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Né con Mattarella né con Salvini

dimaiomattarellasalvini mindi Ignazio Mazzoli - I numeri dei nostri giorni. 84 dì, uno in più ad oggi di quelli che servirono per formare il governo di Giuliano Amato nel 1992 che furono 83. 85 per arrivare al tecnico Carlo Cottarelli che proverà a formare un governo di supertecnici che quasi sicuramente non avrà la fiducia, come le dichiarazioni di chi dovrà votarlo stanno annunciando?
Ma un numero li sovrasta tutti e nessuno se lo deve scordare: 22.884.411 di voti pari al 69,68 ha espresso una manifesta ostilità alle politiche sin qui seguite per gestire l’economia del nostro paese e per il tipo e la qualità di rapporti intrattenuti all’interno dell’Unione Europea. L’esito italiano non ha precedenti in Europa.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto la soluzione Cottarelli pur sapendo che questo governo nascerà morto. Sarà solo un governo “neutrale” per gestire le elezioni che forse si svolgeranno a settembre.

La decisione ha scatenato critiche, malumore e rabbia. Come sempre, in queste circostanze si schierano le tifoserie con la conseguenza che spesso, grazie alle frasi ad effetto ed alle urla, si smarrisce la sostanza della polemica.

Il pregiudizio prevale ed offusca il giudizio.

Ripartiamo dal voto, che ha chiesto senza dubbi dei cambiamenti che assicurassero soluzioni ai disagi socioeconomici della maggior parte degli italiani e il riconoscimento dei diritti che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini in fatto di qualità della vita e in primo luogo della certezza della esistenza stessa.
La critica all’Europa è sicuramente il risultato di più motivazioni, e in qualche caso in contraddizione fra di loro, ma questa circostanza non è un’attenuante della forza contestativa, anzi le molte voci che contiene obbligherebbe l’UE ad aprire le orecchie.
Si è difronte ad un giudizio largamente diffuso e non solo in Italia.
Le politiche dell’Unione Europea coartano diritti fondamentali di esistenza e cittadinanza in nome dell’austerità finalizzata non al benessere sociale ma solo alle contabilità finanziarie.

È iniziato (negli 85 giorni) un gioco sporco di estremizzazione delle posizioni, insieme alla semina di paure. E questo ha fatto da apripista alla decisione del Presidente della Repubblica. Finanche un giornalista apprezzato per il suo acume ed anche la sua imparzialità come Alessandro De Angelis dell’Huffingtonpost.it ha parlato di “squadrismo” contro il Capo dello Stato, per non parlare del solito abuso di “populismo”, “terrorismo” parole che nell’uso inflazionato ormai perdono il loro significato tradizionale, si scollegano dai fatti che hanno sempre rappresentato (bisogni e fatti storicamente determinati). Basta con gli “ismi” e parliamo di fatti. L’esito del voto (anche se non piace) è un fatto.

La sensazione diffusa che viene dagli incontri e dai colloqui con cittadini e lavoratori è che percepiscono una straordinaria manipolazione tattica.

I roboanti toni di Salvini (che ne fa un uso smodato) diventano “squadrismo” che si traduce in una inammissibile interferenza con le prerogative Costituzionalmente riconosciute al Quirinale, il quale così rifiuta Paolo Savona ed impedisce definitivamente (per ora) la costituzione di un Esecutivo non gradito all’Europa.

Certo che c’è da dire qualcosa anche sui cosiddetti due vincitori. È vero che hanno impiegato più di due mesi per decidere come soddisfare l’esigenza di far pesare il voto, ma come negare loro l’impegno nel trovare un accordo scritto (il contratto)? Questo è stato un fatto politico che ha generato aspettative e speranze. Il cui effetto continuerà (pur con i suoi limiti soprattutto in fatto di sovranismo). Non sono mancate ingenuità, come infantilismi e trionfalismi che hanno distratto e infastidito parti di opinione pubblica. L’aggressività di Salvini non ha trovato argine in una iniziativa adeguata di Di Maio (troppo manifesta la voglia di governo ad ognio costo), che ha mortificato in buona parte lo sforzo di accreditamento fatto soprattutto in campagna elettorale. Ne esce in tono minore rispetto a Matteo Salvini che sembra caratterizzare tutta la vicenda “partiti vincitori-Quirinale”. Eppure, il nemico principale per l' "establishment" è lui, Di Maio, sono i suoi voti che fanno paura. Infatti, chissà perché a caldo, dopo la dichiarazione di Mattarella una delle prime affermazioni è stata: “il governo di Maio non si fa”?

Ma è giusto scaricare su questi indiscutibili errori gli effetti della rabbia popolare incubata da molte aree dei nostri cittadini? Salvini ha saputo interpretarla, ma non basta, andrebbe insieme canalizzata e diretta sempre su un terreno di pratica civile e democratica.

