ’43 e nel ‘45 sia quelli che furono costretti a diventare profughi per non sottostare al regime comunista di Tito nel dopoguerra. Come al solito, la giornata, invece di essere occasione di rammentare il fatto e l’antefatto storico che produssero quella tragedia, è stata sporcata dalle strumentalizzazioni degli eredi del fascismo nazionalista che in quelle terre giuliane, istriane e dalmate ne combinarono di tutti i colori innescando la vendetta nazionalista titina. Il Presidente Mattarella ha detto che “oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è l’indifferenza che si nutre spesso della mancata conoscenza”. A suo tempo, all’indomani dell’istituzione della ricorrenza da parte del Parlamento, il Presidente Ciampi, a proposito di mancata conoscenza, ebbe il coraggio di ricordare: “Questi drammatici avvenimenti formano parte integrante della nostra vicenda nazionale; devono essere radicati nella nostra memoria; ricordati e spiegati alle nuove generazioni. Tanta efferatezza fu la tragica conseguenza delle ideologie nazionalistiche e razziste propagate dai regimi dittatoriali responsabili del secondo conflitto mondiale e dei drammi che ne seguirono. Tutti i popoli europei ne hanno pagato il prezzo”. Diciamo che fu un po’ più preciso su responsabilità e cause di quella tragedia.

Alla fine della guerra mondiale, esodi di popolazione in Europa non ci furono solo nel nostro confine orientale, ce ne furono anche fra Polonia e Germania, fra Cecoslovacchia e Germania, per ricordare quelli più consistenti. Circa sei milioni di tedeschi lasciarono le terre divenute polacche per effetto dello spostamento dei confini della Polonia a ovest stabilito dalla Conferenza Potsdam. Ma, a parte questo, quello che la destra neofascista, nazionalista e sovranista, nostrana non vuole ricordare, anzi vuole proprio nascondere, è quel che fece l’Italia fascista sul confine orientale nei confronti di slavi e croati. Sia durante il ventennio mussoliniano, sia, e ancor più, con l’aggressione alla Jugoslavia, l’occupazione e l’annessione forzata di terre slovene e croate. Ieri sera su Rai Storia qualcosa in questo senso è stato ricordato. Il gen. Robotti, per dire, comandante dell’XI corpo d’armata italiano in Slovenia e Croazia nel 1942, rimproverava i suoi ufficiali dicendo “Si ammazza troppo poco”. Si riferiva alla repressione della resistenza di partigiani e civili jugoslavi in corso. Repressione che ci fu e fu spietata: trecentomila slavi, croati e montenegrini eliminati con stragi ed eccidi di popolazioni inermi.

Di solito i fascisti del terzo millennio per nascondere le loro vergogne tentano di mettere sullo stesso piano foibe e campi di sterminio nazisti. Mentre, invece, le foibe vanno messe in relazione politica, qualitativa e quantitativa, al vero e proprio genocidio compiuto dall’Italia fascista in Jugoslavia. Si dice che sulle foibe ci sia in giro del “negazionismo”. Com’è noto, la madre dei cretini è sempre incinta. Anche se sembra che di questi tempi salviniani ne partorisca di più nel campo dei negazionisti dei campi di sterminio nazisti. Ma il punto storico e politico è un altro. Finché non ci sarà un’unica giornata del ricordo che metta insieme il fatto e l’antefatto e tutte le vittime dei contrapposti nazionalismi che insanguinarono il nostro confine orientale, gli italiani infoibati dai titini non avranno pace. Saranno solo utilizzati dal neo fascismo nazionalista e sovranista italiano per rinfocolare quel nazionalismo nero di cui in parte furono vittime. E’ su questo che i democratici e gli antifascisti dovrebbero concentrarsi dall’una e dall’altra parte del confine orientale se veramente si vuole eliminare alla radice ogni finto ricordo, ogni bieca strumentalizzazione di poveri morti per mano titina.

Altrimenti le vittime delle foibe continueranno a essere non dimenticate ma uccise di nuovo a ogni ricorrenza.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Ricordo di Emilio Mancini ad un anno dalla scomparsa

emiliomancini 2 350 260 minErmisio Mazzocchi commemora Emilio Mancini a un anno dalla sua scomparsa. S. Donato Val Comino, Circolo PD, venerdì 13 settembre 2019

Se dovessi dire che sarebbe semplice narrare la storia politica e facile descrivere i caratteri umani di Emilio Mancini, commetterei un errore, perché ritengo che sia più arduo di quanto si possa pensare.
Accetto questa sfida in ragione della mia amicizia e della mia conoscenza diretta di un uomo politico e di un amico, durata 53 anni dal 1965 al 2018.
Io giovane ventenne, lui di qualche anno più grande.
Si potrebbe dire che abbiamo percorso vite parallele.

