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Il ruolo degli ormoni tiroidei

SALUTEBENESSERE. Rubrica 

Un benessere generale è il risultato di un buon funzionamento della tiroide

Dr. Antonio Colasanti
Disturbidellatiroide MensLife minGli ormoni tiroidei sono due, siglati "t3" e "t4". Il primo in realtà è un pro-ormone che il corpo converte nel secondo che è il vero ormone tiroideo attivo e sono secreti dalla tiroide, una ghiandola endocrina di medie dimensioni, situata nella parte bassa del collo e sono fondamentali allo sviluppo ed al metabolismo corporeo. Essi accelerano la circolazione sanguigna nelle arterie facendolo arrivare alle cellule cardiache e garantendo a tutte le cellule del corpo l'approvvigionamento di acqua, nutrienti, ossigeno ed altri ormoni. Permettono una migliore irrorazione sanguigna della pelle che diventa più morbida. Migliorano l'aspetto del viso, ammorbidiscono muscoli ed articolazioni ed aumentano l'irrorazione agli ormoni.

La tiroide secerne per il 10% di "t3" l'ormone tiroideo piu attivo e per il 90% tiroxina, che nel fegato viene trasformata in "t3". Qquando si parla di effetti degli ormoni tiroidei si fa riferimento al "t3". Quando si parla degli effetti degli ormoni tiroidei si fa riferimento sopratutto a quelli prodotti dal "t3" che ha il compito di stimolare il metabolismo, fornendo piu ossigeno, nutrienti, acqua ed ormoni alle cellule. Il risultato è un benessere generale, capelli folti, pelle tonica, aspetto snello e giovanile, buona memoria, energia in generale. Molto spesso si somministra solo il "t4" che è un pro-ormone.

Segni di carenza di ormoni tiroidei:
- faccia ed occhi gonfi pelle e capelli secchi
- perdita di capelli diffusa
- mani e piedi freddi-bradicardia
- tendenza ad aumentare di peso
- fatica mattutina, sonnolenza
- depressione, emicrania
- costipazione, dolori muscolari
- rigidità mattutina

In base alle recenti ricerche scientifiche in caso di ipotiroidismo risultano indicate le seguenti piante:

Coleus forskohlii: nella radice del coleus si trova un fitocomplesso che contribuisce alla funzione termogenica. La forskolina, suo principio attivo agisce aumentando l'enzima amp-adenosina monofosfato ciclico; aumentando la termogenesi degli alimenti stimolando l'enzima "t45"-deiodinasi- deputato all'attivazione dell ormone "t3" con perdita di grasso corporeo;

Guggul--commiphora mukul: oltre ad abbassare colesterolo e lipidi la commifora risulta utile nei casi di ipotiroidismo in quanto i suoi principi attivi aumentano i livelli del "t3" e "t4";

Edera: contiene saponine triterpeniche, ederina, ederacoside, flavonoidi, rutina, steroli:
L'edera possiede proprietà antispasmodiche, astringenti, espettoranti. Utile nelle flogosi delle vie aeree e affezioni bronchiali. Stimola la tiroide, quindi è utile nel trattamento dell'obesità.

In commercio si trovano capsule delle tre piante oppure estratto fluido, secondo prescrizione medica.

 

 

 

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Sergio Flamigni ricorda il PCI

PCI CENTANNI

 Alessandro Mazzoli, già Deputato, ha raccolto questa intervista per UNOeTRE.it

sergioflamigni 390 min

Sergio Flamigni è un politico, scrittore e partigiano italiano. È stato un parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni Parlamentari d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e Antimafia. Oggi è considerato l'autore per eccellenza di approfonditi studi sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Il PCI COSA ERA E PERCHE' FINI'?
  2. Il PCI e gli altri PC
  3. Il PCI di Berlinguer

Che cosa ha significato il PCI e poi la sua cancellazione per la storia del nostro paese? E cosa ha portato alla fine del partito?

Il PCI è stato l’opposizione piu’ importante alla dittatura fascista, e’ stato la forza piu’ numerosa nella Resistenza ed e’ stato determinante per la vittoria dell’opzione repubblicana. Tutto questo e’ stato possibile perche’ il Pci, nel corso della sua storia, ha superato le posizioni settarie e ha reso protagonista la classe operaia e le classi subalterne della vita sindacale, sociale e politica del Paese.
Operai, braccianti, mezzadri, piccoli proprietari poveri nonche’, specie nella Resistenza, i giovani e le donne sono stati tolti dallaPartigiani Garbatola di Nerviano 600 min passività in cui li aveva relegati il fascismo e resi soggetti attivi della liberazione e della ricostruzione del Paese.
Il legame ideale, morale e organizzativo degli operai, degli intellettuali e degli strati poveri col partito ha resistito alla scomunica della chiesa cattolica, alle discriminazioni e ai licenziamenti sul lavoro, alle pressioni e alla propaganda internazionale.
Questo perché quel legame era il frutto della forza degli ideali di solidarietà, di libertà, di fiducia nel socialismo e nell’Urss, che aveva vinto il nazismo con l’armata rossa; ma era il frutto anche della capacita’ del gruppo dirigente del Pci di accompagnare alla forte dialettica nella discussione, una sostanziale unita’ al momento della decisione e dell’ applicazione della linea politica.
Era il risultato della capacita’ del partito di rinnovarsi continuamente con l’evolvere della societa’, di essere cioè, al contempo, il soggetto del cambiamento come del proprio rinnovamento culturale e dei quadri dirigenti. Questo legame era il risultato, anche di comportamenti morali, sociali e organizzativi di dirigenti e attivisti del partito. C’era anche l’esempio.

