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La Rivoluzione francese e le donne

 OlimpeDeGouges 350 mindi Fiorenza Taricone - La Rivoluzione francese, le donne, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges

A luglio la Francia, ma anche tutta l’Europa moderna festeggerà la rivoluzione che ha abbattuto il potere assoluto della monarchia, ma che ha segnato anche una fase di rottura irreversibile nella schiavitù femminile.
Nel 1789 Luigi XVI si rassegna ad accettare la convocazione degli Stati Generali che non si riunivano dal 1614, secolo segnato dalla sovranità assoluta di Luigi XIV, Re Sole. I tre ordini dell’Ancien Règime, Nobiltà, Clero, Terzo Stato, tengono assemblee separate. Nel corso delle riunioni vengono eletti i deputati e redatti i cahiers de dolèances, una sorta di elenco di richieste da soddisfare. Per quanto riguarda le donne, come sempre non vengono interpellate. Le appartenenti alla nobiltà hanno diritto di rappresentanza, cioè di delega del proprio voto, in base al titolo di proprietario di un feudo, sancito dall’articolo XX del regolamento regio del gennaio 1789 che stabilisce le modalità di rappresentanza agli Stati Generali.

“Le donne che hanno proprietà, le ragazze e le vedove così come le minori che godono di nobiltà, purché in possesso di feudi potranno farsi rappresentare da procuratori presso l’ordine della nobiltà”. Per tutte le altre donne, nulla era previsto, e il voto per ordini avrebbe visto prevalere come sempre i due ordini della nobiltà e del clero contro quello più numeroso e produttivo. Ma gli avvenimenti presero un’altra piega: Luigi XVI, sotto la spinta delle proteste, concesse al Terzo Stato di avere tanti deputati quanto gli altri due messi insieme. Forse tutto ciò non fu estraneo alla decisione di alcune donne borghesi, escluse una seconda volta anche dopo la concessione del sovrano, di far sentire lo stesso la loro opinione. I Cahiers de dolèances femminili non sono moltissimi, e per lo più provengono dalle comunità religiose o da quelle di commercianti, comunque da gruppi ristretti e in difesa di precisi interessi. La Petizione delle donne del Terzo Stato, anonima, che segue, si colloca ad un livello più alto. I diritti che compaiono sono il diritto al lavoro e quello all’istruzione.