In Emilio non c'era saccenteria né presunzione né tanto meno arroganza. Possedeva una cordialità disarmante, che ti metteva a tuo agio e ti vincolava a questo suo modo di rapportarsi con gli altri.
Un linguaggio educato, non volgare, rispettoso e aggiungerei senza nessuna inflessione romanesca, ma capace di cogliere le sfumature dialettali della sua realtà, quella cassinese e quella ciociara, ovviamente anche quella romana.
Era molto difficile confrontarsi con Emilio.
Non perché mostrasse supponenza, ma perché era stringente nella sua logica politica, pacatamente argomentata, secondo schemi aperti, coerenti con una sequenza predefinita, come è nelle partite degli scacchi, di cui lui era un ottimo giocatore
Dovevi misurarti con i suoi argomenti secondo categorie logiche, non scadenti, ma di alto valore nei contenuti e nella loro esposizione.

Non è stato un uomo del passato, è stato un uomo del futuro.
Emilio Mancini non è catalogabile in un'epoca. Non posso dire che fu un uomo politico del suo tempo.
Certo, visse i momenti della sua vita, ma non posso considerarlo incastonato e immobile nella sua storica epoca. Come a dire "ei fu"
Era un passo avanti e il suo oggi era già il domani, percussore dei tempi a venire, ricercatore costante di percorsi politici proiettati nel futuro.
Accorto osservatore della società, non ne aveva una visione angusta, municipalistica.
Al contrario essa era ampia, senza confini, oserei dire europea, considerato anche la sua educazione familiare di matrice inglese.
Lingua che conosceva benissimo anche nelle sue espressioni dialettali che, come amava dire con orgoglio, aveva appreso frequentando gli operai portuali di Londra.

Uomo colto, che non ostentava la sua sapienza, ma mostrava il suo interesse per le espressioni culturali che attraversavano i suoi tempi e la sua attenzione agli avvenimenti culturali, come il caso Manifesto oppure i libri e i film di Pasolini, come anche per quelli con risvolti politici che avevano implicazioni culturali e ideologiche, come i fatti Cecoslovacchi e lo stesso Vietnam.
Memorabili sono le interminabili discussioni con Achille Migliorelli e Franco Assante.E.Mancini commemorazione PD S.Donato 350 min
Passioni!!!!
Per non citare quelle per le auto nelle memorabili e giovanili gare automobilistiche per le curve di Picinisco e certamente quelle per il calcio, così come lo era stato suo fratello.
Ha vissuto il tempo del PCI e ha vissuto il tempo del PD, sostenendo con convinzione, proprio per la sua formazione culturale - politica, i progressivi cambiamenti del suo partito.
Con una differenza rispetto ad altri che hanno compiuto la medesima scelta.
Era un funzionario politico, parte organica del partito, vivendo dall'interno la storia politica del suo partito.
La sua vita è stata tutt'uno con la vita politica del suo partito, con gioie e sofferenze, con luci e ombre.
Non immune da errori e da valutazioni improprie.
Giovane laureato in giurisprudenza, diventa funzionario del PCI e viene nominato nel 1965 segretario del Comitato di zona, erede della Federazione di Cassino costituita nel 1975 e sciolta appunto nel 1965.
Detta così appare una operazione scontata, quasi burocratica. La realtà è diversa.

Il PCI doveva affrontare situazioni difficili: una crisi economica gravissima, che aveva obbligato all'emigrazione la maggioranza della popolazione, e, allo stesso tempo, aveva a che fare con un avversario politico fortissimo, come la DC, partito con un consenso elettorale, in questa zona, tra il 45% e il 60% e un potere assoluto.
Si esaltavano gli unici due comuni (su quaranta della zona) di sinistra, con sindaci PCI: S. Donato V. C. e S. Giorgio.
Due comuni agli estremi del territorio a sud ella provincia con al centro Cassino, in cui la DC era quasi sempre oltre il 50% e il PCI tra il 10% e 12%.
Emilio assume una gestione del partito in condizioni di debolezza e di difficile espansione.

