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La "coperta" è sempre più corta

Agenda dei disoccupati

vertenza frusinate definitivoAumentano le aree di crisi complessa, molto presto si aggiungerà anche l'area di Viterbo, secondo le dichiarazioni del segretario provinciale della Cisl Fortunato Mannino. E' normale che la coperta è sempre più corta per i disoccupati, aumentano le aree di crisi ma il denaro è sempre quello.

Sarebbe ora che i politici facessero il proprio dovere visto che sono stati votati per tutelare il territorio. E' ora di iniziare a mettere in pratica le tanto decantate politiche attive perchè di denaro ce ne è tantissino, creare le condizioni per permettere ai disoccupati di tornare dignitosamente a lavorare.

PROCEDURA RICHIESTA MOBILITA’ IN DEROGA
(addendum all’art. 5 Accordo quadro Ammortizzatori Sociali aree di crisi complessa tra Regione Lazio e Parti Sociali del 6 aprile 2020)

1) L’organizzazione sindacale invia l’elenco dei lavoratori per il quale si richiede il trattamento di mobilità in deroga (scaduto al 2 gennaio 2020) alla casella di posta elettronica certificata

2) Nell’elenco inviato, la O.S. darà evidenza di coloro che raggiungono i requisiti pensionistici nel corso del 2020 o che li abbiano già raggiunti o che abbiano trovato nuova occupazione e rispetto ai quali il trattamento di mobilità in deroga non sarà riconosciuto o sarà rimodulato fino al raggiungimento del requisito pensionistico.

3) Per le domande di mobilità in deroga per le quali si richiede l'accesso per la prima volta perché riferibili a lavoratori che alla data del gennaio 2017 avevano un trattamento di mobilità ordinaria in scadenza a gennaio 2020, la O. S. raccoglie la domanda da parte del lavoratore e la invia alla casella PEC di cui al punto 1).

4) La Regione Lazio raccoglie l’istanza e provvede a inserire i dati nella piattaforma modificando la durata finale del trattamento di mobilità in deroga in base alle risorse disponibili al momento dell’invio della domanda.

5) Successivamente, la Direzione regionale lavoro e formazione procede con propria determinazione all’autorizzazione delle stesse, inviando preventivamente all’INPS i dati ricevuti, al fine di riscontrare l’effettiva permanenza del diritto al proseguimento dell’indennità di mobilità.

6) All’esito del riscontro con l’INPS, la Regione Lazio invia al Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali e all’Anpal, l’elenco nominativo e il codice fiscale dei lavoratori interessati, la durata del trattamento in prosecuzione della mobilità in deroga e il costo dello stesso nonché il piano regionale di politiche attive.

7) Previa valutazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali circa la sostenibilità finanziaria, la regione Lazio autorizza i trattamenti di mobilità in deroga nei limiti delle risorse disponibili.
La Regione Lazio trasmette all’INPS l’elenco delle autorizzazioni concesse ai fini della procedura di pagamento di competenza di quest’ultimo.

Per quando riguarda le domande per la mobilità si baseranno su quelle fatte l'anno scorso e le sigle sindacali invieranno direttamente gli elenchi degli aventi diritto alla Regione, quindi noi non dobbiamo fare nulla.

 

 

 

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Il manifesto di Ventotene è sempre più lontano

Un dittatore s'avanza nel cuore d'Europa

von der leyen e orban 350 minViktor Orbàn e il potere delle meraviglie. Un piccolo capolavoro all'ombra dell'emergenza Covid-19, mascherato da volontà di intervento mentre mira all'archetipo del sovranista in tutto e per tutto. Il premier ungherese oltrepassa il confine della forma di governo, ottenendo nuovi poteri straordinari: proroga dello stato di emergenza sine die, sospensione dell'attività parlamentare e carcere fino a 5 anni per chi riporta false notizie.

La merkeliana Ursula Von der Leyen, presidente della commissione europea, lo bacchetta, lui fa spallucce e non sembra afflitto dai rimproveri giunti dall'Unione. Dopotutto lo standby dei suoi nel Ppe si protrae da marzo 2019, dettato proprio dalla mancanza di rispetto dei valori fondamentali dell'Unione.

Già al tempo per “l'amico Orbàn", era sceso in campo Silvio Berlusconi, con la volontà di evitargli l'espulsione dopo gli attacchi personali a Junker. L'Europa oggi profuma di destra; una destra che nulla ha a che vedere con le ideologie nazionali e si trasforma in un sovranismo edulcorato. La mossa del premier ungherese, rischia di trascinarsi dietro i mal di pancia di mezza Europa, con ogni stato impegnato sul proprio fronte a raccogliere i cocci della debacle interna. La debolezza attuale sarà pagata cara, più della lotta per i coronabond.

Il torto di Orbàn oggi non è all'Unione, è contro il suo stesso popolo. L'asburgica memoria, l'oppressione della forza sovietica, richiamano la storia che scuote e non perdona. Non sono bastati decenni di sudditanza e sottomissione a spezzare certe catene. Ora non è un potere terzo a frantumare la libertà, è l'anima interna di un paese che borbotta ma non scoppia. È l'Ungheria dei muri, del potere centralizzato, della libertà di stampa amputata. È un'Ungheria che saluta lo stato di diritto, avendo ancora inciso a pressione l'emblema di democrazia parlamentare. Ed è proprio sul parlamento che cala il velo più buio di questo deriva politica. L'assemblea nazionale ha declinato l'istituzione accordata per elezione consegnando il proprio dovere nelle mani del primo ministro.

