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La metamorfosi del riformismo

Togliatti, riforme e riformismo

“Riformismo è una parola malata”

di Aldo Pirone
Togliatti 350“Riformismo è una parola malata” disse Sergio Cofferati nel 2002. Piccato gli rispose subito Piero Fassino allora segretario DS appena eletto grazie a D’Alema. Tanto per ricordare uno dei gradini che i post comunisti hanno sceso via via prima di arrivare in cantina.

Cofferati dirigeva la Cgil e il riformismo vero lo conosceva da vicino, da sempre. Che la parola fosse già malata da tempo era sotto gli occhi di tutti, almeno di quelli che li avevano ben aperti. Oggi, per dire come la malattia sia diventata pandemia, si dicono tutti riformisti, compresi i leader della destra nazionalista e sovranista - la Meloni presiede in Europa l’European Conservatives and Reformists Party, per l’appunto - e il Berlusconi d’antan che li precedette. Anche lorsignori, padroni della finanza e dell’industria, i loro giornali, i loro maître à penser, ovviamente si fregiano delle stigmate del riformismo la cui cifra è facilmente riconoscibile: dagli ai lavoratori e ai ceti popolari.

Nel Novecento, com’è noto, il riformismo contraddistinse una tendenza del socialismo italiano ed europeo contrapposto prima alla tendenza massimalista e poi a quella rivoluzionaria comunista. In occasione del centenario della fondazione del Pci si è tornati a ragionare del riformismo comunista che fu cosa assai diversa da quello socialdemocratico in Italia particolarmente debole, incarnato dal Psdi di Saragat e anche, in parte, da quello praticato dal Psi nei governi di centro-sinistra anni ’60 e ’70. Sta di fatto che nel movimento operaio la parola riformismo, era sì associata a un certo metodo politico, ma per raggiungere comunque fini di progresso per le classi lavoratrici. Fini comuni a comunisti e socialisti, ebbe ad osservare un accorato Turati, nel 1921 all’atto della scissione di Livorno, ma da raggiungersi per strade diverse. Fu molti decenni dopo che con il segretario del Psi Craxi il riformismo divenne una sorta di clava ideologica agitata contro il Pci. Da qui in poi la parola assunse, in rapporto ai provvedimenti adottati contro i lavoratori e i ceti popolari nel clima del neoliberismo rampante e della sostanziale subalternità ad esso della sinistra post comunista, un significato sinistro, controriformatore e antiprogressista.

All’atto della fondazione del “partito nuovo” Togliatti fece compiutamente i conti con il riformismo socialista. E li fece proprio a Reggio Emilia che ne era stata la culla. Del resto, quando si adotta la democrazia come strada per il conseguimento di una trasformazione socialista è evidente che si scende sul terreno del riformismo. Ma come ci doveva scendere una forza, qual era il Pci, che per marcare le sue finalità di radicale rinnovamento politico, economico e di classi dirigenti continuava a definirsi rivoluzionaria? Togliatti lo spiegò pianamente nel suo discorso al teatro Municipale di Reggio il 24 settembre 1946. Esaltò la funzione del socialismo riformista e dei suoi epigoni, Prampolini, Massarenti, Marabini, che avevano contribuito potentemente a risvegliare le plebi della campagna dando loro un’organizzazione, una coscienza e una speranza di redenzione nel socialismo (il sol dell’avvenire). “I nomi di questi uomini – disse - noi, comunisti, li onoriamo e veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni”. In pari tempo criticò i limiti corporativi di quell’opera: “Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione della prospettiva e dell’interesse generale del movimento. (…) Un altro errore comune a quasi tutti i capi riformisti e che veramente fu fatale per la sorte delle classi lavoratrici emiliane fu la errata impostazione del problema contadino. E qui ritorno al mio punto di partenza, delle relazioni tra i salariati e il ceto medio. Il riformismo – e tutto il socialismo ufficiale, del resto, tanto nelle sue correnti di destra quanto in quelle di sinistra – non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. (…) La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi della campagna e della città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo”.

Togliatti, in sostanza, nel momento in cui ancorava l’azione del Pci al solido terreno della “democrazia progressiva” e lo rifondava come “partito nuovo” e di massa, sussumeva il riformismo socialista dentro un quadro riformatore forte (riforme di struttura e alleanze sociali con i gruppi intermedi), dandogli uno spessore nuovo, meno corporativo e più organico agli interessi generali del movimento operaio e della Nazione.

