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Gli autarchici e i grillini

 

itremejosalvatoridellapatria mindi Aldo Pirone - La riunione in video conferenza dei capi di stato e di governo dei 27 paesi dell'Ue svoltasi l’altro ieri ha gettato nel panico i nostri patrioti e sovranisti inducendoli a straparlare e a mentire sempre più clamorosamente. La patriota Meloni ha parlato di “buco nell’acqua“ e poi, dicendo il falso, ha proclamato: “mentre il Fondo per la ripresa viene declinato al futuro e con contorni ancora tutti da definire, l’unica cosa certa è che tra pochi giorni sarà operativo il Mes con le sue condizionalità tutt’altro che light”. Bugiarda, perché il Mes in generale è già operativo, grazie a lei e alla Lega e a Berlusconi, da alcuni anni e non è per niente obbligatorio, bensì facoltativo, come un po’ da tutti ampiamente ricordato e documentato. E quello di cui si discute è il ricorso a una linea di credito, sempre facoltativa, unicamente per spese sanitarie e senza le condizioni previste per gli aiuti economici agli stati in difficoltà come fu per la Grecia. Poi, la patriota, ha aggiunto: “C’è bisogno di liquidità subito e l’Italia non può più attendere i capricci (senti chi parla! N.d.r.) della Germania e dei suoi satelliti”. Cosa di cui l’Unione europea sembra essere, finalmente, ben consapevole, a cominciare proprio dalla “capricciosa” Germania, e che si sta discutendo non solo sotto il profilo della celerità ma anche della quantità. In proposito la Von Der Leyen ha detto che occorreranno non alcuni milioni, ma alcune migliaia di miliardi.

Ma Giorgia, nostalgica dei suoi avi politici che raccolsero il ferro delle cancellate e le fedi d’oro contro le “inique sanzioni”, ha proposto i “bot patriottici” – invenzione di Tremonti - in alternativa agli aiuti dell’Unione europea. Giorgia sente ancora il profumo dei bei tempi andati e dei prodotti autarchici del fascismo: la lanital, il cuoital, e come alimenti il condit, la vegetina, il caffè di cicoria, nelle varietà di Extra, Cammello e Suora ecc. Il sovranista Salvini, sempre più stravolto nel fisico e nella psiche, nella menzogna non è da meno della sua alleata e concorrente: “Approvato il Mes, una drammatica ipoteca sul futuro dell’Italia e dei nostri figli”. Poi annaspando aggiunge: “Di tutto il resto, come il Recovery Fund, si parlerà solo più avanti, ma già si delinea una dipendenza perenne da Berlino e Bruxelles. Sconfitta, fallimento, disfatta, oltretutto avendo impedito al Parlamento di votare, violando la legge”.

Invece, chi ha commentato positivamente la riunione sono stati pentastellati nati come euroscettici. Il guru Grillo, benedicente, ha twittato: “Forse l’Europa comincia a diventare una Comunità“, ha scritto su Twitter. “ ‘Giuseppi’ sta aprendo la strada a qualcosa di nuovo. Continuiamo così!”. L’ex capo politico Di Maio pur parlando di “match ancora in corso” ma poi si è lasciato andare: “ma possiamo dire di aver raggiunto un primo importante risultato: il Recovery Fund. Ora bisogna lavorare sui tempi, affinché i fondi siano disponibili da subito, per aiutare imprese, lavoratori e famiglie italiane. C’è un’Italia da ricostruire. Solo uniti ce la faremo. Grazie al presidente Conte per l’ottimo lavoro svolto fino ad ora. Grazie a chi sostiene la nostra Nazione nella sfida più importante di sempre. Non molliamo”. Infine, anche il reggente Crimi ha voluto sentenziare su facebook: “L’Europa sta rispondendo all’emergenza coronavirus: tutti stanno finalmente comprendendo la portata della posta in gioco e facendo squadra […] Il nostro Paese chiede all’Unione il coraggio di scrivere un nuovo capitolo della sua storia e diventare compiutamente una grande comunità. Questa giornata induce all’ottimismo”.

Soprattutto riguardo alla loro intelligenza. A parte Di Battista, ovviamente.

 

 

 

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Per amore della verità

"Pro veritate", da leggere insieme a "Mentana, giornalismo e libertà"

salvini meloni 390 mindi Aldo Pirone - Giorgia Meloni non conosce vergogna. L’altro ieri ha accusato i ministri Gualtieri e Di Maio, nonché il Presidente del Consiglio Conte, di “alto tradimento”. L’accusa è specifica nei confronti del titolare dell’economia: "Il ministro Gualtieri ha firmato (all’Eurogruppo n.d.r.) per attivare il Mes”. Ovviamente la sua dichiarazione è stata data da tutta la stampa e anche dalle TV, compresa La7 di Mentana. Ma, come è consuetudine per ciò che dice la leader di FdI, non è vero niente.

Il cosiddetto Mes europeo non è stato “attivato”, è già attivo da almeno otto anni e nessun paese è obbligato a ricorrervi. All’eurogruppo, inoltre, hanno non deciso ma proposto. Infatti, le decisioni anche sugli altri strumenti discussi, Bei, Sure e nuovo strumento di aiuto collettivo per la ripresa economica europea, saranno prese dai capi di governo dei 27 paesi dell'Ue nei prossimi giorni. Semmai, riguardo al Mes, l’eurogruppo ne ha proposta una modifica: aiuto senza le condizioni iugulatorie applicate agli aiuti economici ai singoli stati (vedi il disastro Grecia).

L’aiuto per chi vorrà usufruirne – nessuno è obbligato – si riferisce solo alle spese mediche e sanitarie derivanti dall’epidemia del Coronavirus. L’Italia se ne facesse richiesta riceverebbe 37 miliardi, guarda caso la stessa cifra che in dieci anni è stata sottratta alla sanità pubblica dai governi di tutti i colori, meno l’ultimo.