 

Che cosa ha portato alla fine del partito?

Un complesso di eventi attinenti sia alla situazione internazionale, a quella nazionale e allo stesso partito.
Per quanto riguarda il partito, un elemento da prendere in considerazione, perché porto’ al suo indebolìmento, fu la rottura del gruppo dirigente, della sua solidarieta’ e moralita’. Il riferimento è alla sostituzione del segretario Alessandro Natta. Colpito da infarto le dimissioni gli vennero imposte mentre era in ospedale con modi poco urbani.
L’annuncio del cambio del nome del partito e della sua politica fu dato da Occhetto alla Bolognina, all’insaputa degli organi di direzione. Sicuramente ne erano all’oscuro la direzione, i segretari regionali, di federazione e i gruppi parlamentari. Il metodo scelto non favori’ il libero dibattito, in quanto gia’ lo condizionava e soprattutto rompeva la già, all’epoca precaria, unita’ del gruppo dirigente.
Ne risentì anche il livello del dibattito che non approfondì temi essenziali quali quelli dell’esperienza del mondo socialista, del ruolo avuto dal Pci nel movimento operaio internazionale, delle trasformazioni in atto nell’assetto economico, sociale e politico del mondo capitalista e le conseguenze della nuova situazione ecc. ecc. Ne nacque un lungo e travagliato dibattito incentrato sui temi del partito che irrigidì le posizioni fino alla scissione.

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Situazione internazionale, su questo aspetto si erano registrate da tempo differenze importanti fra il partito comunista italiano e quello sovietico. Una prima distinzione si era avuta con la critica di Togliatti, mossa nell’intervista a Nuovi Argomenti, alla “destalinizzazione”, all’attribuire al solo Stalin e al culto della sua personalita’ tutte le tragedie emerse dal rapporto segreto di Cruschev. Nel Memoriale di Yalta, del 1964, Togliatti ribadiva le vie nazionali al socialismo, il pluralismo delle esperienze all’interno del movimento operaio internazionale e dissentiva dalla scomunica dei dirigenti cinesi. Le divergenze erano proseguite con la condanna, da parte del Pci, dell’invasione della Cecoslovacchia e, infine, si erano palesate con la rivendicazione, da parte di Berlinguer, della democrazia come valore irrinunciabile per i partiti comunisti.
Negli anni ‘70, per il partito comunista italiano erano di fondamentale importanza il superamento della divisione del mondo inberlinguer mosca lo strappo 355 min blocchi contrapposti, e l’affermarsi della politica della distensione, quale condizione per aprire nuove prospettive ai partiti comunisti dell’Europa occidentale, di diventare forze di governo. Un momento importante della politica di distensione si era avuto alla conferenza di Helsinki sulla sicurezza europea, convocata da Aldo Moro durante il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, a cui partecipo’ anche l’Urss e registro’ una certa ostilita’ kissingeriana. Purtroppo rimase un fatto isolato e proseguì il confronto militare fra l’Urss e gli Usa i quali prevedevano per l’Europa la politica di assoluto rispetto delle aree di influenza. In questo confronto -secondo i sovietici - i partiti comunisti europei dovevano sostenere le scelte militari dell’Urss rinunciando alla loro autonomia.

Da questa impostazione derivava l’ostilita’ del Pcus verso la strategia di Enrico Belinguer di unire i partiti comunisti nella politica di distensione e di conciliazione fra democrazia e socialismo.
La strategia sovietica contrastava e indeboliva quella del partito comunista italiano e ebbe riflessi negativi sul caso Moro che, come è noto, rappresentò la fine della strategia del compromesso storico.
Nonostante la situazione internazionale e la fine della politica di solidarieta’ nazionale, dopo la morte di Moro, Berlinguer non rinunciò ad una autonoma elaborazione con al centro la terza via fra socialismo reale e socialdemocrazia e quale obiettivo il socialismo. Nell’immediato la strategia perseguiva il completamento del disegno costituzionale, che già aveva condiviso con Moro, di rinnovare i partiti e la politica.

La sua intervista del 1981 sulla questione morale delineava nuovi rapporti fra i partiti e lo Stato col fine di rinnovare sia quelli che questo. Si rendeva conto della degenerazione in atto nella vita politica italiana e delle sue conseguenze.
Attento alla modernizzazione della società, nella sua strategia inserì nuovi soggetti, che affiancavano la classe operaia quali protagonisti della trasformazione della società: le donne, il mondo dell’ecologismo e dei diritti. Soggetti tutti di una grande alleanza per introdurre elementi di socialismo nell’economia capitalista.
Berlinguer mantenne sempre forte il legame con la tradizione socialista e comunista di rendere protagonisti nella società i soggetti sociali colpiti dalle ingiustizie e dalle alienazioni proprie del sistema capitalista.
Berlinguer non rinuncio’ a pensare il Pci come soggetto della trasformazione socialista della societa’ italiana.

Purtroppo quando nell’Urss si avviò un processo di profondo rinnovamento, con la elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, Berlinguer era gia’ morto, e purtroppo sia il Pci che gli altri partiti europei non seppero essere di aiuto al nuovo segretario nella sua politica, e, anzi, si affidarono a lui e sperarono in un esito positivo del suo rinnovamento. Non seppero individuare strategie e iniziative per aiutare Gorbaciov.

