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Le notti insonni di Giggino Di Maio

LuigiDiMaio 350 260di Elia Fiorillo - Giggino Di Maio se potesse i sondaggi elettorali li cancellerebbe dalla faccia della terra. Non può farlo però. E ogni santo giorno deve subirsi la puntata esasperante di quei “numerini” che gli stanno rovinando la vita. Per i Pentastellati l’attuale 27,3 per cento, a fronte del 26,5 rilevato il 26 novembre, dovrebbe andare bene. C’è l’aumento! Il tutto però va raffrontato alla Lega di Matteo Salvini ed è qui che cominciano i mal di pancia. L’uomo Padano per antonomasia, diventato Italiota per opportunismo, si assesta a quota 32 per cento e anche stavolta, sia pur dell’05% rispetto ai sondaggi precedenti, è in crescita.

La domanda che Luigino si pone ormai da tempo è come cambiare rotta. Come uscire da una situazione che premia sistematicamente la Lega e punisce i 5Stelle. Ogni tanto gli torna in mente il “no” avuto dal Pd all’ipotesi di contratto. Forse le cose sarebbero andate diversamente per entrambi i partiti se ci fosse stata l’intesa. Chissà. Comunque, al di là dei ricordi e rimpianti di un passato che fu, resta un brutto presente che vede Salvini sempre più vicino ad entrare da Capitano-Comandante a Palazzo Chigi e Giggino, senza stelle sul petto, buttato fuori dai palazzi dei bottoni, ma anche da quelli di proprietà M5S. La data delle Europee si avvicina e la risalita, o rincorsa che dir si voglia, sarebbe dovuta iniziare da tempo. Comunque, per Di Maio “o adesso, o mai più!”.

Ci sta pensando Giggino a mandare a gambe all’aria l’intesa con la Lega, ma bisogna andarci cauti, bisogna che lo strappo avvenga per ragioni fondate. O, meglio, per motivazioni che gli italiani leggano a favore del suo MoVimento. Perché potrebbe essere anche l’incontrario. E, cioè, che una spaccatura desse la sponda al partito di Salvini di crescere ancora di più.

Sì, proprio una roulette russa, che però va giocata fino in fondo, anche per non avere rimpianti un domani. E proprio in base, probabilmente, a queste considerazioni che è iniziata la guerra. A Di Maio e compagni è andata a fagiolo la vicenda delle indagini della magistratura relative ai presunti reati di finanziamento illecito ai partiti commessi, tra gli altri, dall’attuale tesoriere della Lega, il deputato Giulio Centemero. La storia è legata ai circa 49 milioni di rimborsi elettorali utilizzati da Umberto Bossi e dall’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, per spese personali. Una brutta vicenda che la Lega avrebbe dimenticato con piacere, ma che è ritornata alla ribalta dando la possibilità a Luigino di levarsi un po’ di pietre dalle scarpe. "Chiederò chiarimenti a Salvini – dichiara Di Maio -, sono certo che non minimizzerà”. Anche il presidente della Camera Fico usa l’argomento contro gli alleati. Ci aggiunge il “no” alla Tav e la sua contrarietà al referendum proposto da Salvini. La guerra c’è e si vede, anche se il Capitano non ha nessuna intenzione di rispondere, o di rompere, agli attacchi degli alleati. Non gli conviene. Sta usando la stessa tattica già sperimentata con Silvio Berlusconi. Il Cavaliere si agita, minaccia, fa la voce grossa e il Matteo padano, sempre pronto alle guerre guerreggiate e all’insulto folgorante, fa finta di niente. Le orecchie le ha turate. Gli altri vorrebbero pretesti per attaccare, per farsi sentire, ma lui non ne dà, rimane “silente e sorridente”. E perché dovrebbe aiutare gli avversari nel momento a lui più favorevole?

All’incontrario Di Maio qualcosa si deve inventare subito per provare a ribaltare la situazione. Il tanto strombazzato reddito di cittadinanza potrebbe essere il grimaldello per “scassare il governo”. Dopo tanto blaterare sui benefici propulsivi del “reddito di cittadinanza”, Giggino sta correndo il rischio di vederselo quasi cancellato. Trecento euro sono quisquilie, pinzillacchere, come le avrebbe definite Totò.

Se Luigi si decide a “scassare” il presidente Mattarella è certo che non scioglierà le Camere. Ne è pensabile che il Capo dello Stato dia un incarico politico. Con molta probabilità metterà in campo un governo tecnico attento soprattutto allo spread ed ai problemi connessi. Non avendo più la responsabilità di governo il MoVimento potrà sparare all’impazzata sia sull’incapacità dei tecnici a Palazzo Chigi, sia sulle responsabilità dell’ex alleato Salvini. Ma tutto ciò porterà voti? Non è detto, anzi potrebbe essere l’inverso.

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Salvini-Di Maio, la competizione nascosta

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - E' proprio il caso di dirlo: "Chi di spada colpisce di spada perisce". E lo stellato Giggino Di Maio di spade ne ha usate proprio tante nel corso della sua carriera di capo dei 5Stelle. "Onestà, onestà", la parla d'ordine gridata a più non posso; più come una minaccia che non come una proposta di vita, e di governo.

La notizia data dalle “Iene” sulla mancanza di "onestà" in fatto di contratti di lavoro del papà di Luigino è il classico boomerang di ritorno che colpisce e fa male. Certo, per l'immagine del conducator grillino, ma consente anche agli speculatori qualunquisti di affermare: "E se questo che predicava a suon di strilli l’onestà s’è ritrovato con il papà con le mani nella melma, immaginarsi gli altri".

"Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia". È Maria Elena Boschi che parla, ricordando le bordate di Di Maio e dei suoi seguaci rivolte a lei ad ai suoi familiari per la vicenda della Banca Etruria. Ma anche Matteo Renzi rimembra gli attacchi ricevuti per il suo papà. Insomma, per il vice presidente del Consiglio non ci voleva proprio, specialmente nell’attuale momento particolarmente critico per lui ed il suo MoVimento. Insomma, proprio quando aveva ingranato la quinta marcia per rincorrere il Capitano padano, è arrivato “il botto”. I prossimi sondaggi elettorali sicuramente registreranno l’infortunio, ma già ultimamente le previsioni vedevano i grillini in calo, 25,8% rispetto al 27,5% di un mese fa. Invece la Lega passa al 32% dal 30,9%.

Se Giggino è seriamente preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza elettorale delle Europee, il Matteo leghista non aspetta altro. Per ora deve fare “buon viso a cattivo gioco”, come si suole dire, con il suo compagno-antagonista Di Maio. Un attimo dopo i risultati elettorali delle Europee sarà libero di sciogliere il patto-contratto con i Pentastellati. Il suo sogno, non proprio nascosto, è di poter entrare a Palazzo Chigi con un contratto di fitto a “tempo indeterminato”. Il Salvini, presidente in pectore, sa di poter contare sul Cav. Silvio e sulla Sorella d’Italia Giorgia Meloni. Attualmente, facendo la somma delle ipotetiche preferenze, può prevedere un 46,4%, così suddiviso: 32% Lega, 9,6% Forza Italia, 3,7% Fratelli d’Italia, e un 1,1% di altri, vicini al Centro-destra. Ad oggi gli manca il 4,6% per arrivare a fare “Bingo”, ovvero il 51%. Comunque il Capitano è convinto che quei miseri numerini che gli mancano riuscirà a portarli a casa senza alcun problema. Certo intensificherà, mano mano che si avvicina la scadenza per le Europee, la sua eterna campagna elettorale, fatta di magliette e vestiario vario con slogan propagandistici, ruspe da lui guidate che abbattono tutto l’indecente possibile: dai campi Rom alle proprietà dei Casamonica e via proseguendo. L’unica seria preoccupazione che ha è che lo spread possa aumentare oltre la soglia di guardia. A quel punto i suoi “sogni di gloria” andrebbero a “farsi benedire”, cioè rimarrebbero illusioni nel cassetto. Se da una parte non può smettere di fare il Sovranista e sparare contro l’essere informe chiamata Europa, dall’altra non può esagerare. Qualche via d’uscita se la deve conservare se non vuol andare a sbattere con la testa contro il muro…europeo. E’ anche convinto, il Sovranista italico per eccellenza, che un po’ di grillini passeranno nelle sue fila appena avranno la certezza della vittoria finale leghista. Un po’ di scongiuri li fa, sotto sotto. A Di Maio è capitato il contrattempo del padre, qualche imprevisto potrebbe succedere pure a lui.

I nemici di Matteo speravano di poter approfittare della sua vicenda sentimentale per vederlo in difficoltà. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Dopo l’annuncio di Elisa Isoardi, tramite Facebook, sulla fine della storia d’amore con il vice presidente del Consiglio, lui così replica: “Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità. Buona vita”. Il maschio italiota per eccellenza stavolta non ha “piantato” ma lo è stato. E per cosa? Sarebbe stato imbarazzante dover constatare che Elisa lo lasciava per un altro uomo. No, per fortuna, solo per “altre priorità”…”La prova del cuoco”.

 

 

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Il potere dell’accusa

Governo Conte DiMaio Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Stravagante e a tratti grottesca la narrazione di emergenza generalizzata proposta dall’attuale governo. Pare evidente come l’azione dell’esecutivo sia volta ad intercettare costantemente un nemico di turno da porre sul banco degli imputati. Imputati che diventano puntualmente colpevoli, condannati in contumacia da processi mediatici senza alcun contraddittorio.
In questo clima di inquisizione medievale il premier Giuseppe Conte, l’avvocato difensore degli italiani auto proclamatosi tale, come un moderno Carlo Magno, appare in realtà un sottosegretario al servizio dei dioscuri gialloverdi, Salvini e Di Maio. I due, forti del “consenso del popolo italiano”, sembra si divertano nella quotidiana ricerca dell’antagonista da combattere con ogni mezzo. Corsa all’accusa che non appare però omogenea.

Matteo Salvini, in linea con i suoi proclami elettorali, individua il suo rivale nel migrante, nel più debole. E più generalmente anche in tutti quei soggetti che operano per il sollievo degli ultimi. Emblematica l’esultanza per l’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, o i post di auto compiacimento per il blocco imposto alle ONG e alla nave Diciotti. Tutti attori di una storia triste, colpevoli del reato di “giustizia sociale”, componente costituzionale spazzata via dal decreto sicurezza che porta proprio la firma del segretario del carroccio.

A differenza dei colleghi di governo, i pentastellati incontrano una maggiore difficoltà nell’individuazione di un oppositore da annientare. Oggi la stampa non allineata, ieri le istituzioni politicizzate, domani forse la Costituzione stessa. Chi può dirlo.