Petizione delle donne del Terzo Stato al Re
1 gennaio 1789
Sire, in un tempo in cui i differenti Ordini dello Stato si occupano dei loro interessi, in cui ognuno cerca di far valere i propri diritti e i propri titoli, in cui gli uni si agitano per evocare i secoli della schiavitù e dell’anarchia, in cui gli altri cercano di scrollarsi di dosso le ultime catene che li legano ancora ad un imperioso resto di feudalesimo, le donne, oggetto costante dell’ammirazione e del disprezzo degli uomini, le donne, in questa comune agitazione non potrebbero anch’esse far sentire la propria voce?
Escluse dall’Assemblee Nazionali da leggi troppo ben cementate per sperare di poterle scalfire, esse non chiedono, Sire, il permesso di inviare i propri deputati agli Stati Generali; sanno fin troppo bene quanta parte avrebbe il favoritismo nell’elezione, e quanto sarebbe facile agli eletti condizionare la libertà dei suffragi. Preferiamo, Sire, deporre la nostra causa ai vostri piedi; rivolgiamo le nostre lagnanze al vostro cuore, e al vostro cuore affidiamo le nostre miserie, poichè è solo da esso che vogliamo soddisfazione. Le donne del Terzo Stato nascono quasi tutte senza fortuna; la loro educazione è scarsamente curata, quando non completamente sbagliata; si risolve nel mandarle a scuola, da un Maestro che per primo non sa una parola della lingua che insegna, che frequenteranno finchè non sapranno leggere l'Officio della Messa in francese e i Vespri in latino. Soddisfatti i primi doveri della Religione, s’insegna loro un mestiere; giunte ai 15 o 16 anni, arrivano a guadagnare al massimo 5 o 6 soldi al giorno. Se la natura ha rifiutato loro la bellezza, si sposano senza dote, con poveri artigiani; vegetano stentatamente in province sperdute e danno la vita a bambini che esse stesse non sono in grado di allevare. Se invece nascono graziose, senza cultura, senza principi morali, cadono in balia del primo seduttore, commettono un primolassemblea nazionale costituente francese seconda repubblica maggio 1848 lannuncio di un regno e repubblica indivisibile dai rappresentanti del popolo raffigurazione del primo incontro del breve governo repubb 1 errore e per nascondere la vergogna vengono a Parigi, dove finiscono per perdersi completamente e morire vittime del libertinaggio. Oggi che le difficoltà di sussistenza costringono migliaia di loro a mettersi all’asta, che gli uomini trovano più comodo comprarle per un certo tempo piuttosto che conquistarle per sempre, quelle che si sentono portate alla virtù da una felice inclinazione, che sono divorate dal desiderio di istruirsi, che si sentono spinte da un gusto naturale, che hanno superato i difetti dell'educazione ricevuta e sanno un po’ di tutto, senza aver appreso nulla, quelle infine che un animo eletto, un cuore nobile, una fierezza di sentimento fanno chiamare bigotte, sono costrette a rinchiudersi nei monasteri, in cui si esige solo una modesta dote, o a mettersi a servizio.
Se la vecchiaia invece le sorprende nubili, la trascorreranno fra le lacrime, oggetto di disprezzo dei parenti più prossimi. Per ovviare a tanti mali, Sire, noi chiediamo: che gli uomini, in nessun caso possano esercitare mestieri che sono appannaggio delle donne, ossia quelli di sarta, ricamatrice, negoziante di moda, che ci lascino almeno l’ago e il fuso, e noi ci impegneremo a non prendere in mano il compasso e la squadra. Chiediamo di venire illuminate, di avere occupazioni, non per usurpare l’autorità degli uomini, ma per esserne maggiormente stimate, per avere mezzi di sussistenza al riparo dagli infortuni, perchè l'indigenza non costringa le più deboli di noi, abbagliate dal lusso e sviate dall'esempio, ad unirsi a quella folla di disgraziate che popolano le strade e la cui viziosa audacia costituisce l’obbrobrio del nostro sesso e degli uomini che le frequentano. Vorremmo che questa categoria di donne portasse un distintivo. Non dovrebbero mai togliersi il distintivo, pena l’obbligo di lavorare in pubblici laboratori, a vantaggio dei poveri. Vi supplichiamo Sire di istituire scuole gratuite in cui poter appendere i principi della nostra lingua, la religione e la morale. Noi chiediamo di liberarci dell’ignoranza, per dare ai nostri figli un'educazione sana e ragionevole, per farne Sudditi degni di servirvi. Li educheremo ad amare il bel nome di Francese, trasmetteremo l’amore che abbiamo per la Vostra maestà; noi infatti preferiamo lasciare agli uomini il valore, il genio, ma sempre contenderemo loro il pericoloso e prezioso dono della sensibilità.

 

La rivoluzionaria Olympe
Se le borghesi fanno sentire per la prima volta in modo compatto la loro voce, Olympe de Gouges stende una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in parte simile a quella ben più famosa di quella maschile. Fin dal lontano 1992 quando con Mimma De Leo scrivemmo il primo libro di testo per le scuole superiori dal titolo Le donne in Italia. Diritti civili e politici, ci auguravamo che il testo fosse inserito nei libri di storia di tutte le scuole, insieme a quella maschile, ma nulla da allora è cambiato.

Olympe de Gouges, il cui vero nome era Marie Gouze, si ritiene fosse nata a Montauban nel 1775. Non ebbe alcuna educazione, ma sembra fosse figlia illegittima di un nobile non privo di ambizioni letterarie e che da lui avesse ereditato le indubbie capacità di scrittrice. Lasciò presto la cittadina dove era nata per restare nella capitale, dove si mantenne anche con il “lavoro di penna”, scandaloso per i tempi. Scrisse anche pièces teatrali e testi sull’inferiorità femminile, equiparando con notevole anticipo sui tempi la schiavitù delle donne a quella dei neri. Fondatrice allo scoppio della Rivoluzione della Società fraterna d’ambo i sessi; appoggiò la marcia su Versailles, l’assalto alle Tuileries e nel settembre successivo dopo l’imprigionamento del re e della regina si offrì di assumerne la difesa. Nel frattempo rivolgeva affermazioni piuttosto pesanti contro Robespierre e i montagnardi. In uno dei suoi ultimi scritti politici invitò i cittadini a indire un referendum tra repubblica unitaria e monarchia costituzionale. Arrestata nel luglio 1793, affermò di essere incinta per avere salva la vita, ma prolungò solamente la sua prigionia. Venne ghigliottinata il 3 novembre 1793.

