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Decreto Salvini, per una società più insicura

matteo salvini 350 260 mindi Giulio Cavalli - Decreto Salvini, ecco come si costruisce una società più insicura (sulla pelle degli stranieri e degli impauriti)
Il cosiddetto decreto sicurezza è in realtà una legge che non fa strame dei diritti degli stranieri, ma che peggiorerà la percezione di sicurezza di chi oggi li teme. Non solo: è la prova che di sinistra, nel Movimento Cinque Stelle c'è ben poco. E che la Lega se lo sta divorando, giorno dopo giorno

Segnatevi questa data sul calendario, lunedì 24 settembre 2018, e aggiungeteci un memorandum cerchiato di rosso per il settembre del 2023. Avrete cinque anni per farvi tornare in mente il Decreto Sicurezza sventolato dal capo del governo (che simula di essere solo ministro) Matteo Salvini. Cinque anni passati i quali, se riuscirete ad avere memoria, scoprirete che questo decreto è perfetto per scontentare tutti, gli italiani e gli stranieri, i solidali e gli impauriti. Se non ci riuscirete, invece, l'unico a guadagnarci sarà sempre lui, il buon Salvini. Che riuscirà a capitalizzare dal suo fallimento, lucrando sulle macerie di una società ancora più insicura e impaurita. Magari con un nuovo decreto, chi lo sa.

Saranno scontenti, ovviamente, coloro che credono ancora ostinatamente che uguali doveri e uguali diritti camminino per mano, di pari passo, senza distinzione di razza, di provenienza o di credo religioso. Già, perché il decreto del ministro dell’inferno stabilisce che i tre gradi di giustizia siano un privilegio da non accordare a chi non è dei nostri e che sia utile (addirittura doveroso, a sentire lui) che la pregiudiziale dell’inclinazione alla criminalità valga per per una specifica categoria, catalogata ancora una volta per etnia. Chissà se qualcuno avrà abbastanza voce per dire che con questo decreto la Convenzione di Ginevra è tutte le presunte scartoffie che hanno reso l’occidente quello che avrebbe voluto essere da oggi diventano carta straccia, buoni propositi messi in mostra come quei brutti souvenir che sanno di finto e servono solo per imbellettare una casa che non riesce a nascondere d’esser brutta.

Ma saranno scontenti anche gli altri, le vestali dell’insicurezza percepita , cavallo di battaglia (e di Troia) di una Lega mangia voti. Coloro che non dormono la notte per i reati commessi dagli stranieri di cui sono quotidianamente informati nella loro bolla social, quelli che i cinquanta femminicidi di questo 2018 se li sono persi tutti ma quotidianamente si indignano per uno (uno solo, diventato perfetto per la propaganda) dell’anno scorso, coloro che davvero credono che Salvini possa fare i rimpatri che promette (con questa sua oscena tournée prossima ventura nei Paesi africani), quelli che si sentono insicuri per qualsiasi non-bianco che non reciti compito il rosario in una strada della loro città, quelli che davvero ci credono che la sicurezza sia legata all’immigrazione, rapiti dalla retorica di un uomo che non è riuscito a tenere sotto controllo nemmeno il conto corrente del suo partito. Rimarranno scontenti anche loro perché questo decreto aumenterà l’illegalità, partorirà un maggior numero di clandestini (sì proprio loro, gli uomini neri che popolano i loro incubi) e renderà questo Paese più insicuro come naturalmente avviene in ogni luogo in cui le persone vengono indistintamente ammassate e non distribuite, in attesa di un verdetto che ne dovrebbe certificare il rimpatrio (impraticabile) e invece produrrà ulteriore sommersione. Sono gli stessi che hanno votato Salvini per risolvere un problema che in realtà è la sua unica ragion d’essere e ancora una volta (come successe per la legge Bossi-Fini) pagheranno lo scotto di scambiare come salvatore il più grande produttore delle loro paure.

Si segnino la data anche quelli del Movimento 5 Stelle, e i fans del premier Conte: l’appoggio unanime al decreto Salvini non è solo un’onta etica ma è (ancora una volta) l’idiozia di fare da spalla al partito che se li sta mangiando
Si segnino questa data anche tutti quelli che davvero sono convinti questo governo sia la sintesi di forze diverse, quelli che ancora si attaccano alla giustificazione di un contratto per illudersi di non avere niente a che fare con Salvini, quello stesso contratto che recita: «Si deve superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri e puntare ad un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle territoriali, affidando la gestione dei centri stessi alle regioni e prevedendo misure che dispongano l’acquisizione del preventivo assenso degli enti locali coinvolti, quale condizione necessaria per la loro istituzione». Quel contratto che invece oggi si sbrindella puntando su un’accoglienza (più simile alla segregazione) proprio in strutture private (i CAS) che sono le stesse che portano benzina alla retorica del lucrare sull’accoglienza.

Si segnino la data anche quelli del Movimento 5 Stelle, e i fans del premier Conte: ieri si è avuta l’ennesima (ma forse la più potente) rappresentazione plastica del loro ruolo di portatori d’acqua. Un decreto votato all’unanimità in Consiglio dei Ministri rende nulli i dubbi postumi che servono solo per rabbonire l’elettorato. L’appoggio di questo decreto non è solo un’onta etica ma è (ancora una volta) l’idiozia di fare da spalla al partito che se li sta mangiando.

Contenti loro. Ora. Ne riparliamo nel 2023, tra cinque anni. Non vi sarete dimenticati tutto per allora, vero?

25 Settembre 2018 da linkiesta.it

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I 100 giorni di Di Maio e Salvini

dimaio salvini 350 265 mindi Donato Galeone* - I due decreti del Governo alla vigilia dell’autunno 2018. Sono e siamo alla vigilia di autunno che si presenta con grandi attese dopo i caldi mesi estivi (da me passati a Leporano di Taranto) e da oltre 100 giorni di annunciato “cambiamento” per l'Italia, sia per chi deve gestire il “contratto di legislatura” e sia per l'opposizione politica in sede parlamentare.

