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La rabbia? Ripensiamo noi stessi

ipastidelcapitano mindi Arianna Rossi - Salvini siamo noi!
Nell’ultimo anno il popolo italiano ha intrapreso una battaglia contro il ministro degli interni Matteo Salvini.
"ELETTO DAL POPOLO ITALIANO. VOTATO DAL POPOLO ITALIANO".

Nei post su Facebook, su Instagram viene paragonato a Mussolini, l’Italia sembra essere tornata al ventennio fascista, l’aumento della violenza nel nostro paese sembra essere tutta colpa di Salvini.
Siamo tornati ad usare parole che avevamo eliminato dal nostro vocabolario, parole come “fascisti”, “antifascisti” “squadristi”. Abbiamo permesso alla violenza e all’odio di dividerci e siamo arrivati ad una guerra civile combattuta nello stesso momento in cui la si vive.
Ci siamo dimenticati di cosa voglia dire davvero stato, di cosa significhi davvero comunità, di cosa debba essere la politica.

La felicità di Aristotele che poteva essere raggiunta solamente in comunione con gli altri perché l’uomo per definizione è un animale POLITICO e SOCIALE, raggiunta solamente grazie alla politica che indirizza tutte le conoscenze al raggiungimento del bene, si è trasformata in DIVERSITA’, diversità dall’altro, diversità dall’uomo stesso.
E cosa succede ad un essere umano che si sente in diritto di proclamarsi diverso da un altro essere umano? Diventa animale APOLITICO e ASOCIALE.

Ma è davvero colpa di Matteo Salvini?
E’ vero le sue parole sono ridicole e i suoi post sono inammissibili per un ministro ma il caro “Matteo Mussolini” non sta facendo altro che governare un popolo di pecore trasformatisi in lupi solo adesso.
Perché adesso va di moda riempirsi la bocca di parole come diritti umanitari, il motto degli italiani è diventato “aprite le frontiere!”, addirittura vengono organizzati dei flash mob pro emigranti.
Ok benissimo.

Siamo ancora un popolo apparentemente retto dalla democrazia quindi questa indignazione è più che giustificata e legittima ma prima dove eravamo? Fino ad ora dove siamo stati?
In tutti questi anni in cui uno dietro l’altro i capi di stato ci hanno preso in giro e manipolato a loro piacimento dove eravamo?
Cosa ci ha portato a rivolgerci ad una persona come Matteo Salvini?

E’ una nostra responsabilità.
Non è Salvini il responsabile dei corpi morti nel mar Mediterraneo, ma siamo noi.
Non è Salvini il responsabile degli insulti omofobi o della violenza. ma siamo noi.

L’odio che l’italiano prova nei confronti dello straniero non è stato creato dal nulla ma c’era già, come un demiurgo che non aspettava altro che qualcuno lo plasmasse, che gli desse una qualche forma e quel qualcuno siamo noi. Artefici dell’aspetto più ignobile che le nostre mani potessero realizzare, quello fatto di DIVISIONE e DIVERSITA’.
ADESSO il popolo italiano ha ricordato di avere una voce per urlare, per ribellarsi, per farsi sentire, ma ora potrebbe essere troppo tardi perché è necessario bruciare per poter seminare di nuovo e il nostro fuoco è stato appena appiccato.
Siamo un popolo di disinformati, che si fa bello usando paroloni di cui non conosce il significato.

Il nostro ministro degli interni ha solo trovato il modo giusto per manipolare un’arma che noi stessi gli abbiamo messo tra le mani ecco perchè ci piace tanto. Ecco perchè prende sempre più consensi ogni giorno che passa.
Perchè per la prima volta il cittadino italiano riesce ad identificarsi con un esponente politico che lo rappresenta davvero, un uomo che usa un vocabolario scritto e stampato dal suo popolo. Un popolo arrabbiato, furioso, calpestato per anni, scavalcato dai vari governi tecnici e che ora ha trovato in questa voce l’unico modo per essere ascoltato.
Siamo davvero un popolo di pecore disinformate, la storia non ci ha insegnato niente.

Nel 1918 quando la prima guerra mondiale ebbe fine l’Italia ne uscì devastata, non furono solamente gli accordi politici ad essere violati ma gli ideali stessi ad essere delusi. Coloro che erano partiti per difendere la patria, il tricolore italiano per il quale erano pronti a MORIRE sono tornati stravolti da qualcosa che non si aspettavano, in un’Italia più divisa che mai.
La delusione.

La leva emotiva necessaria al fascismo per fare presa, indispensabile a Mussolini per presentarsi agli italiani come la soluzione a tutti i problemi…oggi 2019 la storia si ripete ed oggi alziamo la voce solo dopo aver tirato il dado ed essere stati muti per anni.
Salvini piace agli italiani è così e basta.

L’italiano è arrabbiato, è stanco delle continue prese in giro del governo susseguitesi per 10 anni, vuole un uomo del popolo al comando e lui è l’uomo del popolo.
I post pubblicati su Instagram in cui si abbuffa di cibo, in cui mostra cosa sta facendo anziché “governare” non li pubblica perché è idiota o perché non ha altro da fare.
Sono i suoi piatti di pasta a permettere l’IDENTIFICAZIONE del popolo italiano con colui che hanno scelto per rappresentarlo.
Sono le sue parole di scherno e umiliazione contro i migranti ad aumentare gli applausi durante i suoi comizi per le piazze.
Con i porti chiusi gli italiani si sentono finalmente al sicuro.
Un leader politico deve dare voce ai pensieri del popolo? Salvini lo sta facendo.

Non è lui a dover cambiare, ma i nostri PENSIERI.
Non sono le sue parole a scatenare l’odio, esse GIUSTIFICANO solamente qualcosa che c’è sempre stato.
La domanda da porsi non è: “Chi abbiamo votato per rappresentarci?” ma “Chi e cosa rappresenta colui che abbiamo votato?”.

 

 

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E pure Salvini venne a Veroli

gliombrellidisalvini minVeroli è la città prescelta; mentre tutti gli altri appuntamenti in Ciociaria vengono annullati, Matteo Salvini, approda nella città ernica sul carroccio messo in piedi da Gianfranco Rufa, fiero cocchiere dell'incontro.