È inaccettabile la violenza scaricata sul Presidente della Repubblica. Ne sono fermamente convinto, ma sono anche certo che aver scelto lo “stile Napolitano”, è un errore. Questa volta il decisionismo subalterno alle cancellerie UE è ancor più grave che nel 2011 e nel 2013, perché oggi si è in presenza di un voto chiaro e inequivocabile che chiede un cambiamento di politiche economiche e domanda relazioni diverse in UE. Le ingerenze esterne esasperano. Può essere che nessuno se ne renda conto?

Non c’è dubbio che la democrazia in questo caso è stata ferita in maniera evidente con il pericolo di generare una gigantesca sfiducia in essa. La decisione del Presidente della Repubblica ha regalato milioni di voti alla destra “trumpista” in Italia.  Quanto pagherà la falsificazione estremizzata della contrapposizione tra europeisti e sovranisti che alcuni “pubblicitari” dei poteri forti ipotizzano e metteranno a punto?

Si badi bene qui non è in discussione l’Unità dell’Europea, ma si chiede una diversa Unione perché quella attuale, delle banche, è insopportabile ai popoli di tutti i Paesi che ad essa aderiscono.

Né con Mattarella né con Salvini

Infatti, il problema non è battere i pugni sul tavolo e nemmeno prima gli italiani. Se così fosse sarebbe tutto sommato assai semplice. Chi ha in mano il nostro debito ci tiene per le… cioè in ostaggio e se… qualcuno grida prima gli italiani, ci sarà chi dirà prima i francesi, gli olandesi, i belgi ecc ecc

Contro “poteri forti” quali quelli che senza ritegno ci opprimono occorre essere in tanti, uniti e solidali.
No prima gli italiani… ma prima i deboli, i poveri, prima quelli che vivono del loro solo sudato lavoro, prima quelle deprivati di diritti economici e sociali in ogni paese europeo. In tutta Europa e nel mondo.
Durante i “nostri giorni” tutte le cancellerie europee si sono consultate per governare la nostra “crisi” (chiamiamola così) e, dalla parte dei sofferenti chi ha intessuto rapporti con i milioni che in Europa vivono il nostro disagio? Chi ha avviato un dialogo con le lotte dei francesi? Chi ha portato solidarietà alle protese sociali e sindacali dei francesi? Chi è andato a chieder solidarietà ai sindacati tedeschi che hanno strappato importanti risultati al nuovo governo Merkel? Tanto per citare qualcosa di utile al posto delle grida e delle frasi roboanti.

Si dice: ci vuole la piazza. Certo, ma quale piazza?

E’ il momento di un grande compito e una grande responsabilità che spetterebbero ai movimenti sindacali europei, perché trovino una unità d’azione, unifichino le loro lotte. Le multinazionali non si affrontano stabilimento per stabilimento. La globalizzazione delle finanze richiede una controparte altrettanto globale.

Senza popolo non si tratta e non si governa.

 

 

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Berlusconi-Salvini: alla resa dei conti?

salvini e berlusconi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L’ex Cavaliere e Matteo Salvini. Alla resa dei conti? Di esperienza politica ne ha da vendere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Deputato dal 1983 al 2008, più volte ministro eppoi giudice costituzionale. Tipo calmo, spesso imperscrutabile l’attuale inquilino del Colle ma dalle radicate passioni politiche. Gli ex democristiani ricordano le battaglie che intraprese contro Rocco Buttiglione quando questi si candidò alla segreteria del Partito popolare, in sostituzione del segretario dimissionario Martinazzoli. Eppoi, una volta che Buttiglione fu eletto segretario del partito, il fermo “no” all’ipotesi - un “vero incubo irrazionale” - che Forza Italia potesse entrare a far parte del Partito Popolare Europeo, appellando il segretario “el general golpista Roquito Butillone...”. Mattarella si dimise dalla direzione del giornale del Ppi, “Il popolo”, quando il segretario del partito cominciò a perseguire un’alleanza con il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Va ricordata la scelta dell’attuale presidente della Repubblica d’impegnarsi in politica dopo la barbara uccisione, ad opera della mafia, nel 1980, del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana.

Un personaggio dalla storia appena sommariamente descritta si può immaginare come stia vivendo l’attuale momento politico. No, non ha nessuna intenzione d’imitare il suo predecessore Giorgio Napolitano con l’individuazione di presidenti del Consiglio alla Monti. Sono i partiti che devono fare le loro scelte, senza che il capo dello Stato interferisca minimamente.

Di giorni ne sono passati dal 4 marzo data in cui si votò. L’Italia, con tutti i problemi che ha, non può più restare senza un governo che governi. Tra i 28 Paesi dell’Ue il nostro ha la crescita più bassa. Si prevede per il 2019 solo il +1,2%, dopo il +1,5% previsto per quest’anno. Siamo a pari merito con il Regno Unito che però è alle prese con le trattative per la Brexit. Fino all’ultimo il capo dello Stato spererà in un governo, al di là delle formule, che possa sedersi a Palazzo Chigi in pianta stabile. Farà tutto quanto è nelle sue possibilità perché ciò accada. Solo in extremis manderà tutti a casa per il ritorno alle urne.