Un punto in comune con la Lega c’è: l’Europa. Proprio la tecnocrazia di Bruxelles mette d’accordo Di Maio e Salvini. Una vittoria di Pirro per il Ministro del Lavoro, il quale si trova in netto svantaggio rispetto al titolare del Viminale. Un Salvini maggiormente incisivo agli occhi del suo elettorato, tanto da incrementare costantemente il consenso in suo favore.
Non semplice, dunque, la posizione del partito uscito con gli allori dei vincitori dall’ultima consultazione elettorale del 4 marzo. Un idillio con il popolo che sembra però scemare. Un dato inequivocabile che ridisegna le gerarchie stesse all’interno dell’esecutivo frutto del contratto.

Per recuperare strada il Movimento ha dunque virato verso lidi più consoni alla propria storia, tornando alla lotta contro le istituzioni repubblicane, a partire dallo stesso Presidente Sergio Mattarella. Proprio il Capo dello Stato rappresenta, in questo momento, l’ostacolo principale alle politiche di Di Maio e soci. Non a caso dal Quirinale arrivano continui messaggi di difesa della Carta Costituzionale e incessanti richiami ad una gestione più oculata del potere. Ammonimenti dovuti ad un evidente tentativo di interferire nell’operato di tutte quelle istituzioni che, per diritto costituzionale, godono di una doverosa autonomia d’operato e di giudizio.

Ancora un gatta da pelare per il leader politico del Movimento che vede salire il gradimento anche del Presidente Mattarella, arrivato ormai a sfiorare il 65%. Mai un Capo di Stato aveva raggiunto tale risultato.
Un dato che però lascia uno spazio di riflessione; se sommando le percentuali di Lega e M5S si raggiunge il 60%, si può notare come algebricamente si superi quota 100%. Si evidenzia dunque, una sovrapposizione di consensi che delinea i tratti di un elettorato liquido. Un popolo che da una parte appoggia il duo Salvini - Di Maio, e dall’altra continua a “tenere buono” il ruolo di garanzia del Quirinale. Una situazione sicuramente dovuta ad una carente opposizione da parte del PD, di quello che, per sua stessa vocazione, dovrebbe essere il partito delle masse.

Un panorama politico di difficile gestione. Un proscenio pervaso da una comunicazione deviata, fondata sulla paura e la “caccia agli invasori”. Un teatro popolare in cui dover rimettere al centro i valori impressi nei 139 articoli della Carta, della Legge delle Leggi.
Imporre nuovamente il valore popolare della politica è un passo imprescindibile per ricollocare i più deboli al centro del discorso. Bisogna interrompere questa folle corsa alla ricerca del nemico, tornando ad un dialogo più civile. Anche l’informazione avrà il dovere di reintrodurre, nel mare magnum dei social e della notizia rapida, un linguaggio corretto e privo di condizionamenti, fondato su argomentazioni serie e oggettive proposte di sviluppo e crescita sociale.

 

 

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Decreto Salvini, per una società più insicura

matteo salvini 350 260 mindi Giulio Cavalli - Decreto Salvini, ecco come si costruisce una società più insicura (sulla pelle degli stranieri e degli impauriti)
Il cosiddetto decreto sicurezza è in realtà una legge che non fa strame dei diritti degli stranieri, ma che peggiorerà la percezione di sicurezza di chi oggi li teme. Non solo: è la prova che di sinistra, nel Movimento Cinque Stelle c'è ben poco. E che la Lega se lo sta divorando, giorno dopo giorno

Segnatevi questa data sul calendario, lunedì 24 settembre 2018, e aggiungeteci un memorandum cerchiato di rosso per il settembre del 2023. Avrete cinque anni per farvi tornare in mente il Decreto Sicurezza sventolato dal capo del governo (che simula di essere solo ministro) Matteo Salvini. Cinque anni passati i quali, se riuscirete ad avere memoria, scoprirete che questo decreto è perfetto per scontentare tutti, gli italiani e gli stranieri, i solidali e gli impauriti. Se non ci riuscirete, invece, l'unico a guadagnarci sarà sempre lui, il buon Salvini. Che riuscirà a capitalizzare dal suo fallimento, lucrando sulle macerie di una società ancora più insicura e impaurita. Magari con un nuovo decreto, chi lo sa.

Saranno scontenti, ovviamente, coloro che credono ancora ostinatamente che uguali doveri e uguali diritti camminino per mano, di pari passo, senza distinzione di razza, di provenienza o di credo religioso. Già, perché il decreto del ministro dell’inferno stabilisce che i tre gradi di giustizia siano un privilegio da non accordare a chi non è dei nostri e che sia utile (addirittura doveroso, a sentire lui) che la pregiudiziale dell’inclinazione alla criminalità valga per per una specifica categoria, catalogata ancora una volta per etnia. Chissà se qualcuno avrà abbastanza voce per dire che con questo decreto la Convenzione di Ginevra è tutte le presunte scartoffie che hanno reso l’occidente quello che avrebbe voluto essere da oggi diventano carta straccia, buoni propositi messi in mostra come quei brutti souvenir che sanno di finto e servono solo per imbellettare una casa che non riesce a nascondere d’esser brutta.