Il giudizio complessivo sulle proposte dell’eurogruppo non lascia molto spazio all’entusiasmo, qualcosa si muove ma si è sempre e ancora prevalentemente nel recinto di vecchi strumenti e di una vecchia politica europea dominata dagli egoismi nazionali, dalle diffidenze più o meno giustificate, dalle furbizie, insomma non adeguata alla sfida che l’Ue è chiamata a fronteggiare superando se stessa e il suo metodo di governo fondato sulla confederalità micragnosa.

Ma la Meloni che di fronte al Mes light strilla al tradimento come si è comportata quando il 3 agosto del 2011 esso, e non era light, fu approvato dal governo Berlusconi di cui era ministra e di cui faceva parte organica anche la Lega? Acconsentì senza se e senza ma.

Il comunicato della Presidenza del Consiglio di quel giorno recita: “su proposta del Ministro degli affari esteri, Frattini: - due disegni di legge per la ratifica e l’esecuzione dei seguenti Atti internazionali: 1. Decisione del Consiglio europeo 2011/199/UE, che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente ad un meccanismo di stabilità (ESM- European Stability Mechanism) nei Paesi la cui moneta è l’euro; obiettivo della Decisione è far sì che tutti gli Stati dell’Eurozona possano istituire, se necessario, un meccanismo che renderà possibile affrontare situazioni di rischio per la stabilità finanziaria dell’intera area dell’euro; 2. Statuto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA)”.

La Meloni oggi cerca di giocare a nascondino dicendo che lei quando il Parlamento ratificò il provvedimento a luglio dell’anno dopo, ai tempi del governo Monti, non votò sebbene il suo partito di allora, il Pdl di Berlusconi, coerentemente lo approvasse. Lo fece in silenzio, senza clamore e senza rumore come quando approvò la riforma Fornero. Purtroppo a incoerentemente votarlo fu anche, a sinistra, il PD di Bersani; sì proprio di Bersani. Così come fu votato dal Pd l’inserimento in Costituzione del cosiddetto “pareggio di Bilancio”.

Ieri, Conte di fronte a sì grandi falsificazioni meloniane e salviniane è sbottato attaccando il duo sovranista, anche se con qualche imprecisione. Del resto l’accusa di “alto tradimento” è una cosa grave, anche se non seria, perché viene da chi fra i suoi divi ispiratori ha una bella schiera di traditori dell’Italia e collaborazionisti dei nazisti tedeschi. Il Direttore de La7 Mentana ha detto che se l’avesse saputo quella parte della conferenza di Conte non l’avrebbe trasmessa. Il che è sorprendente, perché presenta un’idea alquanto bizzarra dell’informazione, più simile al Minculpop che alla libertà di conoscere e sapere. Del resto la TV mentanesca aveva dato, correttamente, le dichiarazioni infuocate di Meloni e Salvini.

Ora si può anche avere un’opinione negativa della sede, - trasmissione istituzionale sui provvedimenti per il Coronavirus - in cui Conte ha risposto ai due figuri della destra italiana. Ma non si può dire che quella parte “non l’avrei trasmessa”. Anche perché se è questo il modus operandi de La7, uno potrebbe incominciare a interrogarsi su cosa quella TV trasmette, anzi non trasmette, e con quali criteri.

Per fortuna che a rallegrarci ha provveduto sempre il duo Salvini-Meloni. Ha accusato Conte di deriva autoritaria. “Roba da regime sudamericano” ha detto il “ganassa” milanese. Ma non c’era bisogno che andasse così lontano a cercare. Bastava fare riferimento al vicinissimo Orban di cui ha approvato entusiasticamente, insieme alla Meloni, pochi giorni fa l’eutanasia del Parlamento magiaro, dopo quella delle libertà civili, liberali e i diritti delle opposizioni.

Ma anche la geografia politica non è il loro forte.

 

 

 

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Il Presidente Conte e la politica

A proposito di un caduta di stile

giuseppe conte 350 mindi Elia Fiorillo - Chissà se il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte si è realmente reso conto di quello che ha fatto. In un delicato momento in cui vive il Paese a causa del Coronavirus è giusto che lui faccia conferenze stampa a gogò per spiegare agli italiani, chiusi in casa, come va il flagello del Covid-19. Anche se c’è chi pensa che più del virus maledetto lui, il presidente Conte, pensa alla sua immagine. E, quindi, più appare in televisione e sui media meglio è per lui.

Però non è per niente legittimo che in quei delicati messaggi lui, il Primo ministro, scagli bordate a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Può avere tutte le ragioni del mondo per avercela con il duo “destrosso” ad oltranza e pianta grane, ma non era quello né il momento, né il luogo per tirarli in ballo. Non solamente per motivi istituzionali, ma anche per motivi pratici. Non credo che Conte volesse fare pubblicità ai due, anzi voleva proprio l’incontrario. E, invece, Meloni e Salvini lo devono proprio ringraziare. È riuscito a farli apparire ripetutamente in tv per chiarire, difendersi, attaccare, ecc. Un vero regalo inaspettato per la Santa Pasqua.

Ma pensate un poco se i tanti vituperati presidenti del Consiglio della prima Repubblica avessero fatto una cosa simile. Sarebbe crollato il mondo. Sarebbero stati espulsi, all’unanimità, dalla vita politica del Paese. Ve l’immaginate Fanfani, Andreotti, Moro, Spadolini e via proseguendo se, da presidenti del Consiglio in carica, in un discorso istituzionale, avessero inzuppato il pane della polemica politica? La verità è che un fatto del genere era inimmaginabile per quei tempi. Periodo quello che spesso viene criticato da chi, con molta probabilità, pedissequamente vede la prima Repubblica come qualcosa da cancellare. E, invece, per certi versi, non è proprio così. Anzi, messi da parte certi fatti e misfatti, un approfondimento di quei tempi per chi vuol far politica è d’obbligo.