Palco da feste di paese, e impianto fonico corroborante, tutto ad hoc per accogliere il volto politico più fotografato d'Italia. A sostegno di Bussagli sindaco ci saranno anche liste civiche, Forza Italia e Fratelli D'Italia, ma la cavalcata delle valchirie è tutta leghista. Non c'era Wagner ad accompagnare il superbo ingresso del Capitano in Piazza Mazzoli, ma un più rigoglioso "Nessun dorma" pucciniano e al grido "Vincerò" Matteo Salvini spunta sul palco.

Un auspicio trionfale, condito da ovazioni e applausi del pubblico. Non certo l’orda di folle e urla a cui è abituato, ma si sa Veroli è sempre stata politicamente timida, al massimo curiosa. In fondo ai tanti accorsi da tutto il basso Lazio (meno del previsto ma la pioggia ha giocato il suo tiro mancino), poco interessavano i preamboli di Senatori, Candidati alle Europee e compagnia cantante, l'attenzione e gli occhi erano tutti per lui, il frontman della politica e dei selfie. Si, perché il Ministro dell'Interno, non ha assistito agli interventi dei suoi, tanto meno del candidato Sindaco, sale sul pulpito a propaganda già iniziata. Forse perché la dialettica di partito marca ad uomo e viaggia su binari definiti e dettati dall'alto, non serve una supervisione diretta. I candidati alle Europee poi, possono dormire sonni tranquilli, Salvini è capolista in ogni circoscrizione, possono risparmiare discorsi e programmi, a far campagna ci pensa lui. E dire che la squadra della Lega ci ha provato a prendersi qualche momento di gloria nella storica giornata di Mercoledì 15 Maggio. Ottaviani, lascia presagire il predominio assoluto di Salvini sulla coalizione di Destra, salutando gli ormai leader, surclassati dal capitano per lungimiranza e acclamazione. Il patron della kermesse Gianfranco Rufa, cerca di ricordare anche il candidato Sindaco, dimesso e mesto all’angolo del palco, e conferma il bisogno di cambiamento per Veroli. Ritorna sull'assetto nazionale, riferendosi "alla rigidità necessaria per educare i nostri figli e contrastare i radical chic e gli antifascisti più fascisti dei fascisti". Se due negazioni fanno un’affermazione, la conclusione vien da sè. Rilancia anche Francesco Zicchieri, che punta sul trend del momento, la "difesa è sempre legittima" raccimolando quegli applausi necessari per tornare a casa soddisfatto. La stoccata finale la da appellandosi alla tutela della famiglia tradizionale, indiscutibile e saldo valore d'Italia.

Autarchia, famiglia, incremento delle nascite: è il 2019 ma in un attimo è ventennio nei discorsi di Rufa e Zicchieri. Mancava una foto di Salvini a torso nudo nelle campagne ciociare e la rievocazione storica sarebbe stata completa.ilselfidisalvini 350 min
Ci pensa però l’italico virgulto a riportare l’attenzione sull’attualità; Salvini inizia sciorinando un elenco infinito di successi del Governo, non per ultimo l’abolizione della Legge Fornero “Oggi a Veroli non piove, sono le lacrime della Fornero”,e giù applausi da chi la pensione già ce l’ha e da, chi inconsapevole, non la vedrà mai. “Il 26 Maggio andate a votare, dobbiamo farci valere in Europa e non sottostare più alle regole dei burocrati”. Sistemi che, in vent’anni al Parlamento europeo, non è riuscito a contrastare, forse per il basso numero di presenze, ma questa è un’altra storia.
L’affondo più interessante e forse il solo tema nuovo rispetto ai comizi a cui ci ha abituato Matteo nazionale, è il Decreto Sicurezza Bis: dal prossimo anno saranno le società sportive a provvedere al pagamento completo del personale negli stadi, non più lo Stato. Chi potrà permetterselo giocherà, gli altri a casa, perchè per legge, senza sicurezza non si scende in campo; selezione naturale a suon di capitale. Dichiarazioni che arrivano alla vigilia del fascicolo aperto su Salvini dalla Corte dei Conti del Lazio. Perché il bel Piaggio P-180, la Ferrari dei cieli, sembra aver accompagnato il Vice premier su e giù per la Penisola anche per eventi elettorali con un massiccio dispiegamento di Forze dell’Ordine. Negli Stadi no, ma per acclamazione a furor di popolo i soldi dei contribuenti sembrano essere ben spesi.

Dopo tutto la prassi formale per il Capitano è quanto mai superata; ed infatti, in barba alla buona creanza istituzionale, che chiede ad un Ministro della Repubblica italiana di avvisare il Sindaco della città che visita, Salvini entra a Veroli senza suonare il campanello di Simone Cretaro. Al di là delle posizioni ideologiche si è Stato, ma in campagna elettorale tutto è concesso, anche una svista al galateo politico.

Si conclude così il pomeriggio; con indosso la felpina blu e la gloriosa scritta “Veroli” stampata in giallo, Matteo Salvini si appresta a scattare la carrellata di selfie, che impone una fila più lunga di tutto il comizio. Tutti contenti, felici e partecipi, anche il Professor Bussagli, nonostante non sia nemmeno stato nominato dal Ministro. Eppure la corsa per diventare Sindaco dovrebbe essere la sua, per fortuna c’erano gli striscioni alle loro spalle a ricordarlo.
La folla si accalca per una foto e le mamme avvicinano i bambini alle mani del Capitano. Sembrano lontani i tempi in cui eravamo chiamati terroni usurpatori di lavoro, ora il grido è “prima gli italiani” e tanto basta al popolo per dimenticare il passato.
Anche quello verolano calamitato dal fasci(n)o leghista.

 

 

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Salvini è un pericolo per la nostra Costituzione

AlfieroGrandi minAlfiero Grandi articolo su www.jobsnews.it - Guardare in faccia la realtà, comprenderla, reagire all'altezza delle sfide è una regola aurea, purtroppo ora largamente in disuso a sinistra.