138 voti in favore del provvedimento che suonano quasi profetici. Un anelito di libertà dismesso, mentre Orbàn si erge a protettore dal virus straniero. Un richiamo che non sembra certo riferito al Covid-19, che in Ungheria conta pochissimi casi. E allora dove finisce la cessione volontaria e inizia il golpe? Una nebulosa di difficile soluzione, che non decreta nessun vincitore, ma un solo sconfitto: il popolo ungherese. Il primo ministro ha calcato la mano, ma i parlamentari hanno accettato la proposta, abbassato la testa e regalato la chiave. Sì perché, tra il ventaglio di possibilità che Orbàn si è assicurato, si annovera anche la facoltà di sciogliere la Camera. Un attentato coscientemente deliberato, con soli 53 dissensi.

Un pugno duro che costringe anche la stampa. Disertori della logica iniettata, i giornalisti dovranno sottomettersi alla realtà raccontata da altri senza poterla riscrivere. Nessuna traduzione di lettura, soltanto mera esecuzione della volontà proclamata.

La politica di oggi in Ungheria, racconta una storia di velleità e dissoluzione che riecheggiano su tutti noi. Un regresso storico, dove la Società delle Nazioni è seppellita, il manifesto di Ventotene sempre più lontano, e anni di studi sulle dottrine politiche scavalcati per tornare agli albori del sovranismo.

 

 

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Capoluogo sempre più povero acquista palazzo ex Banca d'Italia

PalazzoComunaleFrosinone 350 260

Il Capoluogo

Riggi e Scasseddu:“Bilancio del comune sempre più povero, però l'amministrazione decide di aumentare le spese, acquistando la sede dell'ex Banca d'Italia. Un comune che ha difficoltà a garantire servizi necessari ai cittadini non può pensare al superfluo, per questo motivo abbiamo votato no alla delibera”.

Il nostro comune nei prossimi due anni e mezzo dovrà affrontare la fase finale del piano economico decennale di rientro dal debito, per evitare il dissesto economico della città. Dal 2013 in poi, cittadini e lavoratori dei servizi pubblici hanno dovuto accettare misure di austerità durissime per risanare il bilancio della città: aumento delle aliquote sulle tasse locali, servizi più costosi ma ridotti e meno efficienti, meno risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria della città, blocco delle assunzioni di nuovi dipendenti comunali. Bisogna anche tener conto del fatto che in questi anni la condizione economica e finanziaria del nostro Paese si è ulteriormente aggravata, quindi è probabile che nei prossimi anni oltre ai tagli necessari per ripagare il nostro debito dovremo sostenere altri tagli per risanare il debito nazionale. In questo clima di incertezza e timore, purtroppo, solo una cosa è certa: la situazione dei servizi pubblici nella nostra città ha toccato il fondo.

Non possiamo ignorare alcuni fatti obiettivi accaduti in questi anni, che ci sono stati testimoniati anche in consiglio comunale: lavoratori di alcuni servizi comunali costretti a lavorare poche ore al mese con stipendi da fame; livello minimo di alcuni servizi non più garantito, basti pensare al caso degli assistenti sociali sotto organico; drastica riduzione del servizio scuolabus e del numero di asili nido comunali e, contemporaneamente, aumento del costo delle tariffe; chiusura totale o parziale di strutture destinate ad attività di carattere sportivo e culturale. Insomma, i cittadini frusinati, che pagano tasse per poter beneficiare di servizi alla persona proporzionati ai costi sostenuti, in questi anni hanno visto le tariffe aumentare e i servizi offerti diminuire, subendo oltre al danno anche una clamorosa beffa. Una situazione, drammatica, aggravata, ulteriormente, dalle politiche di austerità economica e finanziaria dei governi nazionali che, negli ultimi anni, hanno ridotto i finanziamenti agli enti locali e, contemporaneamente, imposto tasse più elevate.

Appesantire con ulteriori spese il nostro bilancio, in una fase in cui il piano di rientro dal debito non è ancora terminato e all'orizzonte c'è la minaccia di nuovi tagli ai servizi, è, a nostro avviso, una scelta poco prudente e, soprattutto, contraddittoria. Una scelta, per certi versi, anche provocatoria, perché arriva dopo che si è chiesto ai cittadini e ai lavoratori di accettare sacrifici e austerità per risanare le casse del nostro comune. L’acquisizione e la gestione della sede dell’ex Banca d’Italia, inciderà, soprattutto, sulla spesa in conto corrente del nostro bilancio comunale, in altre parole la “spesa quotidiana” dell'ente, che contiene i beni e i servizi da destinare alla cittadinanza. In una città in pieno declino, molto spesso agli ultimi posti nelle classifiche sulla qualità della vita, dove non ci sono più risorse economiche sufficienti per fronteggiare l’emergenza ambientale e sociale che colpisce i cittadini, l’amministrazione, e in generale la politica, non possono permettersi il lusso di pensare al superfluo quando non si può garantire il necessario.

Daniele Riggi e Fabiana Scasseddu, consiglieri comunali indipendenti del comune di Frosinone

 

 

 

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25 novembre: Gli uomini isolino e condannino i maschi violenti in pace e in guerra

cgil violenzadonne striscione 350 mindi Angelino Loffredi - Jean Cristophe Notin, storico francese ed esperto in arti militari, in una sua pubblicazione scritta nel 2002 dal titolo “La campagna d’Italia. Le vittorie dimenticate”, a proposito delle violenze subite dalle donne ciociare da parte dei militari del CEF, scrive che la vera causa delle violenze sarebbe stata “la degradazione morale della popolazione civile, la cui componente femminile era volontariamente dedita alla prostituzione e sessualmente attratta dalla prorompente virilità degli uomini di colore, in virtù del loro esotismo“, mi limito solamente a rilevare a quale punto si può arrivare quando la ricerca storica sceglie non la verità ma sposa la causa del nazionalismo.