Non è che quelli della Prima Repubblica fossero stinchi di Santi, anzi. Ma allora c’era un codice non scritto da rispettare e guai a non attenersi, si rischiava l’impopolarità, il biasimo da destra, sinistra e centro. Insomma, non si poteva sgarrare.

Se il presidente Conte, ai tempi tanto contestati della prima Repubblica, si fosse permesso di fare quello che ha fatto in tv contro i suoi avversari, un attimo dopo non sarebbe stato più Primo ministro. Probabilmente oltre i partiti e i cittadini si sarebbe scatenato anche il Capo dello Stato. Non sappiamo se Mattarella abbia alzato il telefono ed abbia rimproverato il Primo ministro. Certo si sarà incavolato non poco e avrà forse pensato che prima di arrivare a Palazzo Chigi, ai presidenti nominati, sarebbe importante fare un piccolo corso di formazione sulle cose che si debbono fare nel ruolo di presidente del Consiglio e sulle altre cose, quelle che non vanno nemmeno immaginate.

Ma vi figurate un Moro, un Berlinguer, uno Spadolini, o qualsiasi altro esponente della prima Repubblica, che si rivolge agli italiani come capo di partito o nella sua veste istituzionale di presidente del Consiglio dei ministri eppoi, ad un certo punto, fa un inciso per colpire uno dei suoi avversari? No, non ce lo figuriamo proprio. Eppure, Conte non si è posto minimamente il problema del suo ruolo istituzionale, del fatto che stava parlando agli italiani di problemi serissimi; che nella storia della Repubblica il Coronavirus è uno dei più grandi flagelli che hanno colpito gli italiani. Tutto è passato in second’ordine. Prima di tutto la politica. Ma questi comportamenti possono definirsi politici? O non si avvicinano di più alla schizofrenia?

Si può essere un grande professore universitario, un importante imprenditore….. ma non è automatico manifestarsi come un buon politico. Anzi, a volte, è peggio. Perché si ha la presunzione di conoscere tutto e tutti e, quindi, sentirsi ottimi politici. Il politico prima di tutto è un soggetto che deve essere attentissimo al prossimo, ai suoi bisogni, ai suoi problemi. Li deve saper leggere ma deve anche saper trovare risposte a certi problemi, a certi bisogni, sempre nell’interesse della collettività.

Una cosa è certa, non si diventa politici da un giorno ad un altro. Ed anche in questo caso la Prima Repubblica ci può aiutare. Allora la gavetta era importante: azione cattolica, boy scout per i cattolici, iniziative sociali varie per i comunisti. I politici non s’inventano dall’oggi al domani!

 

 

 

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Antemarcia

Melini e Salvoni ma anche Seloni e Malvini

sondaggrillini sprofondano meloni clamoroso sorpasso mindi Aldo Pirone - Ieri sera Antonio Padellaro e Andrea Scanzi, giornalisti del “Fatto Quotidiano”, hanno riproposto sulla “TV Nove” la loro delusione per Giorgia Meloni. Avevano sperato, hanno detto, che la signora fosse meglio di Salvini e, invece, hanno dovuto ricredersi. Per Padellaro la Meloni deve essere un Calvario di pentimenti, perché su di lei come concorrente “moderata” del “bauscia” milanese aveva investito parecchio. In queste settimane dominate dal Covid 19, anche lei, dicono i nostri, non ha saputo sottrarsi alla propaganda demagogica, alla strumentalizzazione e svilizzazione di ogni atto del governo Conte. Che sono cose ben diverse dalla necessaria e opportuna critica, per correggerli, degli errori che in corso d’opera il governo ha fatto vista anche la dimensione nuova e globale dell’epidemia in corso. La leader postfascista, come il suo sodale-concorrente Salvini, si sta dimostrando una piccola intrigante, incompetente, in cerca di facili consensi, dimentica, com'è d’uso ormai da anni nella politica italiana, di ogni sua precedente responsabilità in qualità di esponente sotto diverse casacche, anche da ministro, di un centrodestra che localmente e nazionalmente ha manomesso, fin dai primordi di Berlusconi, l’idea di pubblico, d’interesse collettivo, di bene comune e di Stato. E non solo nella sanità pubblica.

Quello che ha fatto irrimediabilmente cadere le speranze di Padellaro e Scanzi è stato, soprattutto, il giudizio che sui pieni poteri assunti da Orban in Ungheria ha espresso la Meloni. “In Ungheria – ha detto l’erede di Almirante - è stato deliberato lo stato d’emergenza, così come da noi. Questo dà dei poteri molto importanti a Orban, così come a Conte. Con la differenza che Orban almeno gli ungheresi se lo sono scelto”. Proprio come gli italiani si scelsero Mussolini e i tedeschi Hitler!

Ovviamente alla signora, affetta da fascismo senza post, non passa neanche per l’anticamera del cervello la differenza fra un libero parlamento in una democrazia liberale e parlamentare segnata dalla divisione dei poteri e un parlamento asservito in una “democratura” fondata sulla demagogia nazional-populista, senza garanzie per le minoranze, per la libertà di stampa, di associazione e di opinione dove è possibile assumere pieni poteri legislativi senza controllo alcuno. Cioè la differenza che, nonostante ogni sforzo della destra nostrana per renderle simili, ancora intercorre fra l’Italia della Costituzione repubblicana e antifascista e l’Ungheria di Orban. Per la Meloni, Orban e Conte sono la stessa cosa e chi, con dovizia di chiari argomenti contesta simile aberrante giudizio, lo considera “intellettualmente disonesto”. Rendendo evidente un’altra sua defaillance: che non sa dove sia di casa l’onestà intellettuale.