 

La Dichiarazione è costituita da 17 articoli, tanti quanti ne ha la parallela Dichiarazione al maschile: alcuni di questi articoli, una minoranza, o riproducono integralmente i corrispettivi dell’89, salvo aggiungere la parola «donna» o sostituirla alla parola «uomo» (dal I al III; IX; XII, XV). Olympe de Gouges riscrive, invece, completamente gli altri articoli della Dichiarazione dei diritti della donna da far decretare all'Assemblea Nazionale nelle sue ultime sedute o in quella della prossima legislatura. Fondante l’art. IV, che esplicita con una denuncia politica che la libertà non è affatto uguale per tutti gli individui, essendo quella delle donne invasa e ostacolata dalla tirannia dell’uomo. Altrettanto importante, il VI chiede che tutte le cittadine abbiano pari accesso a tutte le cariche, posti e impieghi pubblici «secondo le loro capacità, e senz’altre distinzioni che quelle dei loro meriti e dei loro talenti». L’art. X è il più famoso: interamente riformulato rispetto al corrispondente dell’89, sostiene la libertà di opinione per tutti tanto più per la donna che «avendo il diritto di salire il patibolo» parimenti ha quello «di salire alla tribuna». Ai diritti politici e alla libertà di opinione è associata la libertà di concepire figli anche fuori del matrimonio: le ragazze madri, nubili o vedove, non devono più dissimulare la loro «colpa» e possono legalmente effettuare la ricerca della paternità (art. XI). L'ultimo articolo, il XVII, introduce un concetto di comunione dei beni nel rapporto matrimoniale, che Olympe riprenderà nella postfazione, in particolare nella proposta di un Nuovo Contratto Sociale. Questo prevede la comunione dei beni da dividersi in parti uguali in caso di separazione, il riconoscimento dei figli naturali, il divorzio.

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara; in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.

ARTICOLO I
La Donna nasce libera e resta eguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.DichiarazioneDirittiDonne 350 min

ARTICOLO II
Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

ARTICOLO III
II principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

ARTICOLO IV
La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

ARTICOLO V
Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.

ARTICOLO VI
La legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; essa deve essere la stessa per tutti: tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili a ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. .

ARTICOLO VII
Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

ARTICOLO VIII
La Legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.

ARTICOLO IX
Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.

ARTICOLO X
Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

ARTICOLO XI
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poichè questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

ARTICOLO XII
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di quelle alle quali è affidata.

ARTICOLO XIII
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell’industria.

ARTICOLO XIV
Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti; la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse a una uguale divisione, non solo nei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell'imposta.

ARTICOLO XV La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.

ARTICOLO XVI Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, nè la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

ARTICOLO XVII
Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, e a condizione di una giusta e preliminare indennità.

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Che resta oggi della Rivoluzione Francese?

rivoluzione francesedi Daniela Mastracci - 14 luglio 1789 - 14 luglio 2017. Correva l'anno di Liberté, Egalitè, Fraternitè ...
Quando spiego la Rivoluzione Francese faccio sempre un passaggio sul titolo della “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino”, sottolineando che c'è l'Uomo e non, che so, il Francese, e c'è il Cittadino e non , di nuovo, il cittadino francese. E questo mi sembra essere il punto saliente per parlare dell'ampliamento di prospettiva, che la dichiarazione porta con sé, rispetto allo Stato Nazione, rispetto a diritti concepiti all'interno dei suoi angusti confini.


