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Nun c’è trippa pe’ gatti

Candidati per la Capitale

Dare avvio a un ragguppamento civico e di sinistra che ricomponga le disperse forze progressiste romane

CarloCalenda 380 mindi Aldo Pirone
Ieri sera da Fazio, Carlo Calenda ha ufficializzato la sua candidatura a sindaco di Roma. La notizia non pare aver provocato particolare giubilo nelle periferie romane; a scanso di equivoci e di malcelate speranze i boati che si sono sentiti uscire dalle case di Torbellamonaca, in contemporanea con l’annuncio calendiano, erano per la Roma calcio che stava stracciando il Benevento.

A spiegare l’antipatia per Calenda nella dirigenza del Pd, è stato Andrea Romano, il quale, per la verità, ha praticato le trasmigrazioni politiche trasformistiche almeno quanto il Calenda stesso. Perciò è preparato sulla materia. Entrambi fecero parte di “Scelta civica”, la lista di Mario Monti, durata lo spazio di un mattino. A proposito della candidatura alla sindacatura dell’ex sodale, il Romano dice: “Ma pretende la benedizione del Pd come diritto divino. Carlo si è iscritto al Pd un minuto dopo la sconfitta del 2018, dopo aver fatto campagna per la Bonino; poi si è fatto eleggere a Bruxelles, con voti che è difficile considerare una sua proprietà personale visto che per lui hanno fatto campagna militanti del Pd; poi se n'è andato, con una scelta criticabile ma legittima. Ma ha cominciato subito a cannoneggiare questa comunità definendola indegna e immorale in un crescendo di contumelie (stile Di Battista) funzionale solo al lancio del suo partito”.

Prendere sul serio le posizioni politiche di Calenda è assai difficile. Tranne quella in cui confessò di aver sbagliato tutto quando inneggiva al neoliberismo. Ma è rimasta solo una “boutade”. Una cosa è certa: con la sinistra lui non c’entra niente.

Ma il punto non è questo. Il punto è il fastidioso imbarazzo con cui il Pd cerca di svicolare dalla candidatura del girovago pieno di se stesso. Basterebbe dirgli, alla romana, che “nun c’è trippa pe’ gatti”. Ciò troncherebbe ogni tentativo di farsi trascinare nel toto nomine e nei défilé di candidati che non hanno orrore di se stessi. I dirigenti del Pd dovrebbero impostare ben altro percorso. Tanto più che l’auto ricandidatura della Raggi, con il dissenso diffuso nei “grillini” romani e di buona parte di quelli nazionali, offre, a questo riguardo, un terreno d'iniziativa assai largo. Il presupposto è che si parta dai programmi, dal toto idee invece che dal toto nomi, da che cosa urge fare per riparare i mali della capitale, rivolgendosi a tutta la città e, in particolare, alle forze civiche e popolari progressiste dell’associazionismo partecipativo, laico e cattolico, e alle forze economiche alternative a quelle tradizionali della speculazione edilizia da cui emanciparsi.

Un programma che avvii un movimento civico e popolare che mentre affronta i problemi emergenziali (rifiuti, trasporti, verde, manutenzione urbana, macchina burocratica comunale) guarda al futuro della digitalizzazione, dell’ambiente, di un’urbanistica alternativa a quella praticata dal vecchio e screditato centrosinistra e a quello praticato dalla Raggi, che metta al primo posto l’interesse collettivo e non quello dei palazzinari. Con la consapevolezza che Roma non si governa solo dal Campidoglio, che non si va in cerca di un taumaturgo che non c’è, ma che occorre promuovere una squadra di persone nuove, dai municipi fino al Consiglio comunale, nelle municipalizzate e nelle società partecipate dal Comune, sorretta da un movimento di rinnovamento pervaso da un idem sentire politico e culturale. A cominciare da un effettivo decentramento amministrativo nel quadro della città metropolitana. Con un paletto preciso: “nun c’è trippa pe’ gatti” non solo per Calenda e personaggi folkloristici similari, ma neanche per i vecchi marpioni del “modello romano”.

Bisogna capire che la battaglia contro la destra romana si fa nelle periferie sociali e urbane per andare avanti, non per tornare indietro. Si fa standoci dentro per eliminarne il degrado con il fare dell’iniziativa politica e sociale e non pensando che l’aver fatto dei lagni autocritici sul “tornare al popolo” possa bastare per ritrovarlo. Dire, come fa Zingaretti, che saranno i romani del Pd o del vecchio centrosinistra capitolino a decidere, magari con lo strumento bolso delle solite primarie a dominanza clientelare, non è segno di rispetto democratico ma di scarico di responsabilità.

Il rinnovamento “rivoluzionario” del Pd promesso da Zingaretti molto tempo fa, quale occasione migliore per sperimentarlo se non quello delle elezioni a Roma? Quale occasione migliore per dare avvio a un ressemblement civico e di sinistra che ricomponga le disperse forze progressiste romane? E quale occasione migliore, infine, per influire e incidere in senso positivo nel disagio “grillino”? Una cosa è certa: per battere la destra di Salvini e Meloni, erede del “generone” romano, dell’andreottismo palazzinaro e assistenzialista, bisogna predisporre le cose perché l’elettorato progressista e quello grillino possano far fronte comune nei modi che saranno possibili. Tutto questo lo può fare da solo il Pd romano del ritrovato segretario Casu di rito renziano?

Ma andiamo!

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Roma 3 ottobre 2020: siamo tutti italiani!

 Italy Must Act 

Il traguardo sociale deve essere l'abrogazione dei decreti "sicurezza".


di Tania Castelli
Evento 3 ottobre 390 minCos'è una data da ricordare, una ricorrenza, se non un modo per rivivere onorando qualcosa o qualcuno? Ma è anche occasione di incontro e confronto, di visione e visibilità.