Dalla Basilicata, come dalle altre regioni in cui si è votato prima, emerge un dato evidente, si tratta della crescita della Lega. In alcuni casi neppure si era presentata, eppure ha raggiunto risultati importanti, molto più alti di quelli delle politiche del 4 marzo. La Lega è un pericolo evidente per le strizzate d'occhio al fascismo, per atteggiamenti di prepotenza evidenti, per i flirt spregiudicati con posizioni apertamente reazionarie sui diritti civili, sulla famiglia, sulla concezione del rapporto tra persona e società. La lega ha orientamenti di vera e propria restaurazione ideologica, religiosa fino a dialogare con i settori della chiesa che non sopportano il magistero di papa Franesco, fa appello alle paure profonde e in una certa misura le suscita sollecitando reazioni da far west, che in questo caso non sono film ma vita reale, oggi. Eppure i toni gridati e i contenuti reazionari non impediscono alla Lega di conquistare voti. Inseguire o essere l'alternativa? Essere l'alternativa. E' vero che la destra politica e sociale ha sempre avuto in Italia una forza importante, ma ora si è spostata più a destra, si sente sulla cresta dell'onda e riconosce largamente nella Lega di Salvini il suo riferimento, con buona pace di Fratelli d'Italia e Berlusconi.

Neppure la sottrazione di 49 milioni pubblici è bastata a bloccarne i consensi. Questo reato è stato riconosciuto visto che la Lega si è impegnata a restituire in quasi 80 anni i soldi sottratti, ma non ha creato particolari imbarazzi.

Si stanno lentamente consolidando i tentativi di costruzione di un regime reazionario di massa.

Il M5 Stelle, purtroppo, non è un argine a questa deriva, non ne comprende la pericolosità e anzi finisce con il portare acqua al consolidamento della Lega come dimostra l'approvazione della nuova legge sulla (il)legittima difesa e la copertura politica offerta sui migranti, fino al voto contrario alla richiesta del tribunale dei Ministri di Catania di processare Salvini perchè aveva agito non come attuatore delle leggi, ma eccedendo nell'uso dei suoi poteri bloccando lo sbarco da una nave militare che è territorio italiano a tutti gli effetti, fino a lambire lo spregio di diritti garantiti dalla Costituzione.

L'avvocato-Ministro Buongiorno ha capito bene il rischio che correva Salvini se il processo fosse andato avanti e gli ha consigliato un'inversione di rotta decisa, dal “processatemi” non ho paura, al “dovete respingere” la richiesta stessa del processo, costringendo il M5Stelle ad una ridicola giravolta di 180°, ancora una volta hanno subito il diktat. E' questo che fa perdere voti e che conferma che il Movimento 5 Stelle non è un argine, ma è purtroppo una copertura di atteggiamenti reazionari, pur di fare stare in piedi il governo.

La sinistra, intesa nel suo insieme, senza andare troppo per il sottile, sembra non rendersi conto della gravità e dell'urgenza della situazione. Oppure se ne rende conto ma non ritiene possibile opporsi perchè condizionata da troppi lacci del passato. Certo per opporsi a questa deriva reazionaria il Pd – ad esempio - dovrebbe fare alcune svolte decise, come, ad esempio, prendere le distanze dalle scelte di Minniti sui migranti e in particolare sull'appalto ai libici del lavoro sporco. Oppure sulla Costituzione della Repubblica.

Si è già detto della delusione per le parole di Zingaretti che hanno attribuito alla vittoria del No parte delle ragioni della situazione attuale. E' un grave errore insistere sulle posizioni del Si, sconfitte senza appello nel referendum costituzionale il 4 dicembre 2016 e neppure la spiegazione tutta interna ai rapporti di forza del Pd è convincente. La conseguenza più seria di questa posizione è che non consente di individuare la gravità dei rischi che corre oggi la Costituzione e rende difficile costruire una reazione perchè non prendendo le distanze dalle scelte del periodo renziano la credibilità delle posizioni sulla Costituzione è meno forte, come è ovvio.

Eppure è del tutto evidente che la Lega punta apertamente non solo a prendere voti ma sogna un regime politico e istituzionale a sua immagine e somiglianza. La controprova sta nella legge elettorale che l'esperienza di Calderoli ha fatto approvare al Senato strettamente agganciata al taglio dei parlamentari con un tempismo sospetto.

La legge elettorale perpetua i principi del rosatellum attuale, semplicemente riducendo il numero degli eletti, con effetti grotteschi: in Calabria verrebbero eletti 2 senatori con collegi di quasi un milione di abitanti. Alla Lega interessa avere gruppi parlamentari fedeli al capo Salvini, il resto molto meno.

Questa ed altre scelte puntano a creare le condizioni per calare l'asso fondamentale: l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, che sarebbe del tutto compatibile, per non dire coerente con l'autonomia differenziata di Lombardia e Veneto che sognano di diventare simili alle regioni a statuto speciale. Un sistema di governatori e Presidente eletto direttamente possono dare una risposta alle ambizioni della Lega.

La sinistra e il Pd in particolare farebbero bene a prendere seriamente in considerazione la sfida che si profila. E' vero: tra i presidenti delle regioni ci sono anche alcuni del Pd, cosa facciano in questa compagnia è un mistero, o almeno ragione di confusione. E' vero altresì che il primo firmatario di una proposta di legge per il presidenzialismo è Ceccanti del Pd, sarebbe bene prendere le distanze come è accaduto con la proposta di Zanda.

Resta il fatto fondamentale che occorre chiarire al paese la natura di fondo della sfida che è anzitutto difendere le radici antifasciste della Costituzione ma ancora di più evitare la deriva politico istituzionale di un presidenzialismo, che vorrebbe dire avere un parlamento di mero supporto al potere del governo e del suo capo e un accentramento del potere che finirebbe con erodere l'autonomia della magistratura, metterebbe il bavaglio alla stampa che dovrebbe solo esaltare il regime.
Del resto gli amici polacchi e ungheresi di Salvini si sono già mossi in questa direzione, quindi perfino gli esempi sono pronti. Il M5Stelle vuole coprire anche questa deriva costituzionale ?

Cosa si aspetta ancora per reagire da ogni settore che ha sensibilità costituzionale?

 

 

 

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Il voto pentastellato per Salvini

grillo di maio 350 260 mindi Aldo Pirone - Il disonore grillino. “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra, avete scelto il disonore e avrete la guerra”. Con questa profezia Winston Churchill condannò il comportamento del governo Chamberlain a proposito del famigerato accordo di Monaco del 1938 con Hitler. Quelle parole si potrebbero ripetere per quanto hanno fatto ieri i “grillini” con Salvini. Ma sarebbe un’esagerazione. Monaco fu un dramma europeo, prodromo di un altro più grande che ha segnato il novecento: la seconda guerra mondiale.