I leader che hanno vinto le elezioni continuano a fare campagna elettorale. A sentirli a volte viene un sospetto: ma hanno intenzione di governare? C’è chi pensa che il ritorno alle urne possa far gioco ai propri interessi di parte. Non è detto però. Gli elettori difronte alla paralisi del Paese, che si avverte anche nelle piccole cose della vita quotidiana, possono cambiare gli orientamenti espressi solo qualche mese addietro. Eppoi ci sarà l’irrobustimento dell’esercito dei non votanti, un vero pericolo per la democrazia.

Sulla linea del “fuori gioco” Luigi Di Maio manda a Matteo Salvini un’altra ipotesi d’intesa: presidente del Consiglio individuato di comune accordo, ma l’ex Cav. comunque non può entrare in partita. Proposta simile già avanzata all’inizio della trattativa? Forse, ma le idee di percorso vanno valutate in base ai tempi in cui vengono fatte. Una cosa era ieri, un’altra oggi con Mattarella pronto a scendere in campo, come abbiamo visto, suo malgrado. L’inquilino del Colle potrebbe varare un “governo del presidente” per la preparazione della legge di stabilità ed evitare l’esercizio provvisorio e l’aumento dell’Iva dal 22 al 25%, come vuole l’Europa, in assenza di manovre correttive. In tal modo si tornerebbe al voto nella primavera del 2019. Percorso questo che non viene preso assolutamente in considerazione da Salvini e Di Maio: “o esecutivo politico o si torna al voto”.

Le notizie che trapelano dagli incontri tra Berlusconi, Meloni e Salvini parlano di dissidi seri tra il presidente di Forza Italia e la Lega. Salvini l’ipotesi all’ultimo secondo di Di Maio di un governo 5Stelle- Lega non la scarta a priori in nome della lealtà alla coalizione di centro-destra. Il pragmatismo lo porta a ritenere che gli italiani, nella situazione altamente a rischio in cui si trova il Paese, non capirebbero un ritorno immediato alle urne. Ovviamente Berlusconi non può accettare un’esclusione del genere. C’è chi però tra i suoi non si scandalizza per la nascita di un governo Grillini-Carroccio senza Forza Italia. Più pericoloso andare subito alle urne con la possibilità che l’alleato destrosso assorba un mare di voti da Fi.

Non c’è più tempo per giri di valzer. O si concretizza immediatamente un governo dei vincitori delle elezioni o Mattarella suo malgrado dovrà decidere il da farsi.

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Salvini e Di Maio, è impossibile l'accordo di governo?

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Il dialogo "formale" con i 5Stelle pareva possibile, almeno quello. Il reggente e mediatore del Pd, Maurizio Martina, pensava di essere riuscito a portarlo a casa. Un inizio per provare ad arrivare a prospettive più concrete. Matteo Renzi però è rimasto sulle sue posizioni: “niet” e basta. Il rischio serio di tornare alle urne non spaventa l'ex segretario del Pd. È quasi sicuro, in caso di ritorno al voto, di conservare intatto il suo patrimonio elettorale, e questo gli basta. C'è chi ha ipotizzato la sua fuoruscita dal partito per fondarne uno suo. Ci avrà pure pensato l'ex presidente del Consiglio, ma un'operazione del genere l'avrebbe fatto passare per uno scissionista inveterato. Uno che non unisce ma che spacca sempre e comunque. Meglio aspettare gli eventi.

Nel frattempo, quando può, manda messaggi più che chiari ai suoi compagni di partito: "Siamo seri: chi ha perso le elezioni non può andare al governo". Lo afferma nella trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa". E, continua, a dispetto degli oppositori, affermando che "sette italiani su dieci hanno votato Salvini e Di Maio, lo facciano loro il governo se sono capaci. Noi non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta". Dichiarazioni queste che hanno fatto scattare la reazione Di Maio che si è visto certificato il "no" alle sue ipotesi governative. "Il Pd non riesce a liberarsi di Renzi con il suo ego smisurato. Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno". Martina, dal canto suo, è rimasto letteralmente basito dalle esternazioni renziane. Il suo stato d’animo l’ha espresso con parole dure ma si è fermato ad un passo dalle dimissioni. Tutto rimandato alla prossima direzione.