Ieri 3 ottobre, ricorreva il naufragio che nel 2013 ha tristemente aperto gli occhi di tutti noi sulla tragedia che si sta consumando da anni nel Canale di Sicilia.
Cosa accadde, purtroppo lo sappiamo tutti.
Cosa è stato fatto per evitarlo? Ahinoi anche questo è noto:
- patti scellerati e accordi internazionali che non salvaguardiamo la vita umana bensì gli interessi economici di una Europa sempre più ipocrita e nessuna gestione sistemica ed organica del flusso migratorio;
- decreti nazionali che penalizzano tutti quelli che restano "incastrati" tra burocrazia e regolamenti europei, quanti vorrebbero soltanto raggiungere altri lidi ed altre mete che vanno ben oltre i confini europei e quanti decidono di restare nel nostro paese, lavorano, pagano le tasse, vivono e contribuiscono alla vita del Paese.
Perché se dovessero chiedere la cittadinanza dovrebbero affrontare una odissea che non è neanche detto li porti alla Itaca di un passaporto italiano.
E i loro figli e nipoti non hanno ancora il diritto di essere italiani e quindi essere trattati come tutti gli italiani.

Ieri pomeriggio proprio loro hanno manifestato a Roma in Piazza SS Apostoli, insieme a tanti italiani di nascita e di adozione.
C'erano almeno tre generazioni in quella folla di cittadini che chiedevano con forza qualcosa che dovrebbe avvenire spontaneamente al momento della nascita.
Perché ogni nuova vita è figlia della propria famiglia ma anche del tessuto sociale e del territorio in cui viene al mondo. Perché in essi porterà i suoi frutti, il suo impegno, le sue capacità, le sue idee, la sua validità economica e il suo contributo sociale e culturale.
Questi figli sono i nostri figli.
Queste vite le dobbiamo accogliere, proteggere, sostenere, coltivare perché possano sbocciare liberamente.
Liberamente, però, significa innanzitutto come tutti gli altri!
Questa deve diventare idealmente la piazza di tutti gli italiani che credono e difendono i principi antirazzisti, democratici e umanitari della nostra costituzione che fin dall'art. 3 riconosce pari dignità a tutta la sua popolazione.
La cittadinanza è un diritto che rende possibile l'accesso ad altri inalienabili diritti e doveri che tutti questi italiani vogliono agire ed onorare.

Ieri si è scelto dunque di mostrare coi propri corpi e la propria voce la bellezza di una società possibile, che in realtà già esiste da tempo ma che soltanto la politica non ha ancora voluto vedere.
Siamo tutti italiani, viviamo nello stesso territorio, ad esso contribuiamo tutti, con esso interagiamo e ad esso contribuiamo. Tutti insieme, nel meraviglioso arcobaleno di sfumature culturali costituiamo l'Italia.

Foto 2 striscione giallo

Eppure, nel 2020 alcuni sono ancora meno italiani di altri.StriscioneBlaklivematter 360 min
Così ad esempio i ragazzi che hanno i nonni ed i parenti nel Paese d'origine non possono andarli a trovare e mantenere legami con le proprie origini, non possono viaggiare liberamente, né partecipare alle gite scolastiche ad esempio quando queste avvengono all'estero, non possono partecipare al progetto Erasmus, o partecipare al servizio civile, non possono votare e contribuire pienamente alla vita sociale, politica, amministrativa del loro Paese ...
Questi italiani non hanno modo di vivere come tutti gli altri italiani. E la discriminazione ai danni di questi italiani viene giustamente definita "una ingiustizia sociale che coinvolge milioni di italiani"

Italiani costretti anche a subire il razzismo ormai violento, fomentato ed aizzato da politicanti in cerca di consenso, accolto la persone ignoranti e manipolabili, accecate dalla martellante propaganda.
Una riflessione va fatta su questo particolare: se per decenni qualcuno è stato messo nelle condizioni di diffondere il cancro del razzismo senza opporre resistenza, al punto che ci si scanna convinti di restare impuniti, la responsabilità è nostra. Perché noi abbiamo spalancato loro le porte del Parlamento, delle istituzioni e delle amministrazioni.

Da più parti e da tempo la società civile, quella che vive e rappresenta il Paese reale, chiede a gran voce anche di debellare ogni iniziativa atta ad alzare muri giuridici e culturali verso le nuove componenti della società attuale con le quali, invece bisognerebbe fondersi facilitando semmai l'armonizzazione che storicamente ha migliorato la società grazie all'incontro tra popoli e culture.
Punto cardine di questo importante traguardo sociale deve essere l'abrogazione dei decreti "sicurezza".Iusculture 350 min

Ieri in piazza SS Apostoli non c'era aria di rivendicazione, nessun amaro sapore di fomentazione violenta delle folle.
Ieri c'era una nuova luce ad illuminare un nuovo cammino da intraprendere tutti insieme pacificamente e con ferma determinazione.
Perché la luce è l'insieme di tutti i colori, così come la cultura ed il progresso sono l'insieme di tutte le culture fuse insieme nel contributo di tutti.
È così da sempre.
Fin da quando, un gruppo di nostri comuni antenati, curiosi di esplorare il mondo ha lasciato la regione fertile tra il Tigri e l'Eufrate ed ha dato inizio alla cultura umana nel mondo.

Per questo il movimento Italy Must Act ed il gruppo Sardine Creative sostengono questa lotta di civiltà per la conquista di diritti civili e umani ignorati e negati da troppo tempo.
Siamo tutti italiani!