Vi è un altro aspetto del riformismo che è stato quasi dimenticato: il riformismo delle classi dirigenti borghesi. Non fu del tutto assente. Si pensi al riformismo giolittiano dei primi anni del novecento di cui Togliatti nel 1950 (“Discorso su Giolitti”) parlò bene evidenziandone, al tempo stesso, i limiti oltre i quali non andò. Un riformismo che si ripresentò agli albori degli anni ’60 con la formazione del centro-sinistra a partecipazione socialista. Molti allora, anche nel Pci, ebbero paura di quel riformismo che – dicevano – sull’onda del boom economico e della trasformazione dell’Italia da paese agricolo-industriale a industriale-agricolo, poteva risolvere le contraddizioni storiche del paese (mezzogiorno, bassi salari, rendita agraria e urbana ecc.) tagliando l’erba sotto i piedi ai comunisti e integrando la classe operaia nei meccanismi capitalistici. Togliatti fu quanto meno scettico su queste capacità. Tagliò corto con i dubbiosi, definì il centro-sinistra un “terreno più avanzato di scontro” e sfidò la Dc, il Psi e i loro alleati Psdi e Pri a fare le riforme – quelle annunciate non erano di poco conto - senza l’apporto della forza comunista. In poco più di due anni la spinta riformatrice del centro-sinistra si attenuò parecchio all’ombra del doroteismo democristiano. Nel suo ultimo editoriale su “Rinascita” l’11 luglio 1964, “Capitalismo e riforme di struttura”, tornò sulla questione del “riformismo borghese”. "Le riforme di struttura – scrisse -, come via per lo sviluppo della democrazia e per aprire la strada alla costruzione di una società nuova, furono e sono parte integrante delle rivendicazioni programmatiche del grande movimento unitario della Resistenza. Il momento originale di questa costruzione politica sta nell’unità tra un programma di rinnovamento economico e sociale e l’affermazione dei principi della democrazia come base incrollabile dello Stato repubblicano. Vi fu, invece, la rottura di quell’unità. Sono quindi presenti vastissime zone di sovraprofitto e di rendita, alla cui difesa attende efficacemente la politica economica governativa. Su una struttura di questo genere è stato sempre assai difficile innestare una politica di riformismo borghese. Da questa struttura uscì invece il fascismo”.

Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti della politica italiana. Il panorama politico è del tutto mutato. Non esistono più i partiti della sinistra (Pci, Psi, Psdi ecc.) e anche la Dc di Moro e Fanfani che dibattevano di “Riforme e riformismo” in senso progressista con pensieri lunghi e alti. Oggi c’è una pletora di politici di scarso livello dominati, per lo più anche se non tutti, dalla preoccupazione all’interesse alla propria carriera che a quello generale del paese. La società è mutata, la rivoluzione tecnologica e digitale è avanzata potente, la classe operaia fordista concentrata in grandi fabbriche è stata scomposta, dispersa e trasformata all’insegna della “rivoluzione conservatrice” neoliberista.

Ma il problema dell’incapacità delle classi dirigenti borghesi ad affrontare i cambiamenti riformatori necessari è rimasto sostanzialmente quello preconizzato da Togliatti. Vedesi, da ultimo, la defenestrazione del governo Conte 2. Ad esso si è aggiunto quello di una sinistra per la quale il “riformismo” è diventato nel corso dell’ultimo trentennio sinonimo di trasformismo e subalternità. La pandemia ha dato una scossa a tutto questo, al mondo della globalizzazione neo liberista, all’Italia e all’Europa riportando in primo piano valori e concreti obiettivi socioeconomici che sembravano sommersi e dimenticati: solidarietà, eguaglianza, bene pubblico e comune, ambiente e sostenibilità come condizione per un diverso sviluppo economico e sociale, ruolo della mano pubblica nel gestire il cambiamento economico. Il Covid 19 ha dato una scossa anche alla sinistra e a forze moderate in Europa (vedi la Cdu-Csu della Merkel e della von der Leyen), ha segnato la sconfitta di un mascalzone fascista come Trump in America. L’unica cosa che a sinistra non si può riesumare nel suo significato originario è la parola “riformista”.

Ormai chi la brandisce nasconde cattive intenzioni: moderate, conservatrici e perfino reazionarie.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Riformismo rivoluzionario

 

Il programma di Sanders è l’unico modo per prosciugare il trumpismo

di Aldo Pirone
bernie sanders 370 minIeri Alessandro Portelli riportava su “Il manifesto” quanto si appresta a proporre Bernie Sanders con un decreto – lo ha scritto lui stesso sul Guardian - appena diverrà Presidente della Commissione Bilancio al Senato americano: «dobbiamo assicurare a tutti gli americani i mezzi necessari per vivere dignitosamente, portare il salario minimo a 15 dollari, espandere il sostegno ai disoccupati, prevenire gli sfratti, la perdita della casa, la fame … dobbiamo garantire le cure sanitarie per tutti… dobbiamo fare in modo che asili e scuole materne siano accessibili per tutte le famiglie… E dobbiamo mettere fine alla vergogna nazionale per cui gli Stati Uniti sono l’unico paese importante sulla Terra che non concede ai lavoratori permessi pagati per motivi di salute o di famiglia […] Tutto questo non basta. Ci vuole un altro provvedimento d’urgenza che affronti il livello grottesco di disuguaglianza di ricchezza e di reddito e crei un paese che serve a tutti e non solo a pochi. Non dobbiamo più negare agli americani i diritti economici di base che sono riconosciuti in quasi ogni altro paese importante…”. Inoltre, aggiunge Sanders, fare giustizia sociale “Significa creare milioni di lavori ben pagati per ricostruire le nostre infrastrutture deteriorate e costruire abitazioni a costi accessibili, modernizzare le scuole, combattere il cambiamento climatico e investire in energia efficiente e rinnovabile. Significa rendere gratuite le scuole pubbliche – i college, le università, le scuole professionali, le università storicamente afroamericane – e affrontare decisamente la vergognosa questione del debito studentesco per le famiglie dei lavoratori. E significa che gli americani più ricchi e le aziende più redditizie dovranno pagare la loro giusta quota di tasse».