Qualche ora dopo aver letto questo insulto con Lucia stavamo all’ASFr alla ricerca di dati riguardanti le violentate. Abbiamo trovato un faldone che riguardava Castro dei Volsci e nell’interno dello stesso abbiamo rilevato 115 casi di stupro, gran parte dei quali avviene in località Grotte, ma il dato più raccapricciante è che 40 dei 115 casi riguarda bambine ed adolescenti fra 8 e 17 anni. Potete immaginare nel raccogliere questi dati la rabbia e lo sdegno, considerando quanto affermato dal Notin.
Questi dati provenivano dall’Intendenza di Finanza di Frosinone che nel periodo fra il 1970 e il 1974 liquidava alle violentate quello che veniva chiamato Sussidio Straordinario, modulato secondo l’età: 250.000 lire a chi aveva fra 8 e 18 anni, 200.000 fra 19 e 25 anni, 100.000 fino a 40 anni, 50.000 oltre i 40.

Ricercare, raccogliere testimonianze e metterle a confronto. Ci abbiamo provato con il libro “Il dolore della memoria“ ma c’è ancora tanto da conoscere e verificare. Per esempio, attorno alla tolleranza e complicità verso tali crimini da parte degli ufficiali francesi e da parte dei soldati statunitensi. Non dimentichiamo, infatti, che soldati del CEF e statunitensi facevano parte della V Armata e combattevano sempre in modo coordinato.
La tolleranza e la complicità da quello che abbiamo rilevato furono prevalenti e le motivazioni potrebbero essere state diverse: la vendetta francese per “la pugnalata alle spalle“ del giugno 1940 e le violenze italiane in Costa Azzurra, ma anche per debolezze e mancanza di determinazione nel fermare soldati che stavano mettendo in fuga i nazisti e stavano pagando nello stesso tempo un alto tributo di sangue. Esiste infine un dato spesso rilevato ma sottovalutato, gli ufficiali francesi spiegano lo stupro con un “ C’est la guerre” Questa fatalistica, apparentemente ovvia considerazione credo possa essere collegata con quello che poco fa ha spiegato Lucia.

Nello stesso tempo abbiamo trovato e raccolto sia episodi di reazione armata di civili italiani che reagiscono e uccidono soldati del CEF, che di reazioni dei soldati americani che uccidono marocchini (Lenola) o di soldati americani che difendono donne (Giuliano di Roma) oppure di soldati del CEF che a Giuliano di Roma compostamente accompagnano, a partire dalla Valle di Monte Acuto, una lunga fila di cittadini a rientrare nel paese. A Ceccano abbiamo raccolto testimonianze ove risulta che un ufficiale francese abbia ucciso un marocchino, identificato come un violentatore, con un colpo di pistola alla testa. Sempre a Ceccano abbiamo ricevuto testimonianze che ufficiali americani hanno tollerato (giustificato) che cittadini ceccanesi uccidessero marocchini per difendersi da violenze.

Un sacerdote di Vallecorsa, don Alfredo Salutini, nel suo libro ”Le mie memorie in tempo di guerra“ riporta di essere stato per diversi giorni collaboratore dei Francesi, di essersi opposto alla consegna delle armi appartenenti ai suoi concittadini perché dovevano servire a difendersi dai violentatori, di essere stato in grado di far arrestare alcuni stupratori ma il giorno del processo alcune violentate “si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni ( dicevano) e volevano dimenticare”.

Anche il racconto di Antonio Grazio Ferraro, già presidente dell’Amministrazione Provinciale di Frosinone e per cinque volte sindaco di Cassino è poco conosciuto. Egli, figlio di un ferroviere, alla fine del mese di maggio, con i suoi genitori è ospitato da una famiglia di ferrovieri presso il casello Ferroviario 93 a ridosso della riva destra del Sacco, a confine tra Pofi e Castro dei Volsci . Ferraro ricorda di aver assistito sulla riva sinistra del Sacco pertinenza dei canadesi, nel territorio di Pofi, ad uno stupro di una adolescente. Ne rimase sconvolto ed allora “Andai a denunciare l’accaduto presso il Comando canadese che si trovava nel centro di Pofi. Ricordo bene una targhetta su una scrivania, capt. Scotti. Subito il capitano, di chiara origine italiana, si dimostrò disponibile ad accertare la vicenda. Egli ci mise in guardia sul fatto che i Marocchini sarebbero potuti tornare il giorno dopo e decise di far posizionare dei suoi uomini con delle mitragliatrici sulla sponda del fiume.. Il giorno dopo essi scesero di nuovo dalla montagna su cui è adagiata Castro. Il ponte della Madonna del Piano era danneggiato. Essi preferirono guadare il fiume. I canadesi mitragliarono prontamente i marocchini che avanzavano e alcuni di loro rimasero a terra. L’acqua del fiume Sacco si colorò di rosso e i corpi dei militari uccisi non furono mai recuperati ma abbandonati alla corrente che li trascinò via. Non credo che vi siano state rappresaglie sulla riva opposta”.