Ma saranno scontenti anche gli altri, le vestali dell’insicurezza percepita , cavallo di battaglia (e di Troia) di una Lega mangia voti. Coloro che non dormono la notte per i reati commessi dagli stranieri di cui sono quotidianamente informati nella loro bolla social, quelli che i cinquanta femminicidi di questo 2018 se li sono persi tutti ma quotidianamente si indignano per uno (uno solo, diventato perfetto per la propaganda) dell’anno scorso, coloro che davvero credono che Salvini possa fare i rimpatri che promette (con questa sua oscena tournée prossima ventura nei Paesi africani), quelli che si sentono insicuri per qualsiasi non-bianco che non reciti compito il rosario in una strada della loro città, quelli che davvero ci credono che la sicurezza sia legata all’immigrazione, rapiti dalla retorica di un uomo che non è riuscito a tenere sotto controllo nemmeno il conto corrente del suo partito. Rimarranno scontenti anche loro perché questo decreto aumenterà l’illegalità, partorirà un maggior numero di clandestini (sì proprio loro, gli uomini neri che popolano i loro incubi) e renderà questo Paese più insicuro come naturalmente avviene in ogni luogo in cui le persone vengono indistintamente ammassate e non distribuite, in attesa di un verdetto che ne dovrebbe certificare il rimpatrio (impraticabile) e invece produrrà ulteriore sommersione. Sono gli stessi che hanno votato Salvini per risolvere un problema che in realtà è la sua unica ragion d’essere e ancora una volta (come successe per la legge Bossi-Fini) pagheranno lo scotto di scambiare come salvatore il più grande produttore delle loro paure.

Si segnino la data anche quelli del Movimento 5 Stelle, e i fans del premier Conte: l’appoggio unanime al decreto Salvini non è solo un’onta etica ma è (ancora una volta) l’idiozia di fare da spalla al partito che se li sta mangiando
Si segnino questa data anche tutti quelli che davvero sono convinti questo governo sia la sintesi di forze diverse, quelli che ancora si attaccano alla giustificazione di un contratto per illudersi di non avere niente a che fare con Salvini, quello stesso contratto che recita: «Si deve superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri e puntare ad un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle territoriali, affidando la gestione dei centri stessi alle regioni e prevedendo misure che dispongano l’acquisizione del preventivo assenso degli enti locali coinvolti, quale condizione necessaria per la loro istituzione». Quel contratto che invece oggi si sbrindella puntando su un’accoglienza (più simile alla segregazione) proprio in strutture private (i CAS) che sono le stesse che portano benzina alla retorica del lucrare sull’accoglienza.

Si segnino la data anche quelli del Movimento 5 Stelle, e i fans del premier Conte: ieri si è avuta l’ennesima (ma forse la più potente) rappresentazione plastica del loro ruolo di portatori d’acqua. Un decreto votato all’unanimità in Consiglio dei Ministri rende nulli i dubbi postumi che servono solo per rabbonire l’elettorato. L’appoggio di questo decreto non è solo un’onta etica ma è (ancora una volta) l’idiozia di fare da spalla al partito che se li sta mangiando.

Contenti loro. Ora. Ne riparliamo nel 2023, tra cinque anni. Non vi sarete dimenticati tutto per allora, vero?

25 Settembre 2018 da linkiesta.it

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I 100 giorni di Di Maio e Salvini

dimaio salvini 350 265 mindi Donato Galeone* - I due decreti del Governo alla vigilia dell’autunno 2018. Sono e siamo alla vigilia di autunno che si presenta con grandi attese dopo i caldi mesi estivi (da me passati a Leporano di Taranto) e da oltre 100 giorni di annunciato “cambiamento” per l'Italia, sia per chi deve gestire il “contratto di legislatura” e sia per l'opposizione politica in sede parlamentare.

Anche per l'Italia e gli altri Paesi europei l'autunno si presenta impegnativo per i “bilanci pubblici” tanto nella loro chiarezza contabile quanto nella destinazione delle risorse disponibili e nel rispetto dei Trattati con la Unione Europea. Si tratta, nel concreto, di vincoli di equilibrio finanziario che per il nostro Paese l'esercizio di bilancio - consolidato nel debito pubblico - si è attestato a luglio 2018 su oltre 2.341,7 miliardi di euro (dal Bollettino statistico mensile elaborato da Bankitalia).

La rappresentanza parlamentare che sostiene il “Governo del cambiamento” e introducendo la cosiddetta “tassa piatta” elettorale, pare, nella misura non progressiva rapportata ai redditi, favorirà, conseguentemente, la riduzione delle entrate e, contestualmente, la introduzione, pur graduale, del cosiddetto “reddito di cittadinanza” elettorale inciderà, compatibilmente, sulle uscite mentre la priorità per gli investimenti pubblici territoriali - che creano lavoro - non potranno essere ritardati (non solo per Genova ma per la grande parte manutentiva che richiede il territorio nazionale).

E in tale quadro - da me volutamente semplificato per meglio intenderci - alla vigilia dell'autunno 2018 dovremmo pensare e richiamare a noi stessi sia i 100 anni di fine prima guerra mondiale (1918) e sia - attualisima oggi - i 70 anni, dopo la seconda guerra mondiale, dalla “dichiarazione universale dei diritti dell'uomo” approvata dalle Nazioni Unite (1948) che all'articolo 1 proclama e afferma che “ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

 

Decreto dignità

“Dignità e diritti” che, probabilmente, il Ministro del Lavoro del Governo Conte ha pensato di praticare mediante il definito recente “Decreto Dignità”??? Ma quel decreto definito dal Ministro De Maio “svolta storica” tende solo a confermare la dualità dei rapporti di lavoro e coinvolge tematiche occupazionali, interessanti, dall'esito imprevedibile sull'impatto sociale con modifiche che interessano i contratti a termine, pur ridotti nella durata contrattuale massima da 36 a 12 mesi, mantenendo l'assenza di qualsiasi casuale.