Anche per l'Italia e gli altri Paesi europei l'autunno si presenta impegnativo per i “bilanci pubblici” tanto nella loro chiarezza contabile quanto nella destinazione delle risorse disponibili e nel rispetto dei Trattati con la Unione Europea. Si tratta, nel concreto, di vincoli di equilibrio finanziario che per il nostro Paese l'esercizio di bilancio - consolidato nel debito pubblico - si è attestato a luglio 2018 su oltre 2.341,7 miliardi di euro (dal Bollettino statistico mensile elaborato da Bankitalia).

La rappresentanza parlamentare che sostiene il “Governo del cambiamento” e introducendo la cosiddetta “tassa piatta” elettorale, pare, nella misura non progressiva rapportata ai redditi, favorirà, conseguentemente, la riduzione delle entrate e, contestualmente, la introduzione, pur graduale, del cosiddetto “reddito di cittadinanza” elettorale inciderà, compatibilmente, sulle uscite mentre la priorità per gli investimenti pubblici territoriali - che creano lavoro - non potranno essere ritardati (non solo per Genova ma per la grande parte manutentiva che richiede il territorio nazionale).

E in tale quadro - da me volutamente semplificato per meglio intenderci - alla vigilia dell'autunno 2018 dovremmo pensare e richiamare a noi stessi sia i 100 anni di fine prima guerra mondiale (1918) e sia - attualisima oggi - i 70 anni, dopo la seconda guerra mondiale, dalla “dichiarazione universale dei diritti dell'uomo” approvata dalle Nazioni Unite (1948) che all'articolo 1 proclama e afferma che “ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

 

Decreto dignità

“Dignità e diritti” che, probabilmente, il Ministro del Lavoro del Governo Conte ha pensato di praticare mediante il definito recente “Decreto Dignità”??? Ma quel decreto definito dal Ministro De Maio “svolta storica” tende solo a confermare la dualità dei rapporti di lavoro e coinvolge tematiche occupazionali, interessanti, dall'esito imprevedibile sull'impatto sociale con modifiche che interessano i contratti a termine, pur ridotti nella durata contrattuale massima da 36 a 12 mesi, mantenendo l'assenza di qualsiasi casuale.

Declinare e praticare la “dignità del lavoro” nella diversità delle forme contrattuali significa - a mio avviso e sempre - abbattere le incertezze verso il fututo della persona “lavoratore”. E, significa, anche, ridurre i tempi della lunga disoccupazione e, contestualmente, aprire e garantire ai giovani e meno giovani l'accesso al mutuo prima casa oltre a definire un costo maggiore delle prestazioni lavorative a tempo determinato - perché non è lavoro cosiddetto di serie B - mediante contrattazione collettiva a livello nazionale e territoriale.

Si tratta, quindi, di definire in sede sindacale e, poi, in sede legislativa la cosiddetta “buona flessiblità del lavoro” che non è, ormai, e non sarà più lo stesso lavoro del secolo scorso o pre crisi 2008 a fronte dei nuovi sistemi produttivi e organizzativi d'impresa in rapidi cambiamenti, così come l'impiego del lavoratore è e sarà condizionato sia dai mercati che dalle tecnologie del terzo millennio. Riemerge, pertanto e ragionevolmente, che il lavoro a tempo breve deve - ripeto - costare di più a “pari dignità” e con garanzie sociali universali.

A mio avviso tuttto ciò significa - per il sindacato dei lavoratori nella sua unità - l'assunzione di uno specifico livello propositivo nella definizione di un “modello contrattuale integrato” entro cui anche i lavoratori assunti a tempi brevi di lavoro possano superare la “indifferenza o la subordinazione” che prevale e che è e sarà presente nelle gestione delle attività produttive.

Vale a dire di non ritenersi perdenti nel processo di cambiamento epocale del terzo millennio, a fronte della trasformazione del lavoro fisico automatizzato, con perdita di posti di lavoro.

Perdita di posti di lavoro tradizionali dovuti a innovazioni tecnologici che già richiama l'adeguamento contrattuale delle nuove condizioni di lavoro e che deve essere “vigilante e attiva” sui processi del lavoro che cambia, in quanto e certamente, si tenderà meccanicamente a praticare una nuova e diversa “divisione del mercato del lavoro” tra lavoratori altamente qualificati o definiti creativi e altri lavoratori, meno qualificati, quale persone destinate a lavori precari e, tanti altri, ricollocati verso lavori temporanei a basso reddito.

Ecco, allora, l'azione sindacale contrattuale mirata verso la concreta dignità del lavoro che cambia e assunto dalla nuove tecnologie sempre più avanzate che obbliga, peraltro, a considerare la urgenza dell'adeguamento degli “orari di lavoro operativi” anche nel nostro Paese.

 

Decreto sicurezza

E alla svolta storica con il “decreto dignità” del Ministro Di Maio si dovrebbe aprire - con il “decreto sicurezza “ del Ministro Salvini - ai valori della solidarietà, della uguaglianza e della integrazione nella cittadinanza tra persone umane.

Purtroppo non sembra essere questa l’apertura del decreto sicurezza proposto da Salvini approvato dal Governo, in quanto, apre e favorisce la ghettizzazione degi stranieri migranti classificandoli, di fatto di serie B e cancellando alle persone i diritti umani fondamentali di uguaglianza tra cittadini, non osservando la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo di 70 anni fa.

Quel decreto governativo definito “sicurezza”, volutamente e strumentalmente, tende a criminalizzare i migranti con l'obiettivo chiaramente dichiarato di rendere meno accessibile tutti i percorsi legali relativi alla emigrazione in Italia, così come la proposta di riforma del Servizio di Protezione e Asilo ai Rifugiati (SPRAR) sono scelte politiche orientate a distruggere o smantellare il sistema dell'accoglienza e la possibile integrazione del migrante o rifugiato.