 

 

Link ai video dell'evento
https://www.facebook.com/113360763378839/posts/378552293526350/
https://www.facebook.com/113360763378839/posts/378547636860149/
Link al lancio dell'evento in programma sabato 10 ottobre
https://facebook.com/events/s/lancio-del-manifesto-blm-roma/1271364609878468/?ti=icl

 

 

 

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Roma. Qual'è il giudizio sulla Raggi?

Il fallimento di Raggi può portare a un disastro politico

virginia raggi 350 min 1di Aldo Pirone - Il cittadino romano normale – quello che misura la politica sulla base delle cose che vede e che verifica sulla sua persona – giudica la giunta Raggi poco meno che un disastro. E non il cittadino che non l’ha votata, circa uno su tre, ma anche buona parte di quelli che o in prima battuta o al ballottaggio le hanno dato il loro consenso. La sindaca, occorre dirlo, fin dal primo momento non ha goduto di buona stampa. C’è stato nei suoi confronti una sorta di accanimento, in particolare, da parte dei grandi giornali nazionali. Per motivi diversi. “Il Messaggero” di Caltagirone e “Il Tempo” degli Angelucci l’hanno sempre avuta in “gran dispitto” in ossequio agli interessi dei loro proprietari.

Nel giornalismo progressista “La Repubblica” l’ha subito assalita, considerandola un’incompetente grillina usurpatrice, che rendeva il quotidiano di Largo Fochetti vedovo della sinistra imborghesita e salottiera, colta e moderna, emancipatasi dalle borgate e accasatasi ai Parioli. Idem, su per giù, per il moderato “Corriere della sera”. Da costoro non le è stato risparmiato nulla del molto che veniva sottaciuto e perdonato alle precedenti amministrazioni “progressiste”. Pure “spelacchio”, lo spoglio albero di Natale a piazza Venezia, le fu addebitato come emblema di malgoverno. Idem dalla destra, dai sostenitori dell’invereconda giunta Alemanno.

Nessun miglioramento, delusione cocente

Ma il “jacque bonhomme” romano, e romanesco nello spirito, più che a questi mostri sacri della stampa guarda ai fatti. E i fatti sono stati impietosi con Virginia. Nessuno, fra i cittadini non impazienti, pensava che dopo anni di disastri la sindaca avesse la bacchetta magica per risolvere d’emblée gli incancreniti problemi sociali, urbanistici e morali dell’urbe sprofondata in “mafia capitale” e ridiventata “capitale corrotta” di una “Nazione infetta”. Ma speravano, almeno, in qualche percepibile miglioramento. Invece, la delusione è stata cocente e il rigetto oggi è assai diffuso.

La giustificazione di Virginia: Roma era già un disastro

Roma Virginia RaggiI problemi con cui ogni giorno il povero diavolo del cittadino di Roma ha a che fare, sono almeno cinque: rifiuti, trasporti, viabilità, verde, macchina comunale. E’ possibile dire che su tutti questi veri e propri fronti di guerra ci sia stato un miglioramento? No, non è possibile. Non è qui il caso di infierire descrivendo il peggioramento delle cose negli ambiti citati anche perché esso è conosciuto e denunciato, con qualche enfatizzazione di troppo, ogni giorno sulle cronache cittadine.
Del resto i pentastellati capitolini, con Virginia in testa, non del tutto inconsapevoli della loro parabola declinante, si sono difesi invocando la pesante eredità delle giunte precedenti. Ancora pochi giorni fa Raggi ricordava: “I debiti che abbiamo trovato, le strade non asfaltate, le opere incompiute, gli autobus più vecchi d’Europa per i trasporti pubblici sono soltanto l’effetto di quel sistema corrotto. Tutto ha un costo. E lo stiamo pagando noi cittadini”. Una giustificazione che se agli inizi aveva un senso, col passare degli anni è diventata una musica stridente e stonata. Dimenticano, inoltre, che questa pesante eredità loro l’avevano sottovalutata un bel po’, promettendone lo smaltimento più o meno rapido una volta al governo capitolino. Il lockdown da coronavirus ha come sospeso tutte le magagne cittadine, ma esse tornano già a evidenziarsi con la ripresa della circolazione umana.

Poche azioni positive, e non bastano

Naturalmente il governo capitolino pentastellato e la sindaca hanno fatto anche cose buone, ma l’anno venturo i romani andranno alle urne con l’animo di dare un giudizio complessivo. Un giudizio già consolidato che difficilmente in 12 mesi potrà rovesciarsi, a meno di un qualche miracolo. Tra le azioni positive fatte dalla Raggi, soprattutto in questi ultimi tempi, c’è senz’altro quella antifascista, antixenofoba (Casapound, Casal dei Pazzi ecc.) e di duro contrasto al potere illegale (clan Casamonica) e, da ultimo ma non per ultimo, l’onestà che ha contrassegnato la gestione del potere. Ma non è questo, purtroppo, che farà ribaltare il giudizio dell’elettorato.

Bisogna anche aggiungere che nei gangli della macchina capitolina, in quella delle Municipalizzate e nelle partecipate, la sindaca e la sua amministrazione hanno dovuto sicuramente subire molte resistenze, boicottaggi (gare di appalto andate a vuoto per difetti di stesura o deserte per resistenze di cartello) perfino sabotaggi (incendi di cassonetti, strutture e mezzi dell’Ama e dell’Atac ecc.), ma tutto questo, in mancanza di una reazione politica organizzata, ha acuito nella città, a volte anche ingenerosamente, la percezione di incapacità e incompetenza amministrativa dei grillini.