La confusione regna sovrana nel mondo dei partiti. Salvini e Meloni ripetono il leat motiv del rispetto del voto popolare e della necessità di un governo di centro-destra. A sua volta Di Maio, prima del secco "no" del Matteo gigliato, parlava del bene del Paese e tutto poteva far brodo per poterlo raggiungere, anche un "contratto" con il tanto disprezzato - in campagna elettorale - Partito democratico. Berlusconi, a sua volta, si abbraccia con Salvini, ribadisce la forza determinante del centro-destra, anche se non gli dispiacerebbe un accordo con gli ex comunisti, come li definiva un tempo. L'ex Cav., al di là delle posizioni e dichiarazioni ufficiali, non si fida del capo del Carroccio che vede come un concorrente pericoloso sul fronte del suo elettorato. Salvini da posizioni estreme si sta spostando sempre di più al centro, provando a scalzare Forza Italia. La vittoria elettorale in Friuli Venezia Giulia fortifica il Centro-destra e potrebbe pesare sulla formazione del nuovo governo.

Nel giro vorticoso d'interessi - palesi e nascosti - dei partiti rimane invariato un tema: "che governo le forze politiche che hanno vinto le elezioni vogliono dare al Paese?"

Saltato il "contratto" con i democratici Di Maio qualche cosa si deve inventare. Sì, va ripetendo di un necessario ed opportuno ritorno alle urne, ma forse è il primo a non crederci. Bisogna cambiare la legge elettorale, prima di tutto. Eppoi tornare al voto dopo il largo consenso ottenuto il 4 marzo può apparire agli elettori come una sconfitta, con le logiche conseguenze del caso. Meglio, allora, trattare con l'ex Matteo padano, diventato prepotentemente italico.

I contatti sotterranei tra Gigino e Matteo non si sono mai interrotti con molta probabilità. È arrivato il momento per il bene del Paese, ma anche "per salvare la faccia", d'inventarsi un esecutivo anche a tempo i cui ispiratori - e manovratori - saranno proprio i due leader del Carroccio e dei 5Stelle. Non un governo tecnico alla Monti, ma un esecutivo che abbia nel suo interno uomini, non di primo piano, fedeli ai due schieramenti. Un accordo del genere potrebbe andar bene anche a Berlusconi che vede come fumo negli occhi i grillini, super ricambiato da questi ultimi. Il presidente del Consiglio potrebbe essere o una figura istituzionale o, viceversa, un personaggio che sia ben visto da entrambi gli schieramenti. I tempi stringono e le problematiche da risolvere aumentano giorno dopo giorno. L'Italia non può più rimanere senza una guida, i rischi sono tanti, troppi.

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Cosa rischiano Di Maio e Salvini se si torna al voto?

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Il ritorno alle elezioni e i rischi per Di Maio e Salvini.
“Nun c’è bisogno ‘a zingara p’andivinà” – dice la canzone - come andrà a finire tra Salvini e Di Maio. I tempi stringono ed una soluzione va trovata per il varo del nuovo governo. Sia Salvini che Di Maio devono scegliere cosa vorranno fare da “grandi”. Adesso però c’è in gioco il governo del Paese e traccheggiare ancora o, peggio, andare alle elezioni per loro significherebbe una sconfitta più che politica, personale.

Mattarella, dopo aver atteso le mosse dei due “litiganti”, con santa pazienza, ha conferito un nuovo mandato al presidente della Camera, Roberto Fico. Visto il fallimento della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, forzista doc, l’inquilino del Colle ha dato indicazioni più stringenti: lavorare su un’intesa 5Stelle-Pd. E’ vero che i dem ripetono il mantra che loro, avendo perso le elezioni, stanno all’opposizione (ovviamente costruttiva). Ma come dire di “no” al capo dello Stato? Nella politica contrattualistica o dei “due forni” di Gigino Di Maio la soluzione di un esecutivo grillino-dem c’è sempre stata. Il capo però, ovviamente, vuole essere lui. Tutto cambierebbe se Matteo Salvini si decidesse, una buona volta, a lasciar perdere l’ex Cav.. Il presidente del Carroccio però non lo farà. E’ prudente. Punta più ad un assorbimento lento di pezzi di Fi che non ad una guerra guerreggiata in cui il vecchio Silvio s’inventerebbe di tutto e di più per danneggiarlo.

Le carte Fico ne ha poche in mano per formare un governo. Sul fronte Pd, Renzi in testa, l’idea di andare a braccetto con i grillini è ritenuta balzana. Sì, loro hanno sempre sostenuto che avrebbero rispettato le indicazioni del capo dello Stato. Nell’attuale situazione però sarebbe dare una mano a chi li vuole morti. Eppoi ci sono i risultati delle elezioni nel Molise che riaprono le ferite del 4 marzo. Il Partito democratico è al 9,03% che significa aver perso quasi la metà dei consensi rispetto alle politiche. No, niente da fare, nessuna possibilità d’intesa. A Roberto Fico non resterà che ritornare da Mattarella e riferire il nulla di fatto. E, di nuovo, la palla passerà al presidente della Repubblica che non potrà far altro che individuare un governo tecnico alla Monti. Non ci sarà nemmeno bisogno d'esplicitare la mission del nuovo esecutivo: ordinaria amministrazione, riscrittura della legge elettorale e elezioni al più presto possibile. Una vera e propria sconfitta per Salvini e Di Maio che alle elezioni qualche problema l'avrebbero proprio per non essere riusciti a dare al Paese la svolta tanto declamata. Due forze anti vecchio sistema che non riescono ad uscire dai copioni della prima e seconda Repubblica.