È stato osservato e detto - letto il decreto sicurezza approvato dal Governo del cambiamento - che trattasi di una “mazzata” al diritto di asilo al migrante, uomo libero alla ricerca di vivere nel mondo.

Mi permetto aggiungere che, questo Governo, ha volutamente tentato per altre finalità di tornaconto politico “schiaffeggiare e criminalizzare” la tradizione italiana, quale nostra cultura civile umanitaria.

Auspico, non solo io, che il Parlamento e il Capo dello Stato modifichi e confermi la vera dignità dell'Italia democratica nell'accoglienza e la integrazione umanitaria delle persone migranti in sicurezza del convivere comunitario nel mondo.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL del Lazio

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Salvini e Di Maio, “parenti serpenti”

dimaio salvini 350 265 mindi Elia Fiorillo - Da una parte i protagonisti della storia politica ultima del nostro Paese vanno ripetendo che tutto procede secondo il “contratto” di governo e che l’attuale esecutivo rimarrà in scena per i prossimi cinque anni. Dall’altra, di colpi bassi e non, specialmente nell’ultimo periodo, se ne contano parecchi. I fratelli della politica, Salvini e Di Maio, si stanno trasformando in “parenti serpenti” o “fratelli coltelli”. Più si avvicinano le elezioni europee e più le differenziazioni vengono fatte rilevare dai due big del “cambiamento”. Ne va di mezzo il consenso alle loro forze politiche, ma anche e soprattutto a loro stessi.

Tutto calcolato da parte del leader della Lega in fatto di pubblicità per la sua immagine e per quella del suo partito. La politica dovrebbe educare, spegnere sentimenti di odio. Dovrebbe unire più che dividere. Anche a costo della perdita di consenso. Insomma, non pescare nelle viscere della gente gli odi peggiori per avere più seguito elettorale. Alla lunga c’è il boomerang di ritorno che punisce, utilizzando gli stessi argomenti che hanno portato al successo. Se poi si è ministro dell’Interno, la campagna elettorale dovrebbe essere messa da parte. E, invece, il vice presidente del Consiglio dei ministri leghista, proprio dalla sede del ministero dell’Interno, in diretta Facebook, legge la notifica che gli viene dal Procuratore del tribunale di Palermo, Francesco Lo Voi, in merito al presunto sequestro di persone sulla nave Diciotti. Fissando poi l’atto giudiziario come un trofeo alla parete posta alle spalle della sua scrivania.

Certo, Salvini elogia i tanti magistrati che fanno il loro dovere, ma critica che un organo dello Stato indaghi su un altro organo dello Stato, per giunta eletto dal popolo sovrano. In altre occasioni il leader leghista ha accusato i magistrati che hanno disposto il sequestro dei 49 milioni truffati allo Stato da Bossi e compagni di far politica e voler cancellare la Lega.

Di Maio sa bene che il suo compagno di governo sta esagerando. Ed è combattuto tra il rompere un’alleanza o ripuntualizzare il “contratto”. E’ la base del suo Movimento che è in fermento e non sopporta più le prevaricazioni e l’eterna campagna elettorale del “Capitano”. C’è fermento sia per l’Ilva non chiusa, ma rilanciata con ArcelorMittal, sia per i ritardi relativi alla realizzazione del “reddito di cittadinanza”, ma anche per le “grandi opere”, puntualmente sostenute dalla Lega a dispetto dei 5Stelle. I grillini qualcosa si devono inventare, visti anche i pronostici elettorali. Se oggi si aprissero le urne la Lega prenderebbe, secondo un sondaggio del Corriere della sera, il 33,5 per cento dei voti e il Movimento 5 Stelle il 30 per cento, in calo dell’1,5. Un balzo in avanti quello della Lega quasi incredibile che non può non preoccupare Grillo e i suoi.

Pare che Luigino esasperato dalle posizioni del leader leghista gli abbia detto a muso duro: ”Sei andato troppo oltre. Così non la reggiamo, non puoi usare parole che ti mettono al di sopra della legge, come facciamo con i miei?”. Le ramanzine, se così si possono chiamare, di Luigi a Matteo non hanno alcun effetto sul destinatario, tutto preso a essere sovranista a tutto tondo. Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, definisce il capo leghista “la figura più potente nel nuovo governo populista italiano”. Ma a Salvini l’Italia non basta, tra i suoi obiettivi c’è quello di creare un fronte populista in grado di conquistare l’Europa. E’ per questo motivo che ha aderito a The Movement, un movimento, appunto, che ha questo obiettivo prioritario.

Difronte a tanto movimentismo pare che le opposizioni, a partire del P.D., siano tutte centrate a risolvere i problemi interni. A parole i Dem vogliono l’unità interna per combattere il governo dell’immobilismo. Nei fatti i dissidi ci sono e si avvertono nelle dichiarazioni di Renzi e di Martina. Per il segretario del P.D. “il tema non è cambiare nome, serve una comunità senza sgambetti”. Gli fa eco Matteo Renzi sulla stessa lunghezza d’onda: “L’avversario è fuori: dico no all’ennesimo scontro tra correnti”. Tutto risolto allora tra i democratici? Se così fosse, visto il disastro del governo del contratto, si andrebbe subito al congresso per chiudere con il passato e lanciare un gruppo dirigente capace e credibile per opporsi a Lega e Cinquestelle. Nei fatti pare che niente nelle opposizioni sia cambiato. Di Maio e Salvini grati ringraziano.

11 settembre 2018

 

 

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La proprietà di Salvini e quella della Costituzione

Articolo41dellaCostituzione 490 mindi Paolo Ciofi - Bene ha fatto Alfonso Gianni, sul Manifesto del 4 settembre, a cannoneggiare con l’artiglieria pesante della critica l’affermazione retrograda e reazionaria di Matteo Salvini, secondo cui «la proprietà privata è sacra». Una bestemmia, sostiene Gianni, o se volete una fake news in contrasto radicale con ciò che la Costituzione prescrive. Occorrerebbe però riconoscere anche a Salvini un merito, peraltro involontario, se con la sua perentoria affermazione riporta alla luce del sole la questione cruciale di questa fase storica, appunto la proprietà, per troppo tempo oscurata anche a sinistra.
 