Non pretendo, quando lo racconto ai miei ragazzi, di essere super scientifica, no. Io lo dico con passione umana, a parte la scientificità (semmai fosse possibile) della mia spiegazione. Lo dico credendoci. Perché a me interessa che il messaggio della "fu" Rivoluzione Francese sia vissuto dai ragazzi come un momento in cui la storia nazionale si apre al mondo intero. E mi assumo la responsabilità delle contraddizioni implicite in tale lettura: come ad esempio la schiavitù delle colonie francesi, oppure di quelle inglesi. Ma arrischio le contraddizioni confidando, in verità, che la ragione e il cuore dei ragazzi si apra alla stessa presa di coscienza di una umanità intera, che travalichi gli abitanti di una sola Nazione, e che possa fare delle stesse contraddizioni proprio il momento di frizione che porti alla lotta affinché quella umanità intera sia il loro obiettivo, la loro visione, il loro approccio al mondo: la consapevolezza delle contraddizioni come punto di partenza onde rafforzare l'universalismo del messaggio rivoluzionario di libertà, uguaglianza,fratellanza. E ciò si può studiare anche in seno all'espansione a ovest dei neonati (al tempo della rivoluzione francese, ovviamente) Stati uniti d'America: una corsa che ha significato l'eccidio dei Nativi americani, nonché, anche in quel paese che narrava già di se stesso la democrazia, la schiavitù di Africani condotti là in catene, venduti e acquistati per lavorare nelle loro fiorenti piantagioni.
Sottolineiamo insieme, io e miei studenti, i lati universali di queste contraddizioni, ne vediamo lo sviluppo nel tempo, l'ampliarsi della sfera dei diritti a diritti mondiali, fino ad arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.


Ma ad un certo punto le contraddizioni vengono di nuovo al pettine, in verità mai davvero sciolte nei due secoli e rotti che ci separano dalla Rivoluzione Francese, o dalla Dichiarazione di Indipendenza Americana.
Ecco, il lato universale non pare aver davvero vinto la partita. Oggi dobbiamo cambiare prospettiva e svelare il lato nascosto del presunto sviluppo e ampliamento dei diritti umani. Oggi dobbiamo saper riconoscere che dietro la marcia trionfale dei diritti c'è in verità la mondializzazione del potere economico, piuttosto che politico, che fa del liberalismo dei diritti solo una schermata di superficie, al di sotto della quale troviamo l'esatto contrario dei diritti stessi: troviamo sfruttamento, lavoro poverissimo, nuove schiavitù, bambini, donne e uomini usati e abusati, fatti essere pedine di giochi di guerra e di potere. Troviamo che di diritti ci si riempie la bocca ma poi, proprio quella Francia che l'Occidente vanta come terra di libertà e uguaglianza, sia stata colonizzatrice e tremenda sfruttatrice, la Francia, come la gran parte del cosiddetto mondo libero occidentale. E che adesso chiude i porti, mai aperti in verità, ai migranti detti economici: un distinguo che evidenzia la spregiudicatezza e arroganza di Stati che hanno ridotto alla fame interi popoli e che però non sono disposti ad accoglierli, adesso che migrano in condizioni di totale miseria. Oggi che assistiamo all’innalzamento di muri ovunque, di frontiere invalicabili e presidiate da militari pronti ad usare le armi.


Oggi che l’Europa, terra madre dei diritti, terra che vanta la sua civiltà come più avanzata, è governata da chi induce a stringere la cinghia ai lavoratori, ai pensionati, a tutti coloro che stanno soffrendo l’austerità, ma che dall’altra parte protegge capitali e accumulazioni di ricchezza che ampliano una forbice indegna tra mondo ricco e mondo povero. Insomma dentro queste lacerazioni odierne cosa ci dice oggi il 14 luglio 1789? A mio giudizio ci dice che dobbiamo leggere attraverso, sempre. Dobbiamo cogliere le contraddizioni oggi, senza credere che fatta la rivoluzione allora, noi siamo protetti e immunizzati da modi oltraggiosi rispetto ai diritti, e che non è poi così vero che il lato universale delle contraddizioni di due secoli fa si sia andato sciogliendo realizzandosi, e portandoci fuori da barbarie, razzismo, nazionalismo, xenofobia. Dovremmo saperci dire che sta ancora a noi operare in questa direzione, perché essa non si è compiuta affatto. E dovremmo uscire fuori da narrazioni che, al contrario, vorrebbero farci credere che la storia è finita, perché si è compiuta la sua grande conquista della libertà. Dovremmo prendere coscienza che la lotta sta a noi, oggi. E non soltanto per i diritti civili, ma anche, e direi soprattutto, per i diritti sociali: anche perché l'ampliamento fittizio di quelli civili ha nascosto una vera e propria inversione di tendenza rispetto a quelli sociali; il liberalismo e il neoliberismo hanno fermato la spinta propulsiva delle conquiste sociali, per poi riprendere terreno ed eroderle, viste come freni verso cui liberalismo-liberismo sentivano e sentono una feroce insofferenza. Allora se le date devono significare qualcosa, che significhino questo: consapevolezza che la lotta non finisce mai, che mai dobbiamo considerarci al sicuro. Forse anche la consapevolezza che lottare sta intanto nel Resistere al "nuovo che avanza", a domandarsi cosa mai voglia dire ed essere quel "nuovo", difendere le conquiste, esigerne ancora di ulteriori, anziché accomodarci su uno stile di vita che vorrebbe già tutto compiuto per sempre. Distrarsi? qualche volta, non sempre. Resistere? Sempre