Per completare il quadro, mentre il mondo del socialismo reale conosceva profonde trasformazioni, anche il capitalismo, dopo leBerlinguer e Moro 225 lotte economiche e sociali degli anni ‘60 e la crisi petrolifera del 1973, stava subendo grandi cambiamenti tecnologici e di deindustrializzazione nella produzione, di finanziarizzazione nell’economia, di affermazione del liberismo con la Teatcher e Reagan in politica.
Di fronte alla complessita’ dei problemi che il partito aveva di fronte la svolta della Bolognina, nel momento della caduta del Muro di Berlino, si presento’ come una semplificazione. Sul piano internazionale si prevedeva un mondo nel quale si sarebbe affermata la distensione e raggiunti nuovi traguardi di civilta’, su quello interno, con il cambio del nome del partito, si prevedeva la caduta della convention ad escludendum e quindi una nuova dinamica politica, che avrebbe reso il nuovo partito, erede del Pci, protagonista della lotta per il governo del paese.

Anzi, la governabilita’ divenne un valore in se. Non si colse lo scollamento dei partiti rispetto alla societa’, visto invece da Moro e da Berlinguer, e di li a tre anni si ebbe il crollo del sistema politico legato al progetto costituzionale. Della situazione internazionale andata in un senso completamente diverso da quello previsto e’ inutile dire. La svolta andava operata ma mantenendo tutta la complessità della situazione, l’unita’ del gruppo dirigente e nel solco della prospettiva berlingueriana.

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E’ possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del Pci, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

La storia del socialismo e del partito comunista italiano sono la storia di partiti che hanno reso le classi subalterne e marginali protagoniste del loro miglioramento sociale e del loro futuro. In questo vi e’ un grande insegnamento. Le classi subalterne per essere protagoniste devono essere educate alla politica, e l’educazione alla politica si fa con le iniziative, con l’organizzazione capillare sul territorio e con le lotte, con le quali si impara a valutare i rapporti di forza e il realismo. Prima di tutto pero’ e’ necessario sapere chi si e’ e dove si vuole andare e soprattutto con chi. La storia del pci da questo punto di vista e’ ricca di insegnamenti.
Su come cambiare la societa’ basata su nuove alienazioni, derivanti da consumi esasperati e da nuovi mezzi di comunicazione di massa, non posso essere io l’esperto.

 

Berlinguer avanzo’ la proposta di unificare tutte le forze comuniste europee, possibilita’ denominata poi eurocomunismo. Quanto e’ rimasto dell’idea di una sinistra europea unitaria?

Prima di tutto vi e’ da dire che e’ cresciuto il bisogno di Europa. Nel tempo della globalizzazione le singole nazioni non sono in grado di affrontare in modo efficace i problemi economici, culturali e sociali nonche’ sanitari, vedi pandemia.
Berlinguer pensava all’eurocomunismo come a una forza democratica per la distensione e per la espansione della democrazia, laBerlinguer giustizia sociale e avendo come riferimento il socialismo.
Purtroppo il partito socialista europeo e’ un gruppo parlamentare e non vive nella societa’. Non vi sono esperienze di soggetti sindacali, sociali e politici veramente europei, almeno io non colgo nella esperienza quotidiana questa presenza.

I comunisti italiani diedero un contributo fondamentale per la conquista e il mantenimento della democrazia in Italia. Come si predispose il Pci per fronteggiare la strategia della tensione?

Nel contesto della guerra fredda la strategia della tensione e’ stato il modo di agire dei servizi segreti anglo americani, della Nato, della massoneria, di apparati dello stesso Stato italiano, che non disdegnarono di usare anche la destra eversiva italiana come manovalanza, per perseguire l’obiettivo di emarginare il partito comunista, di limitare le forze progressiste e la stessa democrazia in Italia. Di fronte a questa strategia il Pci contrappose una politica di mobilitazione unitaria delle forze democratiche di tutto l’arco costituzionale, con la formazione dei comitati antifascisti e per la difesa dell’ordine democratico. Lo stesso compromesso storico rafforzava lo schieramento democratico per il rinnovamento dello Stato. Vedi riforma della polizia, organi elettivi dell’esercito ecc. La risposta fu concepita in termini politici di rafforzamento dello schieramento costituzionale e antifascista e di rinnovamento dello Stato.

L’intuizione del compromesso storico aprì un grande dibattito nel Pci. Che cosa rappresentò nel confronto interno la proposta di Berlinguer, poi stroncata con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro?

Il compromesso storico è proposto da Berlinguer dopo il colpo di Stato in Cile. Il concetto principale era che in Italia le forze socialiste non potevano governare con il solo 51 per cento dei consensi, ma dovevano costruire uno schieramento piu’ ampio che coinvolgesse le forze cattoliche.
Le ingiustizie e gli squilibri della societa’ dovevano e potevano essere risolti, ma per vincere le resistenze delle forze conservatrici e reazionarie, che erano non solo italiane ma anche internazionali, salvaguardando e rafforzando il contesto democratico, era necessario uno schieramento molto ampio di forze comprendenti dal punto di vista politico la stessa Democrazia cristiana.
L’incontro con la Dc era possibile perche’ aveva solide basi costituzionali. Si trattava di dare piena attuazione al dettatoRipartire dalla stagione di Berlinguer 390 min costituzionale, di riconoscere funzione di governo in un contesto unitario, al principale partito di opposizione, che godeva del consenso di un terzo del popolo italiano.
La strategia del compromesso storico si prometteva di rafforzare la democrazia italiana e di rinnovare la società in una situazione in cui le grandi potenze internazionali erano decise a mantenere un sostanziale e immutato assetto politico nei paesi europei e soprattutto di impedire al Pci di diventare forza di governo.
Non va dimenticato che gli organi di informazione quali la Repubblica, gli stessi socialisti craxiani, chiedevano al partito di rompere con la sua tradizione, in qualche modo di abiurare il passato, di rinunciare alla terza via berlingueriana e alla prospettiva del socialismo. Berlinguer non volle invece mai rinunciare a questa prospettiva e la sua proposta aveva quale obiettivo di rendere protagoniste le masse popolari anche in quella complicata fase.