Opportunamente sono stati ricordati al vicepresidente del Consiglio dei ministri (e anche a molti altri che in materia non hanno mosso e non muovono un dito) alcuni fondamentali principi fissati in Costituzione. Quelli dell’articolo 41 riguardante l’iniziativa economica, che deve essere orientata all’utilità sociale e non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Quelli dell’articolo 42, che pone precisi limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. E anche quelli dell’articolo 44, che prevede vincoli per la proprietà terriera.
 
Mi auguro che sul tema cruciale della proprietà, oggi massimamente concentrata a fronte della disgregazione del lavoro e della diffusione della povertà, si possa sviluppare un dibattito e soprattutto un’iniziativa politica, rompendo il silenzio tombale imposto dai grandi proprietari. Aggiungo che secondo la nostra Carta la proprietà privata come fondamento dell’economia (da non confondere con la proprietà individuale indispensabile al riprodursi della vita) non è totalitaria ma solo una parte costitutiva del sistema. Giacché – come sancisce lo stesso articolo 42 - «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati». Né si può mettere tra parentesi, specialmente nelle condizioni dell’Italia di oggi, l’articolo 43, secondo il quale è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori o di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia o a situazioni di monopolio.
 
I richiami di Gianni a Cesare Beccaria e a Stefano Rodotà sono efficaci nella critica al «terribile diritto» proprietario. Tuttavia non basta ricordare che la Costituzione abbatte l’antemurale della proprietà sacra e inviolabile, su cui - teniamolo ben presente - si è retta la dittatura fascista che ha violentato i lavoratori, distrutto la democrazia, cancellato la libertà. È arrivato il tempo di prendere finalmente atto a sinistra che i dispositivi costituzionali sulla proprietà e il pluralismo delle forme proprietarie sono i pilastri di un inedito e ardito progetto di trasformazione delle relazioni umane e sociali verso una civiltà più avanzata, che potremmo denominare nuovo socialismo.
 
Non è un caso che da più parti si voglia liquidare una Costituzione programmatica che fonda la Repubblica sul lavoro e non sul capitale. E che perciò, guardando al futuro, sancisce diritti e principi di valore universale, ponendo l’economia al servizio degli esseri umani e non viceversa: la vetta più alta raggiunta nel mondo occidentale dal movimento operaio e dei lavoratori. Una sinistra di alternativa oggi ha senso se fa proprio e assume fino in fondo questo progetto, lottando per la sua effettiva attuazione. Non già per chiudersi nei confini nazionali di fronte alla crisi dell’Europa, ma per portare in Europa un disegno di cambiamento che unisca le lavoratrici e i lavoratori oggi in lotta tra loro.
 
La Costituzione italiana non abolisce la proprietà, ma – come fa notare Stefano Rodotà - la conforma in modo tale da consentire il raggiungimento di finalità sociali. Con ciò viene superata la tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista e protagonista del mercato; non più al servizio della classe dei proprietari, ma al servizio della classe delle persone che vivono del proprio lavoro. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare per i loro diritti. O a sinistra si scioglie questo nodo ineludibile, o la sinistra è destinata a scomparire definitivamente.
Paolo Ciofi
 
 

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Salvini-Orban. Un solo obiettivo: l'Europa

Orban Salvini 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Asse Salvini-Orban, obiettivo Europa.
L’istituzione comunitaria sotto il fuoco incrociato del duo italo-ungherese. Un attacco al cuore dell’Unione mosso dagli intenti condivisi da Matteo Salvini e il fronte di Visegrad.

L’incontro di Milano si profila come la ratifica di un accordo che fino a pochi giorni fa esisteva soltanto attraverso dichiarazioni a mezzo stampa. Un meeting che segna anche un momento storico di rottura dei protocolli governativi universalmente riconosciuti. Mai sino ad ora un ministro degli Interni aveva discusso di politica internazionale con un capo di governo straniero, in un colloquio privato, fuori dalle canoniche sedi istituzionali.

Ancora una volta il Vice Premier leghista fa la voce grossa apparendo come capo ombra della squadra dell’esecutivo giallo-verde, con il Primo Ministro Conte relegato al ruolo di semplice immagine di un governo sempre più trainato dal nuovo Carroccio di Salviniana ispirazione.
A poco meno di un anno dalla chiamata alle urne per i cittadini europei, si profila uno scenario politico pronto ad una rivoluzione trainata da entità di ultradestra, euroscettiche e sovraniste. Una deriva che sta creando preoccupazioni e imbarazzo anche tra le fila del PPE stesso.

Come non esaminare nello specifico la figura di Victor Orban, leader di un governo che continua a limitare la libertà di stampa e a delegittimare il potere della magistratura ungherese. Lo stesso Orban che contesta la richiesta italiana di redistribuzione dei migranti sul territorio dell’Unione.

Un paradosso politico e comunicativo che rischia di minare ulteriormente il debole equilibrio tra Lega e M5S. La partita europea potrebbe rappresentare il primo vero momento di frattura tra i due attori principali della scena politica italiana, con il clima di costante campagna elettorale ad alimentare un fuoco attualmente sopito. La mancata consapevolezza delle istituzioni potrebbe far ripartire una fiamma difficilmente contenibile.

La visita del premier magiaro nel capoluogo lombardo ha scatenato la reazione delle forze di opposizione che, per una volta, hanno trovato un punto di congiunzione a sinistra. Emblematica la manifestazione di piazza San Babila, in cui oltre 15000 persone hanno avuto modo di esplicitare un senso di pacifico dissenso nei confronti dei nuovi fascismi che intendono guidare le politiche continentali. Rivendicare il senso primario di Europa è infatti un dovere della sinistra, per vocazione popolare ed internazionalista.