Altra questione che merita di essere affrontata riguarda il numero delle violentata. E’ una questione che risulta difficile da definire in modo esaustivo e per alcuni motivi. Riteniamo utile far conoscere le difficoltà e motivi che insorgono immediatamente, subito dopo l’arrivo degli alleati. Sin dal 10 agosto 1944 il Questore di Latina denuncia al governo militare alleato 241 casi di violenza ma precisa che essi rappresentano solo un terzo di quelli reali, perché “per questioni di onore la maggioranza si è astenuta dal presentare le denuncie del caso“.
Tre anni dopo il 18 febbraio 1947 una nota dei Carabinieri di Giuliano di Roma inviata al Comando generale dell’arma afferma che “sono molto comuni i casi che la nominata in oggetto ha dichiarato di non volere essere più risarcita su quanto prima richiesto per celare il fatto per pudore“.

Nel balletto di cifre che in tutti questi anni è apparso forse è opportuno non avventurarsi. Nella nostra percezione,comunque, avvertiamo che i dati credibili siano quelli che i parroci inviano ai vescovi e che i vescovi inviano al Papa. Pertanto riportiamo solo quelli da noi rilevati e che riguardano la Diocesi di Ferentino: Ceccano 60, Patrica 68, Giuliano di Roma 60, Amaseno 60, Villa Santo Stefano 150.
Non va dimenticato che da parte delle donne e delle famiglie ci fu un atteggiamento di discrezione e riserbo, spesso inteso anche come forma di protezione verso la donna violata. Questo sentimento permise a chi non aveva subito violenza di chiedere l’indennizzo. Questa è l’altra faccia della medaglia: da una parte il pudore delle violentate, da un’altra quello della sfrontatezza e dell’inganno delle non violentate. Ci furono infatti uomini senza scrupolo che raccolsero domande, fecero sottoscrivere deleghe a riscuotere relativi compensi che si aggirarono attorno al 10%. Ad Amaseno, queste procedure che avevano anche sostegni ministeriali portarono al rimborso di 802 persone. Una cifra altissima rispetto al totale della popolazione. Per una lettura più precisa sul tema si può leggere l’interessantissimo libro di Alberico Magni dal titolo “Amaseno 1944“ edito dal comune.

In generale si può dire che dal 1952 il Movimento delle violentate sostenuto in Ciociaria dall’Unione Donne Italiane rifluisce. Il tema viene riproposto con l’uscita del libro di Moravia “La Ciociara“ ma credo sia necessario mettere in evidenza come alla vigilia della pubblicazione del libro la cultura sessuofobica non era dissolta. L’11 settembre 1957, infatti il Vescovo di Veroli e 6 parroci sollecitano, attraverso un testo di 5 pagine, al Prefetto di Frosinone, al Procuratore della Repubblica affinchè “vogliano attentamente considerare se essi ravvisano- come noi ravvisiamo- nel romanzo di Moravia elementi tali da incorrere nella censura, come opera contenente pornografia“.

Fortunatamente il libro venne pubblicato, qualche anno dopo attraverso il film con lo stesso titolo, Sophia Loren riceve l’Oscar ed il tema viene conosciuto anche fuori dal nostro territorio. Non si può concludere senza ricordare che le prime istituzioni che rompono il muro del silenzio sono l’Amministrazione Comunale di Castro dei Volsci, sindaco Berardi, e l’amministrazione provinciale di Frosinone, presidente Lisi. Il 3 giugno 1964 dopo un intervento di Giacinto Minnocci, sulla rocca di Castro dei Vosci, viene innalzato il Monumento alla Mamma Ciociaria.

Una comunità dunque non sente più vergogna, con coraggio esce dal cono d’ombra e dice al mondo, proprio attraverso il Monumento, che tante donne del paese sono state violentate. In ogni parte del mondo fanno sapere che la vergogna non deve essere di chi ha subito la violenza ma dei violentatori.

Frosinone 25 novembre 2019

 

 

 

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"Migrante per sempre"

E Magnani LiberAzione 3 350 minRiceviamo da Elisabetta Magnani* e pubblichiamo - «Ho voluto raccontare la storia di Lina, una storia di migrazione italiana, per favi conoscere le emozioni e i dolori che ha dovuto affrontare. Il mio non è un libro politico, ma semplicemente un racconto di una storia. Credo che in questo tempo di odio e razzismo, per uscire da questa condizione, narrare delle storie sia una soluzione.» Chiara Ingrao (da un articolo di Lorenzo Vita su L’inchiesta).

Abbiamo inaugurato così la nostra attività di associazione culturale. E ne siamo orgogliosi. E’ venuta a trovarci Chiara Ingrao, abbiamo presentato il suo libro meraviglioso: “Migrante per sempre” e dialogato con lei sulla storia di A. (Lina nel libro), sulla necessità umana di migrare, sull’essere donna oggi ieri e domani, sul senso profondo dell’amicizia soprattutto per chi è costretto spesso a ricominciare daccapo, su un pezzo di storia sociale e politica d’Italia, sulla difficile scelta di andare (alla fredda efficiente Germania) o restare (alla colorata caotica Italia), alla città ricca di opportunità o al paese, intriso di ricordi…

«Sembra esserci nell’uomo come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove.» Marguerite Yourcenar

Ci siamo fusi ad un evento già previsto da Danilo Grossi per il 15 settembre, la proiezione del film "Bangla"** con la presenza del regiE.Magnani LiberAzione 2 350 minsta Phaim Bhuiyan, abbiamo allargato un po’ i confini e l’evento è diventato un contenitore e dentro un contenitore c’è lo spazio e ci sono le possibilità, l'evento non si estingue, si gettano semi, si rimesta il terreno, si creano relazioni per future collaborazioni, si lasciano domande inattese e attese di future riflessioni…
Così la serata è proseguita con una lunga fila per la dedica e l’autografo di Chiara sui suoi libri sold out!