Per quale motivo la sinistra di questo secolo ha ritenuto che la globalizzazione sarebbe stata una grande occasione di progresso, cedendo a una cultura liberista democratica? Ed attualmente la sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione?

Con la svolta della Bolognina si rinunciò non solo al nome di partito comunista ma alla stessa prospettiva socialista che Enrico Berlinguer aveva tenacemente tenuta aperta nella sua elaborazione. Al contempo si allentarono i legami organizzativi con la classe operaia e le masse popolari, i loro bisogni, esigenze e aspirazioni. Inoltre, la governabilità divenne un valore in se più che uno strumento di cambiamento. La prospettiva degli eredi del Pci divenne quella di contenere gli eccessi, gli squilibri, di prestare una qualche forma di aiuto ai perdenti della concorrenza capitalista senza contestarne le logiche. Si accettò la progressiva liquidazione dello Stato sociale come affermazione di diritti: al lavoro, a tutti i gradi dell’istruzione, alla sanità, ci si fece egemonizzare dalle teorie liberiste.
La capacità della sinistra di incidere nella concreta situazione ecologica, sociale, del lavoro ecc. sembra limitata e questo è il frutto anche di una ridotta capacità di analisi della situazione concreta.

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Memoria corta di Emma Bonino: legge 194 e ruolo della sinistra

I radicali, poi, ma poi poi, alla stanga hanno creduto di esserci sempre stati

emma bonino 360 mindi Aldo Pirone - Domenica mattina mi è capitato di vedere, en passant, una trasmissione di Rai Storia già mandata in onda nel 2016 in occasione del 70esimo della Repubblica. La serie fu di molte puntate e quella in questione era la n. 12 dedicata alle conquiste e ai diritti delle donne. Rai Storia è un canale pregevole, una vera perla della Tv pubblica, per serietà di approfondimenti e documentazione. Cose di cui l’evanescente memoria storica nazionale ha estremo bisogno, viste le baggianate, l’incultura e persino le superstizioni che circolano interpretate dai figuri che popolano la nostra classe politica. Anche la puntata sulle donne era pregevole. Ospite d’onore in studio Emma Bonino che ha raccontato la sua esperienza personale di giovane radicale nel partito di Marco Pannella, Adele Faccio, Roberto Cicciomessere, Adelaide Aglietta e tanti altri che sono seguiti.

Il ruolo della sinistra

Venuti a discutere della legge sull’aborto, la Bonino ha ricordato correttamente che quando essa fu votata il 29 maggio 1978 – Moro era morto assassinato pochi giorni prima – i 4 radicali eletti alla Camera, compresa lei, fecero ostruzionismo contro la legge 194. Volevano, ha detto, segnalarne i limiti e le insufficienze, perché tali le consideravano loro che erano per l’aborto libero. L’ostruzionismo, secondo lei, fu del tutto propagandistico, essi sapevano bene che la legge sarebbe passata perché in ballo, ha detto, c’era il loro referendum abrogativo delle norme repressive in materia allora vigenti che poteva scompigliare il “compromesso storico” di Berlinguer.

E questo non lo volevano né la Dc né il Pci. Il fatto principale, però, è che a sostegno della 194 c’erano tutte le forze di sinistra che, grazie all’avanzata elettorale del Pci del ‘76, aveva alla Camera numeri più consistenti che andavano oltre il 50%. E poi perché la Dc era ancora quella di Zaccagnini, stretta, come ha ricordato a suo modo anche la Bonino, nella maggioranza di unità nazionale figlia del compromesso storico di Berlinguer. Perciò, non avrebbe fatto le barricate, anche se votò contro. Infatti, bastava che i democristiani facessero l’ostruzionismo magari affiancando i radicali che le cose si sarebbero messe male. Infine, e non per ultimo, a dare l’impronta culturale alla Legge sull’interruzione della gravidanza 194 fu il Pci con Paolo Bufalini. Egli partì dal fatto oggettivo che occorreva una legge che mettesse fine alla piaga dell’aborto clandestino particolarmente penoso e pericoloso per le donne del popolo. Inoltre, nel trattare la delicata materia della vita rifuggì da ogni estremismo “radical chic”.

La Dc, in seguito, fu trascinata in un nuovo referendum proposto dal Movimento per la vita di Carlo Casini che si svolse il 17 maggio 1981. Al governo c’era Forlani con un centro-sinistra e l’astensione del Pli. Lo perse malamente: i No furono il 68%. La Bonino ha detto che non aveva dubbi che il referendum sarebbe stato vinto. Si è ben guardata dal dire, però, che contro la 194 anche i radicali presentarono, contemporaneamente, un referendum abrogativo di parti essenziali della Legge che l’avrebbero stravolta in senso deregolatorio. Certo con buone intenzioni, di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno. Lo persero nettamente: i No furono l’88%.