Il suo impegno a costruire riferimenti del PCI nelle fabbriche e a mantenere attive le Sezioni di partito è stato sempre costante.
Così come era nell'organizzazione delle campagne elettorali e nelle iniziative (a iniziare dai comizi, lui parlava per il partito e io per i giovani comunisti).
Il suo prestigio era esteso, tanto che venne candidato ed eletto nel 1967 al Consiglio comunale di Cassino.
Tutti aspetti che saranno propri del suo essere dirigente politico in tutti gli anni successivi, come a Frosinone, così come a Roma.
Emilio, lasciato il Comitato di zona nel 1969, viene a far parte della segreteria provinciale, prima come responsabile della “Stampa e propaganda" e poi dell'organizzazione.
Mancini dimostrò, in più di una occasione, a Frosinone come a Roma, un grande senso di responsabilità con la priorità di mantenere unito il partito dal PCI al PD di cui accettò le diversità proprio come cemento di quella unità.

Non si può non citare, a mò di esempio, quanto avvenne in occasione dell'elezione del nuovo segretario della Federazione, quando il segretario uscente, Arcangelo Spaziani, viene eletto consigliere regionale.
I favoriti erano Emilio Mancini e Ignazio Mazzoli.
Ambedue apprezzati, pur avendo ciascuno connotazioni e caratteristiche diverse per la loro formazione politica.
All'unanimità venne eletto Mazzoli.
Emilio aveva favorito l'elezione di Mazzoli, consapevole che una divisione avrebbe prodotto lacerazioni nel partito.
Cosa che non avrebbe gradito.
Sostenne con lungimiranza il processo di rinnovamento dei gruppi dirigenti.
Una costante del modo di operare di Emilio.
Uomo politico fermamente convinto del ruolo del partito.
"Le Sezioni - diceva nel 1972 - devono essere uno strumento fondamentale che ci consenta sempre di incidere nella realtà e di trasformarla; di incidere nelle coscienze e di trasformarle; strumento per portare avanti le linee e l'iniziativa del partito".
Un lavoro assiduo improntato a un consistente rinnovamento dei dirigenti politici, che ebbe una significativa occasione a cavallo degli anni '70, quando si produsse un profondo rinnovamento, svoltasi su indicazione dello stesso segretario provinciale Mazzoli, spesosi molto nella riorganizzazione politica del partito, guidato da Berlinguer.

e.mazzocchi 225150Si sviluppa una stagione feconda con la presenza di una nuova generazione politica da Oriano Pizzuti, a Gianni Paglia, a Luciano Fontana (attuale direttore del Corriere della Sera), al giovanissimo Francesco De Angelis, che riprendevo (ero nella segreteria provinciale, anche io come funzionario di partito) per la sua incorreggibile esuberanza movimentistica (non smessa più), per arrivare a Natia mammone, ad Annalisa De Santis, a Elena Ubaldi.
Mi piace ricordare quando Elena, giunta da Roma a Cassino nel 1967 e proveniente da una famiglia di comunisti, svolge le sue prime iniziative politiche nelle campagne elettorali e nelle Sezioni, sino ad arrivare a essere eletta nel Consiglio comunale di Anagni.
Dico questo, anche per sottolineare che per quel tempo, in parte anche oggi, le donne elette da parte di tutti i partiti, elette nei Consigli comunali erano pochissime, se non rare.

Emilio nel 1975 venne a far parte della segreteria regionale e si trasferisce a Roma.
Il suo secondo amore. Il primo era Picinisco.
Non si può negare che svolse un ruolo se non appariscente quanto fondamentale per quello che doveva essere il Comitato regionale, centro di direzione politica-organizzativa nella regione Lazio.
Emilio svolse una funzione decisiva a mantenere un giusto equilibrio tra C. R. e la potente Federazione romana, sedando momenti di conflittualità e allo stesso tempo gestendo situazioni politiche gravose, come l'impegno del partito nella lotta al terrorismo e la stessa politica organizzativa del partito.
Non accettò le proposte che gli sono rivolte per essere candidato ed eletto al Consiglio regionale.
Preferì il partito
Non poteva essere diversamente.
E in modo leale e responsabile, convinto di essere utile, accettò di essere segretario della Federazione di Civitavecchia, realtà difficile e strategica nella regione.
Non venne meno, e mai sarebbe avvenuto, la sua dedizione al partito, ricoprendo, dopo quella esperienza, altri incarichi nel C. R., non rinunciando mai al compito di favorire il ricambio e il rinnovamento dei gruppi dirigenti, come avvenne per la elezione a segretario regionale di Domenico Girardi, da lui fortemente sostenuto.
Condivise e si mostrò convinto sostenitore del cambio del PCI sino al PD.
Comprese che bisognava trasferire quella spinta, quella necessità storica, di un cambio e successivamente della creazione di un uovo partito, come il PD, alle nuove generazioni.