Il programma riformista-rivoluzionario di Sanders è l’unico modo per prosciugare il trumpismo, deprivandolo del consenso di almeno una parte delle fasce popolari e operaie.

In Italia la maggioranza di governo dovrebbe adottarlo – con i necessari adattamenti ovviamente - per il “patto di fine legislatura” e anche come aglio per tenere a distanza i vampiri del renzismo, della destra e di lorsignori.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Un riformismo per l’alternativa

Libro di Osvaldo Sanguignidi Ivano Di Cerbo - Un'analisi dell'eclissi del berlusconismo favorita del default economico globale e delle possibili vie d'uscita dalla crisi.

Osvaldo Sanguigni, che i lettori del il manifesto ricordano come esperto politico dei paesi del blocco dell'Est, prima e dopo il crollo del muro di Berlino, con il suo ultimo libro Nel decennio lungo (edizione Slavia,pp.177) si presenta nella veste di attento osservatore di quanto accade nel nostro paese,in particolare, di quanto è accaduto tra il 2001-2013, il "decennio lungo" che ha visto Silvio Berlusconi al timone di "una nave senza rotta", impegnata ad "attraversare un immenso oceano sconvolto dai cataclismi economici e sociali che hanno investito il mondo, e, quindi, l'Europa e l'Italia".
Nella sua analisi, Sanguigni assume la crisi economico-finanziaria globale iniziata negli Usa nel 2008 come uno dei fattori determinanti le difficoltà del nostro paese. Tesi fondamentale del libro è che il capitalismo ha perduto in maniera "definitiva" la capacità di svilupparsi armonicamente ed è entrato in uno stato di permanente instabilità, imponendo così all'umanità insopportabili sacrifici. Di fronte a questa situazione, anche le principali forze di opposizione, nel corso del "lungo decennio" hanno mostrato di essere prive di progettualità, di un'idea alternativa al sistema attuale. Il partito democratico già quando era all'opposizione ha dato l'impressione "di voler cancellare del tutto dal suo cuore e dalla mente dei propri iscritti ed elettori ogni pensiero di alternativa". Ora che è al governo adotta una politica in netta continuità con il passato, in particolare con il berlusconismo, essenzialmente redistributiva.
Ripercorrendo il "decennio lungo, l'autore evidenzia tre grandi emergenze dell'Italia: un'emergenza economica e sociale legata al declino e all'incapacità dei governi, compreso quello di Renzi, di risolvere la crisi economica; un'emergenza democratica connessa ai tentativi autoritari di Berlusconi ma non solo; un'emergenza politica aggravata dalla comparsa dell'antipolitica e dalla questione morale. Queste tre emergenze hanno costituito insieme il fertile terreno per la nascita di forti movimenti di protesta e di lotta, che hanno dato vita nel 2011 a quella che l'autore definisce "rivoluzione dolce", le cui aspirazioni di rinnovamento radicale sono state tradite dai governi di larghe intese.
Nella postfazione, l'autore affronta temi che dovrebbero essere oggetto di un grande dibattito nella sinistra, anche di fronte a un nuovo PD che sembra allontanarsi da essa. Temi quelli del declino, del superamento delle disuguaglianze, dell'ampliamento della democrazia, della riforma della politica, del conseguimento della piena occupazione e della crescita economica legata a un diverso modello di sviluppo e a una diversa composizione dei consumi. In particolare, si domanda se compito della sinistra sia quello di battersi per il superamento del capitalismo oppure per il suo perfezionamento. A suo giudizio, oggi non esistono le condizioni oggettive per il superamento del capitalismo, poiché "lo stesso incrudimento della lotta di classe che qua e là si manifesta nel mondo, ancora non fa emergere forze sociali e politiche in grado di interpretare giustamente la nuova situazione del capitalismo e di porre come attuale la questione del suo superamento". Per questo egli propone come possibile programma minimo riformista, capace di aiutare il movimento di ricerca dell'alternativa quanto scritto da Rossana Rossanda su il manifesto del 13 dicembre 2011: " colpire la finanza con tassazione forte, colpire gli alti patrimoni, reintrodurre il controllo dei capitali in direzione opposta alla formula tedesca, ridare fiato agli organismi comunitari, ricondurre la Bce a quelli che dovrebbero essere i suoi fini" L'autore, infine, sembra non scartare per il nostro paese l'ipotesi di una società in cui elementi di socialismo si fondano in modo originale con elementi di capitalismo.
Il libro può essere acquistato sul sito www.unoetre.it, pagando con Pay Pal.

La recensione è stata pubblicata anche su Il Manifesto

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