Il voto pentastellato, invece, appartiene alle miserie dell’attuale politica italiana. Inoltre a fronteggiare Di Maio non c’era un Hitler che minacciava la guerra. C’era un partner che comunque sarebbe andata per lui andava bene e non avrebbe neanche fatto cadere il governo se i “cittadini” avessero concesso ai magistrati l’autorizzazione a procedere e neanche se a decidere in tal senso fossero stati i “portavoce del popolo”. Herr Salvini glielo aveva rispiegato pubblicamente proprio l’altro ieri, alla vigilia del voto.

Non per niente, dopo il risultato, il “bauscia” milanese, li ha presi pure in giro: "Li ringrazio per la fiducia, ma non è che sono qui a stappare spumante o sarei depresso se avessero votato al contrario", cioè, in altre parole, non vi devo proprio nulla.
Dal canto suo il “capo politico” Di Maio si dichiara entusiasta del “democratico” avvenimento e, a dimostrazione della sua totale incapacità di intendere e di volere, dice che il sequestro degli immigrati sulla nave Diciotti era per smuovere la “solidarietà” dell’Europa. Come se prendere in ostaggio 177 poveri disgraziati, donne e bambini compresi, come mezzo umano per ottenere un certo fine, anche se fosse il più nobile e sacrosanto, fosse lecito. Ma, soprattutto, come se l’Italia non avesse altre e più solide e lecite armi per smuovere l’Europa a una solidale condivisone del problema immigratorio.

Quando un partito, anche se sotto specie di Movimento, imbocca la via del tramonto, a segnalarne l’avvio, spesso, è una circostanza che gli impone di dovere scegliere fra un principio fondativo, cioè l’anima, e il mantenimento a ogni costo del potere. La cosa può anche essere approvata a maggioranza dagli iscritti o militanti che siano, per varie ragioni. Una di queste è che il valore della legalità e dell’uguaglianza di fronte alla legge non siano mai stati prevalenti nell’adesione di questa maggioranza, oppure non lo siano più e altri valori, o disvalori visto il caso in questione, abbiano preso il sopravvento. Ma questo, inevitabilmente, comporta un distacco di quegli elettori, pochi o tanti che siano, che, invece, a quei valori fondativi hanno inteso dare il proprio consenso. Vederli scambiati per un piatto di lenticchie, può non far piacere. Per costoro i princìpi sono come la mamma: guai a chi la tocca. Se a passare sul suo corpo sono proprio coloro che la dovrebbero difendere anche con la vita, allora la delusione, magari già in via di maturazione per episodi di governo precedenti, diventa incontrollabile e si trasforma in avversione profonda perché ci si sente traditi.

 

Di questa schiera, però, non fanno certo parte alcuni esponenti del PD come, per esempio, Martina e Orfini. Costoro, altrettanto inconsapevoli di se stessi come Di Maio, si sono lasciati andare a dichiarazioni che credono di fare breccia nell’elettorato grillino anche quello disilluso, nella spasmodica speranza che i voti ceduti dal Pd ai grillini, prima bersaniano e poi renziano-orfiniano-martiniano, siano solo in libera uscita e facilmente recuperabili. Dopo aver salvato di tutto e di più dai giudici, ultimamente anche quel gentiluomo del fascista Gasparri che aveva insultato Roberto Saviano, Orfini grida “vergogna” e Martina dice ai pentastellati che l’hanno fatto “per salvarsi la poltrona”.

Per certe persone “un bel tacer non fu mai scritto”.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Di Maio-Salvini sempre in campagna elettorale

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Più ricopri ruoli di responsabilità più la prudenza ti dovrebbe accompagnare nel tuo complesso lavoro. Non è questa una massima di quelle dotte ma una semplice regola di vita. Eppure certi politici nostrali, che di responsabilità ne hanno tante, sembra proprio che abbiano scordato – se mai l’abbiano risaputo - cosa sia il “buon senso”, la “prudenza”. Per loro prevale il presenzialismo su tutto. Un mezzo per farsi pubblicità che con il governare c’entra come i “cavoli a merenda”. Scriveva Platone un po' di anni fa: "In politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente".

No, per loro non bastavano le sacrosante dichiarazioni di soddisfacimento per l’arresto del pluricondannato all’ergastolo Cesare Battisti. Dovevano essere presenti sulla pista dell’aeroporto al suo arrivo. Dando in questo modo visibilità più del dovuto ad un pluriassassino, manco fosse un capo di stato o di governo in visita ufficiale al nostro Paese. Certo, è una gran bella soddisfazione il suo arresto dopo quasi quarant’anni di latitanza, ma il vice presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia la loro soddisfazione potevano esprimerla in modi più consoni al ruolo ricoperto. Il ministro Bonafede risponde alle polemiche dei tanti che hanno parlato di "passerella" sostenendo che "sarebbe stato offensivo non andare". "Si domandi a qualunque cittadino se è stato orgoglioso che due ministri fossero lì". Certe certezze assolute non possono che spaventare. O far pensare ad una frase pronunciata da Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti: "La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomiglia molto alla prima".

Una cosa del genere nella tanto vituperata Prima repubblica non sarebbe successa. Allora si puntava più che all’immagine alla sostanza dei provvedimenti che si andavano a prendere. Le promesse farlocche ci sono sempre state da che mondo è mondo, ma certi limiti non andavano mai superati. Allora la classe dirigente si formava lungo percorsi stabiliti. Per i cattolici c’era l’Azione cattolica o i Boy scout o tante piccole iniziative formative che giravano intorno alla Parrocchia. Per i laici l’impegno nel sociale, i progetti culturali del Partito Comunista, la scuola delle Frattocchie. Un percorso faticoso, lento, che ti portava a fare i primi passi nella politica attiva se possedevi le qualità: Responsabile dei giovani del partito, consigliere comunale. Eppoi, se i risultati erano stati soddisfacenti, ti si aprivano le porte dei palazzi romani.