Un generoso calice di vino, un buffet leggero e poi un dibattito prima della proiezione, sul tema del film: l’amore ai tempi delle seconde generazioni, quando l’incontro avviene fra una ragazza italiana figlia di italiani e un ragazzo italiano “de TorpignE.Magnani LiberAzione gruppo minattara”, di origini bengalesi (“mezzo italiano, mezzo bengalese, cento per cento torpigna” cit.) L'integrazione, i pregiudizi, le reali differenze. Un film bello sincero e attuale che ci ricorda un pò il Nanni Moretti di Ecce Bombo e che ci aiuta a gettare lo sguardo oltre il presente, a riconoscere in noi stessi un limite creato forse più dall’abitudine che dalla paura, ed è raro e divertente ritrovarsi spiazzati di fronte alla cadenza ineccepibilmente romanesca di Phaim.

Questo è uno dei format che propone LiberAzione.
Vogliamo creare una rete di giovani che graviti intorno alle nostre attività. E alimentare un dialogo intergenerazionale, interculturale, interraziale, interartistico, interideologico, interclassista… internazionale!
E quindi stay tunned e contattateci se vi va.

E.Magnani LiberAzione gruppo min

*Elisabetta Magnani, attrice, gestisce LiberAzione

**"Bangla, l'amore al tempo della seconda generazione" del regista Phaim Bhuiyan

 

Le foto (dall'alto in basso)

Elisabetta Magnani e  Chiara Ingrao

Elisabetta Magnani, Chiara Ingrao, Asia Vaudo

Lorenzo Vita (Associazione LiberAzione), Chiara Petrillo (LiberAzione), Phaim Bhuiyan (regista di Bangla) Elisabetta magnni (presidente LiberAzione), Chiara Ingrao, Asia Vaudo (LiberAzione), Danilo Grossi (Assessore alla cultura di cassino)

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Stupro. Un delitto senza attenuanti, sempre ... sempre

transessuale 350 260di Nadeia De Gasperis - Quando Caravaggio dipinse "La morte della Vergine", commissionata per la chiesa più importante dell'ordine dei Carmelitani Scalzi a Roma, l’opera fu rifiutata, perché l’artista aveva rotto un tabù, rendendo l’immagine della Madonna priva di qualsiasi tributo mistico, così terrena col suo ventre gonfio e livido, di un realismo blasfemo che aveva offeso la sensibilità dei committenti.
La leggenda vuole che Caravaggio si fosse ispirato al corpo esanime di una donna, prostituta, annegata nel Tevere.
Ma la Chiesa ha sempre rifiutato che la Madre di Dio fosse mai passata attraverso l’umiliazione del decesso corporeo. Ieri, o meglio cinquecento anni fa, come oggi, la società nega l’umiliazione della violenza per la donna, solo quando è madre, moglie, dipingendo l’assassino come orco, malato e furioso, mai come persona “normale”, padre e uomo, ma se a soffrire la violenza è una prostituta, è una transessuale, rimarrà tale anche per la cronaca, “una prostituta”, “una transessuale”.

Sono state violentate una donna e una transessuale, questo recitano le cronache, anzi, senza prendersi la briga di scegliere con cautela il giusto “articolo”. Così dobbiamo evitare di indignarci puntigliosamente, se per i fatti di cronaca occorsi a Rimini, siamo qui a redarguire il redattore che parla di “un transessuale”. Qualcuno stigmatizza, “non sonotransessuale vert queste le cose importanti”. E quale dovrebbe essere la cosa importante, per una donna che ha intrapreso un percorso fisico, psicologico, nonché giuridico, per vedere riconosciuta la sua identità?
Ma una prostituta rimane una prostituta, non è una donna, come la giovane donna, una vita che non vale per gli onori della cronaca, una giovane vita, neppure trenta anni, uccisa nella nostra provincia pochi giorni fa, probabilmente da un suo cliente, recitano le cronache, che ben che vada, se non si tratta di un nostro marito o di un nostro compagno, sarà di certo un nostro figlio.
Una transessuale, poi, deve essere necessariamente pensata come una prostituta. Nel nostro Paese, se non sei quella ragazzina ebrea a cui capitò l’avventura eccezionale di diventare madre di Dio, sei comunque madre di qualcuno o moglie, santa o puttana o non sei degna di cronaca.
Ricordo forte un pensiero di una donna che ho intervistato per questo giornale, in occasione di un convegno sulla transessualità, che mettendosi a nudo, parlando di sua figlia, una giovane e bellissima donna, nata in un corpo che non sentiva suo, mi disse:
«Credo che il momento più significativo per me sia stato quando ho omaggiato mia figlia di un mazzo di fiori. A molti potrà sembrare un gesto scontato, per noi è stato un momento di ufficializzazione di una realtà fino ad ora soltanto privata. Abbracciarla davanti ad una platea così numerosa e commossa è significato per me investirla del suo nuovo ruolo all’interno di questa società: il ruolo di una Donna che ha sempre lottato e creduto in tutto quello che ha fatto per arrivare finalmente ad essere non più una crisalide, ma una meravigliosa farfalla.»