La leader della destra neofascista doc, si è spesso lamentata del fatto che in TV i giornalisti - i pochi non “sdraiati” - le ponevano insistenti domande sulle sue ascendenze fasciste. Come capita a tutti quelli che hanno problemi di legame non rescisso, ideale e culturale, con il fascismo, rispondeva che quelli che le chiedevano parole chiare e inequivocabili di condanna di quelle idee reazionarie e liberticide volevano solo sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle posizioni sue e dei suoi camerati sui problemi degli italiani. Sono bastate le malefatte di Orban in Ungheria per capire che quelle domande e richieste dei giornalisti non erano peregrine, ma solo retoriche. Perché la signora Meloni non è mai stata postfascista, se non anagraficamente.

Anzi, se le dovesse capitare l’occasione si comporterebbe come un “antemarcia”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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Salvini plaude al grave atto dittatoriale di Orbàn

Non solo Covid 19

Orbàn Salvini 380 mindi Valentino Bettinelli - La storia insegna che paura e crisi sociale sono state la leva perfetta per il proliferare delle peggiori dittature che l’umanità abbia mai vissuto.

A sferzare il clima di emergenza sanitaria, causato dalla globale pandemia dovuta al Covid-19, la notizia della presa assoluta del potere da parte del premier sovranista ungherese Viktor Orbán. Questo grave atto dittatoriale ha avuto il plauso del leader italiano dell’opposizione, Matteo Salvini, che definisce “democratica” una decisione che cancella proprio la democrazia. Quello stesso Salvini che, tra preghiere di cattivo gusto e analisi economiche di dubbia veridicità, si lamentava dell’ipotetico taglio della democrazia nella gestione dell’emergenza portata avanti dal capo del Governo Giuseppe Conte.

Se ce ne fosse mai stato bisogno, la pandemia dovuta al diffondersi del Covid-19 insegna come la cooperazione e il superamento degli interessi nazionali siano le uniche vie di salvezza per tutta la popolazione mondiale. Non c’è nazionalismo che possa garantire il benessere dei propri cittadini perché, come ben detto anche da Papa Francesco, nessuno può salvarsi da solo. Nessuno Stato può, dunque, rivendicare una propria autonomia decisionale di fronte ad una sfida di tale portata. Fare squadra è l’unico strumento valido per superare una crisi che, in questo primo momento riguarda l’aspetto sanitario, ma che si tramuterà in una gravissima recessione economica per tutti i Paesi mondiali.

In un clima di relazioni internazionali necessarie, stonano anche le prese di posizione di alcuni Stati membri dell’Unione Europea, che ignorano il pericolo globale, trincerandosi dietro la solita burocrazia che rende la nostra Unione poco all’altezza di questa ardua partita.

A dare coraggio alla spinta europeista di chi ancora crede nell’Unione dei Popoli voluta dallo stesso Altiero Spinelli, gli esempi di collaborazione e solidarietà da parte di Stati come l’Albania, che hanno inviato personale sanitario per aiutare la gestione dell’emergenza nel nostro Paese.

Le parole del primo ministro albanese, Edi Rama, rientrano a pieno nello spirito di sana cooperazione tra Stati e abbattono i pensieri dei tanti ideologi di una nuova Internazionale, di stampo sovranista. Il premier albanese ha colpito nel segno e, come in una battaglia navale, ha affondato i nazionalisti di tutto il mondo. La speranza è che il suo discorso sia da sprone per tutte le forze democratiche e convintamente europeiste. Impossibile non citare quel passaggio che, in poche parole, dà una lezione di storia e di futuro. “Non siamo un Paese ricco, ma non siamo privi di memoria. Non possiamo non dimostrare all'Italia che l'Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà. Oggi siamo tutti italiani, e l'Italia deve vincere e vincerà questa guerra anche per noi, per l'Europa e il mondo intero”.

Negli ultimi giorni, a richiamare alla solidarietà, come già accennato in precedenza, anche il Pontefice. Da una Piazza San Pietro vuota, il Papa argentino si comporta da Vescovo e pastore del mondo, dei credenti e non, lanciando un appello alla collaborazione, perché risulta davvero impossibile trovare la forza per salvarsi da soli.

Ebbene, proprio una vera coscienza internazionale potrà condurre la popolazione mondiale alla salvezza e al raggiungimento di quel porto sicuro, rappresentato dalla vittoria sul Covid-19, un virus che ci ha dimostrato come non esistano confini. Non si può, dunque, pensare che le spinte sovraniste, dittatoriali ed illiberali possano aiutarci. L’Europa, intesa nel pensiero dei Padri Fondatori come Unione di Stati e di Nazioni, deve essere il grande anticorpo per combattere autoritarismo della nuova Internazionale Sovranista, guidata dal leader ungherese Viktor Orbán, alla quale strizza l’occhio il duo nostrano Salvini-Meloni.

Se c’è una preghiera da fare è quella nei confronti della democrazia, unico ostacolo a derive autoritarie e liberticide che il baciatore seriale di rosari vorrebbe imporre anche in Italia. Il primo tentativo dell’agosto 2019 è fallito. Non permettiamo che, superato il pericolo Coronavirus, i sovranisti nostrani tornino all’attacco.

Difendiamo la nostra democrazia, invitando l’Europa a difendere e rivendicare la propria vocazione internazionale. Solo in quel momento potremo dire che sarà andato tutto bene.