Con l'avvento dell'era Berlusconiana, e con l'arrivo della Seconda repubblica, quello che contava era l'immagine e la capacità imprenditoriale. Due elementi che secondo il Cavaliere erano vincenti nella lotta politica. La figura giovane, simpatica, adeguatamente abbigliata attirava consensi, mentre l'essere un bravo imprenditore significava sapersi disbrigare anche in politica, anzi saper finalmente gestire la "polis". Chi come il sottoscritto ha avuto l'opportunità di conoscere per lavoro sia i politici della Prima e della Seconda Repubblica, sa bene l'enorme differenza di preparazione e di esperienza che passava tra i due mondi. Ad onore del vero bisogna dire che diversi politici della Seconda Repubblica tentarono con non poche difficoltà di colmare le carenze conoscitive che avevano, ma non fu cosa facile. Gestire, ad esempio, un Consiglio Regionale come presidente quando non hai mai presieduto un'assemblea di condominio o altra assise non è cosa semplice anche se stato giudice anticamorra. Sono due cose diverse.

Le Europee si avvicinano e la campagna elettorale sale di tono... e di immagini. Salvini continua ad indossare giubbotti della polizia a tutto spiano (ma perché quelli dei Carabinieri no?). Di Maio insieme a Dibbastista se ne va a Strasburgo in macchina dibattendo sul futuro del Paese ma non solo. L'immagine che vogliono dare è quella di "due amici al bar", meglio in macchina, che la sanno lunga e non temono nessuno. Né il Beppe convertito ai vaccini, né i malumori interni al MoVimento. Sono loro il MoVimento! Ma fino a quando? Per Salvini ci dovrebbe essere il boom alle Europee, per loro un po' di consensi in meno dall'altra votazione. Insomma, bisogna in tutti i modi risalire la brutta china elettorale. E il tempo non è a loro favore. È proprio tiranno!

 

 

 

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Politica e sceneggiata napoletana

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - La politica e la sceneggiata napoletana.

La "sceneggiata napoletana" nasce come un sotterfugio, un trucco per aggirare il fisco. Dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 il governo ha bisogno di soldi e, quindi, tassa gli spettacoli di varietà che ritiene frivoli e degradanti. La "sceneggiata" invece si compone di canto, di recitazione e di un monologo drammatico. Negli anni settanta la rilancia Mario Merola con gl'immancabili "isso, essa è o' malamente".

Ai tempi odierni pare che l'abbiano riscoperta ed adottata i politici, in particolare quelli al governo. Per far presa sull'opinione pubblica ricorrono spesso a figure emblematiche negative, secondo la loro narrazione. "O' malamente" che turba i sonni e gli interessi "d'isso e essa". Il "cattivo" da cui difendersi una volta è l'emigrante, un'altra l'Unione Europea, un'altra ancora chi non la pensa come gli inquilini di Palazzo Chigi. E via proseguendo. Anche i costumi nella sceneggiata napoletana avevano la loro importanza. Il "buono" poteva pure non aprir bocca, ma subito si capiva da com'era vestito da che parte stava. Anche l’abbigliamento del politico è diventato elemento essenziale del messaggio da dare a "isso e essa". Giubbotto da poliziotto indossato mentre si va ad una manifestazione "per l'ordine e la sicurezza". Oppure, una maglietta colorata per sottolineare la partecipazione ad un particolare evento gioioso. O, tutt'al contrario, nero fumo con scritte di solidarietà, per testimoniare vicinanza a chi ha subito un torto. Poi ci sono i viaggi, con tutti i mezzi possibili, per essere sul luogo del fatto positivo, negativo o neutro che sia, per far sapere al mondo intero che lo Stato c'è sempre... in televisione. Se così non fosse ci troveremmo difronte ad attori di sceneggiate che sul palcoscenico non si muovono, sono fermi mentre recitano il copione: non un sorriso, non una rincorsa, non un'alzata di spalle e via dicendo. Cosa impossibile: il movimento prima di tutto, anzi tutti gli atti ipotizzabili per stare sulla scena (dei media, si capisce) il più allungo possibile.

Poi ci sono alcune parole che vanno pronunciate sempre, in ogni occasione, perché il "popolo" non le deve mai dimenticare. Una di queste è, appunto, il Popolo che è sovrano, che decide tutto lui attraverso, ovviamente, i suoi rappresentanti. La manovra del Popolo, il governo del Popolo e più viene utilizzato questo termine più sembra un esorcismo. Un modo per appropriarsi di un consenso che spesso non c'è. Pare che la realtà certi nostri governanti nostrani non sanno proprio che sia, così presi dai loro convincimenti precostituiti. È come se ogni mattina, nel guardarsi allo specchio, ripetessero per ore: io ce l'ho... le idee per cambiare l'Italia. Solo io ce l'ho.... E via proseguendo.

Poi c'è il Sovranismo che porta i nostri governanti a sostenere di non aver bisogno di nessuno. Anzi, sono gli altri che hanno bisogno della penisola più bella del mondo. E giù botte (parole) da orbi sull'Unione Europea, una "stupidaggine" di cui volentieri si potrebbe fare a meno. Burocratici, quelli di Bruxelles e Strasburgo, che passano il tempo a rompere i cabasisi, o zebedei che dir si voglia, a un Paese virtuoso, super virtuoso. C’è poi l’immancabile marcia indietro quando quelli di Bruxelles s’incavolano e non si smuovono dalle loro posizioni “burocratiche”. Spesso a rimettere le cose apposto, come avviene nelle sceneggiate, è “l’uomo di panza”, ovvero il presidente del Consiglio, che deve mediare tra i suoi due “vice” ed il resto del mondo. Sulla “panza”, meglio sullo stomaco, a Giuseppe Conte è molto probabile che gli stiano certe uscite senza capo ne coda di Salvini e Di Maio. Ma che fare? Mandarli a “quel paese” non si può. L’unica cosa da fare è continuare a lavorare sottobanco con ago e filo, per cucire, rattoppare. Il rischio che corre è essere silurato dai suoi vice-padroni. E, certamente, i dati pubblicati di recente che gli attribuiscono il mantenimento, dopo sei mesi di attività, del 60% dei consensi da parte del popolo italico, più dei precedenti esecutivi, non può che inorgoglirlo. Fino ad un certo punto però. C’è il dato che lo spaventa e cioè il forte calo della fiducia degli italiani per Di Maio, 43%, e Salvini, 56%. Forse Salvini si sbaglia nel pensare che gli italiani fanno, come lui, colazione con la Nutella. No, solo latte, frutta e marmellata. Tutti prodotti naturali.