Da Ventotene a Bruxelles, passando per Roma. L’Italia ha l’obbligo morale di ristabilire il suo ruolo fondamentale nella storia dell’Unione.

 

 

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Migranti. Deve arrivare l'ora del 'risarcimento'

Migranti sulla nave Diciotti 350 260 mindi Nadeia De Gasperis - “possono tagliare tutti i fiori ma non fermeranno la primavera” era un verso di Neruda che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini sembra scimmiottare quando afferma “potranno arrestare me ma non potranno mai fermare le voglia di cambiamento di 60 milioni di persone.” L’arroganza di questa frase presuppone un atteggiamento di affronto e sfida nei confronti della magistratura, quella magistratura sì difesa nel suo operato dall’alter ego Di Maio, ma che dopo aver consultato il codice etico del partito rassicura che non ci sono le condizioni perché Salvini si dimetta, nonostante sia stato indagato dai PM di Ragusa, che hanno verificato con mano e occhi le condizioni allarmanti delle persone tenute in ostaggio sulla nave Diciotti. Ma Salvini si arroga la presunzione di riconoscere nelle intenzioni di tutta la popolazione del Paese le sue stesse intenzioni, non tenendo conto di chi la pensa diversamente ma anche di chi votando questo governo forse aveva in mente un’altra idea di cambiamento, che fosse condivisione di intenti e non mera e continua attestazione di un atteggiamento dispotico.

Se le intenzioni di Salvini fossero quelle dichiarate di portare a termine, con successo, un braccio di ferro con l’Europa, affinchè si assuma la responsabilità di dare soluzioni al problema della migrazione, non userebbe espressioni lesive della dignità umana verso i migranti, e soprattutto avrebbe prestato comunque soccorso alle persone tenute in ostaggio, lo ripeto senza rischi di fraintendimenti, su una nave da giorni, in condizioni sanitarie precarie. Non userebbe la sua rabbia repressa che vede in un povero cristo malnutrito un “palestrato” o in una donna stuprata la volontà di “bighellonare” per il Paese.

Il canto delle donne della Diciotti è un canto di ringraziamento alla vita. Queste donne hanno deciso di non lasciare la nave se non con i loro compagni. Questa melodia dolce e straziante mi ricorda le parole della senatrice Segre, quando dice che la cosa più tremenda dei campi di concentramento era la continua operazione di ledere la dignità delle persone, lasciando che si facessero i bisogni addosso, che stessero denutriti e denudati nello stesso luogo, un corpo che questa giovanissima donna non riconosceva più come suo. Conclude l’intervista dicendo che dopo 45 anni si è convinta a parlare ma non nutre grandi speranze per il futuro perché le persone che hanno vissuto l’orrore dei campi di concentramento, sopravvivendo, sono rimaste in poche e quando questa testimonianza avrà fine non cadrà l’oblio solo su quella storia ma cadrà la dimenticanza anche su quei corpi straziati che hanno cercato in mare la loro libertà

Alessandro Bergonzoni, giocando seriamente con le parole ci ricorda che è arrivato il momento del “risarcimento”, non un nuovo umanesimo, non un rinascimento, ma risarcimento. Bisogna prendere una posizione ma come non abbiamo mai fatto, toccando con mano quello che sta succedendo, ma con mani nuove, quelle abbiano la pelle di chi sta vivendo il dramma dell’emigrazione, il loro udito, il loro olfatto, sentire come non abbiamo sentito mai e tornare nelle piazze vestiti di nuovo, dei loro vestiti, della nostra rinnovata umanità.

 

 

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Tra bambini, genitori e slogan

bimbiegenitori 350 260 mindichiarazione di Gianmarco Capogna - L'encicolpedia Treccani spiega in maniera molto semplice il concetto di genitorialità indicandola come "la condizione di genitore e, anche, l'idoneità a ricoprire effettivamente il ruolo di padre o madre". Ne consegue, pertanto, che la figura del genitore non può ridursi all'identificazione di coloro che generano biologicamente il figlio, ma deve, necessariamente, estendersi al genitore inteso come colui o colei che insatura con il bambino il legame affettivo, educativo e relazionale, seguendolo nella crescita e nello sviluppo emotivo, sociale e culturale.

In questi giorni il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha ritenuto opportuno ribadire la sua concezione ancestrale della famiglia come mera espressione biologica del padre e della madre quali elementi esclusivi della definizione del legame con il bambino.

Una visione insolita considerato l'oramai evidente superamento della famiglia cosiddetta naturale del secondo dopoguerra e l'emersione, sempre più importante anche in termini numerici, di nuovi nuclei familiari, a partire da quelli composti da genitori divorziati e/o separati (con la possibilità di una estensione del nucleo familiare dovuto anche alle situazioni degli eventuali nuovi partner), delle famiglie monoparentali e delle famiglie arcobaleno, nella concezione più ampia: dall'avere due genitori dello stesso sesso o anche un solo genitore LGBTI.

Le dichiarazioni di Salvini, che vuole eliminare la dicitura (tra l'altro inesistente) di genitore 1 e 2 riportandola a madre e padre, hanno scatenato un grande dibattito ma soprattutto, come detto, si scontrano con la realtà di una società molto più complessa di quella che si vuole forzatamente rendere dicotomica. La cosa più allarmante, però, è la giustificazione: sarebbe una scelta a difesa dei bambini.

I bambini hanno bisogno di amore, incondizionato ma soprattutto libero. Libero da preconcetti e stereotipi che sono costruiti artificialmente e che non aiutano nessuno in primis i bambini. Se davvero il tema è tutelare i bambini, il concetto centrale è quello di genitorialità come, appunto, idoneità a ricoprire efficacemente il ruolo affettivo per il minore. La discriminazione e la diversità in senso negativo sono negli occhi di chi guarda, ma i bambini sono liberi di queste catene che invece troppo spesso tengono costretto il giudizio degli adulti. Permettiamo i bambini di crescere sani ed amati, preoccupiamoci per la loro educazione e formazione sostenendoli insieme alle loro famiglie, impegniamoci a costruire una nuova generazione di cittadini attivi e responsabili. Di questo dovrebbe occuparsi lo Stato, non dell'orientamento sessuale dei genitori, che possono essere ottimi o pessimi padri e ottime o pessime madri in ogni caso.