La memoria corta

E’ vero, in una democrazia partecipata, e quella dominata dai grandi partiti di massa della prima Repubblica lo era con tutti i suoi limiti, non tutto si racchiude nelle aule parlamentari. Ma certo in quelle aule c’è la sovranità popolare. E lì, quando si votò la legge sul divorzio nel dicembre 1970, i radicali non c’erano e quando ci furono, si agitarono un bel po’ contro la 194, in seguito sempre insidiata dagli integralisti cattolici che non l’hanno mai digerita. C’erano altri, i tanto vituperati comunisti, socialisti, repubblicani, liberali e anche una parte della Dc (che rischiarono a viso aperto il dissenso nel loro partito). All’epoca i tentativi di convergenza fra Pci e Dc furono spregiativamente derisi, anche da Pannella e soci, come “la Repubblica conciliare”. Probabilmente perché non dava spazio alle mosche cocchiere che, pur svolgendo una loro funzione di stimolo positivo – cosa che avvenne sicuramente nella promozione nel paese della battaglia per il diritto al divorzio – non stavano, però, alla stanga del carro popolare e parlamentare su cui viaggiavano i diritti e le conquiste civili. Lì c’erano i cavalli della sinistra, laica e cattolica, liberale e progressista. In seguito, a mettere i radicali a quella stanga sono stati la smemoratezza storica, il pressappochismo intellettuale e la vulgata massmediologica dei mediocri e degli ignoranti.

Loro, i radicali, poi, alla stanga hanno creduto di esserci sempre stati.

 

 

 

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La mobilità prorogata e il ruolo di Vertenza Frusinate

VertenzaFrusinate 400 260 minDichiarazione. Dalla Videocon (ex Videocolor) nel 2013, abbiamo assistito ad un ininterrotto processo di disintegrazione del comprensorio industriale della Provincia di Frosinone. Lavoratori in cassa integrazione, l’inizio della mobilità per centinaia. Sto seguendo la delicata questione della perdita del lavoro e del reddito, assieme agli ex lavoratori uniti nella Vertenza Frusinate. Essi hanno da subito tenuto alta l'attenzione sul tema del lavoro, priorità di donne e uomini che, a tale scopo, hanno provato a costruire in un dialogo incessante chiesto alle Istituzioni, alla Politica, ai sindacati. Con l'avvicinarsi della fine della mobilità, la loro azione si intensifica, e le istituzioni rispondono con la definizione giuridica di "Area di crisi complessa".

Tale status sarà propedeutico per l'ottenimento della proroga della mobilità per coloro cui scadeva nel 2016. Vertenza si rende conto che il provvedimento contiene però una grave lacuna: si considerano soltanto coloro, tra gli ex lavoratori, che hanno una residenza anagrafica nell’Area di crisi complessa, ma non lavorativa, dunque centinaia sarebbero esclusi dalla proroga della mobilità perché risiedono fuori dell’area stessa.

La lacuna viene sanata per l’anno successivo, 2017. Ma, come si comprende intuitivamente, lo strumento della mobilità, essendo stato espunto/abrogato nelle leggi nazionali, come gli altri ammortizzatori sociali, avrebbe però lasciato senza reddito i disoccupati dal 2017 in avanti. Si sa che trovare le risorse è il fondamento per ogni ulteriore intervento di sostegno al reddito, e Vertenza trova i fondi necessari proponendo di sbloccare milioni di euro fermi nelle Inps regionali, a causa di un cavillo che ne impediva l’utilizzo dopo che, richiesti dalle aziende, non fossero stati però erogati.

Per il Lazio si tratta della considerevole cifra di 60 milioni di euro. Il grande risultato di Vertenza Frusinate arriva nella maggio 2017 quando, dopo questo studio approfondito delle condizioni giuridiche ed economiche, durante un incontro al Mise, il 9 maggio 2017, si raggiunge un accordo su una ulteriore proroga della mobilità per il 2017-18, forti del convincimento condiviso che una politica attiva si basi su tre pilastri: reddito, formazione vera, reinserimento nel mondo del lavoro. Un risultato importantissimo per i disoccupati dell’area di crisi complessa frusinate, ma che si estende a tutto il territorio nazionale che conta ben 14 aree di crisi complessa. Purtroppo molti sono stati gli intoppi burocratici ad una erogazione piena della mobilità per tutti gli aventi diritto.

Per questo Vertenza continua a sollecitare che non passi ancora altro tempo perché le famiglie possano affrontare tutte le spese vive, impossibili senza reddito. Ad oggi ancora 200 disoccupati non hanno però ricevuto quanto spetta loro.
Facciamo presente che, contemporaneamente alla battaglia per la proroga della mobilità e per i tirocini, restano esclusi migliaia di disoccupati e inoccupati. Per un sostegno al reddito e per un percorso di formazione che sbocchi nel Lavoro, in molti Comuni della Provincia si possono firmare i moduli per una “Proposta di Legge di iniziativa popolare regionale per il Reddito minimo garantito verso l’inserimento e il reinserimento nel mondo del lavoro”.

 
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Restituire agli ex Forestali il proprio ruolo per tutelare il nostro patrimonio naturale