 

 

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Le notti insonni di Giggino Di Maio

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Giggino Di Maio se potesse i sondaggi elettorali li cancellerebbe dalla faccia della terra. Non può farlo però. E ogni santo giorno deve subirsi la puntata esasperante di quei “numerini” che gli stanno rovinando la vita. Per i Pentastellati l’attuale 27,3 per cento, a fronte del 26,5 rilevato il 26 novembre, dovrebbe andare bene. C’è l’aumento! Il tutto però va raffrontato alla Lega di Matteo Salvini ed è qui che cominciano i mal di pancia. L’uomo Padano per antonomasia, diventato Italiota per opportunismo, si assesta a quota 32 per cento e anche stavolta, sia pur dell’05% rispetto ai sondaggi precedenti, è in crescita.

La domanda che Luigino si pone ormai da tempo è come cambiare rotta. Come uscire da una situazione che premia sistematicamente la Lega e punisce i 5Stelle. Ogni tanto gli torna in mente il “no” avuto dal Pd all’ipotesi di contratto. Forse le cose sarebbero andate diversamente per entrambi i partiti se ci fosse stata l’intesa. Chissà. Comunque, al di là dei ricordi e rimpianti di un passato che fu, resta un brutto presente che vede Salvini sempre più vicino ad entrare da Capitano-Comandante a Palazzo Chigi e Giggino, senza stelle sul petto, buttato fuori dai palazzi dei bottoni, ma anche da quelli di proprietà M5S. La data delle Europee si avvicina e la risalita, o rincorsa che dir si voglia, sarebbe dovuta iniziare da tempo. Comunque, per Di Maio “o adesso, o mai più!”.

Ci sta pensando Giggino a mandare a gambe all’aria l’intesa con la Lega, ma bisogna andarci cauti, bisogna che lo strappo avvenga per ragioni fondate. O, meglio, per motivazioni che gli italiani leggano a favore del suo MoVimento. Perché potrebbe essere anche l’incontrario. E, cioè, che una spaccatura desse la sponda al partito di Salvini di crescere ancora di più.

Sì, proprio una roulette russa, che però va giocata fino in fondo, anche per non avere rimpianti un domani. E proprio in base, probabilmente, a queste considerazioni che è iniziata la guerra. A Di Maio e compagni è andata a fagiolo la vicenda delle indagini della magistratura relative ai presunti reati di finanziamento illecito ai partiti commessi, tra gli altri, dall’attuale tesoriere della Lega, il deputato Giulio Centemero. La storia è legata ai circa 49 milioni di rimborsi elettorali utilizzati da Umberto Bossi e dall’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, per spese personali. Una brutta vicenda che la Lega avrebbe dimenticato con piacere, ma che è ritornata alla ribalta dando la possibilità a Luigino di levarsi un po’ di pietre dalle scarpe. "Chiederò chiarimenti a Salvini – dichiara Di Maio -, sono certo che non minimizzerà”. Anche il presidente della Camera Fico usa l’argomento contro gli alleati. Ci aggiunge il “no” alla Tav e la sua contrarietà al referendum proposto da Salvini. La guerra c’è e si vede, anche se il Capitano non ha nessuna intenzione di rispondere, o di rompere, agli attacchi degli alleati. Non gli conviene. Sta usando la stessa tattica già sperimentata con Silvio Berlusconi. Il Cavaliere si agita, minaccia, fa la voce grossa e il Matteo padano, sempre pronto alle guerre guerreggiate e all’insulto folgorante, fa finta di niente. Le orecchie le ha turate. Gli altri vorrebbero pretesti per attaccare, per farsi sentire, ma lui non ne dà, rimane “silente e sorridente”. E perché dovrebbe aiutare gli avversari nel momento a lui più favorevole?

All’incontrario Di Maio qualcosa si deve inventare subito per provare a ribaltare la situazione. Il tanto strombazzato reddito di cittadinanza potrebbe essere il grimaldello per “scassare il governo”. Dopo tanto blaterare sui benefici propulsivi del “reddito di cittadinanza”, Giggino sta correndo il rischio di vederselo quasi cancellato. Trecento euro sono quisquilie, pinzillacchere, come le avrebbe definite Totò.

Se Luigi si decide a “scassare” il presidente Mattarella è certo che non scioglierà le Camere. Ne è pensabile che il Capo dello Stato dia un incarico politico. Con molta probabilità metterà in campo un governo tecnico attento soprattutto allo spread ed ai problemi connessi. Non avendo più la responsabilità di governo il MoVimento potrà sparare all’impazzata sia sull’incapacità dei tecnici a Palazzo Chigi, sia sulle responsabilità dell’ex alleato Salvini. Ma tutto ciò porterà voti? Non è detto, anzi potrebbe essere l’inverso.

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Salvini-Di Maio, la competizione nascosta

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - E' proprio il caso di dirlo: "Chi di spada colpisce di spada perisce". E lo stellato Giggino Di Maio di spade ne ha usate proprio tante nel corso della sua carriera di capo dei 5Stelle. "Onestà, onestà", la parla d'ordine gridata a più non posso; più come una minaccia che non come una proposta di vita, e di governo.

La notizia data dalle “Iene” sulla mancanza di "onestà" in fatto di contratti di lavoro del papà di Luigino è il classico boomerang di ritorno che colpisce e fa male. Certo, per l'immagine del conducator grillino, ma consente anche agli speculatori qualunquisti di affermare: "E se questo che predicava a suon di strilli l’onestà s’è ritrovato con il papà con le mani nella melma, immaginarsi gli altri".

"Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia". È Maria Elena Boschi che parla, ricordando le bordate di Di Maio e dei suoi seguaci rivolte a lei ad ai suoi familiari per la vicenda della Banca Etruria. Ma anche Matteo Renzi rimembra gli attacchi ricevuti per il suo papà. Insomma, per il vice presidente del Consiglio non ci voleva proprio, specialmente nell’attuale momento particolarmente critico per lui ed il suo MoVimento. Insomma, proprio quando aveva ingranato la quinta marcia per rincorrere il Capitano padano, è arrivato “il botto”. I prossimi sondaggi elettorali sicuramente registreranno l’infortunio, ma già ultimamente le previsioni vedevano i grillini in calo, 25,8% rispetto al 27,5% di un mese fa. Invece la Lega passa al 32% dal 30,9%.