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Sprofondamento

e.scalfari con bastone 350 260 mindi Aldo Pirone - In questi ultimi giorni ci sono stati alcuni richiami al Risorgimento. Salvini, per non farci mancare nulla delle sue proverbiali pagliacciate, s’è paragonato a Silvio Pellico ed Eugenio Scalfari, nel suo excursus domenicale, prendendo spunto dalle aperture ai movimenti (vedi Sardine) del Pd di Zingaretti, ha scritto delle vicende risorgimentali.

Sul primo c’è solo da ridere, sul secondo solo da piangere. Ma, essendo quest’ultimo ancora considerato un maître à penser del progressismo, ci tocca interessarcene. Non voglio fare, per carità, l’esegesi dello scritto scalfariano, che più che a un racconto storico, sebbene succinto, sembra una favoletta edificante - quelle che, ai miei tempi, ci propinavano alle elementari - di ciò che drammaticamente accadde nel Risorgimento: Carlo Alberto, il “re tentenna”, definito con molta esagerazione “democratico e rivoluzionario”; Cavour, descritto come una sorta di deus ex machina della spedizione dei “Mille” di Garibaldi.

Voglio solo annotare le sue conclusioni. Rifacendosi alle vicende mazziniane e garibaldine Scalfari sentenzia: “la sinistra italiana non ha vinto quasi mai”. Il che, detto in collegamento con le prossime elezioni in Emilia, uno dei luoghi dove la sinistra, quella vera e anche quella divenuta sgarrupata, ha vinto sempre, spinge a fare i debiti scongiuri. “Forse accadrà oggi?” si domanda Eugenio. Poi, influenzato dai paragoni di Salvini con Pellico, s’invola: “Zingaretti prenderà il posto che né Mazzini né Garibaldi riuscirono a prendere? (sic!) Questo è il tema oggi”.


Altro che Risorgimento, qui siamo allo sprofondamento.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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In vino veritas

salvini tortellini 350 mindi Aldo Pirone - L’arcivescovo di Bologna, Maria Matteo Zuppi considera normale che il comitato cittadino per la festa di San Petronio confezioni tortellini di pollo accanto a quelli tradizionali di maiale. “la preoccupazione – dice l’arcidiocesi - è che tutti possano partecipare alla festa, anche chi ha problemi o altre abitudini alimentari o motivi religiosi”. Apriti cielo! Matteo Salvini si è subito scatenato dicendo, udite udite, “Cercano di cancellare la nostra storia e la nostra cultura”*. Con ciò identificando, l’una e l’altra, con i suini, che poi sarebbero gli animali a rappresentare bene, meglio di tutta l’altra fauna, le sue concezioni, si fa per dire, politiche e culturali.

Il grido di dolore il “bauscia” l’ha rivolto, l’altro giorno, ad alcuni elettori umbri accorsi ad ascoltarlo nel solito comiziaccio elettorale in quel di Terni in Umbria. Credendo di fare un paragone spiritoso e azzeccato, ha aggiunto: “E’ come dire il vino rosso in Umbria senza uva per rispetto”. Il che non c’entra un tubo perché un tortellino con il pollo si può fare, ma il vino senza uva no. In quel caso il musulmano e altri possono bere coca cola. Il povero “ganassa” non si è accorto che sono ormai anni che nei supermercati si vendono prodotti, i wurstel per esempio, che avendo un’origine doc di maiale sono fatti anche di pollo o di tacchino. E nessuno ha mai gridato all’attentato contro la nostra cultura. Ma per Salvini il suino è emblema della nostra identità nazionale e non si tocca; mettergli al fianco il povero pollo e il disgraziato tacchino è vilipendio alla Patria.

Il paragone con il vino, però, non era del tutto fuori luogo, perché Salvini ne deve aver bevuto parecchio prima di dire una tale castroneria.
Mostrando ancora una volta tutta la sua cultura porcella.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

Nota di Redazione: Quando si invoca di non cancellare la cultura, come fa Salvini, prima bisogna averla. Si legga qui di seguito:

«All’inizio fu il pollo (e il midollo)
Nei ricettari medievali e rinascimentali si contano un gran numero di tortelletti, annolini e ravioletti, ma i primi tortellini alla bolognese vengono descritti solo alla fine del Settecento da Francesco Leonardi all’interno della sua monumentale opera “L’Apicio moderno”. Non un cuoco qualsiasi, si badi bene, ma uno star chef dell’epoca che si era licenziato da cuoco personale di Caterina II di Russia perché non sopportava il freddo di San Pietroburgo.

Questo grande cuoco, che riportò l’ago della bilancia della gastronomia sull’Italia dopo la lunga parentesi francese, annota una ricetta che non lascia spazio alle interpretazioni: “Pestate nel mortajo del petto di pollo arrosto, aggiungetemi midollo di manzo ben pulito, parmigiano grattato, un pezzetto di butirro, sale, noce moscata, cannella fina, e due rossi d’uova crudi”. Con questo ripieno si farciscono i tortellini alla bolognese e di maiale nemmeno l’ombra.» (da il "Gambero Rosso" del 2 ott. 2019, a cura di Luca Cesari)

 

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E nella Lega cominciano a volare gli stracci

Flavio Tosi 2 350 minRicordate Flavio Tosi Sindaco di Verona da 2007 al 2915? Leghista della prima ora, oggi molto deluso dal leader del suo partito? Governo sul viale del tramonto, Tosi: «Il populismo contro il popolo lascia macerie» **fonti

Una bocciatura senza "se" e senza "ma" quella rilanciata da Flavio Tosi nei confronti di un esperimento di governo che, di questo gli va dato atto, sin da subito l'ex sindaco aveva profetizzato si sarebbe fatto, e poi sarebbe durato poco. Da sempre ostile al sodalizio gialloverde, Flavio Tosi in queste ore va dunque all'incasso delle sue previsioni avverate, ricordando criticamente quelle che giudica essere le «politiche senza investimento, prive di ogni visione futura, contro imprese, lavoratori e giovani» che Lega ed M5S avrebbero realizzato finora. Quello che lentamente pare incamminarsi lungo il viale del tramonto, secondo l'ex sindaco scaligero, «è stato il governo del più becero assistenzialismo. Un governo che lascia macerie. Il populismo contro il popolo, come ho sempre sostenuto».