Declinare e praticare la “dignità del lavoro” nella diversità delle forme contrattuali significa - a mio avviso e sempre - abbattere le incertezze verso il fututo della persona “lavoratore”. E, significa, anche, ridurre i tempi della lunga disoccupazione e, contestualmente, aprire e garantire ai giovani e meno giovani l'accesso al mutuo prima casa oltre a definire un costo maggiore delle prestazioni lavorative a tempo determinato - perché non è lavoro cosiddetto di serie B - mediante contrattazione collettiva a livello nazionale e territoriale.

Si tratta, quindi, di definire in sede sindacale e, poi, in sede legislativa la cosiddetta “buona flessiblità del lavoro” che non è, ormai, e non sarà più lo stesso lavoro del secolo scorso o pre crisi 2008 a fronte dei nuovi sistemi produttivi e organizzativi d'impresa in rapidi cambiamenti, così come l'impiego del lavoratore è e sarà condizionato sia dai mercati che dalle tecnologie del terzo millennio. Riemerge, pertanto e ragionevolmente, che il lavoro a tempo breve deve - ripeto - costare di più a “pari dignità” e con garanzie sociali universali.

A mio avviso tuttto ciò significa - per il sindacato dei lavoratori nella sua unità - l'assunzione di uno specifico livello propositivo nella definizione di un “modello contrattuale integrato” entro cui anche i lavoratori assunti a tempi brevi di lavoro possano superare la “indifferenza o la subordinazione” che prevale e che è e sarà presente nelle gestione delle attività produttive.

Vale a dire di non ritenersi perdenti nel processo di cambiamento epocale del terzo millennio, a fronte della trasformazione del lavoro fisico automatizzato, con perdita di posti di lavoro.

Perdita di posti di lavoro tradizionali dovuti a innovazioni tecnologici che già richiama l'adeguamento contrattuale delle nuove condizioni di lavoro e che deve essere “vigilante e attiva” sui processi del lavoro che cambia, in quanto e certamente, si tenderà meccanicamente a praticare una nuova e diversa “divisione del mercato del lavoro” tra lavoratori altamente qualificati o definiti creativi e altri lavoratori, meno qualificati, quale persone destinate a lavori precari e, tanti altri, ricollocati verso lavori temporanei a basso reddito.

Ecco, allora, l'azione sindacale contrattuale mirata verso la concreta dignità del lavoro che cambia e assunto dalla nuove tecnologie sempre più avanzate che obbliga, peraltro, a considerare la urgenza dell'adeguamento degli “orari di lavoro operativi” anche nel nostro Paese.

 

Decreto sicurezza

E alla svolta storica con il “decreto dignità” del Ministro Di Maio si dovrebbe aprire - con il “decreto sicurezza “ del Ministro Salvini - ai valori della solidarietà, della uguaglianza e della integrazione nella cittadinanza tra persone umane.

Purtroppo non sembra essere questa l’apertura del decreto sicurezza proposto da Salvini approvato dal Governo, in quanto, apre e favorisce la ghettizzazione degi stranieri migranti classificandoli, di fatto di serie B e cancellando alle persone i diritti umani fondamentali di uguaglianza tra cittadini, non osservando la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo di 70 anni fa.

Quel decreto governativo definito “sicurezza”, volutamente e strumentalmente, tende a criminalizzare i migranti con l'obiettivo chiaramente dichiarato di rendere meno accessibile tutti i percorsi legali relativi alla emigrazione in Italia, così come la proposta di riforma del Servizio di Protezione e Asilo ai Rifugiati (SPRAR) sono scelte politiche orientate a distruggere o smantellare il sistema dell'accoglienza e la possibile integrazione del migrante o rifugiato.

È stato osservato e detto - letto il decreto sicurezza approvato dal Governo del cambiamento - che trattasi di una “mazzata” al diritto di asilo al migrante, uomo libero alla ricerca di vivere nel mondo.

Mi permetto aggiungere che, questo Governo, ha volutamente tentato per altre finalità di tornaconto politico “schiaffeggiare e criminalizzare” la tradizione italiana, quale nostra cultura civile umanitaria.

Auspico, non solo io, che il Parlamento e il Capo dello Stato modifichi e confermi la vera dignità dell'Italia democratica nell'accoglienza e la integrazione umanitaria delle persone migranti in sicurezza del convivere comunitario nel mondo.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL del Lazio

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Salvini e Di Maio, “parenti serpenti”

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - Da una parte i protagonisti della storia politica ultima del nostro Paese vanno ripetendo che tutto procede secondo il “contratto” di governo e che l’attuale esecutivo rimarrà in scena per i prossimi cinque anni. Dall’altra, di colpi bassi e non, specialmente nell’ultimo periodo, se ne contano parecchi. I fratelli della politica, Salvini e Di Maio, si stanno trasformando in “parenti serpenti” o “fratelli coltelli”. Più si avvicinano le elezioni europee e più le differenziazioni vengono fatte rilevare dai due big del “cambiamento”. Ne va di mezzo il consenso alle loro forze politiche, ma anche e soprattutto a loro stessi.

Tutto calcolato da parte del leader della Lega in fatto di pubblicità per la sua immagine e per quella del suo partito. La politica dovrebbe educare, spegnere sentimenti di odio. Dovrebbe unire più che dividere. Anche a costo della perdita di consenso. Insomma, non pescare nelle viscere della gente gli odi peggiori per avere più seguito elettorale. Alla lunga c’è il boomerang di ritorno che punisce, utilizzando gli stessi argomenti che hanno portato al successo. Se poi si è ministro dell’Interno, la campagna elettorale dovrebbe essere messa da parte. E, invece, il vice presidente del Consiglio dei ministri leghista, proprio dalla sede del ministero dell’Interno, in diretta Facebook, legge la notifica che gli viene dal Procuratore del tribunale di Palermo, Francesco Lo Voi, in merito al presunto sequestro di persone sulla nave Diciotti. Fissando poi l’atto giudiziario come un trofeo alla parete posta alle spalle della sua scrivania.