Se Giggino è seriamente preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle Europee, il Matteo leghista non aspetta altro. Per ora deve fare “buon viso a cattivo gioco”, come si suole dire, con il suo compagno-antagonista Di Maio. Un attimo dopo i risultati elettorali delle Europee sarà libero di sciogliere il patto-contratto con i Pentastellati. Il suo sogno, non proprio nascosto, è di poter entrare a Palazzo Chigi con un contratto di fitto a “tempo indeterminato”. Il Salvini, presidente in pectore, sa di poter contare sul Cav. Silvio e sulla Sorella d’Italia Giorgia Meloni. Attualmente, facendo la somma delle ipotetiche preferenze, può prevedere un 46,4%, così suddiviso: 32% Lega, 9,6% Forza Italia, 3,7% Fratelli d’Italia, e un 1,1% di altri, vicini al Centro-destra. Ad oggi gli manca il 4,6% per arrivare a fare “Bingo”, ovvero il 51%. Comunque il Capitano è convinto che quei miseri numerini che gli mancano riuscirà a portarli a casa senza alcun problema. Certo intensificherà, mano mano che si avvicina la scadenza per le Europee, la sua eterna campagna elettorale, fatta di magliette e vestiario vario con slogan propagandistici, ruspe da lui guidate che abbattono tutto l’indecente possibile: dai campi Rom alle proprietà dei Casamonica e via proseguendo. L’unica seria preoccupazione che ha è che lo spread possa aumentare oltre la soglia di guardia. A quel punto i suoi “sogni di gloria” andrebbero a “farsi benedire”, cioè rimarrebbero illusioni nel cassetto. Se da una parte non può smettere di fare il Sovranista e sparare contro l’essere informe chiamata Europa, dall’altra non può esagerare. Qualche via d’uscita se la deve conservare se non vuol andare a sbattere con la testa contro il muro…europeo. E’ anche convinto, il Sovranista italico per eccellenza, che un po’ di grillini passeranno nelle sue fila appena avranno la certezza della vittoria finale leghista. Un po’ di scongiuri li fa, sotto sotto. A Di Maio è capitato il contrattempo del padre, qualche imprevisto potrebbe succedere pure a lui.

I nemici di Matteo speravano di poter approfittare della sua vicenda sentimentale per vederlo in difficoltà. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Dopo l’annuncio di Elisa Isoardi, tramite Facebook, sulla fine della storia d’amore con il vice presidente del Consiglio, lui così replica: “Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità. Buona vita”. Il maschio italiota per eccellenza stavolta non ha “piantato” ma lo è stato. E per cosa? Sarebbe stato imbarazzante dover constatare che Elisa lo lasciava per un altro uomo. No, per fortuna, solo per “altre priorità”…”La prova del cuoco”.

 

 

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Il potere dell’accusa

Governo Conte DiMaio Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Stravagante e a tratti grottesca la narrazione di emergenza generalizzata proposta dall’attuale governo. Pare evidente come l’azione dell’esecutivo sia volta ad intercettare costantemente un nemico di turno da porre sul banco degli imputati. Imputati che diventano puntualmente colpevoli, condannati in contumacia da processi mediatici senza alcun contraddittorio.
In questo clima di inquisizione medievale il premier Giuseppe Conte, l’avvocato difensore degli italiani auto proclamatosi tale, come un moderno Carlo Magno, appare in realtà un sottosegretario al servizio dei dioscuri gialloverdi, Salvini e Di Maio. I due, forti del “consenso del popolo italiano”, sembra si divertano nella quotidiana ricerca dell’antagonista da combattere con ogni mezzo. Corsa all’accusa che non appare però omogenea.

Matteo Salvini, in linea con i suoi proclami elettorali, individua il suo rivale nel migrante, nel più debole. E più generalmente anche in tutti quei soggetti che operano per il sollievo degli ultimi. Emblematica l’esultanza per l’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, o i post di auto compiacimento per il blocco imposto alle ONG e alla nave Diciotti. Tutti attori di una storia triste, colpevoli del reato di “giustizia sociale”, componente costituzionale spazzata via dal decreto sicurezza che porta proprio la firma del segretario del carroccio.

A differenza dei colleghi di governo, i pentastellati incontrano una maggiore difficoltà nell’individuazione di un oppositore da annientare. Oggi la stampa non allineata, ieri le istituzioni politicizzate, domani forse la Costituzione stessa. Chi può dirlo.

Un punto in comune con la Lega c’è: l’Europa. Proprio la tecnocrazia di Bruxelles mette d’accordo Di Maio e Salvini. Una vittoria di Pirro per il Ministro del Lavoro, il quale si trova in netto svantaggio rispetto al titolare del Viminale. Un Salvini maggiormente incisivo agli occhi del suo elettorato, tanto da incrementare costantemente il consenso in suo favore.
Non semplice, dunque, la posizione del partito uscito con gli allori dei vincitori dall’ultima consultazione elettorale del 4 marzo. Un idillio con il popolo che sembra però scemare. Un dato inequivocabile che ridisegna le gerarchie stesse all’interno dell’esecutivo frutto del contratto.

Per recuperare strada il Movimento ha dunque virato verso lidi più consoni alla propria storia, tornando alla lotta contro le istituzioni repubblicane, a partire dallo stesso Presidente Sergio Mattarella. Proprio il Capo dello Stato rappresenta, in questo momento, l’ostacolo principale alle politiche di Di Maio e soci. Non a caso dal Quirinale arrivano continui messaggi di difesa della Carta Costituzionale e incessanti richiami ad una gestione più oculata del potere. Ammonimenti dovuti ad un evidente tentativo di interferire nell’operato di tutte quelle istituzioni che, per diritto costituzionale, godono di una doverosa autonomia d’operato e di giudizio.

Ancora un gatta da pelare per il leader politico del Movimento che vede salire il gradimento anche del Presidente Mattarella, arrivato ormai a sfiorare il 65%. Mai un Capo di Stato aveva raggiunto tale risultato.
Un dato che però lascia uno spazio di riflessione; se sommando le percentuali di Lega e M5S si raggiunge il 60%, si può notare come algebricamente si superi quota 100%. Si evidenzia dunque, una sovrapposizione di consensi che delinea i tratti di un elettorato liquido. Un popolo che da una parte appoggia il duo Salvini - Di Maio, e dall’altra continua a “tenere buono” il ruolo di garanzia del Quirinale. Una situazione sicuramente dovuta ad una carente opposizione da parte del PD, di quello che, per sua stessa vocazione, dovrebbe essere il partito delle masse.