Un colpo di teatro ci potrebbe ancora essere. Un'intesa "per il bene del Paese" tra Salvini e Di Maio su un "ibrido" presidente del Consiglio, che potrebbe andar bene ad entrambi i leader. Una squadra di governo, anch'essa "ibrida", che includerebbe anche berlusconiani non di prima linea. Il nuovo governo dovrebbe avere precisi obiettivi, sintesi delle tante promesse elettorali fatte dal Carroccio e dai 5Stelle. Un esecutivo con un programma ben definito per evitare che il Paese, in una situazione non certo felice, ritorni alle elezioni. Certo, non è pensabile che un governo del genere possa reggere per tutta la legislatura, ma almeno per i prossimi due anni, questo sì.

Tutto lascia prevedere che i galli continueranno a beccarsi senza possibilità di qualche intesa. Mattarella, suo malgrado, alzerà la bandiera bianca stabilendo la data delle elezioni. E continuerà la campagna elettorale, in verità mai terminata. È sicuro che Giggino Di Maio e Matteo Salvini prenderanno gli stessi consensi del 4 marzo? Entrambi daranno la colpa all'avversario per come sono andate le cose. Insomma, la solita tarantella fatta di "parole, parole, parole". Non è vero, come qualcuno ritiene, che l'elettorato continuerà ad abboccare agli ami populistici e semplicistici. I risultati sono importanti e in questo giro di cose concrete non se ne sono viste. Reddito di cittadinanza, sburocratizzazione, meno tasse, slogan che ritorneranno nella prossima campagna elettorale e troveranno l'elettore sempre più scettico e sempre più propenso a non votare. La Lega e i 5Stelle si stanno giocando una partita decisiva per loro, ma soprattutto per il Paese.

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L’ircocervo di Berlusconi e le intese di Salvini e Di Maio

Ircocervo 460 mindi Elia Fiorillo - E’ il caso di dirlo: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Chi tra Salvini e Di Maio è Maometto non ha importanza. Il risultato è quello che conta. Dopo tanti giri, “bucie”, promesse varie, alla fine “la montagna e Maometto” si sono accordati portando alla presidenza del Senato la forzista doc Maria Elisabetta Alberti Casellati e a quella della Camera “l’ortodosso” cinquestelle Roberto Fico. Soddisfazione tra il centrodestra e i grillini, ma fino ad un certo punto.

L’ex Cav., Silvio Berlusconi, ha capito fino in fondo l’inaffidabilità e la protervia del suo alleato e candidato alla presidenza del Consiglio, Matteo Salvini. Altro che i litigi in canottiera tra l’Umberto Bossi, il Senatùr, e l’allora presidente del Consiglio: giochi da ragazzi. Allora il capo del Carroccio non puntava né alla guida del centrodestra, né a quella del Paese. Con i riti, le ampolle piene d’acqua della sua terra sacra, pensava solo alla Padania e ai benefici di tutti i tipi che poteva rastrellare. Certo, Berlusconi era il capo della coalizione ma su certe questioni era lui, l’Umberto, a decidere. I tempi sono cambiati e il Matteo non si pone alcun problema di opportunità con il “vecchio” Silvio. Fino al punto da mettere da parte il candidato berlusconiano alla presidenza del Senato, Paolo Romani, inviso ai grillini, e “suggerire” Anna Maria Bernini come aspirante alla presidenza del Senato. Pare che, pensando di essere più furbo degli altri, l’ex Caimano avesse accettato il nome “suggeritogli” da Salvini, mandando in bestia Romani e Brunetta. Tra incomprensioni, furbizie, rancori e “vaffanc” tra i due capogruppo da una parte e Berlusconi dall’altra, passa alla fine la mediazione che cade su Maria Elisabetta Alberti Casellati, suggerita dall’avv. Nicolò Ghedini.

Il problema di Berlusconi in questo momento, di là dei dissidi con i suoi capogruppo, è come muoversi nell’attuale situazione politica. L’amico Dem Matteo, anche se fa il suggeritore dal “gobbo” del palcoscenico del suo partito, non è più il capo-carismatico-indiscusso. E i democratici non sono più la forza con cui nei momenti di bisogno lui si alleava. Oggi il presidente di Forza Italia non può far altro che puntare sul raggruppamento di centrodestra, sperando che il Pd si dia una grande mossa, uscendo da quella posizione del “restare a guardare” che lo danneggia per primo. In un’intervista al Corriere della Sera, sul ruolo di Forza Italia, è categorico: “Nei prossimi mesi e anni, proprio per la confusa situazione politica che si è determinata, vi sarà ancora più bisogno di una forza tranquilla, responsabile, coerente, in grado di influenzare gli indirizzi politici e di governo del Paese”. Eppoi, sull’ipotetico governo Salvini-Di Maio, afferma: “Sarebbe un ircocervo, l’animale mitologico spesso citato dai filosofi antichi come esempio di assurdità, perché in esso convivono caratteri opposti e inconciliabili”.