Per Emilio non c'era il passato e non voleva appartenere al suo passato.
Intendeva essere nel presente e il presente era costruire il futuro e il futuro sono le nuove generazioni.
Con esse intavolava un confronto, apre e persegue un dialogo senza preconcetti, un ruolo di formazione.
Si offre come referente e curatore dei nuovi quadri dirigenti, di molti giovani della nuova stagione politica del XXI secolo.
Come avviene, ovviamente per Claudio, e, per rimanere a espressioni del nostro territorio, per la stessa Sara Battisti.
Ed è significativo che, in occasione del suo compleanno, che si festeggiò durante la festa dell'Unità di Roma, la presenza dei giovani era superiore a quella di militanti di più antica tradizione politica.

Questo è stato Emilio.
Anzi direi: questo è Emilio, perché è parte del corso della storia di ieri, di oggi, di domani, che vive in ciascuno di noi insieme a Emilio.»

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Berlinguer nel ricordo dell'ANPI

 anpi BANDIERA 350 260 minANPI, Comitato Provinciale di Frosinone - Oggi ricorrono 35 anni dalla prematura ed eroica fine di Enrico Berlinguer.
Non ci uniamo al diluvio (si fa per dire) di lacrime di coccodrillo di chi o lo ha insultato in vita o lo ha tradito da morto, o tutt'e due le cose.

Non ci soffermiamo sugli aspetti umani, abbiamo rispetto della famiglia e del suo intimo soffrire e non intendiamo far parte del festino retorico che mentre piange il morto ne divora i brandelli. Ci interessa di più dissociarci attivamente dai discorsi di facciata, dalle false lodi alla politica, alla battaglia, alle idee ed alle pratiche di un grande dirigente del movimento operaio e democratico della nostra storia migliore.

Fu protagonista, con altri personaggi di altissimo valore, presenti nel suo ed in altri partiti, e in tutti i gangli della società organizzata, di una stagione in cui la classe dirigente era davvero tale e, fatte ovviamente le dovute differenze, scartati gli elementi negativi indubbiamente sempre presenti, si poteva parlare di un livello di qualità e di consapevolezza del ruolo di cui oggi non si trova traccia, e non solo nella politica.

Berlinguer fu combattuto anche all'interno del Partito, ed è cosa ovvia, essendo il Pci una organizzazione nella quale si studiava e si discuteva, non certo il monolite rappresentato nelle caricature che se ne producevano. All'esterno fu bersaglio di un vero e proprio accanimento, con tutti i mezzi e da tutti i fronti; non ci dilungheremo su questo, la Storia si è incaricata di spazzare via i meschini.

Eppure oggi lo si richiama ogni due o tre frasi per rafforzare posizioni e proposte lontane, se non opposte, al suo pensiero ed alla sua pratica.

Questo per un solo motivo: non certo perché quelle idee e quelle lotte, quelle pratiche si assumano come guida del proprio agire e pensare politico, bensì perché, a dispetto di tutti i suoi detrattori - offensivi, più che critici - Enrico Berlinguer continua a suscitare un forte rimpianto in tutti coloro che credono in un riscatto, un mondo più civile, una società più giusta, o almeno la desidererebbero. Anche se avversari.

E come mai avviene questo? Uno dei motivi, non l'unico né forse il più importante, è il carisma dato da un uomo serio, coerente, inflessibile eppure umanissimo, capace di rapporti veri, affettivi con i propri compagni di strada. Un uomo che, da dirigente di valore altissimo, sapeva che la politica ha senso se forma comunità, se cioè diventa, come scrisse qualcuno di rara cultura "paese nel Paese".