Se il discorso resta strumentale alla polemica verso il riconoscimento, che sarà comunque inevitabile, delle persone, delle coppie e delle famiglie LGBTI, allora è solo un diversivo per spostare l'attenzione e nascondere altre questioni, come ad esempio il fatto che il Governo sia impantanato nella palude, rendendosi conto di quanto sia difficile trasformare i punti del contratto alla base della maggioranza in politiche reali per il Paese. A testimonianza di come gli slogan siano decisamente altro rispetto alla Politica e al Paese reale.

 

 

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Né con Mattarella né con Salvini

dimaiomattarellasalvini mindi Ignazio Mazzoli - I numeri dei nostri giorni. 84 dì, uno in più ad oggi di quelli che servirono per formare il governo di Giuliano Amato nel 1992 che furono 83. 85 per arrivare al tecnico Carlo Cottarelli che proverà a formare un governo di supertecnici che quasi sicuramente non avrà la fiducia, come le dichiarazioni di chi dovrà votarlo stanno annunciando?
Ma un numero li sovrasta tutti e nessuno se lo deve scordare: 22.884.411 di voti pari al 69,68 ha espresso una manifesta ostilità alle politiche sin qui seguite per gestire l’economia del nostro paese e per il tipo e la qualità di rapporti intrattenuti all’interno dell’Unione Europea. L’esito italiano non ha precedenti in Europa.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto la soluzione Cottarelli pur sapendo che questo governo nascerà morto. Sarà solo un governo “neutrale” per gestire le elezioni che forse si svolgeranno a settembre.

La decisione ha scatenato critiche, malumore e rabbia. Come sempre, in queste circostanze si schierano le tifoserie con la conseguenza che spesso, grazie alle frasi ad effetto ed alle urla, si smarrisce la sostanza della polemica.

Il pregiudizio prevale ed offusca il giudizio.

Ripartiamo dal voto, che ha chiesto senza dubbi dei cambiamenti che assicurassero soluzioni ai disagi socioeconomici della maggior parte degli italiani e il riconoscimento dei diritti che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini in fatto di qualità della vita e in primo luogo della certezza della esistenza stessa.
La critica all’Europa è sicuramente il risultato di più motivazioni, e in qualche caso in contraddizione fra di loro, ma questa circostanza non è un’attenuante della forza contestativa, anzi le molte voci che contiene obbligherebbe l’UE ad aprire le orecchie.
Si è difronte ad un giudizio largamente diffuso e non solo in Italia.
Le politiche dell’Unione Europea coartano diritti fondamentali di esistenza e cittadinanza in nome dell’austerità finalizzata non al benessere sociale ma solo alle contabilità finanziarie.

È iniziato (negli 85 giorni) un gioco sporco di estremizzazione delle posizioni, insieme alla semina di paure. E questo ha fatto da apripista alla decisione del Presidente della Repubblica. Finanche un giornalista apprezzato per il suo acume ed anche la sua imparzialità come Alessandro De Angelis dell’Huffingtonpost.it ha parlato di “squadrismo” contro il Capo dello Stato, per non parlare del solito abuso di “populismo”, “terrorismo” parole che nell’uso inflazionato ormai perdono il loro significato tradizionale, si scollegano dai fatti che hanno sempre rappresentato (bisogni e fatti storicamente determinati). Basta con gli “ismi” e parliamo di fatti. L’esito del voto (anche se non piace) è un fatto.

La sensazione diffusa che viene dagli incontri e dai colloqui con cittadini e lavoratori è che percepiscono una straordinaria manipolazione tattica.

I roboanti toni di Salvini (che ne fa un uso smodato) diventano “squadrismo” che si traduce in una inammissibile interferenza con le prerogative Costituzionalmente riconosciute al Quirinale, il quale così rifiuta Paolo Savona ed impedisce definitivamente (per ora) la costituzione di un Esecutivo non gradito all’Europa.

Certo che c’è da dire qualcosa anche sui cosiddetti due vincitori. È vero che hanno impiegato più di due mesi per decidere come soddisfare l’esigenza di far pesare il voto, ma come negare loro l’impegno nel trovare un accordo scritto (il contratto)? Questo è stato un fatto politico che ha generato aspettative e speranze. Il cui effetto continuerà (pur con i suoi limiti soprattutto in fatto di sovranismo). Non sono mancate ingenuità, come infantilismi e trionfalismi che hanno distratto e infastidito parti di opinione pubblica. L’aggressività di Salvini non ha trovato argine in una iniziativa adeguata di Di Maio (troppo manifesta la voglia di governo ad ognio costo), che ha mortificato in buona parte lo sforzo di accreditamento fatto soprattutto in campagna elettorale. Ne esce in tono minore rispetto a Matteo Salvini che sembra caratterizzare tutta la vicenda “partiti vincitori-Quirinale”. Eppure, il nemico principale per l' "establishment" è lui, Di Maio, sono i suoi voti che fanno paura. Infatti, chissà perché a caldo, dopo la dichiarazione di Mattarella una delle prime affermazioni è stata: “il governo di Maio non si fa”?

Ma è giusto scaricare su questi indiscutibili errori gli effetti della rabbia popolare incubata da molte aree dei nostri cittadini? Salvini ha saputo interpretarla, ma non basta, andrebbe insieme canalizzata e diretta sempre su un terreno di pratica civile e democratica.