Complimenti da parte di Beppe Grillo al capo della Lega: “Salvini quando dice una cosa poi la mantiene”. E’ un auspicio per future intese? Con un po’ d’ansia i partiti aspettano le consultazioni con il capo dello Stato. Mattarella non ha accelerato il confronto con le forze politiche. Sembra dire: “Riflettete bene prima di venire da me. Non mettetemi in condizione di dover firmare il decreto per lo scioglimento delle Camere. L’Italia ha bisogno di stabilità”. A chi affiderà il primo incarico esplorativo? Difficile a dirsi. Tanti i fattori che condizioneranno la sua scelta. Certo il presidente Mattarella proverà a cogliere tutte le sfumature più nascoste nelle posizioni dei partiti e in base a queste deciderà come muoversi. Un buon segno l’accordo Lega grillini per le presidenze di Camera e Senato. Un governo però di coalizione tra i due schieramenti sembra impossibile come afferma Berlusconi. Più probabile un esecutivo di garanzia, con a capo la presidente del Senato e con ministri pescati un po’ in tutti gli schieramenti. La cosa da evitare per tutti sono le elezioni anticipate: “si sa come s’entra, non si sa come se ne esce”. Gli umori della base, più che i sondaggi elettorali, Di Maio e Salvini li conoscono bene. E non sembra proprio che l’amore “opportunistico” nato tra i due piaccia ai loro seguaci. Forse si passerà ad una relazione segreta, senza il racconto osé delle tante telefonate giornaliere tra i due.

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2 giugno: sono contro il razzismo e la polizia li carica

polizia carica a Bologna 350 260di Daniela Mastracci - "Bologna, leghisti e manifestanti divisi dalle camionette della polizia gli agenti in tenuta anti sommossa hanno respinto un corteo degli antagonisti".
Questo è il titolo che dà La Repubblica. I manifestanti avevano tirato su tende per fermare "ogni razzismo"; ed avevano "barricato" con balle di FIENO. Si erano mossi lungo le vie di Bologna con dei gommoni arancioni, quelli che si usano in spiaggia per farsi il bagno. E cantavano "Bella ciao"...
E intanto arrivava Salvini e di fronte ai "manifestanti" insultati con il solito e triviale "zecche", promette: "Quando avremo finito con le ruspe nei campi rom, cominceremo con i centri sociali".
Una promessa!!! Un'immagine di quello che vuole fare dell'Italia!!!
Con le braccia alzate e con un dito medio in un certo modo, vediamo i Leghisti. Con le labbra aperte nel canto vediamo i "manifestanti". Con le braccia destre alzate e la mano aperta vediamo di nuovo i Leghisti.
E poi la carica degli agenti in tenuta anti sommossa contro i manifestanti con i gommoni arancioni (piccoli direi) e soprattutto disarmati.
“Quando avremo finito con le ruspe nei campi Rom, cominceremo con i centri sociali”.
Ecco a me non sta bene! A me questo non piace! Mi fa male all’anima perché voglio che “restiamo UMANI”.Bologna_2 giugno
E mi chiedo perché chi si esprime pubblicamente e spavaldamente così non si “carica”; perché uno può essere razzista e fascista e non c’è forza dell’ordine che lo “carica”? Perché nella giornata della Repubblica e della Costituzione e della Donna al Voto, nella giornata della FESTA, di una religione civile che ci fa da fondamenta e forza aggregante, forza della memoria che va verso il Passato che è atto fondativo, e verso il Futuro che lo deve inverare, perché dico, l’antifascismo e l’antirazzismo sono così poco “di moda”? Perché non ci pensiamo più? Perché una costituzione che apre all’Altro, che lo tutela, rispetta, accoglie, una Costituzione che ripudia la guerra, ogni e qualsiasi forma di sopraffazione, forma di nazionalismo, perché oggi s’è dimenticata? Perché si può scendere in piazza e dire “Ruspa” senza che gli Articoli della Costituzione si alzino tutti in piedi a fermare le ruspe? Perché gli Articoli, da soli, non possono, non hanno le gambe, le braccia, la voce, non hanno fisicità, Balle di paglia a Bolognasono PRINCÌPI!!! E i Princìpi senza le gambe degli uomini e delle donne non sono niente. Niente che possa fermare chi invece le gambe e le braccia ce le hanno e ce le mettono con spavalda autocelebrazione; e la voce la fanno grossa grossa. Si vedono eccome! Si sentono eccome! E gli articoli della Costituzione se ne restano tra le sue immortali pagine? Memorabili pagine? Modernissime e “copiatissime” pagine?
In un posto così accade che invece le forze dell’ordine caricano chi mette balle di fieno, chi alza tende, chi sta fermo dentro una piazza e non vuole che passi da lì il Razzismo. Un sit in, una protesta, una affermazione di ciò in cui dovremmo tutti credere perché siamo figli della nostra Costituzione. E invece a Bologna accade che ci siano ancora botte, manganelli, arresti, feriti. E da quale parte? Dalla parte dei “manifestanti”. Perché creano disordine, perché sparigliano le carte, già scritte (?). Perché mettono in discussione che si facciano comizi razzisti. Perché in tempi di migranti, migliaia, al Potere non fa comodo che si blocchino vie e piazze per non far passare il razzismo.