  • Pubblicato in Partiti

incendio livedi Marco Maddalena - L'emergenza incendi chiede il ripristino delle funzioni di controllo e prevenzione per tutelare il nostro patrimonio naturale
L’intera provincia di Frosinone, in questi giorni, sta vivendo un’infinita emergenza incendi, che non può essere attribuita solamente alla forte ondata di caldo, sicura-mente c’è spesso la mano della delinquenza di piromani ai quali si nasconde dietro anche la criminalità organizzata. Un’ emergenza che ha evidenziato anche quei pro-blemi strutturali derivati dalla riforma Madia e dall’eliminazione della Guardia Fore-stale
Aver smantellato il Corpo Forestale dello Stato, che svolgeva preziose attività di con-trollo e prevenzione è stato un grave errore del governo nazionale. Riteniamo che la cosa migliore da fare sia è quella di restituire agli ex forestali il proprio ruolo che è quello che sanno fare bene
C’è la necessità che la politica metta al centro della propria agenda di priorità il tema del rafforzamento della prevenzione, e degli strumenti di contrasto ai troppi roghi che ogni giorno distruggono il nostro patrimonio naturale .L’emergenza incendi che sta colpendo la provincia di Frosinone deve essere affrontata , immediatamente, le amministrazioni locali devono chiedere un maggior intervento non solo nello spe-gnimento ma in particolare nelle azioni di prevenzioni e tutela delle aree naturali alle istituzioni regionali e nazionali , perché spesso, e purtroppo, dietro la devastazione di aree protette e di pinete c’è la mano criminale dell’uomo.
Il bilancio delle conseguenze degli incendi è drammatico sia dal punto di vista eco-nomico sia dal punto di vista ambientale, addirittura c’ è stato un incendio di sterpaglie in pieno centro nel Capoluogo di Frosinone che ha portato alla combustione di un’autovettura e le conseguenza potevano essere peggiori.
Un bilancio che purtroppo potrebbe essere ancor più drammatico, visti i continui in-cendi di questi giorni che non lasciano presagire nulla di buono. MarcoMaddalena sin350 260
Il fenomeno, degli incendi, nella nostra provincia anno dopo anno, è sempre più in aumento, per colpa di soggetti senza scrupoli che sperano di arricchirsi sulle ceneri di questa devastazione che distrugge un patrimonio inestimabile in termini di vegeta-zione e di fauna selvatica. Abbiamo il dovere di contrastare chi attenta alla nostra vi-ta, togliendoci l’ossigeno.
L’associazione ambientalista Legambiente ci ricorda che dall'inizio dell'anno nel Lazio sono andati letteralmente in fumo oltre 1600 ettari di superficie, l'equivalente di 2500 campi da calcio. I dati, aggiornati alla data del 12 luglio, sono registrati nel Dos-sier Incendi 2017 di Legambiente, secondo cui la nostra regione è quarta in Italia per ampiezza di territorio interessato da roghi devastanti. Il Lazio ha guadagnato una posizione nella poco edificante classifica rispetto al rapporto del 2016, dove si era piazzato al quinto posto. I numeri della prima parte del 2017 raccontano di un peg-gioramento enorme, inoltre, nella nostra provincia non si ha notizia in merito all'at-tivazione dei Centri Operativi Provinciali (COP) per aumentare efficacia ed efficienza nel coordinamento degli interventi a scala territoriale locale
I Comuni devono attivarsi per imporre i vincoli paesaggistici e naturali previsti dalle legge nazionali in caso di aree soggette ad incendi come la Legge quadro in materia di incendi boschivi del 21/11/2000 n. 353, contenente divieti e prescrizioni derivan-ti da eventi calamitosi riferiti agli incendi boschivi , infatti nelle zone boscate attra-versate da incendi : non si può avere una destinazione diversa da quella preesisten-te all’incendio per almeno quindici anni; è vietata la realizzazione di edifici nonché di strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive; è vietato, per dieci anni, il pascolo di qualsiasi specie di bestiame e l’esercizio dell’attività venatoria, qualora la superficie bruciata sia superiore ad ettari uno.

 
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Anche la Regione Lazio riconosce il ruolo di Vertenza Frusinate

GinoRossi 350 260di Daniela Mastracci - Questa breve conversazione con Gino Rossi si è tenuta nella mattinata del 17 luglio, qualche ora prima di conoscere l’esito positivo dell’incontro in Regione Lazio, dove poi è stato firmato l’Accordo Quadro per gli Ammortizzatori Sociali nell’Area di Crisi Complessa. La firma è stata apposta, e perciò l’accordo a questo punto può essere operativo a tutti gli effetti. (La pubblichiamo lo stesso perché nelle parole di Gino Rossi ci sono impegni di prospettiva - ndr)

Lo spunto per parlare con Gino Rossi è stato dato dalla riunione convocata da Sindaco Fausto Bassetta ad Anagni lo scorso 14 luglio, che aveva la finalità di rassicurare e dare la certezza che si sarebbe arrivati alla firma dell’Accordo. (Vogliamo che alcuni aspetti di quell’incontro siano conosciuti perché ci sembrano importanti - ndr)
Erano presenti all’incontro il senatore Francesco Scalia e i deputati Nazzareno Pilozzi e Renzo Carella, l’Assessora Lucia Valente.
Oggi, dopo la firma dell’accordo, il tema torna nuovamente sul punto più importante per Vertenza Frusinate: parlare di “Lavoro” perché i disoccupati vogliono soprattutto ritornare a lavorare.
E, Gino ora spiega: «essendo esecutivo l’accordo, i lavoratori dovranno firmare il cosiddetto Patto di Servizio Personalizzato, ovvero un percorso di politica attiva offerto dalla Regione Lazio, presso il centro per l’impiego di appartenenza e recarsi presso i Caf per compilare la domanda di accesso alla mobilità.»