Certo, Salvini elogia i tanti magistrati che fanno il loro dovere, ma critica che un organo dello Stato indaghi su un altro organo dello Stato, per giunta eletto dal popolo sovrano. In altre occasioni il leader leghista ha accusato i magistrati che hanno disposto il sequestro dei 49 milioni truffati allo Stato da Bossi e compagni di far politica e voler cancellare la Lega.

Di Maio sa bene che il suo compagno di governo sta esagerando. Ed è combattuto tra il rompere un’alleanza o ripuntualizzare il “contratto”. E’ la base del suo Movimento che è in fermento e non sopporta più le prevaricazioni e l’eterna campagna elettorale del “Capitano”. C’è fermento sia per l’Ilva non chiusa, ma rilanciata con ArcelorMittal, sia per i ritardi relativi alla realizzazione del “reddito di cittadinanza”, ma anche per le “grandi opere”, puntualmente sostenute dalla Lega a dispetto dei 5Stelle. I grillini qualcosa si devono inventare, visti anche i pronostici elettorali. Se oggi si aprissero le urne la Lega prenderebbe, secondo un sondaggio del Corriere della sera, il 33,5 per cento dei voti e il Movimento 5 Stelle il 30 per cento, in calo dell’1,5. Un balzo in avanti quello della Lega quasi incredibile che non può non preoccupare Grillo e i suoi.

Pare che Luigino esasperato dalle posizioni del leader leghista gli abbia detto a muso duro: ”Sei andato troppo oltre. Così non la reggiamo, non puoi usare parole che ti mettono al di sopra della legge, come facciamo con i miei?”. Le ramanzine, se così si possono chiamare, di Luigi a Matteo non hanno alcun effetto sul destinatario, tutto preso a essere sovranista a tutto tondo. Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, definisce il capo leghista “la figura più potente nel nuovo governo populista italiano”. Ma a Salvini l’Italia non basta, tra i suoi obiettivi c’è quello di creare un fronte populista in grado di conquistare l’Europa. E’ per questo motivo che ha aderito a The Movement, un movimento, appunto, che ha questo obiettivo prioritario.

Difronte a tanto movimentismo pare che le opposizioni, a partire del P.D., siano tutte centrate a risolvere i problemi interni. A parole i Dem vogliono l’unità interna per combattere il governo dell’immobilismo. Nei fatti i dissidi ci sono e si avvertono nelle dichiarazioni di Renzi e di Martina. Per il segretario del P.D. “il tema non è cambiare nome, serve una comunità senza sgambetti”. Gli fa eco Matteo Renzi sulla stessa lunghezza d’onda: “L’avversario è fuori: dico no all’ennesimo scontro tra correnti”. Tutto risolto allora tra i democratici? Se così fosse, visto il disastro del governo del contratto, si andrebbe subito al congresso per chiudere con il passato e lanciare un gruppo dirigente capace e credibile per opporsi a Lega e Cinquestelle. Nei fatti pare che niente nelle opposizioni sia cambiato. Di Maio e Salvini grati ringraziano.

11 settembre 2018

 

 

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La proprietà di Salvini e quella della Costituzione

Articolo41dellaCostituzione 490 mindi Paolo Ciofi - Bene ha fatto Alfonso Gianni, sul Manifesto del 4 settembre, a cannoneggiare con l’artiglieria pesante della critica l’affermazione retrograda e reazionaria di Matteo Salvini, secondo cui «la proprietà privata è sacra». Una bestemmia, sostiene Gianni, o se volete una fake news in contrasto radicale con ciò che la Costituzione prescrive. Occorrerebbe però riconoscere anche a Salvini un merito, peraltro involontario, se con la sua perentoria affermazione riporta alla luce del sole la questione cruciale di questa fase storica, appunto la proprietà, per troppo tempo oscurata anche a sinistra.
 
Opportunamente sono stati ricordati al vicepresidente del Consiglio dei ministri (e anche a molti altri che in materia non hanno mosso e non muovono un dito) alcuni fondamentali principi fissati in Costituzione. Quelli dell’articolo 41 riguardante l’iniziativa economica, che deve essere orientata all’utilità sociale e non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Quelli dell’articolo 42, che pone precisi limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. E anche quelli dell’articolo 44, che prevede vincoli per la proprietà terriera.
 
Mi auguro che sul tema cruciale della proprietà, oggi massimamente concentrata a fronte della disgregazione del lavoro e della diffusione della povertà, si possa sviluppare un dibattito e soprattutto un’iniziativa politica, rompendo il silenzio tombale imposto dai grandi proprietari. Aggiungo che secondo la nostra Carta la proprietà privata come fondamento dell’economia (da non confondere con la proprietà individuale indispensabile al riprodursi della vita) non è totalitaria ma solo una parte costitutiva del sistema. Giacché – come sancisce lo stesso articolo 42 - «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati». Né si può mettere tra parentesi, specialmente nelle condizioni dell’Italia di oggi, l’articolo 43, secondo il quale è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori o di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia o a situazioni di monopolio.
 