E tuttavia Enrico Berlinguer non fu solo questo. Egli fu dirigente di ampio pensiero, fu marxista nel senso più marxiano, ossia non fu schematico e "ortodosso" ma non fu nemmeno eretico e blasfemo. Declinò l'ideologia secondo la filosofia della prassi, sapendo che nessuna formula è eternamente valida, e che la teoria vera si confronta e si aggiorna con l'evolversi del reale e della conoscenza che ne acquisiamo via via. Non così l'ideologismo, la versione stupida dell'ideologia, che teme il rinnovarsi e finisce per l'essere inutile e scomparire, dopo aver fatto danni più o meno gravi.EnricoBerrlinguer 460 min

La scelta democratica, il mettere il partito alle dipendenze dei lavoratori, poiché essi ne erano la sostanza vera, non fu ben visto né qui, né altrove (Mosca, ad esempio). Ma oggi tutti ne parlano bene. Come si sa, per rimuovere qualcuno, occorre a volte promuoverlo, almeno quando è troppo potente. E Berlinguer è ancora troppo potente nella coscienza democratica italiana sia per essere rimosso brutalmente, sia per essere riconosciuto e discusso nella reale dimensione della sua statura.

E quindi il tentativo è di ridurlo a sciocco luogo comune, un po' come il ridicolo "Mussolini ha fatto anche cose buone", una poltiglia dolciastra in cui tutto si mescola e si confonde ma che invece di nutrire avvelena.

Noi antifascisti gli siamo grati, per le lotte che ha condotto e per l'esempio che ha offerto a tutti, non solo ai suoi compagni militanti: si può e si deve rimanere coerenti, sempre, senza per questo diventare bigotti o rinunciare alla curiosità, all'innovazione, al progresso.

Appare grottesco il rincorrersi di alcuni a rivendicarne l'eredità, in un contesto in cui il mestierame che lui denunciava pubblicamente è diventato forma e sostanza di gran parte della politica.

Noi piccoli militanti della democrazia, fragili difensori della Costituzione che, come lui, consideriamo che “L’esperienza compiuta ci ha portato alla conclusione che la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista. Ecco perché la nostra lotta unitaria (che cerca costantemente l’intesa con altre forze d’ispirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale) è rivolta a realizzare una società nuova – socialista – che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale, ideale”

Siamo stati invitati a partecipare ad una discussione per ricordare la figura di questo illustre dirigente comunista dalla Federazione provinciale di Rifondazione comunista. Vi andremo per portare un modesto contributo alla memoria di un uomo, di uno stile, di una concezione politica che consideriamo uno dei pilastri su cui fondare un pensiero alternativo allo spettacolo di oggi ed una pratica conseguente. Il suo antifascismo concreto, fatto di conquiste sociali e di condizioni di vita e di lavoro dentro un'idea di dignità, ci è utile oggi per capire e combattere gli arretramenti che il nuovo ordine impone alla società.

Se non riusciremo in questo, ciascuno nella propria dimensione e "diversità", rimarranno solo i coccodrilli e le loro lacrime sterili e vili.

 

 

 

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Un caro nipote con il nonno nel cuore

opera GCRiccardi 350 minC’era una volta …

       «C’era una volta un fanciullo che vagava oltre le tenebre più profonde ed intense, attraversando grotte, boschi, steppe erbose alla ricerca di un segno vitale, quale elemento di poesia e di arte sublime, poiché eterna. Il bambino percorse per diverso tempo un lungo cammino molto complesso e tortuoso, caratterizzato da un mondo senza sentimento, incapace di insegnare ad amare, di saper andare oltre e comprendere dunque il significato della propria esistenza.

Il tempo scorre incessantemente, passa inesorabilmente ed il fanciullo continua a viaggiare in quella dimensione così difficile a cui sente di non appartenere, fino a quando un giorno, giunto di fronte ad un albero spoglio, incontrò un uomo vestito di bianco con una sciarpa rossa ed immediatamente sentì un calore forte ed autentico; quell’uomo così singolare, prese un pennello dal suo taschino ed iniziò a disegnare. Improvvisamente quel tepore divenne sempre più vivace ed intenso l’uomo fortemente carismatico, che riusciva attraverso i suoi gesti e la sua arte, a trasmettere una melodia d’infiniti sensi, iniziò a porgere le braccia a volo d’uccello ed a muoverle incessantemente.

Alla fine della sua performance, osservò attentamente il bambino e subito dopo gli si avvicinò lasciandogli un biglietto e senza proferir parola, si dissolse nel nulla. Il fanciullo che aveva vissuto un momento, un attimo unico ed inspiegabile, aprì il biglietto contenente un messaggio che lo lasciò di stucco e decise di custodirlo e portarlo con se per sempre. “Dal sapore aspro della vita, inseguo traguardi lontani. Lasciatemi vivere ancora!”» (Gian Carlo Riccardi)

 

Tuo nipote: Francesco Spilabotte

 

 

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