Per l’opinione pubblica più politicizzata, il segno più evidente di una sindacatura non positiva è stato l’andare e venire di assessori (ben 13) nella giunta e amministratori nelle municipalizzate che ha fatto del Campidoglio una specie di grand Hotel dalle porte girevoli. Poi, per i palati più fini, ci sarebbero anche le politiche urbanistiche che, partite al grido di “zero consumo di suolo”, sono sprofondate nel buio o nella miseria delle solite varianti al Prg, come quella per dare una grande cubatura commerciale e direzionale a Parnasi e Pallotta in una zona problematica con il pretesto dello stadio alla “Roma”.

Catastrofica ricandidatura

La sindaca Raggi esorcizza questo suo impaludamento dicendo che la città è cambiata in meglio, ma rischia il ridicolo. Si percepisce come una che ora è più padrona della macchina capitolina e che si è fatta le ossa al timone dell’amministrazione. Il che la dice lunga sull’impreparazione politica e amministrativa con cui è giunta a ricoprire il ruolo di prima cittadina i cui effetti si sono visti subito (caso Marra). La preparazione l’avrebbe dovuta acquisire prima, quando faceva la consigliera comunale.

Molti fra i suoi colleghi del M5s e anche fra i suoi sostenitori (Travaglio) la pensano come lei, tanto da spacciare per grandi vittorie (il preteso taglio delle cubature nel progetto dello Stadio) capitolazioni vergognose. Al tempo stesso, però, anche molti del suo campo, meno ciechi, sono piuttosto insoddisfatti; solo che non lo dicono per carità di patria, preferendo trincerarsi dietro la regola dei due mandati, la quale risolverebbe loro l’imbarazzo della scelta politica.
Visto l’animus dell’elettorato di Roma, è desolante che il Movimento pentastellato sia tanto lontano dal sentire comune e non si renda conto che il ripresentare la candidature di Virginia sia per esso catastrofica. Il che dimostra che c’è stata un’ossificazione rapida fra i grillini romani che non li rende più “portavoce” della gente, come quando erano opposizione nella quale in tanti, esasperati dagli altri politici, di destra e di sinistra, che passava il convento, vedevano il nuovo. Un nuovo che solo per questo era in grado di coagulare consensi trasversali.

Nel M5S lo scontro delle correnti e dei personalismi

Roma Virginia RaggiPoi, messi alla prova del governo di una grande città e del paese, quel trasversalismo elettorale è venuto meno in pochi mesi, facendo emergere sottotraccia nel M5s la logica dello scontro correntizio inquinato dai personalismi già conosciuti negli altri partiti. Sono apparsi alla luce i limiti di fondo di un fenomeno ampio che è stato essenzialmente di opinione e di protesta, senza radici organizzate e consolidate nella società e con una visione ideale assai debole e perfino evanescente. L’aspirazione pentastellata, un po’ tronfia, di rappresentare il superamento di destra e sinistra, nel senso dei disvalori e dei valori immanenti nella società, si è subito liquefatta.

Così si rischia di favorire la destra

I grillini hanno approfittato del discredito e delle inanità delle rappresentanze politiche (a sinistra il renzismo e a destra il berlusconismo) per incorporare al loro interno quei disvalori (destra) e valori (sinistra) pensando di poterli amalgamare. Tutto ciò è durato lo spazio di una mattino. Il risultato è che sopra il ponte del trasversalismo pentastellato è passata trionfalmente la destra più becera, xenofoba, sovranista e nazionalista di Salvini e Meloni. Solo con il provvidenziale suicidio di Salvini, la musica è cambiata, ma pensare di tornare alle origini (Di Battista) è stare fuori della realtà. Grillo, per fortuna, sembra averlo capito subito.
A Roma il rinsecchimento grillino sarebbe certamente grave ma non irrimediabile se nel campo del centrosinistra, in particolare del Pd, ci fosse stato in questi anni di opposizione un qualche rinnovamento percepibile. Invece, anche qui, hanno finora prevalso tutti i vecchi mali che hanno portato al disastro la sinistra romana e all’affossamento del sindaco Marino. Il disegno cui il Pd romano sembra affidarsi è quello della caduta della pera matura nel grembo dei soliti noti. Sperano nella legge del pendolo. E’ un disegno immobilista, gretto e pericoloso che non fa i conti con una destra romana che vuole riconquistare la città sull’onda del malcontento sociale, magari reso più aspro e populista dalla pandemia.

Servirebbe una politica nuova, diversa. Di sinistra

Ci vorrebbe una scossa rinnovatrice profonda in uomini/donne e programmi sia nel campo grillino che in quello del centrosinistra. Bisognerebbe aprire porte e finestre all’associazionismo progressista e ambientalista presente nei quartieri, a cominciare dalle periferie, e nella società civile. Occorrerebbe mettere alla testa di questo movimento di rifondazione della sinistra e del campo progressista, un candidato sindaco e una squadra di politici e amministratori competenti, moralmente specchiati e credibili, provenienti dalla società civile, adeguati ai problemi dell’urbe. Insomma c’è bisogno subito di creare un fatto nuovo a sinistra che induca il M5s a predisporsi per convergere contro la destra nazionalista e sovranista.
Per ora tutto l’establishment del vecchio e polveroso centrosinistra sta fermo sulle gambe, aspetta sulla riva del fiume che passi il cadavere della Raggi.
Ma la salma trascinata dalle acque del Tevere potrebbe non essere solo quella di Virginia.

 

pubblicato anche su Strsciarossa.it il 23 giugno 2020

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Quando ragazzo facevo il fotografo per il giornale Roma

Ricordare, chiusi in casa

fotografo 390 mindi Elia Fiorillo - Lo stare chiusi in casa qualche cosa di positivo lo porta: i ricordi. Mentre sei seduto in poltrona ti passano davanti agli occhi mille storie di cui sei stato protagonista o spettatore. Stai guardando la televisione già da parecchio tempo e qualche immagine ti fa ritornare al passato.