 
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Primarie: come prima, peggio di prima

gazebarie 350 260di Elia Fiorillo - Erano su per giù le undici di sabato mattina quando al gazebo delle Gazebarie di corso Marconi a Roma, quasi dirimpetto alla Feltrinelli, si presenta Renato Brunetta. E’ lì per attirar gente che votino a favore del candidato Fi a sindaco di Roma, ovvero Guido Bertolaso. Brunetta stringe mani e accentua il sorriso, già stereotipato sul viso, mentre vengono scattati selfie con lui in primo piano. Non c’è a quell’ora molta affluenza di votanti. Una signora si allontana brontolando che con piacere avrebbe detto “no” a Bertolaso, ma non l’ha fatto per non accrescere il quorum dei partecipanti alle false primarie. “Queste sono delle c...azzebarie” dice scuotendo la testa. Al di là del mancato voto di protesta della donna incavolata, i partecipanti alle Gazebarie sono tra i 48 mila e i 50 mila romani che hanno votato al 96,7 per cento per l’ex responsabile della protezione civile. I dati non sono verificabili e bisogna fidarsi di chi li dà, appunto gli organizzatori della kermesse. L’affluenza alle urne, a cui la Lega e la Destra non si sono presentati, è stata superiore a quella del Pd del 6 marzo scorso: solo 44.500 votanti. Se quella è stata veramente la partecipazione di cittadini-elettori ai gazebo, niente male. C’è chi dice però che qualche manina, o manona, si è impegnata a gonfiare i risultati parecchio scarsi. Ed ora che cambia? Pare proprio che non muti niente. Berlusconi è raggiante per l’evento a lui favorevole. Salvini non ci pensa proprio a dare il suo consenso al candidato forzista e la signora Meloni non sa più cosa fare. Per l’unità della destra, sia pur in dolce attesa, sarebbe disponibile a candidarsi. A Salvini va più che bene. Per Berlusconi, soprattutto dopo il successo referendario su Bertolaso, manco a pensarci di un ritiro inglorioso del suo candidato e soprattutto della sua leaderschip. Un apparentamento tra la lista Bertolaso e un’altra con Meloni? Anche su questa ipotesi mediatoria il “no” di Forza Italia è senza appello. Insomma: “come prima, peggio di prima”.

Primarie, vere o farlocche...?

In casa Pd a primo acchito sembrava che fosse andato tutto liscio come l’olio: finalmente! Sì, c’erano le scarse schede imbucate nelle urne delle primarie a Roma, ma dopo tutto quello che era successo per Mafia capitale e per il marziano sfiduciato sindaco Marino, c’era d’aspettarselo. A Napoli nelle prime dichiarazioni del perdente Bassolino, ex sindaco e ex governatore della Campania, niente faceva prevedere quello che poi sarebbe successo. Insomma, solo per una mezza giornata le consultazioni pre-elettorali del Pd parevano avessero funzionato “senza trucco, né inganno”. Il tsunami si è poi abbattuto con una violenza verbale incredibile tra i soci della stessa “compagnia”. Le primarie si sono trasformate nella resa dei conti tra renziani e opposizione interna, mandando a ramengo tutto un partito. Sono scesi in campo per dire la loro contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd Bersani e D’Alema. Si paventa una scissione con accuse cocenti da ambo le parti.

Sembrano lontanissimi i tempi quando nei partiti, DC e PCI, ma non solo, c’erano le correnti e pur combattendosi al calor bianco, mai era messa in discussione l’unità della compagine. “I leader passano... il partito resta”. Certo, le ideologie erano il collante della “ditta”, come direbbe oggi Bersani, ma non solo però. La “casa comune” in qualche modo andava salvaguardata. Dove andare se non sotto lo stesso tetto? Tutto cambia quando nascono i partiti personali. E’ la leadership che trascina, che assomma, che fa il partito. E così il capo è il partito stesso: finito lui tutto si ecclissa. Forse sarebbe il caso di ritornare al passato con partiti, e non con capi, che s’impegnino a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, art. 49 della Costituzione della Repubblica italiana.