Oltre gli aspetti delle procedure, per quanto riguarda il lavoro, la Valente fece ad Anagni un richiamo forte perché tutti i soggetti interessati si adoperino per attivare i percorsi atti al reinserimento professionale. E questo suo dire è attualissimo.
Rossi riferisce che era presente, in quella riunione, il presidente di un’industria, signor Turriziani il quale ha dato la disponibilità per i tirocini; anche alcuni sindaci (perché, ad esempio, per gli over sessanta le assunzioni sono possibili dai Comuni di residenza); anche alcuni consiglieri hanno dato la loro disponibilità. Con tutti costoro l’assessore ha insistito affinché il territorio (comuni, imprese, commercianti), tutti insieme, concorrano alla risoluzione di un dramma che coinvolge tutta la Provincia (e non solo): perciò ognuno di loro dovrà impegnarsi per attivare i corsi e impiegare i disoccupati. «In Regione – prosegue Rossi - ci sono i sindacati, firmatari dell’accordo, ma anche i rappresentanti di industrie, di aziende, Confimprese, Camera di commercio, e altri soggetti che dovrebbero assumere l’impegno di accogliere gli strumenti che i due emendamenti mettono a disposizione per far lavorare i disoccupati. Si tratterebbe è bene chiarire - di manodopera a costo zero, visto che sarebbero pagati dalla Regione. Se ciò non accadesse i disoccupati, sottolinea Vertenza Frusinate, avrebbero comunque la proroga della mobilità, ma l’anno prossimo si riproporrebbe lo stesso dramma ancora una volta, perché la proroga da sola non basta a risolvere la disoccupazione di lunga durata. La lotta è soprattutto per avere lavoro.»
«Se ad oggi si vedono spiragli positivi, ciò non vuol dire che Vertenza “abbraccia” qualcuno. Vertenza continua la sua battaglia, nella consapevolezza che “noi siamo tutti amici, che proseguiamo con la battaglia per stimolare, fare proposte, perché siamo arrivati a questo punto “col cappio al collo”: probabilmente se ci fosse stato ascolto prima, oggi non staremmo come stiamo.»


Elemento positivo dell’incontro è che finalmente tutto il territorio si è stretto intorno a un tavolo, e di concerto prova a trovare soluzioni.
«Un’altra nota positiva – per Gino Rossi - è che anche l’Assessora Valente ha riconosciuto il lavoro di Vertenza Frusinate: "il lavoro fatto non è qualcosa che altri hanno prodotto, è invece il risultato del grande impegno dei disoccupati uniti di Vertenza Frusinate". E l’assessore lo ha rimarcato, dicendo anche che lei sta ricevendo da tutta Italia telefonate di ringraziamento, perché i risultati di quel lavoro stanno ricadendo positivamente in tutte le 14 “Aree di crisi complessa”. Vertenza ha dimostrato di sapersi muovere tra leggi, articoli, commi: si è recata agli incontri al Mise sempre preparata e documentata, tanto che si è giunti agli emendamenti adesso risolutivi.»
Gino Rossi conclude ricordando un particolare del suo intervento: «il tavolo, ha detto, non deve finire qua, ma deve proseguire. E gli intervenuti hanno assicurato che il tavolo apertosi non si chiuderà, ma è l’inizio di un lavoro che proseguirà.»
Nel frattempo, Vertenza Frusinate resta Vertenza Frusinate.

 
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Ma il PD di Anagni che ruolo ha? Circolo di base o megafono di potenti

Sinistra Italiana Logo Rosso Bianco 350 260di Sinistra Italiana Anagni - Tra le tante cose che funzionano male nella vita politica anagnina, oltre al rapporto tra cittadini e Amministrazione comunale, è la segreteria locale del Partito Democratico.
I partiti di Sinistra Italiana e IDV, le associazioni Amici delle stelle e Agorà hanno promosso una conferenza stampa per chiedere all’Amministrazione una presa di posizione chiara e netta su problemi di interesse comune. A tale richiesta ha risposto in modo pesante e offensivo la Segreteria del PD.
Che c’entra il PD e la sua segreteria?
La situazione è anomala e assurda. Come cittadini ci rivolgiamo al Comune ed invece otteniamo risposte offensive e piccate dalla segreteria del PD, come se in questa nostra città non esistesse più il Sindaco e il Consiglio comunale.
È evidente che il Partito Democratico di Anagni non è un partito, ed in realtà assume le funzioni di ufficio stampa del Sindaco. Piuttosto possiamo definirlo un comitato organizzato e guidato dall’alto, asservito all’Amministrazione.
Il risultato di questa anomalia è che ai già difficili rapporti tra il Comune e i cittadini si aggiungono le continue sviolinate della segreteria del PD fatte a sostegno dell’operato dei suoi esponenti regionali e nazionali, e del Sindaco.
Siamo stati offesi con l’invito a sciacquarci la bocca prima di parlare, con l’accusa di terrorismo ambientale e incapaci di fare proposte. Non ignoriamo le offese, desideriamo invece rispondere con il nostro stile alla maleducazione “democratica”.
Come semplici e comuni cittadini abbiamo formulato delle richieste all’Amministrazione e non ci è stato risposto. Non è la prima volta che succede.
Come semplici e comuni cittadini abbiamo invocato la “partecipazione diretta” prevista dallo Statuto (vedi la nostra proposta della Via degli Orti) e ci è stata negata.
Questo è il fatto politicamente rilevante che dovrebbe interessare un partito vero, per il rispetto dovuto a tutti gli elettori.
Smettetela dunque con le sviolinate, con le sperticate lodi agli amministratori comunali, mettetevi una volta tanto nei panni dei comuni cittadini e vi accorgerete che spesso i plausi che dispensate a piene mani ed in ogni occasione sono ingiustificati.
Un appunto lo facciamo poi al gruppo consiliare del PD, Proietti – Tagliaboschi – Bondatti: che fine ha fatto la vostra proposta di indire un Consiglio comunale per il progetto, presentato da Anagni energia srl, relativo a 84.000 tonnellate di rifiuti? Un’altra dichiarazione senza seguito e senza effetto, e anche questa non è la prima!