 
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Una Sinistra per cui l'Uomo vale di più del denaro, sempre e comunque

qualesinistra 350 260di Daniela Mastracci - Sono diventata adulta cercando di orientarmi nel panorama politico italiano, volendo con forza trovare il partito in cui potessi riconoscermi. Ho fatto un grande sforzo. Ma oggi, a posteriori, non mi sento proprio una sciocca ad averci messo tanto a capire chi potesse rappresentarmi. Perché noi che abbiamo iniziato a votare dall' 89 in avanti, abbiamo avuto davvero seri problemi di orientamento politico. Perché cadevano ideologie? Perché non c'era più né destra né sinistra? E poi il colpo finale di mani pulite? Ecco che tra un Pci che non esisteva più e la categoria di Socialismo che perdeva ogni credibilità e sembrava parola che diveniva impronunciabile, i miei guai non erano mica finiti, anzi!
Sì perché, pur nel disorientamento, cercavo la Sinistra: veramente cercavo quell'idea per cui l'Uomo vale di più del denaro, sempre e comunque. Per cui l'Uomo fosse il faro, punto di partenza e meta di un fare politico che lo emancipasse e lo liberasse da ogni sfruttamento. Per cui l'uguaglianza fosse l'obiettivo; la libertà coniugata alla pienezza dei diritti sociali. E tanto altro ma non è necessario elencare tutto.
C'era però almeno un faro che mi apparteneva e che ritrovavo, quello sì. E si chiama antifascismo. Dalla Resistenza in avanti io volevo seguire e stare dentro la storia dell'antifascismo. Certo il problema è che mi stavano fuorviando anche su questo, perché si cominciava a dire che il fascismo fosse cosa morta e sepolta, una volta per sempre. Me lo volevano far credere, a me come a tutti. Ma non ci credevo, ho resistito alla falsa coscienza che voleva occultarmi la vista e la ragione.
E poi, di segni, solo chi non vuole vederne non li vede. Oppure si deve pensare che siano entrati così prepotentemente nel quotidiano fare e pensare, da non rendercene nemmeno conto. Però è facile riconoscerlo: si tratta di vedere cosa metti prima nella scala dei valori: l'uomo oppure la nazionalità? L'uomo oppure l'etnia, la razza (qualunque cosa si pensi che sia), la lingua, i costumi, l'orientamento sessuale, la differenza (comunque declinata)? Basterebbe questo, penso, a riconoscere i segni. Provate a leggere aprendo questo link
http://espresso.repubblica.it/opinioni/editoriale-cerno/2017/08/17/news/memorandum-per-resistere-nell-italia-che-torna-nera-1.308136
E se i segni, questi segni, non si colgono appieno, anche proprio sul loro primo albeggiare, essi crescono e si rafforzano, ci innervano tutti, ci inducono all'esclusione, come minimo, al respingimento, in una parola a cercare di fare il deserto intorno a noi. Ma nel deserto si muore. Erigere muri in difesa di non so cosa, ci mette gli uni contro gli altri, in uno stato di guerra (esplicita oppure latente, sotterranea) permanente. Invece andare oltre certe discriminanti, oltre che giusto, è foriero di Pace.

Finora ho guardato a chi mi ha tolto la possibilità di votare qualcosa di votabile in ordine ai miei ideali. Ma c’è da chiedersi anche se chi dalla parte, diciamo di sinistra, non abbia responsabilità.
In fondo a sinistra, alcuni e non pochi, si sono fatta sfilare via la possibilità dell’egemonia. Perché hanno cominciato a chiamarsi centro-sinistra proprio quando questa formula nata nel 1963 aveva già mostrato tutti i limiti progettuali e realizzativi di una politica che sapesse rispondere ai bisogni e ai diritti di tutti membri della società? Allora io voglio riflettere bene sulla vicenda centro-sinistra, perché ci sono nodi che penso vadano sciolti.
Ma soprattutto vorrei porre una domanda: ha qualche senso riproporre oggi il centrosinistra? C’è un centro? Dov’è la sinistra quella che si batte per i diritti, l’avanzamento sociale, che organizza la mobilitazione sociale e la porta al successo? Si sono posti la questione di chi come me, e dopo di me, cercava di capire cosa e come votare? Hanno pensato ai giovani e ai più giovani che dopo si sarebbero avvicinati alle urne? Il panorama si è fatto sempre meno leggibile: se chi si dice di sinistra, fa cose di destra tutto appare sempre meno chiaro, tutto si confonde.
E intanto alla tv stravince Mediaset. E la Rai ci è va dietro. Le comunicazioni hanno ceduto al mainstream del mero distrarsi, obnubilando i cervelli, perché “tanto cosa cambia”, ormai?
Chi ha ceduto, non credeva più all’egemonia? Oppure ha cambiato parere? Quando oggi diciamo che la sinistra si è piegata al neoliberismo, cosa davvero diciamo? Certo non voglio estremizzare, né tagliare con l’accetta un panorama assai confuso, difficile da individuare, e non voglio essere approssimativa. Questo farebbe il gioco della confusione.
Però se adesso in rete c’è tanto fascismo, spregiudicato odio, grossolanità, parole buttate là a offendere, insultare, parole sessiste, di sufficienza, di rancore, di rivalsa, di razzismo, che si debba fare una grande riflessione mi sembra cosa fondamentale. E non farla solo contro chi esprime questi brutti sentimenti, ma farla su noi che quei sentimenti li disapproviamo, li vorremmo combattere.
Manca il necessario antagonismo a questo degrado politico e sociale. Intanto urge non rimuovere il problema: vedere i segni per poterli aggredire con la ragione critica, e appunto attivarsi razionalmente. Ma cercare i limiti anche in noi, cioè provare a domandarsi se siamo stati abbastanza attenti e se abbiamo pensato a chi veniva dopo di noi, le generazioni che sono nate e cresciute con la distrazione come un imperativo. Ecco, quello che vorrei sarebbe una discussione aperta.
Ma intanto, per cominciare, sarebbe necessario il ripensamento dell’intera esperienza di centro-sinistra in tutte le sue edizioni fino allo sfacelo che ha prodotto oggi. Abbiamo bisogno di chiarezza, più che mai. Non sarà il meno peggio a salvarci. Ciò che percepisco è ancora tanto posizionarsi, tanto cercare di spostare voti dando ragione alla pancia del Paese, come anche cercare voti tentennando su cosa davvero è fondamentale oggi. Io vorrei che si discutesse di questo. E se faccio un salto dagli anni ’90 ad oggi, mi sento di ricollegarmi all’esperienza del Brancaccio perché ci ho trovato chiarezza, di sicuro un grande coraggio nell’individuare anche nella pseudo sinistra un avversario da battere: perché se la sinistra fa cose di destra, non si differenzia affatto da quest’ultima. È quella confusione che in me ha generato tanto disorientamento agli inizi degli anni ’90. E, sarebbe altrettanto disorientante, non solo per me che ancora vado cercando la sinistra unita, ma soprattutto per i più giovani che si affacciano e non si raccapezzano, certo non per loro colpa. Perché qui, ad esempio, si aprirebbe il capitolo Scuola. E ce ne sarebbe di che parlare!
La proposta di ipotizzare un rinnovato centrosinistra divide anche perché ripropone cose vecchie. Invece il “18 giugno”, il movimento di Anna Falcone e Tomaso Montanari “Per la democrazia e l’uguaglianza” può unire in una prospettiva di futuro, perché in esso finalmente la Costituzione antifascista viene assunta come un progetto unitario per costruire una nuova società qui e forse altrove.