Un ultimo strale polemico l'ex sindaco di Verona lo riserva poi a quel Salvini con il quale i rapporti non sono mai stati idilliaci: «A causa della crisi al buio di Salvini, - incalza Tosi - il prossimo governo politico s'insedierà, nella migliore delle ipotesi, a dicembre, quindi non in tempo per evitare l'aumento dell'Iva. Il "venditore di pentole" Salvini, - conclude Tosi - tra un dj set e un mojito, sta distruggendo il Paese. Lo "scappato di casa" Di Maio gli ha fatto da palo e ora piange lacrime ridicole e patetiche. E adesso entrambi si danno alla fuga». Tosi dixit.

Riporto, di seguito, il commento di Flavio Tosi sulle recenti prodezze di Salvini. «Eccolo lì, Salvini: a lezione da Giuseppe Conte, che gli ha spiegato il senso delle istituzioni democratiche e di fronte al Paese lo ha inchiodato davanti alle sue responsabilità definendolo sleale, bugiardo, opportunista, assenteista e completamente ignaro dell'abc costituzionale. Insomma un incapace, un fannullone e un traditore, come chi scrive ha sempre sostenuto. Del resto chi tradisce una volta, tradisce sempre: e Salvini nella sua vita politica ha tradito nell'ordine Bossi, Maroni e il sottoscritto, ma soprattutto gli ideali federalisti e liberali della Lega. Ovvio che per esclusivo tornaconto prima o poi arrivasse a tradire anche il suo governo.

Non ho apprezzato il premierato di Conte e l'esecutivo gialloverde, ma con onestà intellettuale riconosco oggi a Conte un'uscita di scena da uomo serio e perbene. Un gigante rispetto al nanetto politico ex comunista padano. Una grande dignità al confronto della miseria umana e politica di Salvini, che prima nudo in spiaggia faceva il gradasso e chiedeva "pieni poteri", poi quando ha capito di aver fatto una cazzata ha cominciato a fare passi indietro e a mendicare la pace, sino ad arrivare a proporre premier Di Maio. Perfino oggi Salvini ha mostrato tutta la sua inadeguatezza come leader: non sapeva nemmeno dove sedersi e dove parlare, faceva le faccette isteriche come i ragazzini durante il rigoroso discorso di Conte. Poi ha utilizzato il Senato per dire le solite puttanate demagogiche, la più grande di tutte che era pronto a mettere 50 miliardi per tagliare le tasse quando sa che non c'è una lira (infatti ha fatto cadere il governo perché pensava di poter fare la manovra salata e anti-popolo solo dopo un voto che lo bullonasse alla sedia per 5 anni). Infine ha elemosinato a Di Maio un nuovo accordo. Un buffone! Un buffone senza dignità!

Eccolo lì, Salvini, tanto tracotante nel suo ennesimo vuoto e isterico comizio, quanto piccolo piccolo nella valenza politica e strategica. Eccolo lì, Salvini: un pallone che si sta sgonfiando nelle contraddizioni della sua miserabilità. Guardatelo: è affannato, paonazzo, straparla, perde il filo, mentre il Conte tradito lo umilia e lo mette con le spalle al muro. Il piccolo Salvini è talmente sfatto, disperato e impaurito da mendicare ancora, fino all'ultimo. Cosa non si farebbe per salvare la poltrona! Ha la faccia di tolla Salvini e in un visibile gioco di specchi afferma il contrario di ciò che pensa. Dice che non ha paura perché ha una fifa blu di perdere il potere. Afferma che rifarebbe tutto perché sa di essersi fregato da solo. Dice che la Lega è compatta perché si rende conto che anche con molti dei suoi ha perso credibilità (Giorgetti in primis). Invoca le piazze perché è consapevole che fra qualche mese non lo seguirà più nessuno. E questo piccolo omino disperato sarebbe un leader?

Purtroppo i suoi alleati di centrodestra non riescono a capire a chi si sono messi in mano. Registro infatti ancora oggi il totale asservimento di un parte di Forza Italia e di Fratelli d'Italia a questo piccolo "guappetto" ridicolo. Sono appiattiti, senza nessun slancio e nessuna visione. Il centrodestra vuole morire con Salvini. Ma la gran parte dei suoi elettori, che sono liberali, popolari e riformisti, no.»

Fonti: https://www.facebook.com/FlavioTosiUfficiale/; siti di veronasera.it a partire da https://www.veronasera.it/politica/
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Salvini e la memoria corta delle italiane e degli italiani

MatteoCover 350 mindi Antonella Necci - Matteo Salvini. Una vita in vacanza - Bagnanti di tutta Italia non si capacitano di come Matteo Salvini, fino a ieri descritto come un genio, abbia potuto trasformarsi in una sorta di Fantozzi della politica in grado solo di rimediare figure barbine.

Va bene che siamo un Paese afflitto da una cronica mancanza di memoria, ma prima di passare un anno intero a descriverlo come un sublime stratega, forse qualcuno si sarebbe potuto ricordare di quando nel 2009, alla presentazione delle liste per le elezioni provinciali di Milano, un Matteo Salvini già ultratrentenne e dunque ampiamente adulto, propose l’istituzione di “carrozze della metropolitana per soli milanesi”. Milano si era appena aggiudicata Expo, avviandosi a (ri)diventare la città internazionale apprezzata oggi, ma lo Stratega pensava bene di puntare tutto su un ritorno al campanilismo dei primi anni ’90, costringendo gli alleati - incluso l’allora premier Berlusconi - a chiedere scusa.