 
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Lago di Canterno. Ferentino abbia un ruolo attivo

lago di canternodi Marco Maddalena* - Lago di Canterno, cambiare passo puntando sulla valorizzazione e la tutela ambientale. Il Comune di Ferentino deve fare la sua parte per la riqualificazione e promozione di uno dei beni ambientali più importanti del nostro territorio come il Lago di Canterno.
In una recente interrogazione la Consigliera Regionale, Daniela Bianchi, ha evidenziato lo stato di abbondono da parte dell’istituzioni della Riserva Naturale di Canterno con la presenza di microdiscariche abusive e di abusivismo edilizio.
E’ evidente, che la scelta di una riserva naturale sotto la gestione provinciale invece che regionale non ha giovato allo sviluppo e alla tutela del Lago Canterno.
Basta collegarsi al sito internet della Riserva Naturale di Canterno per rendersi conto ad esempio che non è presente nessuna iniziativa di educazione ambientale o escursionistica, nonostante che, uno dei compiti istituzionali delle aree naturali è proprio quello di sviluppare un ambiente educativo-formativo, in particolare con il sistema scolastico ai sensi della legge regionale n. 29 /1997 che istituisce le aree protette.
La gestione di una riserva naturale, infatti, non è solamente un’attività “cantoniera” ma è necessario ben altro. Il consiglio di amministrazione attuale della Riserva naturale di Canterno ed il suo Presidente non si sono dimostrati all’altezza di questo compito limitando così le potenzialità turistiche dell’area naturale.
In una fase, dove la Legge Regionale del 14 Luglio 2014, n. 7 definisce un nuovo assetto dell’area naturale del Lago di Canterno, con la prevista abrogazione dell’ ente Riserva naturale provinciale di Canterno, spostando le competenze in merito alla conservazione e valorizzazione della riserva naturale all’ente regionale di diritto pubblico “Parco naturale regionale dei Monti Simbruini”. E' necessario che nella fase di transazione ci sia un ruolo attivo del Comune di Ferentino nella pianificazione dei programmi viste le innumerevoli potenzialità dell’area naturale, in termini di accoglienza , di sviluppo dell’ecoturismo legato ai Cammini , al cicloturismo , al birdwatching e al benessere di valorizzazione e che in una prospettiva di marketing territoriale venga aggiunta la dicitura espressa del Lago di Canterno oltre quella dei Monti Simbruini nel parco naturale regionale .
Per tutto ciò, ho chiesto al Sindaco con un’ interrogazione quali azioni siano state intraprese dal Comune di Ferentino per la salvaguardia e la promozione ambientale del Lago di Canterno e se ritiene opportuno un commissariamento dell’attuale riserva naturale di Canterno con personale qualificato e competente in materia ambientale.

*Capogruppo consiiare di Sinistra Ecologia e Libertà Ferentino

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Crisi dell'edilizia e ruolo delle opere pubbliche di un comune

ediliziacantiere 350 260Autori: Arch. Anita Mancini e dall'Ing. Antonio Olmetti - Il crollo del comparto edile, nel Lazio, ha probabilmente i numeri più impressionanti di qualsiasi altro settore interessato dalla crisi: Unioncamere ci informa che, nel Lazio, in cinque anni sono 70mila i lavoratori che hanno perso il lavoro, 5mila le aziende edili che hanno chiuso, e 400 mln di euro la "massa salari" persa. La crisi, per questo settore, è più dura che per molti altri. Forse varrebbe la pena di riflettere sul fatto che è come se fossero stati chiusi 35 stabilimenti FIAT, o 50 VideoColor.
Al presidente della Regione Nicola Zingaretti è stato chiesta da tempo l'istituzione dell'annunciato "Tavolo permanente di crisi del settore delle costruzioni", ma di questi lavoratori a Zingaretti sembra proprio che non interessi ed ovviamente non c'è nessun sindaco delle nostre parti a pretendere che si faccia qualcosa, in Regione, a questo proposito.
La risposta che un sindaco può dare al problema è nel favorire una specifica formazione (o meglio aggiornamento formativo) dei lavoratori del settore e nella scelta e nella programmazione degli interventi pubblici, modulandoli in piccole e medie opere che diano la possibilità alle imprese del territorio di partecipare alle gare.
Se è vero che la più grande opera pubblica è la salvaguardia del territorio dobbiamo fare in modo che le nostre imprese edili acquisiscano il knowhow che consenta loro di partecipare ai lavori di questo tipo: ingegneria naturalistica ma anche ristrutturazioni ed efficientamento energetico ad esempio. Tali azioni vanno nella direzione della sostenibilità, cioè di uno sviluppo durevole: basta pensare che il settore delle ristrutturazioni rappresenta l'80% dei lavori edili che verranno eseguiti nei prossimi vent'anni.
Bisogna puntare ad un diffuso programma di opere medio-piccole; programma, questo, che può trasferire rapidamente sul territorio gli effetti positivi derivanti dall'attività prodotta. Queste opere, infatti, sostengono con più consistenza, rispetto a quelle grandi, le attività e l'occupazione dell'economia locale, assicurando una cantierizzazione rapida e veloci ricadute occupazionali. Manutenzioni ordinarie e straordinarie, efficientamento energetico, ristrutturazioni: sono queste le opere che garantiscono una ricaduta immediata sul disastrato settore edile. Le scuole, la rete viaria, la prevenzione del rischio sismico e del rischio idrogeologico sono prioritarie ed attraverso una oculata programmazione dei lavori pubblici possono avere una ricaduta economica sulle famiglie del comparto edile senza consumare altro suolo ed anzi, al contrario, provvedendo alla tutela del territorio ed alla sicurezza del patrimonio immobiliare pubblico.

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Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino

Ilaria Alpidi Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

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