 
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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

Auschwitz memoria 350 260di Daniela Mastracci - “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. In verità le giornate della memoria non mi piacciono. Ci conferiscono l’alibi dell’assenza del ricordo. Ci sollevano l’animo dalla responsabilità di ricordare ogni giorno.
Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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Oggi più che mai. Ricordare sempre, ogni giorno

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Per questo stento a ricordare oggi. Forse si dovrebbe scrivere ogni giorno di memoria. Ogni giorno occorrerebbe fare i conti con il passato e con il presente. La storia non insegna niente. Perché è refrattaria alla costanza, alla linearità, alla successione simile ed eguale. Con la storia non si può fare induzione. Non ti puoi regolare come fosse un flusso fenomenico oggettivabile. Con la storia ti devi scontrare e sentire forte l’urto. Andarci incontro come fosse una perfetta sconosciuta ogni volta. Solo così ti sorprendi ancora, rabbrividisci, inorridisci, o magari ti stupisci di quello stupore bello che rinvigorisce lo spirito. Ma mai darla per scontata, una volta per sempre. È l’umana decisione a farla? In parte si. In parte le “cose stesse”: come una specie di marea che va, e in qualche modo ti sembra ineluttabile. Ci sei dentro, immerso, e ti fa l’effetto di un che di invincibile e non più modificabile. Te la devi immaginare questa marea. Dove è iniziata? Perché? Con l’azione di chi? Non è ineluttabile, ma lo sembra. E starci dentro è questione di precarietà: cioè ti devi ricordare che non è sempre stato in quel modo, che comunque è cominciato in qualche maniera, e se è cominciata, l’ha cominciata un’azione, una reazione, un tessuto di azioni e reazioni.... Puoi agire diversamente? Puoi opporti alla marea? Ne va della libertà, della capacità di resistenza, ne va dell’uomo.

Auschwitz è la domanda

Non posso raccontare Auschwitz. Non ne sono in grado. Posso oppormi alla marea delle giornate della memoria. Posso resistere alla tentazione deresponsabilizzante. E scrivere che Auschwitz è la domanda, non è un evento storico da ricordare. Questo mi pare: è una domanda. E se lo ricordiamo oggi che è il 27 gennaio vuol dire che per noi non è una domanda. E allora mi oppongo alla memoria di questa giornata. Io non ho nulla da ricordare. Ho solo e sempre da far domande. Perché per Auschwitz non c’è la consolatoria chiusura di alcuna risposta. Nessuna fine. Nessuna esaustività.

Respingere è essere respinti

Erano là dentro: una “cosa” umana che perdeva le dimensioni dell’umano, sembrando naturale, ineluttabile, una potenza immodificabile. Per me questo resta una domanda. E allora posso cantare con Guccini. Posso scrivere i versi di Primo Levi, posso leggere a voce bassa, quasi un sussurro, la parole di Elie Wiesel “Mai dimenticherò questi istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.”
Ma non posso fare altro. Dentro quella marea, montante ogni giorno di più, l’uomo ha costruito una fabbrica dove si è prodotta la morte in serie. L’uomo ha costruito cento fabbriche dove ammazzava in serie. L’uomo ha progettato un luogo dove rinchiudere altri uomini con l’intenzione dichiarata, decisa, scritta e sottoscritta, di uccidere altri uomini. Fabbriche della morte. È pensabile? Si può chiudere tale “cosa” entro un ricordo? Entro un concetto, una spiegazione, una risposta? Io dico che non è possibile. Dico che la domanda resta aperta e solo se resta aperta ne diventiamo testimoni ogni giorno. Ce lo mettiamo davanti agli occhi della mente quel luogo “fabbrica di morte” e diventa una domanda che mette in discussione l’umano: un incompiuto umano. Ma lì nell’incompiutezza forse sta la salvezza: se l’uomo si sente e si ricorda di essere incompiuto, dimezzato, sempre sull’orlo dell’abisso o della redenzione, così forse può sentire ed essere con l’altro uomo. La caducità che si riconosce nella caducità: si ritrova là, da dove in fondo non si è mai mosso. Intuiamo insieme la precarietà standoci dentro. E sulla precarietà non si costruiscono muri, fili spinati, fabbriche di disumanizzazione. Non siamo fondamenta per questo. Tantomeno fondamenta per ammazzarci, discriminarci, emarginarci, respingerci....chi è stabile, granitico, una volta per tutte definito, tale da poter respingere? Nessuno di noi lo è. Respingere è essere respinti. Pascal diceva una cosa bella e terribile assieme, che ora mi va di ricordare: diceva che l’uomo è sempre “imbarcato”. E ancora ricordiamo Rilke con la sua tragica “caducità”. Testimoniamo di noi, che non siamo una volta per tutte: se ho fatto qualcosa, devo ricordare che avrei potuto fare un’altra cosa, e potrei fare un’altra cosa. Ma se mi rimane solo uno sterile ricordo annuale, chiuso e compiuto entro un calendario, allora non sono più testimone, perché l’evento, che è accaduto e messo nel calendario, non mi squarcia più nessuna domanda. E mi dimentico di essere incompiuto e fragile, e mi dimentico che in questo riconosco l’umano mio e dell’altro.