Mi rivedo dodicenne, o giù di lì, mentre mio nonno Oreste, sulla soglia del negozio di chincaglierie di mia madre, mi mostra una lettera arrivata poco prima. Non capisco di cosa si tratta. Lui mi spiega che è una missiva inviatami dal giornale “Roma” di Napoli. Mi consegna la lettera che non ha aperto.

Prima di continuare nel racconto voglio fare una piccola parentesi. Mio nonno, che mi ha fatto da padre, avendo io perso il papà alla tenera età di due anni, era un lettore accanito del “Roma”. Ricordo che lo portava sempre piegato nella tasca destra della giacca. Allora il giornale aveva tendenze monarchiche, ma non credo che mio nonno, ex maresciallo di marina, lo fosse.

All’epoca ero un grande appassionato di fotografia, passione che mi ha accompagnato per tutta la vita. Ero riuscito a farmi regalare una rudimentale macchina fotografica “Ferrania”. Una vera e propria scatola, con un occhio di vetro. Con quella macchinetta avevo fatto tante foto tra cui una a due pescatori che, seduti su due grosse ceste, pescavano con lunghe canne. Mi venne l’idea d’inviare la foto al giornale Roma sperando che la pubblicasse.

La lettera che mi era pervenuta parlava proprio di quella fotografia. Era firmata dal segretario di redazione, il professore Vittorio Como. Mi comunicava che la foto sarebbe stata pubblicata con la firma dell’autore: “Foto Fiorillo”. Ma, non mi dovevo aspettare altro. Niente compensi. Comunque, avrebbero pubblicato altre mie foto se ritenute interessanti. Per me – ma anche per mio nonno – fu una grande soddisfazione. Collaborare a dodici anni, come fotografo, per un quotidiano non era da tutti. Continuai ad inviare fotografie della realtà in cui vivevo, Torre Annunziata, in provincia di Napoli - famosa un tempo per i suoi pastifici -, che puntualmente apparivano sul giornale.

Era pomeriggio inoltrato quando mia madre mi chiamò per comunicarmi che c’era un certo Aldo Agrillo che mi voleva parlare. Non conoscevo chi fosse questa persona. Mi avvicinai al signore, che mia madre aveva fatto accomodare in sala da pranzo, e immediatamente mi colpì lo stupore che si era manifestato sul suo volto.

“Ma sei tu Elia Fiorillo?”, mi chiese sempre più sconcertato. Gli risposi che ero proprio io. Subito lui mi domandò se il prof. Como conoscesse la mia età: “a proposito, quanti anni hai?”, aggiunse. Gli risposi che il due di gennaio avevo compiuto dodici anni. E, precisai, che il segretario di redazione del giornale, che io non avevo mai incontrato, non conosceva la mia data di nascita.

Mia madre guardava tutta la scena sempre più preoccupata. Aveva il terrore che il suo “figlio unico” si fosse messo nei guai seri.

Fu il giornalista Agrillo a calmarla. Le disse che non c’era alcun problema. Che l’età non contava. Quello che contava era la qualità delle foto. Poi, con mia grande soddisfazione, precisò che se mia madre fosse stata d’accordo io potevo continuare ad inviare foto al giornale.

Continuai a spedire foto della mia città al Roma che puntualmente venivano pubblicate con la solita firma: “Foto Fiorillo”. Devo dire che il corrispondente di Torre Annunziata si affezionò al sottoscritto e spesso, nei giorni festivi, veniva a chiamarmi per andare insieme a passeggiare per la città in cerca di qualcosa da fotografare. Ricordo un giorno che per combinazione c’incontrammo alla Standa, dove io andavo spesso più per curiosare che per acquistare qualche cosa. Lui era lì per un motivo ben preciso: era fidanzato con una bionda molto bella che era commessa di quel negozio.

La collaborazione fotografica con il giornale finì dopo qualche tempo. Il rapporto con Aldo continuò sempre. Così cominciò la mia carriera giornalistica che, grazie anche all’indimenticabile “pubblicista” Mimmo Castellano, mi ha fatto toccare mete impensabili: consigliere dell’Ordine nazionale dei giornalisti, probiviro eppoi consigliere nazionale del Sindacato dei giornalisti e via dicendo.

L’unico mio rammarico, pur avendo sempre scritto su giornali e riviste, rimane quello di non aver fatto a tempo pieno questa professione. Ma, forse, ho avuto più libertà nello scrivere.

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Diocesi incontra la Comunità Ebraica di Roma

DiocesiFrosinone 350 min In occasione della XXXI Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei, giovedì 16 gennaio la Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino organizza un incontro con la Comunità Ebraica di Roma, in continuità con le iniziative degli scorsi anni che hanno visto la partecipazione del Rabbino Capo Riccardo Di Segni e del Presidente emerito Riccardo Pacifici.


L'Auditorium Diocesano (adiacente la parrocchia di san Paolo apostolo in Frosinone, in viale Madrid, a Frosinone) - ospiterà un dibattito con il Vescovo Ambrogio Spreafico e Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, cui prenderanno parte gli studenti delle scuole superiori della città di Frosinone e dei Comuni limitrofi.

Qui l'articolo https://www.diocesifrosinone.it/notizie/ultime/dialogo-ebraico-cristiano-iniziative-del-2020.html

 

 

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Sardine a Roma, piazza San Giovanni stracolma

sardine piazza san giovanni 460 minUna piazza San Giovanni così piena non si vedeva da un po’. Il luogo simbolo delle manifestazioni nazionali a Roma ha ospitato migliaia di partecipanti alla giornata delle Sardine nella capitale. Niente palco, niente comizi ma, in compenso, tantissimi volti noti mescolati alle famiglie normali, ai bambini, ai tantissimi giovani.