Ritornando per un attimo alle primarie, vere o farlocche che siano, gli unici che esultano sono gli avversari. E’ molto probabile che i dissidi interni alle coalizioni che fanno capo a Fi ed al Pd facciano vincere nella Capitale Virginia Raggi di M5s e a Napoli l’uscente sindaco De Magistris. Entrambi miracolati andranno probabilmente l’una al Divino Amore a Roma e l’altro alla Chiesa del Carmine maggiore a Napoli a portare come ringraziamento una candela alla Madonna che ha fatto loro il miracolo.

 
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Berlusconi, Salvini e l’alleanza che non c’e’

berlusconi salvini 350 260di Elia Fiorillo - Riuscirà Salvini a trasformare le scritte perentorie e a effetto delle sue magliette in punti declinabili di un possibile programma di governo? E Silvio Berlusconi ce la farà ad inventarsi tematiche in contrapposizione ai cavalli di battaglia di Renzi, che una volta erano i suoi, a partire dalle tasse?
di Elia Fiorillo
Forse la voglia di lasciare la politica l'ex Cavaliere Silvio Berlusconi l'ha avuta non poche volte. Sia quando stava in auge, sia quando - come nell'attuale situazione - le cose nel "suo" partito giravano male. E, probabilmente, si sarà ricordato in quelle occasioni del dissenso di mamma Rosa quando le comunicò che sarebbe sceso nel campo della politica. È vero che poi lei, la mamma, nell'arco di poche ore si ricredette e pronunciò la memorabile frase: "Silvio, solo tu puoi salvare l'Italia". Ma è anche vero che fare l'imprenditore è tutt'altra cosa che fare politica. Silvio l'ha capito a sue spese nel corso del ventennio in cui è stato con alti e bassi sulla cresta dell'onda. Se potesse con molta probabilità oggi getterebbe la spugna, ma non può. Specialmente dopo certe dichiarazioni fatte anche da amici e da possibili compagni di cordata che lo ritengono: “cotto, stracotto e biscottato". Il capitano non abbandona la nave prima di portarla in porto. Il problema è tutto qui: in quale porto e a quale banchina far approdare Forza Italia?
Gli ex compagni di cordata, Verdini e Fitto, non stanno fermi nella ricerca del consenso, e soprattutto di voti, all'interno del loro ex partito. Tutti ben sanno però che alla fine il mondo del centrodestra, Forza Italia in primis, qualcosa si dovrà inventare se vorrà competere all'elezioni con il Pd di Renzi e con il Movimento Cinque Stelle. È vero che il Pd e il Movimento di Beppe Grillo in questa fase sono avvantaggiati. Il primo perché sta al governo e "il potere logora chi non l'ha". Il secondo sta all'opposizione e riesce bene a raccogliere il consenso-dissenso tra una grande fetta di cittadini, soprattutto giovani. C'è anche da dire che mentre nel partito del "rottamatore" Renzi figure non proprio in "odor di santità" ce ne sono, nell'altro, quello di Beppe Grillo, c’è un mondo nuovo tutto da scoprire. Il rischio per l'ex presidente del Consiglio Berlusconi e che se non riesce a trovare una "quadra" ragionata nell'arcipelago del centrodestra il bipolarismo non vedrà in campo né Forza Italia, né gli altri suoi possibili alleati.
Un discorso a parte va fatto per Matteo Salvini. Dopo il declino della Lega bossiana è riuscito, soprattutto mediaticamente, a rilanciare l'ex partito della Padania provando a farlo diventare italiano: "Nord e Sud uniti nella lotta". Le idee non gli mancano nel pescare il dissenso nelle viscere della gente e nel rappresentarlo teatralmente. Il più temibile rivale di Berlusconi è proprio il leader della Lega. E l'ex Cavaliere sa che l'abbraccio di Matteo Salvini può essere per lui e per Forza Italia esiziale. Bisogna fare però buon viso a cattivo gioco sapendo che se si vuole competere con Renzi e con Grillo "compromessi" vanno fatti con gli alleati. Ma su quali basi? Sull’ipotesi, appunto, di arrivare a occupare le stanze di Palazzo Chigi. E, allora, le esagerazioni propagandistiche vanno bene fino ad un certo punto. Serve un programma credibile di governo del paese. Riuscirà Salvini a trasformare le scritte perentorie e a effetto delle sue magliette in punti declinabili di un possibile programma di governo? E Silvio Berlusconi ce la farà ad inventarsi tematiche in contrapposizione ai cavalli di battaglia di Renzi, che una volta erano i suoi, a partire dalle tasse? E se per miracolo alla fine si riuscisse a metter giù un programma credibile e realizzabile chi sarebbe il “conducator”?
Il giovane Salvini lo sta ripetendo da tempo: per scegliere il leader della coalizione ci vogliono le primarie. Silvio Berlusconi questa parola “primarie” non la sente proprio. Non è nel suo DNA. La tarantella degli incontri, dei veti, delle ipotesi, delle indiscrezioni continuerà a tutto vantaggio di Matteo Renzi. Lui, comunque, nel suo partito, con tutti i malumori possibili è l’unico gallo a cantare.

 

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