Un panorama politico di difficile gestione. Un proscenio pervaso da una comunicazione deviata, fondata sulla paura e la “caccia agli invasori”. Un teatro popolare in cui dover rimettere al centro i valori impressi nei 139 articoli della Carta, della Legge delle Leggi.
Imporre nuovamente il valore popolare della politica è un passo imprescindibile per ricollocare i più deboli al centro del discorso. Bisogna interrompere questa folle corsa alla ricerca del nemico, tornando ad un dialogo più civile. Anche l’informazione avrà il dovere di reintrodurre, nel mare magnum dei social e della notizia rapida, un linguaggio corretto e privo di condizionamenti, fondato su argomentazioni serie e oggettive proposte di sviluppo e crescita sociale.

 

 

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Decreto Salvini, per una società più insicura

matteo salvini 350 260 mindi Giulio Cavalli - Decreto Salvini, ecco come si costruisce una società più insicura (sulla pelle degli stranieri e degli impauriti)
Il cosiddetto decreto sicurezza è in realtà una legge che non fa strame dei diritti degli stranieri, ma che peggiorerà la percezione di sicurezza di chi oggi li teme. Non solo: è la prova che di sinistra, nel Movimento Cinque Stelle c'è ben poco. E che la Lega se lo sta divorando, giorno dopo giorno

Segnatevi questa data sul calendario, lunedì 24 settembre 2018, e aggiungeteci un memorandum cerchiato di rosso per il settembre del 2023. Avrete cinque anni per farvi tornare in mente il Decreto Sicurezza sventolato dal capo del governo (che simula di essere solo ministro) Matteo Salvini. Cinque anni passati i quali, se riuscirete ad avere memoria, scoprirete che questo decreto è perfetto per scontentare tutti, gli italiani e gli stranieri, i solidali e gli impauriti. Se non ci riuscirete, invece, l'unico a guadagnarci sarà sempre lui, il buon Salvini. Che riuscirà a capitalizzare dal suo fallimento, lucrando sulle macerie di una società ancora più insicura e impaurita. Magari con un nuovo decreto, chi lo sa.

Saranno scontenti, ovviamente, coloro che credono ancora ostinatamente che uguali doveri e uguali diritti camminino per mano, di pari passo, senza distinzione di razza, di provenienza o di credo religioso. Già, perché il decreto del ministro dell’inferno stabilisce che i tre gradi di giustizia siano un privilegio da non accordare a chi non è dei nostri e che sia utile (addirittura doveroso, a sentire lui) che la pregiudiziale dell’inclinazione alla criminalità valga per per una specifica categoria, catalogata ancora una volta per etnia. Chissà se qualcuno avrà abbastanza voce per dire che con questo decreto la Convenzione di Ginevra è tutte le presunte scartoffie che hanno reso l’occidente quello che avrebbe voluto essere da oggi diventano carta straccia, buoni propositi messi in mostra come quei brutti souvenir che sanno di finto e servono solo per imbellettare una casa che non riesce a nascondere d’esser brutta.

Ma saranno scontenti anche gli altri, le vestali dell’insicurezza percepita , cavallo di battaglia (e di Troia) di una Lega mangia voti. Coloro che non dormono la notte per i reati commessi dagli stranieri di cui sono quotidianamente informati nella loro bolla social, quelli che i cinquanta femminicidi di questo 2018 se li sono persi tutti ma quotidianamente si indignano per uno (uno solo, diventato perfetto per la propaganda) dell’anno scorso, coloro che davvero credono che Salvini possa fare i rimpatri che promette (con questa sua oscena tournée prossima ventura nei Paesi africani), quelli che si sentono insicuri per qualsiasi non-bianco che non reciti compito il rosario in una strada della loro città, quelli che davvero ci credono che la sicurezza sia legata all’immigrazione, rapiti dalla retorica di un uomo che non è riuscito a tenere sotto controllo nemmeno il conto corrente del suo partito. Rimarranno scontenti anche loro perché questo decreto aumenterà l’illegalità, partorirà un maggior numero di clandestini (sì proprio loro, gli uomini neri che popolano i loro incubi) e renderà questo Paese più insicuro come naturalmente avviene in ogni luogo in cui le persone vengono indistintamente ammassate e non distribuite, in attesa di un verdetto che ne dovrebbe certificare il rimpatrio (impraticabile) e invece produrrà ulteriore sommersione. Sono gli stessi che hanno votato Salvini per risolvere un problema che in realtà è la sua unica ragion d’essere e ancora una volta (come successe per la legge Bossi-Fini) pagheranno lo scotto di scambiare come salvatore il più grande produttore delle loro paure.

Si segnino la data anche quelli del Movimento 5 Stelle, e i fans del premier Conte: l’appoggio unanime al decreto Salvini non è solo un’onta etica ma è (ancora una volta) l’idiozia di fare da spalla al partito che se li sta mangiando
Si segnino questa data anche tutti quelli che davvero sono convinti questo governo sia la sintesi di forze diverse, quelli che ancora si attaccano alla giustificazione di un contratto per illudersi di non avere niente a che fare con Salvini, quello stesso contratto che recita: «Si deve superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri e puntare ad un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle territoriali, affidando la gestione dei centri stessi alle regioni e prevedendo misure che dispongano l’acquisizione del preventivo assenso degli enti locali coinvolti, quale condizione necessaria per la loro istituzione». Quel contratto che invece oggi si sbrindella puntando su un’accoglienza (più simile alla segregazione) proprio in strutture private (i CAS) che sono le stesse che portano benzina alla retorica del lucrare sull’accoglienza.

Si segnino la data anche quelli del Movimento 5 Stelle, e i fans del premier Conte: ieri si è avuta l’ennesima (ma forse la più potente) rappresentazione plastica del loro ruolo di portatori d’acqua. Un decreto votato all’unanimità in Consiglio dei Ministri rende nulli i dubbi postumi che servono solo per rabbonire l’elettorato. L’appoggio di questo decreto non è solo un’onta etica ma è (ancora una volta) l’idiozia di fare da spalla al partito che se li sta mangiando.

Contenti loro. Ora. Ne riparliamo nel 2023, tra cinque anni. Non vi sarete dimenticati tutto per allora, vero?

25 Settembre 2018 da linkiesta.it

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