È inaccettabile la violenza scaricata sul Presidente della Repubblica. Ne sono fermamente convinto, ma sono anche certo che aver scelto lo “stile Napolitano”, è un errore. Questa volta il decisionismo subalterno alle cancellerie UE è ancor più grave che nel 2011 e nel 2013, perché oggi si è in presenza di un voto chiaro e inequivocabile che chiede un cambiamento di politiche economiche e domanda relazioni diverse in UE. Le ingerenze esterne esasperano. Può essere che nessuno se ne renda conto?

Non c’è dubbio che la democrazia in questo caso è stata ferita in maniera evidente con il pericolo di generare una gigantesca sfiducia in essa. La decisione del Presidente della Repubblica ha regalato milioni di voti alla destra “trumpista” in Italia.  Quanto pagherà la falsificazione estremizzata della contrapposizione tra europeisti e sovranisti che alcuni “pubblicitari” dei poteri forti ipotizzano e metteranno a punto?

Si badi bene qui non è in discussione l’Unità dell’Europea, ma si chiede una diversa Unione perché quella attuale, delle banche, è insopportabile ai popoli di tutti i Paesi che ad essa aderiscono.

Né con Mattarella né con Salvini

Infatti, il problema non è battere i pugni sul tavolo e nemmeno prima gli italiani. Se così fosse sarebbe tutto sommato assai semplice. Chi ha in mano il nostro debito ci tiene per le… cioè in ostaggio e se… qualcuno grida prima gli italiani, ci sarà chi dirà prima i francesi, gli olandesi, i belgi ecc ecc

Contro “poteri forti” quali quelli che senza ritegno ci opprimono occorre essere in tanti, uniti e solidali.
No prima gli italiani… ma prima i deboli, i poveri, prima quelli che vivono del loro solo sudato lavoro, prima quelle deprivati di diritti economici e sociali in ogni paese europeo. In tutta Europa e nel mondo.
Durante i “nostri giorni” tutte le cancellerie europee si sono consultate per governare la nostra “crisi” (chiamiamola così) e, dalla parte dei sofferenti chi ha intessuto rapporti con i milioni che in Europa vivono il nostro disagio? Chi ha avviato un dialogo con le lotte dei francesi? Chi ha portato solidarietà alle protese sociali e sindacali dei francesi? Chi è andato a chieder solidarietà ai sindacati tedeschi che hanno strappato importanti risultati al nuovo governo Merkel? Tanto per citare qualcosa di utile al posto delle grida e delle frasi roboanti.

Si dice: ci vuole la piazza. Certo, ma quale piazza?

E’ il momento di un grande compito e una grande responsabilità che spetterebbero ai movimenti sindacali europei, perché trovino una unità d’azione, unifichino le loro lotte. Le multinazionali non si affrontano stabilimento per stabilimento. La globalizzazione delle finanze richiede una controparte altrettanto globale.

Senza popolo non si tratta e non si governa.

 

 

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Berlusconi-Salvini: alla resa dei conti?

salvini e berlusconi 350 260 mindi Elia Fiorillo - L’ex Cavaliere e Matteo Salvini. Alla resa dei conti? Di esperienza politica ne ha da vendere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Deputato dal 1983 al 2008, più volte ministro eppoi giudice costituzionale. Tipo calmo, spesso imperscrutabile l’attuale inquilino del Colle ma dalle radicate passioni politiche. Gli ex democristiani ricordano le battaglie che intraprese contro Rocco Buttiglione quando questi si candidò alla segreteria del Partito popolare, in sostituzione del segretario dimissionario Martinazzoli. Eppoi, una volta che Buttiglione fu eletto segretario del partito, il fermo “no” all’ipotesi - un “vero incubo irrazionale” - che Forza Italia potesse entrare a far parte del Partito Popolare Europeo, appellando il segretario “el general golpista Roquito Butillone...”. Mattarella si dimise dalla direzione del giornale del Ppi, “Il popolo”, quando il segretario del partito cominciò a perseguire un’alleanza con il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Va ricordata la scelta dell’attuale presidente della Repubblica d’impegnarsi in politica dopo la barbara uccisione, ad opera della mafia, nel 1980, del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana.

Un personaggio dalla storia appena sommariamente descritta si può immaginare come stia vivendo l’attuale momento politico. No, non ha nessuna intenzione d’imitare il suo predecessore Giorgio Napolitano con l’individuazione di presidenti del Consiglio alla Monti. Sono i partiti che devono fare le loro scelte, senza che il capo dello Stato interferisca minimamente.

Di giorni ne sono passati dal 4 marzo data in cui si votò. L’Italia, con tutti i problemi che ha, non può più restare senza un governo che governi. Tra i 28 Paesi dell’Ue il nostro ha la crescita più bassa. Si prevede per il 2019 solo il +1,2%, dopo il +1,5% previsto per quest’anno. Siamo a pari merito con il Regno Unito che però è alle prese con le trattative per la Brexit. Fino all’ultimo il capo dello Stato spererà in un governo, al di là delle formule, che possa sedersi a Palazzo Chigi in pianta stabile. Farà tutto quanto è nelle sue possibilità perché ciò accada. Solo in extremis manderà tutti a casa per il ritorno alle urne.

I leader che hanno vinto le elezioni continuano a fare campagna elettorale. A sentirli a volte viene un sospetto: ma hanno intenzione di governare? C’è chi pensa che il ritorno alle urne possa far gioco ai propri interessi di parte. Non è detto però. Gli elettori difronte alla paralisi del Paese, che si avverte anche nelle piccole cose della vita quotidiana, possono cambiare gli orientamenti espressi solo qualche mese addietro. Eppoi ci sarà l’irrobustimento dell’esercito dei non votanti, un vero pericolo per la democrazia.