I richiami di Gianni a Cesare Beccaria e a Stefano Rodotà sono efficaci nella critica al «terribile diritto» proprietario. Tuttavia non basta ricordare che la Costituzione abbatte l’antemurale della proprietà sacra e inviolabile, su cui - teniamolo ben presente - si è retta la dittatura fascista che ha violentato i lavoratori, distrutto la democrazia, cancellato la libertà. È arrivato il tempo di prendere finalmente atto a sinistra che i dispositivi costituzionali sulla proprietà e il pluralismo delle forme proprietarie sono i pilastri di un inedito e ardito progetto di trasformazione delle relazioni umane e sociali verso una civiltà più avanzata, che potremmo denominare nuovo socialismo.
 
Non è un caso che da più parti si voglia liquidare una Costituzione programmatica che fonda la Repubblica sul lavoro e non sul capitale. E che perciò, guardando al futuro, sancisce diritti e principi di valore universale, ponendo l’economia al servizio degli esseri umani e non viceversa: la vetta più alta raggiunta nel mondo occidentale dal movimento operaio e dei lavoratori. Una sinistra di alternativa oggi ha senso se fa proprio e assume fino in fondo questo progetto, lottando per la sua effettiva attuazione. Non già per chiudersi nei confini nazionali di fronte alla crisi dell’Europa, ma per portare in Europa un disegno di cambiamento che unisca le lavoratrici e i lavoratori oggi in lotta tra loro.
 
La Costituzione italiana non abolisce la proprietà, ma – come fa notare Stefano Rodotà - la conforma in modo tale da consentire il raggiungimento di finalità sociali. Con ciò viene superata la tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista e protagonista del mercato; non più al servizio della classe dei proprietari, ma al servizio della classe delle persone che vivono del proprio lavoro. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare per i loro diritti. O a sinistra si scioglie questo nodo ineludibile, o la sinistra è destinata a scomparire definitivamente.
Paolo Ciofi
 
 

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Salvini-Orban. Un solo obiettivo: l'Europa

Orban Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Asse Salvini-Orban, obiettivo Europa.
L’istituzione comunitaria sotto il fuoco incrociato del duo italo-ungherese. Un attacco al cuore dell’Unione mosso dagli intenti condivisi da Matteo Salvini e il fronte di Visegrad.

L’incontro di Milano si profila come la ratifica di un accordo che fino a pochi giorni fa esisteva soltanto attraverso dichiarazioni a mezzo stampa. Un meeting che segna anche un momento storico di rottura dei protocolli governativi universalmente riconosciuti. Mai sino ad ora un ministro degli Interni aveva discusso di politica internazionale con un capo di governo straniero, in un colloquio privato, fuori dalle canoniche sedi istituzionali.

Ancora una volta il Vice Premier leghista fa la voce grossa apparendo come capo ombra della squadra dell’esecutivo giallo-verde, con il Primo Ministro Conte relegato al ruolo di semplice immagine di un governo sempre più trainato dal nuovo Carroccio di Salviniana ispirazione.
A poco meno di un anno dalla chiamata alle urne per i cittadini europei, si profila uno scenario politico pronto ad una rivoluzione trainata da entità di ultradestra, euroscettiche e sovraniste. Una deriva che sta creando preoccupazioni e imbarazzo anche tra le fila del PPE stesso.

Come non esaminare nello specifico la figura di Victor Orban, leader di un governo che continua a limitare la libertà di stampa e a delegittimare il potere della magistratura ungherese. Lo stesso Orban che contesta la richiesta italiana di redistribuzione dei migranti sul territorio dell’Unione.

Un paradosso politico e comunicativo che rischia di minare ulteriormente il debole equilibrio tra Lega e M5S. La partita europea potrebbe rappresentare il primo vero momento di frattura tra i due attori principali della scena politica italiana, con il clima di costante campagna elettorale ad alimentare un fuoco attualmente sopito. La mancata consapevolezza delle istituzioni potrebbe far ripartire una fiamma difficilmente contenibile.

La visita del premier magiaro nel capoluogo lombardo ha scatenato la reazione delle forze di opposizione che, per una volta, hanno trovato un punto di congiunzione a sinistra. Emblematica la manifestazione di piazza San Babila, in cui oltre 15000 persone hanno avuto modo di esplicitare un senso di pacifico dissenso nei confronti dei nuovi fascismi che intendono guidare le politiche continentali. Rivendicare il senso primario di Europa è infatti un dovere della sinistra, per vocazione popolare ed internazionalista.

Da Ventotene a Bruxelles, passando per Roma. L’Italia ha l’obbligo morale di ristabilire il suo ruolo fondamentale nella storia dell’Unione.

 

 

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Migranti. Deve arrivare l'ora del 'risarcimento'

Migranti sulla nave Diciotti 350 260 mindi Nadeia De Gasperis - “possono tagliare tutti i fiori ma non fermeranno la primavera” era un verso di Neruda che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini sembra scimmiottare quando afferma “potranno arrestare me ma non potranno mai fermare le voglia di cambiamento di 60 milioni di persone.” L’arroganza di questa frase presuppone un atteggiamento di affronto e sfida nei confronti della magistratura, quella magistratura sì difesa nel suo operato dall’alter ego Di Maio, ma che dopo aver consultato il codice etico del partito rassicura che non ci sono le condizioni perché Salvini si dimetta, nonostante sia stato indagato dai PM di Ragusa, che hanno verificato con mano e occhi le condizioni allarmanti delle persone tenute in ostaggio sulla nave Diciotti. Ma Salvini si arroga la presunzione di riconoscere nelle intenzioni di tutta la popolazione del Paese le sue stesse intenzioni, non tenendo conto di chi la pensa diversamente ma anche di chi votando questo governo forse aveva in mente un’altra idea di cambiamento, che fosse condivisione di intenti e non mera e continua attestazione di un atteggiamento dispotico.