Oppure, si sarebbe potuto tenere presente l’atteggiamento tenuto dal Richelieu del Papeete in occasione delle Comunali 2016, solo tre anni fa, quando il Nostro ricopriva già il ruolo di segretario della Lega. Dopo il primo turno, a Milano, il semisconosciuto Stefano Parisi era riuscito a scioccare anche la Madonnina, portandosi a un solo punto percentuale dall’iperfavorito Beppe Sala. Per la sinistra si trattava di uno psicodramma: perdere Milano, con tutto quello che Milano rappresenta per il Paese sia a livello economico che simbolico, sarebbe stato un colpo mortale.

E mentre alti papaveri locali del PD andavano a caccia, su Facebook, delle simpatie degli elettori dei Cinque Stelle – in una piccola anticipazione dell’oggi –, invece che appoggiare Parisi pancia a terra, il Grande Stratega rimaneva freddo, come del resto aveva fatto per tutta una campagna elettorale dove aveva apertamente remato contro. Inutile dire come andarono le cose al ballottaggio.

Per non parlare di quello che, nella stessa tornata, accadde in quel di Varese, dove la Lega, per la prima volta sotto la giurisdizione di Matteo Salvini, prendeva per la prima volta, nella sua storica culla, una sonora pernacchia dagli elettori.

A beneficio di tutti quei bagnanti che si sono fatti selfie con il grande stratega di noantri e che lo voteranno alle prossime elezioni perché fanno parte della folla oceanica che lo adora, ricordiamo di quando, nel 2014, il” Baciatore di Crocifissi” in terra Calabria e di ‘ndrangheta, scendeva in piazza insieme alla transessuale Efe Bal – che parlando di lui diceva “Matteo a letto è un animale feroce” - per chiedere la legalizzazione della prostituzione: non esattamente un tema in cima all’agenda del Forum mondiale della Famiglia.

Cosa sia accaduto negli ultimi tre anni è storia di noi tutti e non più fatto regionale o nota di colore locale.

Matteo Salvini ha cavalcato quel momento in cui l’immigrazione – il fenomeno culturale e politico più rilevante di questo secolo - ha smesso di essere trattata come una questione politica per diventare esclusivamente materia ideologica, quel momento in cui un dibattito serissimo è stato svilito oltre ogni misura, fino a diventare una farsa di pupi siciliani.
A Salvini non è parso vero di poter salire su un palco finalmente alla sua altezza e di prendersi la scena giorno dopo giorno a colpi di slogan senza vergogna.

Altro che Stratega, la carriera politica di Matteo Salvini, fino a tre anni fa, è sempre stata del tutto coerente con le batoste alla ragionier Ugo Fantozzi.

Un processo che non solo non è stato contrastato da nessuno ma che è stato addirittura favorito: già, perchè trasformare l’Egidio Calloni leghista nel Pericolo Pubblico Numero Uno non è servito solo a lui, ma anche a chi ne ha approfittato per saltare sul palco insieme a lui, utilizzando una retorica opposta nei contenuti, ma identica nella sostanza.

Da quel buontempone di Chef Rubio in giù, c’è una lista lunghissima di gente che dalla Guerra Santa a Salvini ha tratto enorme visibilità personale e decine di migliaia di followers nuovi di zecca, da tradurre poi in un pubblico a cui vendere libri, programmi tv o spettacoli teatrali.
Prova ne sia che mentre ogni sparata di Salvini veniva e viene riproposta allo sfinimento dall’esercito di Uomini Buonissimi sinceramente preoccupati per il futuro della democrazia, il primo anniversario della morte di Soumalia Sacko, l’eroico sindacalista dei braccianti della Piana di Gioia Tauro ucciso barbaramente con un colpo di fucile alla testa, è passato sotto silenzio, e del destino dei migranti, dall’attimo successivo allo sbarco a Lampedusa in poi, a tutti i bagnini dell’accoglienza continua a non fregare assolutamente nulla, meno che mai a quei politici in bikini rosa shocking che vogliono essere ricordati solo per le riforme.

Forse Salvini riuscirà, in qualche modo, a salvarsi da se stesso e a sopravvivere alla crisi da lui stesso innescata, proprio come Fantozzi, dopo essersi spacciato come “Azzurro” di sci, riusciva a sopravvivere alla discesa a pelle di leone.

Il problema vero è quando impareremo noi a salvarci da noi stessi e dai pupazzi di ogni colore che noi stessi ci creiamo.
Quando riusciremo a salvarci dai nuovi e vecchi eroi da selfie che la politica nostrana ci riserva. Da mai abbattuti rottamatori che proprio non ci speravano più di riprendersi i riflettori dopo che l'Italia e gli italiani avevano capito che distruggere un partito non era proprio proficuo per un Paese alla stregua dell’anarchia.
Quando ci salveremo da politici che in crisi narcisistiche postano selfie in spiaggia per non far credere di essere degli emeriti sfigati?
Già, perché la politica italiana è composta da una marea di sfigati che esiste solo se si immortala sorridente. Esiste non già per uno straccio di idea o di para-pensiero riformista. Esiste su una foto, perché la foto li può avvicinare a quell'immagine che il loro ego suggerisce, ma che la realtà impietosamente non gli riconosce.
Ecco, Salvini, con il suo senso istituzionale inesistente, con il suo bipolarismo da curare, con il suo accattare voti senza dare in cambio alcuna risposta, con la sua perenne vita in vacanza, sta facendo rinascere ciò che nessuno voleva che rinascesse.