Sulla linea del “fuori gioco” Luigi Di Maio manda a Matteo Salvini un’altra ipotesi d’intesa: presidente del Consiglio individuato di comune accordo, ma l’ex Cav. comunque non può entrare in partita. Proposta simile già avanzata all’inizio della trattativa? Forse, ma le idee di percorso vanno valutate in base ai tempi in cui vengono fatte. Una cosa era ieri, un’altra oggi con Mattarella pronto a scendere in campo, come abbiamo visto, suo malgrado. L’inquilino del Colle potrebbe varare un “governo del presidente” per la preparazione della legge di stabilità ed evitare l’esercizio provvisorio e l’aumento dell’Iva dal 22 al 25%, come vuole l’Europa, in assenza di manovre correttive. In tal modo si tornerebbe al voto nella primavera del 2019. Percorso questo che non viene preso assolutamente in considerazione da Salvini e Di Maio: “o esecutivo politico o si torna al voto”.

Le notizie che trapelano dagli incontri tra Berlusconi, Meloni e Salvini parlano di dissidi seri tra il presidente di Forza Italia e la Lega. Salvini l’ipotesi all’ultimo secondo di Di Maio di un governo 5Stelle- Lega non la scarta a priori in nome della lealtà alla coalizione di centro-destra. Il pragmatismo lo porta a ritenere che gli italiani, nella situazione altamente a rischio in cui si trova il Paese, non capirebbero un ritorno immediato alle urne. Ovviamente Berlusconi non può accettare un’esclusione del genere. C’è chi però tra i suoi non si scandalizza per la nascita di un governo Grillini-Carroccio senza Forza Italia. Più pericoloso andare subito alle urne con la possibilità che l’alleato destrosso assorba un mare di voti da Fi.

Non c’è più tempo per giri di valzer. O si concretizza immediatamente un governo dei vincitori delle elezioni o Mattarella suo malgrado dovrà decidere il da farsi.

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Salvini e Di Maio, è impossibile l'accordo di governo?

dimaio salvini 350 260 mindi Elia Fiorillo - Il dialogo "formale" con i 5Stelle pareva possibile, almeno quello. Il reggente e mediatore del Pd, Maurizio Martina, pensava di essere riuscito a portarlo a casa. Un inizio per provare ad arrivare a prospettive più concrete. Matteo Renzi però è rimasto sulle sue posizioni: “niet” e basta. Il rischio serio di tornare alle urne non spaventa l'ex segretario del Pd. È quasi sicuro, in caso di ritorno al voto, di conservare intatto il suo patrimonio elettorale, e questo gli basta. C'è chi ha ipotizzato la sua fuoruscita dal partito per fondarne uno suo. Ci avrà pure pensato l'ex presidente del Consiglio, ma un'operazione del genere l'avrebbe fatto passare per uno scissionista inveterato. Uno che non unisce ma che spacca sempre e comunque. Meglio aspettare gli eventi.

Nel frattempo, quando può, manda messaggi più che chiari ai suoi compagni di partito: "Siamo seri: chi ha perso le elezioni non può andare al governo". Lo afferma nella trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa". E, continua, a dispetto degli oppositori, affermando che "sette italiani su dieci hanno votato Salvini e Di Maio, lo facciano loro il governo se sono capaci. Noi non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta". Dichiarazioni queste che hanno fatto scattare la reazione Di Maio che si è visto certificato il "no" alle sue ipotesi governative. "Il Pd non riesce a liberarsi di Renzi con il suo ego smisurato. Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno". Martina, dal canto suo, è rimasto letteralmente basito dalle esternazioni renziane. Il suo stato d’animo l’ha espresso con parole dure ma si è fermato ad un passo dalle dimissioni. Tutto rimandato alla prossima direzione.

La confusione regna sovrana nel mondo dei partiti. Salvini e Meloni ripetono il leat motiv del rispetto del voto popolare e della necessità di un governo di centro-destra. A sua volta Di Maio, prima del secco "no" del Matteo gigliato, parlava del bene del Paese e tutto poteva far brodo per poterlo raggiungere, anche un "contratto" con il tanto disprezzato - in campagna elettorale - Partito democratico. Berlusconi, a sua volta, si abbraccia con Salvini, ribadisce la forza determinante del centro-destra, anche se non gli dispiacerebbe un accordo con gli ex comunisti, come li definiva un tempo. L'ex Cav., al di là delle posizioni e dichiarazioni ufficiali, non si fida del capo del Carroccio che vede come un concorrente pericoloso sul fronte del suo elettorato. Salvini da posizioni estreme si sta spostando sempre di più al centro, provando a scalzare Forza Italia. La vittoria elettorale in Friuli Venezia Giulia fortifica il Centro-destra e potrebbe pesare sulla formazione del nuovo governo.

Nel giro vorticoso d'interessi - palesi e nascosti - dei partiti rimane invariato un tema: "che governo le forze politiche che hanno vinto le elezioni vogliono dare al Paese?"

Saltato il "contratto" con i democratici Di Maio qualche cosa si deve inventare. Sì, va ripetendo di un necessario ed opportuno ritorno alle urne, ma forse è il primo a non crederci. Bisogna cambiare la legge elettorale, prima di tutto. Eppoi tornare al voto dopo il largo consenso ottenuto il 4 marzo può apparire agli elettori come una sconfitta, con le logiche conseguenze del caso. Meglio, allora, trattare con l'ex Matteo padano, diventato prepotentemente italico.

I contatti sotterranei tra Gigino e Matteo non si sono mai interrotti con molta probabilità. È arrivato il momento per il bene del Paese, ma anche "per salvare la faccia", d'inventarsi un esecutivo anche a tempo i cui ispiratori - e manovratori - saranno proprio i due leader del Carroccio e dei 5Stelle. Non un governo tecnico alla Monti, ma un esecutivo che abbia nel suo interno uomini, non di primo piano, fedeli ai due schieramenti. Un accordo del genere potrebbe andar bene anche a Berlusconi che vede come fumo negli occhi i grillini, super ricambiato da questi ultimi. Il presidente del Consiglio potrebbe essere o una figura istituzionale o, viceversa, un personaggio che sia ben visto da entrambi gli schieramenti. I tempi stringono e le problematiche da risolvere aumentano giorno dopo giorno. L'Italia non può più rimanere senza una guida, i rischi sono tanti, troppi.

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