Se le intenzioni di Salvini fossero quelle dichiarate di portare a termine, con successo, un braccio di ferro con l’Europa, affinchè si assuma la responsabilità di dare soluzioni al problema della migrazione, non userebbe espressioni lesive della dignità umana verso i migranti, e soprattutto avrebbe prestato comunque soccorso alle persone tenute in ostaggio, lo ripeto senza rischi di fraintendimenti, su una nave da giorni, in condizioni sanitarie precarie. Non userebbe la sua rabbia repressa che vede in un povero cristo malnutrito un “palestrato” o in una donna stuprata la volontà di “bighellonare” per il Paese.

Il canto delle donne della Diciotti è un canto di ringraziamento alla vita. Queste donne hanno deciso di non lasciare la nave se non con i loro compagni. Questa melodia dolce e straziante mi ricorda le parole della senatrice Segre, quando dice che la cosa più tremenda dei campi di concentramento era la continua operazione di ledere la dignità delle persone, lasciando che si facessero i bisogni addosso, che stessero denutriti e denudati nello stesso luogo, un corpo che questa giovanissima donna non riconosceva più come suo. Conclude l’intervista dicendo che dopo 45 anni si è convinta a parlare ma non nutre grandi speranze per il futuro perché le persone che hanno vissuto l’orrore dei campi di concentramento, sopravvivendo, sono rimaste in poche e quando questa testimonianza avrà fine non cadrà l’oblio solo su quella storia ma cadrà la dimenticanza anche su quei corpi straziati che hanno cercato in mare la loro libertà

Alessandro Bergonzoni, giocando seriamente con le parole ci ricorda che è arrivato il momento del “risarcimento”, non un nuovo umanesimo, non un rinascimento, ma risarcimento. Bisogna prendere una posizione ma come non abbiamo mai fatto, toccando con mano quello che sta succedendo, ma con mani nuove, quelle abbiano la pelle di chi sta vivendo il dramma dell’emigrazione, il loro udito, il loro olfatto, sentire come non abbiamo sentito mai e tornare nelle piazze vestiti di nuovo, dei loro vestiti, della nostra rinnovata umanità.

 

 

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Tra bambini, genitori e slogan

bimbiegenitori 350 260 mindichiarazione di Gianmarco Capogna - L'encicolpedia Treccani spiega in maniera molto semplice il concetto di genitorialità indicandola come "la condizione di genitore e, anche, l'idoneità a ricoprire effettivamente il ruolo di padre o madre". Ne consegue, pertanto, che la figura del genitore non può ridursi all'identificazione di coloro che generano biologicamente il figlio, ma deve, necessariamente, estendersi al genitore inteso come colui o colei che insatura con il bambino il legame affettivo, educativo e relazionale, seguendolo nella crescita e nello sviluppo emotivo, sociale e culturale.

In questi giorni il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha ritenuto opportuno ribadire la sua concezione ancestrale della famiglia come mera espressione biologica del padre e della madre quali elementi esclusivi della definizione del legame con il bambino.

Una visione insolita considerato l'oramai evidente superamento della famiglia cosiddetta naturale del secondo dopoguerra e l'emersione, sempre più importante anche in termini numerici, di nuovi nuclei familiari, a partire da quelli composti da genitori divorziati e/o separati (con la possibilità di una estensione del nucleo familiare dovuto anche alle situazioni degli eventuali nuovi partner), delle famiglie monoparentali e delle famiglie arcobaleno, nella concezione più ampia: dall'avere due genitori dello stesso sesso o anche un solo genitore LGBTI.

Le dichiarazioni di Salvini, che vuole eliminare la dicitura (tra l'altro inesistente) di genitore 1 e 2 riportandola a madre e padre, hanno scatenato un grande dibattito ma soprattutto, come detto, si scontrano con la realtà di una società molto più complessa di quella che si vuole forzatamente rendere dicotomica. La cosa più allarmante, però, è la giustificazione: sarebbe una scelta a difesa dei bambini.

I bambini hanno bisogno di amore, incondizionato ma soprattutto libero. Libero da preconcetti e stereotipi che sono costruiti artificialmente e che non aiutano nessuno in primis i bambini. Se davvero il tema è tutelare i bambini, il concetto centrale è quello di genitorialità come, appunto, idoneità a ricoprire efficacemente il ruolo affettivo per il minore. La discriminazione e la diversità in senso negativo sono negli occhi di chi guarda, ma i bambini sono liberi di queste catene che invece troppo spesso tengono costretto il giudizio degli adulti. Permettiamo i bambini di crescere sani ed amati, preoccupiamoci per la loro educazione e formazione sostenendoli insieme alle loro famiglie, impegniamoci a costruire una nuova generazione di cittadini attivi e responsabili. Di questo dovrebbe occuparsi lo Stato, non dell'orientamento sessuale dei genitori, che possono essere ottimi o pessimi padri e ottime o pessime madri in ogni caso.

Se il discorso resta strumentale alla polemica verso il riconoscimento, che sarà comunque inevitabile, delle persone, delle coppie e delle famiglie LGBTI, allora è solo un diversivo per spostare l'attenzione e nascondere altre questioni, come ad esempio il fatto che il Governo sia impantanato nella palude, rendendosi conto di quanto sia difficile trasformare i punti del contratto alla base della maggioranza in politiche reali per il Paese. A testimonianza di come gli slogan siano decisamente altro rispetto alla Politica e al Paese reale.

 

 

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