E non ci sta facendo guarire dalla nostra innata, portentosa capacità di trasformare in miti dei semplici mitomani.

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Riusciranno i nostri eroi…..

crisidigoverno 400 mindi Aldo Pirone - Sabato scorso sul “manifesto” Emanuele Macaluso, vecchio e glorioso dirigente comunista, costatava, dall’alto dei suoi 95 anni suonati, che in questo momento di crisi di governo aperta da Salvini bisogna stare in campo con quello che c’è nel panorama politico della sinistra. “Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi”.
L’obiettivo è chiaro: sconfiggere l’assalto allo stato democratico del “bauscia” milanese tramite la sua invocazione agli italiani di dargli “i pieni poteri”. Un assalto iniziato da tempo e che oggi si arricchisce di una nuova pretesa: scegliere lui i tempi dello svolgimento della crisi.

Nell’intervista Macaluso non fa sconti ai fallimenti della sinistra postcomunista. La storia – ricorda – comincia con il Pds e i DS. “L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi”.

Sul Pd l’opinione di Macaluso è chiara: “Io non sono iscritto al Pd – dice -, ho scritto un libro che si intitola ‘Al capolinea’ e per me il Pd soffre il modo come è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi, bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione al mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra”.

Ma torniamo alla crisi di governo aperta da Salvini con gli intenti che sappiamo e da lui stesso conclamati. Essa ha creato immediatamente una situazione nuova sotto due aspetti essenziali. Il primo è quello del venire alla ribalta le preoccupazioni per gli effetti sociali immediati che essa può avere sulla situazione economica: il rialzo dello spread e il possibile aumento dell’Iva che colpirebbe un po’ tutti ma, soprattutto, i lavoratori, il ceto medio e le fasce più deboli della popolazione. Il tutto sullo sfondo di uno scontro annunciato da Salvini con l’Europa a proposito di uno sforamento del deficit se fosse lui a varare la prossima finanziaria da Presidente del Consiglio sostenuto in Parlamento da una maggioranza assoluta. Il che ecciterà ancor più i mercati e il signor spread.

Il secondo è il pronto rimescolamento delle posizioni politiche tra i partiti anti salviniani e dentro di essi. Dimenticate le reciproche e sanguinose contumelie, gli insulti, i giuramenti solenni, i “mai con quelli lì”, l'altro ieri Grillo e oggi Renzi aprono a possibili intese che blocchino l’irresistibile ascesa del “bauscia” milanese. “niente voto fermiamo i barbari” dice il guru pentastellato mentre Renzi prospetta un governo istituzionale. Non è da escludere che le file degli avversatori delle elezioni subito, possano essere ingrossate dalla riserva sempre cospicua di parlamentari di varia provenienza che non hanno per niente voglia di abbandonare il loro scranno con il rischio, non per i leghisti e i loro possibili alleati meloniani, di non rivederlo più. C’è poi da osservare che nel Pd la repentina opinione di Renzi non è quella del segretario Zingaretti che ha finora sempre detto che non c’erano altre soluzioni alla caduta del governo gialloverde se non le elezioni. Oggi esplicita ancor meglio i suoi timori: "Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando) per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no".

Se Salvini rappresenta una destra sovranista pericolosa, nostalgica e xenofoba, culturalmente regressiva, è evidente che tutti quelli che non sono di quella vena debbono unirsi per salvare il paese dai suoi demoni storicamente ricorrenti. In questo fronte, che dovrà trovare la formula politica e di governo più appropriate, (non pare realistico un governo Pd-M5s) per agglutinarsi e respingere i desiderata salviniani, troveranno collocazione anche coloro le cui motivazioni per una tale scelta non siano proprio limpide dal punto di vista democratico e dei comportamenti politici precedenti sempre segnati dal proprio particulare. Del resto, come dice Macaluso, “non c’è più il meglio” e obtorto collo bisogna utilizzare quel che passa il convento.

C’è però una conditio sine qua non che una possibile soluzione governativa antisalviniana deve ottemperare: un programma sociale che mentre evita l’aumento dell’Iva e calma lo spread, aumenti in modo consistente i salari tramite la riduzione del cuneo fiscale; riduca il numero dei contratti precari, confermi e perfezioni il reddito di cittadinanza; ottenga dalla nuova commissione europea la riforma del trattato di Dublino e nell’immediato la redistribuzione degli immigrati nei paesi dell'Unione europea; produca una nuova legge elettorale proporzionale che abolisca la vergogna del “rosatellum”. E altri provvedimenti economici, giudiziari di immediato impatto favorevole sull’opinione pubblica. Infine, da ultimo ma non per ultimo, consideri come dirimente il confronto a tutto campo con sindacati e imprenditori sulla questione sociale ed economica. Poi, a primavera, si può tornare al voto con una nuova legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di ambire e invocare i “pieni poteri”.

In sostanza, la conditio sine qua non sopra ricordata è che l’unità delle forze anti salviniane ha un senso se riesce a demolire nel paese l’infatuazione per il “bauscia” milanese producendo una politica aggressiva e offensiva sulle questioni che hanno fatto fin qui gonfiare la rana meneghina. In caso contrario avrebbe ragione Zingaretti. Macaluso dice che “Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia”. Mi permetto di precisare: è proprio la progressiva separazione della democrazia dalla variegata questione sociale e del lavoro operata dalla sinistra post comunista che ha aperto il varco all’irrompere di una destra populista prima (Berlusconi) e sovranista e fascistoide poi (Salvini). Perciò la crisi di governo e la sua soluzione dovrebbero rappresentare, su questo decisivo terreno, la necessaria e indispensabile inversione di tendenza.

Riusciranno i nostri eroi a smentire le loro recenti e meno recenti incapacità?

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

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