 
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La Borghesia

rivoluzionefrancese 350-260di Ivano Alteri - La Borghesia ci ha fatto pentire di aver partecipato con essa alla Rivoluzione, in quel lontano '89. Noi pensavamo che fosse anche Nostra, invece era soltanto Sua. Essa ne ha tratto giovamento, con gran libertà ed ampio guadagno. Per quel che riguarda il nostro, invece, abbiamo continuato a lavorare molto, a vivere di molto poco, e sostituito un tiranno con un altro tiranno.

Parlavamo, insieme, di Libertà; ma Essa pensava soltanto alla sua. Parlavamo, insieme, di Uguaglianza; ma Essa coltivava la presunzione della sua superiorità. Parlavamo, insieme, di Fratellanza; ma Essa la disprezzava. Diceva di voler liberare gli uomini dalla schiavitù, ma poi l'incatenava alla "nuova schiavitù del lavoro salariato". Faceva credere che fossimo tutti uguali di fronte alla legge, ma poi bandiva leggi per sé e contro di noi. Predicava la fratellanza quand'era anch'essa schiacciata, ma poi creava un mondo dove sbattere e schiacciare noi. Abbiamo così dovuto imparare che la Borghesia è ipocrita e traditrice.

La Sua rivoluzione non si sarebbe mai compiuta, se non ci fossimo stati noi; eppure, per quell'ipocrisia che le è congenita, non lo ammetterà mai. Ma siamo noi il motore della storia; Essa è soltanto una cavezza impazzita, incapace di guida, fuori dal suo stesso controllo. Noi siamo l'esito della solida e lenta sedimentazione del tempo ancestrale; Essa è il misero frutto contingente di un complesso d'inferiorità, verso quella nobiltà che invidiava e continua ad invidiare. Noi combattevamo contro l'Avidità, l'Arroganza, la Presunzione e l'Arbitrio, di quella sedicente nobiltà; Essa combatteva soltanto quella, per prenderne il posto.

È questa la Sua Rivoluzione? Cos'ha di differente il suo nuovo regime, da quello Ancien che abbiamo abbattuto insieme? Cos'ha di più sopportabile del vecchio? Cosa hanno di differente i suoi epigoni, dai parassiti che ci vessavano ieri? Dov'è la giustizia? Dov'è il progresso? Dov'è la libertà? Dov'è il diritto? Dov'è la ragione? Dove, l'amore per l'uomo e la vita? Non ve n'è traccia alcuna. Quella Sua rivoluzione, è la storia che l'ha scritto, non era ancora la Nostra rivoluzione, e presto anch'Essa ne avrà contezza piena.

Il Novecento ha dimostrato che sappiamo da noi dare concretezza a quei diritti che Essa ha solo predicato e tradito; da noi, conquistare dignità e buona vita per tutti; da noi, concepire e infondere un alto senso del bene comune; da noi, procedere senza e nonostante Essa. Non si precipiti, perciò, ad annunciare che la storia sia già finita. Il finale abbiamo intenzione di scriverlo noi.

Frosinone 1 novembre 2014

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