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Scoprirsi, conoscersi senza fretta per emozionarsi sempre

Nausicaa accoglie Ulisse JeanVeber 1864 1928 350 260di Daniela Mastracci - “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”. Meravigliosa frase di W. Shakespeare e meraviglioso modo di pensare l’umano. Perché l’uomo è meraviglioso. I greci dicevano deinos meraviglioso e terribile. Perché ogni volta è nuovo e ogni volta mi interpella. E perché ogni volta mi sconcerta, mi sorprende, togliendomi false certezze. Esse si fanno false al suo comparire. Perché ciascun uomo è un universale singolare. È come me, è uguale a me e, al contempo, è diverso da me. L’essere umano è tale contraddizione. Ma lo è solo per la logica e non per il sentimento. Infatti solo il sentimento sente ciò che la ragione non riesce a dire. Perché il mestiere della ragione, quella solo non contraddittoria, è definire l’identico e distinguerlo dal diverso. Allora la ragione di fronte all’essere umano, che pura tenta di usarla, fallisce. L’uomo è all’uomo sconosciuto.

Come stare con l’uomo allora? Non so chi è, non so cosa è. Ma c’è. Ed io lo so come so che le mani che scrivono sulla tastiera sono mie. Lo so perché lo sento, ma non lo so con la ragione. È un sapere di tipo diverso, un’intuizione, una pre-conoscenza. Ma se lo sento non posso voltargli le spalle. Infatti se gli sparo alle spalle, gli sparo “a tradimento”. Perché diciamo così? Perché non ci siamo messi di fronte a lui/lei. Non lo abbiamo guardato negli occhi, lasciandoci guardare da lui/lei. Non ci siamo offerti al sacrificio della perdita delle nostre certezze. Ben saldi in noi e solo in noi. Soli, appunto. Ma lui/lei sta lì, mi interpella. La sento la domanda. Con fastidio, con imbarazzo, con paura...la sento. Altrimenti non proverei nemmeno questi sentimenti.

Accogliere come Nausicaa

E allora che faccio? Rispondo? E come? Ulisse accolto da Nausica è xenos, è l’ospite-straniero, lo sconosciuto, l’altro. E’ visibilmente provato dal viaggio. Forse con le spalle ricurve. Forse emaciato. Forse con lo sguardo opaco. Si vede che ha bisogno di ristoro. Ebbene Nausica dice alle ancelle di portagli cibo e acqua e preparare un bagno...poi, solo poi, gli chiederemo chi è, da dove viene, quale storia ha da raccontare. Un corpo provato, affamato, assetato, non può da subito dire chi è. Ha fame. Non può parlare. Non ne ha la forza.
La parola è un agire che però non può attuarsi, perché non ci sono energie. Allora per prima cosa colui che mi viene di fronte va ristorato, così da tornare ad essere parlante. E poi gli chiediamo di raccontarci la sua storia. E gli possiamo chiedere quale è il suo sogno: quale uomo o quale donna sogna di essere; quale essere umano sogna di essere; quale nuovo uomo avremmo di fronte se attuasse il suo sogno?

La meraviglia, l'emozione

Ecco la meraviglia. Noi saremmo al cospetto di un nuovo essere umano, uno che prima di quel lui/lei non c’è mai stato e mai ci sarebbe senza quel lui/lei. A noi sta la possibilità di far essere. Insieme a lui/lei noi saremmo artefici di quel nuovo, inedito, unico essere umano. Se gli chiediamo chi è, se gli diamo la possibilità della parola, se gli chiediamo della sua storia e dei suo sogni, se ci mettiamo in ascolto, aperti alla scoperta, di fronte a ciò che sta per accadere, come un accadere inedito, lui/lei parlerà, e noi saremmo testimoni di un disvelamento.
Una aletheia, direbbe un greco: una verità che si svela, che si manifesta attraverso le parole di chi si racconta. Apparirebbe qualcosa di stra-ordinario e noi saremmo così fortunati da vederlo mentre accade.
Questo è un uomo. Credo. Se non lascio che parli avrò violato la sua umanità, cioè la sua aletheia. Ma avrò anche negato a me la meraviglia della testimonianza. Credo sia violento non lasciar essere “essere umani”. E credo sia una violenza e a sé e all’altro. Il pre-giudizio riduce l’altro al silenzio: non sarà una nuova verità. Ma la presunzione di verità del pre-giudizio sconta la pena di restare ferma su se stessa, di non mutare, di non darsi nessun nutrimento. Essa stessa soccombe alla propria presunzione. Isterilita perché non nutrita da nuova linfa vitale.

 
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