E poi, di nuovo, si sente “Bella ciao”, l’Inno di Mameli, cori ritrovati che erano lì a rappresentare un movimento che contrasta le parole d’odio e la paura. E soprattutto c’era tanta voglia di riaffermare la democrazia in questo paese. Il fondatore del movimento, Mattia Santori, ha detto che è stato raggiunto l’obiettivo di riempire la piazza e che adesso si può partire verso nuovi traguardi. “L’idea era cambiare un po’ la percezione della politica in questi anni”.

C’erano anche le cosiddette “Sardine nere” che chiedono l’abolizione del decreto sicurezza. Ma soprattutto c’era un’aria nuova che mette distanza con la valanga di odio che si è vista negli ultimi mesi sia in rete che nella realtà.

 

fonte: https://www.pressenza.com/it/author/articolo-21/

 

 

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Sardine a Roma dicono "No" alle tartarughe di Casapound

la sardinaSardine a Roma il 14 dicembre in piazza San Giovanni, dicono "No" alle tartarughe di casapound.

Ad un mese dalla sorprendente piazza di Bologna, il movimento anti-salvini è pronto ad affrontare il banco di prova della Capitale.

L’appuntamento delle sardine a Roma è alle ore 15 davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Per le sardine, dopo aver invaso le cittadine di provincia e i maggiori capoluoghi d’Italia, la piazza di Roma: una delle più importanti.

San Giovanni è quella del “concertOne” dei sindacati, ma anche lo scenario che a metà ottobre ha ospitato la grande manifestazione del centrodestra. Sabato toccherà alle sardine non essere da meno.

Puntano a 100mila sardine a Roma i giovani, e meno, che sono dietro al movimento popolare e spontaneo: nato sui social e concretizzatosi nelle numerose manifestazioni di piazza in tutta Italia.
“La ricetta è sempre la stessa: crea la tua sardina e scendi in piazza per difendere i valori di democrazia e uguaglianza. Unisciti al banco. La piazza ci aspetta. E ci spetta!” – dicono gli organizzatori.

Intanto intorno alla manifestazione delle sardine a Roma fervono i preparativi. La raccolta fondi online lanciata per affrontare le spese di piazza, tra palco e impianti, è arrivata a quasi 12mila euro: molto vicina all’obiettivo indicato dei quindicimila.
Ma si lavora anche al servizio d’ordine e alla scenografia. Intorno alle sardine di carta, stoffa, portachiavi venduti per l’autofinanziamento e creazioni varie fai da te.
Ad accogliere le sardine a Roma ci sarà una maxi sardina da 40 metri disegnata su un telo. Ci stanno lavorando decine di volontari in un capannone di Roma nord. Nella Capitale i manifestanti arriveranno con ogni mezzo: voli, treni e pullman in partenza dalle maggiori città d’Italia. Il raduno di Roma non ammette fallimenti.
Nei giorni scorsi, lo spirito inclusivo delle sardine aveva portati gli organizzatori ad aprire, in un primo momento, anche a casapound senza simboli politici. Sui social, però, si era subito aperta la rivolta “ittica”.
"Un mero fraintendimento", si sono sbrigati a rettificare i vertici delle Sardine. Ma di certo il timore di disordini ed incomprensioni che avrebbero reso la festa meno gioiosa e più strumentalizzata ha convinto gli organizzatori a fare un passo indietro, per il bene di tutti coloro che alle sardine credono fortemente.

"Le piazze delle sardine si sono fin da subito dichiarate antifasciste e intendono rimanerlo. Nessuna apertura a CasaPound, né a Forza Nuova. Nè ora né mai" – così sul profilo facebook '6000 sardine'.

"Dal 14 novembre scorso centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza proprio contro quei partiti che con le idee e il linguaggio dei gruppi neofascisti e neonazisti flirtano in maniera neanche troppo nascosta. Stephen Ogongo (colui che aveva parlato di apertura della piazza a tutti) ha così commentato:
"Ci dispiace che il concetto di apertura delle piazze sia stato travisato e strumentalizzato, ma non stupisce. In questo momento le piazze fanno gola a molti, lo avevamo già detto e lo ripetiamo. Rammarica che questo fraintendimento sia cavalcato da più parti. Ma è giusto dare una risposta netta".

Per favorire la manifestazione, sabato resterà chiusa metro San Giovanni e diversi bus saranno deviati.

Seppur non invitati e un po’ scettici sul movimento quelli di casapound si affacceranno eccome alla piazza, anche solo per curiosità. Niente bandiere con tartarughe frecciate al seguito.

“Ci andiamo, ma non canteremo di certo 'Bella Ciao'. Parliamo di idee: Mutuo Sociale, una nuova IRI, come aumentare i salari, come mettere le banche sotto il controllo dello Stato, come far circolare e aumentare la ricchezza della nostra nazione” – ha scritto su Twitter Simone Di Stefano, leader di Casapound.

“Una cosa che c'è di buono delle sardine è voler cambiare la narrazione, in una nazione in cui si parla solo di odio, di immigrati, di razzismo, antirazzismo. Bisogna spostare l'attenzione sui veri problemi. Qui serve un lavoro stabile, una casa di proprietà, potersi fare una famiglia. Di queste cose non si parla, speriamo che con questa iniziativa se ne possa parlare. Vediamo se vogliono davvero cambiare le cose queste sardine anche se – ha specificato Di Stefano ai microfoni di Radio Cusano Campus - ho i miei dubbi”.

Il dubbio più grande, quindi resta:"ma se I fascisti del terzo millennio hanno i loro dubbi sulle capacità delle sardine, e inoltre non hanno intenzione di cantare bella ciao con gli altri, perché non dicono chiaramente che andranno a piazza San Giovanni solo per rovinare la festa?

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Bangla: come vivere in una Roma multietnica

bangla 350 mindi Stefano Balassone - La Repubblica, Onda su onda, 11 ottobre 2019. Martedì le bizzarrie della lottizzazione hanno voluto che al TG2, bandiera della Lega, seguisse un film che lo smentiva in pieno.
Nel Tg2 un ex ministro, noto per la sbandierata devozione, parlava degli ennesimi Annibale in barcone che arrivano a stravolgere la nostra così mirabile etnia e cultura. Da qui perfino il rischio per la permanenza dei crocifissi sulle pareti delle scuole dove, per sommare orrore a orrore, quegli sbarcati, a forza di studiare, potrebbero perfino diventare, ove passasse mai lo ius culturae, nuovi elettori del domani.

Finita la concione con la sigla di chiusura, ci siamo trovati di colpo in Bangla*, un film di taglio proto morettiano (tipo “Io sono un autarchico”), diretto e interpretato da un giovane di famiglia del Bangla Desh (paese musulmano) insieme con altri a lui simili usciti dalle scuole di “Torpigna” (intesa come Torpignattara, vasto e popolare quartiere in Roma). Il film, dove suonava un romanesco inappuntabile come può esserlo solo una madre lingua, è stato seguito da uno scarno talk show “a commento” con i protagonisti, gli amici ed i parenti. L’uno e l’altro, a vedere l’auditel, sono piaciuti molto ai giovani (si parlava del resto di turbe proprie di quella fase della vita) e agli spettatori più istruiti.

Alla fine avremmo voluto riavvolgere il nastro della serata per fare capolino fra quelli rimasti dentro il TG2 per avvisarli che la frittata è fatta e, almeno a “Torpigna”, i mori ormai ci sono, parlano come italiani “de Roma”, suonano, recitano, si pongono dilemmi religiosi, si industriano col commercio ed il lavoro.

Sarebbe ora, ci pare, che un Mario Soldati d’oggi – memore di quello degli anni ’50 che assaggiava i cibi in giro per l’Italia – si mettesse in cammino per scoprire quali, quante e dove siano le altre “Torpigna” in cui indigeni e sopraggiunti già si mischiano e si sono buttati alle spalle le paure, sulle quali campa (a Roma si dice che “ci marcia”) una buona metà della politica e dei media.

 

*"Bangla - diario di un Film", come vivere in una Roma sempre più multietnica
La pellicola-dcocumento del giovane regista e protagonista Phaim Buyan in onda martedì 8 ottobre su Rai2 in un evento presentato da Andrea Delogu

 

 

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Roma ciociara nel 1800

Gonin G.Roma1870 mindi Michele Santulli - Ci sono concetti ardui non tanto a comprendere quanto ad assimilare e uno di questi è la relazione secolare tra Roma e la sua appendice meridionale, che oggi individuiamo come la Ciociaria, una volta Lazio Aggetto e, successivamente, Campagna di Roma, ma alle origini Terra dei Volsci. La storia come sempre si limita a informare e a fornire fatti e vicende, la lettura e le interpretazioni sono degli altri. E quindi ben si conosce che, come osservò quell’acuto ciociaro Anton Giulio Bragaglia, mentre ancora ai piedi del Palatino il Tevere era tutto un pantano confuso e mescolato fino alle paludi pontine, dove alto si levava il gracidio delle rane, la regione al suo sud abitata dalle prime popolazioni italiche, dai Volsci, Ernici, Sanniti, Osci, Equi ed altre, si estendeva invece tra boschi e pianure fertili ed ubertose solcate da fiumi scroscianti e pescosi, laddove sui monti circostanti, Ernici e Mainarde e sui versanti dei Lepini e degli Aurunci e degli Ausoni si annidavano racchiuse nelle mura di pietre gigantesche appena tagliate e ancora bianche e brillanti al sole, Atina, Anagni, Veroli, Cori, Priverno, Fondi, Alatri, Norma, Ferentino… quali gioielli incastonati nel paesaggio.

Inutile ricordare gli uomini, e le loro opere, nati in questa terra: sono essi che hanno dato a Roma contributi significativi di cultura e di civiltà, sono essi che veramente hanno prodotto e creato senza ricorrere a violenze o a spargimento di sangue: è vero alcuni di loro hanno combattuto e brillato per coraggio, ma sempre al servizio di Roma: da loro non è emanata angheria prepotenza aggressività. Chi vuol saperne di più, raccomando “ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria pride”. I secoli successivi hanno confermato e rafforzato un rapporto divenuto vera e propria simbiosi. Tributaria di Roma da sempre per vettovaglie e uomini: in epoca romana ha dato sistematicamente i soldati per le legioni, nei secoli successivi è stata quasi la sacrestia della gerarchia ecclesiastica, dalla quantità infinita di semplici preti alla quantità di alti prelati, ai cardinali e ad almeno sette papi. Ma il secolo che marca e contrassegna una realtà ancora più intima e stretta è il secolo diciannovesimo che registra la vera e propria ciociarizzazione di Roma, un fenomeno sociale ed antropologico che ancora oggi si continua a disconoscere anziché valorizzare ed approfondire. Il flusso costante di immigrati iniziato già alla fine del 1700 partendo dalla Valcomino e poi estesosi gradualmente a tutta la regione a Sud del Tevere e dell’Aniene, ebbe come conseguenza che ad un certo punto già verso il 1850 la presenza di quella umanità in quei variopinti abiti e con quelle calzature così singolari ai piedi era così massiccia ed imponente che divenne logico e normale far diventare i ciociari i veri abitanti di Roma: si rammenti che Roma in quest’epoca contava poco più di centomila abitanti e se si calcola quanti potessero essere i preti, i monaci, i sagrestani, le monache, gli aristocratici e i nobili e la loro servitù, e che molta parte dei romani erano osti o albergatori o caffettieri o pizzicagnoli o artigiani o bottegai e i sei-settemila ebrei confinati nel ghetto, allora ben si comprende come i quindici-ventimila ciociari presenti, effettivamente venissero considerati i veri abitanti di Roma.

Una concomitanza particolare fu che all’epoca di Pio IX e nella sua segreteria si contavano almeno quindici cardinali ciociari e il ministro delle finanze era anche un ciociaro di Ceprano: quindi fu perfino normale, allorché l’8 dicembre del 1854 il Papa proclamò il dogma della Immacolata Concezione, prendere atto da parte delle gerarchie ecclesiastiche che la popolazione romana erano i ciociari: e infatti nei Musei Vaticani si ammira la Sala con gli affreschi che ricordano la celebrazione della Immacolata Concezione e sulla parete in cui si vede il Papa che pronuncia il dogma, si noterà che la popolazione romana che assiste all’evento immortale è rappresentata da una ciociarella col suo bimbo che guardano verso il Papa! Ma tale realtà sociale era fatto acquisito anche in tutta l’Italia: e infatti nel 1867 o giù di lì, in Piemonte appariva sulla stampa un documento che mostrava la figura dell’ Italia incoronata che si rivolgeva al Re Vitt.Em.II e gli diceva: “ Sbrigati, Maestà, a liberare quella poveretta, così io sarà unita e tu ne avrai la gloria”: e quella ‘poveretta’ era una ciociarella in inappuntabile costume e con cioce ai piedi, accasciata su una sedia, con i simboli del potere per terra, assistita da una badante: era Roma. E qualche anno più tardi Gerolamo Induno dava il proprio contributo di patriota alle giornate rivoluzionarie che stavano affliggendo ed angustiando la tranquillità della romana esistenza, illustrando in un suo quadro alcune ragazze in costume ciociaro che, segretamente, confezionavano le bandiere tricolori.

Una conseguente realtà della cosiddetta ciociarizzazione di Roma la si rileva anche nella produzione artistica dell’epoca sia nelle opere degli artisti europei sia anche nella folta schiera di artisti sbocciati a Roma prima e dopo il 1870: infatti l’elemento umano presente nelle loro opere erano solo la ciociara o il ciociaro. Si aggiunga che tutta la iconografia sia artistica sia giornalistica e di cronaca in occasione del fatidico 20 settembre avevano come soggetti solo il ciociaro quale abitante di Roma e il bersagliere quale liberatore.

 

 

 

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Solidarietà e altruismo a Roma

roma 350 minA Roma ho scoperto con grande piacere che c'è un "tessuto sociale" vivo e pulsante, l'esempio di ciò lo descrivo raccontandovi alcune realtà.
Parto dal centro di Roma dove Mario Dal Mare, un artista a tutto tondo ha trasformato via dei Cappellari, storico vicolo a fianco alla storica Piazza di Campo dei Fiori, l'ha trasormata in "via della poesia".
Questo vicolo abbandonato al degrado, lui....Mario Dal Mare, lo ha trasormato in un luogo culturale in cui tutti gli artisti possono avere lo spazio per poter esprimere la loro arte...uno spazio aperto a tutti...qui dalla monnezza si è passati a come dice Mario all"umanezza".

Passiamo in periferia e qui troviamo realtà...come la scuola popolare di Tor Bellamonaca....camminiamo ancora sino ad un'altra periferia ed arriviamo a Ponte Mammolo...famoso per il carcere di Rebibbia....qui anche si sono formati vari comitati: il Comitato Mammut che aiuta i ragazzi in difficoltà a studiare...àffianco a loro l'Ads Mammut, una palestra popolare per far fare sport a chi non può permettersi una palestra.
Sempre a Rebibbia troviamo anche il casale Alba 2, un casale occupato sei anni fa dai ragazzi del quartiere..il casale si trova all'interno di un parco pubblico e il loro scopo è ambientale, far si che il parco rimanga pubblico e non venga dato in mano alla speculazione privata.
Insieme ad altri gruppi hanno formato il forum tutela del parco "Aguzzano". Tutti insieme lottano per difendere il parco dall'attacco del 4° municipio di Roma che vorrebbe dare i casali in mano a privati.

Passiamo per San Basilio, altra borgata famosa solo per lo spaccio di droga, ma anche qui a dispetto di chi sa solo criminalizzare troviamo il centro popolare San Basilio...e i comitati in difesa della casa. Alla Romanina invece troviamo il centro antiviolenza di Stefania Catallo.

Insomma a Roma il tessuto sociale è vivo, ognuno a difesa di qualcosa o di qualcuno.
A Roma la politica dal basso, quella fatta da persone che credono in quello che fanno e lo fanno con il cuore, senza scopo di lucro...c'è, esiste!!!
Ma purtroppo come spesso capita non viene aiutata dalle istituzioni...anzi viene messa in discussione e molte volte criminalizzata.
Trovo invece che queste realtà andrebbero valorizzate perché semplicemente rendono il mondo migliore....cosa che in qusto periodo di mediocrità in cui tutti sono contro tutti...fanno ben sperare.

 

 

 

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